Scuola, già migliaia i contagiati. I sindacati: “Così si chiude subito”

Decine di voci che si affastellano, concordi o contrarie, in un caos in parte simile a quello dell’anno scorso e in parte inedito: il ritorno in classe dopo le vacanze di Natale sarà la prova del nove di un Paese spaccato sulla scuola nel pieno dell’aggravarsi dei contagi. In pochi giorni si conosceranno le conseguenze della decisione del governo e del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, ormai ribadita più volte – e ora suffragata dal fatto che nessun Paese europeo ha sinora chiuso le scuole – di riaprire e tornare alla didattica a distanza solo in presenza di determinate situazioni, differenziate per classe. Tradotto: si vedrà quante classi finiranno dritte in Dad e quante andranno in confusione. Intanto le associazioni dei presidi stimano già 17 mila studenti e 10 mila docenti assenti (tra malati e non vaccinati) solo nel Lazio, mentre i sindacati chiedono maggiore certezza.

Ieri il ministro ha incontrato le sigle per le spiegazioni sulla circolare, domani è previsto un nuovo tavolo. Il Tar ha chiesto al presidente della Campania, Vincenzo De Luca, di avere i dati su cui si è basata la sua decisione di non riaprire le scuole, impugnata dai genitori e in procinto di esserlo dal governo. In Sicilia si è ritardata l’apertura di tre giorni, in Calabria i sindaci si muovono in direzioni diverse. In Puglia il presidente Michele Emiliano è preoccupato ma esclude chiusure perché ad agosto è stato emanato un decreto che impedisce di derogare alle decisioni se non si è in zona rossa. “Già in queste ore il numero di studenti positivi in alcune scuole ha raggiunto l’ordine delle centinaia e ciò rende quasi impossibile attuare le procedure previste”, ha detto Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi. “È molto improbabile che il sistema sanitario, nonostante il supporto delle farmacie, possa smaltire tempestivamente l’enorme carico di lavoro”. Le nuove regole prevedono il canale privilegiato per i tamponi degli studenti che potranno essere effettuati gratis in farmacia o nelle strutture sanitarie grazie a 92 milioni stanziati dall’ultimo decreto.

Ecco come funzionerà il rientro secondo la nota di ieri: sino a 6 anni, con “un caso di positività” si sospende la didattica della classe per 10 giorni e si rientra con test negativo. Alle elementari gli alunni restano in presenza con un solo positivo in classe e si raccomanda di consumare il pasto a una distanza interpersonale di almeno 2 metri. È previsto un test rapido o molecolare prima possibile dal momento in cui si è stati informati e poi a 5 giorni. Se i casi sono due, si va in Dad per 10 giorni. Alle medie e superiori si continua in presenza ma con l’obbligo di indossare la Ffp2 per 10 giorni e mangiando a scuola solo se c’è una distanza di almeno 2 metri mentre da 2 positivi in classe in su tutto cambia a seconda della presenza o meno di vaccinati. Gli alunni senza le prime 2 dosi di vaccino o che lo abbiano concluso da più di 120 giorni (o guariti da più di 120 giorni) e ai quali non sia stata somministrata la dose di richiamo, andranno in Dad per 10 giorni. Gli studenti che lo abbiano concluso potranno proseguire in presenza con l’obbligo di indossare Ffp2 per almeno 10 giorni. Tutto in regime di “auto-sorveglianza” e con l’onere di dimostrare la situazione vaccinale lasciato all’alunno perché l’istituzione scolastica è abilitata per legge a verificare, specificano per evitare accuse di violazione della privacy. Ma le scuole, denunciano i presidi, sono ancora in attesa di ricevere le annunciate forniture di Ffp2 dalla struttura commissariale, mancano i dati delle classi in Dad, del personale sospeso, di dipendenti e alunni in quarantena. Il presidente del Veneto Luca Zaia chiede lumi del Comitato tecnico scientifico: “Abbiamo davanti un ‘calvario’: penso sia fondamentale un’espressione del Cts, che inspiegabilmente ancora manca”. Eppure, come ha detto al Fatto l’ex coordinatore Agostino Miozzo, l’anno scorso si riuniva quasi ogni giorno.

 

I PARERI

La preside “Servivano 15 giorni in dad per vaccinare ancora più studenti”

“La situazione peggiora di ora in ora. Oggi (ieri per chi legge, ndr) il ministero dell’Istruzione ci ha inviato la circolare con le nuove modalità di gestione dei casi di positività: un motivo in più per rinviare il rientro di due settimane”. È lapidaria Laura Biancato, preside della scuola secondaria di secondo grado “Einaudi” di Bassano del Grappa (Vicenza), tra le promotrici dell’appello al premier Mario Draghi e al ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi (firmato da 2.500 colleghi) per chiedere la Dad fino a fine gennaio. La dirigente scolastica è molto preoccupata: “I positivi aumentano tra i ragazzi ma anche tra i docenti. Nella mia scuola avrò il 12% di assenti e farò fatica a trovare supplenti. Tra l’altro, se prima i docenti asintomatici erano in regime di quarantena e potevano fare lezione da casa con i ragazzi in Dad, ora sono in malattia e non possono fare nulla”. Ma non basta: “Le vaccinazioni vanno a rilento. Servivano 15 giorni per aumentare gli studenti con la dose anti Covid”, conclude la preside.

 

L’insegnante “Fare tutto il possibile per garantire didattica in presenza”

Lorenzo Bocca, non è solo un docente di tecnologia all’Istituto comprensivo di Pizzighettone (Cremona) ma anche un architetto che ci tiene a dire la sua facendo riferimento alle proprie competenze: “Oggi le condizioni per tornare in classe non sono più quelle di settembre: è chiaro che sono peggiorate, ma dobbiamo fare il possibile per ripartire in presenza perché la didattica a distanza non è scuola”. Bocca domani tornerà in classe, felice di rivedere i suoi alunni ma anche preoccupato per la totale assenza di tutele per evitare di contagiarsi. Un sì con qualche condizione: “Finora si è puntato tutto sui vaccini, dimenticando l’importanza dell’areazione nelle classi. Le nostre aule con 25-28 studenti sono insalubri. Lo erano già prima del Covid ma nessuno ha pensato di risolvere questo problema. Nella mia provincia, un piccolo comune come Madignano ha realizzato un impianto di ventilazione forzata. Ora mi chiedo: se l’hanno fatto in una realtà di tremila abitanti perché non si può fare ovunque?”.

 

La mamma “Non si risolve l’emergenza chiudendo sempre e solo le classi”

“I danni di 15 giorni di didattica a distanza – come propongono molti presidi – sono maggiori di una presenza mal organizzata. Non si può pensare di risolvere i problemi chiudendo sempre, per prima, la scuola”. Costanza Margiotta non vuol saperne di lezioni online. Mamma di due bambini, docente universitaria a Padova e membro del comitato “Priorità alla scuola”, ha le idee chiare: “Si abbassino le saracinesche a ristoranti e bar ma non alle aule”. Margiotta non nasconde i problemi ma chiede che si faccia lezione risolvendoli: “In treno e al supermarket mi hanno dato le Ffp2, non vedo perché non debbano essere consegnate a tutti gli alunni”. Sulla carenza di personale spiega che “il Covid ha colpito anche gli infermieri, ma non hanno chiuso gli ospedali”. Margiotta ricorda che l’ordine degli psicologi della Toscana ha lanciato un appello perché si torni in classe evitando altri danni ai ragazzi dopo quelli subiti nel 2020 quando sono rimasti a casa per mesi.

Con Mattei & C. in piazza i No Vax e No Pass “di sinistra”

All’appello hanno risposto poco più di un migliaio di persone, che ieri hanno partecipato alla manifestazione No Green Pass convocata in piazza Castello, a Torino. Nelle parole del giurista Ugo Mattei: “È arrivato il momento di fare il salto di qualità, di passare dalla protesta alla proposta”. Il significato concreto del proclama è la nascita del “Comitato di liberazione nazionale”: “Non temo il confronto e rivendico il paragone storico fra governo draghista e regime fascista”, dice Mattei dal palco. Quella andata in scena ieri nel capoluogo piemontese è una prova generale di unificazione della frammentata e variegata galassia che da qualche mese scende nelle piazze italiane per opporsi ai vaccini e al certificato verde. Un tentativo che, dopo cortei infiltrati dall’estrema destra a Roma, Milano e in parte anche a Trieste, ha una chiara matrice di sinistra. Sul palco ha preso la parola, a titolo personale, anche uno storico attivista del movimento No Tav in Val Di Susa, Luca Abbà. Assenti Carlo Freccero (per un “problema personale”) e il portuale Stefano Puzzer, influenzato, (“tranquilli, non è Covid”), che nel frattempo è stato indagato dalla Procura di Trieste per manifestazione non autorizzata.

La soluzione del sudoku. Tutte le date del decreto

Il decreto Omicron è stato finalmente pubblicato in Gazzetta Ufficiale, anche se fino alla fine il sudato testo non ha voluto lasciare nulla alla certezza: “Il presente decreto – si legge in calce al testo – entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione”. Dunque, dal momento che il testo ha visto la luce ben oltre la mezzanotte, resta da capire se la data sia l’8 o il 9 gennaio. Un’inezia, ma data la litigiosità che prevedibilmente seguirà all’applicazione di queste norme, è bene non avere dubbi.

8 (o9?) GENNAIO Da ieri (o forse da oggi) è in vigore l’obbligo di vaccinazione “per i cittadini italiani (…) che abbiano compiuto il cinquantesimo anno di età” e per coloro che “compiono il cinquantesimo anno di età in data successiva a quella di entrata in vigore della presente disposizione”. Ma le sanzioni non scattano subito.

20 gennaio A partire da giovedì 20 gennaio scatta l’obbligo di Green pass base per “i servizi alla persona” (parrucchieri, estetisti e simili) e per i colloqui in presenza con i detenuti. L’obbligo è già in vigore per bar e ristoranti al chiuso, luoghi dello spettacolo, palestre e piscine al coperto. Domani 10 gennaio (come da decreto 30 dicembre 2021) servirà per hotel e strutture ricettive, cerimonie civili e religiose, sagre e fiere, centri congressi, ristorazione, piscine, e palestre all’aperto, impianti sciistici, centri culturali, trasporto pubblico locale.

1 FEBBRAIO La sanzione pecuniaria (gli ormai celebri cento euro) scatta da martedì 1 febbraio. Potrà essere multato chi a quella data non avrà ancora “iniziato” il ciclo di vaccinazione primario (se per inizio si intenda la sola prenotazione o la somministrazione non è specificato), chi non abbia effettuato “la dose di completamento del ciclo vaccinale primario” (ossia la seconda dose entro i termini stabiliti dal Ministero della Salute) e chi “non abbia effettuato la dose di richiamo successiva al ciclo vaccinale primario entro i termini di validità” (ossia il booster). Sempre a partire dall’1 febbraio, il decreto prevede l’estensione dell’obbligo di Green pass base (ossia anche con tampone negativo) per l’accesso a “pubblici uffici, servizi postali, bancari e finanziari, attività commerciali, fatti salvi quelli necessari per assicurare il soddisfacimento di esigenze essenziali e primarie della persona da individuare con Decreto del presidente del Consiglio dei ministri”. L’obbligo vaccinale, indipendentemente dall’età, è poi esteso “al personale delle università, delle istituzioni di alta formazione artistica, musicale e coreutica e degli istituti tecnici superiori”.

15 FEBBRAIO Da martedì 15 febbraio, quindi, scatta l’obbligo di presentazione del Super green pass sul luogo di lavoro. Gli ultracinquantenni che ne siano sprovvisti “sono considerati assenti ingiustificati, senza conseguenze disciplinari e con diritto alla conservazione del posto di lavoro, fino alla presentazione della certificazione e comunque non oltre il 15 giugno 2002”. Per questo periodo “non sono dovuti la retribuzione né altro compenso”.

31 MARZO Giovedì 31 marzo scade l’obbligo di Green pass base per “Servizi alla persona, pubblici uffici, servizi postali, bancari e finanziari, attività commerciali, e colloqui in presenza con i detenuti”.

15 GIUGNO Scade il decreto e – a Covid piacendo – decade l’obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni.

Omicron ora è fuori controllo. I positivi sono quasi 2 milioni

Anche ieri, in 24 ore, sono stati segnalati quasi 200 mila nuovi contagi Covid, per l’esattezza 197.552 (1.220.266 tamponi, tasso di positività al 16,2% e 184 nuove vittime). Numeri a cui ci siamo (velocemente) abituati ma che prestissimo potrebbero non avere più un grande valore. Altri 200 mila circa (verosimilmente oggi) e il numero di attualmente positivi (ieri è stata raggiunta quota 1.818.893) sfonderà i due milioni, risultando raddoppiato in una settimana circa (erano poco più di un milione il giorno di Capodanno). Un incremento tale da non lasciar più alcun dubbio: il tracciamento dei casi è ormai impossibile, dalla prossima settimana è verosimile che il solo dato attendibile, a causa dell’inevitabile sottostima dei contagi reali, sarà quello su ospedalizzazioni e ricoveri, come conferma il fisico Giorgio Sestili: “Il tempo di raddoppio di circa 7 giorni – dichiara – lascia prevedere circa 400.000 casi al giorno per la prossima settimana: così numerosi che sarà impossibile tracciarli. Di conseguenza l’unica fotografia dell’epidemia potrà basarsi sui ricoveri”.

Gli ospedali dunque. La crescita percentuale di ricoveri e terapie intensive è fortunatamente molto minore rispetto a quella dei contagi, ma, a livello nazionale, siamo già oltre il 15% di occupazione dei reparti di terapia intensiva (16%) e il 20% (23) dei reparti di area medica. Attualmente in rianimazione sono ricoverate 1.557 persone (+58 rispetto a venerdì, 154 ingressi in 24 ore) e 14.930 nei reparti Covid (+339 in un giorno).

I picchi di oltre 3.800 terapie intensive e di oltre 38 mila ricoveri (ma con un quinto dei contagi giornalieri, nonché il triplo/quadruplo dei morti) del novembre 2020 sono lontani, ma ciò non toglie che la situazione sia assai critica: “La situazione degli ospedali peggiorerà – dichiara Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale dell’ordine dei medici –. La gente va incontro ai contagi, i numeri sono abnormi. Le persone al minimo di difficoltà respiratoria vanno in ospedale e gli ospedali cominciano a non reggere più in certi casi. Nelle aree più in difficoltà – prosegue – stiamo rivivendo quello che è successo negli altri picchi pandemici, quando si chiudevano reparti e si aprivano posti Covid. Ancora una volta – conclude Anelli – torniamo a fare i ragionamenti che abbiamo fatto a novembre scorso e a marzo dell’altro anno. Siamo punto e a capo”.

Qualche notizia di altro tenore, a essere volenterosi, la si trova nel report integrato dell’Istituto superiore di Sanità diffuso ieri. A quanto pare – per ora – il booster funziona: la probabilità di un non vaccinato di finire in terapia intensiva – calcola l’Iss al 5 gennaio – è 25,6 volte superiore a quella di un trivaccinato, rapporto che scende a 23 per i vaccinati con doppia dose da meno di 120 giorni e a 15 per quelli da più di 120 giorni. Quanto alla protezione dal contagio, tuttavia, anche le terze dosi cominciano a evidenziare qualche prima falla, come dimostra il nuovo incremento delle infezioni tra il personale sanitario, in aumento da due settimane (+1,8 e +2,1%) dopo una lunga discesa. E cresce anche la percentuale delle reinfezioni, che sale al 3,1% del totale dei casi segnalati negli ultimi sette giorni (rispetto al +2,4% della scorsa settimana). Le persone che si sono ammalate più di una volta sono ormai oltre 36 mila.

Infine, alla vigilia della riapertura delle scuole, la situazione tra bambini e adolescenti. Le fasce di età 5-11 e 12-19 da tempo sono quelle che fanno segnare gli incrementi percentuali più significativi. Complessivamente, nel periodo fra il 20 dicembre 2021 e il 2 gennaio 2022 nella fascia di età fra zero e 19 anni sono stati segnalati 197.100 nuovi casi, di cui 832 ospedalizzati, 8 ricoveri in terapia intensiva e un decesso.

Ma se la campagna vaccinale 12-19 anni è a buon punto (circa il 75% ha completato il ciclo primario), quella 5-12 prosegue a rilento. Vaccinati solo 458.664 bimbi (il 12,55% della platea), con una punta massima del 23,6% in Puglia e una minima del 5,73% nella P.A. di Bolzano.

Goldman Sticaz

Come se non fabbricassero abbastanza cazzate in proprio, i giornaloni le importano dall’estero. Il Financial Times implora Draghi di restare a Palazzo Chigi e tutti: “Evviva evviva, l’abbiamo detto anche noi! Fino al 2023! No, fino al 2028! Anzi, meglio, a vita!”. Poi, sempre sul Ft, Bill Emmott gli dà il via libera per il Quirinale, e gli stessi che esultavano per il piano A tripudiano per il piano B: “Al Quirinale, al Quirinale, è quel che diciamo anche noi!”. Intanto l’Economist (gruppo Elkann) premia l’Italia come Paese dell’anno e tutti a spellarsi le mani: “Hip hip hurrà! Con i Migliori siamo Er Mejo!”, salvo scoprire che prima di noi i Paesi dell’Anno furono Armenia, Uzbekistan e Malawi (mai visti da Draghi se non in cartolina). Poi arriva Scholz e saluta cortesemente SuperMario: tanto basta ai nostri aruspici per arguirne che la Germania lo vuole a Palazzo Chigi in saecula saeculorum, ma contemporaneamente anche al Quirinale. E, siccome anche Macron gli fa gli occhi dolci e gli stringe la mano per 12 secondi (“oltre un minuto” per il Corriere e mezz’ora per la Questura), ne deducono che anche lui vuole imbullonarlo vita natural durante a Chigi (sicuramente più a lungo di quanto lui resterà all’Eliseo). Deduzione confermata ieri dalla frase di Manu “Draghi e Mattarella sono una fortuna”, indice della sua volontà di imbalsamare i nostri presidenti lì dove sono.

Voi vi domanderete: ma con tutti i casini che ha in casa sua, che gli frega a Macron dei nostri? Ingenui: Bresolin spiega sulla Stampa che “una crisi nel nostro Paese può ostacolare il cammino di Macron verso il bis”: è noto infatti, dalla presa della Bastiglia in poi, che i francesi prima di fare qualunque cosa chiedono il permesso agli italiani. E nella pagina accanto la Cuzzocrea rivela che “l’emergenza Covid spinge Draghi al Quirinale”: noi credevamo che un anno fa l’emergenza Covid l’avesse spinto a Palazzo Chigi ed, essendo peggiorata, lo inchiodasse lì per tentare di risolverla. Mah. A illuminarci in cotanto buio arriva una fonte super partes: la banca d’affari americana Goldman Sachs, che ebbe Draghi ai vertici nel 2002-‘05. Noi non ci dormivamo la notte: che vorrà da noi Goldman Sachs? Il responso è alfin giunto: “Goldman ammonisce l’Italia: ‘Le riforme rallentano se il premier si dimette’” (Stampa). Quindi niente, non si muove di lì. Sapete chi firma la dotta analisi? Tal Filippo Taddei, ex cervellino della sinistra Pd assurto a consigliere economico dell’Innominabile, con gli esiti a tutti noti. Mica pizza e fichi. In attesa che si pronunci il divino Otelma, torna alla mente una battuta che girava ai tempi delle leggi (finte) anti-casta: “Abolite le province, ci resta il provincialismo”.

Chiaromonte-Camus, una vita di lettere tra due “esuli” d’Algeri

“Bisogna essere stati soli e randagi per sapere il valore dell’ospitalità” scriveva Nicola Chiaromonte in una lettera indirizzata ad Albert Camus, nell’ottobre del 1945. La riconoscenza di Chiaromonte, filosofo e antifascista, nei confronti dell’intellettuale francese era sconfinata: i due si conobbero nel 1941, quando l’italiano sbarcò in Africa, ad Algeri, in fuga dalla Francia occupata dai nazisti. Chiaromonte si unì a una combriccola di giovani artisti, scrittori e giornalisti che circondavano Camus, attorno al quale si creò un’eccezionale esperienza egualitaria trainata dal teatro: fra una prova e l’altra dell’Amleto di William Shakespeare, fra questi intellettuali – perlopiù esuli – si creò un legame fortissimo, che proseguì a lungo a dispetto di eventi e distanze che pure li tennero distanti.

In lotta contro il destino, edito da Neri Pozza, raccoglie la fitta corrispondenza che Chiaromonte e Camus ebbero fra il 1945 e il 1959: un periodo nel quale i due si ricongiunsero a più riprese, negli Stati Uniti nel ‘46 e in Europa al termine della Seconda guerra mondiale, consolidando un’amicizia che traspare in modo limpido dalle lettere raccolte nel libro. Un carteggio peculiare, quello fra i due intellettuali: le lettere di Camus sono spesso enigmatiche, spicce, quasi imperscrutabili. Quelle di Chiaromonte hanno invece un approccio serissimo, con poco spazio all’autoironia e molto ai pensieri personali dell’autore, alla costante ricerca del senso della vita.

In lotta contro il destino non si compone però solo di corrispondenze inafferrabili per chi è distante dalla filosofia, ma anche di faccende e cose più terrene e umane. In una lettera datata 31 marzo 1954, Chiaromonte scriveva così all’amico della moglie Miriam, conosciuta anni prima proprio ad Algeri: “Le parlo come se avessi capito qualcosa e potessi spiegarmi. L’ultima sera, a casa sua, non mi decidevo a partire – probabilmente le sarò sembrato indiscreto. Le scriverò, caro Albert, e spero che lei sopporterà le mie chiacchiere”.

Una componente rilevante del carteggio risiede poi nelle considerazioni che i due intellettuali si scambiarono una volta rientrati nelle rispettive patrie al termine della guerra, e nelle quali faticano a riconoscersi. Così, ad esempio, Chiaromonte: “Agli italiani non piace l’intimità e alla fine, per loro tutto si riduce a regole più o meno convenzionali di comportamento. Lo so perché ero come loro – e lo sono ancora in parte: chiuso, convinto in partenza che la comunicazione porti solo ulteriore turbamento”

Canto o non canto? Dal Boss ai Rolling: incubo calendario

Il Boss, nato per correre, ha frenato di colpo. Un mese fa si erano sparse voci su concerti a Roma e Ferrara in maggio con la E Street Band, ma Springsteen ha intuito che non è ancora aria di salire su un palco. Era stato il suo chitarrista Steven Van Zandt a smorzare i facili entusiasmi. “Non esiste un piano per andare in tour, vediamo come procede la pandemia”, aveva spiegato Van Zandt a Il Fatto. Puntualmente, nelle scorse ore, sono filtrate indiscrezioni da Springsteen: tutto quasi certamente rimandato al 2023.

Il calendario è un incubo, per rockstar e idoli pop. La vecchia generazione delle leggende è per l’ennesima volta costretta a rinviare i live, o a giocare d’anticipo, come hanno fatto gli ottuagenari Rolling Stones negli Usa. Elton John è bloccato da tempo con il suo Farewell Tour: vorrebbe salutare l’Italia il 4 giugno a San Siro (biglietto Platea Gold 250 euro). L’acciaccato Ozzy Osbourne continua ad aggiornare la data del concerto bolognese: non canterà l’8 febbraio, se ne riparlerà il 12 maggio 2023. Gli incanutiti pontefici internazionali del rock sono sul punto di arrendersi sotto i colpi dell’anagrafe e della pandemia: e anche i meno anziani potrebbero vedersi cancellare dal virus gli impegni italiani nella buona stagione. Attesissimi sono Metallica, Pearl Jam, Guns ’n’ Roses, Green Day, Muse, Greta Van Fleet, Avril Lavigne, Alicia Keys. Ma chissà. Tra i colonnelli tricolore i più ottimisti paiono Edoardo Bennato, vernissage il 19 gennaio (Dal Verme di Milano) e Claudio Baglioni con il Dodici dita solo, start dall’Opera di Roma il 24. Mentre alcuni giovani eroi, come Sangiovanni, hanno già spostato da questo mese a maggio le sortite on stage. Il caos regna sovrano. Prendiamo i Maneskin: a oggi, non c’è comunicazione su eventuali riposizionamenti della data zero nei palazzetti. Suoneranno il 27 gennaio a Pesaro? Cercando biglietti su Ticketone compare la scritta “non disponibili”, mentre sono “sold out” per il resto del loro giro d’Italia, che dovrebbe ripartire in marzo (compresi i doppi show previsti a Roma e Milano nel dicembre scorso e ricollocati in questa stringa) verso l’apoteosi del 9 luglio al Circo Massimo. Sull’area archeologica capitolina in pandemia cresce la gramigna: vi faranno finalmente tappa Vasco Rossi e Ultimo con i megaset formato stadio? E in mancanza di sfere di cristallo come ci si regolerà per la capienza? Enigmi che attanagliano altri big con la valigia in mano come Gianna Nannini, i Subsonica, Cremonini, Achille Lauro, Marracash, Mannarino, Caparezza, Coez. O Jovanotti alle prese con una seconda “spiaggiata” del kolossal Jovabeach, e Zucchero per le sue repliche all’Arena. O ancora Ligabue il 4 giugno davanti ai 150mila del Campovolo, dove una settimana dopo approderanno le ladies di Una. Nessuna. Centomila. Ma se i superartisti fanno i conti con carriere stoppate sulla pista di decollo o con problemi all’atterraggio, il cuore della crisi è nella parte della filiera che opera nel backstage, o che gestisce piccoli eventi. E che si è vista cancellare dalle nuove disposizioni governative pure i veglioni di San Silvestro. Prima del covid la musica dal vivo in Italia valeva, con l’indotto, 1,8 miliardi di euro.

Gli stop infiniti del 2020 avevano causato perdite del 97%; nell’anno appena trascorso, con i palliativi del pubblico distanziato, del 93%. Su 250mila lavoratori ne sono rimasti attivi la metà: molti hanno puntato dritto sull’indennità di disoccupazione. “Siamo al collasso, non sono professionalità che si improvvisano. Tecnici di suono e luci, allestitori dei palchi, autisti, facchini, bodyguard sono essenziali per la qualità dell’evento e della sicurezza”, ammonisce Vincenzo Spera, presidente di Assomusica. Gli stati generali dell’impresariato dovrebbero riunirsi giovedì 13, dopo aver valutato le prossime misure istituzionali su mascherine, Pass e percentuali di capienza di palazzetti e stadi, per lo scenario al dopo 15 gennaio. “Chiederemo la prosecuzione della cassa integrazione in deroga, nuovi ristori e linee guida per la certezza dell’operatività”, anticipa Spera, che valuta una lettera aperta alle altre associazioni settoriali per “creare un consorzio” votato a una strategia e una manifestazione unitaria. Per ora acquistare un biglietto per un live in estate è un terno al lotto: poi magari ti resta in mano un voucher valido sino a fine 2022, e se sei di bocca buona andrai ad applaudire qualche beniamino alternativo. O forse spenderai altri soldi per uno streaming online, dal vivo sul divano.

94 anni da Oscar, Poitier. Obama lo ha “medagliato”

Addio a Sidney Poitier. Il primo attore afroamericano, e il primo delle Bahamas, a vincere l’Oscar, se n’è andato a 94 anni. Lascia la propria immagine, bellissima, in opere di successo quali Indovina chi viene a cena di Stanley Kramer e La calda notte dell’Ispettore Tibbs di Norman Jewison, entrambe del 1967, e una dimensione irriducibile al puro cinema, di cui fu peraltro una delle massime star: pioniere hollywoodiano, insieme ad Harry Belafonte, per i neri, icona progressista, attivista antirazzista, è stato, ed è, un simbolo. La sua morte è stata annunciata ieri dal ministro degli Esteri delle Bahamas, Fred Mitchell, con il primo ministro Chester Cooper che saluta “un tesoro nazionale”. Nato a Miami il 20 febbraio 1927 – i genitori bahamensi erano in Florida per vendere pomodori –, crebbe alle Bahamas, allora colonia britannica, in povertà, tornando negli Usa a 15 anni, dove dopo alcuni umili lavoretti servì brevemente nell’esercito.

La vocazione attoriale ha un apprendistato, altisonante: l’American Negro Theater di Harlem. Sidney non è ammesso, ma non molla: lavora duro, anche all’accento, finché non viene accolto, complice l’indisponibilità di Belafonte.

Broadway è dietro l’angolo, Poitier si fa notare e il cinema è il passaggio successivo: il primo film è sintomatico, seminale, sia nel titolo originale, No Way Out, che in quello italiano, Uomo bianco, tu vivrai!. 1950, sceneggiatura e regia del glorioso Joseph L. Mankiewicz, Poitier vi guadagna 7.500 dollari e un’ipoteca sul futuro: chirurgo nero chiamato a curare due fratelli bianchi banditi, si troverà alla mercé del superstite, fanatico razzista (Richard Widmark), impostando in termini di sensibilità personale e riconoscibilità pubblica l’identikit del nero giudizioso, valente e, di più, prevalente. Non si tratta di politica, sebbene l’apartheid sotteso al successivo Piangi mio amato paese ne indirizzerà l’attivismo, ma di virtù attoriale spesa nella necessità, ovvero nella penuria di ruoli per interpreti afrodiscendenti: Poitier è cartina al tornasole, exemplum in fieri, sopra tutto, più bravo degli altri, complice un fisico e un volto che non si dimenticano. Ne è perfettamente consapevole: “Ho fatto film quando l’unico altro nero nel lotto era il lustrascarpe, come alla Metro-Goldwyn-Meyer”, dichiarò a Newsweek nel 1988. E che non fosse il nero buono per tutte le stagioni, ma solo per quelle riottose lo dice Il seme della violenza (Blackboard Jungle, 1955) di Richard Brooks, dove incarna uno studente ribelle. Con Brooks due anni dopo fa Qualcosa che vale, con Kramer La parete di fango (1958), con Ritt e Walsh nel 1957 rispettivamente Nel fango delle periferia e La banda degli angeli: il fango ricorre, ma il minimo comune denominatore è la questione razziale, e la silhouette di Poitier evoca la sineddoche.

La statuetta sta per arrivare, ma le spalle del gigante su cui prenderanno posto i Denzel Washington, i Morgan Freeman, i Samuel L. Jackson, i Will Smith, i Jamie Foxx, i Maershala Ali, o il compianto Black Panther Chadwick Boseman, si vedono già, irrobustite da Porgy and Bess di Otto Preminger e, ambientato nella Chicago segregazionista, Un grappolo di sole. 1964, l’Academy Award, quale attore protagonista, per I gigli del campo di Ralph Nelson: un premio alla carriera o, meglio, all’insieme dell’opera fin lì, giacché il film è modesto, però la trama insolita, con il nostro, operaio, che aiuta un gruppo di suore tedesche a costruire una chiesa nel deserto dell’Arizona. Una pia parentesi, il mondo là fuori è brutto, la censura morde, ancora una volta: Incontro al Central Park, il bacio tra Poitier e la bianca coprotagonista Elizabeth Hartman è stralciato a beneficio degli spettatori, razzisti, del Sud.

Il 1967 lo vede sugli scudi: L’ispettore Tibbs, sebbene agli Oscar vincano tutti – dal film a Rod Steiger – tranne lui, nemmeno nominato, e Indovina chi viene a cena, con rinnovato voltaggio interrazziale. Mentre l’America cavalca i diritti civili, Sidney scarta e passa alla regia, trovando in Bill Cobsy e, ancor più, Gene Wilder il proprio beniamino davanti alla macchina da presa: il carcerario Nessuno ci può fermare (1980), con lo stesso Wilder e Richard Pryor, è il vertice. Negli anni Ottanta e Novanta il progressivo ritiro dal set, sei i figli da due mogli e 23 i parenti scomparsi durante l’uragano Dorian del 2019, quindi il Cavalierato, l’esperienza da ambasciatore delle Bahamas all’Unesco e in Giappone, le stimmate stabili dell’antesignano – il secondo attore a vincere una statuetta, Louis Gossett Jr. non protagonista per Ufficiale e gentiluomo, arrivò solo nel 1983, 38 anni dopo… – e le mostrine dell’Academy Award onorario nel 2002.

Dopo la morte di Kirk Douglas era il più anziano premio Oscar vivente, nel 2009 aveva ricevuto da Obama la Medaglia Presidenziale della Libertà, ora gli spetta il cordoglio di Hollywood, costretta dopo Peter Bogdanovich a congedare un altro pezzo da novanta in questo scorcio di 2022. Trailblazer, lo piangono, e pioniere Sidney Poitier era.

 

Per pagare gli avvocati il principe vende chalet

Il principe Andrea ha trovato un acquirente per il suo chalet a Verbier, sulle Alpi svizzere. Secondo quanto riportano i tabloid britannici, il duca di York sarebbe stato costretto a vendere l’abitazione a un misterioso milionario, per una somma superiore ai 17 milioni di sterline, per poter pagare le spese legali della vicenda che a New York lo vede imputato per presunti abusi sessuali ai danni di Virginia Giuffre. Andrea, secondo il Sun sarebbe fiducioso di poter completare presto la vendita del lussuoso chalet. Ma, prima di tutto, il terzogenito della regina Elisabetta dovrà risarcire Isabella de Rouvre, la donna che gli prestò i soldi per l’acquisto dell’immobile e che poi, un anno e mezzo fa, lo ha citato in giudizio per 7 milioni di sterline.

Capitol Hill, un anno dopo: Sky racconta le fratture sociali Usa

“6 gennaio 2021: il mondo assiste sbigottito alle proteste di Capitol Hill. Ma è stato davvero un evento così sorprendente? Oppure gli Stati Uniti mostrano da tempo i segni di una pericolosissima frattura sociale e di una spiccata contrapposizione politica?”. Sky Tg24 lo racconta con ‘America Contro’, nuovo programma in onda dal 9 gennaio ogni seconda domenica del mese alle 19.30, disponibile on demand e sul sito skytg24.it. Un ciclo che guiderà il pubblico di Sky Tg24 attraverso una conoscenza più approfondita e dettagliata della società Usa.