Decine di voci che si affastellano, concordi o contrarie, in un caos in parte simile a quello dell’anno scorso e in parte inedito: il ritorno in classe dopo le vacanze di Natale sarà la prova del nove di un Paese spaccato sulla scuola nel pieno dell’aggravarsi dei contagi. In pochi giorni si conosceranno le conseguenze della decisione del governo e del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, ormai ribadita più volte – e ora suffragata dal fatto che nessun Paese europeo ha sinora chiuso le scuole – di riaprire e tornare alla didattica a distanza solo in presenza di determinate situazioni, differenziate per classe. Tradotto: si vedrà quante classi finiranno dritte in Dad e quante andranno in confusione. Intanto le associazioni dei presidi stimano già 17 mila studenti e 10 mila docenti assenti (tra malati e non vaccinati) solo nel Lazio, mentre i sindacati chiedono maggiore certezza.
Ieri il ministro ha incontrato le sigle per le spiegazioni sulla circolare, domani è previsto un nuovo tavolo. Il Tar ha chiesto al presidente della Campania, Vincenzo De Luca, di avere i dati su cui si è basata la sua decisione di non riaprire le scuole, impugnata dai genitori e in procinto di esserlo dal governo. In Sicilia si è ritardata l’apertura di tre giorni, in Calabria i sindaci si muovono in direzioni diverse. In Puglia il presidente Michele Emiliano è preoccupato ma esclude chiusure perché ad agosto è stato emanato un decreto che impedisce di derogare alle decisioni se non si è in zona rossa. “Già in queste ore il numero di studenti positivi in alcune scuole ha raggiunto l’ordine delle centinaia e ciò rende quasi impossibile attuare le procedure previste”, ha detto Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi. “È molto improbabile che il sistema sanitario, nonostante il supporto delle farmacie, possa smaltire tempestivamente l’enorme carico di lavoro”. Le nuove regole prevedono il canale privilegiato per i tamponi degli studenti che potranno essere effettuati gratis in farmacia o nelle strutture sanitarie grazie a 92 milioni stanziati dall’ultimo decreto.
Ecco come funzionerà il rientro secondo la nota di ieri: sino a 6 anni, con “un caso di positività” si sospende la didattica della classe per 10 giorni e si rientra con test negativo. Alle elementari gli alunni restano in presenza con un solo positivo in classe e si raccomanda di consumare il pasto a una distanza interpersonale di almeno 2 metri. È previsto un test rapido o molecolare prima possibile dal momento in cui si è stati informati e poi a 5 giorni. Se i casi sono due, si va in Dad per 10 giorni. Alle medie e superiori si continua in presenza ma con l’obbligo di indossare la Ffp2 per 10 giorni e mangiando a scuola solo se c’è una distanza di almeno 2 metri mentre da 2 positivi in classe in su tutto cambia a seconda della presenza o meno di vaccinati. Gli alunni senza le prime 2 dosi di vaccino o che lo abbiano concluso da più di 120 giorni (o guariti da più di 120 giorni) e ai quali non sia stata somministrata la dose di richiamo, andranno in Dad per 10 giorni. Gli studenti che lo abbiano concluso potranno proseguire in presenza con l’obbligo di indossare Ffp2 per almeno 10 giorni. Tutto in regime di “auto-sorveglianza” e con l’onere di dimostrare la situazione vaccinale lasciato all’alunno perché l’istituzione scolastica è abilitata per legge a verificare, specificano per evitare accuse di violazione della privacy. Ma le scuole, denunciano i presidi, sono ancora in attesa di ricevere le annunciate forniture di Ffp2 dalla struttura commissariale, mancano i dati delle classi in Dad, del personale sospeso, di dipendenti e alunni in quarantena. Il presidente del Veneto Luca Zaia chiede lumi del Comitato tecnico scientifico: “Abbiamo davanti un ‘calvario’: penso sia fondamentale un’espressione del Cts, che inspiegabilmente ancora manca”. Eppure, come ha detto al Fatto l’ex coordinatore Agostino Miozzo, l’anno scorso si riuniva quasi ogni giorno.
I PARERI
La preside “Servivano 15 giorni in dad per vaccinare ancora più studenti”
“La situazione peggiora di ora in ora. Oggi (ieri per chi legge, ndr) il ministero dell’Istruzione ci ha inviato la circolare con le nuove modalità di gestione dei casi di positività: un motivo in più per rinviare il rientro di due settimane”. È lapidaria Laura Biancato, preside della scuola secondaria di secondo grado “Einaudi” di Bassano del Grappa (Vicenza), tra le promotrici dell’appello al premier Mario Draghi e al ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi (firmato da 2.500 colleghi) per chiedere la Dad fino a fine gennaio. La dirigente scolastica è molto preoccupata: “I positivi aumentano tra i ragazzi ma anche tra i docenti. Nella mia scuola avrò il 12% di assenti e farò fatica a trovare supplenti. Tra l’altro, se prima i docenti asintomatici erano in regime di quarantena e potevano fare lezione da casa con i ragazzi in Dad, ora sono in malattia e non possono fare nulla”. Ma non basta: “Le vaccinazioni vanno a rilento. Servivano 15 giorni per aumentare gli studenti con la dose anti Covid”, conclude la preside.
L’insegnante “Fare tutto il possibile per garantire didattica in presenza”
Lorenzo Bocca, non è solo un docente di tecnologia all’Istituto comprensivo di Pizzighettone (Cremona) ma anche un architetto che ci tiene a dire la sua facendo riferimento alle proprie competenze: “Oggi le condizioni per tornare in classe non sono più quelle di settembre: è chiaro che sono peggiorate, ma dobbiamo fare il possibile per ripartire in presenza perché la didattica a distanza non è scuola”. Bocca domani tornerà in classe, felice di rivedere i suoi alunni ma anche preoccupato per la totale assenza di tutele per evitare di contagiarsi. Un sì con qualche condizione: “Finora si è puntato tutto sui vaccini, dimenticando l’importanza dell’areazione nelle classi. Le nostre aule con 25-28 studenti sono insalubri. Lo erano già prima del Covid ma nessuno ha pensato di risolvere questo problema. Nella mia provincia, un piccolo comune come Madignano ha realizzato un impianto di ventilazione forzata. Ora mi chiedo: se l’hanno fatto in una realtà di tremila abitanti perché non si può fare ovunque?”.
La mamma “Non si risolve l’emergenza chiudendo sempre e solo le classi”
“I danni di 15 giorni di didattica a distanza – come propongono molti presidi – sono maggiori di una presenza mal organizzata. Non si può pensare di risolvere i problemi chiudendo sempre, per prima, la scuola”. Costanza Margiotta non vuol saperne di lezioni online. Mamma di due bambini, docente universitaria a Padova e membro del comitato “Priorità alla scuola”, ha le idee chiare: “Si abbassino le saracinesche a ristoranti e bar ma non alle aule”. Margiotta non nasconde i problemi ma chiede che si faccia lezione risolvendoli: “In treno e al supermarket mi hanno dato le Ffp2, non vedo perché non debbano essere consegnate a tutti gli alunni”. Sulla carenza di personale spiega che “il Covid ha colpito anche gli infermieri, ma non hanno chiuso gli ospedali”. Margiotta ricorda che l’ordine degli psicologi della Toscana ha lanciato un appello perché si torni in classe evitando altri danni ai ragazzi dopo quelli subiti nel 2020 quando sono rimasti a casa per mesi.