Il Cdm: schiaffi a Salvini e carezze per Trump

Il primo Consiglio dei ministri non aveva, ovviamente, molta carne al fuoco, però tra gli “avanzi di magazzino” gialloverdi il nuovo governo ha deciso di usarne due decisamente simbolici: il primo è uno schiaffo a Matteo Salvini per interposto governatore; il secondo una promessa fatta a Donald Trump dal precedente esecutivo e confermata dal nuovo, peraltro sempre guidato dall’amico “Giuseppi”.

Veniamo al primo provvedimento. Si tratta della decisione del governo di impugnare davanti alla Corte costituzionale alcuni articoli di una legge di inizio luglio della regione Friuli Venezia Giulia, guidata dal leghista Massimiliano Fedriga, “in quanto numerose disposizioni sono risultate eccedere dalle competenze statutarie della Regione” (così il comunicato di Palazzo Chigi). Nel mirino dell’esecutivo – e in particolare del neoministro per gli Affari regionali Francesco Boccia (Pd) – sono finite norme in materia ambientale (dai parchi alla caccia alla valutazione d’impatto) che “violano la competenza esclusiva statale” così come altre nei settori della sanità e del pubblico impiego. Sono però le norme bocciate sull’immigrazione a esser parse come uno schiaffo a Salvini: “Appaiono discriminatorie”, si legge nel comunicato e l’effetto, probabilmente involontario, è di un cambio di segno politico nel governo.

Quanto ai migranti si tratta di due disposizioni: lo spostamento di fondi dal sostegno abitativo ai rimpatri (competenza esclusiva dello Stato) e il vincolo di destinare gli incentivi occupazionali solo a chi assume persone residenti da almeno 5 anni nella Regione (che è discriminatorio anche rispetto ai cittadini italiani). Ovviamente Boccia, essendo ministro da dieci minuti, non ha avuto il tempo di istruire la pratica: i cosiddetti “motivi di impugnabilità” sono stati elaborati dai tecnici del ministero (con quelli del Viminale e dello Sviluppo) ancora in epoca gialloverde.

Certo, l’istruttoria non è nulla: non è dato sapere se la precedente ministra per gli Affari regionali, la leghista veneta Erika Stefani, avrebbe poi portato avanti la pratica e cosa eventualmente avrebbe deciso il Consiglio dei ministri. Di certo c’è che Fedriga non l’ha presa bene: “Sono felice di dare fastidio a questi traditori. È una vergogna: 5 Stelle e Pd hanno già partorito il governo dell’immigrazione selvaggia”. A Salvini non è parso vero di ributtarsi sul suo argomento preferito: “Indovinate di cosa s’è occupato il primo Consiglio dei ministri? Guarda un po’, di immigrati”. Boccia, invece, smorza le polemiche: “Si tratta di un’attività ordinaria, oserei dire anche banale: c’era una legge regionale che violava una serie di norme, i termini per impugnarla scadevano domani, la Regione Friuli solo ieri sera ha scritto che avrebbe scelto di adeguarsi, ci auguriamo che lo faccia”.

La seconda decisione del Consiglio dei ministri invece, come detto, è una cambiale che andava pagata a Donald Trump e si doveva farlo subito: mettere i bastoni tra le ruote all’avanzata delle società cinesi di Tlc nell’internet della prossima generazione, il 5G. Washington pretendeva lo stop a tal punto che a fine luglio l’ambasciatore in Italia Lewis Eisenberg aveva convocato Luigi Di Maio a Palazzo Taverna per sollecitarlo a prendere provvedimenti e, non soddisfatto delle parole dell’allora ministro dello Sviluppo, s’era precipitato pure a Palazzo Chigi da Giancarlo Giorgetti.

Ecco, ieri Trump e Eisenberg sono stati accontentati: il governo ha esercitato il cosiddetto “golden power” nei confronti di Vodafone, Wind e Fastweb – sottoponendo a condizioni i loro accordi per l’acquisto di beni e servizi 5G con le cinesi Huawei e Zte – e pure sui progetti di Tim e Linkem. La decisione andava presa in fretta: il golden power era stato introdotto, su pressioni statunitensi, con un decreto dell’11 luglio che però verrà lasciato scadere (il 9 settembre) per recuperarne i contenuti in altri veicoli legislativi. Prima che le norme “spirassero”, però, gli Usa pretendevano che venissero messi sotto controllo gli affari italiani di Huawei e Zte: fatto.

Il Commissario Ue sarà Gentiloni, scontenti molti 5S: “Regalo al Pd”

Il dem che più faceva muro all’accordo giallo-rosa ha avuto la poltrona che pretendeva, e anche per questo ostentava gelo per l’abbraccio tra gli opposti. E se tutto andrà come deve potrà guarnirla con la delega di maggior peso in Europa, quella agli Affari economici. Come previsto, Paolo Gentiloni sarà il Commissario europeo per l’Italia. Un incarico per cui l’ex presidente del Consiglio e ministro riceve su Twitter i complimenti perfino da Matteo Renzi, con cui era stata guerra evidente fino a qualche giorno fa, quando proprio l’ex segretario lo aveva accusato di aver provato a far saltare l’intesa tra dem e 5Stelle. Ora tutto sembra perdonato nel nome del nuovo assetto, e Gentiloni ringrazia volentieri Renzi, segnando il disgelo. Ma l’ex premier scambia tweet affettuosi anche con Enrico Letta e Carlo Calenda, insomma con le anime più diverse del Pd. E anche questo irrita pezzi del Movimento, mette in circolo tossine. Perché la sua nomina a tanti 5Stelle pare la prova incontestabile che il M5S è stato sconfitto nella partita delle poltrone. Così urlano al dono al “sistema”. Rumoreggiano, per il Gentiloni che stamattina a Bruxelles incontrerà la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen per provare a incassare la pesante delega agli Affari economici: e se difetta in competenza, dicono nei palazzi europei, il dem potrà compensare con il curriculum da ex premier per riuscire a prendere il posto del francese Pierre Moscovici.

Di certo sarà commissario e con una delega importante (ballano anche Concorrenza e Commercio). Una poltrona che può essere cruciale per il governo giallo-rosa. Ma diversi 5Stelle non ci stanno. A cominciare da quelli che a Bruxelles sono stati eletti, gli eurodeputati. E il primo della fila è il siciliano Ignazio Corrao, per anni vicinissimo a Luigi Di Maio, con cui però è stato scontro quando il capo politico impose cinque donne, esterne, come capilista alle Europee. Così ieri Corrao colpisce duro: “Complimenti a chi ha negoziato le posizioni di governo per il Pd. Economia, Commissario Ue e Affari europei e anche tutti i ministeri strategici per il Sud (agricoltura, infrastrutture, sanità, sud). Dove noi prendiamo i voti”.

Un’accusa al Di Maio che secondo tanti grillini ha sbagliato molto al tavolo della trattativa, tutelando “solo se stesso e pochi uomini di sua fiducia” come sibila un 5Stelle di rango. Così su Facebook protesta anche un altro eurodeputato, il lucano Piernicola Pedicini: “Non riconosco più il mio Movimento, siamo costretti ad assistere inermi alla consegna dell’Italia al Pd in Europa e ai signori dell’austerità, a quelli che hanno messo in ginocchio le nostre piccole e medie imprese”.

E dietro c’è anche una rabbia che montava da settimane. Perché il gruppo in Europa chiedeva di essere consultato sul nome da indicare alla Ue e, magari, che fosse scelto tra uno di loro. Ma da Roma nessuno li ha ascoltati, raccontano. Neanche quando hanno fatto filtrare che, anche per il ministero degli Affari europei, un eurodeputato avrebbe avuto le giuste competenze. E invece niente. Ma anche un veterano come il deputato Andrea Colletti dice no: “L’indicazione di Gentiloni come commissario Ue è il primo, si spera uno dei pochi, errori del nuovo governo. Spero che i nostri ci spieghino il perché di tale decisione e cosa non ha funzionato negli accordi”. E ovviamente c’è anche il tema di chi è rimasto fuori. Perché per il M5S siciliano, quello con più voti in pancia, è inaccettabile l’esclusione dal governo del capogruppo in Regione Giancarlo Cancelleri, che molti davano come ministro al Sud. Invece quel dicastero ora è dei dem. E non ha fatto certo piacere a Corrao.

Come non è un caso che su Twitter gli abbia risposto il consigliere regionale lombardo Dario Violi. Irritato, perché l’unico ministro della Lombardia è un dem (Lorenzo Guerini), mentre il 5Stelle Stefano Buffagni è rimasto fuori: “Con 10 milioni di abitanti e il 23% del Pil non potevamo rischiare di metterne uno anche nostro a rappresentarci”, ironizza. Senza sorridere.

Adotta un leghista

Nell’ultimo mese ho visto cose che voi umani nemmeno in una vita. Ho visto un energumeno da spiaggia chiedere i pieni poteri e poi perdere quelli che aveva dandosi un calcio in culo da solo. Ho visto un prof. avv. con la pochette a quattro punte brutalizzarlo in Senato come neppure Er Canaro. Ho visto 945 parlamentari rientrare dalle ferie appena iniziate con l’abbronzatura a strisce o a macchia di leopardo. Ho visto Renzi finire i pop corn e ingozzarsi di Pan di (5)stelle. Ho visto il direttore del Verano Illustrato strillare per mesi al ritorno del Duce e poi bivaccare in tv tutto funereo perché la rimarcia su Roma è rinviata a data da destinarsi. Ho visto Repubblica titolare “Voto subito (ma c’è chi dice no)” come la compianta Padania. Ho visto Giuliano Ferrara elogiare il Conte-2 e, ciononostante, nascere il Conte-2. Ho visto i giornaloni trasformare Conte da burattino a burattinaio. Ho visto Mattarella attendere pazientemente Rousseau. Ho visto il Pd vincere le sue prime elezioni dopo 13 anni, ma fra gli iscritti a un altro partito. Ho visto il bibitaro Di Maio, dato per defunto da tutti, mettere nel sacco i professionisti della politica e far loro ingoiare Conte, Fraccaro, Bonafede e se stesso, per giunta agli Esteri. Ho visto uno del Pd, Orlando, rinunciare a una poltrona da ministro.

Ho visto un Grillo battersi come un leone per fare un governo con chi gli disse “Se vuoi fare politica, fonda un partito e vediamo quanti voti prendi”. Ho visto il Cazzaro Verde scaricato da Trump e pure da Orbán, che gli preferiscono “Giuseppi” (nel senso di Giuseppe-1 e Giuseppe-2). Ho visto gli spiaggiati del Papeete passare dai selfie e i mojito con Matteo ai vaffa e ai pernacchi a Matteo. Ho visto mezzibusti e dirigenti Rai molto digitali mettere i like su Facebook a Salvini e poi informarsi in giro se i like si possono cancellare. Ho visto una telegiornalista ottenere un programmino Rai perché era in quota Lega e poi perderlo perché è in quota Lega. E ho visto Salvini che implorava i fan di chiamarlo ancora ministro (onorario? emerito?). A quel punto mi sono intenerito. I leghisti in erezione da up erano un filino inquietanti. Ma ora, in ammosciamento da down, costretti a cercarsi un lavoro e qualche hobby per il tanto tempo libero, fanno pena. I telefoni non squillano, i like scarseggiano, gli inviti in tv e a cena si assottigliano, le interviste diventano frasette liofilizzate in fondo al pastone dei tg. E chi prima millantava di conoscerli ora finge di non conoscerli. No, non può finire così. Il Fatto, sempre dalla parte dei più deboli, lancia la campagna “Adotta un leghista”. Se lo abbandoni in autostrada, il bastardo sei tu.

Una regina-server di nome Turandot

Nessun dorma! A fare da monito contro le insidie del web arriva l’antica vicenda di Turandot, raccontata da Carlo Gozzi e resa immortale da Giacomo Puccini, ora trasformata dal compositore Raffaele Sargenti in una “fiaba futuribile” per parlare del complesso rapporto tra i giovani, internet e la tecnologia, senza tralasciare il delicato tema del potere economico e politico legato al possesso dei dati personali. Turandot.com – nuova produzione su libretto e musica dello stesso Sargenti, andata ieri in scena a Città di Castello per il Festival delle Nazioni – è infatti incentrata su un server-regina che possiede i dati di tutti i suoi sudditi, con potere e controllo illimitati, in un mondo dove le persone ormai non si incontrano quasi più e interagiscono solo virtualmente. All’interno di questa nuova dimensione il principe Calaf, giovane e incallito gamer, trascorre intere giornate in sessioni di giochi online, al punto di non accorgersi neanche dell’amore di Liù, studentessa di programmazione informatica. La loro storia potrà sbocciare solo quando i due finalmente si incontreranno dal vivo.

Turandot.com parla insomma della dipendenza da internet, diventata una realtà parallela dominata dall’ossessione per i like. Sulla scena anche un coro di ragazzi, nei panni del Popolo di Pechino, che sembra subire in modo acritico il fascino della tecnologia e ne continua a tessere le lodi. A differenza di Calaf, completamente perso dentro la realtà virtuale, Liù è un’adolescente che questa tecnologia la vuole studiare e vuole mantenere un atteggiamento critico. E Turandot? La regina del web resta fuori dal palcoscenico per tutta la durata dell’opera, ma è come se fosse sempre presente, il suo nome è costantemente ripetuto in codice “binario-musicale”.

Essenziale la scena ideata dal regista Tony Contartese: pavimento e pareti bianche per far spiccare monitor accesi e riquadri, oggetti che richiamano la moderna ossessione per l’inquadratura e il selfie. Quanto alla musica, melodie e bit sembrano aver trovato il modo di convivere, ma Sargenti è riuscito a elaborare anche parte del materiale di Puccini facendolo passare dentro un futuristico software di programmazione, riconsegnando al pubblico sonorità familiari. Se la vocalità di Calaf e Liù ricorda il parlato rapido e il balbettio che pervade le nuove generazioni, il Popolo di Pechino si esprime con un linguaggio più semplice e accessibile. Per questo ruolo, infatti, il progetto commissionato dal Festival ha coinvolto ragazzi del coro dell’Associazione Octava Aurea e dell’Istituto comprensivo Albero Burri di Trestina, anche con l’obiettivo di sensibilizzarli sui delicati temi tecnologici. Lo spettacolo ha già interessato appassionati di tecnologia e nerd: il compositore è stato infatti invitato a presentarlo a Firenze al Festival di Wired il prossimo 29 settembre.

Non di soli selfie vive l’influencer. Anche di conferenze stampa

Al piercing: “Sarai una mamma supercool, i tuoi follower saranno fieri per quanto sei coraggiosa”. Da piccola: “Mamma, mi filmi?”. Confessione: “A scuola non capivo quale era il mio talento”. Cazzimma cremonese, destinatario l’ex socio Riccardo Pozzoli: “Nessuno ha creato me se non me stessa”. Women’s empowerment: “Non ti serve un uomo per fare tutto questo”. Sogno (o son desta): “Cadere nel vuoto”. Chiara Ferragni, che parla in terza persona in ossequio alla “Chiara che vorrei”, sconfina al Lido: la promessa del documentario sui suoi primi trentadue anni, diretto da Elisa Amoruso, è Unposted, e qualcosa che la fashion blogger da diciassette milioni di follower non posti esiste davvero? Siamo influencer, oltre ai selfie c’è di più. Dal 17 al 19 settembre in sala, in Mostra ad asfaltare mediaticamente i nativi cinematografici, inquadra con agio e agiografia una ragazza “ossessionata dal non lasciare un segno nel mondo”: ce l’ha fatta, e anche ai nostrani cinematografari può insegnare qualcosa, innanzitutto, come affrontare una conferenza stampa. Non con ciancicata indolenza o strafottenza “autoriale”, ma con professionalità anglosassone: autopromozione, oh yes. Le cose belle del doc sono due: il damo di compagnia Fedez che, dinnanzi al castelletto con aria condizionata in cui vivono i di lei cagnini, chiede a Paris Hilton: “Ci paghi l’Imu?”; la prima macchina fotografica digitale – l’adolescente Chiara ci scatta 500 foto in poche ore con sommo sbigottimento paterno: “Ma che ci farai mai?” – le viene dalla raccolta punti Esselunga. E già tutto lì: il brand creò la Ferragni. Favorevole, e che doveva dire?, all’occultamento dei “mi piace” di Instagram, la lotta al cyberbullismo per futura missione, Leonardo DiCaprio per pena del contrappasso (ne era fan), Chiara giura: “Politica? Mai”. Avrebbe solo da perderci, conto corrente in primis. Lucrecia Martel ritira il premio Bresson, il doc Life As a B-Movie rispolvera l’erranza panica – X Mas, Castro, Celentano e le donne – di Piero Vivarelli, Placido svela all’Adnkronos il cast del suo Caravaggio: Bellucci, Garrell e Scamarcio Merisi, ma il Lido è solo Ferragni: “I post? Tutto in meno di cinque minuti, non c’è troppo pensiero”. Ecco.

Incompiuto ma sempre Miles: esce l’album inedito del 1985

Esce domani l’album perduto di Miles Davis Rubberband, registrato poco dopo la firma con la Warner, nel 1985. L’idea geniale è del nipote Vince Eilburn Jr., andato a ripescare i preziosi nastri del progetto incompiuto e a completarli insieme ai produttori originali Randy Hall e Zane Giles, trentaquattro anni dopo la registrazione negli Ameraycan Studios di Los Angeles. Vince aveva suonato la batteria in alcune tracce durante la session con lo zio Davis e ha deciso di “ricostruire” la struttura delle canzoni. Quando Miles lasciò la Columbia records dopo trent’anni – c’è chi dice per questioni di soldi e chi per la presunta rivalità con Wynton Marsalis –, aveva appena concluso You’re Under Arrest. Il disco è stato un tentativo parzialmente riuscito di portare nel repertorio alcuni standard pop di grande qualità, quali Time After Time di Cyndi Lauper o Human Nature, portata al successo da Michael Jackson oltre a un feauturing di Sting. Il risultato non fu del tutto eccellente, ma il solco della svolta era tracciato e così iniziarono le registrazioni di Rubberband con un sound decisamente più r’n’b e funky. Qualcuno sostiene che Miles volesse diventare crossover e puntare alle classifiche di Billboard e ai passaggi radiofonici, in realtà la coerenza del jazzista moderno per antonomasia seguiva l’evoluzione iniziata da lungo tempo, cambiando la sua pelle per aggiungere alla sua musica qualsiasi contaminazione con largo anticipo rispetto ai colleghi. Il suo fiuto di cambiare direzione è stata la sua vera cifra stilistica sin dai tempi di Bitches Brew del 1970, l’inizio della fusion per come la conosciamo oggi. Visionario e determinato a oltrepassare ogni frontiera della musica popolare, Davis fece di Rubberband il suo omaggio al funk e al groove degli anni magici del boom della disco. Davis suona la tromba e le tastiere con l’ausilio dei musicisti Adam Holzman, Neil Larsen, Wayne Linsey, Steve Reid e Glen Burris, oltre al nipote. L’incursione nel pop inizia con Rubberband of life (feat. Ledisi), un’ode al periodo d’oro dell’r’n’b con innesti funkettoni; ha un ritmo a cavallo tra hip hop e disco, è fruibile e danzereccio quanto basta e sorprendentemente attuale. This Is It ha un beat possente: un mix di Kid Creole e Grandmaster Flash. Il suono di Miles è filtrato, distorto, disturbato e affievolito eppure così terribilmente inquietante ed intrigante. A metà brano il sound è impalpabile e quasi sovrumano, mette davvero i brividi. Paradise feat. Medina Johnson inizia quasi come un brano qualsiasi di Rei Momo di David Byrne salvo poi svilupparsi con un beat stiloso e coretti à la David Bowie, periodo Young Americans. Atmosfera di grande libertà e virtuosismi, esattamente l’opposto di So Emotional feat. Lalah Hathaway, ballad abbastanza banale. L’attacco di Give It Up è puro aceed funk con un gran basso in prevalenza e virtuosismi degni dei Weather Report. Maze – dall’incedere lento e strutturato – è la traccia che suona più demo, sound anni ottanta e tocco di inquietudine grazie ai synth vintage. I Love What We Make Togheter feat. Randy Hall è un gran pezzo r’n’b influenzato probabilmente da George Benson e molti artisti dance anni novanta, da Narada a Whispers a Shalamar. Echoes In Time/The Wrinkle è la traccia più malinconica e meditativa: parte in sordina – quasi acustica –, per trasformarsi in una jam session fulminata e corposa. La title-track ha un synth tipico anni ottanta grezzo e inascoltabile.

La chitarra sembra rubata ai Police di Andy Summers. Rubberband venne accantonato in favore di Tutu, album che oggi potremmo definire il suo fratello gemello o una sua lieve evoluzione. Dal bebop al cooljazz, dall’hard bop al rockjazz, Miles incarna nel suo Dna la stella polare per ogni grande artista jazz cresciuto con lui e dopo di lui. E pensare che sua madre avrebbe voluto regalargli un violino…

Su con la vita: fa schifo, ma è peggio l’alternativa

Il formidabile Howard Jacobson è tornato (e già questo incipit, dopo aver letto uno dei suoi libri pieni di sarcasmo e sottigliezza, suona come il titolo di un manifesto del circo che sponsorizza il numero di un clown), con un romanzo dal titolo sardonico: Su con la vita (La Nave di Teseo). Lo scrittore di Manchester più corrosivo e divertente che esista ha messo al mondo una creatura chimerica: una storia d’amore in cui ogni pagina stilla avversione.

“Ero più uomo io di tutti gli uomini che ho avuto”, dice la vecchia bisbetica protagonista di questo lungo, nevrotico racconto, al termine di una vita popolata di uomini deludenti e mezze calzette, vita che sente scivolare via dalla sua memoria. “Ai limiti, si sta rendendo conto col passare del tempo, non c’è mai fine”. Questa frase è Howard Jacobson in purezza: ironia, disperazione, fragilità e un pessimismo totale verso il genere umano, la sola condizione capace di produrre piacevoli sorprese. Mai pittoresco, piuttosto feroce e puntiglioso come Dickens, Jacobson (Man Booker Prize per L’enigma di Finkler e altri svariati premi) non concede niente al lettore: è capzioso, amaro, spietato coi personaggi maschili ritratti nella loro fatuità insopportabile, devoto alle donne speciali e severo con le ordinarie, immune da tutti i tic del narratore di successo, tra cui il politically correct, la neo-religione degli scrittori di cui lui si infischia sovranamente. “Non sono arrivata alla mia età per spiegare l’uso dell’inglese di base a una sgualdrina moldava”, fa dire alla novantenne, un mix tra Bette Davis in Che fine ha fatto Baby Jane? e Karl Kraus.

L’autore è maestro di quel tipo di cinismo che per contrasto fa emergere l’anti-cinismo della salvezza, l’ironia che riequilibra tutti i rapporti, sgonfia le inutili enfasi, lenisce l’afflizione (ciò è esperibile anche grazie a un piccolo prodigio di traduzione: la traduttrice italiana Milena Zemirra Cicimarra conosce Jacobson al punto da interpretarlo nel pieno fulgore della nostra lingua).

La trama sono i personaggi, ha sempre sostenuto lo scrittore; tutti i suoi personaggi sono talmente intarsiati, come colpiti dalla grandine da ogni lato, che suscitano sentimenti contrastanti e profondi, come i protagonisti di miti contemporanei. Ci sono sempre madri soverchianti o aggressivamente remissive, figli potenzialmente incestuosi o insopportabilmente vitali, padri futili, amanti amati quanto meno meritevoli (“Aveva un debole per idioti e cadaveri”). Jacobson conosce tutte le pieghe della lingua perché conosce tutte le pieghe dell’eros. Non si pensi al porno soft né alla disperazione nel grottesco di Philip Roth: i dettagli fisici per Jacobson sono al più spiacevoli inconvenienti utili a guardare in profondità dentro le menti. Il sesso scandagliato da Jacobson è sempre cerebrale; è politica, storia, antropologia e persino farsa, come nel suo capolavoro Kalooki nights (ed. Cargo, in via di riedizione da La nave di Teseo) e in Un amore perfetto (“Non saprei spiegare per quale ragione sia così indispensabile, perché io mi innamori di una donna, che uno di noi due si senta in qualche modo offeso. Il mio impulso è di rigirare la domanda: come fa la gente a legarsi sentimentalmente a qualcuno laddove non esiste nessuna storia di disprezzo, nessuna traccia di ignominia a stimolare la passione?”).

La trama è tutta qui, e tutta analogica (non ci sono social network o telefonini; sui figli della signora, entrambi politici, uno di sinistra e un conservatore, Jacobson fa convergere tutto il suo disgusto), disegnata da personaggi che sembrano figurette ricamate su seta. La vita bizzarra (in fondo, non è mai troppo tardi per niente) farà incontrare l’anziana femme fatale con un coetaneo misantropo, “spaventato e oppresso”, inquinato da “veleni che non abbandoneranno mai il suo corpo”, che legge le carte agli avventori di un ristorante cinese. L’alchimia, dopo centinaia di pagine inzuppate di acido, è un elisir delizioso.

Col suo collettino svizzero psicologico, Jacobson racconta la paura di morire “scivolando come un’ostrica in una gola spalancata”, ineluttabile fine a cui si può opporre resistenza gloriosamente con due soli metodi: l’amore e la letteratura. In una intervista Jacobson disse di avere un senso tragicissimo dell’esistenza, e di ritenere questo francamente esilarante. Su con la vita, dunque: è orribile, ma l’alternativa è seccante.

Ma dai, l’amore è “reversibile”, pure se ti chiami Monica Bellucci

Dal rosso al Rousseau, dal tappeto di Venezia alla piattaforma grillina, è stata una settimana di votazioni. C’è chi decideva nuove alleanze votando online e chi commentava vecchie alleanze dando pagelle sui red carpet. E se sulla nuova alleanza Di Maio-Zingaretti se ne sono dette tante, sull’ex alleanza Bellucci-Cassel, purtroppo, se ne sono dette ancora di più. Il pretesto è stato la proiezione integrale e aggiornata del vecchio film con Monica e Vincent Irréversible al Festival del cinema. I due si sono separati nel 2013, lui ha avuto una figlia dalla nuova moglie che ha 22 anni, lei ha avuto una relazione con uno scultore di 18 anni più giovane. Insomma, direi che dopo sei anni dalla fine del loro matrimonio, nessuno dei due è sulle chat room notturne mangiando vaschette di gelato alla vaniglia con i calzettoni antiscivolo. E direi anche che proprio il titolo del loro film più famoso, Irréversible, è stato poco profetico.

L’amore è reversibile e pure se ti chiami Monica Bellucci a un certo punto della tua vita puoi ritrovarti a fare i conti con un uomo che va a surfare in Brasile e si innamora di una diciottenne. Detta tra noi, questa sì che è democrazia, altro che voto su Rousseau.

A ogni modo, parliamo di questioni sepolte e uno si aspetterebbe che venissero trattate dalla stampa come tali, magari con ironia e leggerezza, e invece i commenti su una banale conferenza stampa in cui i due ex dovevano solo dire tre parole su un vecchio film, si è trasformata in un patetico valzer di titoli in malafede, considerazioni becere e clamorose marchette.

Premessa necessaria: dopo il divorzio, Cassel ha sempre detto che Monica è una donna meravigliosa e Monica ha sempre detto che Cassel è un uomo meraviglioso. Se poi in privato abbiano sradicato i sanitari dal bagno e se li siano dati sulla nuca, non lo sappiamo, ma la facciata è sempre stata splendente. Solidali, riservati, in armonia per amore delle figlie, non hanno mai commentato irrispettosamente la fine del loro matrimonio.

Del resto, la Bellucci è sempre stata quello che noi altre lavandaie mai saremo: una donna incapace di recriminazioni pubbliche nei confronti degli ex. Una di quelle donne che affrontano con grazia le asperità amorose, mentre noi insultiamo nascoste dietro a nickname con foto di gatti striati le compagne dei nostri fidanzati del liceo. È una creatura superiore la Bellucci. Una delle poche attrici, per giunta, che intervistata riesce sempre a dire qualcosa che non sia “È un ruolo che mi ha fatta crescere”, “Recitare mi ha aiutata a vincere le mie insicurezze” o qualunque cosa dica l’attrice finto-contorta di turno. Memorabile la sua risposta, tempo fa, ad Aldo Cazzullo: “Lei ha detto che ogni donna ha un lato da prostituta”. “Lo avrò detto per promuovere un film in cui facevo la prostituta. Non è così. Stavolta non ho nulla da promuovere”.

È per questo che a Venezia, nel vederla trattata da una buona parte della stampa come una sciacquetta da gossip, mi ha assalita un cupo sconforto. C’è chi ha trasformato un divertito e innocuo scambio di battute tra Cassel e Monica nel titolo “A Venezia va in scena l’imbarazzo” o “Cassel: mi piace molto Monica.. come attrice…”, lasciando vagamente intendere che lui ormai la schifi come donna.

In realtà in conferenza stampa era stato chiesto cosa pensassero l’uno dell’altro come attori, Monica aveva risposto che lei ammira Vincent perché come attore si mette sempre alla prova, lui: “Le qualità di Monica sono tante, è un’attrice che… mi piace tanto come attrice”. Insomma, il nulla trasformato in malizia.

C’è poi chi ha scritto: “Ci poteva scappare una cena e invece no. Vincent è tornato dalla moglie Tina, Monica agli impegni professionali, visto che ha rotto da poco con Nicolas Lefebvre”. Come a dire che lui ha una vita sentimentale, lei il deserto del Gobi. E se Monica, dopo la conferenza stampa, si fosse ritirata in camera con Brad Pitt? Se si fosse infrattata in qualche calle veneziana con Jude Law? Capisco che il massimo della trasgressione per i giornalisti di cinema a Venezia sia un apericena sul vaporetto con Vincenzo Mollica, ma io non mi sentirei così certa del fatto che la Bellucci alle dieci sia a letto con la borsa dell’acqua calda.

Ancora più interessante il ragionamento di un’altra giornalista su uno dei più importanti quotidiani online: “Ieri l’ex marito Cassel e la nuova moglie Tina Kunakey, avevano conquistato la Mostra del cinema diventando la coppia più bella del Lido. Ma Monica Bellucci sembra non aver accusato minimamente il colpo e ‘risponde’ con stile. Almeno è quanto traspare guardando le foto che la ritraggono a passeggio per Venezia in un abito Dolce&Gabbana che ha esaltato ancora di più la sua bellezza”. Ora, capisco dover infilare la marchetta agli stilisti a tutti i costi, ma a) non si capisce perché Monica Bellucci dovrebbe rosicare b) non si capisce perché, se si afferma che non ha rosicato, avrebbe risposto con stile. Risposto a cosa? c) nel caso avesse rosicato, che risposta è un abito di Dolce&Gabbana? Quando rosichi spendi 5.000 euro per un abito? Se così fosse, Matteo Salvini ieri avrebbe indossato un vestito Giorgio Armani anziché la polo “Polizia locale”.

Insomma, un autentico delirio dovuto un po’ all’esigenza di accontentare gli sponsor, un po’ a quella di dover buttare lì che al momento quello vincente è lui, 50enne con moglie giovanissima e prole in fasce. Lei, invece, superati i 50, senza un uomo con cui sfilare sul red carpet, senza un neonato da cui dover tornare, si consola, al massimo, con un vestito di pizzo rosso. Come no. L’idea che alla Bellucci delle scelte sentimentali del marito non freghi una beata cippa e che lei sfili sul tappeto rosso non con un cartellino D&G attaccato sulla schiena ma con la sua fiera libertà appiccicata addosso, alla giornalista non salta neppure per la testa.

Ma c’è persino di meglio. Sul sito di un celebre mensile leggo: “Monica sceglie un abito Dolce&Gabbana. Niente è casuale, mai. Rosso come la forza e la passione. Per i fan come me, vederli vicini fa pensare che il loro sia un fuoco che non si spegnerà mai”. Una marchetta acrobatica, è ciò che voglio leggere nella scelta di scrivere una boiata simile. Chissà se avesse indossato un abito color marroncino quale messaggio subliminale per il marito le avrebbero attribuito. Poi ci si chiede perché sia andata a vivere in Francia. Hai fatto bene Monica. Da queste parti la mediocrità è fragorosa. Anzi, irréversible.

Sacrilegio: Johnson epura il nipote di Churchill

Ora cadono anche i simboli. Nella purga del governo Johnson, che ha portato nelle prime ore di ieri all’espulsione di protagonisti del partito conservatore come il veterano Ken Clarke e l’ex ministro delle Finanze Philip Hammond, c’è anche Nick Soames, figlio di Mary, la quintogenita di Winston Churchill. Epurato anche lui: era nella lista dei 21 ribelli, quelli che hanno votato l’opposizione per sottrarre al governo il controllo dell’agenda parlamentare e bloccare legalmente ogni ipotesi di no deal.

Alla vigilia aveva detto: “Stasera voterò contro il governo con il cuore molto pesante. Non ho dubbi che Boris voglia un accordo, ma non può ottenerlo. Le sue richieste sono irrealistiche e io non posso acconsentire a un no deal”. Discorso da gentiluomo di campagna, conservatore tipico, deputato del MidSussex, una delle regioni ricche del Paese. Nel suo sito è ritratto sorridente con gli elettori, a presenziare inevitabili tagli di nastro di supermercati. Ha un curriculum assolutamente tipico da esponente dell’élite vecchio stampo.

Nato poco dopo la fine della guerra, educazione privata, poi Eton e il collegio militare, ufficiale dell’11° reggimento degli Ussari di stanza in Germania. Poi una lunga carriera protetta dalle connessioni familiari, prima nella manifattura poi ai Lloyds. Membro del partito conservatore per 37 dei suoi 71 anni, 35 da deputato, qualche incarico di governo di secondo piano a fine anni Novanta, Cavaliere della Regina dal 2014.

Uno che fra gli hobby elenca equitazione, lettura, il cricket e le escursioni in campagna, e fra i titoli onorifici gemme come vicepresidente della Società del bestiame del Sussex, presidente della Fiera del cane da caccia del Sud dell’Inghilterra, membro del Comitato per la protezione dell’Inghilterra rurale. Altra tempra rispetto al nonno, di cui ha un ricordo vivido. A 5 anni entra nella camera da letto di Churchill e gli chiede: “È vero che sei il più grande uomo del mondo?”. E Churchill: “Sì. E ora fuori”.

Che un uomo così venga epurato è visto come un oltraggio non solo a tutta l’ala moderata Tories, ma anche alla memoria di suo nonno. L’uomo politico che, per paradosso, Boris Johnson ammira più di tutti, a cui si ispira e a cui ha dedicato una biografia. Saomes ha commentato con stoicismo: “Sono i rovesci di fortuna che capitano in guerra. Sapevo cosa stavo facendo”. E a chi gli chiede se la notte dei lunghi coltelli, quella della vendetta di Boris e del suo entourage contro un gruppo di moderati che votando con l’opposizione si sono giocati la carriera, fosse la fine del partito conservatore come lo conosceva Churchill, ha risposto: “No, ma è una brutta notte”. L’epurazione è stata accolta come il segno della fine di un’epoca, l’arrivo di una nuova generazione di conservatori così spregiudicati da non rispettare nemmeno le regole minime, non scritte ma da sempre condivise, della correttezza politica e del rispetto verso la tradizione. “Com’è possibile, in nome di tutto quello che abbiamo di più sacro, che nel partito conservatore non ci sia più posto per Nick Soames?”, ha twittato Ruth Davidson, carismatica ex leader dei Conservatori scozzesi che si è appena dimessa in dissenso con la deriva autoritaria di Boris. Forse perché, nella politica britannica, non è più tempo di giganti.

Hard Brexit, Boris sconfitto punta tutto sulle elezioni

La giornata di ieri era iniziata bene per Boris Johnson: il parere legale definitivo della Corte di Edimburgo ha stabilito che la contestatissima sospensione del Parlamento per 5 settimane imposta dal governo è legittima. È continuata malissimo, con un question time in cui è stato infilzato sia dall’opposizione che dagli ex compagni di partito, quelli che ha graziosamente epurato ieri mattina, per punirli d’essersi ribellati alla linea muscolare di realizzare la Brexit il 31 ottobre senza accordo con l’Ue. Fra le accuse più dolorose, quelle di essere ostaggio del consigliere Dominic Cummings, ideologo anti-sistema e stratega di Vote Leave.

Così ieri sera i Comuni hanno approvato la legge anti-no deal con 327 voti contro 299. I laburisti hanno aggiunto un emendamento che lega il rinvio dell’uscita dall’Ue all’approvazione dell’intesa raggiunta dal precedente esecutivo di Theresa May.

Mentre i Tories se le danno di santa ragione fra loro, Corbyn si gode la temporanea ma sostanziale vittoria. La conseguenza involontaria dell’aggressività istituzionale di Boris Johnson è che ora la palla è nel campo laburista: comunque prosegua il percorso della legge per evitare l’uscita senza accordo, che dopo l’approvazione ai Comuni deve superare lo scoglio dei Lords (oggi), elezioni sembrano ormai inevitabili, perché il governo non ha più una maggioranza. E quindi la partita si sposta sulla data del voto. L’attuale procedura parlamentare prevede che il premier, per andare a elezioni anticipate, debba ottenere la super-maggioranza, cioè i 2/3. Significa che devono votare sì anche i laburisti. Che non vogliono perdere l’occasione di andare a elezioni, ma solo dopo aver avuto la certezza legale che il no deal non ci sarà. In direzione non c’è ancora consenso se andare al 15 ottobre, come vorrebbe Johnson, o in una data da definire dopo il 19, se non addirittura a novembre. La differenza? Nel secondo caso, Corbyn – che ha subito bocciato la proposta di Johnson – potrebbe sedersi sulla riva del fiume e godersi lo spettacolo di Boris costretto a supplicare i Paesi membri dell’Ue, al consiglio europeo del 17 ottobre, e magari a fare anticamera come una May qualsiasi, per ottenere l’estensione richiesta dal Parlamento britannico. Che, lo ricordiamo, la Ue potrebbe anche rifiutare. Un’umiliazione che potrebbe costare voti ai Tories. La mossa spregiudicata di Johnson ieri sera di proporre un emendamento al Fixed Term Act che regolamenta la convocazione delle elezioni per ottenrle a maggioranza semplice, invece dei 2/3 si scontra con la scelta di epurare i “ribelli” che lo hanno ridotto in minoranza. Se invece riuscisse comunque a ottenere elezioni il 15 ottobre, e le vincesse, potrebbe presentarsi al Consiglio europeo forte di una (ampia?) maggioranza in un nuovo Parlamento e, se gli Stati membri non gli concedessero una revisione degli accordi, annullare il provvedimento anti-no deal e procedere verso l’uscita senza accordo che, per quanto economicamente catastrofica, è la preferita dal suo elettorato.

Oppure giocare sporco, impegnarsi per elezioni rapide e poi, come è nelle sue prerogative, fissare la data delle consultazioni ai primi di novembre, quindi a no deal già avvenuto. Una spaventosa scorrettezza che però nessuno, in questa spettacolare implosione di qualsiasi britannico fair play, si sente di escludere. Intanto a soccorrere Boris è arrivato Trump, che a una domanda di un giornalista ha risposto: “È un mio amico e ci sta dando dentro, non c’è dubbio. Tranquilli, Boris sa come vincere”.