Il primo Consiglio dei ministri non aveva, ovviamente, molta carne al fuoco, però tra gli “avanzi di magazzino” gialloverdi il nuovo governo ha deciso di usarne due decisamente simbolici: il primo è uno schiaffo a Matteo Salvini per interposto governatore; il secondo una promessa fatta a Donald Trump dal precedente esecutivo e confermata dal nuovo, peraltro sempre guidato dall’amico “Giuseppi”.
Veniamo al primo provvedimento. Si tratta della decisione del governo di impugnare davanti alla Corte costituzionale alcuni articoli di una legge di inizio luglio della regione Friuli Venezia Giulia, guidata dal leghista Massimiliano Fedriga, “in quanto numerose disposizioni sono risultate eccedere dalle competenze statutarie della Regione” (così il comunicato di Palazzo Chigi). Nel mirino dell’esecutivo – e in particolare del neoministro per gli Affari regionali Francesco Boccia (Pd) – sono finite norme in materia ambientale (dai parchi alla caccia alla valutazione d’impatto) che “violano la competenza esclusiva statale” così come altre nei settori della sanità e del pubblico impiego. Sono però le norme bocciate sull’immigrazione a esser parse come uno schiaffo a Salvini: “Appaiono discriminatorie”, si legge nel comunicato e l’effetto, probabilmente involontario, è di un cambio di segno politico nel governo.
Quanto ai migranti si tratta di due disposizioni: lo spostamento di fondi dal sostegno abitativo ai rimpatri (competenza esclusiva dello Stato) e il vincolo di destinare gli incentivi occupazionali solo a chi assume persone residenti da almeno 5 anni nella Regione (che è discriminatorio anche rispetto ai cittadini italiani). Ovviamente Boccia, essendo ministro da dieci minuti, non ha avuto il tempo di istruire la pratica: i cosiddetti “motivi di impugnabilità” sono stati elaborati dai tecnici del ministero (con quelli del Viminale e dello Sviluppo) ancora in epoca gialloverde.
Certo, l’istruttoria non è nulla: non è dato sapere se la precedente ministra per gli Affari regionali, la leghista veneta Erika Stefani, avrebbe poi portato avanti la pratica e cosa eventualmente avrebbe deciso il Consiglio dei ministri. Di certo c’è che Fedriga non l’ha presa bene: “Sono felice di dare fastidio a questi traditori. È una vergogna: 5 Stelle e Pd hanno già partorito il governo dell’immigrazione selvaggia”. A Salvini non è parso vero di ributtarsi sul suo argomento preferito: “Indovinate di cosa s’è occupato il primo Consiglio dei ministri? Guarda un po’, di immigrati”. Boccia, invece, smorza le polemiche: “Si tratta di un’attività ordinaria, oserei dire anche banale: c’era una legge regionale che violava una serie di norme, i termini per impugnarla scadevano domani, la Regione Friuli solo ieri sera ha scritto che avrebbe scelto di adeguarsi, ci auguriamo che lo faccia”.
La seconda decisione del Consiglio dei ministri invece, come detto, è una cambiale che andava pagata a Donald Trump e si doveva farlo subito: mettere i bastoni tra le ruote all’avanzata delle società cinesi di Tlc nell’internet della prossima generazione, il 5G. Washington pretendeva lo stop a tal punto che a fine luglio l’ambasciatore in Italia Lewis Eisenberg aveva convocato Luigi Di Maio a Palazzo Taverna per sollecitarlo a prendere provvedimenti e, non soddisfatto delle parole dell’allora ministro dello Sviluppo, s’era precipitato pure a Palazzo Chigi da Giancarlo Giorgetti.
Ecco, ieri Trump e Eisenberg sono stati accontentati: il governo ha esercitato il cosiddetto “golden power” nei confronti di Vodafone, Wind e Fastweb – sottoponendo a condizioni i loro accordi per l’acquisto di beni e servizi 5G con le cinesi Huawei e Zte – e pure sui progetti di Tim e Linkem. La decisione andava presa in fretta: il golden power era stato introdotto, su pressioni statunitensi, con un decreto dell’11 luglio che però verrà lasciato scadere (il 9 settembre) per recuperarne i contenuti in altri veicoli legislativi. Prima che le norme “spirassero”, però, gli Usa pretendevano che venissero messi sotto controllo gli affari italiani di Huawei e Zte: fatto.