Attivisti contro Lam. “Sulla carne putrida mette solo un cerotto”

“Troppo poco, troppo tardi”. Se la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, pensava che cancellare la proposta di legge sull’estradizione in Cina sarebbe bastata a fermare le proteste che durano da tre mesi, si sbagliava. L’annuncio è stato dato ieri ma non accadrà nulla prima di ottobre, quando il Parlamento tornerà a riunirsi. Per Lam questa iniziativa serve “a placare appieno le preoccupazioni dell’opinione pubblica”.

Non è così. Il video-messaggio dal tono conciliatorio della governatrice, che forse in modo affrettato alcune agenzie di stampa hanno etichettato come “la svolta”, è stato azzerato da Joshua Wong, uno dei leader delle proteste pro democrazia durante la “rivolta degli ombrelli” del 2014. Wong chiarisce: le manifestazioni a Hong Kong dovranno proseguire almeno fino al primo ottobre, festa nazionale in Cina: “Pechino e le autorità cinesi stanno solo cercando di fermare la nostra protesta”.

Mentre Wong parlava così da Taiwan, due dimostranti con i volti coperti hanno improvvisato una conferenza stampa dinanzi alla sede del consiglio legislativo sottolineando che il movimento “ha posto cinque condizioni, non ne accetterà una di meno”, e che la mossa della governatrice è solo “un cerotto sulla carne in decomposizione”.

L’intenzione di Lam non era solo quella di mettere fine alle proteste che proseguono da 13 settimane, ma di scrollarsi di dosso i funzionari di Pechino che a più riprese hanno anticipato la possibilità che le truppe cinesi entrino a Hong Kong in virtù di uno stato d’emergenza. In un audio trapelato due giorni fa durante un colloquio con alcuni uomini d’affari, Lam aveva confessato che se potesse, si dimetterebbe; ma non può, evidentemente perché la Cina ha capito che la sua uscita di scena in questo momento sarebbe una vittoria per i gruppi pro democrazia.

Le dimissioni di Lam infatti sono una delle cinque richieste dei dimostranti, oltre all’indagine indipendente sulle violenze della polizia, l’amnistia per gli arrestati, la richiesta di elezioni dirette per scegliere i propri governanti, maggiori aperture democratiche. A questa piattaforma Lam ha risposto con il ritiro della legge contestata, il sostegno all’Ipcc, organismo che ha il compito istituzionale di fare luce sui reclami contro la polizia dell’ex colonia, scartando però la possibilità di una inchiesta indipendente, un programma di incontri con le comunità di Hong Kong “per capire le lamentele” e trovare soluzioni, la concessione di un rapporto indipendente sulle cause che stanno alla base delle principali rivendicazioni sociali. Nessun accenno a dimissioni, tantomeno a elezioni dal basso.

Il movimento pro democrazia non le crede e ricorda quanto accadde nel 2014: già allora Hong Kong per tre mesi vide in strada la “rivolta degli ombrelli”, in contrasto con la decisione del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo di Pechino di riformare il sistema elettorale. La proposta, poi non adottata, era stata percepita come una misura restrittiva dell’autonomia della regione, poiché avrebbe stabilito una “preselezione” dei candidati alla leadership di Hong Kong da parte del Partito comunista cinese (PCC). Cinque anni dopo, la paura è sempre la stessa: che il termine “Una Cina, due sistemi” – espressione con cui si indica la soluzione negoziata per il ritorno nel 1997 di Hong Kong sotto la giurisdizione cinese, dopo 150 anni di status di colonia britannica – diventi privo di significato. Chi protesta e rischia le manganellate della polizia o le coltellate degli sgherri delle Triadi in maglietta bianca (per contrasto con quelle nere dei dimostranti) vuole tutelare i principi garantiti dalla costituzione, la Basic Law, che tutela diritti diversi da quelli dei cinesi. Tra questi, il diritto di protestare, stampa libera e libertà di parola. La legge stabilisce anche che la città abbia “un alto grado di autonomia” in tutti i campi, eccetto la politica estera e la difesa.

Per il momento, la mossa di Lam ha scosso positivamente la Borsa che ieri ha chiuso con un rialzo del 3,90% e ha ottenuto una apertura da parte di Amnesty; secondo il direttore generale di Hong Kong, Man-Kei Tam “i problemi della legge sull’estradizione erano chiari sin dall’inizio e il governo avrebbe dovuto ritirarla mesi fa. Invece ha scelto di sfidare le proteste coi proiettili di gomma e i gas lacrimogeni, esasperando la tensione e dando vita a mesi di rivolta. L’annuncio è un piccolo passo avanti nella giusta direzione, ma ci vorrà molto di più per mostrare al mondo che le autorità di Hong Kong sono davvero intenzionate a rispettare i diritti umani e inviare alla popolazione il messaggio che quei diritti potrà ancora esercitarli a prescindere dagli orientamenti politici”.

Dopo la giornata di ieri, a Hong Kong non è cambiato molto. La Cina continua a mantenere le sue truppe a Shenzhen, sul confine continentale e resta in attesa del 14° fine settimana di proteste. Resta valida l’analisi di Max Baucus, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Cina, durante una intervista di qualche giorno fa alla Cnn: “È difficile per i funzionari di Pechino affrontare questioni come quella delle manifestazioni di Hong Kong: sono abituati a fare le cose a modo loro”.

I birrai di Colonia: “Voi di Benevento, giù le mani dalla Koelsch”

In germania si sono accorti che un piccolo birrificio campano, tra le sue 20 etichette, utilizza anche il nome “Koelsch” (o meglio, il più gergale Tscho!) per la sua produzione e minacciano ammonimenti, ingiunzioni e multe. Il caso viene riportato sul sito della Bild precisando che nel mirino c’è il “Birrificio artigianale Maltovivo” di Ponte, in provincia di Benevento. “Gli italiani ci fregano la Koelsch?”, titola il sito ricordando che la denominazione – la quale sta per “colonese” o “di Colonia”, la città dell’ovest dove viene prodotta – è protetta a livello europeo. Dal settembre 1997, infatti, possiede una indicazione geografica protetta. A livello locale, la sua produzione è regolamentata dalla Kölsch Konvention, creata da un accordo tra fabbricanti di birra: “Nell’Ue può essere fermentata secondo regole speciali solo a Colonia”, viene sottolineato. Un responsabile dell’Associazione dei birrifici tedeschi, Christian Kemer, ha annunciato che “metteremo in guardia il birrificio e chiederemo un’ingiunzione” a interrompere la produzione comminando “una multa di 10 mila euro.”

“Vittoria, adesso Berlino dovrà pagare”

“Adesso le sentenze italiane che condannano la Germania per le stragi devono essere eseguite”. La Corte di Cassazione rigettando il ricorso delle Ferrovie tedesche, Deutsche Bahn, ha segnato un punto di svolta nella lunga battaglia giuridica per i risarcimenti che Berlino deve ai familiari delle vittime dei nazifascisti, non soltanto italiani ma anche greci. A chidere i risarcimenti in favore dei parenti delle vittime dell’eccidio di Distomo, in Grecia, è il legale Joachim Lau, tedesco da anni residente in Toscana. “Nessun giudice potrà rifiutarsi di eseguire ancora le sentenze di condanna”,

Avvocato che valore ha questa sentenza?

Abbiamo superato un punto importante. Come dicevo la Cassazione, implicitamente, ha stabilito che le sentenze italiane che condannano la Germania al risarcimento per le stragi e altri crimini contro l’umanità devono essere eseguite e realizzate dalla giustizia italiana. Nessun giudice può rifiutarsi di eseguire la sentenza di condanna.

Quando ha iniziato a difendere i familiari delle vittime della strage di Distomo, in Grecia nel ’44?

Ho incontrato molti anni fa il collega greco Stamoulis, che si è occupato della causa della strage di Distomo in Grecia. Aveva ottenuto la sentenza di condanna. Ma la Grecia, sotto il peso del debito pubblico, era politicamente ricattabile e il governo di Atene, da cui dipendeva l’esecuzione della sentenza del tribunale di Livadia, non l’ha concessa. Non era possibile pignorare i beni tedeschi in Grecia. Il collega si rivolse alla corte di Strasburgo, che però emise una sentenza in cui si rimetteva la questione dell’immunità nelle mani dei singoli Stati. Ma diceva anche che, se i cittadini di Distomo non potevano eseguire la sentenza in Grecia, lo avrebbero potuto fare in un altro Paese. Il collega poi è morto e ho proseguito il suo lavoro qui in Italia con la richiesta di riconoscimento del titolo esecutivo. Nel 2008 ho ottenuto il primo ricongiungimento del titolo esecutivo greco presso la Corte d’Appello di Firenze.

Berlino come ha agito?

La Germania si è difesa con le unghie, appellandosi agli accordi post-bellici e a una sentenza dell’Aja. È stato un processo avvelenato fin dall’inizio, perché alla Corte dell’Aja non sono state presentate tutte le informazioni necessarie per poter decidere correttamente. Poi con la sentenza n. 238 del 2014 della Corte Costituzionale quella decisione è stata ritenuta illegittima. Così ho riaperto i pignoramenti contro il patrimonio tedesco. Ma la Germania non si è voluta arrendere e nel 2015 e nel 2017 ha fatto ricorso in Cassazione.

Non c’è il rischio che la vicenda finisca come per Villa Vigoni sul lago di Como (sede di un centro studi italo-tedesco)?

Mi auguro di no. Villa Vigoni è un capitolo molto doloroso. Non sono d’accordo con la sentenza della Corte di Cassazione che ha escluso la pignorabilità di quell’immobile, perché ritenuto di uso pubblico e diplomatico. Secondo me questo è stato un grosso errore: la Villa viene utilizzata da una associazione privata registrata alla Camera di commercio di Bonn e non è usata a scopo né pubblico né diplomatico. Esiste un accordo tra gli Alleati e lo Stato tedesco del 1954 secondo cui i beni della Germania all’estero sono disponibili per risarcire i danni di riparazione ma la Cassazione in quel caso non ne ha tenuto conto.

L’Italia e un legale tedesco rendono giustizia ai greci

Giugno 1944. I rastrellamenti durarono due ore e 218 persone, soprattutto donne e bambini, furono uccise per mano dei nazisti. L’eccidio di Distomo, in Beozia, cuore della Grecia, è annoverato tra i più brutali compiuti dal Reich in Europa. Ora, forse, la condanna che obbliga Berlino a risarcire i familiari delle vittime, 50 milioni di euro, sta per essere applicata.

Un punto di svolta è arrivato con la sentenza della Corte di Cassazione, che ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalle Ferrovie tedesche, Deutsche Bahn, ferme nel rifiuto di pagare. Berlino e Atene si scontrano nei tribunali italiani, grazie a un riconoscimento del titolo esecutivo che ha permesso ai greci di rivalersi sui beni tedeschi anche fuori dal proprio Paese. Il tribunale di Livadia a fine anni ’90, infatti, ha emesso la sentenza di condanna nei confronti dello Stato tedesco, ma il governo greco a cui spettava l’esecuzione non ha proceduto, perché sotto scacco della Germania per il debito pubblico.

Nel 2015, per allentare la pressione di Berlino, il caso fu citato anche dal leader di Syriza Alexis Tsipras (premier dal 2015 allo scorso luglio): “La Germania – dichiarò in Parlamento – usa tutti i trucchi legali possibili per non onorare i suoi debiti legati al secondo conflitto mondiale”. Il ministero della Giustizia si disse quindi pronto a eseguire il pignoramento del Goethe Institut con sede ad Atene. Ma, a parte la querelle mediatica, non accadde nulla. Cosicché la vicenda, dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, arrivò in Italia.

A difendere le vittime greche nel nostro Paese è l’avvocato tedesco, da anni residente in Toscana, Joachim Lau. Dal 2005 ha avviato tutte le procedure necessarie per applicare la sentenza del tribunale di Livadia. Nel 2008 ha ottenuto il riconoscimento, ma i suoi assistiti – come del resto accade per i cittadini italiani – non hanno ancora avuto alcun risarcimento. Lau, tra i possibili beni di proprietà dello Stato tedesco in Italia, ha individuato i crediti che le Ferrovie tedesche, Deutsche Bahn, vantano da parte di Trenitalia e di Rfi. Il processo iniziato presso il tribunale civile di Roma è finito in Cassazione, dove la Germania ha presentato ricorso. Ma i giudici lo hanno dichiarato inammissibile, sostenendo nelle motivazioni che “nessuna procedura esecutiva può mai essere dichiarata improcedibile, neppure nel contesto di un’esecuzione forzata in base a sentenza di condanna al risarcimento di danni da crimini di guerra”. Ovvero, spiega l’avvocato Lau, “nessun giudice italiano può rifiutarsi di eseguire le sentenze di risarcimento”.

I familiaridelle vittime della strage di Distomo, aventi diritto, sono un centinaio. Berlino deve circa 50 milioni di euro. Come già reso noto dal giudice militare Luca Baiada, che ha stimato un risarcimento complessivo di 100 milioni di euro solo per le vittime italiane, anche nei processi seguiti da Joachim Lau a difendere la Germania nei nostri tribunali c’è l’Avvocatura di Stato, ora per conto della presidenza del Consiglio ora per quello del ministero degli Esteri. L’avvocato Lau aveva provato a rivalersi su Villa Vigoni, sede di un centro studi italo-europeo “per l’eccellenza europea”, di proprietà tedesca sul lago di Como. Tuttavia la Corte di Cassazione aveva escluso la pignorabilità dell’immobile, ritenendolo destinato a scopo pubblico e diplomatico. Ma per Lau, invece, quello fu un grave errore: “Si tratta di un’associazione privata, assolutamente pignorabile” (ribadisce nell’intervista pubblicata in questa pagina). A frenare ulteriormente l’esecuzione delle sentenze di condanna ci ha pensato l’ex premier Matteo Renzi nel 2014, vietando di pignorare le somme di denaro che le rappresentanze diplomatiche di Paesi stranieri hanno in deposito presso banche o uffici postali. La speranza, per i familiari, è che con questo nuovo tassello giuridico si apra la strada ai risarcimenti.

L’Ong Saving Humans contro l’ex governo: “Sette giorni di abusi”

L‘ong Mediterranea Saving humans ha presentato un esposto alle Procure di Agrigento e Roma per denunciare “sette giorni di violazioni, omissioni e abusi” relativi alla vicenda della nave Mare Jonio. “Le prime 30 pagine – scrive la Ong – offrono una ricostruzione dettagliata di tutti gli eventi intercorsi dall’alba del 28 agosto, quando la nostra nave ha soccorso 98 persone, tra cui 22 bambini piccoli, a rischio di morte su un gommone sovraffollato, fino alle prime ore del 3 settembre, quando al nostro comandante e al nostro armatore sono stati assurdamente notificati il sequestro amministrativo di Mare Jonio e una sanzione di 300.000 euro per avere violato il divieto di ingresso in acque territoriali, nonostante fossimo entrati con formale autorizzazione delle autorità competenti”. Secondo Mediterranea, “la lista di violazioni e abusi commessi in questa vicenda è lunga, e non è certamente a carico del nostro equipaggio”, che ha “sempre agito – a differenza di alcuni dei massimi vertici del governo in carica fino a ieri – in piena conformità col diritto internazionale e con la nostra Costituzione”. “Speriamo che venga anche ricostruita la catena delle responsabilità istituzionali e personali”.

Il caso Fadil è (quasi) chiuso: via libera alla sepoltura

Imane Fadil, una delle testimoni chiave del Rubygate, è morta per una aplasia midollare. Il decesso risale al primo marzo scorso, anche se la notizia è stata data due settimane dopo, e ieri la Procura ha sostanzialmente chiuso il cerchio delle lunghe analisi sul corpo della ragazza, morta dopo circa un mese di agonia all’ospedale Humanitas di Milano. Sempre la Procura, che da quanto si è appreso ieri va verso l’archiviazione del caso, ha dato il via libera alla sepoltura.

Inoltre la magistratura ha escluso responsabilità dei medici che l’hanno avuta in cura. La decisione è arrivata dopo circa sei mesi dal decesso, diverse proroghe d’indagine e lunghe sul corpo alla ricerca di una causa che potesse sostenere l’accusa di omicidio volontario. Via via, però, diversi elementi sono stati esclusi. Niente radiazioni e – a quanto pare – nemmeno avvelenamento da metalli pesanti, pur riscontrati nel corpo ma in dosi ritenute poco oltre la norma e non mortali.

Il caso, al momento, non è ancora chiuso. Prima di tutto perché ancora non è stata formalmente depositata la relazione dei periti. Cosa che avverrà con buona probabilità la prossima settimana. I magistrati, dunque, continueranno a tentare di capire cosa abbia provocato questa aplasia midollare. Lo faranno fino a quando anche la scienza non saprà dare una risposta. Anche per questo sono state estratte e conservate alcune parti di tessuti. Sul fronte della difesa dei familiari, la prima cosa è attendere la lettura della relazione. La linea del legale della famiglia corre su due binari: da un lato si vuole capire da cosa sia stata provocata l’aplasia, e questo è un dato che anche la Procura vuole capire; dall’altro, la famiglia ancora non esclude la possibilità di un errore medico o di una sottovalutazione. Certamente la decisione di dare l’ok alla sepoltura è un grande sollievo per la famiglia che così dopo mesi di sofferenza può finalmente fare il funerale a Imane.

La secessione di Malagò: sfratta Sport e Salute

Sarà per i troppi schiaffi presi. Per l’orgoglio ferito del nobiluomo che non ha più biglietti da regalare alla sua corte (quelli dell’Olimpico sono stati tolti al Coni). O per il clima politico cambiato, l’uscita di scena del sottosegretario Giorgetti e il ritorno degli amici Pd (seppure in coabitazione col M5S, che mantiene la delega col ministro Spadafora). Giovanni Malagò si è stancato di subire la riforma e passa al contrattacco di Sport e Salute, società governativa creata dai gialloverdi per togliere al Coni soldi e potere. Il presidente Rocco Sabelli avrà pure l’80% delle risorse ma intanto il Coni porta via quasi tutto: dipendenti, uffici, logo, persino auto di servizio.

Va alla guerra, Malagò. Anzi alla secessione. La speranza di pacifica convivenza è naufragata e lui si fa il suo comitato, in tutto diviso dalla partecipata. Rivendicando ciò che gli spetta in base ai cinque cerchi. E non è poco.

Innanzitutto il personale: il Coni ha diritto a una sua autonomia e alla fine avrà 110 dipendenti. Ufficio stampa, marketing, dirigenti vari, risorse umane fondamentali senza cui Sport e salute parte a handicap. Fa nulla che così impegnerà quasi tutti i 40 milioni assegnati dallo Stato: magari avrebbero potuto essere sfruttati in maniera più virtuosa e utile allo sport, che per sole spese di funzionamento.

La divisione non si ferma agli uomini. Subito dopo viene il logo: i cinque cerchi sono del Comitato, “Sport e salute se ne faccia un altro”. Si passa agli uffici: Palazzo H è da sentenza assegnato in comodato ad uso al Coni fino al 2032. Significa che Sport e Salute, che fino ad oggi condivideva l’ala dirimpettaia alla presidenza, dovrà andarsene? “Io non posso cacciare nessuno, ma li invito a trovarsi una nuova sede”. Se non è una lettera di sfratto, poco ci manca. E lo stesso vale per lo Stadio dei marmi e altre aree del Foro Italico che la società utilizzava abitualmente per eventi e manifestazioni (tra cui gli Internazionali di tennis).

Si arriva persino agli sponsor: le grandi firme sono interessati a sponsorizzare il comitato e le sue nazionali, chissà se anche una società governativa con meno visibilità mediatica. Fra queste c’è anche Toyota, il cui contratto scade nel 2024 e che mette a disposizione le auto di servizio: quando verrà ridiscusso, Sport e Salute non avrà più nemmeno queste.

Insomma, scontro totale. “Parole inaccettabili, l’unica ragione vera sono i biglietti dell’Olimpico”, replica Sabelli. C’è chi dice che lui, scelto da Giorgetti, potrebbe fare un passo indietro se non sentisse copertura politica: queste dichiarazioni lasciano intendere altro. Per sapere il vincitore bisognerà attendere i prossimi mesi (e le mosse del governo M5S-Pd e del neoministro Spadafora). Intanto lo sport italiano si spacca in due.

Scandalo Csm, i pm: “Altri 6 mesi di indagine”

I magistrati di Perugia vogliono continuare a indagare sulle trame nel Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) e sull’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara. Per questo i pm Gemma Miliani e Mario Formisano hanno chiesto al gip altri sei mesi per lavorare all’inchiesta che ha terremotato la magistratura.

Nella richiesta di proroga inviata al gip l’11 luglio 2019, i magistrati spiegano infatti che “la complessità della vicenda processuale ‘de qua’, unita al notorio carico di lavoro del quale è gravato questo ufficio, rende indispensabile ai fini dell’accertamento della verità nell’interesse della giustizia la prosecuzione delle indagini”. A questa richiesta si sono opposti gli avvocati di Palamara, Mariano e Benedetto Buratti. Secondo i legali, la richiesta dei pm di Perugia è tardiva rispetto ai termini di legge: essendo Palamara stato iscritto a dicembre 2018, i magistrati avrebbero dovuto consegnare la proroga entro giugno scorso e non a luglio, come avvenuto. Ma i magistrati tengono conto anche di una sospensione feriale. Adesso sarà il gip a decidere.

I viaggi e l’anello: le corruzioni contestate

Si tratta infatti di un’inchiesta molto delicata che nei mesi scorsi ha travolto il Csm, portandosi dietro anche una carrellata di dimissioni tra le toghe. Il caso è esploso proprio nel momento in cui si discuteva della nomina del futuro procuratore capo di Roma, dopo il pensionamento di Giuseppe Pignatone. Tutto parte dunque dalle accuse mosse a Palamara, indagato per due episodi di corruzione: perché da componente del Csm avrebbe ricevuto dagli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore 40 mila euro per agevolare la nomina (mai avvenuta) del pm Giancarlo Longo a procuratore di Gela; ma anche perchè avrebbe accettato dall’imprenditore Fabrizio Centofanti – in rapporti con Amara e Calafiore – utilità come soggiorni pagati all’estero e un anello dal valore di 2 mila euro. In cambio in questo caso, secondo i pm, Palamara avrebbe messo anche a disposizione “la funzione di membro del Csm favorendo nomine di capi degli uffici cui erano interessati” Amara e Calafiore.

Le dimissioni nel Csm, fino al Pg di Cassazione

Non solo. A Palamara viene contestato anche il reato di rivelazione di segreto in concorso con due toghe: il membro del Csm Luigi Spina e il pm romano Stefano Rocco Fava. Entrambi, secondo le accuse, gli avrebbero rivelato notizie relative all’indagine che lo riguardava. Le conseguenze sono state immediate: Fava è stato trasferito al tribunale di Latina, mentre Spina si è dimesso. E lo stesso hanno fatto altri quattro consiglieri finiti nelle intercettazioni della Procura. Ma le dimissioni hanno raggiunto i livelli più altri della magistratura, con il pg di Cassazione Riccardo Fuzio che ha lasciato il suo ruolo dopo la pubblicazione di alcune conversazioni con Palamara, in cui i due sembrano parlare di un’informativa dell’indagine. Dopo un esposto arrivato in procura, anche Fuzio è finito sotto inchiesta per rivelazione di segreto d’ufficio.

Quando Lotti e Ferri decidevano su Roma

Ma il trojan installato sul cellulare di Palamara ha svelato molto altro: lo scenario della politica al tavolo con la magistratura per discutere delle nomine. In particolare quella del futuro procuratore capo di Roma. In quel momento infatti erano tre i candidati in pole position: il procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi, ritenuto vicino a Pignatone, il capo di Firenze Giuseppe Creazzo e il pg del capoluogo toscano Marcello Viola. Era quest’ultimo l’uomo sul quale volevano puntare l’ex ministro Luca Lotti e il parlamentare dem Cosimo Ferri (non indagati). Agli atti ci sono le conversazioni in cui i politici discutono con Palamara del futuro della Procura di Roma, la stessa che ha chiesto il processo per favoreggiamento per Lotti in uno dei filoni dell’indagine Consip (si attende la decisione del Gip). In una conversazione quindi si sente l’ex sottosegretario che dà indicazioni: “Si vira su Viola”. È questo il quadro venuto a galla dopo un anno di indagine perugina: per i pm non è affatto conclusa.

Fca ha rinnovato la Cig a Pomigliano. In arrivo 1 miliardo

Si riaccendono sullo stabilimento di Pomigliano d’Arco (Na). Fca ha incontrato i sindacati, annunciando la decisione di iniziare la produzione della versione ibrida della Panda e del suv Alfa Tonale. Un rilancio per lo storico impianto, che al momento conta 4.500 operai: infatti la cassa integrazione straordinaria è stata riattivata per i prossimi 12 mesi, ma si punta alle piena occupazione. Soddisfatti i sindacati: “La partenza degli investimenti a Pomigliano, è non solo fondamentale per assicurare un futuro di piena occupazione alla storica fabbrica campana, ma è il segnale inequivocabile che il piano industriale va avanti, anche a dispetto del fatto che il settore automotive stia attraversando un ciclo negativo”, ha commentato Gianluca Ficco, segretario nazionale Uilm. “Ma – sottolinea il Segretario Generale aggiunto della Cisl, Luigi Sbarra – è necessario che ora anche negli altri stabilimenti italiani siano confermati gli investimenti, a partire da Mirafiori, Cassino e Modena”, riferendosi all‘annuncio di Fca di voler destinare 5 miliardi alla produzione italiana nel biennio 2019-2021: solo la ristrutturazione di Pomigliano costerà quasi un miliardo.

Bufera su Google: vende i dati degli utenti

I guai, per Google, non arrivano mai da soli. E stavolta sono arrivati anche nel giorno del suo 21esimo compleanno, la maggiore età americana: ieri, mentre veniva ufficializzata la multa di 170 milioni di dollari – frutto di un accordo con la Federal Trade Commission (Ftc) – per avere tracciato i minorenni su Youtube, l’azienda di Mountain View veniva accusata dal Financial Times di passare segretamente i dati personali dei suoi utilizzatori agli inserzionisti pubblicitari. Due questioni differenti, che riguardano due diversi continenti, ma che in comune hanno lo sfruttamento delle informazioni sulla navigazione degli utenti per targhettizzarli e vendere pubblicità profilata.

Nel primo caso, la Ftc ha punito Big G. per aver violato la legge federale sulla privacy dei bambini (Coppa), che vieta di tracciare e di “corteggiare” con la pubblicità gli utenti sotto i 13 anni e rende invece obbligatorio il consenso dei genitori per la raccolta delle informazioni sui minori. Il caso era nato nel 2017 quando una ventina di gruppi di difesa dei minori e della privacy aveva presentato un reclamo alla Ftc, sostenendo che Youtube avesse consapevolmente raccolto dati e spinto gli annunci pubblicitari agli under 13. Oltre ai 170 milioni, ora l’accordo prevede anche che Youtube gestisca diversamente i contenuti per i bambini. “Indipendentemente dall’età dell’utente – ha assicurato il capo di Youtube Susan Wojcicki – limiteremo l’utilizzo dei dati sui video per i bimbi solo a ciò che serve per il funzionamento del servizio”. I commissari democratici della Ftc, però, hanno ritenuto l’ammenda troppo limitata (Google fattura 136 miliardi all’anno): “Nessuna responsabilità individuale, rimedi insufficienti e un’ammenda che consente ancora alla società di trarre profitto dalla violazione della legge”, ha detto il commissario, Rohit Chopra.

Nel secondo caso si è ancora nell’ambito di indagini, ma le accuse sono pesanti soprattutto nel raggio d’azione del regolamento europeo sulla privacy: il Financial Times fa riferimento alle prove fornite da Johnny Ryan, responsabile di Brave (un piccolo motore di ricerca) alle autorità irlandesi che mostrerebbero come Google permetterebbe alle aziende che vendono pubblicità di profilare nel dettaglio gli utenti. Semplificando molto, Ryan racconta di aver scoperto che Google lo aveva etichettato con un tracker identificativo che forniva a società terze e che permetteva loro si accedere a una pagina web nascosta. La pagina mostrava solo un indirizzo collegato alla sua attività di navigazione. In sostanza, con il tracker le aziende potrebbero abbinare i loro profili dell’utente e il suo comportamento di navigazione ai profili di altre società, arrivando a carpire l’orientamento politico e sessuale e i dati sulla salute. Dopo un’ora di navigazione, l’identificatore di Ryan sarebbe arrivato ad almeno 8 società di pubblicità web. “Non offriamo annunci pubblicitari personalizzati e non inviamo richieste agli inserzionisti senza il consenso dell’utente”, ha replicato Google, assicurando collaborazione con tutte le autorità.