“Troppo poco, troppo tardi”. Se la governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, pensava che cancellare la proposta di legge sull’estradizione in Cina sarebbe bastata a fermare le proteste che durano da tre mesi, si sbagliava. L’annuncio è stato dato ieri ma non accadrà nulla prima di ottobre, quando il Parlamento tornerà a riunirsi. Per Lam questa iniziativa serve “a placare appieno le preoccupazioni dell’opinione pubblica”.
Non è così. Il video-messaggio dal tono conciliatorio della governatrice, che forse in modo affrettato alcune agenzie di stampa hanno etichettato come “la svolta”, è stato azzerato da Joshua Wong, uno dei leader delle proteste pro democrazia durante la “rivolta degli ombrelli” del 2014. Wong chiarisce: le manifestazioni a Hong Kong dovranno proseguire almeno fino al primo ottobre, festa nazionale in Cina: “Pechino e le autorità cinesi stanno solo cercando di fermare la nostra protesta”.
Mentre Wong parlava così da Taiwan, due dimostranti con i volti coperti hanno improvvisato una conferenza stampa dinanzi alla sede del consiglio legislativo sottolineando che il movimento “ha posto cinque condizioni, non ne accetterà una di meno”, e che la mossa della governatrice è solo “un cerotto sulla carne in decomposizione”.
L’intenzione di Lam non era solo quella di mettere fine alle proteste che proseguono da 13 settimane, ma di scrollarsi di dosso i funzionari di Pechino che a più riprese hanno anticipato la possibilità che le truppe cinesi entrino a Hong Kong in virtù di uno stato d’emergenza. In un audio trapelato due giorni fa durante un colloquio con alcuni uomini d’affari, Lam aveva confessato che se potesse, si dimetterebbe; ma non può, evidentemente perché la Cina ha capito che la sua uscita di scena in questo momento sarebbe una vittoria per i gruppi pro democrazia.
Le dimissioni di Lam infatti sono una delle cinque richieste dei dimostranti, oltre all’indagine indipendente sulle violenze della polizia, l’amnistia per gli arrestati, la richiesta di elezioni dirette per scegliere i propri governanti, maggiori aperture democratiche. A questa piattaforma Lam ha risposto con il ritiro della legge contestata, il sostegno all’Ipcc, organismo che ha il compito istituzionale di fare luce sui reclami contro la polizia dell’ex colonia, scartando però la possibilità di una inchiesta indipendente, un programma di incontri con le comunità di Hong Kong “per capire le lamentele” e trovare soluzioni, la concessione di un rapporto indipendente sulle cause che stanno alla base delle principali rivendicazioni sociali. Nessun accenno a dimissioni, tantomeno a elezioni dal basso.
Il movimento pro democrazia non le crede e ricorda quanto accadde nel 2014: già allora Hong Kong per tre mesi vide in strada la “rivolta degli ombrelli”, in contrasto con la decisione del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo di Pechino di riformare il sistema elettorale. La proposta, poi non adottata, era stata percepita come una misura restrittiva dell’autonomia della regione, poiché avrebbe stabilito una “preselezione” dei candidati alla leadership di Hong Kong da parte del Partito comunista cinese (PCC). Cinque anni dopo, la paura è sempre la stessa: che il termine “Una Cina, due sistemi” – espressione con cui si indica la soluzione negoziata per il ritorno nel 1997 di Hong Kong sotto la giurisdizione cinese, dopo 150 anni di status di colonia britannica – diventi privo di significato. Chi protesta e rischia le manganellate della polizia o le coltellate degli sgherri delle Triadi in maglietta bianca (per contrasto con quelle nere dei dimostranti) vuole tutelare i principi garantiti dalla costituzione, la Basic Law, che tutela diritti diversi da quelli dei cinesi. Tra questi, il diritto di protestare, stampa libera e libertà di parola. La legge stabilisce anche che la città abbia “un alto grado di autonomia” in tutti i campi, eccetto la politica estera e la difesa.
Per il momento, la mossa di Lam ha scosso positivamente la Borsa che ieri ha chiuso con un rialzo del 3,90% e ha ottenuto una apertura da parte di Amnesty; secondo il direttore generale di Hong Kong, Man-Kei Tam “i problemi della legge sull’estradizione erano chiari sin dall’inizio e il governo avrebbe dovuto ritirarla mesi fa. Invece ha scelto di sfidare le proteste coi proiettili di gomma e i gas lacrimogeni, esasperando la tensione e dando vita a mesi di rivolta. L’annuncio è un piccolo passo avanti nella giusta direzione, ma ci vorrà molto di più per mostrare al mondo che le autorità di Hong Kong sono davvero intenzionate a rispettare i diritti umani e inviare alla popolazione il messaggio che quei diritti potrà ancora esercitarli a prescindere dagli orientamenti politici”.
Dopo la giornata di ieri, a Hong Kong non è cambiato molto. La Cina continua a mantenere le sue truppe a Shenzhen, sul confine continentale e resta in attesa del 14° fine settimana di proteste. Resta valida l’analisi di Max Baucus, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Cina, durante una intervista di qualche giorno fa alla Cnn: “È difficile per i funzionari di Pechino affrontare questioni come quella delle manifestazioni di Hong Kong: sono abituati a fare le cose a modo loro”.