Un singolo pastore conduceva le sue greggi in una ventina di pascoli diversi, sparsi per tutto l’arco alpino e distanti tra loro decine di chilometri. È stato forse questo caso di stakanovismo ad aver insospettito la Guardia di finanza di Como. A fine agosto, le indagini dei finanzieri coordinati dalla Procura di Sondrio, hanno portato alla luce un articolato sistema di frode da parte di aziende agricole delle principali regioni del Nord: Piemonte, Lombardia e Veneto. Il bottino: i fondi europei per la politica agricola, una delle voci più ricche del bilancio Ue. La truffa consisteva nell’inventare pascoli d’alta quota fittizi, per i quali sono appunto previsti contributi da Bruxelles. I titolari di due aziende, indicate nell’indagine come fulcro dell’organizzazione criminale, si incaricavano di affittare terreni da pascolo in comuni montani, per poi subaffittare ad aziende agricole di pianura. A queste ultime fornivano tutti i documenti, formalmente in regola per le autorità di Bruxelles, ma rigorosamente falsi, in cui inserivano nomi di pastori che nessuno, tuttavia, ha mai visto sul presunto luogo di pascolo. Una frode durata anni, che ha coinvolto 90 aziende agricole ed è costata ai contribuenti europei 10 milioni di euro.
Quello dei falsi pastori d’alta montagna è solo il più recente dei casi di frode legato ai fondi europei. L’Italia, finita già più volte nel mirino per gli sprechi e l’incapacità di ottenere contributi comunitari, è anche uno dei Paesi con il maggior numero di irregolarità. Secondo il rapporto annuale dell’Agenzia europea antifronde (Olaf) riferito al quinquennio 2014-2018, L’Italia ha avuto più di 4.000 segnalazioni per le operazioni di finanziamento con fondi Ue. Peggio ha fatto lo Spagna (oltre 10.000), Romania e Polonia (rispettivamente 5.500 e circa 5000).
Per l’Italia, però, va meglio se si guarda all’impatto finanziario di queste infrazioni sul totale dei pagamenti. La percentuale italiana, infatti, pari all’1,33%, è ben al di sotto della media europea (2,01%), e inferiore anche a molti altri Paesi Ue che hanno fatto registrare meno irregolarità ma con un impatto finanziario più significativo sul totale dei fondi. Prima fra tutte la Slovacchia, dove 1.649 casi incidono per più del 19%. Sul fronte delle raccomandazioni della stessa Olaf alle autorità dei singoli Paesi per il recupero del denaro usato impropriamente, invece, l’Italia ne ha collezionato ben 21 per l’Italia. Peggio è andata a Romania (66), Ungheria (57) e Bulgaria (27). Tante frodi made in Italy, insomma, ma complessivamente quasi più da ladruncoli di risorse Ue che da geni del crimine comunitario. Significativo il caso, dettagliato da rapporto Olaf, di una truffa per milioni di euro, questa volta ai danni del fisco, che ha varcato i nostri confini per unire, nel crimine, Italia e Romania.
Nell’ottobre 2018, le indagini congiunte della Guardia di finanza di Ferrara e della Direzione nazionale hanno portato alla luce un’organizzazione che operava secondo la cosiddetta “frode carosello”. Il sistema è semplice e molto diffuso in tutta Europa, anche se i meccanismi in cui si articola sono complessi: alcuni imprenditori, in questo caso italiani creavano società fantasma in territorio rumeno. La vendita online di prodotti elettronici, che ha generato secondo l’indagine un giro d’affari di circa 150 milioni di euro, risultava svolta in Romania, nonostante le società fossero interamente italiane, in modo da aggirare il pagamento dell’Iva. Il danno stimato per l’erario italiano è di circa 30 milioni di euro. Ma il rapporto Olaf ci tira in ballo ancora una volta riguardo ai fondi Ue finiti destinati ai rifugiati e finiti, invece, nelle tasche della criminalità organizzata.
Il riferimento è all’indagine svolta dall’Olaf nel 2018, che denuncia infiltrazioni mafiose nell’ambito della gestione degli hotspot. L’operazione condotta dal procuratore di Catanzaro con l’antifrode Ue ha coinvolto 84 persone legate alla criminalità organizzata. Olaf chiederà all’Italia di restituire i finanziamenti del Fondo per i rifugiati che valgono 1,4 milioni.