Il bilancio a metà dei fondi Ue: piccole frodi ma numerose

Un singolo pastore conduceva le sue greggi in una ventina di pascoli diversi, sparsi per tutto l’arco alpino e distanti tra loro decine di chilometri. È stato forse questo caso di stakanovismo ad aver insospettito la Guardia di finanza di Como. A fine agosto, le indagini dei finanzieri coordinati dalla Procura di Sondrio, hanno portato alla luce un articolato sistema di frode da parte di aziende agricole delle principali regioni del Nord: Piemonte, Lombardia e Veneto. Il bottino: i fondi europei per la politica agricola, una delle voci più ricche del bilancio Ue. La truffa consisteva nell’inventare pascoli d’alta quota fittizi, per i quali sono appunto previsti contributi da Bruxelles. I titolari di due aziende, indicate nell’indagine come fulcro dell’organizzazione criminale, si incaricavano di affittare terreni da pascolo in comuni montani, per poi subaffittare ad aziende agricole di pianura. A queste ultime fornivano tutti i documenti, formalmente in regola per le autorità di Bruxelles, ma rigorosamente falsi, in cui inserivano nomi di pastori che nessuno, tuttavia, ha mai visto sul presunto luogo di pascolo. Una frode durata anni, che ha coinvolto 90 aziende agricole ed è costata ai contribuenti europei 10 milioni di euro.

Quello dei falsi pastori d’alta montagna è solo il più recente dei casi di frode legato ai fondi europei. L’Italia, finita già più volte nel mirino per gli sprechi e l’incapacità di ottenere contributi comunitari, è anche uno dei Paesi con il maggior numero di irregolarità. Secondo il rapporto annuale dell’Agenzia europea antifronde (Olaf) riferito al quinquennio 2014-2018, L’Italia ha avuto più di 4.000 segnalazioni per le operazioni di finanziamento con fondi Ue. Peggio ha fatto lo Spagna (oltre 10.000), Romania e Polonia (rispettivamente 5.500 e circa 5000).

Per l’Italia, però, va meglio se si guarda all’impatto finanziario di queste infrazioni sul totale dei pagamenti. La percentuale italiana, infatti, pari all’1,33%, è ben al di sotto della media europea (2,01%), e inferiore anche a molti altri Paesi Ue che hanno fatto registrare meno irregolarità ma con un impatto finanziario più significativo sul totale dei fondi. Prima fra tutte la Slovacchia, dove 1.649 casi incidono per più del 19%. Sul fronte delle raccomandazioni della stessa Olaf alle autorità dei singoli Paesi per il recupero del denaro usato impropriamente, invece, l’Italia ne ha collezionato ben 21 per l’Italia. Peggio è andata a Romania (66), Ungheria (57) e Bulgaria (27). Tante frodi made in Italy, insomma, ma complessivamente quasi più da ladruncoli di risorse Ue che da geni del crimine comunitario. Significativo il caso, dettagliato da rapporto Olaf, di una truffa per milioni di euro, questa volta ai danni del fisco, che ha varcato i nostri confini per unire, nel crimine, Italia e Romania.

Nell’ottobre 2018, le indagini congiunte della Guardia di finanza di Ferrara e della Direzione nazionale hanno portato alla luce un’organizzazione che operava secondo la cosiddetta “frode carosello”. Il sistema è semplice e molto diffuso in tutta Europa, anche se i meccanismi in cui si articola sono complessi: alcuni imprenditori, in questo caso italiani creavano società fantasma in territorio rumeno. La vendita online di prodotti elettronici, che ha generato secondo l’indagine un giro d’affari di circa 150 milioni di euro, risultava svolta in Romania, nonostante le società fossero interamente italiane, in modo da aggirare il pagamento dell’Iva. Il danno stimato per l’erario italiano è di circa 30 milioni di euro. Ma il rapporto Olaf ci tira in ballo ancora una volta riguardo ai fondi Ue finiti destinati ai rifugiati e finiti, invece, nelle tasche della criminalità organizzata.

Il riferimento è all’indagine svolta dall’Olaf nel 2018, che denuncia infiltrazioni mafiose nell’ambito della gestione degli hotspot. L’operazione condotta dal procuratore di Catanzaro con l’antifrode Ue ha coinvolto 84 persone legate alla criminalità organizzata. Olaf chiederà all’Italia di restituire i finanziamenti del Fondo per i rifugiati che valgono 1,4 milioni.

Mediaset, via libera al maxi- riassetto: approvato il piano Mfe

Tensione in casa Mediaset. Ieri un’assemblea straordinaria ha approvato il progetto di riassetto del gruppo, che vedrà la fusione delle attività italiane e straniere con la nascita di Media for Europe (Mfe), con sede nei Paesi Bassi. Si oppone Vivendi, società francese partner, che lamenta la mancata trasparenza delle procedure. Secondo Vivendi, con l’estromissione dall’assemblea della Simon Fiduciaria (trust cui la società ha affidato il 19,9% delle sue azioni Mediaset dopo che Agcom aveva riscontrato la violazione della legge Gasparri), la famiglia Berlusconi ha vinto a mani basse, grazie al 45,8% dei diritti di voto di Fininvest. “Questa operazione serve solo a Finivest” protesta Caroline Le Masne, responsabile affari legali Vivendi, che minaccia di ricorrere alle vie legali.

Immediata la replica del presidente Confalonieri, che ha ribadito la legalità della modalità di voto, “allineata alle disposizioni del tribunale di Milano”. Anche l’ad Pier Silvio Berlusconi si dice tranquillo: “Siamo convinti che Vivendi non abbia nessuna intenzione di recedere”, e aggiunge “ci saranno altri investitori pronti a entrare in campo”.

Dl Imprese, ArcelorMittal non chiuderà più Taranto

Lo stabilimento dell’ex Ilva di Taranto continuerà ad essere operativo dopo il 6 settembre in seguito alla pubblicazione in Gazzetta del decreto imprese. Lo comunica ArcelorMittal in una nota, precisando che il gruppo “continuerà a monitorare gli sviluppi legali, regolatori ed operativi con attenzione circa la situazione dell’impianto di Taranto”. “ArcelorMittal – è scritto nella nota – prende atto della pubblicazione avvenuta oggi sulla Gazzetta Ufficiale di un decreto legge adottato dal governo he modifica il cosiddetto decreto Crescita, che aveva eliminato la tutela legale in attesa dell’attuazione del piano ambientale per lo stabilimento di Taranto. Dopo la sua pubblicazione, il decreto legge entra in vigore immediatamente, anche se la sua permanenza nell’ordinamento è soggetta a ratifica da parte del Parlamento italiano entro 60 giorni. A seguito di tale sviluppo, ArcelorMittal Italia continuerà ad operare oltre il 6 settembre pur continuando a monitorare gli impatti giuridici, normativi e operativi relativi all’impianto di Taranto per quanto concerne la sua attività”.

Ora resta un’altra spinosa questione da affrontare: quella dello spegnimento che è stato ingiunto per l’altoforno numero due. I Commissari Straordinari dell’Ilva, responsabili della questione, hanno infatti presentato al Tribunale di Taranto una nuova istanza a tale riguardo.

Whirlpool lascia Napoli (con la scusa della crisi) ma non i soldi stanziati

“La possibilità che Whirlpool rimanga a Napoli è esclusa, come abbiamo sempre detto a sindacati e governo. Avremmo fatto lo stesso anche se la fabbrica era a Treviso, sono le quote di mercato e il trend congiunturale a obbligarci: la guerra dei dazi, il default argentino e la frenata dell’economia in Germania, una tempesta perfetta che si aggiunge alla crisi di prodotto, le lavatrici di alta gamma, e di mercato. Negli ultimi dieci anni a Napoli abbiamo perso il 60% della produzione e gli addetti sono scesi da 600 a 420”. Ieri la multinazionale americana di elettrodomestici ha ribadito a Repubblica quello che ha sempre affermato negli ultimi mesi, da quando lo scorso ottobre si è aperto il tavolo di crisi, che si era concluso con un accordo sul nuovo piano industriale che prevedeva investimenti per 250 milioni di euro. E, di fatto, il rafforzamento della produzione di lavatrici nello stabilimento di Napoli grazie a 16 milioni di fondi pubblici.

In questi ultimi 10 mesi – accusano i sindacati – il colosso ha continuato a fare “il bello e il cattivo tempo sulla pelle di migliaia di lavoratori, ricattando, annunciando e scendendo a patti solo per qualche mese pur di estorcere denaro pubblico”. Già l’altro ieri la Whirlpool ha diffuso una nota in cui ha spiegato che neanche il dl Imprese, che contiene una norma ad hoc, ora è abbastanza. “Contiene interventi – ha detto – non sufficienti a garantire la profittabilità dello stabilimento di Napoli”. E che “l’unica soluzione è dare una nuova missione produttiva al sito”, cioè venderlo. I 16,9 milioni previsti dal decreto per il 2019-2020, insomma, non bastano più. Si torna dunque alla linea che la Whirlpool aveva già comunicato mesi fa al ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio e che a fine giugno hanno prima portato all’annuncio della decontribuzione per i contratti di solidarietà all’azienda. E che poi, dopo l’ennesimo ripensamento della multinazionale, hanno spinto Di Maio ad annunciare la revoca di 50 milioni di euro di incentivi stanziati dal 2004. “Se vieni in Italia e prendi i soldi dello Stato non è che poi te ne vai e chiudi gli stabilimenti tenendo un atteggiamento contrario ai patti”, disse il leader Cinquestelle.

“In tutti questi mesi – spiega la segretaria nazionale dellaFiom-Cgil, Barbara Tibaldi – ci siamo battuti per evitare quello che già sapevamo: dopo aver comprato la Indesit, Whirlpool ha acquisito le competenze tecnologiche che le mancavano ed esauriti gli ammortizzatori sociali ha seguito il suo piano di lasciare l’Italia con la scusa della crisi di governo”.

Un piano che ricalca quello di Embraco, la società brasiliana del gruppo Whirlpool che a febbraio 2018 ha licenziato 500 lavoratori chiudendo lo stabilimento nel Torinese per delocalizzare la produzione in Slovacchia, dove il costo del lavoro è di quasi tre volte più basso di quello italiano (10 euro contro 28 euro di costo orario). “Confidiamo che il nuovo ministero del Mise Stefano Patuanelli possa convocarci a breve, perché a rischio lavoro ci sono centinaia di persone e milioni di euro che lo Stato ha dato all’azienda negli ultimi mesi attraverso la cassa integrazione”, dice Tibaldi.

L’Italia diseguale, la ricchezza sempre più nelle mani di pochi

Prendiamo il 10% più ricco di italiani: in mano a queste persone si concentra oltre un quarto dei redditi totali. Per la precisione – dicono i dati del 2018 pubblicati ieri dall’Eurostat – il 25,1%, quota che ha raggiunto il livello massimo dal 2008. Anno in cui, mentre la crisi stava per scoppiare, quel valore era del 23,8%. All’ultimo gradino della piramide, abitato dal 10% più povero, resta solo il 2% dei guadagni; dieci anni prima era il 2,6%. Sono passati due lustri dalla recessione e chi stava bene ora sta meglio; chi si barcamenava oggi fa ancora più fatica.

Ma, mentre sta nascendo il nuovo governo, l’istituto di statistica europeo ricorda la principale emergenza: la disuguaglianza. Nonostante la lenta ripresa degli scorsi anni, la forbice tra agio e miseria si è fatta più ampia. Nell’ultimo decennio sono aumentati gli immigrati e con essi il numero di indigenti. E se i posti di lavoro sono tornati ai livelli del 2008, alla voce “ore lavorate” ne mancano 600 milioni ogni trimestre, vista l’esplosione del part time. Nel 2018 è partito il Reddito di inclusione (Rei), che sembra aver arrestato la crescita della povertà, come ha detto l’Istat, ma non ha inciso nella riduzione delle disparità.

Anche il rapporto tra il 2017 e il 2018 sorride solo ai benestanti – passati dal 24,7 al 25,1% – mentre non ha cambiato nulla a quelli più in difficoltà. Lo stesso vale se guardiamo solo ai paperoni, l’1% più ricco: nel 2017 disponeva del 5% dei redditi nazionali, nel 2018 è arrivato al 5,1. Il 2% più facoltoso raccoglie a sé l’8,3% dei ricavi, cifra che non mette insieme nemmeno tutto il venti per cento meno fortunato, fermo al 6,6. A rischio povertà ed esclusione sociale sono 16,4 milioni di italiani: la magra consolazione è che un anno prima erano un milione in più.

Tra un anno sapremo se il Reddito di cittadinanza, partito in aprile, avrà fatto meglio del Rei. Intanto il governo Conte bis sa che, in ogni caso, bisognerà fare di più. Nel programma firmato da Movimento 5 Stelle e Partito democratico si parla di “promuovere una più efficace protezione dei diritti della persona e rimuovere tutte le forme di diseguaglianze (sociali, territoriali, di genere)” oltre che di “sostegni alle famiglie numerose e con disabili”. Segnali arrivano anche dalla scelta dei nomi: al Lavoro c’è Nunzia Catalfo, che aveva firmato la proposta sul Reddito di cittadinanza e quella sul salario minimo. Ministro per il Sud, invece, sarà Beppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez, associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno.

Il paradosso Reggio: bandiera d’Italia, avamposto di mafia

C’è una parte d’Italia che è nota nel mondo per la sua qualità della vita, per la civiltà della sua organizzazione sociale, per le scuole modello d’eccellenza mondiale. Reggio Emilia è considerata una “città esemplare”: buona istruzione, ottimo cibo, la città delle biciclette e dell’integrazione ben regolata. La regione attorno è ricca di storia e di passioni civili, lì nacque il primo tricolore italiano, furono organizzati i grandi scioperi agrari di inizio Novecento, prese forma la Resistenza simboleggiata dalla famiglia Cervi, sbocciò lo sviluppo solidale dell’economia cooperativa. Ebbene: lì si è impiantata una forma di mafia feroce e vorace, quella che ruota attorno alla famiglia Grande Aracri della ’ndrangheta di Cutro. Com’è stato possibile questo “grande trauma”, questo “schiaffo impietoso della storia”? Lo spiegano Nando dalla Chiesa e Federica Cabras nel libro Rosso mafia. La ’ndrangheta a Reggio Emilia (Bompiani).

Gli autori smontano subito alcuni luoghi comuni, come quello secondo cui “la vera benzina dell’espansione mafiosa sia (alternativamente o insieme all’ignoranza) la mancanza di lavoro, l’asfissia occupazionale”, oppure “il degrado sociale e ambientale”. Che cosa è successo nella provincia reggiana? “Una significativa e interessantissima contesa tra due civilizzazioni”, rispondono gli autori, “da un lato il socialismo emiliano, dall’altro il modello cutrese, la cui anima di ferro sta nella identità ’ndranghetista”. Non uno scontro, piuttosto una “coesistenza pacifica o addirittura ibridazione”.

Ma negli anni, nei decenni, in questa “gara beneducata”, una delle due concorrenti, la più agguerrita, conquista posizioni e vince; l’altra s’arrende e si consegna volentieri ai clan: sullo sfondo, una violenza “di norma a bassa intensità”. “Una civilizzazione svuota l’altra”, “le si sovrappone senza farla scomparire”. E succedono cose mai viste prima. I candidati sindaci di Reggio Emilia vanno a tenere i comizi elettorali a Cutro, in Calabria, perché una quota dei loro “grandi elettori” abita là. L’agorà emiliana e la politica “di denuncia contro i padroni” vengono sostituite dal silenzio e dall’omertà. Cambia perfino la religione: dimenticati gli scontri-incontri a Brescello tra Peppone e don Camillo, la processione più importante diventa quella del Santissimo Crocifisso a Cutro, a cui partecipa, nel 2009, alla vigilia delle elezioni amministrative, l’allora sindaco Pd di Reggio, Graziano Delrio.

Viene scardinato il “modello emiliano”. Si afferma gradualmente un modello di economia basato su settori ad alta intensità di manodopera e a basso contenuto tecnologico: edilizia, autotrasporti, movimento terra, smaltimento rifiuti, poi ristorazione e divertimento notturno. La prima, appetitosa opportunità è fornita dall’Alta velocità e dalla costruzione della stazione mediopadana per i Frecciarossa. Le aziende dei calabresi conquistano i subappalti, praticano evasione fiscale, false fatturazioni, assunzioni in nero, intimidazioni. Si integrano bene con le coop emiliane.

A dimostrazione che “la vera forza della mafia sta fuori della mafia”, cedono via via imprenditori, professionisti, politici, giornalisti, poliziotti. La grande nemica è il prefetto Antonella De Miro, che sforna misure di prevenzione contro le imprese dei clan. Da lei arriva anche Delrio, accompagnato da alcuni consiglieri comunali di origine cutrese, per convincerla che nella comunità dei calabresi ci sono anche tante persone perbene. Leggere Rosso mafia significa sprofondare nell’incredibile paradosso emiliano della democrazia italiana ed essere presi dalla vertigine di una conquista che, più che militare, è stata culturale, economica, politica.

Green carpet: al Lido sfilano gli ambientalisti

Sabato prossimo, 7 settembre, le avanguardie dei movimenti ambientalisti Friday for Future, Extintio Rebellion, No grandi opere inutili e dannose e No grandi navi, in vista dello sciopero transcontinentale contro i cambiamenti climatici del 27 settembre, conquisteranno il red carpet della Mostra del cinema del Lido a chiusura del Climat Camp che ha visto più di mille giovani, metà italiani, metà da tutta Europa, per quattro giornate, in un campeggio tra mare e laguna di Venezia. I ragazzi hanno capito che il loro futuro prossimo dipende – prima di ogni altra cosa – dal buon funzionamento delle strutture geofisiche che sostengono ogni forma di esistenza. Il riscaldamento globale è solo uno degli epifenomeni, scientificamente riscontrabili, del degrado della biocapacità riproduttiva dei cicli naturali del sistema terrestre. Molti degli stock (limitati) degli elementi base per la vita (acque, suoli fertili, minerali, fibre…) sono stati saccheggiati, inquinati, irreversibilmente perduti. I bilanci dei Global Material Flows Requirement, dei flussi di risorse primarie che vengono quotidianamente dissipati nei processi di produzione e consumo, sono spaventosamente in perdita. Altro che economia circolare! Gli Obiettivi dell’Onu dello “sviluppo sostenibile” si allontanano. L’allarme degli scienziati dell’Ipcc (Piattaforma scientifica dell’Onu sui cambiamenti climatici) e dell’Ipbs (Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità) è sottovalutato dai decisori politici. Gli appelli e le preghiere di papa Francesco lanciati con l’enciclica Laudato sì sono rimasti inascoltati dagli uomini e da Dio, come dimostrano gli incendi dell’Amazzonia, l’inquinamento da plastiche dei mari, le polveri sottili in atmosfera, la forza degli uragani e quant’altro. Siamo in mezzo ad una catastrofe ambientale epocale. Un biocidio. La “Sesta grande estinzione di massa”, dopo quella dei dinosauri, 66 milioni di anni fa. Pensiamo solo che oltre il 40% di tutte le specie di insetti è minacciata di estinzione. Gli esseri umani hanno acquisito una forza (tecnologica) tale da poter modificare l’evoluzione geo-bio-fisica del pianeta (Antropocene), accelerando l’entropia del sistema.

Le nuove generazioni non accettano di crescere nella scia di morte che le società opulenti lasciano dietro dei sé. I mutamenti climatici, nella loro evidenza, hanno una potente forza pedagogica. Insegnano che la realtà fisica è una rete di relazioni inscindibili, di cui l’essere umano fa parte e da cui dipende. Da questa presa di consapevolezza potrebbe emergere una nuova visione ontologica ed etica non antropocentrica, ma eco-centrica; non gerarchia e piramidale, ma equilibrata ed armoniosa; non dominante e violenta, ma equa e solidale. Peccato che nelle scuole non si insegni l’ecologia. Ricordo una splendida proposta del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio che si chiamava “Alfabeti ecologici” (//www.geofilosofia.it/terra/alfabeti_ecologici.pdf), coordinata dalla sottosegretaria filosofa femminista Laura Marchetti, rimasta però lettera morta. Un suggerimento concreto (a costo zero!) per il nuovo governo, se vuole davvero dimostrare di avere un interesse per l’ambiente, la scuola e il futuro dei giovani.

Greta Thunberg è diventata un’icona di successo del nuovo movimento ed è riuscita a farsi aprire molte porte importanti grazie alla sua limpidezza, al suo coraggio disubbidiente e perché, forse, è apparsa nel momento giusto, in cui i disastri ambientali non possono più essere nascosti nemmeno dai potenti della Terra, dalle forze economiche che dominano anche i governi. Si apre quindi uno scontro ravvicinato politico sulle azioni più appropriate e urgenti necessarie ad invertire la rotta, per uscire dall’economicismo e dallo “sviluppismo” consumistico e per riconcettualizzare la stessa idea di progresso e di buona vita che abbiamo in testa. Le nuove tecnologie a risparmio di energia e materia saranno certamente d’aiuto, ma servirà anche modificare in profondità modi di pensare, comportamenti individuali, sistemi economici e rapporti di potere tra interessi non sempre conciliabili. Ecco le ragioni per cui la nuova primavera dell’ambientalismo dovrebbe interessare noi tutti.

 

Franceschini, torna il Mibact peggiore

“Questo fenomeno del professionismo della politica: che, se è inevitabile, bisognerà comprendere e disciplinare in modo che non porti alla rovina della democrazia”. La profezia inascoltata di Piero Calamandrei (1956) ha oggi il volto e il nome di Dario Franceschini, l’inaffondabile avvocato ferrarese che – con l’unica forza che ha: non quella di un prestigio culturale o di una speciale statura morale, ma quella degli intrighi nei corridoi della politica – riesce a ottenere ciò che non gli si sarebbe dovuto a nessun costo concedere. Franceschini è infatti l’unico che torna a occupare esattamente la poltrona su cui sedeva prima del 4 marzo 2018: per il povero, martoriato patrimonio culturale italiano quel voto è, da ieri, cancellato. Come se non fosse mai avvenuto.

Franceschini non è stato un ministro qualunque. È arrivato al Collegio Romano grazie alla congiura fratricida con cui Matteo Renzi pugnalò il sereno Enrico Letta: uno degli effetti collaterali di quel colpo di palazzo, benedetto da Giorgio Napolitano, fu infatti troncare l’esperienza del miglior ministro dei Beni culturali della Repubblica, Massimo Bray, e mettere al suo posto il peggiore, l’autoreggente (copyright dell’Espresso) Franceschini.

Con lui la mercificazione spinta del patrimonio culturale è diventata legge, la tutela è stata messa nell’angolo, la politica ha cominciato a giocare coi grandi musei come gioca con la Rai. Mai un ministro dei Beni culturali era stato tanto divisivo: e conosco decine di archeologi, storici dell’arte, archivisti che si acconciarono (col naso mezzo tappato) a votare un Movimento 5 Stelle già normalizzato da Di Maio pur di non sentire mai più il nome di Franceschini associato alla parola cultura.

Ci sono ragioni di minima serietà che avrebbero dovuto indurre a evitare l’assurdità della situazione determinata da questo revenant. Per dirne una: le modifiche sulla riforma Franceschini che il ministro Alberto Bonisoli ha compiuto sono contenute in un decreto del presidente del Consiglio dei ministri, che era Giuseppe Conte. Ebbene, ora lo stesso Conte sfiderà il ridicolo, firmando esattamente il contrario? Non è un problema formale: è la condanna del Mibac a essere una perpetua tela di Penelope, tessuta e smontata senza requie.

Per quanto possa sembrare ingeneroso, viene da prendersela soprattutto con il Movimento 5 Stelle. Perché il Pd è ancora e sempre quel coacervo di signori della guerra da cui è davvero impossibile aspettarsi uno scatto di senso civico. Ma, in questo caso, era il Movimento a dover difendere i valori per cui diceva di aver combattuto. La sua opposizione a Franceschini ministro del governo Renzi fu giustamente feroce, arrivando fino alle manifestazioni di piazza: e ora siamo invece alla resa senza condizioni. Che ne sarà, per dirne una, della fragilissima Venezia? Con le Infrastrutture e i Beni culturali in mano al Partito delle Grandi Navi, cosa potrà il ministro Costa, la cui permanenza all’Ambiente è l’unica luce in tanto buio?

Ma il problema è purtroppo più profondo. La resa del Movimento a Franceschini è iniziata un anno fa, con la nascita del primo governo Conte. Il ministro Alberto Bonisoli – una persona seria, il cui tratto sarà rimpianto – è stato imperdonabilmente paralizzato dalle divisioni nel suo stesso fronte, e ha finito per impantanarsi in un’azione contraddittoria che non aveva il coraggio di smontare la riforma Franceschini, ma si limitava a correzioni secondarie, spesso pasticciate.

Il fatto è che Bonisoli, dietro di sé, aveva un’accolita di teste confuse. Si pensi che la bandiera di Franceschini era l’uso puramente turistico del patrimonio culturale, tanto che egli oggi ha chiesto e ottenuto (prima restaurazione) di riaccorpare Beni culturali e Turismo, giustamente divisi dal Conte 1. Ebbene, ecco cosa dicevano sul patrimonio i 20 punti del Movimento presentati al Pd: “Occorre promuovere i multiformi percorsi del turismo, valorizzando la ricchezza del nostro patrimonio naturale, storico, artistico, anche attraverso il recupero delle più antiche identità culturali e delle tradizioni locali”. Poche generiche parole, tutte in chiave di sottomissione al turismo: insomma, è radicalmente mancata una visione alternativa in nome della quale si sarebbe oggi potuto (dovuto) resistere alla restaurazione renzian-franceschiniana.

Abbiamo pagato una sorta di tangente sull’antifascismo, un’estorsione all’umanità: per cacciare Salvini, ci siamo dovuti riprendere Franceschini. Un gioco cinico e baro: ieri il commento più diffuso tra gli addetti ai lavori era: “Non tornerò mai più a votare”. Il problema non riguarda “solo” i Beni culturali: se sarà Franceschini a dare il la a questo governo, avremo fatto a Salvini il regalo più grande. Quello di trasmettere l’idea che la democrazia sia rovinata, e non funzioni più.

Mail box

 

Prima di giudicarlo, proviamo a fidarci del governo giallorosso

Negli ultimi giorni, sono stato terrorizzato dalla possibilità che, per la prima volta nella mia vita, in politica, qualcosa potesse andare come volevo, come negli ultimi vent’anni mi è (o ci è) capitato raramente in questo paese di pazzi.

Un governo M5S-Pd che faccia le cose giuste, quelle che aspettiamo da anni? Senza bruciori di stomaco e Maalox? Dopo Berlusconi, Renzi (si spera) e Salvini (come sopra)? Ma devo confessare anche le mie preoccupazioni: se davvero i giallo-rossi si riveleranno decenti, sarà una cosa difficilissima mettere da parte la naturale “criticoneria” che ci ha caratterizzato gli ultimi anni. Come si fa a stare dalla parte di un governo italiano? Da dove s’inizia (e quando finisce)? Mi domando se, dopo tutto l’orrore che abbiamo visto, saremo capaci di fidarci per davvero. Proviamoci: basta dubbi, basta impietose critiche all’uno o all’altro contraente di questo inaspettato patto politico. Da oggi, tentiamo di giudicare ciò che ne esce senza preconcetti o sospetti. Un provvedimento alla volta. Vediamo che succede.

G.C.

 

Renzi contro Salvini: da quale pulpito viene la predica

Matteo Renzi comiziante scatenato, senza contraddittorio, da Mentana, su La7. Un chiodo fisso, quello di sempre, Matteo Salvini: “Mandare il successore di Bossi a casa è stata una questione di igiene per le istituzioni. L’Italia è bellezza, non odio. L’Italia è valore, sentimento, accoglienza, non paura”. Ed è anche, caro senatore di Scandicci, il Paese che dovrebbe combattere, con maggiore fermezza, i familismi amorali, i politici, che tengono partito e “cerchi magici”, che caricano gli stipendi dei figli nullafacenti sui bilanci delle aziende di famiglia, provocandone le bancarotte. E che allo slogan di Salvini “Prima, gli italiani” antepongono il “Prima i toscani” e prima ancora gli ex amministratori della banchette locali, dissipatrici delle somme di tanti correntisti.

Pietro Mancini

 

Rousseau: non si tema lo strumento del cambiamento

“Volete passare da un alleato di destra a uno di sinistra?”: è questo in sostanza il quesito votato sulla piattaforma Rousseau, nonostante le continue affermazioni/rassicurazioni di Di Maio e soci, di essere un movimento “post-ideologico”. Una domanda che può fare ai suoi iscritti solamente un partito che sia di centro. Un partito che non è più quello dei moderati che Renzi o Calenda vogliono ricompattare, ma la grande quota di chi è deluso dalle ideologie “secche” e ha un disperato bisogno di soluzioni ai propri bisogni primari (lavoro, salute, scuola, ambiente, casa, giustizia). Sul metodo Rousseau ci sono molte riserve condivisibili – verificabilità e segretezza del voto in primis – ma va detto che la piattaforma grillina sta rivoluzionando il concetto di partecipazione alle scelte di partito. Questa consultazione “a caldo” non deve sostituire la rappresentanza “fredda”, ma integrarla.

La prima è giusto che si esprima nelle macro-scelte, mentre è essenziale e costituzionale che la seconda si faccia carico di tradurle in provvedimenti parlamentari ben più ponderati.

Certamente, l’evoluzione digitale, con la drastica riduzione dei tempi e costi di consultazione, sta mettendo in discussione il concetto di democrazia interna dei partiti; ma non si può rifiutare aprioristicamente questa innovazione solo perché è ancora un prototipo.

Né si può dire che urti la prassi costituzionale di formazione dei governi, visto che il suo ambito rimane all’interno del partito.

Massimo Marnetto

 

Anche nella crisi politica si trova un po’ di poesia

Colpa del fato o merito del Fatto, se la crisi sta per chiudere il contratto? Quod non facerunt savi, fecit Salvini. Speriam non sia un abbaglio, l’auspicio del Travaglio!

Luigi Caroli

 

Conte, unico premier possibile per tenere in piedi l’esecutivo

È proprio vero, come scrivete, che Conte è passato in un attimo dalle stalle alle Stelle!

Ed è altrettanto vero che sembra finito un incubo. C’è un’atmosfera più rilassata. Si respira la stessa aria, o almeno così mi sembra, che c’era al nascere del primo governo Prodi!

E lo ricordate? L’Italia sembrava aver preso la strada di “magnifiche sorti e progressive”, ma non si era tenuto conto di qualche testa d’uovo della sinistra che tanto tirò che quell’esperienza si ruppe. Col Prodi 2 la stessa cosa, (e in quel caso forse per fortuna…). Oggi sono speranzoso e vedo che non sono il solo, ma attenzione! Bisogna spuntare le armi agli inquieti. Per assolvere a questo compito, credo che Giuseppe Conte sia perfetto!

Se a qualcuno venisse in mente di fare brutti scherzi, sono arciconvinto che, da buon professore, avrà già distribuito in regalo a tutti i politici della nuova maggioranza il discorso che tenne in Senato con Salvini seduto alla sua destra.

Ma, questa volta, con l’aggiunta di due righe di accompagnamento: “Al prossimo, cappello da asino e ceci sotto le ginocchia”.

Roberto Giagnorio

Stadi razzisti. Lettera degli ultras a Lukaku: tolta l’indifferenza, siamo al ridicolo

Il razzismo negli stadi continua a essere la vergogna del nostro sport. Domenica a toccare il fondo sono stati i tifosi cagliaritani con i cori indegni rivolti all’indirizzo di Lukaku dell’Inter, belga di origini congolesi. Come se non bastasse, ieri la Curva Nord nerazzurra ha solidarizzato coi “colleghi” sardi indirizzando una lettera aperta al loro idolo. “Ci spiace molto che tu abbia pensato che quanto accaduto a Cagliari sia stato razzismo. Devi capire che l’Italia non è come molti altri Paesi europei dove il razzismo è un VERO problema”. In Italia “la gente è abituata a tifare contro gli avversari non per razzismo, ma per aiutare le proprie squadre”. Ormai siamo al ridicolo, eppure si continua a far finta di nulla. Perché la dirigenza interista non interviene?
Teresa Gabriele

 

Diciamolo subito: meravigliarsi per la cretineria degli ultras dell’Inter che a Lukaku dicono di non offendersi se i tifosi avversari accompagnano le sue giocate con il verso della scimmia, perché lo fanno anche i tifosi dell’Inter ai giocatori di colore delle altre squadre e “non è razzismo, è per farli sbagliare”; e “quando dichiari che il razzismo è un problema che va combattuto in Italia, non fai altro che incentivare la repressione di tutti i tifosi inclusi i tuoi e contribuisci a sollevare un problema che qui non c’è”, meravigliarsi di tanta imbecillità, dicevamo, non ci è concesso. Un po’ perché siamo l’unico Paese al mondo ad avere avuto un presidente federale squalificato per razzismo (Carlo Tavecchio, 6 mesi d’inibizione Uefa e Fifa; aveva detto che “Opti Poba è venuto qua, che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio”, 25 luglio 2014), un po’ perché a tutti va bene che le cose stiano così: Federazione, Lega, calciatori, addetti ai lavori. Quando in aprile i versi della scimmia, a Cagliari, colpirono lo juventino Kean che reagì con un’esultanza polemica dopo un gol, Bonucci criticò il giovane compagno dandogli “la metà della colpa”. Dall’Inghilterra il bomber del City, Sterling, attaccò Bonucci inorridito: “La colpa è 50 e 50? Non ci resta che ridere”, fece sapere. E ieri c’è stato un duro j’accuse contro la Serie A di Demba Ba, ex Chelsea oggi in Turchia. “Vorrei che tutti i giocatori neri uscissero da questo campionato. Sicuramente non fermerà la stupidità e l’odio della gente, ma almeno non offenderanno le altre razze”. Fino a ieri, il Santo Martire degli stadi era Koulibaly del Napoli. Ora è arrivato Lukaku. Che a differenza di Koulibaly non pare voler porgere l’altra guancia. E insomma: forza Lukaku, sei tutti noi!
Paolo Ziliani