Come gira la testa a Gianmarco Centinaio. L’ex ministro dell’Agricoltura è in confusione totale. Quando il governo giallo-verde godeva ancora di discreta salute, lui era il leghista più insofferente: voleva a tutti i costi staccargli la spina. Poi, dopo la rottura, il grande sollievo. Le telecamere del Senato l’hanno ritratto in un’espressione disperata, il giorno della sfiducia (poi ritirata) a Conte: mani sul volto e labiale inconfondibile, “Ma con chi cazzo abbiamo governato?”. Subito dopo, però, Salvini si è pentito di aver mandato al mare il governo, e Centinaio si è pentito più di lui. Ogni giorno un messaggino distensivo agli ex amici 5 Stelle. 22 agosto: “Ci sono contatti ancora in corso per un governo Lega-M5S”. Poi il 25 agosto: “Noi siamo pronti a tornare al tavolo per fare un nuovo contratto”. Poi il 26 agosto: “Di Maio premier? È un’ipotesi”. Niente da fare, troppo tardi, bisogna arrendersi: la storia con quei “cazzari” dei Cinque Stelle è finita davvero. Centinaio è un leone ferito. E adesso scrive messaggi come questo, con cui commenta il voto dei grillini su Rousseau: “La ‘piattaforma’ ha deciso… tonno, sardine, sgombri… o… carne in scatola? Non importa. Da oggi si lavora con un solo oggettivo: FARLI ESTINGUERE” (le maiuscole sono rigorosamente sue). Parole e musica di un ministro. Un ex ministro.
“Vorrei un governo di salute costituzionale. L’occasione c’è”
Alla prima domanda – avvisiamo il professor Marco Revelli – bisogna rispondere con sincerità. Il quesito, nel giorno dello scioglimento della riserva e dei ministri – è se lui credeva o no al buon esito di questa crisi. “Sì, pensavo che ce la facessero. Anche se – vista la richiesta di franchezza – temevo la vocazione al suicidio così presente nell’attuale sistema politico. Ma vorrei dire che oggi io festeggio l’uscita di Matteo Salvini dal Viminale, non una cosetta. Tornando al Conte bis, era un’occasione. E per fortuna è stata colta”.
Quindi è d’accordo con la definizione del premier, che l’ha più volte definita così?
Certamente, è un’occasione offerta a due partiti in difficoltà. Ma è anche un’occasione insperata per noi cittadini. Se fossimo andati al voto, come voleva il leader della Lega…
… e anche il segretario del Pd, in prima battuta.
Ma quando parlo di vocazione al suicidio indico una tendenza assolutamente trasversale! Comunque in quel caso, avremmo avuto con molta probabilità un parlamento dominato da un’estrema destra che tra due anni e qualche mese avrebbe eletto il presidente della Repubblica che a sua volta avrebbe potuto ridisegnare la Corte costituzionale: non dimentichiamo che su 15 giudici, 5 li nomina il Capo dello Stato e 5 il Parlamento. Avrebbero potuto cambiare la Costituzione praticamente da soli.
In un’intervista al Corriere Massimo D’Alema individua nell’alleanza con i 5S l’occasione per la sinistra di “ritrovare la strada” e il discorso interrotto con molti elettori. C’è una base comune tra i due elettorati?
Sì e no. In una prima fase effettivamente c’è stato un travaso dal bacino elettorale della sinistra ai 5 Stelle, quando hanno dato voce ai risparmiatori truffati, ai movimenti sul territorio… Attenzione non è la lista di quelli del no: è la lista delle resistenze, delle aree in cui cittadini difendevano il loro ambiente.
E poi, cos’è capitato?
Poi si sono rivelati davvero trasversali, per esempio sull’immigrazione. Hanno convinto una parte dell’elettorato che votava a sinistra nelle aree di disagio sociale che dall’immigrazione si sentiva minacciata. Senza più la funzione pedagogica dei partiti di sinistra, che difendevano i diritti di queste persone e contemporaneamente affermavano i valori di un umanesimo universalistico, un pezzo di elettorato popolare, socialmente periferico, si è spostato prima verso i 5Stelle poi verso la Lega. L’elettorato 5Stelle è un elettorato popolare che però non si riconosce più nei valori di sinistra, sempre che detti valori esistano ancora…
Alla festa del Fatto Pier Luigi Bersani ha detto a Carlo Calenda che secondo lui lo spazio per un partito liberale c’è. Un signore in platea ha protestato: il problema è che non c’è più un partito di sinistra…
Quel signore ha ragione. Mi pare che di pseudo-liberali, che in realtà sono fior di conservatori, ne abbiamo visti molti. Queste categorie sono ormai difficili da maneggiare. Perché noi non stiamo vivendo una crisi di governo, ma – come scrive l’Avvenire – una crisi di sistema. Nel senso di sistema politico e istituzionale. Le forze politiche non sono più credibili perché sono tutte une e bine, nella migliore delle ipotesi. Nessuna è in grado di parlare con una voce sola.
Nella crisi che ha fatto esplodere le contraddizioni del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo appare come l’anima più di sinistra, mentre Di Maio non smette di sottolineare l’identità post ideologica, né di destra né di sinistra.
Così tanto che si temeva che il faticoso lavoro di mediazione tessuto da Conte, potesse venir vanificato dal voto su Rousseau. Ma questo vale anche per il Pd, dove assistiamo al paradosso di un segretario che non controlla i gruppi parlamentari. Cosa che ben spiega bene la prima posizione di Zingaretti, deciso ad andare al voto. Istinto suicida, motivato dal desiderio di liberarsi della zavorra renziana. In fondo nemmeno la Lega è così granitica come vogliono far credere.
Le correnti una volta avevano certamente dei leader, ma anche degli orizzonti politici. Oggi non è più così.
Perché oggi mancano le culture politiche. Nei vecchi partiti, che costituivano la partitocrazia e avevano molti limiti, alla fine si faceva la famosa sintesi. La guerra civile non continuava sottotraccia dopo ogni decisione, come invece accade nei nuovi partiti.
A questo giro, all’opposizione ci saranno solo forze di destra. Dal bipolarismo al tripolarismo e ritorno?
Il Parlamento sarà diviso tra una destra e un’altra entità che non si può definire centrosinistra perché significherebbe assegnarle un’identità che non ha. E già questo ce la dice lunga sull’anomalia. Così come non potevamo chiamare di centrodestra il precedente esecutivo. È difficile definire questo “governo politico”, perché non nasce da un vero accordo. Qui ogni contraente ha delle riserve mentali.
Dai matrimoni di convenienza possono venir fuori unioni d’amore?
Mi accontenterei di un governo di salute costituzionale, che possa mettere in sicurezza il Paese da certe forme di avventurismo. Quindi una legge elettorale con un sistema proporzionale puro, l’unico che garantisce il check and balance e l’abolizione dei decreti sicurezza, pieni di illegittimità e veleni.
Il filosofo Sallusti piange su Eraclito
È dura la vita di Alessandro Sallusti. Giornate di smarrimento, di convinzioni svanite, di destra che evapora, di sovranismi scellerati. Il direttore del Giornale è in lutto e spara titoloni amari, ancora più del solito: “Sprofondo Rosso”, “Mostro Pd-M5S”, “Programma folle di estrema sinistra”, “Voto farsa su Rousseau: sì all’inciucio”. Il titolo del suo editoriale è altrettanto eloquente: “E adesso fategli un mazzo così” (sottinteso, a grillini ed ex comunisti). Insomma, per farla breve: Sallusti non sembra averla presa con filosofia. O forse sì? Proprio in fondo al suo articolo si affida a una citazione preziosa. Cosa fare? “Bisogna affidarsi ai saggi, tipo Eraclito: ‘Senza la speranza è impossibile trovare l’insperato’”. Se i Cinque Stelle hanno la tanto ridicolizzata piattaforma Rousseau, Sallusti inaugura la piattaforma Eraclito. Non manca una sua coerenza, Eraclito è il filosofo del “panta rei”: tutto scorre, tutto è in continuo divenire. Un giorno Salvini è il padrone del Paese, il giorno dopo torna il Pd al governo. Vista l’inclinazione di Sallusti per i presocratici, e considerata però anche la facilità con cui cede allo sconforto e talvolta all’ira, gli consigliamo l’approfondimento di Epicuro e la ricerca dell’atarassia: la pace dell’anima che sopraggiunge quando si è liberi dalle passioni.
Grillo vero politico, il premier leader e il Colle “socratico”
Beppe Grillo Voto: 8
È stato lui, fondatore e garante, a dare la svolta alla crisi più pazza del mondo: autodenominatosi ironicamente “l’Elevato”, ha stoppato ogni tentazione pentastellata per il voto anticipato con un post “totus politicus”, da uomo di visione e strategia: “Dobbiamo fare dei cambiamenti? Facciamoli subito, altro che elezioni. Mi eleverò per salvare l’Italia dai nuovi barbari”. È stata questa la scintilla (la fatidica Iskra leninista) che ha salvato il M5S dal suicidio del voto anticipato. Da lì in poi, tra appelli e qualche bastonata al “figliolo” post-ideologico Di Maio, Grillo ha consolidato “l’alleanza naturale” con il Pd, per dirla alla D’Alema
Giuseppe Conte Voto: 8
I 14 mesi del governo giallo-verde hanno fatto crescere un leader ora dal profilo internazionale, già Avvocato del Popolo. E il suo discorso al Senato contro Salvini è stato un decisivo punto di non ritorno tra M5S e Lega
Nicola Zingaretti Voto: 6,5
Il segretario del Pd avrebbe voluto le elezioni anticipate per motivi interni e spazzare via il renzismo. Come Di Maio, ha subìto la trattativa, però poi è stato lui a pretendere un patto duraturo per un governo di legislatura
Luigi Di Maio Voto: 7
Molti lo descrivono come uno sconfitto. In ultimo, non è riuscito a fare il vicepremier dal Viminale. Ma, alla fine, ha raddrizzato la trattativa per sé e per Fraccaro e storicamente è il capo politico che ha rotto il tabù delle alleanze del M5S
Matteo Renzi Voto: 7
La Politica, talvolta, si misura anche con un metro cinico e machiavellico, dove a contare è la tattica. E Matteo Renzi aprendo per primo in questa crisi al M5S, è stato il più spregiudicato e veloce di tutti nel suo partito. Chapeau
Matteo Salvini Voto: 3
Fino a un mese fa era il dominus, oggi langue nelle retrovie. Ha aperto la crisi per vincere le elezioni e prendersi tutto, senza tenere conto che siamo una democrazia parlamentare. Salvini più che fascista è un sopravvalutato
Silvio BerlusconiVoto: 4
L’ex cavaliere è vittima della sua ambiguità: da un lato continua a inseguire Salvini; dall’altro ribadisce a giorni alterni il suo antisovranismo. Non ha capito che l’antico centrodestra è morto per sempre e FI oggi è un ibrido
D. Franceschini Voto: 5
Diamo a Franceschini quel che è di Franceschini: cioè, che in quest’ultimo anno la sua area è stata la prima nel Pd ad aprire al M5S, ma facendosi scavalcare da Renzi a crisi appena aperta. E qui merita 7. Poi però resta uno dei politici più usurati del Pd. La media tra 7 e 3 è 5
Roberto Fico Voto: 7,5
Quattordici mesi di sofferenza “gialloverde”, seppur dalla poltrona di terza carica dello Stato, sono stati riscattati da questo incredibile agosto. Fico è stato il primo a riferire al Colle dell’apertura grillina ai dem. Tra lui e Grillo, il M5S ritrova la sua anima
Sergio Mattarella Voto: 7
Ancora una volta, il capo dello Stato si è dimostrato un arbitro che predilige la maieutica all’interventismo. Con lui, la prassi delle consultazioni mescola insieme Socrate e la sapienza morotea
L’esultanza di Zinga: “È un capolavoro”. Anche se il Pd è rimasto fuori da P. Chigi
“Sarà un governo di legislatura, perché ne ha bisogno l’Italia”. Nicola Zingaretti in serata parla di “capolavoro”, da “tutti i punti di vista”, canta vittoria, in pubblico e in privato, rivendica la mantenuta “unità” del partito.
All’inizio, il segretario era fermamente contrario all’operazione. Ma poi ha deciso di sfruttare questa occasione come un’opportunità. La prima chiave per capire quale tipo di scelta abbia fatto il Pd è il “triangolo” economico-europeo: Roberto Gualtieri va al Mef, Paolo Gentiloni a Bruxelles (probabilmente con delega agli Affari europei), Enzo Amendola al ministero degli Affari europei. Significa gestire la partita più difficile, quella del rapporto con l’Europa e della revisione del Patto di Stabilità e crescita. E dei conti pubblici e dei sacrifici. A partire dalla legge di Bilancio in arrivo. Ma anche la partita che conta, quella per cui il Pd si pone come garanzia a Bruxelles.
Una scelta in linea con la leadership di Zingaretti: la gestione del potere e degli equilibri, prima del consenso. Gualtieri (che nasce dalemiano) è in assoluto la persona di cui si fida di più; Gentiloni l’ha voluto alla presidenza del partito; Amendola (uomo di Andrea Orlando) ha fatto le liste per le Europee.
Una scelta intelligente o una rogna destinata a scavare la tomba ai dem? Nel Pd, qualche dubbio c’è sull’esito finale, ma di fondo si respira soddisfazione. Vari i punti critici: il Pd è rimasto fuori dalla vera stanza dei bottoni: non ha né un vicepremier, né il sottosegretario a Palazzo Chigi. Ancora: fuori dall’esecutivo tutti i big politici di peso, a parte Dario Franceschini. Che ha lavorato a questa operazione dal giorno dopo le Politiche 2018, ha condotto le trattative e ha giocato per sé: voleva tornare al ministero della Cultura, un dicastero di spesa, il suo feudo. E ha spuntato pure il ruolo di capo delegazione. Sono rimasti fuori, per propria scelta, Andrea Orlando (che punta a investire nel Pd) e Graziano Delrio, che resta capogruppo a Montecitorio. Per l’altra fedelissima, la sua vicesegretaria Paola De Micheli, Zingaretti ha scelto un’altra casella difficile, ma di gestione di potere vero: il ministero delle Infrastrutture. Dal Tav (anche se pure Conte ha detto che si farà), al rapporto con autostrade (materia del contendere può essere la revoca della concessione) alla Gronda, sul tavolo i dossier scottanti sono parecchi.
Matteo Renzi si è lasciato andare a qualche dichiarazione martedì (“Non è il mio dream team”), ma ieri ha consegnato alla storia una sola dichiarazione pubblica: “Buon lavoro al nuovo governo. Facciamo tutti il tifo per l’Italia”. In quota dell’ex premier ci sono due donne: la fedelissima Teresa Bellanova, in un ministero di spesa come l’Agricoltura e Elena Bonetti, ex scout di 37 anni, che ha organizzato la scuola politica del Ciocco ed era la coordinatrice dei Comitati alla Famiglia e alle Pari opportunità. Un volto nuovo in un posto che si farà notare per la discontinuità con l’humus salviniano contro i gay, contro l’aborto, per la famiglia naturale (la Bonetti si è anche espressa a favore delle unioni gay). Doveva entrare Anna Ascani (che farà la vice dell’Istruzione), la Boschi si è opposta.
Alla Difesa c’è Lorenzo Guerini, capocorrente di Base Riformista, insieme a Luca Lotti. Quello che ha in mano i gruppi parlamentari. Era l’“Arnaldo” di Renzi, ora conta per se stesso, ma non gli sarà mai ostile. A Renzi non piacciono Francesco Boccia agli Affari Regionali e Peppe Provenzano, che va al Mezzogiorno e non al Lavoro, anche perché l’ex premier non gli ha perdonato l’intervista al Fatto contro il jobs act. A proposito di strade sbarrate, c’è anche quella a Marco Minniti: Renzi non lo voleva, anche Zingaretti alla fine ha preferito non mettere la faccia su un ministero delicato come il Viminale.
Salvini deride i ministri (ma ora va per funghi)
Che senso ha una diretta Facebook quando non si ha più il potere? Matteo Salvini è la stessa persona di un mese fa ma pare un altro, sembra spento. Le sue parole suonano prive di peso, i suoi sorrisi sono tirati, i suoi discorsi – per la prima volta da quando ha iniziato a fare politica – sono quelli di uno sconfitto. Per le rivincite ci sarà tempo, a cominciare dalle Regionali in Umbria di fine ottobre. Ma in questo momento, nella percezione collettiva, Salvini è un politico che si è segato le gambe da solo.
Nel giorno del Conte bis, l’ex padrone del Viminale parla alla nazione dal solito palco: il suo cellulare e il suo profilo Facebook: “Un mercato delle poltrone indegno e vergognoso – dice – sono orgoglioso che la Lega ne sia fuori. Renzi e Di Maio si sono superati, hanno già il primo record: 21 ministri, c’è posto per tutti”.
Li passa in rassegna uno per uno: “Alla Sanità Speranza di LeU – e sottolinea ironicamente LeU – competenza in sanità zero, esperienza zero, però andava a bordo delle navi delle Ong, per fare sbarcare i migranti, mica male”. Salvini ha una passione particolare per Dario Franceschini: “Uno che è sopravvissuto a tutto, uno che governerà anche con la Befana”. Poi si dedica a Paola De Micheli: “Una che conoscono bene a Piacenza, un trascorso nella conserva dei pomodori, ora si occupa di infrastrutture, di Tav. Dopo Toninelli, era difficile fare peggio”. Poi tocca al nuovo ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri: “Uno che arriva direttamente da Bruxelles, tanto amato dalle cancellerie di Parigi e Berlino. Era uno che diceva in tv, sostanzialmente, che il voto degli italiani non conta un cazzo”.
Ha una buona parola per ognuno. E soprattutto per i responsabili: “Ringrazio Giuseppe Conte, Matteo Renzi e Luigi Di Maio per questa operazione di chiarezza, penso sia l’ultimo giro di spartizione di poltrone per questa sinistra”.
Ce l’ha con tutti, Matteo Salvini, compreso il capo dello Stato: “Presidente Mattarella, lei parlava di un governo di grande respiro, non le viene da ridere? Non era meglio chiamare al voto 60 milioni di italiani, non 60 mila militanti del sì sulla piattaforma Rousseau?”. Ce l’ha con tutti, tranne che con se stesso: a decidere di far cadere un governo in cui era per distacco la figura dominante è stato solo e soltanto lui. En passant, riconosce di essere stato un po’ ingenuo, di essere in difficoltà. Ricorre a una metafora calcistica: “Sono 1-0. Il Pd è in vantaggio, lo ammetto. Hanno segnato. Ma sapete quando vai in svantaggio con un rigore inesistente…”.
Adesso è ufficialmente all’opposizione. La sua propaganda sarà ancora più incessante ma in fondo non molto diversa da prima, sempre centrata sui social network. Il suo vero problema è che è difficile risalire la china, quando la gente si convince che un politico ha perso il tocco magico.
Ad esempio, la solita foto in cui Salvini condivide un momento di vita privata su Facebook, oggi suscita reazioni molto diverse. Ritrae l’ex ministro vicino a un fungo color vermiglio (“Di rosso solo i funghi. Questo però è velenoso, prepariamoci a raccogliere quelli buoni, prepariamoci a vincere”). Basta leggere il commento con più like (oltre 1.600): “Avevi già vinto senza vincere!!! Sei l’unico ministro che si è fatto fuori da solo!!!! Meno rosari, meno slogan, meno drink e più CERVELLO!!! Sei una barzelletta vivente!!!”.
Salvini aveva l’Italia in pugno, ora sembra solo uno che va per funghi.
Dal realismo di oggi alla visione bipolarista
In queste ore c’è una vera gara tra gli osservatori, a tratti grottesca, per fare l’elenco puntuale delle debolezze di questo storico accordo (compromesso?) tra il Pd e il M5S. Un riflesso pavloviano che smaschera ancora una volta nel mainstream mediatico l’odio verso i grillini, prevalente in assoluto. Eppure in un sistema tripolare come il nostro, quella tra democratici e pentastellati è l’alleanza più naturale, per tanti motivi che risalgono in parte al fondatore dei 5S. Non solo. Questa strada può rivelarsi vincente nel lungo periodo, contro le destre italiane, a patto però che soprattutto a sinistra si esca dal gestionismo andreottiano e dalle lotte personali di potere che hanno ucciso dapprima l’Ulivo e l’Unione e poi il Pd (che non ha mai vinto un’elezione). Del resto, cosa avrebbero riservato le urne anticipate, se non il trionfo del salvinismo? Meraviglia che qualcuno a sinistra, soprattutto qualche padre nobile un tempo favorevole all’accordo con B., non l’abbia capito. È pensabile in questa fase storica che il Pd ritrovi una sua vocazione maggioritaria, finanche aiutato dal nuovo fenomeno della volatilità del voto? Certo che no.
Ecco perché un sano realismo di matrice togliattiana suggerisce che questo Conte due è la soluzione migliore nelle condizioni date. Che poi tra Pd e M5S s’inneschi una competizione a sinistra non limitata solo alle poltrone e alle clientele, ma sul terreno sociale, è cosa buona e giusta. Anche perché il ritorno di Grillo con la “visione” di un nuovo progressismo potrebbe archiviare la stagione post-ideologica del M5S, comunque ribadita da Luigi Di Maio ben due volte in questi giorni. È questa forse una delle sfide più affascinanti della nuova maggioranza. Con la sua trasversalità, Di Maio un anno fa ha portato il Movimento al 33 per cento, poi l’azione di governo l’ha svuotato a destra (Salvini) e a sinistra (astensionismo). Da oggi la frontiera è un’altra. E il suo orizzonte è nelle mani delle classi dirigenti delle due forze.
Il giorno di Gentiloni, i ruoli Ue in mano al Pd
La politica è anche quella cosa che permette a un partito giunto ai minimi storici, il Pd, di essere un pilastro dell’Unione europea. Se la nomina di Paolo Gentiloni a Commissario italiano nel nuovo “governo” di Ursula von der Leyen, andrà davvero in porto – la decisione finale dovrebbe giungere oggi – il Partito democratico rappresenterà l’Italia nella Commissione europea, alla presidenza del Parlamento europeo, con David Sassoli, e gestirà il confronto con Bruxelles sui nodi economici con Roberto Gualtieri, neo ministro dell’Economia, ed Enzo Amendola agli Affari europei.
Per Paolo Gentiloni si apre una nuova carriera politica, di alto rango, lui che sembra sempre capitare per caso nei prestigiosi incarichi via via ricevuti. Per i dem di Nicola Zingaretti una responsabilità di grande portata e una mission a cui quel partito si è votato fin dagli albori, quando ancora era incubato nei disegni futuri di Romano Prodi e del suo Ulivo in gestazione. L’europeismo a ogni costo, anche contro la rabbia sociale montante e le politiche di austerità a cui l’Unione europea è associata in una prospettiva certamente coerente, ma politicamente rischiosa.
Eppure c’è stata una grande determinazione a confezionare un volto europeista per il nuovo governo, ribattezzato proprio da Prodi, sostenitore del Conte 2, come il “governo Ursula” dal nome della nuova presidente della Commissione. Quasi come se per l’Italia politica che non si riconosce in Matteo Salvini, non ci sia salvezza fuori dall’Unione, ultimo arrocco in un contesto internazionale dominato dall’instabilità e dal caos. E del resto ancora Prodi lo ripete a ogni occasione che per competere con i colossi Usa e Cina non ce la si può fare se non si crea una massa critica adeguata.
Questa scelta strategica è stata messa nero su bianco nel programma di governo licenziato ieri. Al punto 2, infatti, si legge che “con la formazione della nuova Commissione europea si apre una nuova fase di programmazione economica e sociale. L’Italia deve essere protagonista di una fase di rilancio e di rinnovo dell’Unione europea, intesa come strumento per ridurre le disuguaglianze e vincere la sfida della sostenibilità ambientale”.
L’obiettivo del governo, ovviamente, è anche quello di “promuovere le modifiche necessarie a superare l’eccessiva rigidità dei vincoli europei” in direzione di quella riforma della “regola del 3%” di cui parlava Conte alla festa del Fatto domenica scorsa. L’intenzione sembra fare breccia anche ai vertici della Commissione che lancia messaggi di grande disponibilità. Ma chi l’Europa la conosce bene sa che un conto sono i messaggi pubblici e un altro le trattative puntigliose tra i singoli Stati dove ognuno gioca la propria partita in casa. E quando si tratterà di strappare margini di manovra la partita sarà dura, ma senza margini il governo potrebbe fallire la prova di offrire risposte efficaci e durature.
Questo però si vedrà. Al momento in gioco c’è l’incarico che spetterà a Gentiloni. Si parla insistentemente degli Affari economici attualmente gestiti dal francese Pierre Moscovici, che in passato ha fatto il ministro delle Finanze in Francia e che viene dalla prestigiosa scuola dell’Ena con cui Parigi sforna funzionari pubblici di livello. Il curriculum di Gentiloni è un po’ più leggero, anche se comunque è stato il presidente del Consiglio di un Paese fondatore dell’Ue.
Paese che, però, ha anche un debito pubblico del 134% in rapporto al Pil. In subordine resta ancora la Concorrenza – su cui Gentiloni ha ancora meno competenze – o il Commercio. Ma è facile prevedere che per l’ex premier italiano si aprirà la strada di una vicepresidenza della Commissione e una considerazione internazionale di livello. E questo spazza via anche la vulgata di una riduzione di peso del ruolo dell’Italia in Europa rispetto alla scorsa legislatura.
Con la presidenza del Parlamento e un portafoglio economico importante, al netto dell’assenza di Mario Draghi, il cui mandato è scaduto naturalmente, l’Italia sarà anche più forte visto lo scarso peso che storicamente ha avuto la politica estera detenuta dall’uscente Federica Mogherini.
Gaffe e segnali pericolosi. L’esordio flop di Lagarde
Una cosa l’abbiamo già capita: Christine Lagarde non è un altro Mario Draghi, manca di quella capacità inpnotica che è stata la vera arma non convenzionale usata dal presidente della Bce uscente. L’attuale direttore del Fondo monetario internazionale è intervenuta ieri a Bruxelles davanti alla commissione Affari economici del Parlamento europeo che ha dato il primo via libera alla sua nomina al vertice della Banca centrale europea. Due frasi somigliano già alle prime due gaffe.
I giornalisti le chiedono un commento sulla nomina di Roberto Gualtieri a ministro dell’Economia, in quel momento non ufficiale. Risposta: “Un bene per l’Italia e per l’Europa”. Draghi è sempre stato molto attento a non prendere mai posizioni così esplicite sulla politica interna dei Paesi membri, soprattutto a non esternare preferenze sulle persone. La seconda gaffe è comprensibile soltanto agli addetti ai lavori, ma è più seria. “Ero a capo del Fondo monetario quando Draghi disse ‘we will do whatever it takes’. Spero di non dover mai dire una cosa simile perché significherebbe che gli altri policymaker non stanno facendo quello che dovrebbero”. Il riferimeto è alla famosa dichiarazione di Draghi del 26 luglio 2012, quando il presidente della Bce dichiara di essere pronto a “fare tutto il necessario” per fermare la crisi di credibilità dell’euro. Un impegno che si tradurrà, pochi mesi dopo, nel primo schema di salvataggio di Stati a rischio default noto come Omt (mai usato) e dal 2015 nel Quantitative easing, cioè l’acquisto diretto di titoli di Stato da parte della Bce. La Lagarde, però, dimostra di non avere ancora la testa da banchiere centrale e da economista (è un avvocato): non furono le parole di Draghi a fermare il collasso dell’euro, ma il tono con cui furono state pronunciate, la determinazione che trasmettevano e la capacità che il presidente della Bce aveva già allora maturato di influenzare le aspettative dei mercati. “Whatever it takes” non e’ una formula magica e non funzionerebbe allo stesso modo in bocca ad altri diversi da Draghi, privi della stessa capacità di cambiare il clima e condizionare le attese. È un talento che non si trasmette con il passaggio di consegne al vertice di Francoforte.
La Lagarde trasmette al mercato un messaggio pericoloso, di scarsa determinazione: dire che speri di non usare un’arma potente equivale a ridurre la possibilità che questa venga usata davvero. Promette di insistere con le politiche monetarie espansive (tassi bassi, acquisti di titoli ecc.) ma anche di sottoporle però a una costante “analisi costi-benefici” condotta non soltanto dalla Bce ma anche da “altre banche centrali nel mondo”. Un modo per rassicurare gli Usa di Donald Trump che Francoforte non darà troppo fastidio al dollaro, ma anche un ulteriore segnale di prudenza. Resta poi un mistero cosa significhi che la Bce deve considerare “la lotta al cambiamento cimatico” al centro della propria missione: il potere autonomo delle banche centrali, che non rispondono agli elettori, si giustifica soltanto perché il loro mandato è molto limitato (nel caso europeo il controllo dell’inflazione e la difesa dell’euro). Se una banca centrale inizia a occuparsi anche della temperatura globale, diventa più simile a un governo, e i governi vanno eletti.
La Lagarde ha evocato pure i “safe asset” europei, il modo in cui si chiama oggi il progetto di un debito pubblico comune un tempo noto come Eurobond, ed è stata molto esplicita anche nel chiedere ai Paesi con i conti piu’ solidi, come Germania e Olanda, di spendere di più in infrastrutture, visto che “hanno capacità fiscale disponibile”. E dovrebbero farlo non soltanto per allontanare i timori di recessione globale, ma anche perché tutte le istituzioni europee devono “rispondere alla minaccia del populismo”. Anche questa è una invasione nel campo della politica con uno stile molto diverso da quello prudente di Draghi.
Forse è solo inesperienza – i discorsi da direttore del Fmi non hanno lo stesso peso di quelli del presidente della Bce – o forse dobbiamo preparaci ad avere a Francoforte un banchiere centrale che non è piu’ capace di muovere tassi di cambio e mercati obbligazionari soltanto con il giusto tono della voce e qualche pausa enfatica.
E lo storico va al Tesoro: il ministro alla flessibilità preferito da Bruxelles
Quand’era uno degli ideologi, per così dire, della rivoluzione bersaniana del Pd indicò così la strada ai suoi compagni: “Dobbiamo superare la sindrome di Eltsin, la metamorfosi degli ex comunisti in tifosi del mercato”. La pratica e la praticaccia della politica – che “cammina sulle due gambe della mediazione e del conflitto”, ripete spesso il filosofo comunista Mario Tronti – negli anni ha insegnato a Roberto Gualtieri, storico di professione, cosa sono conflitto e mediazione quando il vento della storia – appunto – ti soffia addosso anziché spingerti: un po’ ci ha provato e molto ha rinunciato nei suoi anni a Bruxelles, vittorie invece pochine e sempre parziali.
Il nuovo ministro dell’Economia – romano, 53 anni, allievo di Beppe Vacca all’Istituto Gramsci, una moglie e un figlio – è il classico prodotto della filiera Pci-Pds-Ds-Pd, di cui ha attraversato le correnti della cosiddetta “sinistra interna” e le sue storie anche personali: dagli ex “giovani turchi” d’area dalemiana al bersanismo della fu “Ditta”, dall’appeasement col Matteo Renzi trionfante del 2014-16 al nuovo corso, pur già così fanée, di Nicola Zingaretti.
All’Europarlamento è al suo decimo anno e al suo terzo mandato ed è curioso che questo professore di Storia contemporanea (a La Sapienza di Roma) così poco conosciuto in Italia finisca regolarmente, e ai posti più alti, nella lista degli euro-eletti più influenti di Politico.eu: nell’ultima, per dire, era terzo. Non deve sorprendere, dunque, l’irrituale sostegno alla sua nomina della (quasi) governatrice Bce Christine Lagarde, arrivato quando Conte non era nemmeno salito al Colle: Gualtieri è uomo incistato nel potere europeo, nei suoi riti, nelle sue molteplici e ramificate reti di relazione.
Il politico che oggi ascende alla poltrona ministeriale, il primo al Tesoro da anni, in Europa debuttò già potente, come fosse sempre stato lì: al primo giro gli tocca, tra le altre cose, la presidenza della commissione Affari costituzionali e nel 2011 la nomina nel Comitato ristretto (con Brok, Verhofstadt e Cohn-Bendit) che ha negoziato a nome dell’Europarlamento il “Fiscal compact”. All’epoca forse non vinse “la sindrome Eltsin”, ma di sicuro quella “Tina” (There is no alternative, non c’è alternativa) e la realtà dei rapporti di forza intra-Ue: ancora oggi quelle regole di politica economica che tutti ritengono, allo stesso tempo, troppo rigide e troppo discrezionali sono ancora le (mai rispettate) tavole della legge europea.
Andò più o meno così anche sulla direttiva bancaria che istituì il bail in, cioè il sostanziale divieto di aiuti di Stato in caso di crisi, che ha fatto più danni della grandine in Italia. Leggendaria la ricostruzione dello stesso Gualtieri, qualche anno dopo, intervistato da Report: “Io la ritengo una direttiva fatta male”, spiegò il nostro. E perché l’ha votata? “Era l’indicazione di voto di tutti i partiti”. Ora, va detto, sono anni che – in ottima compagnia, da Bankitalia in giù – ne chiede la revisione.
Eppure “l’influenza” che Politico attribuisce a Gualtieri non è stata senza effetti in questi anni: magari non nel senso di una riforma “sociale e solidale” dell’Eurozona, che pure il neoministro chiede, ma ha se non altro guadagnato – non da solo ovviamente – all’Italia i decimali di “flessibilità” sui vincoli europei usati con larghezza da Matteo Renzi nei suoi anni a Palazzo Chigi.
Sono gli anni del suo secondo mandato a Bruxelles, quello del trionfo personale se non politico: Gualtieri strappa la presidenza della decisiva Commissione per i Problemi economici e viene nominato relatore di molti provvedimenti fondamentali (in particolare sulla regolazione dei mercati finanziari e, anche qui, con sconfitte pesanti e vittorie parziali).
Nel 2017 finisce pure nel comitato – ancora con Verhofstadt e Brok – che segue la Brexit per l’Europarlamento. Tutte benemerenze che dopo le Europee di quest’anno, nonostante un’elezione da ripescato, gli hanno consentito di essere confermato alla presidenza della Commissione.
Ora torna a Roma da ministro dell’Economia e uno dei suoi primi impegni sarà occuparsi del nuovo Fondo salva-Stati (Mes): quella riforma al momento è assai penalizzante per l’Italia e, va detto, le serie storiche di Gualtieri non lasciano ben sperare. Il suo premier, peraltro, ha pure annunciato di voler ridiscutere in sede Ue i vincoli di bilancio: che si debba farlo è opinione anche di Gualtieri, che alla fine si troverà però, con ogni probabilità, nel più congeniale ruolo di “ministro della flessibilità”. Ne ha assai bisogno se è vero quel che diceva qualche mese fa: “Per il 2020 tra clausole e riduzione del deficit si partirà da un buco di almeno 32 miliardi”.