All’Istruzione e al Lavoro si realizza un mix tra sinistra di governo e questione sociale. A qualificare di sinistra il neo-ministro dell’Istruzione, che nel passato governo ricopriva l’incarico di vice, potrebbe bastare la lettera congiunta scritta insieme alla deputata di LeU, Rossella Muroni, e pubblicata qualche settimana fa sul quotidiano Avvenire in cui i due inediti alleati sottolineavano le possibilità di un governo davvero “verde”. Fioramonti ha un curriculum da economista piuttosto brillante (insegna a Pretoria, in Sudafrica) e nella squadra di governo immaginata dal M5S prima del 4 marzo 2018 era collocato allo Sviluppo economico. È finito all’Istruzione, dove si è distinto per il sostegno ai docenti, la contrarietà alle “classi-pollaio” e la trasparenza dei concorsi. Nunzia Catalfo, sorpresa dell’ultima ora, è la “madre” del Reddito di cittadinanza, progetto di legge depositato già nel 2013 con una dovizia di particolari, e un costo di almeno 15 miliardi di euro, che poi non si è tradotto fedelmente nella legge approvata dal Parlamento. Catalfo è anche la relatrice del progetto di legge sul salario minimo, uno degli obiettivi inscritti nel programma del nuovo governo. Orientatore e selezionatore del personale, ha presieduto la Commissione Lavoro del Senato. Cosa deve fare lo sa.
L’innovatrice la manda Appendino
Connessione ultraveloce con il 5G, sperimentazione dell’auto a guida autonoma e dei droni. Magari poi anche l’hyperloop, il treno a levitazione: “Una grandissima scommessa: Torino sarebbe la scelta perfetta”, diceva a luglio Paola Pisano, dall’estate 2016 assessora all’Innovazione e Digitalizzazione a Torino, per commentare l’ipotesi dell’arrivo in Italia di un’azienda Usa. Con velocità altrettanto elevata ha scalato il potere: Luigi Di Maio le aveva proposto la candidatura al Parlamento europeo come capolista M5S nel Nord-Ovest ma lei ha rifiutato per accettare infine la proposta di Conte per il neonato ministero all’Innovazione: 42 anni, docente di Gestione dell’innovazione a Torino, non è iscritta al M5S, ma ha inviato il suo curriculum a Chiara Appendino durante la campagna elettorale, quando l’allora candidata cercava assessori. Pisano ha conquistato la sua fiducia e ha lavorato per aumentare le sperimentazioni tecnologiche a Torino, favorendo l’arrivo e la collaborazione con aziende innovatrici. Non le risparmia critiche l’opposizione in consiglio comunale (anche quella del Pd) che denuncia la cattiva gestione delle anagrafi cittadine e l’introduzione dei “drone show” al posto dei fuochi d’artificio per la festa del patrono della città.
And. Gia.
L’età media è di 45,8 anni
Quello che stamattina giura al Quirinale è il governo più giovane della storia della Repubblica. L’età media del Conte-2 è di 45,8 anni (se si contano sia il premier che il sottosegretario a Palazzo Chigi, Riccardo Fraccaro). Il ministro più giovane dei 21 è Luigi Di Maio (33 anni), seguito da Fabiana Dadone (35) e da Giuseppe Provenzano (37). Ben 10 ministri invece sono nella fascia tra i 40 e i 50 anni (compreso Roberto Speranza che ne ha appena compiuti proprio 40). I ministri più “anziani” invece sono l’ex prefetto di Milano Luciana Lamorgese (65), l’ex sindacalista renziana Teresa Bellanova (61) e l’immarcescibile Dario Franceschini (60).
Il primo governo Conte era già uno dei più giovani della storia recente, con un’età media di 50 anni. Tra gli ultimi sette esecutivi, aveva fatto meglio solo il governo Renzi: 48 anni di media. Il governo Gentiloni era invece a quota 53, al pari del governo Letta e anche dell’ultimo governo Berlusconi (quello caduto nel 2011), il cui risultato era penalizzato dallo stesso Cavaliere, all’epoca già 76enne. Il governo più anziano della storia recente è invece quello “dei professori” guidato da Mario Monti: l’età media dell’esecutivo che (tra le altre cose) ha falcidiato le pensioni era di ben 64 anni.
Il ministro pugliese per Zaia e soci
Quando arriverà nel suo nuovo ufficio – all’esito di una scalata che è partita da un incarico tecnico a Palazzo Chigi con Romano Prodi ed Enrico Letta, passando per l’elezione a deputato e poi per la presidenza della fondamentale commissione Bilancio della Camera – il dem Francesco Boccia, anglopugliese di Bisceglie, si troverà una discreta rogna da pelare: essendo titolare degli Affari regionali e dell’Autonomia dovrà condurre in porto il lavoro iniziato dalla leghista veneta Erika Stefani, che lo ha preceduto su quella poltrona. Ci si riferisce all’intesa tra lo Stato e le tre Regioni che finora hanno chiesto l’autonomia differenziata: le leghiste Lombardia e Veneto e l’Emilia Romagna a guida Pd. Il progetto va portato a termine comunque, anche per evitare guai peggiori in futuro, ma di certo non sarà una mezza secessione (dei ricchi) come pretendevano in particolare Luca Zaia e Attilio Fontana: la portata dei poteri e dei fondi devoluti è destinata a diminuire con grande scorno degli interessati. Il presidente lombardo ha già ribadito la sua solita minaccia nei giorni scorsi: “Bisogna vedere cosa ci propongono: se è una fake riforma, lasceremo perdere”. La speranza, al momento, è convincerli a firmare; l’obiettivo minimo lasciare il cerino in mano ai leghisti.
Una su tre: sapranno fare differenza?
È andata un po’ meglio che al primo giro, ma siamo lontani dal traguardo. Nel Conte-1, su 18 ministri 5 erano donne (27,7%); col Conte-2 saliamo a 7 su 21 (33,3%). Il premier, proprio alla festa del Fatto, assicurò – citando Ursula von der Leyen – “un adeguato riconoscimento al genere”. Di fatto, resta ancora insuperata la composizione dell’esecutivo Renzi (8 su 16). Così come restano distanti, se guardiamo all’Europa, i governi di Francia e della “femminista” Svezia che vantano il maggior numero di incarichi ministeriali “in rosa”. Quote o non quote, il tema resta la capacità di esprimere la propria autonomia dentro i contesti della politica: anche nei Paesi dove i numeri sono più equilibrati, le donne faticano ad affermare una visione e modelli alternativi di potere. Ecco perché è una bella sfida il Viminale da desalvinizzare in rosa. E, dopo Verona, Fontana e Pillon, bene pure la scout Bonetti, la prof che firmò l’appello per le unioni gay con Don Gallo. Le donne portatrici di una diversa agenda decisionale? Lo vedremo. È una discussione aperta dai tempi della Rivoluzione francese con Olympe de Gouges: “Uomo – scriveva – sei capace di essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; non mi priverai almeno di questo diritto”. Era il 1791. Sono passati secoli. Eppure l’Italia ha avuto la prima donna ministro solo nel 1976. La strada è lunga.
I meridionali sono 11 su 21
Più Sud che Nord. Ed è una novità, almeno visti gli ultimi governi. Nella squadra del Conte 2 ci sono infatti 11 ministri nati da Roma in giù, 4 in più (3 se si considera il sottosegretario Fraccaro) di quelli provenienti dal Nord. Due i romani in lista: Lorenzo Fioramonti e Roberto Gualtieri. Tenendo conto che il premier è pugliese, la statistica assume ancor più rilevanza: nel governo giallo-verde 8 ministri venivano dal Nord e solo 6 dal Sud (con tre dal centro e uno dalla Sardegna); con Gentiloni 14 da Roma (compresa) in su e soltanto 3 meridionali. Col dominio “centrista” nell’era Renzi – con molti toscani e romani e soltanto 2 ministri nati al Sud (Alfano e Lanzetta)– per trovare numeri simili al Conte 2 si deve tornare a Letta, che nel 2013 presentò una squadra equilibrata: 7 ministri meridionali, 6 dal Nord, 7 dal centro e persino due nate all’estero (Kyenge e Idem). Nello specifico, del Conte 2 fanno parte 4 campani (Di Maio, Amendola, Spadafora e Costa), 3 siciliani (Bonafede, Catalfo e Provenzano), 2 pugliesi (Bellanova e Boccia, oltre al premier Conte) e 2 lucani (Lamorgese e Speranza). Dall’Emilia vengono invece Dario Franceschini e Paola De Micheli, che si uniscono a 2 lombardi (Guerini e Bonetti), 2 piemontesi (Pisano e Dadone) e 2 veneti (il sottosegretario Fraccaro e D’Inca). Da Trieste, infine, Patuanelli.
Breccia a Porta Pia: l’ex lettiana che piace ai big del cemento
La nomina è propiziata dal fallimento dei 5Stelle sulle infrastrutture. E non è un caso che l’indicazione di Paola De Micheli al dicastero che fu di Danilo Toninelli venga salutata da una combo simbolica: il titolo di Atlantia, holding dei Benetton che controlla Autostrade, chiude a +6%, a livelli antecedenti al crollo del ponte Morandi, mentre i più lesti a congratularsi sono i vertici del Comité Transalpine Lyon-Turin, che racchiude i lobbisti francesi del Tav: “Siamo lieti, il suo impegno per l’opera è noto in Francia”.
Al dicastero di Porta Pia arriva per la prima volta una donna, un politico di lungo corso e, per così dire, ben visto dal mondo delle imprese. Piacentina, classe 1973, laurea in Scienze politiche, De Micheli entra in politica negli anni 90 tra gli ex Dc del Partito popolare, poi confluito nella Margherita. Dal 2007 al 2010 è assessore al bilancio a Piacenza, due anni dopo entra nella segreteria del piacentino Pier Luigi Bersani in quota Enrico Letta, di cui era una fedelissima. In quegli anni è una delle più vivaci animatrici di Vedrò, il think tank dell’ex premier che univa politica e un pezzo del capitalismo italiano. Tra i finanziatori, ad esempio, si contavano Enel ed Eni, Telecom e Sisal, Autostrade e Lottomatica. Nel 2013, in diretta tv attribuì all’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi la responsabilità di aver “impallinato” Prodi nella corsa per il Quirinale. Due mesi dopo, piange alla direzione del Pd che caccia #enricostaisereno Letta da Palazzo Chigi.
Poi la conversione: nel 2014 entra nel governo del “rottamatore” come sottosegretaria al Tesoro con delega ai giochi. Nel 2016 diviene commissario alla ricostruzione nei territori del centro Italia colpiti dal terremoto: non riuscirà ad aggirare i pesanti ritardi burocratici velocizzando i lavori.
L’esperienza lavorativa è tutta nel settore delle conserve: dal 1998 al 2003 presiede la cooperativa Agridoro, specializzata nella trasformazione del pomodoro, finita nel 2004 in liquidazione coatta. Dopo un passaggio come consulente di un colosso cinese oggi è in aspettativa da una multinazionale delle conserve del Nord Italia.
Nella battaglia con il Pd per cedere (oltre al Tesoro) un ministero economico di peso, i 5Stelle hanno deciso di tenersi lo Sviluppo, con lo staff di Luigi Di Maio (e il ricco portafoglio di sussidi e incentivi) e sacrificare le Infrastrutture. Scelto per imprimere una svolta sulle grandi opere – con l’introduzione dell’analisi costi-benefici – il ministero è stato fonte di cocenti sconfitte: dal Terzo Valico al Tav, bocciati dai tecnici, ma autorizzati lo stesso. L’arrivo della De Micheli, che ambiva allo Sviluppo, chiude il cerchio. Al netto delle gaffe, le buone intenzioni di Toninelli si sono infrante contro lo scarso peso politico che i 5Stelle hanno deciso di mettere sulle grandi opere, finendo peraltro per escluderne la gran parte dall’analisi costi-benefici.
Si vedrà – anche in base alle scelte che farà, dal capo di gabinetto alle nomine chiave – se De Micheli riporterà le lancette alla stagione di Graziano Delrio, attento esecutore del partito delle autostrade, in un ministero dove regnano ancora i fedeli servitori dei grandi gruppi del cemento.
Il primo banco di prova sarà il nuovo sistema tariffario voluto dall’Autorità dei Trasporti, odiato dai signori del casello e nato proprio grazie agli strumenti e alla copertura offerti da Toninelli. Nel programma di governo, l’analisi costi-benefici è sparita, così come la revoca della concessione ai Benetton.
La prefetta voluta da Conte per far dimenticare Salvini
Una delle prime telefonate di congratulazioni, la neoministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, l’ha ricevuta da Franco Gabrielli, capo della polizia e prefetto come lei. I due lavoreranno insieme, come era già accaduto tra l’aprile 2016 e il febbraio 2017: Gabrielli arrivò al Viminale e trovò Lamorgese nel ruolo di capo di gabinetto di Angelino Alfano e poi, per qualche mese, di Marco Minniti.
La scelta è caduta su una figura tecnica per far dimenticare i 14 mesi di Matteo Salvini, la macchina del Viminale al servizio della propaganda di un leader di partito e della sua martellante campagna anti-immigrati.
Lamorgese, come la maggior parte di suoi colleghi, non ha nemmeno un profilo Facebook accessibile. Nata a Potenza, classe 1953, sposata con due figli, laureata in Legge e abilitata alla professione di avvocato, Lamorgese è entrata nell’amministrazione dell’Interno nel 1979, è prefetta dal 2003 e conosce bene la macchina del Viminale per aver diretto il Dipartimento per le politiche del personale. È stata prefetta di Venezia dal 2010 al 2012, quindi capo di gabinetto di Alfano e di Minniti dal 2013 al 2017, prima donna prefetta di Milano dal febbraio 2017 all’ottobre 2018. Lo scorso novembre è stata nominata al Consiglio di Stato su proposta di Giuseppe Conte, lo stesso che l’ha voluta ministra. È la terza donna a capo del Viminale dopo Rosa Russo Iervolino e Anna Maria Cancellieri, anche quest’ultima prefetta.
Non è stata, si apprende da ambienti del Quirinale, una scelta del capo dello Stato: Sergio Mattarella non voleva al Viminale un altro leader, come Luigi Di Maio, ma un ministro politico sì. Poi però Minniti non andava bene, soprattutto al Pd perché ai 5S non dispiaceva affatto; un altro del Pd non era gradito ai 5S. Tutti sanno che qualsiasi attenuazione della stretta salviniana sui migranti – come il mancato divieto di accesso alle acque italiane per le navi delle Ong o la cancellazione delle supermulte da un milione di euro già censurate dal Quirinale per contrasto con le convenzioni internazionali sul soccorso in mare – sarà bombardata dal leader leghista. Rispondere toccherà a tutto il governo, non alla sola Lamorgese. Ma intanto si pensa a ben due viceministri politici come Emanuele Fiano (Pd) e Carlo Sibilia (M5S), quest’ultimo sottosegretario uscente e non indimenticabile. C’è il rischio di alimentare una certa confusione istituzionale perché il ministro dell’Interno è anche autorità nazionale di pubblica sicurezza e quel ruolo non è attribuibile a un vice.
Per i giornali di destra Lamorgese è troppo favorevole all’immigrazione perché, da prefetta di Milano, contestò le ordinanze dei Comuni leghisti lombardi che negavano l’accoglienza dei richiedenti asilo. Ma ovviamente la distribuzione razionale degli stranieri era fra i suoi compiti. La neoministra ha sempre mantenuto una certa equidistanza, coltivando rapporti in tutte le direzioni: Alfano la fece capo di gabinetto, Minniti la confermò per qualche mese, ma alcune intercettazioni del 2012 fecero emergere anche la sua amicizia con Isabella Votino, allora portavoce di Roberto Maroni, ex segretario leghista, ex ministro dell’Interno ed ex governatore lombardo.
Di Maio fa muro a Conte. Duello sul sottosegretario
All’ultima curva si sono affrontati. Dopo settimane di dissapori e sospetti, di mosse incrociate e ripicche, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio sono passati ai fatti, come due avversari che dovevano solo trovare l’occasione per lo scontro frontale. Così hanno tenuto fermo un governo già fatto, discutendo forte martedì, fino alle tre di notte. Per ricominciare ieri, fino a un attimo prima che il presidente del Consiglio prendesse la via del Quirinale con la lista dei ministri e il programma, dopo le 14.
E alla fine ha vinto il neo-ministro degli Esteri, il Di Maio che ha preteso e ottenuto Riccardo Fraccaro come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, cioè ha messo un suo pretoriano a marcare stretto il presidente super partes, come l’ha definito per giorni con calcolato distacco. Ma il Conte che ha sempre stravinto non poteva cedere così. Così come parziale contropartita ha strappato la nomina di Roberto Chieppa, l’attuale segretario generale di Palazzo Chigi, come sottosegretario con “delle deleghe importanti in ambito legislativo” come precisano dalla presidenza del Consiglio.
Un controllore del controllore, che però a differenza di Fraccaro non potrà partecipare al Consiglio dei ministri. E non è affatto un dettaglio. Ma negli armistizi funziona così, qualcuno deve concedere più dell’altro per arrivare a un “compromesso”, come lo definiscono da Palazzo Chigi. E per una volta è stato il Conte che a Di Maio aveva negato la poltrona di vicepremier, mandando avanti il Pd con quella che era la sua proposta di mediazione: niente vice e tutti contenti, innanzitutto lui, l’avvocato che di angeli custodi non ne voleva. Tanto che ha provato fino all’ultimo a prendersi tutto il piatto, cioè a imporre come sottosegretario alla presidenza Chieppa. Perché voleva essere totalmente autonomo, con un suo uomo di stretta fiducia a guidare la macchina del governo. Una sorpresa per i 5Stelle, che avevano chiuso l’accordo sui ministri con il Pd dando per scontata quella poltrona chiave come loro. Ma martedì Conte li ha presi in contropiede: “Per quel ruolo ho previsto Chieppa, serve una camera di compensazione”. Ed è stato allora che Di Maio ha montato la sua trincea: “Giuseppe, noi siamo il primo partito e dobbiamo essere rappresentati a Palazzo Chigi: abbiamo già rinunciato al vicepremier, è una questione di equilibri”. E dall’altra parte l’avvocato a rispondere con le sue ragioni, a insistere: “Non voglio più vedere Palazzo Chigi trasformato in campo di battaglia come negli scorsi mesi quando c’era Giorgetti, è necessaria una figura terza, distante da entrambi i partiti. Altrimenti tutti i guai finiranno sul mio tavolo”.
In mezzo ai due fuochi, il Pd. A guardare, ma non solo. “Ai dem interessava solo chiudere, ma a un certo punto hanno invitato Conte a non impuntarsi” sostiene un big del M5S. Di certo il braccio di ferro è proseguito, fino al compromesso. Ma prima di chiudere la partita Conte ha comunque chiamato a sè Fraccaro, raccontano da Palazzo Chigi. E ha chiesto garanzie, ossia si è fatto promettere dall’ex ministro che sarà un sottosegretario equidistante, attento a rispondere al premier e a non schiacciarsi sul suo Movimento.
L’ultimo passaggio prima della salita al Colle, un po’ in ritardo rispetto al previsto. Ma può andare bene anche così, a Conte come a Di Maio, che chiude con un ministero di peso e salvando quelli che voleva salvare a ogni costo: Fraccaro e Alfonso Bonafede, riconfermato come ministero della Giustizia. Poi solo dimaiani di provata fede e qualche nome che racconta l’influenza del presidente della Camera Roberto Fico, il 5Stelle che assieme a Beppe Grillo ha spinto di più per l’intesa con il Pd. Per giorni ha lavorato da tessitore, a cui i dem si sono spesso aggrappati, arrivando a invocarlo come possibile premier: ed era tattica, ma non solo. Fico sapeva, e si è sfilato dalla corsa. Ma tra una telefonata e l’altra con Di Maio ha dato al capo politico i suoi suggerimenti, anche sui nomi.
E allora gli deve la nomina Federico D’Incà, ortodosso veneto scelto come ministro ai Rapporti con il Parlamento. E Fico c’entra sicuramente anche nella scelta di Fabiana Dadone per la Pubblica amministrazione e di Lorenzo Fioramonti all’Istruzione. Anime più o meno di sinistra, nel Movimento di governo dove Conte è super partes. Diverso, da Di Maio.
Bilancio giallorosso: 10 a 9 per i 5 Stelle. Ai dem Sud e Tesoro
Dopo giorni di patemi, ieri doveva essere quello in cui ogni dilemma era sciolto, ogni dubbio fugato. Ma ai fotografi assiepati dietro le transenne della sala stampa del Quirinale resta un ultimo interrogativo: “Ma la campanella domani questo a chi la passa?”. La tradizionale cerimonia di avvicendamento tra capi di governo è in programma: dopo il giuramento di questa mattina alle 10, il due volte premier Giuseppe Conte farà rientro a Palazzo Chigi, accompagnato dal picchetto d’onore delle alte uniformi che lo hanno visto uscire dal suo appartamento dopo colazione, e infine presiederà il primo Consiglio dei ministri, non senza essere passato dalla sala dei Galeoni per il passaggio della “campanella” in versione speciale. Se la canta e se la suona, il presidente che è stato gialloverde e ora si tinge di rosso. La crisi aperta da Matteo Salvini l’8 agosto non solo lo ha lasciato al suo posto, nonostante il Pd avesse indicato la sua poltrona come il segnale più evidente della “discontinuità” chiesta ai Cinque Stelle, ma gli ha permesso di gestire da una posizione decisamente rafforzata la nascita del nuovo governo. Tant’è che ha chiesto e ottenuto di decidere in autonomia il sostituto di quel Matteo Salvini che lo ha sfiancato per 14 mesi.
Ha scelto una donna, Luciana Lamorgese, ma soprattutto una professionista. La prefetta guiderà quel ministero degli Interni che bisognava “spoliticizzare”, perché la materia dell’immigrazione, secondo Conte, è troppo delicata e tecnica per essere affidata a chi è alla ricerca del consenso. Una decisione che, pur non richiesta, ha ulteriormente saldato la fiducia tra il premier e il Quirinale, assai attento a chi sarebbe stato il successore del leader della Lega.
Solo su un punto, Giuseppe Conte ha dovuto scendere a compromessi: come sottosegretario alla presidenza del Consiglio voleva un tecnico di sua fiducia, ma alla fine Luigi Di Maio – che ha dovuto digerire il “no” al posto da vice – ha ottenuto di promuovere il fedelissimo Riccardo Fraccaro. Rimedierà in parte, Conte, portandosi come sottosegretario a Chigi Roberto Chieppa, attuale segretario generale della presidenza.
Il bilancino, in questi ultimi giorni, ha imparato a usarlo bene. E il risultato finale è una squadra di governo in cui tutti possono dire di aver vinto, dipende da come la guardi.
Cominciamo da Luigi Di Maio: non è riuscito a mantenere il posto da vicepresidente, perché il Pd – che aveva già fatto retromarcia su Conte premier – ha chiesto che non si replicasse il modello “a due” già sperimentato con Salvini. In cambio ha piazzato Fraccaro in un ruolo chiave, lasciando il Pd fuori da palazzo Chigi. E ha tenuto per sé un incarico di prestigio, quel ministero degli Esteri che – nelle sue intenzioni – gli consentirà di dedicare più tempo al Movimento rispetto a quanto non ne avesse prima, da super-ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. I due dicasteri sono rimasti in quota Cinque Stelle. Al Mise arriva Stefano Patuanelli, finora capogruppo M5S al Senato. Per il Lavoro, Di Maio ha scelto Nunzia Catalfo, la “madrina” del Reddito di cittadinanza: una esponente non di prima fila, di certo competente, ma nata a Catania. Un dettaglio non da poco, vista la pressione del Movimento siciliano, che nel frattempo ha perso la referente del governo gialloverde. Giulia Grillo, anche lei catanese, esce di scena: la Salute va a Roberto Speranza di Liberi e Uguali. È uno dei ministeri chiave che i Cinque Stelle abbandonano per strada: oltre alla Salute, sacrificano la Difesa – al posto di Elisabetta Trenta va il dem Lorenzo Guerini, quota Lotti –, le Infrastrutture (Danilo Toninelli cede il passo alla zingarettiana Paola De Micheli), la Cultura (esce Alberto Bonisoli, entra l’immarcescibile Dario Franceschini) e anche il Sud, dove il vicedirettore dello Svimez Giuseppe Provenzano prende il posto di Barbara Lezzi. Una scelta, quest’ultima, che ha lasciato non poche perplessità nel M5S. Perché oltre al ministero che gestisce tutte le politiche per il Mezzogiorno, i Cinque Stelle lasciano al Pd anche l’Agricoltura (Teresa Bellanova), gli Affari regionali (Francesco Boccia) e le Infrastrutture, tre bacini di potenziale contatto con la loro base, a forte trazione meridionale. Per contro – oltre alla Farnesina e al sottosegretario di cui sopra – il Movimento può rivendicare di aver tenuto due ministeri chiave come la Giustizia e l’Ambiente (riconfermati Alfonso Bonafede e Sergio Costa), di averne guadagnati due di peso (alla Pubblica amministrazione va Fabiana Dadone, all’Istruzione Lorenzo Fioramonti) e due “nuovi”: le Politiche giovanili e Sport guidate da Vincenzo Spadafora, l’Innovazione tecnologica da Paola Pisano, già assessore con la Appendino. Restano ai grillini anche i Rapporti con il Parlamento, ma stavolta in quota Fico, con Federico D’Incà.
C’è poi il capitolo economico e i necessari addentellati bruxellesi. E qui il Pd fa l’en plein: il Tesoro (Roberto Gualtieri), il commissario Ue (Paolo Gentiloni in pole), gli Affari europei (Enzo Amendola). Finisce a 10 per i Cinque Stelle e a 9 per il Pd: “Abbiamo la maggioranza”, rivendica il Movimento. Ora bisognerà farla valere.