Alla prova del Fatto

Pare un secolo, ma era solo un mese fa: il 5 agosto Salvini strappava la fiducia in Senato sul dl Sicurezza e si apprestava a maramaldeggiare il giorno 7 sui 5Stelle votando alla Camera le mozioni pro Tav col Pd&FI. Poi, l’8, la mossa volpina di rovesciare il governo per andare al voto e governare con “pieni poteri”. Ora, 27 giorni dopo, si aggira insalutato ospite per la Val Padana ululando alla luna contro il complotto mondiale ai suoi danni, mestamente agghindato di magliette con la scritta “Polizia locale”, che presto cederanno il posto alle divise da metronotte. Intorno a lui, i volti sgomenti dei suoi giannizzeri che un mese fa ingrassavano nei ministeri, con uffici damascati, poltrone in pelle umana, auto blu, scorte, inchini, salamelecchi, tartine, interviste, starlette Rai e tutto il cucuzzaro del potere. E ora, senza sapere il perché, si ritrovano digiuni e disoccupati, spogli e nudi come mamma li ha fatti (maluccio, se non ricordiamo male). Conte e Di Maio, vittime designate dell’astuto Cazzaro Verde, lo salutano con affettuosi bacioni da Palazzo Chigi e dalla Farnesina. E il Pd, che l’altroieri ha vinto le sue prime elezioni dopo 13 anni ma tra gl’iscritti a un altro partito, lo ringraziano sentitamente per l’insperato ritorno al governo. Noi, da cittadini democratici e da antichi sostenitori dell’incontro fra un centrosinistra rinnovato e un M5S maturato, gli siamo grati per averlo reso possibile con la sua spettacolare autodistruzione. Ma siamo un giornale libero, cioè critico e rompipalle, e continueremo a esserlo. Quindi tratteremo il Conte-2 come gli altri governi, senza pregiudizi negativi né positivi: applausi se farà bene, fischi se farà male.

La partenza ha luci e ombre: un premier capace e perbene; un programma ambizioso, ma ancora troppo vago; una squadra giovane (la più giovane della storia), incensurata, con novità di eccellenza come la Pisano all’Innovazione, Provenzano al Sud, Patuanelli al Mise, Catalfo al Lavoro; un po’ di usato sicuro come Bonafede alla Giustizia, Costa all’Ambiente e Gentiloni alla Ue; e molte incognite tutte da scoprire, tipo la prefetta Lamorgese all’Interno (perché non Minniti?) e Gualtieri all’Economia (cui non giova l’imbarazzante endorsement di Lady Bce). Li attendiamo al varco, cioè alla prova dei fatti. Formeremo un governo-ombra del Fatto, con le nostre firme distribuite per competenze sui vari dicasteri, per giudicare i ministri all’opera (oggi Montanari inizia col triste remake di Franceschini al Mibact). Non chiamarsi Salvini, Bongiorno, Fontana, Centinaio, Rixi e Siri aiuta. Ma il meno peggio non basta: alla lunga, apre (o riapre) la strada al peggio.

Niente scandali, siamo giovani. Venezia riscopre la concordia

Sono tornati i giovani a Venezia. “Il pubblico degli zainetti e delle biciclette”, per dirla con il presidente Paolo Baratta. Ieri il suo ultimo pranzo con la stampa accreditata alla Mostra, a meno che non si deroghi allo statuto della Biennale: il sindaco di Venezia Brugnaro, il presidente della Regione Veneto Zaia hanno aperto a un terzo mandato, chissà. Grand commis, quattro volte ministro, plenipotenziario culturale oltre il perimetro lagunare, Baratta non si scopre: “Non rispondo di esercizi futuri”.

Il presente è luminoso: non per i film, che non rilucono di particolare qualità, per le presenze. La sensazione soggettiva di red carpet assaltati, sale zeppe e code pingui trova le prime conferme ufficiali: al settimo giorno di Mostra, gli ingressi complessivi, 60% accreditati, 40% “bigliettati”, sono a quota 105 mila unità, registrando un superlativo +11% sull’anno scorso, +22% sul 2017. Baratta solleva il sopracciglio, il direttore Alberto Barbera dissimula un sorriso, una prima, raggiunta parità di genere c’è: donne e uomini accreditati quest’anno fanno fifty-fifty. Nessun entusiasmo, non sarà calma piatta, ma B&B la vogliono felpata: Barbera tiene al passo i cavalli di battaglia, “finché farò questo lavoro, guarderò la qualità dei film, non il genere dei registi”, “tra tre anni i discorsi sulle piattaforme streaming sembreranno archeologia del cinema”; Baratta cerca il paradigma, “Venezia lo dimostra, i festival oggi sono soggetti dialettici, non un mero ausilio all’industria cinematografica”.

Non fa rumore nulla, o quasi. Non le assenze illustri dal cartellone – spiega Barbera, Scorsese sta ancora montando The Irishman, la distribuzione Lucky Red del nuovo Woody Allen, A Rainy Day in New York, ha preferito soprassedere per evitare polemiche – non le polemiche dell’apertura, ovvero l’improvvido distinguo della presidente di giuria Lucrecia Martel su Roman Polanski e il suo J’accuse: “Non l’ho vissuto bene, uno non vive bene le polemiche. Ma ora il caso è chiuso”. Difficile, per sua stessa ammissione, prevedere quale Venezia – è il direttore più longevo, sarà la sua ultima edizione del ciclo – l’anno prossimo, più facile dire dove stia andando questa: Barbera nicchia, “i buoni film portano con sé i talent”, ma il sospetto è che la 76esima dando per assodata la relazione speciale con Hollywood sia andata a sfidare Cannes sul territorio vocato, quello delle star. Un occhio socchiuso sul pieno valore artistico dei titoli, l’altro spalancato sul corredo di divi e divine, sicché nel weekend, e non solo, il tappeto rosso non ha avuto alcunché da invidiare alla più celebre montée des marches.

Certo, mancano gli scandali, ammesso non lo siano certe stellette critiche di corrente, ammesso sopra tutto che il cinema e un festival siano ancora in grado di fornirli. Venezia è umida, ma impermeabile: non l’ha scossa il rimontaggio cronologico del già scandaloso Irréversible, con Monica Bellucci stuprata, non la scuote la riduzione a firma Václav Marhoul de L’uccello dipinto (Concorso) di Jerzy Kosinski, lunga teoria di aberrazioni, sopraffazioni, violenze e scempi ai danni di un bambino ebreo dell’Est europeo durante la Seconda guerra mondiale. Bianco e nero sontuoso (35mm, fotografia di Vladimír Smutny), ricostruzione magniloquente, cammei d’autore (Harvey Keitel, Stellan Skarsgård, Udo Kier), poco importa: l’empatia è rescissa, l’abbandono a un orrore ottuso, meccanico, disinibito. Stupri assortiti, accoppiamenti bestiali (donna-caprone), torture à la carte, inserimenti vaginali letali, rimozione dei bulbi oculari al cucchiaio, tanto che i nazisti, graziando per due volte il piccolo, paiono perfino misericordiosi. Non bastasse, consci come oggi la violenza sugli uomini non scomodi più di tanto, ecco l’accanimento sugli animali, dall’eponimo uccellino crudelmente dipinto perché venga ammazzato dai suoi simili al coniglio flambé. Purtroppo per Venezia, Haneke e Von Trier non abitano qui: The Painted Bird non è un capolavoro, sopra tutto, non è uno scandalo.

 

L’ultimo treno è la “Serie A”: anziani o riserve, in Italia trovano l’ingaggio

Spiace dirlo; ma a dispetto di chi cerca di far passare il messaggio che il mercato che lunedì ha chiuso i battenti sia stato il più memorabile della storia della Serie A (con 1,2 miliardi ci siamo piazzati terzi, per soldi spesi, alle spalle di Premier League, 1,55 miliardi, e Liga di Spagna, 1,3), un semplice controllo-qualità basta a fare emergere l’amara, incontestabile verità: la Serie A oggi è il Servizio Pulizie dei campionati che davvero contano, a cominciare da quello inglese. Se alla fine dello scorso millennio eravamo l’Eden del calcio (c’erano qui Maradona e Zico, Platini e Falcao, Rummenigge e Gascoigne, Krol e Junior; poi arrivarono Gullit e Van Basten, Matthaeus e Brehme e ancora Ronaldo il Fenomeno; e ci fermiamo qui, per amor di patria), oggi siamo diventati i rigattieri dei campionati altrui, quelli che mentre l’orchestra del Titanic suonava per il piacere dei nostri regnanti, da Carraro ad Abete, da Tavecchio a Gravina, ci hanno passato in tromba, surclassato e tumulato. Una volta all’estero compravamo il meglio, oggi solo l’usato o il vintage: e possibilmente a prezzi di realizzo. Una volta dall’Inghilterra, nuova terra promessa, avremmo portato in Italia Salah e Manè, Eriksen e Kane, Aguero e Sterling, Hazard e Aubameyang; oggi portiamo a casa un parametro zero dell’Arsenal, Ramsey, 28 anni, il calciatore più acciaccato del continente (infatti alla Juve non l’hanno ancora visto) e dallo stesso club impacchettiamo lo stagionato Mkhitaryan, 30 anni, 3 milioni per il prestito, dal 2016 riserva fissa prima allo United e poi all’Arsenal (va alla Roma). Allo United, club da tempo in disgrazia permanente effettiva, provvediamo a svuotare i magazzini portando a Roma il quasi 30enne difensore Smalling, prestito di 3 milioni, e a Milano, sponda Inter, i due scarti dell’attacco di Mourinho e Solskjaer: Alexi Sanchez, 30 anni, prestito gratuito, e Romelu Lukaku, che a Manchester era riserva del 21enne Rashford e che l’Inter oggi elegge a suo nuovo leader: lui sì un investimento, visto che costerà 75 milioni. La speranza è che Conte ne faccia il nuovo Fenomeno. Dimenticavamo: in Inghilterra recuperiamo Llorente, 34 anni, che al Tottenham era riserva di Moura che era riserva di Kane e che a Napoli farà la riserva di Milik che è la riserva di Mertens, e Danilo (28 anni), che la Juventus baratta con Guardiola spedendo al City Cancelo e ricevendo 28 milioni, visto che il più scarso dei due è Danilo. Soffitte, cantine, ripostigli: svuotiamo tutto e andiamo ovunque. In Germania prendiamo Ribery, campione vero ma di anni 36: ha vinto Champions e Coppa del mondo, ora lo allenerà Montella (sic). In Francia, oltre a riportarci a casa Gigione Buffon, 41 anni e una disastrosa stagione alle spalle nel PSG, carichiamo anche Rabiot, a parametro zero (ma mamma ha preteso 10 milioni per la transazione), “R come riserva”: nato per stare in panchina, e anche Sarri sembra già averlo capito. In Spagna la Roma va a prendersi Kalinic, 31 anni, una tragedia al Milan prima e all’Atletico poi; e l’Inter Godin, grande difensore, questo sì, ma di anni 33. Non certo uno Skriniar.

Detto che soldi veri li hanno tirati fuori la Juventus per De Ligt (75 milioni: auguri e figli maschi), il Napoli per Lozano (46+2: questo sì un affare colossale) e l’Inter per Barella (12+25+8: manco fosse Beckenbauer) e per Sensi (5+22: okay, il prezzo è giusto), resta da ricordare la classifica dei club europei più spendaccioni: 1° Real Madrid 300 milioni, 2° Barcellona 255, 3° Atletico Madrid 243. L’Atletico però ha venduto giocatori per 313 milioni a cominciare da Griezmann: e segna un +70 in bilancio. Complimenti vivissimi.

“Maradona? Solo tecnica. Van Basten: un’orchestra”

“Discorso su due piedi” è la trascrizione di una conversazione avvenuta nel 1998 tra Carmelo Bene ed Enrico Ghezzi. Ne pubblichiamo uno stralcio. Il primo a parlare è Ghezzi, che ha voluto le iniziali del suo nome con le lettere minuscole.

M

a secondo te c’è un godimento della squadra? Ho l’impressione che il tuo gioco, il tuo calcio, sia già spezzettato in fotogrammi – il piede, l’occhio, l’abbandono, il puro restare abbandonato del giocatore –, il frame, quel secondo che “vale una partita” perché la eccede. Allora, oltre al godimento dei giocatori, il godimento della partita che spazio ha?

C.B. – C’è stata una sola eccezione al mondo, Brasile compreso, una sola squadra al mondo: il Milan stellare, col trio olandese.

e.g. – Van Basten, Rijkaard…

C.B. – Quella era una squadra da opporre al grande Brasile. Infatti ci ha giocato…

e.g. – Amichevole, però. Ahimé, non esistono, ancora, questi intercampionati.

C.B. – Van Basten, per me, è uno dei due, dei tre più grandi di ogni tempo…

e.g. – Che sarebbero? Pelé, Cruijff… Van Basten? Romário? Maradona lo metti nei primi cinque? Sette? Dieci?

C.B. – Sì, sì, ce lo possiamo mettere, Maradona…

e.g. – Però non nei primi cinque…

C.B. – No, no. Nei primi cinque no. Assolutamente no.

e.g. – Era uno che aveva bisogno di trasformarsi. Non era, diventava Maradona, di tanto in tanto, ma non lo era…

C.B. – No, no, no. Tra questi primi cinque, Beckenbauer, forse. Kaiser…

e.g. – Kaiser…

C.B. – Era incredibile, assillato da due attaccanti… lui sguscia sulla linea di fondo, li aggira e rinvia…

e.g. – Ma lui forse è stato il più elegante, perché era come diviso in due… Ti ricordi quel famoso braccio al collo? Sembrava che non esistesse, questo braccio al collo, quando giocava. Invece in Maradona c’è come una cosa di artificio. Una sorta di tecnica che è palesemente tecnica. La tecnica messa in atto.

C.B. – Sì, sì, certo. Ma è il virtuosismo che a me secca…

e.g. – Però è uno che ha fatto vincere degli scudetti a una squadra disastrata come il Napoli. È la tecnica resa visibile… Ecco, il contrario di Romário. L’invisibile e il visibile. Maradona era visibile. Cioè, non era il lampo…

C.B. – Calato in un organico di quel Napoli, non male, attenzione.

e.g. – Be’, calato, diciamo costruito intorno a lui…

C.B. – C’era anche Careca…

e.g. – Grande più lì che nel Brasile. Nel Brasile si è mangiato caterve di gol Careca. Nell’86. Ma insomma, esiste il godimento della partita? Non a caso io non riesco a tifare per una squadra.

C.B. – Ma nemmeno io.

e.g. – Già in previsione di questi Mondiali, tiferò per l’Italia se ci saranno o Mancini o Baggio o tutti e due…

C.B. – No, no. Brasile. Brasile.

e.g. – … e siccome non ci sarà nessuno dei due…

C.B. – Bisogna onorare il Brasile, l’unico che mi porti fuori…

e.g. – Per te, quindi, Brasile da una parte – la squadra, diciamo, Brasilolanda –, e dall’altra momenti di singoli, momenti invisibili di singoli. Dico bene?

C.B. – Certo. Se l’Inghilterra potesse mettere in squadra questo Giggs… Però la Germania fa paura, perché… volontà, rappresentazione… Nella Germania c’è questo Thon che ha una visione del gioco notevolissima. Poi c’è Bierhoff, che è il più gran centravanti del mondo. Non ci sono santi. Se una palla gliela metti alta, giusta…

e.g. – Sì, è bello come diventa corpo con la palla quando gli arriva, come si avvita intorno, breve…

C.B. – Si avvita, s’alza… Alto com’è! Però nessuno può essere Van Basten, perché Van Basten giocava in tutti i ruoli. Andava a prendersela, la palla, la sradicava…

e.g. – Van Basten era un Cruijff più alto, tra l’altro.

C.B. – Van Basten era uno che più che giocare era giocato, anche lui. Nel senso che, istintivamente, diceva: ‘Quando si è di qua si tira di collo destro e quando si è di là di collo sinistro’. Il tiro sporco, non l’ha mai avuto, Van Basten. […]

C.B. – Perciò, se dovessimo citare, a parte Romário, un giocatore che da sé era un’orchestra, direi Marco Van Basten.

e.g. – Sì, io metto subito prima Cruijff perché aveva più gusto della lotta.

C.B. – Marco Van Basten era sempre incidentato. Sempre incidentato. Ci è stato sottratto a 26 anni…

e.g. – Be’, ha avuto un destino da eroe.

Lam vorrebbe dimettersi e la Cina pensa all’intervento

La Cina torna a minacciare di intervenire a Hong Kong grazie a una legge d’emergenza, a poche ore dallo “scivolone” della governatrice Carrie Lam; le agenzie di stampa ieri hanno rilanciato un audio carpito durante una riunione durante la quale Lam ha ammesso che si dimetterebbe volentieri, ma non può farlo. Pechino corre subito ai ripari e Xu Luying, portavoce dell’Ufficio sugli affari di Hong Kong e Macao del governo cinese afferma: “Qualora si verifichino tumulti incontrollabili che minacciano la sovranità nazionale e la sicurezza, il governo centrale non resterà inattivo”. La Cina ritiene di essere in diritto di dichiarare lo stato di emergenza in forza dell’articolo 18 della Basic Law, costituzione di Hong Kong, che cita disordini interni “che mettono in pericolo l’unità e la sicurezza nazionale” e “sono fuori dal controllo del governo locale”. Lo stato di emergenza permetterebbe l’estensione delle leggi centrali alla regione speciale.

“Il governo centrale non permetterà mai che la situazione a Hong Kong prosegua senza sosta” ha ribadito il portavoce. Per quel che riguarda Lam, Pechino “sostiene con forza la governatrice”. assicura Yang Guang, portavoce dell’Ufficio sugli affari di Hong Kong e Macao. Ma la diffusione di un audio relativo all’incontro avuto di recente con un gruppo di uomini d’affari in cui esprimeva la volontà di dimettersi qualora ci fosse stata la possibilità, in qualche modo ha dato conferma ai dimostranti pro democrazia che Lam è legata a doppio filo a Pechino. Ieri la governatrice ha affermato di non aver mai pensato al passo indietro. Nell’audio Lam invece affermava di essere stanca di gestire il suo incarico, e che se avesse potuto si sarebbe dimessa: “In questo momento non posso neanche andare al centro commerciale senza essere circondata da gruppi di giovani vestiti di nero”. Ieri 40.000 persone si sono ritrovate a Tamar Park per il secondo giorno di sciopero generale, indetto dai sindacati di Hong Kong,

Villani, un disobbediente per Parigi

L’annuncio è atteso per stasera, ore 19, al Café Gaité, una brasserie del quartiere di Montparnasse, a Parigi. E dunque dopo una suspense sapientemente alimentata durante l’estate, Cédric Villani, il macronista ribelle, dovrebbe ufficialmente lanciarsi nella corsa al comune di Parigi.

Una candidatura che potrebbe dare del filo da torcere a Emmanuel Macron che ha grossi progetti per Parigi ma ha scelto di puntare su Benjamin Griveaux, l’ex portavoce del governo, e che potrebbe mettere i bastoni tra le ruote anche all’attuale sindaca socialista di Parigi, Anne Hidalgo, eletta nel 2014, la cui candidatura per un nuovo mandato se non è ancora ufficiale pare data per scontata.

Villani, 45 anni, geniale matematico vincitore della medaglia Fields nel 2010, è stato eletto deputato nel 2017 con l’etichetta La République en marche. Macron gli ha affidato uno studio sull’insegnamento della matematica nelle scuole elementari e medie. Prima di aderire al movimento macronista Villani aveva appoggiato la campagna della Hidalgo nel 2014 e fatto un’incursione nel partito centrista Modem. Ma lui sostiene di non essere né di destra, né di sinistra, né di centro.

I francesi hanno imparato a conoscerlo per il suo parlare colto e forbito e per il suo look eccentrico. Ma per la campagna che sta iniziando (le elezioni municipali si terranno a marzo 2020) Villani ha cambiato stile. Via i panciotti dandy e le grosse spille a ragno portafortuna. Via anche i capelli a carré per un taglio più sobrio. A luglio la direzione de La République en Marche è stata chiamata a votare per il suo candidato alla poltrona di Parigi. Ma è stato preferito Griveaux, l’“uomo di Macron”, un marcheur della prima ora, giovane, 41 anni, ma affettato e arrogante, un “clone” della macronie, insomma. Villani ha denunciato la poca trasparenza della scrutinio e lasciato subito planare il dubbio su una sua eventuale candidatura dissidente. I giornali francesi riportano che avrebbe assicurato a Macron e al premier Edouard Philippe che la sua decisione non è da prendersi come “un atto di sfida nei confronti del governo”. E che la sua attesa dichiarazione “non sarà contro la République en marche”. Per questa sera Villani, che ha due figli e origini italiane (il nonno era un emigrato italiano in Algeria), avrebbe preparato un discorso breve, una quindicina di minuti al massimo. Il luogo semplice, ma molto parigino, nel quartiere in cui ha vissuto mentre era studente, è stato scelto con molto attenzione. Villani vuole essere il candidato dei parigini. Dalla sua parte ha alcuni sondaggi di luglio che, nella previsione del voto del 2020, lo davano vincente in un confronto alle urne contro Anne Hidalgo. Con lui potrebbero schierarsi i parigini bourgeois bohèmes, che votano a sinistra ma sono stanchi della Hidalgo, che in questi anni non ha saputo conquistare la loro simpatia.

Villani ha anche l’appoggio di 131 personalità, non tutte note, tra cui l’economista Elie Cohen e la politica Ingrid Betancourt, ex ostaggio delle Farc in Colombia, che hanno pubblicato una lettera su Le Parisien in cui lo riempono di elogi per la sua “determinazione” e “benevolenza” oltre che per la sua “esperienza scientifica internazionale”.

Brexit, Johnson va sotto alla vigilia del voto finale

È una crisi politica, quella scatenata da Brexit, che non fa che avvitarsi, in una spirale senza più soluzioni. Ieri pomeriggio il governo ha perso la sua maggioranza, già limitata a un parlamentare: il conservatore Philip Lee, dopo 27 anni, ha lasciato i Tories per i Libdem attraversando platealmente la Camera dei Comuni proprio durante l’intervento di Boris Johnson. La sua lettera di dimissioni è una condanna amarissima: “Questo partito conservatore sta mettendo a rischio vite e danneggiando l’integrità del Regno Unito. Mina l’economia del paese, la sua democrazia e il suo ruolo nel mondo. E lo fa usando manipolazione, bullismo e bugie… Questi non sono i miei valori”.

Le implicazioni politiche: il governo non cade automaticamente ma perde ogni residuo margine di manovra parlamentare ed è più vulnerabile in caso di mozione di sfiducia. Proprio alla vigilia di voti decisivi per il futuro di Brexit e del Regno Unito.

Ora gli scenari sono sempre più estremi. Se la strategia dei deputati ribelli di prendere il controllo dei lavori parlamentari fallisce o il loro provvedimento per bloccare il no deal non passa il vaglio di Comuni e Lords, Johnson ottiene una vittoria di Pirro: resta comunque senza maggioranza e con un parlamento ostile. Malgrado stile e provvedimenti muscolari, comincia a perdere colpi: la sua dichiarazione, lunedì, che i negoziati con Bruxelles stiano facendo progressi è stata smentita da funzionari europei, che aspettano ancora da Londra proposte concrete su come sciogliere il nodo negoziale della backstop fra le due Irlande. E due fughe di notizie hanno reso di dominio pubblico come da settimane al governo sia chiaro che la backstop non è negoziabile. Far ventilare la possibilità di soluzioni alternative sarebbe solo una strategia diversiva in attesa del 31 ottobre, salvo poi dare la colpa alla inflessibilità europea per l’inevitabile ma catastrofico no deal.

A poche settimane dal suo insediamento a Downing Street, Johnson è oggi un leader sconfessato da molti dei suoi stessi parlamentari. Che infatti sono pronti anche giocarsi la carriera pur di opporsi alla sua strategia di andare a un’uscita senza paracadute. Ma restano molte incognite.

Il provvedimento messo a punto dai ribelli, al voto oggi, vincolerebbe il Pm a chiedere all’Unione europea una ulteriore estensione di tre mesi. Johnson lo ha definito provocatoriamente “legge della resa di Corbyn”. Ammesso che passi, ha limiti evidenti. Il primo: se il parlamento voterà per una nuova estensione, Johnson si presterà a richiederla alla Ue? Ieri ha dichiarato che “rispetterà la legge”, il giorno prima che non lo farà mai. A quale versione si deve credere? E ancora: una nuova estensione per fare cosa? Per risolvere il problema come? L’Ue ha sempre vincolato le sue concessioni a un piano di qualche tipo, che ora non c’è, e fonti di Bruxelles parlano di un indurimento delle posizioni dei paesi che contano, con in testa la sempre ostile Francia di Macron.

Sembra sempre più imminente il ricorso a elezioni, su cui il governo potrebbe chiedere l’ok parlamentare già oggi. Serve una maggioranza di due/terzi, quindi il voto anche dei laburisti, che stanno facendo i loro calcoli.

Corbyn ha detto che ne sarebbe “deliziato”, ma secondo i sondaggi avrebbe la meglio Johnson, perché il programma laburista di nazionalizzazioni e ridistribuzione del reddito dal privato al pubblico spaventa molti elettori di destra e moderati. In ogni caso neanche una robusta vittoria elettorale di Boris cambierebbe la posizione negoziale europea, come hanno ribadito ieri fonti diplomatiche da Bruxelles. L’unica certezza per ora è che Brexit è la criptonite della politica britannica.

Usa, addio Afghanistan. Tornano i Talebani e l’incubo del burqa

È un incubo che le loro mamme, o nonne, hanno già vissuto: nei dieci anni dell’occupazione russa, un (ristretto) numero di donne afghane sperimentò una certa emancipazione: andavano a scuola, lavoravano, facevano le insegnanti, il capo scoperto, gonna e camicetta castigate da giovani pioniere del comunismo. I russi partirono, arrivarono al potere i Talebani e cominciò una dozzina d’anni d’inferno, per le donne soprattutto.

Adesso, molte afghane sono terrorizzate dalla prospettiva che, su più larga scala, la cosa si ripeta: 18 anni di guerra e di presenza militare occidentale in Afghanistan hanno significato distruzioni e centinaia di migliaia di morti, ma anche, per le donne soprattutto, il riconoscimento di ruoli e diritti. Oltre tre milioni e mezzo di ragazze e bambine frequentano le scuole medie ed elementari, 100 mila giovani vanno all’Università, le donne occupano il 20% dei seggi del Parlamento: cifre che corredano un documentato reportage di USAToday.

Sono dati che l’accordo in via di perfezionamento con i Talebani per il ritiro dei militari americani e dei loro alleati dall’Afghanistan mettono a rischio. Il 2020, che segna un secolo dal riconoscimento del diritto di voto alle donne negli Usa, potrebbe invece comportare per le donne afghane un passo indietro brusco nell’esercizio dei loro diritti: potrebbero ritrovarsi costrette, come quando comandavano i Talebani, a portare il burqa, senza potere andare a scuola, avere un lavoro, accedere ai servizi sanitari, fare politica o anche solo parlare in pubblico. La Costituzione afghana del 2004 riconosce pari diritti a uomini e donne, condanna le discriminazioni e tutela l’accesso all’istruzione delle donne. Ma i Talebani, che non si sono fatti scrupolo di distruggere vestigia del passato inestimabili, non ci metterebbero molto a disfarsene.

L’accordo con gli insorti negoziato dall’Amministrazione Trump è controverso: non lo temono solo le donne afghane e quanti paventano un ritorno al potere dei Talebani. Quando l’intesa pare vicina, s’intensificano scaramucce e attentati, come se fazioni dei ribelli volessero farlo saltare. Chi vuole l’accordo pensa che due decenni dopo gli attacchi all’America dell’11 settembre 2001, condotti da al Qaeda, che aveva santuari in Afghanistan, non ci sia più motivo di restare nel Paese, nonostante la guerriglia non sia mai stata debellata. La pensa così il presidente Usa Donald Trump, che fa pure calcoli politici: avere ‘riportato a casa i ragazzi’ dall’Afghanistan sarebbe un merito da vantare nella campagna per le Presidenziali 2020, tanto più che l’aveva promesso nel 2016.

L’intesa di massima messa a punto comporta il ritiro di 5.400 soldati americani entro 135 giorni dalla firma – in pratica, entro fine anno – come prima fase del graduale ritiro di tutti i 14 mila militari americani presenti. Ovviamente, se ne andranno pure gli altri contingenti, fra cui l’italiano. L’inviato speciale degli Stati Uniti per l’Afghanistan, Zalmay Khalilzad avverte, però, che l’accordo “non sarà definitivo finché non sarà approvato dal presidente Trump”.

Ieri, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg e il segretario di Stato Usa Mike Pompeo hanno avallato all’unisono “gli sforzi per raggiungere la pace in Afghanistan” e hanno condannato “i recenti orribili attacchi terroristici” a Kabul e altrove nel Paese. Domenica scorsa quando già i negoziati, giunti al nono round, erano a un punto cruciale, l’esplosione d’un’autobomba ha scosso l’area di Kabul dove vivono e lavorano molti stranieri, la Green Zone: almeno cinque le vittime e una cinquantina i feriti. L’attentato è stato rivendicato dai Talebani, precisando che l’obiettivo erano gli stranieri che occupano il Paese. Sabato 24, invece, un attacco contro un matrimonio aveva fatto 63 vittime e decine di feriti: pure quell’azione era stata rivendicata dai Talebani. A Kabul, ieri, c’era Khalilzad, reduce dalla trattativa a Doha: il diplomatico ha incontrato due volte il presidente afghano Ashraf Ghani, uno che potrebbe avere qualcosa da ridire sul ritiro degli Usa. L’intesa prevede un calendario preciso, in cambio della garanzia, un po’ aleatoria, quando gli americani se ne saranno andati e le forze regolari afghane saranno incapaci di contrastare da sole i Talebani, che l’Afghanistan non sarà più utilizzato come base logistica e campo di addestramento da al Qaeda o da altri gruppi terroristici, come l’Isis.

Un auspicio che però contrasta coi rapporti dell’intelligence statunitense, secondo cui al Qaeda si sta riorganizzando e l’Isis, che non ha buone relazioni con i Talebani, s’è già insediato nel Paese, colpendo talora obiettivi sciiti. L’Isis starebbe recuperando forze e mezzi, anche se non controlla più il territorio, e disporrebbe ancora di 18 mila miliziani sparsi tra il Nordafrica, il Corno d’Africa, la Siria e l’Iraq e l’Afghanistan, e d’un bottino di guerra dell’ordine di 400 milioni di dollari.

Fidarsi dell’intelligenza artificiale si può grazie all’etica delle macchine

Se è così difficile definire l’intelligenza umana, come possiamo sperare di definire l’intelligenza di una macchina? Di queste tecnologie, appena sconfinate dalla fantascienza alla scienza, si occupa Francesca Rossi, global leader dell’Intelligenza Artificiale dell’Ibm, spiegando che è nostra responsabilità progettare il futuro che vogliamo, identificando linee guida etiche che la proiettino in direzioni benefiche per gli individui, la società, e l’ambiente. Del resto qualche esemplare fa già parte della nostra vita, come il navigatore satellitare o la pubblicità personalizzata sul web. Le sfide di oggi non consistono però solo nel potenziare questa nuova tecnologia, ma anche nel fornire le giuste rassicurazioni. È giusto porre delle legittime preoccupazioni sull’uso dei dati, le possibili discriminazioni, la necessità di capire come l’intelligenza artificiale prende decisioni o l’impatto sul mondo del lavoro. Ma perché questo sarà il futuro di tutti noi, dipende solo dagli umani progettarlo nel modo migliore e definirne il confine.

 

Il confine del futuro

Francesca Rossi

Pagine: 128

Prezzo: 15

Editore: Feltrinelli

Il futuro della Ferriera di Trieste nella sfida tra ambiente e lavoro

L’ultima partita della perenne sfida tra ambiente e lavoro si sta giocando nel quartiere triestino di Servola. Il gruppo cremonese Arvedi, titolare della Ferriera, è pronto a chiudere l’area a caldo dello storico stabilimento nato sotto l’impero austro-ungarico. Una decisione che arriva su spinta della stessa Regione Friuli-Venezia Giulia e che rischia di mandare a casa più di 500 addetti tra quelli diretti e l’indotto.

Sullo sfondo, il progetto di riconvertire l’intera area: non sarebbe più un sito industriale, come è stato per oltre cento anni, ma un porto commerciale. Insomma, un polo logistico sul quale si sono già da tempo concentrati gli interessi cinesi nell’ambito della nuova Via della Seta. I sindacati dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil, però, non ci stanno. Lunedì hanno occupato la direzione della fabbrica e ieri sono riusciti a strappare un incontro con la società, che si terrà mercoledì 11 settembre. A tremare, come detto, sono i 400 dipendenti impegnati nell’area a caldo più altri 120 circa che si occupano di manutenzioni. Sia la Regione sia Arvedi hanno assicurato che nell’operazione si terrà presente l’esigenza di mantenere tutti i posti di lavoro. Secondo la Fiom è un’impresa impossibile: “Immaginando una ricollocazione nell’area a freddo – dice Marco Relli, segretario provinciale di Trieste – con tutte le difficoltà del caso, potremmo arrivare al massimo a un 30%”. Sui terreni della fabbrica dismessa nascerebbe – dopo il 2022 – uno scalo intermodale, dove le merci arriverebbero con le navi e sarebbero caricate sui treni. Questi traffici genererebbero nuovi posti di lavoro, che però – a detta dei sindacati – resterebbero insufficienti a riassorbire tutti.

“Se un’impresa deve costruire nel 2020 una piattaforma logistica – fa notare Relli – la realizza con metodi moderni, con impianti automatizzati e quindi poca richiesta di manodopera”. C’è scetticismo, anche perché si parla di personale che ha 50 anni di media, difficile da riformare ma ancora lontano dalla pensione.

Negli scorsi anni la Ferriera di Trieste era stata rinominata “l’Ilva del Nord”, a causa dei dati sulla mortalità. Grazie a una serie di interventi, a settembre 2018 la Procura di Trieste ha parlato di un netto calo dell’inquinamento. Per questo, Fiom, Fim e Uilm nazionali hanno detto di non riuscire a comprendere le motivazioni della chiusura “soprattutto a fronte del risanamento ambientale compiuto da Siderurgica Triestina nei cinque anni di gestione”. “Più che per la questione ambientale – conclude Relli – bisognerebbe investire per rinnovare gli stabilimenti”. Il sospetto è che la proprietà non sia disposta a farlo e preferisca.