Perché il salario minimo non minaccia i contratti

È opportuno soffermarsi, per indicare i modi di una sua positiva soluzione, su una problematica agitata dagli oppositori del progetto sul salario minimo legale (la proposta 658 depositata in Senato a prima firma di Nunzia Catalfo del M5S). È quella del “contrasto esplosivo” tra la norma di legge – che fisserebbe un salario minimo legale di 9 euro lordi orari, ovvero 1.548 lordi mensili – e le previsioni di alcuni contratti collettivi, soprattutto dei settori del terziario, che per le qualifiche più basse prevedono minimi tabellari inferiori, compresi tra 1.200 e 1.400 euro lordi mensili. Tra i tanti allarmi lanciati in questi mesi dagli oppositori del progetto di legge, c’è quello secondo cui, una volta che la norma sarà approvata, i lavoratori compresi in quelle qualifiche potrebbero precipitarsi a chiedere ai loro datori di lavoro un adeguamento retributivo, anche attraverso un ricorso al giudice del lavoro, previo accertamento della nullità del contratto collettivo, nella specifica clausola salariale insufficiente. Si prospetta e si teme, cioè, l’insorgere di un fittissimo contenzioso, e non si può escludere che sia questo il motivo della “freddezza” mostrata dai sindacati verso il progetto di legge, espressa anche con la prospettazione di (illusorie) soluzioni alternative, come quella riassunta nello slogan del “taglio del cuneo fiscale” (e contributivo).

Le cose, però, non stanno così. È infatti facile osservare che non v’è alcuna ragione che quei timori si realizzino né che scoppi una “guerriglia giudiziaria” per l’ottimo motivo che le parti sociali, che hanno stipulato quei contratti collettivi, continueranno ad avere tutto il potere e la possibilità di evitarla. Basterebbe che procedessero a una semplice e rapida modifica, o restyling di quei contratti collettivi nazionali, armonizzandone le previsioni, immediatamente o anche gradualmente, con quelle della legge sul salario minimo. Bisogna però essere davvero convinti dell’inammissibilità costituzionale (art. 36 della Carta) di salari netti inferiori a 1.000 euro mensili, a fronte di 8 ore quotidiane di duro e pesante lavoro, come solitamente è quello dei lavoratori a bassa qualifica. Vale infatti la pena ricordare che i minimi tabellari compresi in un range tra 1.200 e 1.400 euro mensili lordi, come sono quelli previsti per le qualifiche più basse da non pochi contratti collettivi del settore terziario, si riducono, al netto di trattenute fiscali e contributive, a meno di 1.000 euro netti.

C’è poi un altro aspetto rilevante di cui tenere conto. Oggi i contratti collettivi presentano delle “scale classificatorie” di qualifiche piuttosto lunghe e spesso invariate da decenni: ad esempio nel Contratto nazionale dei lavoratori alberghieri sono previsti due livelli di “quadri” e otto livelli di qualifiche impiegatizie e operaie (dalla prima a scendere), e che le ultime quattro hanno minimi salariali inferiori ai 1.548 euro lordi mensili (ovvero 9 euro orari) che, come più volte ricordato, è l’importo previsto dal progetto di legge per il salario minimo legale.

Si tratterebbe, allora, detto in sintesi, di accorpare le qualifiche “incriminate” in un’unica “area professionale” con declaratoria complessiva delle caratteristiche professionali e un unico minimo tabellare, opportunamente fissato a un livello superiore, magari anche di poco, al salario minimo legale.

Questa operazione di accorpamento sarebbe del tutto legittima perché perfettamente rientrante nei poteri delle parti stipulanti un contratto collettivo (in primis i sindacati) di stabilire caratteristiche, ampiezza, articolazioni e contenuti professionali della classificazione dei lavoratori. L’esperienza passata lo conferma e l’esempio più noto è quello dei dipendenti postali: con il Contratto collettivo nazionale del 1995 furono “fuse” nella neo-istituita “area operativa” le vecchie qualifica quarta, quinta e sesta: l’operazione non fu esente da critiche e proteste, ma venne pienamente approvata dalla unanime giurisprudenza.

È opportuno, ovviamente, che l’operazione di accorpamento non si riduca a una semplice unificazione giuridico-formale, ma affronti anche i due connessi problemi di merito, della formazione professionale complessiva e della fungibilità professionale dell’operatore unico di area. Si tratterebbe di una positiva, seppur tardiva, revisione di quell’antica “parcellizzazione” del lavoro che ha ispirato le lunghe scale classificatorie, originariamente accolte nei contratti collettivi industriali di stampo “fordista”, e in sé poco idonee a regolamentare l’attività lavorativa nel settore terziario.

C’è infine un terzo aspetto da considerare. Sarebbe anche possibile, a mio parere, che la normativa sul salario minimo legale prevedesse una contenuta gradualità temporale nell’allineamento progressivo alla meta prevista nell’operazione di restyling contrattuale. In questa materia, dunque, non vi è alcuno scontro “inevitabile” tra la proposta di legge e i contratti collettivi nazionali perché, per dirla con Jean Giraudoux, se le parti sociali lo vorranno La guerre de Troie n’aura pas lieu.

Cnh, scissione Iveco e Fpt dal 2021. Exor resterà azionista di riferimento

Cnh Industrial separerà dal 2021
le attività di Iveco e Fpt. Nasceranno due gruppi globali – uno per veicoli commerciali e motori, l’altro per segmenti agricoltura, costruzioni e veicoli speciali – entrambi quotati, con sede legale ad Amsterdam e fiscale in Gran Bretagna. Il piano del gruppo industriale italo-statunitense prevede un aumento del fatturato con un tasso di crescita del 5% all’anno e investimenti per un totale di 13 miliardi di dollari fino al 2024. La Exor della famiglia Agnelli, principale azionista di Cnh Industrial, “sostiene gli ambiziosi obiettivi del piano industriale” e continuerà a essere l’azionista di riferimento di entrambe le società – Iveco e Fpt – che nasceranno dallo spin off, come comunica il presidente John Elkann. Il gruppo Cnh Industrial ha in Italia 17.500 dipendenti: oltre 13mila negli stabilimenti di veicoli commerciali e motori, circa 4mila in quelli delle macchine agricole e macchine costruzioni. In Italia lo scorporo delle attività di Iveco e Fpt coinvolgerà in tutto 11.500 dipendenti.

Ex Ilva, altre 13 settimane di cassa integrazione per 1.395 operai

Ci sarà la proroga della cassa integrazione ordinaria, per altre 13 settimane, per un massimo di 1.395 operai del siderurgico ex Ilva di Taranto. Il ricorso alla misura che decorrerà a partire dal 30 settembre, è stato annunciato dalla stessa Arcelor Mittal. Negli ultimi mesi si sono susseguiti una serie di incontri tra il colosso industriale e i sindacati, con questi ultimi sul piede di guerra per le perplessità e le contrarietà avanzate nei confronti dell’avvio della procedura della Cigo. Quella iniziata è una settimana cruciale per le sorti del siderurgico tarantino: i legali di Ilva in amministrazione straordinaria hanno presentato un doppio ricorso contro lo spegnimento dell’altoforno 2, dopo il sequestro dell’impianto nello stabilimento; intanto oggi viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto Imprese che contiene le tanto pretese tutele legali. In assenza delle quali, più volte, ArcelorMittal, aveva minacciato di abbandonare le scene e il polo siderurgico tarantino.

La pagliuzza Tav, la trave Ferrovie I veri dati che la politica ignora

È forse giunto a conclusione il confronto-scontro durato per quasi tre decenni sul nuovo collegamento ferroviario Torino-Lione. L’opera, seppur ridimensionata rispetto al progetto iniziale, si farà. Resta l’incognita sui tempi e, soprattutto, sui costi di realizzazione. Stando alla narrazione largamente prevalente sui mezzi di informazione, il via libera rappresenta un tassello importante per una crescita economica sostenibile del Piemonte e dell’Italia: un tassello di un puzzle molto più ampio in verità che ingloba tutto il settore del trasporto su ferro. L’aspra dialettica sul Tav rappresenta quasi un’eccezione alla regola che vede tutte le forze politiche senza distinguo alcuno, schierate a favore di un massiccio impegno di risorse pubbliche a sostegno della gestione e dello sviluppo delle ferrovie. Si tratta di una opzione assai radicata, quasi una variabile indipendente della politica dei trasporti italiana ed europea che non muta al cambiare delle maggioranze governative.

Aveva visto giusto Giulio Andreotti quando scriveva che “I pazzi si distinguono in due tipi: quelli che credono di essere Napoleone e quelli che credono di risanare le Ferrovie dello Stato”. Si dirà: ma da alcuni anni le FS non sono più in perdita ma chiudono il bilancio con un modesto profitto. Vero, ma se dal piano formale passiamo alla sostanza, pur senza voler negare i recuperi di efficienza conseguiti negli ultimi lustri, vediamo come ancora oggi l’azienda assorbe ingenti risorse pubbliche. Si tratta approssimativamente di poco meno di 10 miliardi all’anno. La cumulata dei trasferimenti nell’ultimo mezzo secolo ha generato una quota non lontana da un quinto del debito pubblico. Se le ferrovie si fossero rette solo sulle entrate commerciali, avremmo potuto risparmiarci una manovra correttiva ogni tre o quattro anni.

Vale dunque la pena chiedersi che cosa i contribuenti italiani abbiano avuto in cambio: quale sia il “dare” a fronte di questo cospicuo “avere”. Sono state risorse ben impiegate? Qualche dubbio potrebbe sorgere se si considera l’esiguità della quota di mercato del trasporto su ferro. Se guardiamo ai passeggeri, fatto pari a 100 il totale dei chilometri percorsi dagli italiani in un anno, solo 6 vengono effettuati su un treno. E se guardiamo al numero di spostamenti – quelli in treno sono mediamente su distanze maggiori – la quota scende al 3% circa.

Si tratta di poco più di un segmento di nicchia della mobilità. Il vero servizio universale, quello che potremmo paragonare al servizio sanitario nazionale per la salute, è rappresentato dall’auto che detiene una quota superiore all’80% delle percorrenze.

Si tratta di percentuali sostanzialmente invariate da tre o quattro decenni. E, contrariamente a quanto spesso si afferma, l’assetto italiano è del tutto sovrapponibile a quello degli altri Paesi europei: in media nella Ue, l’81,3% della mobilità terrestre è appannaggio del trasporto individuale su strada. Nonostante gli oltre 30 miliardi destinati alla realizzazione delle tratte ad alta velocità, tra il 2000 e il 2016 la domanda di mobilità soddisfatta dalla ferrovia è cresciuta del 5%, soprattutto a causa del rapido declino del traffico di lunga percorrenza su rete ordinaria.

Ancor più marginale è il ruolo della ferrovia per il trasporto merci. Le statistiche più diffuse fanno riferimento al peso delle merci trasportate. Si tratta, però, di una misura assai poco significativa sia in termini economici che di utilizzo delle infrastrutture di trasporto. Se guardiamo al fatturato delle imprese, come facciamo abitualmente per gli altri ambiti economici, scopriamo che quello delle imprese ferroviarie è al di sotto dei 2 miliardi a fronte dei 90 miliardi della gomma. E così se guardiamo ai flussi di traffico: i 20 miliardi di tonnellate-km trasportati su ferrovia equivalgono a un traffico stradale di circa 1,5 miliardi di veicoli pesanti a fronte di flussi complessivi di mezzi pesanti dell’ordine dei 70 miliardi.

Tornando ai passeggeri, si può notare come il Paese europeo nel quale le ferrovie hanno fatto segnare il più rapido progresso sia il Regno Unito: dai 38 miliardi di passeggeri-km del 2000 si è passati ai 68 miliardi con una crescita che sfiora l’80%. Dato ancor più rimarchevole se si pensa che Oltremanica l’unica tratta ad alta velocità è quella che collega Londra con il tunnel sotto la Manica e che nell’ultimo decennio i trasferimenti netti per i servizi di trasporto sono stati azzerati. A differenza di quanto accade in Italia, la maggior parte di coloro che si servono del treno lo fanno a proprie spese e non gravando sulle tasche dei contribuenti sui quali ricade “solo” l’onere per la manutenzione e l’ammodernamento delle infrastrutture); ne è chiara testimonianza il fatto che le tariffe medie pagate nel Regno Unito sono di molto superiori a quelle italiane.

Una diversa politica dei trasporti sembra dunque essere possibile.

Ma è anche auspicabile per la collettività? Un Paese (quasi) privo di alta velocità cresce meno di uno che se ne sia dotato? E quali solo le ricadute sotto il profilo sociale: sussidiare i trasporti su ferro comporta trasferimenti di risorse a favore delle fasce di popolazione a minor reddito o no? E, infine, l’ambiente: quale legame sussiste tra la spesa per le ferrovie e la sostenibilità ambientale?

Interrogativi centrali che meritano un approfondimento, anche perché il nuovo esecutivo sembra intenzionato a riproporre una cura del ferro agli steroidi archiviando così di fatto la brevissima stagione della valutazione degli investimenti.

@ramella_f

Scandalo Eni, così in Nigeria si è tradito il modello Mattei

L’Africa sta diventando sempre più per l’Italia una questione di politica interna. Ma l’attenzione alla difesa dei confini e agli sbarchi dovrebbe andare di pari passo a quello che fanno gli italiani in Africa. La recente esperienza di Eni in Nigeria lascia supporre che una nazione che si era distinta per aperture verso i Paesi di nuova indipendenza sia oramai guidata dalla stessa rapacità delle altre ex potenze coloniali. Il riferimento è ai 1,092 miliardi di dollari che Eni e Shell avrebbero versato a politici e lobbisti per aggiudicarsi Opl245, uno dei più grandi giacimenti di petrolio offshore della Nigeria. Organizzazioni come Global Witness e Re:Common hanno seguito la vicenda nel dettaglio, contribuendo a farne un caso globale. Un processo contro i vertici di Eni è in corso a Milano. Sappiamo, grazie alle inchieste, attentamente seguite dal Fatto, che la valanga di soldi di Eni e Shell è transitata su un escrow account di Jp Morgan a Londra intestato al governo nigeriano. Sappiamo che gran parte di questi soldi sono poi transitati nelle tasche dell’ex ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete (titolare della concessione attraverso la società Malabu), dell’ex presidente Goodluck Jonathan e, presumibilmente (secondo le accuse), in quelle dei dirigenti Eni. Si è parlato di meno però del perché sarebbe stata pagata una mazzetta così rischiosa, visto che nemmeno un dollaro è finito nei forzieri dello Stato nigeriano.

Per rispondere si deve tornare al 2011, quando si è profilato l’accordo Eni-Shell. I prezzi del greggio veleggiavano attorno ai 100 dollari al barile e si parlava di “picco petrolifero” con il rischio di asfissia energetica per l’economia globale. Le società cercavano petrolio con ogni mezzo, ma i più produttivi giacimenti mondiali restavano barricati in un ridotto numero di Paesi dell’Opec, inclusa la Nigeria. Qui le società petrolifere detenevano il controllo totale di ogni giacimento: una politica in vigore dagli anni Sessanta. Solo una partecipazione diretta dello Stato può assicurare modalità di sfruttamento ottimali e garantire una crescita delle capacità tecnologiche, gestionali e occupazionali. Inoltre, dagli anni Settanta la fiscalità nei Paesi Opec, sommando royalties e tasse varie, rappresenta più del 90% dei ricavi petroliferi. Sembra tanto: non lo è. Se produrre un barile di petrolio saudita costa 2 dollari e può essere rivenduto a 100 dollari, il profitto generato dallo sfruttamento di una risorsa naturale esauribile va tassato per evitare sovraprofitti e beneficiare lo Stato.

Con il Production Sharing Agreement (Psa) siglato nel 2012 per Opl245 (oggi congelato), secondo un’analisi tecnica commissionata a fine 2018 da Global Witness e Re:Common, Eni e Shell avevano preso il controllo del 100% del giacimento, potendo svilupparlo in totale autonomia e gonfiando a piacimento i costi di produzione per ridurre la fiscalità. Poi l’imposizione fiscale prevista, che non prevedeva né versamento di royalties né una quota della produzione per il governo nigeriano, era estremamente vantaggiosa. Lo studio calcola, ipotizzando un prezzo medio del greggio di 70 dollari al barile fino all’esaurimento del giacimento, che con il Psa Eni-Shell del 2012 lo Stato nigeriano potrebbe perdere, rispetto ai termini fissati prima del 2012 per lo stesso blocco, una cifra pari all’intera spesa nigeriana in Sanità ed Educazione per due anni. E infatti l’accordo è stato bloccato dal nuovo governo nigeriano.

La morale di questa storia va ben oltre il caso specifico. Eni ha tradito (rischiando di dover far fronte a risarcimenti miliardari) non solo la fiducia del popolo nigeriano, ma anche la sua stessa storia. Era conosciuta nel mondo per l’intraprendenza del fondatore Enrico Mattei che negli anni Cinquanta aveva offerto ai Paesi produttori condizioni più vantaggiose di quelle imposte dalle sette sorelle del petrolio. Mattei aveva teorizzato un modello innovativo per il quale Eni e società nazionale locale avrebbero sfruttato il giacimento con una partecipazione paritetica, con il risultato che il governo locale avrebbe goduto di maggiori entrate fiscali e acquisito competenze tecniche e capacità decisionale. Con Opl245 di Eni è accaduto il contrario. Il Psa, inoltre, assegnando al governo locale una quota del 40% delle entrate petrolifere, costituisce un ritorno al Venezuela del 1948 con l’introduzione del modello di divisione della rendita petrolifera al 50% tra governi e società internazionali. La seconda morale riguarda il rapporto con i Paesi dai quali provengono i flussi migratori nell’Africa subsahariana ricchi di materie prime: hanno bisogno di prezzi stabili e alti per queste risorse, di cooperazione e rispetto di standard internazionali per le industrie estrattive; non solo delle flebo degli aiuti allo sviluppo.

La terza morale riguarda l’ambientalismo: si continuano a sostenere investimenti nei gasdotti, nell’estrazione petrolifera in Basilicata, non vedendo la rapacità delle multinazionali in Africa. Mentre la critica è all’estrazione a basso costo di risorse naturali, che si tratti della Nigeria o della Basilicata (dove le royalties restano a livelli ridicolmente bassi). Servono industrie estrattive strettamente controllate dalle amministrazioni pubbliche, tassate in modo adeguato, irregimentate da normative ambientali severe e vincolate a standard internazionali. La Nigeria non è solo dominata dalla corruzione: è la maggiore economia del continente africano. Cerchiamo di non essere ricordati dai nigeriani come gli ultimi rapinatori, ma come i loro primi alleati. Nel lungo periodo ne trarremo benefici.

La sfida allo Stato di diritto dei colossi tech

C’è una storia minore che aiuta a capire un problema enorme. In febbraio Amazon ottiene una licenza dallo Stato della California per vendere alcol: vino, birra, liquori. Ma negli Stati Uniti alcune ossessioni dei tempi del proibizionismo rimangono e si declinano in una serie di barriere burocratiche che dovrebbero limitare il consumo, come l’ossessiva richiesta di esibire un documento di identità prima dell’acquisto, fatta anche a chi ha passato i 21 anni da qualche lustro. La California richiede che un venditore di alcol online abbia anche un negozio fisico dove offre gli stessi prodotti che propone nel canale digitale. Ha un senso? Sì e no, è una norma che serve anche a garantire un minimo di mercato di sbocco ai produttori locali.

W. Blake Grey, giornalista di una testata di settore che si chiama Wine Searcher, ha fatto un esperimento: ha provato a comprare una bottiglia di whisky da quello che doveva essere il negozio fisico di Amazon, a Los Angeles. Peccato che questo non esista. All’indirizzo indicato c’è soltanto il magazzino per la distribuzione online dei prodotti. Possibile che nessuno se ne sia mai accorto? Wine Search non è esattamente il Washington Post dei tempi del Watergate, basta andare sul posto per scoprire che Amazon sta violando le leggi della California. Eppure soltanto dopo l’articolo sono cominciati gli accertamenti. Perché nessun governo locale vuole creare problemi al colosso di Jeff Bezos che, con la scelta di dove costruire i suoi enormi centri logistici, ha diritto di vita o di morte su intere comunità?

In California, quindi, intorno a una bottiglia di whisky si deve prendere una decisione cruciale: Amazon e le altre potenze sono al di sopra della legge? Lo Stato di diritto è destinato a diventare una reliquia del passato come il videoregistratore e il telefono fisso?

Argentina, così il disastro del Fmi aiuta solo i capitali internazionali

Sono passati esattamente 454 giorni da quando Christine Lagarde, managing director del Fondo monetario internazionale, si congratulava con le autorità argentine per aver raggiunto l’accordo per ricevere dal Fmi un prestito di 56 miliardi di dollari. Il governo argentino del liberale Mauricio Macri si impegnava ad abbandonare la politica di riforma graduale dell’economia per sostituirla con le riforme indicate nel solito Memorandum of Understanding che correda i prestiti del Fondo. Le nuove ricette riguardavano principalmente il campo fiscale, con l’obiettivo di azzerare il deficit pubblico primario nel 2020, e quello monetario, per contenere l’inflazione. Sia Macri che Lagarde avevano tutto l’interesse affinché funzionasse. Il primo aveva bisogno di risollevare il proprio consenso dopo il crollo del Peso (la moneta argentina) a inizio 2018. La seconda necessitava di una storia di successo per rispolverare l’immagine del Fmi e sostenere le proprie ambizioni di carriera. Invece neanche un anno e tre mesi dopo, in modo unilaterale (ma con il consenso del Fmi) il governo argentino ha modificato i termini di 110 miliardi di dollari di debito pubblico. Una ristrutturazione che equivale a un default selettivo, che riguarda sia le emissioni in dollari che in valuta locale.

Dire cosa sia andato storto non è semplice. Nella quarta revisione dell’accordo, diffusa il 16 luglio, che dava il via libera a una nuova tranche del prestito, il Fondo indicava come le autorità argentine avessero raggiunto “tutti gli obiettivi del programma di aiuti” e che “questi sforzi stanno iniziando a dare frutti”. Infatti, nonostante una recessione molto più grave di quanto ipotizzato, il saldo primario di bilancio è visto quasi in pareggio nel 2019 (deficit/Pil a 0,3%) e in attivo nel 2020. Inoltre, recessione e calo dei salari reali, comprimendo le importazioni (-29% nei primi 5 mesi del 2019), hanno riportato il saldo commerciale in attivo, e anche l’inflazione, dal 57% annuo di maggio, è vista in diminuzione seppur ancora su livelli alti.

Nello stesso documento si faceva però menzione di alcuni rischi legati al fatto che, con i tassi d’interesse in aumento (cresciuti per arginare la caduta del Peso), le scadenze del debito pubblico venivano rinnovate con orizzonte temporale sempre più breve per mantenere la spesa per interessi sotto controllo. Da qui il rischio che una perdita di fiducia si trasformasse velocemente in una difficoltà di rinnovo del debito. Rischi che si sono puntualmente concretizzati con le primarie dell’11 agosto, quando l’avversario di Macri, il peronista Alberto Fernandez, si è imposto con 16 punti di vantaggio. L’instabilità politica ha messo nuovamente sotto pressione il Peso e le misure del governo non sono riuscite a calmare la sfiducia. Agosto è stato un mese pesante per il sistema finanziario argentino, la valuta è crollata del 38% sul dollaro, l’indice di Borsa ha perso il 57% in dollari e lo spread del decennale argentino (in dollari) rispetto a quello Usa ha raggiunto i 2.500 punti. La fiducia nell’economia argentina sembra sparita e questo è il problema decisivo per il Paese che con Macri, oltre ai difetti storici, si è aperto velocemente ai capitali internazionali caricandosi di altri 100 miliardi di debito estero. Il deprezzamento del Peso aumenta l’incidenza del debito in valuta estera, incrementandone l’onerosità sia in termini di interessi che di capitale (nel 2018 il debito pubblico è cresciuto di 30 punti di Pil, quasi esclusivamente a causa del crollo del Peso), rendendo più difficile raggiungere gli obiettivi di bilancio, provocando la fuga dagli investimenti denominati in peso e amplificando le pressioni sulla valuta, in un circolo infernale che ha come conclusione la necessità di una ristrutturazione.

Si è così giunti alla decisione del 29 agosto scorso di riscadenzare il pagamento di circa un terzo del debito pubblico, seguita da quella di reintrodurre limitazioni all’esportazione di valuta per gli argentini, in una versione soft del cepo cambiario in vigore durante il precedente governo Kirchner. Il programma del Fmi, nonostante l’ottimismo di facciata, è destinato a fallire se non viene ristabilita la fiducia nel peso. Aver imposto al governo ampie bande di non intervento sul cambio, per mettere le riserve valutarie al servizio delle scadenze sul debito estero, pare esser stato l’errore principale del programma, che ha sottostimato l’impatto del cambio sull’inflazione e sul debito in valuta estera.

Un errore che per Macri può rivelarsi fatale: la riconferma dell’ex presidente del Boca Juniors è ormai improbabile. È singolare come, giunto al potere per riformare un’economia fortemente amministrata, con forti controlli valutari, fuori dai mercati internazionali per controversie irrisolte con i fondi speculativi detentori dei bond andati in default nel 2002, dopo la liberalizzazione dei flussi di capitali, l’eliminazione dei vincoli sui cambi e di gran parte dei prezzi amministrati, Macri concluda il mandato reimponendo analoghi vincoli all’esportazione di valuta, dopo aver già ripristinato i sistemi di amministrazione dei prezzi dei beni. La vera eredità che lascia è un debito estero di 285 miliardi di dollari, quasi interamente in valuta estera, cresciuto del 60% a causa dei copiosi afflussi di capitali nel 2016-2017.

Il flop del programma è anche un pessimo biglietto da visita per Lagarde, che si appresta a guidare la Bce. L’ennesima conferma, dopo il disastro compiuto in Grecia, alle tesi di chi considera il Fmi come l’uscita di sicurezza dei capitali internazionali.

Governo: le donne non siano solo una bandierina

Domenica – nel pieno delle trattative per il nuovo governo – il premier incaricato Giuseppe Conte si è collegato con la Festa del Fatto, riuscendo – senza mancare di rispetto alla fase e al ruolo istituzionale – a dire delle cose in un momento in cui non poteva praticamente dire nulla, a parte forse buongiorno. Su una domanda ha avuto un’esitazione: la presenza femminile nel nuovo esecutivo. Vero che il totoministri è il fantacalcio delle consultazioni, uno sport che appassiona le redazioni dei giornali ma che si rivela spesso scarsamente aderente alla realtà… Però di nomi femminili ne sono circolati pochini. Forse è per questo che da qualche giorno circola più di un appello per un governo in cui la presenza femminile non sia marginale e che valorizzi le competenze e il ruolo politico delle donne. È bastato seguire le consultazioni delle forze politiche al Quirinale per vedere quanto le donne vengano considerate: nella sfilata di deputati e senatori si è vista una donna ogni tre uomini (in totale dieci donne e ventisei uomini). Un passaggio dell’appello firmato da molte donne di sinistra al capo dello Stato si augura la formazione di un “governo che sia anche lo specchio della nostra società, in cui le donne hanno sempre più un ruolo determinante. Siamo stanche di essere l’eccezione o di ricoprire ruoli ‘solo’ per garantire la parità di genere. Vogliamo assumerci la responsabilità di gestire posizioni chiave per portare avanti le politiche di cui questo Paese ha bisogno”.

Il nodo fondamentale è quello che riguarda il non ridursi a essere una bandierina per la parità di genere. Lo è oggi più che mai: il premier e i partiti hanno avuto poco tempo per formare la squadra e gli equilibri che si stanno ricercando sono complessi, dopo l’agosto più pazzo della storia repubblicana. E il rischio che l’equilibrio tra i generi sia l’ultimo problema, tra i diecimila su cui si sta trattando, è molto alto. Come i nostri lettori sanno abbiamo criticato anche molto aspramente alcune ministre (Maria Elena Boschi su tutte, per via della riforma costituzionale che portava il suo nome ed era pessima). I piani sono però distinti. E anche sul tema della rappresentanza le donne hanno le loro colpe. Il Rosatellum con cui abbiamo votato il 4 marzo, è stato presentato come un grande progresso per quanto riguarda l’alternanza di genere. La legge prevede che i candidati nei collegi uninominali vengano posizionati in modo che nessuno dei due sessi sia rappresentato in misura superiore al 60 per cento. Stesso discorso per i capolista dei collegi plurinominali (nella quota proporzionale ci si può presentare in cinque collegi). Anche all’interno degli stessi listini la legge dispone che i nomi compaiano alternati in base al genere. Ma per aggirare la regola è stato sufficiente candidare una donna che correva in un collegio sicuro all’uninominale capolista in cinque diversi collegi plurinominali, perché lasciasse il suo posto al secondo del listino proporzionale (maschio). Risultato? Le donne in Parlamento non sono mai state così tante, eppure la soglia del 40 per cento è ancora lontana (unico gruppo che si avvicina i 5Stelle). All’indomani delle ultime elezioni, l’Ufficio valutazione impatto del Senato aveva diffuso un dossier con numeri che fanno parecchio riflettere: su oltre 1500 incarichi di ministro, le donne finora ne hanno ricoperti 78. Non ci sono state donne alla Presidenza del Consiglio, mentre le presidenze femminili nelle commissioni parlamentari sono state solo 23. Perché questa situazione cambi ci vuole l’impegno in primo luogo delle donne: un’idea potrebbe essere smettere di occuparsi con tanta passione di Miss Italia e magari evitare di prestarsi ai giochini elettorali di cui sopra. Poi, per carità, gli appelli sono benvenuti.

Morti sul lavoro: la mattanza dimenticata (pure dalla retorica)

Sessantasei (66) stragi di piazza Fontana. Quattordici (14) stragi di Ustica. E ora ditemi che non fa impressione, paura, ditemi se non è un’offesa al nostro vivere civile. Ma non c’è nemmeno bisogno di confronti aritmetici e paradossi, basta anche il numero secco. Anno di grazia 2018, Italia: millecentotrentatré (1.133) morti sul lavoro, più di tre al giorno contando anche Natale, Capodanno, Ferragosto. E i primi sei mesi del 2019 da record: 482 infortuni mortali, 13 in più dell’anno prima, che già aveva un bilancio spaventoso (peggio del 2017, peggio del 2016). Una strage, molte stragi, anzi, che finiscono di solito in un trafiletto di venti righe: il nome, il posto, la dinamica dell’incidente (nemmeno sempre) e avanti fino a domani, con altri trafiletti a pagina venti, altre parole di circostanza.

Va bene, non siamo sprovveduti, sappiamo quanto l’informazione possa essere lontana dalla vita, distante e distaccata. Ma nel caso delle morti sul lavoro quella distanza è siderale. Finite le dieci righe di prammatica, l’informazione va avanti, parla d’altro, si distrae, e la realtà invece resta lì. Le vedove, i figli, i compagni di lavoro, quel sudore freddo che mischia dolore e dispiacere, insieme a un pensiero che agghiaccia: poteva capitare a me.

La rabbia del “dopo” non la si racconta quasi mai, e come al solito le statistiche sono un coltello a due lame: utili a dare le dimensioni del fenomeno – della mattanza, per chiamare le cose col loro nome – e così fredde, invece, nel parlare delle vite, delle dita schiacciate, dei muletti rovesciati, delle esalazioni assassine, del caldo dei campi e delle serre. Insomma, siamo sempre lì: i numeri e la vita vera, i grafici (in salita sempre, maledizione) e il lutto. Ogni tanto una storia balza in primo piano.

Questi giorni, ad esempio: Pasquale Fusco, 55 anni, tre figli, morto per il caldo e la fatica in una serra di meloni, in un campo vicino Giugliano, regolarizzato dai datori di lavoro un’ora dopo la morte, come dire che non gli è stata risparmiata nemmeno la grottesca rincorsa della burocrazia, la vergogna delle carte in ordine, dei diritti, finalmente, ma post mortem.

Di lavoro si parla molto, moltissimo. Da mesi, da anni, le statistiche su occupazione e disoccupazione tengono banco nella polemica politica, servono ad accusare l’avversario, se ne misurano le impercettibili variazioni, si cantano vittorie e si denunciano sconfitte per qualche zero virgola. E intanto si muore, con quella vigliacca copertura delle parole per dirlo: incidente, morti bianche, infortuni, disgrazie. Si aggiunga il maleodorante dibattito sulla “sicurezza”, così sbandierato e pompato, così utile ai facili consensi e all’operazione indefessa di instillare paura. Tutte cazzate: i crimini sono in picchiata, gli omicidi diminuiscono. Tutti, tranne quelli che si compiono sui posti di lavoro, che invece aumentano, e però lì, in quell’ambito, la parola “sicurezza” si usa meno, si bandiera meno, diventa anzi a volte sinonimo di seccatura. Uff, la burocrazia, uff, le norme, uff, la prevenzione, tutte cose che costano, che erodono i margini di profitto. Come se “sicurezza” fosse una parola che va bene per lo scippo e lo scippatore e non per il lavoro e il lavoratore, come se si accettasse come rischio naturale che, lavorando, puoi restarci secco.

Destino, fatalità, parole pietose che coprono una vergogna nazionale. Ecco: dato lo stato dell’arte della politica non c’è da stare allegri, non si vede all’orizzonte nessun deciso cambio di parametri, nessuna rivoluzione, continuerà il sacrosanto dibattito di come dare un lavoro a chi non ce l’ha, ma su come salvare la vita a chi ce l’ha il dibattito langue, non interessa, non fa notizia. Come se in una Repubblica “fondata sul lavoro” il primo diritto non fosse quello di tornare a casa vivi, dopo il lavoro.

La bestia è in gabbia, ora niente bestioline

Va bene l’accordo politico, il programma condiviso, la scomparsa dei vicepremier, la consueta tarantella sui ministri, Beppe Grillo e il suo neurologo, la problematica piattaforma Rousseau, ma alla Bestia ci ha per caso pensato qualcuno? Perché se anche il teatrino truculento di Matteo Salvini non sarà più allestito al Viminale (e neppure, supponiamo, trasferito sui banchi dell’opposizione in Parlamento, che significherebbe per lui comunque lavorare), dopo 14 mesi di propaganda ossessiva, debordante, insultante, devastante nella comunicazione politica, e in quella di governo, niente e nulla sarà più come prima. Perché dopo avere introdotto (e abusato) come regola il metodo della diffamazione martellante dell’avversario (e se serve dell’alleato) attraverso l’attacco personale, la derisione, la mistificazione, la gogna – tutto per mezzo del Grande fratello social Caino –, come si fa adesso a riportare negli argini il fiume melmoso e maleodorante che ha ridotto il discorso pubblico a una immensa palude Stigia? Che cosa potrebbe succedere, dunque, se dopo il varo dell’esecutivo giallorosso, i gialli e i rossi (o rosa, o rosé come preferite) cominciassero a punzecchiarsi, e poi a insolentirsi e poi a tirarsi addosso di tutto, come già visto e rivisto tra i gialli e i verdi? Tanto più che le munizioni non mancano, accumulate in anni di reciproche, sanguinose offese. E quali accorgimenti adottare allora per evitare, o almeno ritardare, o limitare il crash del linguaggio contundente?

Imporre ai ministri il silenzio per decreto. Classica chiacchiera da bar, ma non per questo irrilevante visto e considerato che sulla qualunque la Lega ci ha costruito un programma di governo e ottenuto la maggioranza dei voti. Progetto affascinante ma di problematica attuazione. Come la pace nel mondo. O come Sgarbi, Mughini e Feltri (Vittorio) affratellati dal messaggio di Greta Thunberg.

Creare una centrale unificata della Comunicazione di governo. Possibile a patto che l’accesso ai social di ministri e sottosegretari venga sottoposto al controllo inappellabile di Rocco Casalino. Dunque impossibile.

Più seriamente affronta la questione Roberto Saviano che sull’ultimo numero dell’Espresso si domanda se sia una “pretesa assurda pretendere che un ministro non usi le sue pagine social per fare propaganda”. Oppure “aspettarsi che non faccia attacchi personali mentre rappresenta anche le persone che quotidianamente attacca”. Saviano ha straragione a dire che “chiunque sia stato eletto e abbia una carica istituzionale, rappresenta tutti, non più solo la sua parte politica , e dunque la sua comunicazione dovrebbe essere solo istituzionale”. Però qui torniamo all’impossibilità di imporre comportamenti considerati obsoleti e dunque inefficaci dopo il cataclisma comunicativo e di linguaggio introdotto dalla Bestia salviniana. Con un paio di emendamenti però. Il primo è che qualunque imitazione (o emulazione) della macchina messa in piedi da Luca Morisi darebbe vita a tante imbarazzanti bestioline, pronte per essere massacrate in Rete. La seconda osservazione riguarda l’istinto di autoconservazione della specie politica, costantemente attivo nel momento della paura o in presenza di una potenziale minaccia. Proprio ciò che dovrebbe spingere i parlamentari di Pd e 5Stelle a continuare se lo desiderano a odiarsi e a detestarsi, purché nel più assoluto silenzio. Per conservare i loro posti in Parlamento. Per non risvegliare la Bestia in agguato.