Mail box

 

Open Arms, un precedente pericoloso per gli sbarchi

Dal decreto di sequestro della Open Arms risulta che la situazione a bordo della nave era fuori controllo. Da qui deriva, secondo il procuratore di Agrigento, la necessità di procedere urgentemente al sequestro e all’evacuazione della nave. D’ora in poi qualsiasi imbarcazione carica di centinaia di emigranti, dopo essersi fermata abbastanza a lungo davanti alle coste italiane, facendo in modo che la situazione a bordo vada fuori controllo, avrà la certezza di poter scaricare in Italia i propri passeggeri? Il procuratore di Agrigento ha aperto una nuova via maestra all’immigrazione incontrollata e senza limiti?

Pietro Volpi

 

Dalla Versiliana si riparte carichi di coraggio e speranza

Caro direttore, cari giornalisti tutti, noi, io e il mio compagno, c’eravamo a questa meravigliosa festa che avete organizzato alla Versiliana. Abbiamo fatto code terribili soprattutto per il caldo, ma ne è valsa la pena. La prima sera con Renato Zero è stata esaltante, il pubblico in delirio, Travaglio stupendo in questa sua performance finale (complimenti, direttore, canta benissimo!). Forse perché nessuno considera che solo una persona molto intelligente sa che il gioco è una cosa molto seria. E poi nelle giornate torride tutti gli incontri ci hanno donato un senso di autenticità. In certi momenti ci siamo commossi e io ho pianto, quando il magistrato Di Matteo ha parlato. E così le sindache, ma soprattutto la Raggi contro cui è stato organizzato un “massacro quotidiano”. Bello e giocoso il dibattito tra Mieli e Padellaro nello spazio del caffè. In coda inoltre abbiamo incontrato persone da tutta Italia: gente di uno sperduto paesetto del Bergamasco, che d’inverno conta solo 30 abitanti, o un signore che veniva in camper dalla Sardegna. La grazia, la misura e l’entusiasmo hanno caratterizzato queste giornate, insieme anche alla rabbia di molti per questa Italia che si è così trasformata grazie a certa gentaglia. Ma qui si ritrova la speranza, qui viene davvero la voglia di andare avanti, verso quel lume che Grillo ha lanciato con il suo disperato video l’altra sera. Con coraggio e fiducia. Grazie di tutto.

Francesca Bello

 

Rousseau: la responsabilità è dei politici non dei cittadini

Il voto sul governo rappresenta il perfetto esempio per il quale la piattaforma Rousseau andava lasciata da parte per non rischiare di ridurla ad una caricatura di pseudo democrazia diretta. La vera e sola piattaforma sono i cittadini che hanno votato il movimento, cittadini che hanno delegato il loro gruppo dirigente a prendere decisioni e responsabilità. Questo possono e devono fare. E, non voltarsi verso pochi attivisti chiedendo di farsene carico al posto loro. Troppo facile e soprattutto sbagliato.

Giovanni Marini

 

A scuola di meritocrazia: la promozione non è un diritto

Ormai la nostra scuola promuove tutti, c’è un malinteso senso di livellamento dei valori scolastici per non turbare l’equilibrio psicologico degli scolari. Scelta assurda, ottusa e irresponsabile: se un ragazzo poco dotato o con scarsa volontà sa non verrà bocciato, si impegnerà ancora meno. Se il criterio vale per la scuola, perché non per tutte le attività? Per non mortificare un ragazzo che gioca a calcio, lo proietteremo subito tra i professionisti: non importa se uno è un campione e cento altri dei brocchi. La scuola, come la vita reale, deve premiare chi studia e ha talento e chi non s’impegna deve essere inesorabilmente bocciato.

Gianfranco Belisari

 

Diritto di replica

Mi sembra giusto, anche nei confronti degli elettori del Movimento 5 Stelle, oltre che dei lettori del Fatto, chiarire il mio pensiero. Anche perché – nonostante qualcuno pensi il contrario – non ho mai votato Cinque Stelle. Mi ritengo semmai un orfano della sinistra, che provo di volta in volta a rintracciare dove possibile, senza molta fortuna. Ma è senz’altro vero che ho guardato alla nascita stessa del Movimento come a qualcosa di nuovo, importante, persino rivoluzionario. Ho seguito con passione il tentativo di ridisegnare il concetto stesso di democrazia. Tentativo che non poteva non scontrarsi con una serie di criticità, soprattutto man mano che il Movimento acquistava consenso, raccoglieva voti, incarichi, responsabilità. Ora il mio sguardo verso quel tentativo si è fatto decisamente più severo e più lontano. E meno che mai potevo sentirmi vicino al governo giallo-verde, malgrado ne abbia pubblicamente difeso la legittimità. Però non mi pento di avere mostrato in passato la mia vicinanza alla nascente esperienza pentastellata e penso ancora adesso sia un valore aggiunto la sua esistenza, nonostante i macroscopici quanto forse fisiologici errori commessi. Auspico per il Movimento stesso la capacità di cambiare ancora, di aggiustare il metodo oltre che la rotta, di smettere di irridere la competenza a favore di una fantomatica purezza di intenti, di ridisegnare ancora il suo processo decisionale. Quello che invece auspico per il Paese, qualunque sia il prossimo governo, è la capacità di guardare lontano, di disegnare un futuro in cui credere.

Daniele Silvestri

I nostri dieci anni. Una festa riuscita anche grazie alla “comunità” dei lettori

 

Gentile redazione del “Fatto”, vi mando qualche foto che ho scattato alla vostra festa alla Versiliana: qualora voleste usarle, o perché no, pubblicarle sul giornale, o sul sito, personalmente non potrebbe che farmi un enorme piacere. Con la certezza di rivedervi il prossimo anno, saluto tutti augurandovi ancora tanti anni di successi.

Andrea Taccola

 

Ci tenevo a farvi i complimenti per la tre giorni in Versiliana a Marina di Pietrasanta. Lavoro come ufficio stampa e, da addetta ai lavori, ho uno sguardo decisamente critico sulle rassegne di eventi. Devo dire che per complessità tematica, peso specifico degli ospiti e gradevolezza della location, il decennale del Fatto Quotidiano ha piacevolmente superato le mie aspettative.

Matilde Cirini

 

Voglio esprimervi i miei più calorosi auguri per i 10 anni del Fatto Quotidiano! È il mio giornale preferito perché non ha padroni e ci informa veramente. In questi anni è sempre migliorato e continuerà a farlo. 1000000 di questi giorni e grazie di esserci! Una vostra appassionata e assidua lettrice,

Raffaella Brignoli

 

Da ancor prima di uscire in edicola, ci siamo resi conto di un dato fondamentale: il Fatto e i suoi lettori sono un comunità. Unita. Solidale. Critica. A volte rumorosa. Sempre rispettosa. Il decennale del giornale e della festa alla Versiliana hanno confermato queste caratteristiche, con un interagire continuo, un guardarsi negli occhi e riconoscersi, la perenne ricerca di un confronto per andare oltre le apparenze; la voglia di capire e non arrendersi mai alla narrazione standard o semplicistica. Così ecco gli applausi a Nino Di Matteo, il tutti in piedi per Ilaria Cucchi, il benvenuto a Pier Luigi Bersani e a Carlo Calenda, l’ora e mezza sotto il sole di mezzogiorno per ascoltare sabato le sindache Appendino e Raggi e domenica Morra e Bonafè in attesa del collegamento col premier Giuseppe Conte. E ancora lo spettacolo di Renzo Arbore con i rappresentati della Goliardia sul palco e lo stupore di Renato Zero e Daniele Silvestri nel respirare quell’indicibile affetto. Questo è il Fatto, siamo noi, e “noi” inteso come redazione e lettori, tutt’uno: da dieci anni felici di percorrere un tratto di vita gli uni al fianco degli altri.

Il Fatto Quotidiano

45enne picchia e uccide l’anziana madre dopo un litigio

Litigi continui per motivi di soldi. Sarebbero questi i motivi che hanno spinto nella notte tra lunedì e martedì Angelo Del Ticco, 45 anni, a massacrare di botte e uccidere la madre di 84 nella sua villetta a Cetosa, piccolo borgo in provincia di Siena. L’allarme è stato dato proprio dal figlio: i carabinieri della stazione di Montepulciano arrivati ieri mattina a “Villa Cristina” hanno trovato Marisa Tosoni morta nel suo letto con i segni delle percosse e molto sangue sulle lenzuola. Sul posto è intervenuto anche il pm di Siena, Siro De Flammineis che ha potuto solo constatare il decesso della donna. Il figlio, durante l’interrogatorio in caserma, ha confessato l’omicidio e per questo è stato arrestato. Secondo le prime ricostruzioni, quello di lunedì sera sarebbe stato solo l’ultimo litigio per motivi di soldi: Del Ticco, separato e con problemi di alcol, sarebbe rientrato a casa e, di fronte alle proteste della madre che gli rimproverava un tenore di vita troppo alto rispetto alle possibilità della famiglia, avrebbe iniziato a pestarla con calci e pugni fino a farla crollare esanime sul letto.

Omicidio Vassallo: “Indagini depistate dall’ambiente locale”

Domani saranno trascorsi nove anni dall’omicidio del sindaco di Pollica (Salerno) Angelo Vassallo. Nove anni di misteri, di silenzi e di mezze verità confuse tra illazioni e menzogne. Nove anni senza un colpevole, come per i delitti eccellenti. E se finora l’assassino è sfuggito alla giustizia, la ragione la si deve anche a indagini che “hanno sofferto del difficile ambiente in cui si è operato, della tendenza da parte dei concittadini della vittima a rappresentare le notizie sotto forma di confidenza o comunque nell’aver, spesso fantasiosamente, fornito elementi che molto verosimilmente hanno anche depistato”. Lo sostiene la Dda della Procura di Salerno in un documento che il Fatto Quotidiano ha potuto consultare. È la prima richiesta di archiviazione, firmata dal procuratore capo dell’epoca Franco Roberti e dal pm Rosa Volpe e accolta dal Gip, nei confronti dei tre primi indagati del delitto. Tra i quali Bruno Humberto Damiani detto “il brasiliano”, precedenti per reati di droga, intorno al quale ha ruotato una delle piste investigative più importanti: quella della ritorsione contro un primo cittadino che organizzava coi vigili ronde contro gli spacciatori.

Nelle ultime settimane dell’estate del 2010 Vassallo era diventato un “rompicoglioni” che scendeva al porto di Acciaroli – il gioiello urbanistico che ha trasformato un piccolo borgo di pescatori in una capitale del turismo d’elite – ad affrontare di persona i malavitosi, per arginare il fiume di polvere bianca nei locali della movida. Si lamentava dello scarso lavoro delle forze dell’ordine. Sapeva che il fidanzato della figlia consumava cocaina e in lui si agitavano insieme le rabbie del sindaco indignato e del padre preoccupato.

Su Damiani furono raccolti indizi seri: fu visto ad Acciaroli la sera dell’omicidio, la telecamera di un negozio di via Bixio lo ritrasse mentre passeggiava con quelli che secondo una informativa potevano essere i due “specchiettisti” dell’agguato, e due giorni dopo l’omicidio si volatilizzò in Sudamerica. Ci vollero mesi per stanarne la latitanza, dovuta ad indagini per altre vicende di droga e per una tentata estorsione al mercato ittico di Salerno, per la quale sta scontando una condanna definitiva a 5 anni e 4 mesi.

Un pentito di camorra, Ciro De Simone, indicò in Damiani l’autore dell’assassinio e ne spiegò il movente nei rapporti personali con un familiare del sindaco, che li avrebbe sorpresi mentre consumavano droga insieme. Una testimonianza de relato, poco circostanziata, imprecisa.

Un testimone, non residente nel Cilento, raccontò agli inquirenti un altro particolare inquietante. Affermò di aver ascoltato Damiani nei pressi del porto di Agnone il giorno dopo l’omicidio mentre, al cellulare con un albergatore di Acciaroli, coindagato, diceva: “Ma che pistola di merda mi hai dato”.

La Procura ha incrociato gli orari e i dati dei tabulati. Quella telefonata, effettivamente, ci fu. Cosa si dissero? Uno dei tanti misteri di questo cold case. La Procura cercò riscontri, convocò persone informate dei fatti, fece un massiccio uso delle intercettazioni telefoniche ed ambientali “dimostratesi davvero indispensabili”, che “hanno dato conto – si legge nella richiesta di archiviazione – del particolare contesto ambientale che ha imposto costantemente di adoperare mezzi di ricerca della prova finalizzati non solo alla acquisizione di fonti probatorie non altrimenti acquisibili, ma anche capaci di verificarne la genuinità e le ragioni per cui chi era in possesso di informazioni utili, o ritenute tali, avesse cercato di mantenere una condotta pressoché omertosa”. Insomma, non se ne venne a capo. L’indagine, come è noto, fu pesantemente compromessa dall’inquinamento della scena del delitto. Tra le 21 del 5 settembre, quando in piazza si ascolta il rimbombo dei nove colpi di pistola esplosi nella frazione alta, e l’arrivo dei carabinieri e del magistrato per i rilievi, ci fu un incessante via vai di estranei intorno all’auto dove fu ritrovato il corpo di Vassallo. Era parcheggiata controsenso, finestrino abbassato, a pochi metri dalla sua abitazione.

Il sindaco era riverso su un fianco, devastato dai proiettili di una Baby Tanfoglio 9×21, mai ritrovata. Nell’area poi circondata dai nastri rossi fece capolino, in maglia rossa e zuccotto nero, anche il colonnello dei carabinieri che fu indagato con il sospetto di aver avuto un ruolo nell’omicidio, e poi archiviato.

A distanza di anni, i pm provarono a riparare ordinando ai carabinieri del Ris di effettuare il test del Dna per 94 persone, da confrontare con le 66 diverse tracce genetiche che furono ritrovate intorno al sindaco ucciso. Un cittadino di Pollica morì di infarto dopo il prelievo. Anche questa attività di indagine è finita in un vicolo cieco. Tra i 94 c’era anche Damiani. Scagionato. Peraltro, risultò negativo anche allo stub effettuato poco dopo l’omicidio. “Damiani non aveva motivi di risentimento verso Vassallo – spiega il suo avvocato, Michele Sarno – e se si allontanò da Pollica subito dopo il delitto, fu perché aveva acquistato in anticipo il biglietto per tornare in Brasile. Ha sempre accettato gli interrogatori, rispondendo in maniera precisa”.

E così dopo nove anni è ancora tutto avvolto nel buio. “Almeno tre persone sanno la verità e non l’hanno ancora detta agli inquirenti, e godono di coperture istituzionali”, sostiene Dario Vassallo, fratello di Angelo e presidente della Fondazione che ne tramanda il ricordo, costituitosi nell’inchiesta tramite l’avvocato Antonio Igroia.

Ora c’è un solo indagato noto, senza misura cautelare. Si tratta di un ex carabiniere del nucleo investigativo di Castello di Cisterna, Lazzaro Cioffi. È finito in carcere, ma per altre accuse: avrebbe partecipato ai traffici di droga del clan Fucito di Caivano. Un testimone lo ha collocato ad Acciaroli in quelle sere di settembre di nove anni fa insieme al colonnello indagato e archiviato. Ma non l’ha visto coi suoi occhi. Una delle voci rimaste nel limbo.

Test a Medicina: “Troppe domande di cultura generale”

Prova di medicina ok, ma con lo “scoglio” delle domande di cultura generale. Dicono questo, prevalentemente, le risposte degli studenti all’uscita dalla Sapienza di Roma. Diversi ragazzi hanno raccontato di essersi sentiti più sicuri sulle domande di chimica e biochimica e più incerti in quelle di cultura generale, quest’anno aumentate rispetto a quelle di logica. Alcuni studenti hanno raccontato di non aver proprio risposto per non perdere punti utili all’accesso. Tra le domande di cultura: chi erano Montessori, Marinetti, Alan Turing. Quesiti sul funzionamento del fuso orario, su chi ha scritto Assassinio sull’Orient express, quale evento fosse coevo alla vita di Leonardo da Vinci. E ancora, quale Stato tra quelli indicati non fa parte dell’Unione europea e chi può eleggere e chi può essere eletto al Senato.

“Le domande più difficili – ha detto Antonio, studente al suo secondo tentativo – sono state quelle di cultura generale, il vero scoglio”. Un’altra studentessa, alla sua quinta prova, gli ha fatto eco: “Ho proprio evitato di rispondere lì, tanto non potevo arrivarci col ragionamento, o la sai o non la sai”.

Sequestri e supermulte per le navi delle Ong

La Mare Jonio multata per 300 mila euro e sequestrata. Il comandante e il capo missione della Eleonore, già sequestrata dopo aver forzato il divieto d’ingresso tre giorni fa, sono stati invece indagati dalla Procura di Ragusa. Germania, Lussemburgo, Irlanda, Portogallo e Francia hanno offerto la propri disponibilità per il ricollocamento dei 104 naufraghi sbarcati a Pozzallo dalla nave che batte bandiera tedesca.

Il sequestro della Mare Jonio e la multa per l’ong italiana Mediterranea Saving discende dal decreto Sicurezza bis. “Alle 20.40 del 2 settembre, a poche ore dallo sbarco degli ultimi 31 naufraghi ancora a bordo della Mare Jonio – commenta con un comunicato Mediterranea – la nostra nave ha fatto ingresso in acque territoriali con l’autorizzazione delle competenti Autorità marittime, avviando le pratiche per l’approdo nel porto di Lampedusa”.

Un paradosso secondo Mediterranea: “Paradossalmente, nella stessa notte, al nostro comandante e al nostro armatore è stato notificato il sequestro amministrativo di Mare Jonio insieme a una multa di 300 mila euro per avere violato il decreto Sicurezza bis. Un ultimo colpo di coda da parte di chi non è riuscito ad accettare che una storia di umanità e giustizia si concludesse, finalmente, mantenendo intatta tutta la sua bellezza”. E ancora: “Torneremo dove bisogna essere. A chi ha deciso di fermare Mare Jonio, resta il peso e la responsabilità di tenere lontana un’altra nave, per giorni o settimane, dalla possibilità di salvare chi anche in questo momento sta rischiando di annegare”.

Multa e sequestro – in base alle norme del decreto Sicurezza bis – dovrebbero arrivare presto anche per la nave Eleonore e la ong tedesca Lifeline. Di certo ieri è giunta l’iscrizione nel registro degli indagati, da parte della Procura di Ragusa, del comandante e del capo missione. L’accusa è quella di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Sul fronte amministrativo – il sequestro è già stato disposto dalla Guardia di Finanza – toccherà ora al prefetto di Ragusa stabilire tempi della confisca ed entità della multa. Nel frattempo la Squadra mobile di Ragusa ha fermato un diciottenne sudanese: è sospettato di essere lo scafista. Sospetto nato dalle prime testimonianze raccolte tra i naufraghi: pare che sia stato lui a condurre per circa 15 ore il barcone – , prima del soccorso della Eleonore – con a bordo migranti che avevano pagato circa 1.500 euro ciascuno per lasciare la costa libica.

Resta in mare, infine, la la Alan Kurdi di Sea Eye che nei giorni scorsi ha soccorso 13 persone. Finora è stata respinta sia dalle autorità italiane sia ad quelle maltesi. Inarrestabile invece il flusso dei barchini “fantasma”: 52 migranti sono giunti in mattinata a Isola Capo Rizzuto (Crotone) a bordo di una barca a vela finita contro gli scogli.

Secondo l’Unhcr, da gennaio a oggi, gli sbarchi via mare in Italia ammontano a 5.571. Tra morti annegati o dispersi, invece, si contano 894 vittime nelle rotte del Mediterraneo. Tra queste, la maggiore parte, ben 630, riguardano la rotta centrale, ovvero quella che porta all’Italia.

Ogni dieci migranti pronti a lasciare la costa africana per l’Europa, e per l’Italia in particolare, uno è destinato a morire. A meno di non incontrare delle navi pronte a prestare soccorso.

Diabolik, duello tra fascisti: dopo il video parla Boccacci

“Gaudenzi non lo vedo da diversi anni, fa il nome del gruppo dei fascisti di Roma nord, gruppo che non esiste nemmeno come sigla. È impazzito oppure è manovrato”. Maurizio Boccacci, storico capo dei fascisti dei Castelli Romani, poi del Movimento politico e di Militia, si scaglia contro l’ex amico e camerata Fabio Gaudenzi, detto Rommel, che lo ha citato nel video pubblicato sul web in cui lunedì parlava e lanciava messaggi dopo l’omicidio di Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, capo degli ultras della Lazio e narcotrafficante, freddato lo scorso 7 agosto da un colpo di pistola al parco dell’Acquedotti. Sul clamoroso delitto emergono contrasti tra estremisti di destra legati alle curve degli stadi e in misura variabile a dinamiche propriamente criminali.

Forse oggi sapremo cosa ha spinto Rommel a farsi arrestare nella sua casa di Formello (Roma) dalla Squadra mobile, dopo aver esploso alcuni colpi di pistola e aver chiamato le autorità per costituirsi. E perché ha registrato due video con il volto coperto da un passamontagna, citando nostalgicamente i vecchi amici e minacciando i nuovi nemici: Boccacci appunto ma anche Massimo Carminati, l’ex neofascista dei Nar condannato in appello come capo di Mafia capitale, tutti secondo Gaudenzi nel gruppo dei “fascisti di Roma Nord”. La Procura di Tivoli, guidata da Francesco Menditto, procede contro Rommel per possesso di armi da guerra, un revolver 357 e una mitraglietta trovate a casa sua. Ma Gaudenzi, anch’egli condannato nel processo Mafia capitale (2 anni e 8 mesi per usura), sarà sentito anche da Nadia Plastina, magistrato della Dda di Roma, che indaga sull’omicidio di Piscitelli. Rommel dice di sapere “chi è il mandante”, ha detto di voler parlare con il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e se l’è presa con un maresciallo dei carabinieri che si occupava di lui quando era sorvegliato speciale.

Boccacci, ormai 62 enne, l’ha presa male e ha parlato all’agenzia Adnkronos: “Per me è impazzito, non è in linea col cervello. O c’è una manovra politica dietro, perché il 17 ottobre c’è la Cassazione per Mafia Capitale, o con la morte di Fabrizio (Piscitelli, ndr), altro mio carissimo amico. Lui al processo per Mafia capitale ha preso 2 anni e qualche mese (8, ndr). Non gli auguro la galera, ma mi fa pensare il fatto che lui, in concomitanza con l’omicidio Piscitelli, tiri fuori l’élite, i miei camerati che non si sono mai arresi, le persone rimaste sempre unite e non hanno ma tradito”. Boccacci dice di essere cambiato ma certo non rinnega la sua storia, dal Fuan alla fondazione negli anni 80 del Movimento politico Occidentale, poi sciolto nel ’93 con la legge Mancino dopo ripetuti episodi di violenza e l’affronto delle stelle di David sui negozi degli ebrei, fino agli scontri di Brescia in cui i tifosi romanisti accoltellarono un vicequestore, al gruppo neonazi Militia, alla solidarietà a Roberto Spada che aveva aggredito un giornalista Rai e all’ultima provocazione quando volle commemorare da solo la Repubblica sociale nel 2017. Era in prima fila al funerale di Diabolik, come all’aula bunker di Rebibbia durante il processo Mafia Capitale.

“Massimo (Carminati, ndr) per me è sempre un fratello, io non rinnego – aggiunge Boccacci – come Riccardo Brugia (altro condannato di Mafia capitale, ndr), che conosco meno, come Fabio (Gaudenzi, ndr) che veniva da ragazzo al Movimento Politico, come Elio Di Scala (detto Kapplerino, ucciso durtante una rapina nel 1994, ndr) per il quale ogni anno vado a deporre una rosa dove è caduto”. Processo concluso in appello con la condanna a 14 anni per mafia per Carminati, due anni e otto mesi per usura per Rommel. “Al processo di Mafia Capitale si comportò male con dei coimputati perché disse cose false per salvarsi”, commenta ora Boccacci, prendendo ulteriori distanze da Gaudenzi.

Rogo nell’impianto dei rifiuti: diossine alte dopo tre giorni

0.19 picogrammi per metro cubo. È questo il valore delle concentrazioni di diossina – espresse in termini di tossicità totale equivalente alla Tcdd, la cosiddetta “diossina Seveso” – rilevate nella fase acuta dell’incendio che si è sviluppato il 28 agosto scorso in un capannone della Ggm Ambiente a Codogno, nel Lodigiano. L’ennesimo di una serie di incendi a impianti di rifiuti: due notti fa, ad andare in fiamme, sempre a Codogno, è stato il capannone di un mobilificio. La concentrazione di benzo(a)pirene è risultata di 0.93 nanogrammi per metro cubo. I risultati si riferiscono al primo filtro del campionatore ad alto volume, posizionato sottovento al confine fra l’area industriale e l’abitato di Codogno, prelevato dai tecnici del Gruppo specialistico contaminazione atmosferica di Arpa Lombardia nel pomeriggio del giorno dell’evento. “Nell’area monitorata si è dunque registrata una lieve alterazione della qualità dell’aria attribuibile all’incendio nelle fasi più intense”, si legge in un comunicato di Arpa.

Venezia dopo la plastica nei locali mette al bando il fumo all’aperto

In Laguna niente sigarette tra i calli. Una città sull’acqua che cerca la via d’uscita al problema grandi navi, e intanto programma il modo per diventare più green: dalla plastica, messa al bando entro il 2021 dai locali pubblici, al fumo di sigaretta, che il sindaco Luigi Brugnaro vorrebbe vietare all’aperto. Venezia come Tokyo, o Singapore, dove gli amanti del tabacco dispongono in strada solo di apposite smoking area.

Per ora è soltanto un’idea, lanciata dal sindaco-imprenditore in occasione del Forum internazionale dei sindaci, a Palazzo Ducale. Ma a Cà Farsetti ci sarebbe già un gruppo di lavoro che sta studiando il progetto. Brugnaro, colpito proprio da un recente viaggio nella capitale nipponica, vorrebbe iniziare con aree simbolo, come San Marco e Rialto, per tutelare le folle di turisti e di bambini.

“Stiamo lavorando sul rispetto di Venezia, una città unica – spiega il sindaco Brugnaro – ma non solo per la sua bellezza, anche per il rispetto che si deve alle persone: questo si coniuga con la parola sicurezza, con la pulizia e il decoro di una città. E in questo c’entra anche il fumo per strada. Io stesso fumo il sigaro; mi adatterò”. Il sindaco pensa alla creazione di apposite aree dove sarà consentito fumare, recinti chiusi per tabagisti in buona sostanza, ma anche alla distribuzione ai turisti di posacenere da passeggio, forniti come fossero gadget. “C’è già un’associazione di aziende del tabacco – rivela – che mi ha contattato offrendosi come sponsor. Dobbiamo adattarci al nuovo che arriva, la green economy, il rispetto per l’ambiente, la pulizia, non sono cose che partono dagli altri, ma dal modo in cui noi stessi ci comportiamo”.

Venezia, insomma, vuole presentarsi sul piano internazionale come città guida in Italia sul fronte green. Ne è conferma la delibera adottata nei mesi scorsi che ha fissato anche la messa al bando di piatti, bicchieri e posate di plastica nei locali pubblici a partire dalla primavera 2021.

Poi ci sono i Daspo urbani, sempre in materia di decoro cittadino, in cui sempre più spesso incorre per esempio chi gira a torso nudo in calli e campielli. Ad esempio due giovani turiste norvegesi sono state sanzionate dai vigili urbani con 450 euro ciascuna per aver fatto un bagno notturno nel Rio di Cannaregio.

Il Cnr accusa Tirreno Power: “Nel Savonese mortalità +49%”

Ciminiere di morte quelle che incombono da 49 anni su Vado Ligure, provincia di Savona: una strage sospetta con quasi 500 vittime secondo la perizia presentata dai pm in tribunale. Mentre prosegue il processo, arriva il sigillo del Cnr di Pisa: in dodici anni, dal 2001 al 2013, è riscontrabile un aumento della mortalità del 49 per cento degli abitanti dell’area prossima alla centrale a carbone Tirreno Power. Questo dato sconvolgente è il risultato di una ricerca epidemiologica, pubblicata sulla rivista Science of the Total Environment, condotta dall’istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa, appunto, su oltre 144 mila residenti tra il 2001 e il 2013 in dodici Comuni delle zone più esposte del Savonese alle emissioni di inquinanti atmosferici. La ricerca registra una crescita generalizzata della mortalità per varie patologie del 49 per cento. Immediata la replica della società: i dati sono “vecchi e già confutati”.

Ma “nei comuni considerati, nelle aree a maggiore esposizione a inquinanti – ha spiegato Fabrizio Bianchi dell’Ifc-Cnr di Pisa – sono stati riscontrati eccessi di mortalità per tutte le cause: un più 49 per cento che colpisce sia uomini sia donne”. La centrale Tirreno Power, in funzione dal 1970, è stata alimentata a carbone fino al 2014, anno in cui procura di Savona ha fatto fermare gli impianti per disastro ambientale doloso. Un provvedimento che rivelò l’apertura di un’inchiesta per cui, adesso, si sta celebrando al Tribunale di Savona un processo con 26 imputati, tra manager ed ex manager della centrale (prossima udienza il 17 settembre). E nell’inchiesta la pubblica accusa fa riferimento proprio a eccessi di mortalità causati nell’area dalla centrale. Adesso c’è anche la ricerca del Cnr di Pisa che mostra nel dettaglio eccessi di mortalità “per malattie del sistema circolatorio (uomini +41%, donne +59%), dell’apparato respiratorio (uomini +90%, donne +62%), del sistema nervoso e degli organi di senso (uomini +34%, donne +38%) e per tumori del polmone tra gli uomini (+59%)”. Risultati che, secondo Greenpeace, parte civile nel processo, hanno confermato “quanto noto da tempo e chiarito nel dettaglio gli impatti della produzione a carbone: l’unica forma di prevenzione accettabile è la chiusura di tutte le centrali a carbone mentre ci chiediamo se queste attività scientifiche e le auspicabili procedure di monitoraggio degli impatti sanitari riusciranno a portare adeguati risarcimenti alle popolazioni”.

Per il Wwf questi studi sono “un ulteriore, terrificante motivo per accelerare l’uscita dal carbone”. Lo studio ha valutato la relazione tra l’esposizione agli inquinanti atmosferici emessi dalla centrale e il rischio di mortalità e ricovero in ospedale, per patologie sia tumorali sia non tumorali. I dati, spiega Bianchi, indicano che “anche considerando le diverse fonti inquinanti cui sono stati esposti i cittadini, ci sono stati forti eccessi di rischio di mortalità prematura e ricovero ospedaliero per i residenti intorno alla centrale a carbone di Vado Ligure, con numerosi eccessi di mortalità e ricovero in ospedale, per malattie cardiovascolari e respiratorie”.

Secondo il ricercatore del Cnr “è la prima volta che viene effettuata una quantificazione del rischio, purtroppo molto alto”, relativo all’inquinamento di centrali a carbone e ha auspicato che “si sposti con urgenza l’attenzione sulle valutazioni preventive degli impatti sulla salute e quindi sulle fonti che si conoscono come maggiormente inquinanti”. Servono “decisioni – conclude – per ridurre i livelli di esposizione riconosciuti dannosi per l’ambiente e la salute e per realizzare studi analitici e programmi di sorveglianza adeguati”. In una nota, Tirreno Power replica: “I dati teorici riproposti da Fabrizio Bianchi del Cnr sono vecchi e sono già stati confutati dai dati reali pubblicati nel luglio del 2018 nel documento ufficiale dell’Osservatorio salute e ambiente della Regione Liguria nato per verificare l’impatto ambientale e sulla salute della centrale di Vado: l’Osservatorio ha concluso le indagini escludendo in modo chiaro e documentato qualsiasi impatto dell’impianto”. Ma le indagini che conteranno saranno quelle della Procura una volta che il processo andrà a sentenza.