Nino Caianiello, il presunto burattinaio delle tangenti lombarde in carcere dal 7 maggio scorso, ha deciso di parlare, andando oltre le contestazioni che gli vengono fatte nell’ordinanza di arresto. L’ex coordinatore di FI a Varese, ieri è stato sentito nel carcere di Opera dal pm Luigi Furno. L’interrogatorio è proseguito fino a sera, come già successo lunedì e con buona probabilità si replicherà anche oggi. Caianiello era già stato sentito prima dell’estate senza grandi risultati, dopodiché la Procura lo ha riascoltato il 7 agosto e in quel frangente l’indagato aveva fatto intuire di voler parlare. Ieri la conferma. L’obiettivo di Caianiello, uomo molto ascoltato dal governatore Attilio Fontana, è quello di raggiungere un patteggiamento. Cosa che potrà ottenere solo allargando il campo delle sue dichiarazioni, così come gli ha fatto capire la Procura e così come prevede la nuova legge Spazzacorrotti. L’indagine denominata “Mensa dei poveri” potrà avere un’accelerazione in base alle sue dichiarazioni. Il punto di svolta, oltre ai soldi delle tangenti e al sistema legato a Forza Italia, è quello di andare nel campo della Lega, illustrando i rapporti che lo stesso Caianiello aveva con i vertici del Carroccio.
Moscopoli, c’è il nome del secondo russo al tavolo
Sei persone al tavolo dell’hotel Metropol di Mosca. Tre italiani e tre russi. Dei nostri connazionali sappiamo. A guidare la delegazione è Gianluca Savoini, l’uomo in più dell’ex vicepremier Matteo Salvini per gli affari russi della Lega. Oltre a lui, l’avvocato d’affari Gianluca Meranda e il consulente finanziario Francesco Vannucci. È la mattina del 18 ottobre 2018 e si discute di gasolio da vendere e di circa 65 milioni di dollari da far saltare fuori e triangolare nelle casse del Carroccio in vista delle elezioni europee di primavera. I tre sono indagati per corruzione internazionale dalla Procura di Milano.
Da ieri, però, sappiamo anche i profili di due russi al tavolo. Quasi certa anche l’identificazione del terzo da parte dei pm. L’identità del secondo è stata svelata dal sito americano Buzzfeed, lo stesso che il 10 luglio aveva pubblicato l’audio registrato al Metropol. Si tratta di Andrey Yuryevich Kharchenko nato in Azerbaigian nel 1980, e che 15 anni dopo diventerà cittadino russo. Kharchenko è legato al filosofo sovranista Aleksander Dugin, personaggio, quest’ultimo, già in contatto con Savoini il giorno prima dell’incontro del Metropol. Karchenko è membro del partito fondato da Dugin, il Movimento internazionale eurasiatico. Dugin e Karchenko nel 2016 hanno viaggiato in Crimea e poi ad Ankara in Turchia. In questo caso, Karckenko ha esibito un passaporto utilizzato in modo esclusivo da funzionari pubblici. La presenza di Karchenko al Metropol è un elemento fondamentale per i suoi legami con Dugin, il quale a sua volta conosce Savoini da oltre vent’anni e in diverse occasioni ha incontrato e intervistato Matteo Salvini. La figura di Dugin, poi, è legata a doppio filo al Cremlino, essendo lui figlio di un ex agente del Kgb. E del resto nell’audio registrato al Metropol, discutendo dei soldi da dare alla Lega, Savoini fa capire che il giorno prima, ovvero il 17, se ne è discusso proprio con Dugin. Dice Savoini: “Anche ieri Aleksander ha detto che l’importante è che sei solo tu (…).Tu rappresenti la connessione totale per il loro lato politico”. L’identificazione della figura di Karchenko è stata fatta comparendo una sua telefonata di circa un mese fa. Stessa cosa avvenuta per il secondo russo, ovvero Ilja Andreevich Yakunin che rappresenta il collegamento con l’avvocato Vladimir Pligin, uno dei professionisti più ascoltati da Putin.
Il 17 ottobre Matteo Salvini incontra il vicepremier russo Dimtry Kozak nello studio di Pligin. Si tratta di un incontro riservato e non appuntato nell’agenda ufficiale della trasferta moscovita dell’allora capo del Viminale. Pligin, pur non partecipando all’incontro del Metropol viene citato da Yakunin come la persona che deve dare il via libera all’affare del gasolio. Dice Yakunin: “Aspettiamo il ritorno di Vladimir. Spero che avremo il via libera la settimana prossima”. E ancora: “Stiamo aspettando che Mr. Pligin torni a discutere”. Pligin e Yakunin in passato hanno lavorato in un’azienda che si occupa di oil and gas. Lo stesso Pligin, inoltre, ha una carica di rilievo nel partito di Putin “Russia Unita”. Idue non sono indagati dalla Procura così come non lo sono Pligin e Dugin. L’ostacolo è capire se hanno un ruolo di pubblico ufficiale, se lo avessero non potrebbero essere indagati in Italia. Sempre ieri, il legale di Meranda e Vannucci ha fatto sapere che i due rinunceranno all’udienza del Riesame fissata per domani. Sarà invece presente il legale di Savoini, che chiederà il dissequestro di documenti e cellulare..
Siri e quel prestito che l’ha inguaiato: “Era per mia figlia”
La richiesta dei giudici di Milano, che vorrebbero tanto sequestrare due pc in uso ad Armando Siri, “è priva di serietà” ma anche “indebita” ed “estranea alle esigenze della giurisdizione” “perché finalizzata all’accertamento investigativo di un fatto che ab origine non può costituire reato”. Lo sostiene il senatore leghista Armando Siri nella memoria depositata agli atti della Giunta per le autorizzazioni di Palazzo Madama, che deve decidere se dare il via libera ai pm Gaetano Ruta e Sergio Spataro.
A Milano, infatti, l’ex sottosegretario è indagato per autoriciclaggio con Luca Perini, già capo della sua segreteria al ministero dei Trasporti. Al centro dell’inchiesta, un mutuo concesso senza garanzie dalla Banca Agricola Commerciale di San Marino e utilizzato per l’acquisto di un immobile a Bresso (Milano), intestato poi alla figlia.
Secondo i pm, Siri e Perini, in concorso tra loro “avendo partecipato alla commissione dei delitti di appropriazione indebita e amministrazione infedele in relazione alle somme di 748.205 indebitamente corrisposte il 28 novembre 2018 a titolo di finanziamento da Banca Agricola Commerciale di San Marino, impiegavano tale denaro per l’acquisto” dell’immobile in provincia di Milano. In altre parole, secondo i magistrati, le somme “generosamente elargite a un personaggio politico di primo piano” sono state utilizzate per investimenti economici “con il preciso intendo di dissimularne l’origine”. Sono accuse che il senatore molto vicino a Matteo Salvini respinge punto per punto nella memoria presentata ai colleghi lo scorso 30 agosto, ribadendo più volte che “il denaro ricevuto a mutuo” è stato “destinato esattamente all’acquisto dell’immobile per il quale il prestito è stato concesso”. Cerca così di convincere la Giunta a non concedere l’autorizzazione al sequestro dei due pc, spiegando il suo comportamento ma anche provando a far leva sull’animo dei colleghi, soprattutto di chi ha figli come lui. “Cosa ha fatto il sottoscritto di diverso da quello che avrebbe posto in essere un qualsiasi genitore, anche tra i presenti in codesta Giunta e Assemblea? Chi avrebbe preferito rivolgersi a una banca che gli avesse erogato un mutuo più oneroso, in luogo di uno più vantaggioso?”.
Insomma – spiega – ha intestato l’immobile alla figlia solo per “garantirle una copertura patrimoniale e una potenziale fonte di reddito, pro futuro”. “Una scelta – continua nella memoria – assolutamente comprensibile, e condivisibile, nella prospettiva dell’aiuto ai propri discendenti”. La decisione di rivolgersi a una banca sammarinese invece nasce, a sua detta, “dalla verificata disponibilità all’erogazione del mutuo… a condizioni maggiormente favorevoli rispetto a quelle” di altri istituti di credito. E sottolinea: “San Marino si trova in Italia” e “non fa parte della cosiddetta black list dei paradisi fiscali”. Altro punto sul quale ribatte riguarda il fatto che per il pagamento dell’immobile sarebbero stati utilizzati due assegni “emessi il 31 gennaio 2019 dalla Banca Popolare di Sondrio tratti su un conto dedicato del notaio rogante”. Nulla di illecito per l’ex sottosegretario: la scelta , dice, nasce da “un’indicazione di assoluta opportunità e bontà giuridica del notaio stesso, assecondata in quanto finalizzata ad assicurare la massima garanzia sulla correttezza formale e sostanziale di tutta l’operazione”. “Questa condotta – continua la memoria – del tutto ordinaria, lecita, trasparente e affidata, è ascritta dalla Procura di Milano, in termini d’ipotesi investigativa, alla fattispecie delittuosa dell’autoriciclaggio. Così, invece, assolutamente non è”.
Nella memoria, Siri si concentra anche sulla “contestazione provvisoriamente eretta” che “addebita allo scrivente, altresì, il reato presupposto di ‘amministrazione infedele’”. E si toglie qualche sassolino dalla scarpa: “Non sussiste nell’ordinamento italiano”. “Si tratta – aggiunge – …di un fuor d’opera della Procura di Milano”. Chissà se riuscirà a convincere i colleghi della Giunta che già dalla prossima settimana inizieranno ad affrontare il caso.
Cassandra Pizzarotti, l’intervistato seriale
Dopo la mancata elezione alle Europee e il fallimento dell’alleanza del suo movimento Italia in Comune con +Europa (che il 28 maggio ha raggiunto il 3,1%, ben al di sotto della soglia del 4%), forse ci si poteva aspettare un po’ di autocritica. E invece no: Federico Pizzarotti è tornato a imperversare dando lezioni a tutti, specialmente ai suoi ex compagni del M5S. Grondando odio e rancore verso i suoi antichi compagni di strada. A cominciare da Luigi Di Maio. Con un suo personalissimo mantra: mettere in guardia il Pd dai pentastellati. “Attenzione cari amici dem, pensateci bene prima di fare un governo con loro, perché dei 5 Stelle proprio non ci si può fidare”, va ripetendo a ogni piè sospinto. Ben sei sono le interviste a quotidiani concesse dal sindaco di Parma da quando è scoppiata la crisi. In ordine temporale: Stampa, Corriere della Sera edizione bolognese, manifesto, Foglio, Mattino, ancora Corriere pagine nazionali. Più varie ospitate in tv. Ieri pomeriggio, per esempio, era a Sky-Tg24.
Se c’è qualcuno che sta beneficiando della crisi, dunque, è Pizzarotti. Interviste, però, un po’ contraddittorie. Perché se da una parte l’ex pentastellato sembra gioire per la fine del governo gialloverde e l’uscita della Lega dalle stanze del potere, dall’altra nutre forti dubbi sul futuro esecutivo giallorosso. “Con il M5S non si governa a lungo. Qualcuno dovrà fare le capriole con i propri elettori. Ci si scorda troppo facilmente che il Movimento è quello dell’impeachment a Mattarella”, avvertiva il 23 agosto, dopo le dimissioni di Conte.
Quando poi l’idea di un’alleanza tra Zingaretti e Di Maio prende forma, lui ci torna sopra. “Attenti al governo giallorosso, senza un programma chiaro è un azzardo”, dice al manifesto il 28 agosto. Lo stesso giorno parla anche con il Foglio. “Pizzarotti spiega al Pd perché del grillismo non ci si può fidare”, titola il quotidiano diretto da Claudio Cerasa. “I dem non hanno capito chi hanno di fronte. I grillini provano a mostrarsi più responsabili, ma non è vero. Sono capaci di nulla, ma disposti a tutto”, afferma il sindaco. Secondo cui l’abbraccio al Pd è dettato solo “dalla loro fame di potere e dall’ansia di restare al governo a tutti i costi”. Concetto ribadito sul Mattino tre giorni dopo. “Inaffidabili, pur di restare al governo sono pronti a ogni capriola”, osserva Pizzarotti (rieletto a Parma nel gennaio 2017), col dente sempre più avvelenato. A regalargli un sorriso, invece, è la fase calante di Di Maio, da lui reputato il principale responsabile del suo mancato ritorno nel M5S dopo la sospensione. “Di Maio sta seguendo lo stesso percorso di Renzi, che sembrava intoccabile e poi è stato fatto fuori proprio dai suoi”, ha spiegato ieri al Corriere della Sera. E ancora: “Luigi pagherà per tutte le sue incoerenze”.
Dopo il voto su Rousseau, però, il governo giallorosso nascerà, anche grazie a Di Maio, e Pizzarotti dovrà farsene una ragione. Nel frattempo, le cronache ci raccontano che il primo cittadino di Parma due sere fa ha vinto, in quel di Bari, la sfida ai fornelli tra i sindaci italiani con un piatto denominato “miseria e nobiltà”: pasta con polpettine di salsiccia, peperoni, pesto di pomodoro piccante, feta e chips di patate dolci.
Prima uscita: il compagno Bruno si stacca da +Europa
Quanto fa +Europa -Tabacci? Il compagno Bruno, anzi il compagno Br1 – in onore dei marxisti per Tabacci – è assai scosso: “Io valgo uno, però sono coerente con me stesso e ritengo, dopo ampie e lunghe riflessioni, che non si possa negare la fiducia al nascituro governo di Pd e M5S capeggiato dall’avvocato Giuseppe Conte”. Tabacci va avanti solingo, il resto di +Europa, cioè Emma Bonino il capo spirituale e Benedetto Della Vedova il segretario, è contrario all’alleanza giallorossa o giallorosé.
Il compagno Br1 ha smaltito i cosiddetti tempi di decantazione che richiede la politica: “Mi ha convinto la requisitoria in Senato del premier Conte recitata in faccia al pericoloso Matteo Salvini, l’ho assorbita, l’ho esaminata e adesso ho deliberato con piena coscienza. Il partito di nome +Europa, che io ho aiutato a fondare, può andare all’opposizione con i leghisti che sfoggiano un sentimento di -Europa? No, è assurdo. Amici, seguitemi”. Guai a sfidare Tabacci su cartelli, gruppetti, nugoli, listoni.
Quante ne ha create, compagno? “Ascolti, io sono sempre un democristiano. Ascolti meglio: siamo al ritorno all’antico con le combinazioni in Parlamento, i programmi ponderati, le dichiarazioni soppesate e io, vi assicuro, mi sento più giovane e più forte. Insomma, a mio agio. Ora legga pure la mia carriera in sigle”. In ordine cronologico: “Rigoroso, mi raccomando”. Allora: Dc, Ppi, Udr, Ccd, Udc, Rpi, Api, Cd. “Ha sbagliato”. Prego. “Io un anno e mezzo fa, con un gesto di rara generosità, ho consegnato il mio Cd, sarebbe il Centro democratico, al servizio di Bonino e colleghi per consentire ai radicali di +Europa di partecipare alle elezione politiche e mi sono conquistato la seggiola a Montecitorio con una vittoria in un collegio uninominale”. Deputato della Repubblica per la sesta volta.
Tabacci è presidente dell’assemblea di +Europa, e chi lo schioda: “Le procedure di partito sono complesse, abbiamo discusso, dovremo discutere. C’è chi aspetta l’agenda di Conte, c’è chi aspetta un segnale, per me è sufficiente sapere che l’Italia è di nuovo protagonista in Europa, sta per indicare un signor commissario, pare Paolo Gentiloni, dialoga con i vertici dell’Unione, non fa le pernacchie come Salvini. Mi spiego: +Europa di così?”.
E se va male, compagno? E se la rottura con Bonino è insanabile, che succede? “Ho il mio Centro democratico, mi sono presentato agli elettori milanesi col supporto del Pd e il Pd è parte del governo Conte. Non sono nel peccato”. L’onorevole Tabacci aderisce alla maggioranza giallorossa o giallorosé, ma a Montecitorio la platea dei sostenitori è già larga, a Palazzo Madama, invece, il sì di Bonino ha un valore.
Scusi la volgarità, compagno, qui non è mica faccenda di poltrone? “Non sono abituato a questi discorsi. Parlo per me, non per altri”, dice sornione. Tabacci ha esperienza, carisma, visione: “Non posso smentire. Ho fatto di tutto. Ho governato la regione Lombardia, ho diretto commissioni parlamentari, ho guidato aziende, e tante altre cose. Io sono a disposizione e Conte mi piace molte”. Quanto ha girovagato, compagno Br1: “Mi diverto perché io sono fermo da trent’anni e adesso mi ritrovo la folla attorno. I politici rispolverano le maniere e il pensiero democristiano, credono nelle regole, nel Parlamento e nel proporzionale. Nel giorno, ricordi, dei primi ottanta anni di Paolo Cirino Pomicino. Auguri!”.
Un po’ le dispiace interrompere o almeno rischiare di interrompere il sodalizio con +Europa? “Mi conforta sapere che i marxisti per Tabacci sono con me”.
Da Pinocchio a Moro: è partito il Lecca-Conte
Miracoli della crisi di governo: avvicinare due forze politiche che si odiano, sgonfiare il boom della Lega e far rivalutare a tutti Giuseppe Conte. Già, perché in questi venti giorni, il premier incaricato ha subito una specie di metamorfosi, trasformandosi di colpo in grande statista. Questo almeno secondo alcuni quotidiani, che oggi riempiono di elogi Conte dopo aver passato 14 mesi a dargli del burattino. E a questi stessi giornali non passa neanche per la testa – né per la redazione – che la metamorfosi sia soltanto quella dei loro editoriali e non quella di Conte, che magari ora non è diventato “il nuovo Aldo Moro” ma che prima non era neanche la marionetta dipinta fino a luglio.
La giravolta redazionale è manifesta nel gruppo Gedi. Su Repubblica ieri Corrado Augias decantava le lodi del premier: “Ha acquistato statura di leader trafiggendo Salvini con pacata freddezza”. Con più pathos: “Ha inchiodato le ali della farfalla Salvini”. Francesco Merlo, nei giorni scorsi, si è scatenato: “Il quasi premier che ha castigato gli spacconi”. E cioè? “È una bella lezione per la politica degli spacconi, dei ganassa e dei folgoranti successi seguiti da rapide morti”. Spieghi meglio. “Ha vinto l’alter ego (di Renzi e Salvini, ndr), ha vinto perché nessuno lo prendeva sul serio”. Proprio nessuno, nemmeno Repubblica.
Basta guardare cosa scriveva fino a due mesi fa: “C’è tanto entusiasmo, motteggia l’ineffabile Conte, premier ombra del governo legastellato, mentre vaga ramingo nei cortili del palazzo Justus Lipsius in cerca di un qualunque alleato disposto ad ascoltare la suicida posizione italiana”. Una specie di Carneade fuori da Roma, che però adesso, ci avvisa L’Espresso, “è diventato indispensabile per tutti: il Quirinale, il Vaticano, la Casa Bianca, l’Unione europea, Cgil e la Confindustria”. Sarà mica che la narrazione pre-crisi era un tantino esagerata?
Per non parlare di quel che veniva scritto un anno fa, agli albori dei gialloverdi: “Conte non esiste, parla pochissimo, non decide nulla” (L’Espresso), “È l’azzeccagarbugli nazionale” (Mario Calabresi su Rep), “Conte, il burattino che non riesce a diventare Pinocchio” (Francesco Merlo, forse un omonimo di quello che “è una bella lezione agli spacconi”). I tempi cambiano. Oggi Conte “ha imposto l’aria tranquilla, serena, conversativa, amabile e indulgente”. Un santo, un apostolo, da far impallidire anche il giudizio di un mese fa di Eugenio Scalfari, che da giornalista di vecchia scuola ha anticipato tutti i Lecca-Conte: “Valutando il Conte di oggi non è affatto escluso pensare che ripeta in qualche modo le idee di Moro”. Anche a Torino, sede de La Stampa, Conte sembra aver cambiato pelle: “Impossibile odiare Conte, più facile sottovalutarlo”. E loro lo sanno bene. “Difficilmente si fa distrarre dagli obiettivi e quasi mai li manca”. Sarà, ma ci sembra di ricordare di “imminenti procedure di infrazione” per Reddito di cittadinanza, Quota 100, ecc. Marcello Sorgi: “A giocare alla grande sono stati Mattarella e Conte. Il primo abbandonando la pazienza che l’aveva sempre contraddistinto. (…) Il secondo mettendo in chiaro che aveva chiuso con la Lega ed era pronto a chiudere anche con la politica. Una libertà che può permettersi solo chi un mestiere ce l’ha”.
Ancora su La Stampa: “Abile, furbo, educato, innamorato del figlio e mai divisivo”, adesso Conte, udite udite, “potrebbe diventare il candidato perfetto per il Quirinale”. Da Pinocchio al Colle. Ce lo dicano: si farà comandare a bacchetta anche lì o sarà un novello Sandro Pertini?
Panico in Rai, Foa medita la resa. Ai piani alti si riscopre la sinistra
Viale Mazzini, settimo piano, quello degli uffici nobili: si sta come ad agosto i dirigenti Rai dopo la crisi.
Il governo giallorosso è a un passo dal divenire realtà, la breve stagione del suprematismo salviniano è già un ricordo struggente: è il momento di ricollocarsi per sopravvivere. I colletti bianchi della televisione pubblica cercano tra le pieghe dei propri alberi genealogici, si (ri)scoprono radici, sensibilità, forse pure legami genetici con la sinistra.
In Rai il simbolo della breve rivoluzione del Capitano si chiama Marcello Foa. Il presidente sovranista, anti euro, putiniano, chiamato al timone della Rai al termine di una discussa e faticosissima elezione, si sente mancare la terra sotto ai piedi. Il suo nome è il più esposto, il più divisivo, il più sacrificabile. Foa studia una via d’uscita. In queste ore si è letteralmente barricato dentro il suo ufficio, gli unici che l’hanno incontrato sono i legali di Viale Mazzini. Sul capo del presidente pende ancora una controversia: secondo il Pd la sua elezione è illegittima, da oltre un anno il renziano Michele Anzaldi chiede il riconteggio delle schede; almeno due – sostengono i dem – andrebbero annullate, erano state segnate per renderle riconoscibili (forse pure tra i gialloverdi qualcuno era sensibile ai vecchi “trucchi” della Prima Repubblica).
Foa – si racconta nei piani alti dell’azienda – sarebbe disposto ad accettare un’uscita onorevole e incruenta: potrebbe accettare l’addio alla presidenza pur di evitare la decadenza del consiglio e conservare il suo posto in Cda. Al suo posto – è la soluzione naturale – andrebbe Rita Borioni, consigliera di minoranza, in passato stretta collaboratrice del dem Matteo Orfini.
Ma l’umore di Foa è mobile come quello di un animale braccato, diviso tra le ultime orgogliose fughe in avanti e la consapevolezza di un destino segnato. Domenica pomeriggio, quando sembrava che la trattativa tra Pd e M5S potesse davvero fallire, il presidente della Rai aveva convocato una riunione per dire ai suoi che si poteva ancora andare avanti, che non sarebbe cambiato nulla. Poi la realtà ha preso il sopravvento, ed è di nuovo calato lo sconforto.
Ora per i massimi dirigenti della tv di Stato è il momento in cui si ascolta solo l’istinto di sopravvivenza. Ad esempio – sostiene una testimonianza maliziosa – in questi giorni la direttrice di Rai1 Teresa De Santis non fa altro che parlare dei bei vecchi tempi e delle sue antiche vocazioni politiche. All’alba della passata legislatura (come abbiamo scritto) De Santis aveva partecipato alle prime avanguardie grilline della Rai (il gruppo “Giornalisti in Movimento”). Prima ancora era stata un’orgogliosa compagna del manifesto. Si può ben dire che sono solide radici giallorosse. Eppure solo poche settimane fa – era il primo giugno – De Santis si faceva notare al ricevimento del Quirinale per il buon umore e la disinvoltura un po’ irrituale con cui chiacchierava al tavolo di Matteo Salvini insieme all’amica Monica Setta.
Le due sono legate anche da un progetto comune: De Santis ha deciso di riportare Monica a Unomattina, affidandole una rubrica di economia domestica. Il programma, nell’idea della Rai sovranista, avrebbe dovuto prendere una piega sempre più politica. Lo faranno lo stesso, con il nuovo governo che si appresta a giurare?
Nel frattempo anche la Setta starebbe cercando conforto e rassicurazioni. La solita fonte malevola sostiene che pure lei abbia ritrovato nelle sue corde la cultura democratica e progressista, la stessa che l’aveva portata a sposare l’ascesa del renzismo. Tutto torna, e in Viale Mazzini non si butta via niente.
Un primo sì al proporzionale, poi il taglio dei parlamentari
La bozza di programma giallorosé pubblicata dal Movimento 5 Stelle per il voto su Rousseau è perentoria: “È necessario inserire, nel primo calendario utile della Camera dei deputati, la riduzione del numero dei parlamentari, avviando contestualmente un percorso per incrementare le garanzie costituzionali, di rappresentanza democratica, assicurando il pluralismo politico e territoriale”.
Insomma, la riforma costituzionale che prevede la soppressione di 345 eletti per arrivare a 400 deputati e 200 senatori va approvata, ma la questione aperta riguarda la tempistica: “Prima data utile” è un’espressione univoca, ma non lo è per tutti. Intanto, cosa chiede il Pd in cambio del sì a una riforma alla quale ha votato contro finora? In primo luogo, una legge elettorale proporzionale pura: un po’ perché l’effetto maggioritario dei nuovi numeri, specie al Senato, rischierebbe di cancellare dal Parlamento anche partiti con percentuali a doppia cifra; un po’ perché comunque la Lega – con questi chiari di luna – farebbe man bassa nei collegi uninominali (un terzo di quelli assegnati col “Rosatellum”). Ovviamente, se la riforma passa, bisognerà anche modificare i regolamenti parlamentari per renderli compatibili coi nuovi numeri.
E qui veniamo ai tempi. I 5 Stelle insistono per votare subito, la settimana prossima. I dem e LeU solo dopo la presentazione della legge elettorale in una delle due Camere e magari la sua approvazione in commissione e/o in aula: a quel punto – o contestualmente – voterebbero anche l’ultima lettura (la quarta, quella di Montecitorio) per realizzare il taglio dei parlamentari. Il tutto al massimo entro l’anno e cioè contemporaneamente alla sessione di bilancio.
Come che sia, una volta passata la riforma partiranno i tre mesi di tempo per richiedere il referendum confermativo e in quei novanta giorni dovrebbe essere approvata definitivamente anche la nuova legge elettorale. La consultazione costituzionale potrebbe a quel punto essere convocata anche nell’autunno prossimo, allungando ancora di più la vita “obbligata” della legislatura. Tradotto: sarebbe impensabile votare prima del 2021.
In realtà, nei “desiderata” dei nuovi alleati ci sono ulteriori àncore di salvezza per il Parlamento eletto nel 2018. Il Pd, ad esempio, vuole che la maggioranza porti avanti anche un’altra riforma costituzionale (sfiducia costruttiva, riduzione del numero dei delegati regionali per eleggere il capo dello Stato) che rafforzi i poteri del Parlamento. I 5 Stelle hanno già in Senato, dopo l’approvazione in prima lettura della Camera, l’altra riforma che porta il nome del ministro Riccardo Fraccaro, quella che rafforza la possibilità di presentare “leggi popolari” e introduce una sorta di referendum confermativo. Approvare nel corso del 2020 una nuova legge costituzionale può dare alla legislatura l’abbrivio per arrivare dritta all’inizio del 2022, quando va eletto il successore di Sergio Mattarella, una delle maggiori preoccupazioni del Pd.
Il programma 5S-Pd: 26 buoni propositi con l’incognita deficit
Al momento, e non c’è motivo di dubitare che così sarà anche alla fine, la bozza di programma del futuro governo giallo-rosé è una lista di 26 impegni sufficientemente generici da poter essere interpretati in molti modi. Quel che segue è il tentativo di inserirli in un contesto che tenga conto della realtà e delle posizioni passate dei contraenti: quanto a queste ultime, ad esempio, si nota già ora l’assenza della “lotta al gioco d’azzardo” e del “divieto di vendita di armi” a Paesi belligeranti presenti nei 20 punti di Luigi Di Maio.
Manovra. Se non tutto, su questo Pd e 5 Stelle si giocano molto. Il programma, quanto ai saldi generali, dice che “sarà perseguita una politica economica espansiva” (cioè il deficit aumenterà) ma “senza compromettere l’equilibrio di finanza pubblica”: due dichiarazioni in contraddizione tra loro. In linea generale, il deficit del 2020 dovrebbe chiudere all’1,6% lasciando che l’Iva aumenti e attorno al 3% non facendolo: la scelta di dove fermare il disavanzo, in accordo con Bruxelles, dirà cosa sarà in grado di fare l’esecutivo. La recessione nell’Eurozona, e il nuovo Quantitative easing della Bce, potrebbero spingere la Ue a concedere qualcosa: i giallo-rosé ci puntano per gli “investimenti per rafforzare la coesione sociale” e per “ superare l’eccessiva rigidità dei vincoli europei in materia di bilancio pubblico”. Ammesso che l’Iva non sia un problema, andrebbero poi trovate le risorse per le priorità indicate dai partiti: dalla riduzione del cuneo fiscale (cioè le tasse sul lavoro) a “maggiori risorse per scuola, università, ricerca e welfare”, dal “sostegno alle famiglie e ai disabili” alla “emergenza abitativa’. Le risorse, par di capire, arriveranno anche da tagli di spesa: il programma sostiene che “occorre razionalizzare la spesa pubblica, con una efficace opera di spending review e rivedendo il sistema di tax expenditures” (cioè detrazioni e deduzioni). Un po’ di soldi potrebbero venire anche dalla web tax sui giganti di Internet, finora fermata da resistenze interne (Renzi, Salvini) ed europee.
Ambiente. È la priorità-manifesto del programma: il Green New Deal. In pratica, “tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell’ambiente, il ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto dei cambiamenti climatici”. È sugli investimenti “verdi”, peraltro, che il governo intende chiedere flessibilità all’Ue: tra questi rientrano “le politiche sul dissesto idrogeologico, per la riconversione delle imprese, per l’efficientamento energetico”, eccetera. Il paragrafo “Ambiente” contiene anche implicitamente, secondo i 5 Stelle, il no alle trivelle e agli inceneritori che era esplicito nei 20 punti presentati a Conte dal Movimento. Quanto a Di Maio, ieri sera l’ha messa così: “Lo dico con molta franchezza, se vogliamo parlare di ambiente dobbiamo parlare di tassazione”. Insomma incentivi ai prodotti “verdi”, tasse per gli altri.
Giustizia. Capitolo fondamentale, ma scritto in modo assai generico. Gli obiettivi sono i soliti, cioè rendere i processi più veloci (verrà ripresa la riforma Bonafede bloccata da Salvini) e riformare i criteri di elezioni del Csm dopo lo scandalo Palamara: già qui inizieranno i problemi, ma mai come quelli sulla riforma della prescrizione che entra in vigore a gennaio. Tra i buoni propositi, “potenziare l’azione di contrasto alle mafie e all’evasione fiscale”: possibile che si agisca sui limiti al contante.
Immigrazione. Serve “una forte risposta europea” per gestire i flussi: risposta che comprende tanto la riforma del Trattato di Dublino sui rifugiati che il tema, più controverso, dei migranti economici. La formulazione è un po’ sul “modello Minniti”: c’è la lotta “al traffico illegale di persone e all’immigrazione clandestina”, ma pure “i temi dell’integrazione” così dimenticati da Salvini al Viminale. Non è chiaro, però, quale sarà la risposta alle navi delle Ong che chiedono di sbarcare: sul tema si citano solo “le recenti osservazioni formulate dal presidente della Repubblica” sui decreti sicurezza. Sull’immigrazione, però, il Colle ha sollevato solo il tema della congruità delle multe (oltre, più in generale, a ricordare il diritto del mare che impone di salvare chi si trovi in difficoltà).
Lavoro. Niente cenni alla lotta alla “precarietà”. In sostanza non si dovrebbe andare oltre la stretta ai contratti temporanei del decreto Dignità. C’è invece l’introduzione di un “salario minimo” (sul come, però, Pd e M5S divergono), una legge sulla rappresentanza sindacale e una sulla parità salariale di genere (evocate da anni), l’equo compenso ai professionisti e le tutele per i rider (già entrate nel dl imprese).
Infrastrutture. Al netto delle enunciazioni generiche, il punto forte è la “revisione delle concessioni autostradali”. Tradotto: verrà difeso il nuovo sistema tariffario voluto dall’Authority dei trasporti contestato dalle società (la revoca ai Benetton, invisa ai dem, non compare). Capitolo grandi opere: per le “nuove” andranno valutati “gli impatti sociali e ambientali”. In bilico il futuro dell’analisi costi-benefici: al Pd non piace e il M5S ha perso interesse alla cosa.
Varie. Ci sono anche norme estemporanee nella bozza: l’ultimo punto, ad esempio, dice che il governo deve darsi da fare per Roma (un assist a Virginia Raggi). Poi c’è un accenno ai “beni comuni” tra cui l’acqua pubblica (cavallo di battaglia grillino) e uno all’autonomia differenziata per le Regioni da realizzare salvando “il principio di coesione nazionale e di solidarietà”. Infine un vecchio cavallo di battaglia, anche del Fatto, mai realizzato: una legge sul conflitto di interessi legata a una riforma del settore radio-tv (e dire che B. era pronto a dare una mano).
Il ministro umanista, fuochista o di fatica? E la Trenta non fa 31
Donald Trump, da par suo, chiamandolo “Giuseppi” aveva capito tutto. Di Giuseppe Conte se ne fanno due e lui e il suo doppio hanno stabilito l’indirizzo del nuovo governo. Sarà un esecutivo che nel solco di un nuovo “umanesimo”, allargherà le forze e allungherà le seggiole anche a coloro che, per senso di responsabilità, sosterranno la grande prova d’orchestra. Il gabinetto del Presidente si avvarrà quindi dell’opera costruttiva di una falange di neoministri che qui, per comodità, viene distinta in: umanisti, neoumanisti, superomisti, fuochisti e uomini di fatica.
Umanisti
È conosciuta la dedizione di Dario Franceschini a dare una prospettiva nuova al Paese, al governo e, per certi versi, anche a sé stesso. Egli rappresenta lo spirito costituente, l’umanesimo che Conte cercava nel Pd. Per lui perfetta la cattedra di ministro della Cultura, poltrona di cui a lungo è stato titolare. Sarà capo delegazione delle forze alleate del Nazareno.
Al ministero dell’Ambiente l’uscente generale Sergio Costa – noto umanista, in quota M5S – gode della confermata fiducia di Beppe Grillo e Luigi Di Maio. Un carabiniere, un milite di elevato grado per la battaglia verde e lo sviluppo sostenibile.
Umanista, assolutamente e perdutamente, Luciana Lamorgese. Come pure Franco Gabrielli, oggi capo della Polizia. Entrambi, va da sé, in quota PdP che non significa purtroppo Paperon de’ Paperoni bensì Partito delle Prefetture. Sarebbero chiamati a ridurre i decibel del Viminale, dopo la stagione notevolmente pop di Salvini.
Un prefetto, anzi due per rimettere le cose a posto.
Neoumanisti
Alla Giustizia, inamovibile, resta Alfonso Bonafede. Apparso titubante nei momenti immediatamente successivi allo shock salviniano, si è subito ridestato promuovendo i passaggi decisivi per giungere a questo secondo governo e a questo personale bis. Bonafede ha saputo ravvivare l’umanesimo nel suo inverarsi neoumanista e non c’è stato verso: là resta.
Anche Barbara Lezzi, la leccese a cui il Movimento ha messo il Sud nelle mani, è gagliardamente destinata a restare. Umanissima, naturalmente umanista, ha capito la lezione di Grillo: la politica è reinventarsi. Bisogna avere energia creativa.
Anche Giulia Grillo, che di quell’insegnamento ha fatto virtù, riconosce che il destino in qualche caso dev’essere aiutato. Non ha smesso mai di sognare. Era ed è quasi certa che rimarrà la ministra della Salute.
Superomisti
Paola De Micheli è tenuta in considerazione un po’ per ogni faccenda. Il suo nome, in rappresentanza del Pd, è dato ora per lo Sviluppo economico, ora per le Infrastrutture. Piacentina, garbata, scaltra il giusto. È stata fedelissima di Bersani, poi amica di Renzi, oggi vicesegretaria con Zingaretti. Perfetta! Dovrà vedersela alle Infrastrutture con il neoumanista triestino Stefano Patuanelli, capogruppo al Senato del M5S, molto amato per il suo moderatismo, la fede nella ragione. Patuanelli è infatti al centro del centro, come si diceva un tempo di Pier Ferdinando Casini.
Rossella Muroni è la scelta di Liberi e Uguali. L’ulteriore patina rosa su un governo troppo maschile. Ambientalista, femminista, giovane, molto in carriera. Vorrebbe fare la ministra dell’Ambiente. Ma c’è il generale Costa. Si può?
Un vero talento, un siciliano di ultima generazione, è Giuseppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez. Superomista per eccellenza, sarebbe perfetto per il dicastero del Lavoro, il luogo più scalognato che ci sia. È uno dei due palazzi lasciati liberi da Di Maio. Non è chiaro se ce la farà.
Un superomista è quel che ci vuole alla Difesa o, mal che vada, agli Affari Regionali. Difficilmente l’uscente Elisabetta Trenta – che oltretutto è una post-umanista, proto-probabilista – farà Trentuno. E in dirittura d’arrivo c’è Lorenzo Guerini, quota Pd ma corrente BR, ovvero “Base riformista” che praticamente è quella dei renziani redenti sulla via di Zingaretti.
Fuochisti
Fuochista dal ghigno glamour è Vincenzo Spadafora, il Gianni Letta del M5S, piazzato nel posto più delicato del gabinetto Conte, ovvero Sottosegretario alla Presidenza con delega alle Pari Opportunità e l’obbligo di revisione dei generi come manco Laura Boldrini avrebbe saputo immaginare. Altro che genitore 1 e genitore 2, mamma e papà saranno decisi direttamente dalla piattaforma Rousseau.
Roberto Gualtieri prende, incrociando le dita, la titolarità dei conti pubblici. Gualtieri, in quota PdR, ovvero Partito di Renzi, dovrà far dimenticare la flat tax, fare contenti gli imprenditori e comunque più ricchi i lavoratori. A lui si chiederà di abbassare le tasse (per tutti!), aumentare le pensioni (a tutti!) e varie altre moltiplicazioni di pane e pesci.
Una fuochista del calibro di Anna Ascani, vice presidente del Pd, ambirebbe alla Cultura destinata però all’amico Franceschini che è in quota PdQ (Partito del Quirinale) ma la zizzania che le scatena contro la distruttrice Maria Elena Boschi fa drizzare le code degli elmi agli stessi corazzieri, colti tutti negli alti lai al solo pensiero di ritrovarsi sloggiati dal Quirinale e trasferiti a Carbonia.
Uomini di fatica
Gli ultimi saranno i primi. Se fino a ieri è parso che Luigi Di Maio dovesse solo portare la croce, lo squillante voto di Rousseau ne fortifica le ambizioni e gli concede una poltrona di gran pregio: quella degli Esteri. Già noto come signor Malavoglia, per via dei momenti bui avuti nei primi giorni dell’ukase salviniano, Di Maio giunge al governo con tanti dubbi, ma riesce, in extremis, a trattenere ciò che sembrava aver perduto: la guida politica del movimento. Girerà il mondo, a nome dell’Italia. Di certo lascerà i navigator e tutti i guai delle imprese in crisi a qualcuno del Pd.
Eccellente faticatore anche Riccardo Fraccaro. Non si vede ma si sente. A lui la conferma certa e la vittoria sicura. Tra qualche giorno verrà portato in trionfo per aver rimpicciolito il Parlamento e fatto ardere nel fuoco della virtù più di trecento poltrone.