La trattativa finale sulla squadra di governo va avanti ormai da più di 24 ore: con Giuseppe Conte, ci sono da una parte, Dario Franceschini e Andrea Orlando per il Pd, dall’altra Stefano Patuanelli, a tratti da solo, a tratti con Vincenzo Spadafora per i Cinque Stelle. Quando mancano poche ore al momento in cui Giuseppe Conte salirà al Colle, il nodo numero uno da sciogliere è quello del sottosegretario a Palazzo Chigi. E sembrerebbe una contesa tutta interna alle dinamiche tra il premier incaricato e i Cinque Stelle: lui vuole un uomo di sua fiducia (Roberto Chieppa, oggi segretario generale di Palazzo Chigi), loro vogliono un loro uomo forte (il dimaiano, Vincenzo Spadafora). Tra le altre esigenze “inderogabili” di Conte, quella di tenersi la delega ai Servizi segreti. Questo mentre la casella più complicata da riempire resta quella del Viminale: Sergio Mattarella non vuole un leader politico che entri in competizione con la gestione di Matteo Salvini, ma un tecnico. Nella divisione dei posti, toccherebbe al Pd: in pole position c’è la prefetta Luciana Lamorgese, ma non è tramontata l’ipotesi Franco Gabrielli.
Per gli altri tre ministeri sotto osservazione del Colle, la quadra dovrebbe essere quasi definitiva: Luigi Di Maio viaggia verso la Farnesina. Il dem Lorenzo Guerini, capo della corrente Base Riformista insieme a Luca Lotti, alla Difesa (che così lascia il Copasir); anche se in serata si affaccia l’ipotesi di Dario Franceschini, evidentemente non del tutto soddisfatto dall’idea di replicare l’esperienza al ministero della Cultura (l’alternativa per lui). E poi, Roberto Gualtieri (dunque un politico, non un tecnico), oggi alla guida della commissione per i Problemi economici e Monetari del Parlamento europeo, al Mef. A fare per primo il suo nome è stato Matteo Renzi. Ma in realtà l’eurodeputato è “saldamente” zingarettiano: ieri l’ha chiamato il segretario, ricordando di essere il primo ad avergli dato la tessera della Fgci. Entrambi sono cresciuti nella politica romana. Ma questa è un’altra storia.
Ieri, va registrata la scelta di Orlando di non entrare nel governo, che arriva dopo giorni e giorni di estenuanti litigate con Dario Franceschini, l’altro azionista di maggioranza dei Dem (insieme ovviamente a Renzi, che però gioca un’altra partita). Orlando preferisce rimanere al partito (dove, con Paola De Micheli, pronta ad andare al Mit, resta di fatto il vice segretario unico). Ma non solo: se fossero entrati entrambi l’esecutivo non avrebbe avuto neanche la parvenza della “discontinuità” e del “rinnovamento” che rivendica, per parte Pd. Questo anche se Zingaretti ha avuto il dubbio per giorni: i Cinque Stelle i loro leader li portano al governo, avere due big di peso avrebbe avuto la sua convenienza.
Il resto riguarda le dinamiche interne alle due forze in campo. Ma anche la sistemazione delle caselle: mentre andiamo in stampa, il Pd pare averla spuntata sulla parità dei ministri (8 a 8, per un esecutivo di 16 persone), grazie alla “cessione” della Farnesina, ma alcuni dicasteri sono ancora contesi. Poi, la necessità di una folta rappresentanza femminile.
Per quel che riguarda il Pd, dovrebbero entra prima di tutto Dario Franceschini, che dovrebbe tornare al ministero della Cultura o andare alla Difesa. Poi, due donne in quota Renzi: Teresa Bellanova all’Agricoltura e Anna Ascani agli Affari regionali. Il dicastero in più sarebbe dunque toccato all’ex premier. Oltre alla De Micheli e a Gualtieri (in quota Zingaretti) e a Guerini (quoa Lotti) dovrebbe entrare Peppe Provenzano, al ministero per il Sud. Casella che però potrebbe rimanere a Barbara Lezzi dei Cinque Stelle. In questo quadro, potrebbe spuntare la sorpresa: il ministero del Lavoro toccherebbe al Pd: a quel punto dal governo uscirebbe Provenzano (che si è esposto troppo in un’intervista al Fatto quotidiano, criticando il jobs act e dunque Renzi non lo vuole) ed entrerebbe Gianni Cuperlo, che ha già detto no ai Rapporti con il Parlamento. Ma potrebbe anche finire a Laura Castelli del Movimento.
Per quel che riguarda i Cinque Stelle, appare certa la riconferma, oltre a quella della Lezzi, di Riccardo Fraccaro proprio ai Rapporti con il Parlamento, di Alfonso Bonafede alla Giustizia e di Sergio Costa all’Ambiente. Il Mise potrebbe toccare o a Stefano Patuanelli o a Stefano Buffagni. Potrebbe invece uscire Giulia Grillo alla Salute ed entrare Pierpaolo Sileri. Mentre l’Istruzione dovrebbe andare ai Cinque Stelle: il nome che si fa è quello del sottosegretario, Salvatore Giuliano. Ma resta la possibilità che quel dicastero vada al Pd: se alla fine andasse Franceschini alla Difesa, al posto di Guerini potrebbe entrare Simona Malpezzi in quella casella. In tutto questo gioco di incastri, Paolo Gentiloni farà il commissario a Bruxelles, con buona pace di Matteo Renzi, che voleva quel posto per Pier Carlo Padoan. Ma la notte è giovane e le carte si mescolano e si rimescolano in continuazione.
Di Maio infierisce: “Siamo sempre l’ago della bilancia”
La conferenza che assomiglia a una festa la tiene il capo, che fino a qualche giorno fa la torta di Rousseau non avrebbe mai voluto assaggiarla. Però il gioco della politica esige velocità e capacità di adattarsi, e allora Luigi Di Maio sorride parecchio nell’accaldata sala stampa di Montecitorio, dove appare appena il 79 per cento di sì all’accordo con il Pd ha invaso siti e televisioni. Se scommessa giallo-rosa dovrà essere, tanto vale intestarsela, anche perché a questo punto il contrario, cioè il no, sarebbe stato una slavina per i 5Stelle e sotto le macerie sarebbe rimasto per primo lui, Di Maio.
Dopo la grande tentazione di accettare le offerte della Lega, per il capo politico è tempo di guardare al governo che verrà e di dare la giusta lettura dei fatti, la sua: “Il M5S ha garantito la stabilità di questo paese. Noi siamo e resteremo sempre in una democrazia parlamentare come questa l’ago della bilancia della legislatura”. Non è la prima volta che Di Maio usa quella formula, ma in questa occasione vale come un certificare il definitivo cambio di pelle, quasi di missione. Perché il M5S degli anni scamiciati dell’opposizione, quello con Beppe Grillo leader che comiziava ovunque e Gianroberto Casaleggio regista, vero capo politico, era tutto un ripudiare accordi all’inseguimento dell’utopia, del 51 per cento. Ora invece Di Maio si aggrappa alle architravi del Movimento, al voto degli iscritti e allo stesso Grillo, il primo fautore dell’accordo con i dem, per disegnare un’idea diversa, quella di un M5S che farà patti a seconda delle circostanze e dei momenti. Condannato ad accordarsi e a farsi largo lì in mezzo, nella speranza di far passare tante delle sue condizioni. È anche per questo che il capo politico lo dice subito: “Abbiamo ottenuto nel programma tutti i nostri venti punti per cui ho alzato un po’ la voce, e mi scuso per i toni”. Ostenta quell’ultimatum di venerdì che aveva fatto infuriare più o meno tutti, quel “o così o meglio il voto”.
Uno strappo dietro cui c’era anche il braccio di ferro sui nomi, ma che Di Maio e i suoi spiegano soprattutto con l’esigenza di fare da contraltare al Pd troppo famelico, al bisogno di mettere paletti e rivendicare bandiere che sono identità, o ciò che ne resta. “I post e i video di Grillo a un certo punto hanno fatto il gioco dei dem, ci hanno reso fragili al tavolo della trattativa” scandisce un big vicino al capo. D’altronde tra Di Maio e fondatore è distanza vera, perché Grillo voleva l’accordo presto, subito, senza tattiche, invece il vicepremier anche di tattica deve vivere. Soprattutto, a differenza del garante che con il Pd vorrebbe costruire un progetto nel segno del progressismo, Di Maio pensa a una rotta diversa, a un Movimento che si accorda oggi con il Pd per accordarsi magari con qualcun altro domani. L’importante è dare le carte, “per il Movimento che non è di destra o sinistra, noi vogliamo fare le cose giuste per gli italiani”: e anche questo Di Maio lo ha detto spesso, ma in una giornata come questa la sfumatura è diversa. Ovviamente al capo chiedono delle critiche di Grillo, che sul Fatto domenica si era definito “incazzato con Di Maio, accusato di raddoppiare i punti del programma “come alla Standa”. E la replica è in parte sincera: “Con Beppe abbiamo avuto una differenza di vedute sui 20 punti, perché pensava fossero troppo pochi per la sua idea di futuro. Ma ci vogliamo bene. La telefonata con lui? Non ci siamo sentiti sul mio passo indietro…”.
Perché c’è anche il rivendicare la rinuncia al ruolo di vicepremier che, giura il capo, non era mica un grande problema. Ora però bisogna guardare più lontano. Per esempio già gli chiedono del Pd che invoca accordi per le Regionali, e Di Maio risponde in punta di norma: “Noi non siamo attrezzati da Statuto ad alleanze con i partiti sui territori, possiamo fare accordi con liste civiche”. E su cosa saranno queste liste, e su quali margini di azione si darà il Movimento, è tutto da capire. Intanto bisogna partire, ignorando il nemico che questo governo lo ha innescato: “Mi chiedete se Matteo Renzi staccherà la spina, ma se abbiamo un programma e diciamo che servono 3 anni, chi lo tradirà se ne prenderà la responsabilità davanti al popolo italiano”. È una scomunica preventiva che vale come un atto di scaramanzia. Perché ora questo governo, “di legislatura”, lo vuole anche Di Maio. L’ago della bilancia.
Conte oggi al Quirinale, poi giuramento e fiducia
L’ultimo via libera è arrivato. Il Sì della piattaforma Rousseau sancisce anche nella forma l’intesa tra Movimento 5 Stelle e Pd, definita nelle stesse ore da paralleli tavoli politici. E così questa mattina Giuseppe Conte salirà al Quirinale per sciogliere la riserva con la quale giovedì scorso aveva accettato l’incarico di primo ministro. Una mossa che sarà contestuale alla presentazione della lista dei ministri, vero nodo dell’accordo – più dei programmi – limato ancora fino alla tarda notte di ieri dalle delegazioni giallo-rosse.
Salendo al Colle al mattino, la road map della formazione del Conte-2 potrebbe chiudersi a breve. La squadra di governo potrebbe infatti già giurare al Quirinale questo pomeriggio, o al più tardi giovedì mattina, chiedendo poi la fiducia alle Camere nel fine settimana. Sul calendario di Montecitorio e Palazzo Madama si esprimeranno Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidenti di Camera e Senato, ma è plausibile che già tra venerdì e sabato Conte vada in aula per ricevere il via libera.
Un calendario che rispetterebbe le scadenze auspicate dal Quirinale durante le settimane della crisi gialloverde, quando più volte il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha chiesto ai partiti tempi rapidi per verificare l’esistenza di una nuova maggioranza, visti i termini imminenti per la prossima manovra economica.
In caso la trattativa tra 5 Stelle e democratici non fosse andata in porto, il Colle avrebbe dovuto formare un esecutivo soltanto per gli affari correnti, sciogliere le Camere e far sì che si potesse votare entro inizio novembre. Un’ipotesi che sembrava ancora concreta dopo il primo giro di consultazioni, quello del 21 e 22 agosto, quando né il Pd né – soprattutto – il Movimento 5 Stelle avevano fornito al Quirinale sufficienti garanzie per la nascita del nuovo governo.
A quel punto Mattarella ha concesso ai partiti un’altra settimana, riconvocando le delegazioni per il 27 e 28 agosto. Tempo utile a trovare l’intesa, nonostante le forzature di Luigi Di Maio – inizialmente arroccato sui 20 punti di programma e sul suo ruolo da vicepremier – avessero rischiato di frenare la trattative. Il passo indietro del capo politico grillino – almeno per quanto riguarda il suo incarico – ha sbloccato il domino delle caselle, rendendo sempre più realistica la possibilità di un Conte 2.
Il premier – incaricato giovedì scorso e snobbato durante le consultazioni da Matteo Salvini, che non si è presentato all’incontro –a ha avuto poi a disposizione ancora qualche giorno proprio per ultimare la squadra dei ministri, ma anche per sciogliere l’equivoco Rousseau.
La piattaforma è infatti necessaria al fronte interno del Movimento 5 Stelle, ma è di certo estranea alla prassi istituzionale della formazione del governo. Passate la paure sul favore degli iscritti, che si pensavano essere in bilico tra il Sì e il No, adesso Conte è pronto a tornare da Mattarella. E avviare al più presto il suo secondo mandato.
Un boom di votanti su Rousseau: l’80% dice sì all’alleato Pd
Ne avevano timore, quasi paura, come di un Golem pronto a divorare i suoi creatori. Ma ieri la piattaforma web Rousseau non ha mangiato i Cinque Stelle e il governo che deve ancora nascere, l’esperimento giallo-rosa. Gli iscritti al Movimento hanno detto sì a grandissima maggioranza all’accordo tra M5S e Pd, con un 79,3 “plebiscitario” come ha celebrato a urne (elettroniche) appena chiuse un allegro Luigi Di Maio. Hanno votato in oltre 79 mila su 117.194 iscritti, “un record mondiale di partecipazione a una votazione politica online in un solo giorno”, come esulta l’associazione Rousseau, il cuore operativo del Movimento guidato da Davide Casaleggio, l’erede di Gianroberto. Contento di esibire i numeri della sua vetrina, diffusi quasi un’ora e mezza dopo la chiusura del voto alle 19, un ritardo che pareva un brutto presagio, e invece no.
Così, ora tutto il Movimento può rivendicare la forza della sua ragione sociale, quella democrazia diretta che appena eletto segretario del Pd Nicola Zingaretti condannava come l’antitesi del Pd, e a cui invece ieri si è dovuto adeguare, aspettando la fine delle votazioni come un traguardo oltre il quale è stato pericolo scampato. E deve ringraziare innanzitutto Beppe Grillo, il fondatore del Movimento che ha benedetto con video e post l’intesa e quindi le ragioni del sì, “un’occasione unica” nella definizione di un Grillo quasi tarantolato dalla trattativa con i dem, a cui ha partecipato in prima persona. Ma quasi tutto il M5S negli ultimi giorni aveva esortato al sì sui social network, il mare dove si presume peschino idee e umori molti degli iscritti del Movimento. Pragmatici, molto di più di quanto pensassero gli stessi vertici dei 5Stelle, anche se nelle ultime 48 ore il livello di ansia ai piani alti era sceso, perché i segnali dai social davano la temperatura tra la base in netto miglioramento.
Così neanche Alessandro Di Battista, che l’abbraccio con il Pd l’avrebbe evitato in ogni modo, ha voluto chiedere il no, cautelandosi dietro una sua tipica parola d’ordine: “Non dico mai come voterò su Rousseau”. Ormai era troppo tardi per fermare il treno del governo, atteso e invocato in stazione da quasi tutti i parlamentari del M5S e da mille mondi e poteri diversi. E poi a trainare il sì all’intesa con il Pd che era “il partito delle banche e di Bibbiano” c’era il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il nuovo, intoccabile nume tutelare dei 5Stelle. Non si poteva fallire. Anche se, nonostante le smentite, in diversi hanno avuto problemi nel votare negli orari di maggior afflusso. E anche se lo stesso Blog delle Stelle, la voce ufficiale del Movimento, si è bloccato più volte nel corso della giornata perché gravato da un traffico enorme di utenti. Dall’associazione Rousseau sostengono che i disagi sono stati minimi: “L’elevato afflusso di utenti sul sistema, nelle prime fasi, ha generato una ‘coda’ di richieste che ha causato piccoli rallentamenti nell’ordine dei 10 secondi (nello specifico tra le ore 10:41 e le ore 12:00)”. Soprattutto rivendicano di essere sfuggiti agli attacchi degli hacker, dei pirati informatici, che spesso in passato avevano violato e talvolta ridicolizzato le votazioni. “Sono stati rilevati tentativi di attacchi venerdì scorso – afferma ancora l’associazione – che tuttavia il sistema ha respinto immediatamente confermando solidità e sicurezza della piattaforma”.
Poi, certo, rimane l’eterno tema della trasparenza e della validità del voto. La solita, pesante domanda a cui Casaleggio e i suoi rispondono con l’attestato del notaio di fiducia del Movimento, Valerio Tacchini, che in un documento pubblicato sul blog assicura sulla regolarità dell’ordalia sul web, spiegando di aver assistito “personalmente” a tutte “le procedure di votazione”. Ma c’è anche altro, c’è il Casaleggio che ai cronisti assicura: “Il tempo intercorso tra la chiusura delle votazioni e la pubblicazione dei risultati è stato dovuto agli accertamenti sul voto prodotti anche da una società terza, che ha verificato anche tutti gli accessi e tutte le macchine”. Ma è stato ugualmente un enorme spot a reti unificate per la creatura dei Casaleggio, una festa a favore di telecamere per l’idea di democrazia del capostipite Gianroberto, il verro architetto del Movimento. “Questo voto ha dato visibilità a un metodo che permette di condividere le leggi di proporle, di fare partecipazione attiva”, già rilancia Casaleggio junior. Ansioso di non esaltare il peso di Grillo sul voto: “Il suo appello per il sì? Penso che tutti gli iscritti abbiano scelto in coscienza”.
Il resto è sempre e solo celebrazione. Con Max Bugani, uno dei quattro membri dell’associazione Rousseau, che parla di “percorso ultrademocratico”. E poi c’è Di Battista, che al Fatto lo dice così: “Questa è la vittoria di Gianroberto, e il plebiscito per il sì dà al Movimento una grande responsabilità”.
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Finalmente?
Lo sdegno di insigni colleghi, accampati da un mese in tv con le piaghe da decubito, per la barbara usanza dei 5Stelle di consultare i propri iscritti su una quisquilia come le alleanze di governo è naturalmente anche il nostro: se passa l’idea che prima di allearsi con tizio o caio bisogna ascoltare la base, come fa l’Spd in Germania (per posta, al costo di 1,5 milioni), chissà dove andremo a finire. Anche l’attesa di ben un’ora e un quarto per i risultati, a fronte delle appena due settimane richieste in Germania per l’arrivo dei postini con le schede compilate a casa dagl’iscritti all’Spd, ha suscitato la sacrosanta indignazione di chi giura da sempre che il voto su Rousseau è truccato. Molto meglio le regolarissime primarie del Pd, dove votano pure i non iscritti, perlopiù cinesi e nordafricani. O la Direzione molto dem che decide unanime il “mai col M5S” e 15 giorni dopo il governo col M5S. Ma, a consolarci per l’orrendo virus della democrazia diretta, ci sovviene l’editoriale Finalmente! di Indro Montanelli sulla fine del I governo B. (La Voce, 23.12.94). Sostituite Salvini a B. e ditemi se non è perfetto per descrivere i nostri sollievi e i nostri timori (Franceschini torna al Mibact: aiuto!).
“Finalmente… Berlusconi ha chiuso – almeno per ora – il proprio ciclo. E finalmente si potrà ricominciare a parlare di tutto, anche di politica. Sono quasi otto mesi che non lo si fa. Sono quasi otto mesi che si parla soltanto di Berlusconi… Per otto mesi non si è potuto intavolare, nemmeno in famiglia, una conversazione che non avesse per argomento Berlusconi… In suo nome si sono rotte amicizie ancestrali. Per otto mesi direttori e capiredattori di giornali hanno cestinato notizie che in altri tempi avrebbero occupato le prime pagine, se non riguardavano Berlusconi… Altro che ‘Duce sei tutti noi!’. Per otto mesi Berlusconi è stato tutti noi più di quanto il Duce lo sia stato in vent’anni. Finalmente! Finalmente ci siamo liberati di questa ossessione… Finalmente potremo rialzare la testa ed appuntare lo sguardo su ciò che avviene nei Paesi che ci circondano senza l’angoscia di vedervi accorrere Berlusconi a farvi le sue solite sceneggiate… Finalmente potremo fare la corte (parlo per gli altri, si capisce, non per me) a qualche bella donna senza prima dover appurare se è amica o nemica di Berlusconi… Non sappiamo cosa ci aspetta domani, magari una confusione ancora più grossa… Per il momento ci si consenta di assaporare, delibare, esalare, urlare a pieni polmoni questo sospirato liberatorio ‘finalmente!’ (e al diavolo il diavolo che, rimpiattato sotto il nostro tavolo, ci mormora ghignando: ‘Ma sei proprio sicuro che si tratti di un finalmente?’)”.
Bach era ossessionato dalla musica e Mozart temeva la stitichezza
Proviamo a immaginare il festival di Woodstock cambiando i protagonisti: dal country rock di Crosby, Stills, Nash & Young e Joan Baez alla classica di Bach, Mozart, Beethoven. Siamo abituati a immaginare questi nomi tutelari associati a studio, spartiti, serietà, conoscenza profonda della musica. E se invece scoprissimo che anche i grandi della musica classica sono stati anch’essi un po’ rockstar, un po’ folli e istrionici tanto quanto Jimi Hendrix? L’inedita e coraggiosa operazione è contenuta in uno spassoso libretto uscito per Gallucci intitolato I ribelli della musica classica – Una Playlist rivoluzionaria dal pianista inglese James Rhodes. “La musica classica mi ha salvato la vita” afferma Rhodes nell’introduzione, “eppure ha una cattiva reputazione che secondo me non merita. I compositori con le parrucche bianche e ricciolute, tipo Bach e Mozart, che adesso possono sembrarci molto all’antica, un tempo sono stati invece vere e proprie rockstar”. Il libro si apre con il prolifico Johann Sebastian Bach: “la sua produzione equivale a 142 album, sette volte quella di Justin Bieber, Rihanna e Kanye West messi insieme”. Molti degli artisti di oggi hanno citato o quasi-campionato Bach: “Dai Beatles (All You Need Is Love) a Lady Gaga (Bad Romance)”. Ed ecco il piglio della rockstar: “Bach vinse una borsa di studio ma la scuola era a 320 chilometri di distanza e non aveva soldi per andarci con i mezzi. Andò a piedi a quattordici anni senza Uber o metropolitana. Bach ricorda a noi tutti qual é la cosa più importante nella vita: trovare una passione, qualcosa che ci fa impazzire del tutto, e darle tutto quel che si ha. Ronaldo e Neymar lo hanno fatto con il calcio. Jay-Z e Beyoncé con il rap, Banksy e Van Gogh con l’arte, Jane Austen e J.K. Rowling con la scrittura. E Bach l’ha fatto con la musica classica. Ha aperto le porte a un futuro musicale che avrebbe condotto al grime, al rap, all’hip hop, al rock. Se non ci fosse stato Bach, la musica per come la conosciamo non sarebbe esistita. Lui ne è stato a tutti gli effetti il padrino”. E Mozart? “Per fare un paragone è come se i Coldplay avessero pubblicato sei album ogni anno, tanto è enorme la sua produzione musicale. Pochi sanno che Wolfgang Amadeus Mozart era ossessionato dalla cacca e spesso, nelle lettere che scriveva ad amici e parenti, ci scherzava su. A una cugina scrisse: ‘buonanotte e un bacio grosso, fai la cacca a più non posso’”. E Beethoven? “Infranse ogni regola con gli ultimi rivoluzionari quartetti per archi, o con la famosa Nona sinfonia, per la quale ritenne che un’intera orchestra non fosse abbastanza e decise quindi di aggiungere un gruppo di cantanti. Creò una musica diversa da tutto quello che aveva sentito fino ad allora. Fu una vera rockstar”. Rhodes indica nel libro alcuni compositori borderline da cercare fuori dal contesto dell’epoca, atto a privilegiare solo musicisti maschi e bianchi: “Chevalierde Saint-George, per esempio, famoso come le Mozart noir, il Mozart nero. Era nato a Guadalupe, sua madre era una schiava e il padre il proprietario della piantagione. Si trasferì a Parigi e qui si rivelò un abile schermidore e un virtuoso del violino. De Saint-George compose 14 concerti per violino, sei opere e dozzine di brani per musica da camera. E fu persino insegnante di violino di Maria Antonietta! Oppure cercate online Fanny Mendelssohn, che è cresciuta all’ombra del famoso fratello Felix, il quale pubblicò addirittura alcune delle opere della sorella a nome proprio”.
“Martin Eden”, la lotta di classe non è più quella di una volta
Altre ruote, altri numeri. La California trova Napoli, i primi del Novecento si espandono, tutto si contagia. Dopo La bocca del lupo (2009) e Bella e perduta (2015), Pietro Marcello trova Martin Eden, il romanzo che Jack London si cucì addosso, “l’eroe negativo, quello che ognuno di noi ha dentro di sé”.
È un libro di classe, lotta di classe, e il film cerca di tradurla qui e ora. Non è facile, quando il protagonista Luca Marinelli, all’Amleto del Carlo Cecchi Russ Brissenden, contrappone quale “mio personale archetipo Indiana Jones”, non fa solo una battuta, ma dice una verità: come aggiornare il marinaio, “il ragazzo che diventa uomo, si emancipa e riscatta attraverso la cultura?”. Come, sempre con Marcello, raccontare “la storia di Jack London, che è poi quella di tanti di noi?”. Come inserire quell’exemplum, l’autodidatta impegnato e antagonista, nelle immagini e nell’immaginario oggi? Il problema è ancora di classe? Per l’interprete Jessica Cressy, l’altolocata, colta e raffinata Elena, di cui l’incolto e spiantato Martin si innamora senza tregua, “è imprigionata dalla classe a cui appartiene, ma ora non è più così, al massimo lo fanno le religioni”; per Massimo Braucci, sceneggiatore à penser, “oggi sono i ricchi che combattono i poveri con ogni mezzo, mentre i poveri non sono più organizzati”. Più attuale, anzi, senza tempo un altro lascito edeniano, quello di “un grande autore di massa, scrittore di impegno politico, socialista, che crede di usare l’industria culturale, ma poi capisce che è il contrario. E questo vale anche oggi: la dicotomia degli intellettuali tra fare cultura e cercare di cambiare il mondo”.
Braucci cita Fassbinder e Michael Jackson nel novero di “chi ha tradito la classe di appartenenza ed è crollato per esigenze di successo”, ma le parole più belle per dirlo sono di Marinelli: “Quando Martin si arrampica sulla montagna che fin lì guardava dal basso, trova qualcosa che non immaginava, che lo delude”. Rimane, di London, “la preveggenza nel delineare i rischi dell’esaltazione dell’individuo che portano a un neoliberismo sfrenato, in cui il singolo è un maiale che mangia tutto”; rimane, di Marcello, la capacità di mescolare ed elevare a potenza materiali diversi, di fare dell’archivio non (solo) inserto documentario, ma dissonanza visiva, guadagno percettivo. Una delizia e un po’ anche una croce, ché quando dal repertorio lussureggiante e straniante si torna sul terreno principale, sul percorso del marinaio che volle farsi mare, qui si sente il gradino.
Ma il fascino non si discute, semmai il tallone d’Achille di questa “liberissima trasposizione” potrebbe rivelarsi un altro: all’erranza spazio-temporale-materiale del racconto non si appaia un eguale sforzo d’ibridazione poetica, di aggiornamento ideologico, in breve, il socialista Martin arringa e discetta come allora per un pubblico che non lo è più. Herbert Spencer, Enrico Malatesta in esergo, Goffredo Fofi per nume tutelare e perfino suggestioni salveminiane sulla Questione meridionale, il guadagno simbolico rimane, del resto con Martin Eden ci si fa tutto e il suo contrario, ma sparare a salve è un attimo, laddove l’individualismo attuale, e la connessa solidarietà a scomparsa, richiederebbe il bazooka.
Martin Eden è a Venezia 76 in Concorso: archiviato Il sindaco del rione Sanità di Mario Martone, per l’Italia si attende solo La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco. Il TotoLeone, allorché sono passati dodici dei ventuno titoli in lizza, dice Roman Polanski, J’accuse, con il Joker in scia, di certo, la qualità è diffusa, ma media: nessun capolavoro, forse non li fanno più. Qualche scelta discutibile – Wasp Network di Assayas dentro, il doc Citizen K di Alex Gibney fuori – e uno scambio da attuare in quota Netflix: via Soderbergh con The Laundromat, divertissement cialtronesco sui Panama Papers, in competizione The King, regia di David Michod, interpreti il bel Timothéè Chalamet e lo strepitoso Joel Edgerton. Un frullato scespiriano (Enrico IV e V), scontri nel fango assassino, maschi silenziati e introspezione à la carte: Chiamami col tuo trono.
Tutto il resto è Julie Andrews, Leone d’Oro alla carriera, con laudatio di Luca Guadagnino. L’interprete di Mary Poppins e Tutti insieme appassionatamente celebra la Mostra, “il festival più importante al mondo”, accenna la Traviata in Sala Grande ed esorta gli spettatori: “Rimanete fedeli ai vostri sogni”.
Per chi suona la campanella: tutti a scuola di scrittura
Le spiagge si svuotano, le rondini si preparano a volare verso il Sahel, le cartolerie si riempiono di diari e, a giudicare dalle pubblicità, l’Italia si appresta a frequentare un corso di scrittura creativa. Almeno fino alla campagna della Holden (partita ieri), le scuole più attive nel marketing sono Belleville, diretta da Giacomo Papi (Il censimento dei radical chic), e la Bottega di narrazione di Giulio Mozzi. Belleville ha sede a Milano, offre corsi annuali (600 ore), docenti come Walter Siti e Giorgio Falco, al costo di 3.900 euro (Iva esclusa); ma anche corsi brevi e serali. La Bottega propone un corso base di 200 ore in 12 weekend a 2.400 euro (sempre a Milano), ma ci sono corsi brevi in altre città e persino la Svizzera (Locarno) è stata “invasa”.
Se fino a qualche anno fa c’era solo la Holden a Torino (e prima ancora il corso di Pontiggia a Milano, poi portato avanti dalla editor Laura Lepri), oggi l’offerta copre tutto il territorio nazionale, isole comprese. Persino la ritardataria Roma si è messa al passo con la Molly Bloom di Emanuele Trevi e docenti come Alessandro Piperno, Sandro Veronesi e Milo De Angelis (non manca una rara quanto meritevole attenzione per la poesia). Il fenomeno ricorda la barzelletta russa dell’indigeno della Ciukotka che vuole fare lo scrittore e quando gli danno una reading-list risponde: “Io volere scrivere, mica leggere!”. In realtà, come spiega Mozzi in uno dei video-messaggi promozionali, frequentare la Bottega (vale per tutte le scuole) vuole dire confrontarsi con i titoli fondamentali: non in assoluto, ma per il testo che si sta scrivendo. Se hai in mente una storia dove il successore di Mattarella sarà devoto di Allah, sappi che Houellebecq ha già fatto qualcosa di simile.
Gli italiani scrivono sempre più libri e ne comprano sempre meno. Logico che si proponga loro una palestra dove farsi le ossa ed entrare in contatto con le case editrici. La scrittura è l’attività più solitaria e noiosa che esista e senza vincere la tendenza all’isolamento diventa solipsismo per inediti, tutt’al più postumi dopo il suicidio. Sul sito della Bottega c’è un elenco (non sterminato) di titoli pubblicati da ex allievi: da Masnago di Giovanni Fiorini (Marsilio) a Sommario semiserio delle maialate con pratiche sessuali inusitate di Eusebio Gnirri (Fefè Editore), pseudonimo dietro cui si nasconde un insospettabile tecnico dell’Atm, l’azienda dei trasporti milanese, con Quarto Stato in versione suina in copertina.
Sempre più scrittori arrotondano con le docenze e il dibattito sulla possibilità di insegnare a narrare è terreno di scontro. Negli Stati Uniti, patria delle scuole di scrittura universitarie (come l’Italia lo è di quelle indipendenti), se ne discute da anni. In Italia la Rete è piena di Savonarola che sparano a zero scadendo nella retorica della natura divina del talento. Se i rudimenti di tutte le attività artistiche si possono insegnare, perché la scrittura dovrebbe restare confinata in un iperuranio di intangibilità didattica? Perfino un anarchico come Vonnegut teneva un corso di creative writing (a Harvard).
La Holden, fondata da Baricco nel ’94 (anno della discesa in campo di Berlusconi), ha ottenuto un riconoscimento universitario: parte tra poco il primo triennio di “Academy”, laurea breve basata su sette pilastri formativi generali (“perfezionando al contempo il gesto di scrivere”), molto reclamizzata sui giornali in questi giorni. Accanto c’è il biennio classico, “Original”, più focalizzato sullo story-telling, dal romanzo al videogioco alle serie-tv. Le classi sono ridotte, tipo college. Con soci come Feltrinelli e Farinetti, una retta di 10 mila euro annui, la Holden ha una bellissima sede in piazza Borgo Dora a Torino, in una ex caserma. I docenti cambiano e quest’anno ci saranno Nicola Lagioia e Marco Missiroli, ma anche stranieri come lo svedese Bjorn Larsson.
Per quanto riguarda le università, l’inserimento di corsi di scrittura creativa si fa strada in Italia, ma gli Stati Uniti restano un caso unico. Il premio Strega Antonio Scurati è professore associato allo Iulm, dove insegna nel master “Arti del racconto”. Si trova qualcosa anche altrove, come il “Laboratorio di scrittura creativa” dell’università di Sassari, tenuto dall’italianista Marco Manotta.
Oltre alle scuole, diverse librerie ospitano corsi. Come la Ubik, molto attiva nel centro desertificato, nel cuore inaridito di Voghera. Corsi Corsari, una rete di formazione diffusa, ne propone in diverse città, tra cui Ferrara, anche se si concentra sulla solita Milano. Dove si può frequentare un “workshop di scrittura erotica” al costo di 125 euro. Scrivere un romanzo oggi non è già una perversione? Alto che Gnirri.
Johnson tiene duro: “Niente elezioni”
Sono giorni decisivi nella guerra fra Parlamento e governo britannico per il futuro del Regno Unito. Westminster cerca a tutti i costi di fermare il no deal, l’uscita dall’Unione europea senza accordo con Bruxelles che è l’opzione di default il prossimo 31 ottobre, fra 60 giorni. Il primo ministro Boris Johnson vuole impedirlo, perché per conservare potere e credibilità politica deve mantenere la promessa di portare a casa Brexit con o senza accordo a fine ottobre.
Ma il tempo stringe: i parlamentari devono agire entro questa settimana, perché da martedì prossimo scatta la sospensione del parlamento imposta dal governo fino al 14 ottobre, quando rischia di essere davvero troppo tardi per impedire il no deal. E quindi oggi Westminster riapre dopo la pausa estiva con la mossa dell’opposizione: presentare, grazie ad una mozione di emergenza, una legge per fermare il no deal. Secondo fonti Bbc la legge obbligherebbe il primo ministro a chiedere a Bruxelles una estensione ulteriore di 3 mesi (la terza) se la Camera dei Comuni non approva un accordo con l’Ue entro il 19 ottobre, data del prossimo Consiglio Europeo. Significa di fatto legare le mani al governo, che fin dall’ascesa di Johnson ha puntato tutto sulla retorica “usciremo ad ogni costo, perché questo è il mandato popolare”.
Ma si va a una guerra fratricida perché a opporsi al no deal sono anche molti parlamentari conservatori. Downing Street ha chiarito che è pronto a distruggerne la carriera politica impedendo loro di candidarsi a nuove elezioni, e questa minaccia invece di spaventarli sembra averli disgustati, rafforzando la loro determinazione a opporsi a un governo dai tratti sempre più autoritari. Ora è una partita a scacchi. Se la Camera dei Comuni approva, probabilmente già domani, resta l’ostacolo della Camera dei Lords, dove il governo sembra deciso a opporsi anche con azioni di aperto ostruzionismo. Il tempismo è essenziale: il termine ultimo per l’assenso reale è domenica sera, lunedì al massimo, perché le leggi decadono se non approvate prima della sospensione parlamentare. Si dovrebbe ricominciare daccapo a metà ottobre e sarebbe troppo tardi per evitare l’iceberg del no deal.
Non è chiara l’eventuale reazione di Johnson a una sconfitta. Ieri sera, dopo un Consiglio dei ministri convocato in emergenza, ha dichiarato che le trattative con Bruxelles stanno facendo dei progressi; che il tentativo dei parlamentari di impedire l’opzione no deal taglia le gambe al negoziato; che in nessun caso chiederà una ulteriore dilazione alla Brexit ma che non vuole nuove elezioni. Eppure se il governo esce sconfitto dal Parlamento non ha grandi alternative. Il paradosso è che anche per indire elezioni ha bisogno dei 2/3 dei voti di Westminster.
Jeremy Corbyn sarebbe favorevole: per lui il Paese ha bisogno di elezioni che “consentano alla gente di scegliere fra due direzioni molto diverse”.
Una prima data utile sarebbe il 14 ottobre, ma il sospetto dei ribelli è che, una volta ottenuto il sì di Westminster, Johnson le sposti a novembre, dopo la scadenza del no deal, vanificando la loro battaglia. E in ogni caso, secondo i sondaggi, potrebbe essere Johnson a vincerle: Corbyn è percepito come troppo a sinistra.
Femminicidi: 100 nel 2019. Adesso li nota anche Macron
Sono cento i casi di femminicidio registrati in Francia dall’inizio dell’anno (erano stati 121 nel 2018): è con questo drammatico bilancio che si apre oggi un Grenelle sulle violenze domestiche, un grande dibattito che fino a novembre riunirà ministri, attori del settore, associazioni, famiglie delle vittime. Nel 2017 Emmanuel Macron aveva fatto della parità uomo-donna una delle principali missioni del suo mandato, annunciando un piano per lottare contro le violenze sulle donne. Ma da allora il governo è stato più volte chiamato a rendere conto per gli scarsi risultati. A premere per questo Grenelle è stata la ministra delle Pari opportunità, Marlène Schiappa, che ha più volte denunciato “disfunzioni”: “Non è accettabile che una donna denunci una, cinque, dieci volte e non accada mai nulla”. È stata annunciata la creazione di nuovi alloggi d’urgenza per le donne, una piattaforma online per semplificare le denunce, il reclutamento di psichiatri nei commissariati, un fondo di un milione di euro per le associazioni (che chiedono un miliardo). Si attendono anche leggi sui braccialetti elettronici anti-stalker e per l’emancipazione economica delle donne. È stata proprio Schiappa a parlare per la prima volta di femminicidio in Francia appena un anno fa, facendo riferimento all’omicidio molto seguito dai media di Alexia Daval, strangolata nel 2017 dal marito, che ci ha messo un anno e mezzo per confessare. Inoltre, solo a agosto, il termine femminicidio è stato usato, caso rarissimo, in un tribunale francese, dal procuratore di Auch, Charlotte Beluet. La legge francese riconosce come aggravante il fatto che un omicidio sia commesso “dal coniuge o dal compagno della vittima”. Ma ora le famiglie delle vittime chiedono che il termine femminicidio venga iscritto nero su bianco nel codice penale.