“Oligarchi dentro una torre d’avorio: non capiscono le sofferenze del popolo”

Si contano sulle dita di una mano i video provenienti dal Kazakistan dopo il blocco di internet. Con l’arrivo dei rinforzi dalla Russia, il bagno di sangue nell’ex repubblica sovietica del Kazakistan è inevitabile. Mosca ha la possibilità in questo modo di rimettere gli stivali sul suolo che un tempo le apparteneva, un territorio ricchissimo di terre rare, uranio petrolio e gas. Abbiamo chiesto al politologo Antonio Stango di spiegarci perché il presidente Tokayev ha permesso che il costo del gas salisse.

Nel Paese da tempo c’è un forte malcontento per la mancanza di democrazia, di una riforma terriera che ha permesso la vendita degli appezzamenti alla confinante Cina e per la svalutazione della moneta. L’aumento del gas è stata l’ultima goccia?

Premesso che le precedenti manifestazioni erano molto più circoscritte, come quella dell’anno scorso a ridosso delle elezioni per chiedere che venissero ammessi anche partiti di opposizione, a mio avviso le autorità kazake hanno deciso di aumentare in modo abnorme il prezzo del gas perché non hanno il polso reale della società, pur essendo il Kazakistan abitato solo da 19 milioni di persone ormai soprattutto di etnia kazaka. È stato un errore di calcolo del presidente. Se la nomenklatura non fosse rimasta confinata nella propria torre d’avorio dove si spartisce gli enormi proventi dell’esportazione delle materie prime, avrebbe capito che aumentare il gas a questo livello durante un periodo di forte inflazione dovuta alla svalutazione della moneta significa creare una miscela esplosiva. Va sottolineato che i mezzi di trasporto, comprese le auto private, sono a gas, un fatto che rende questa decisione ancora più inopportuna, tanto che il presidente dopo i primi giorni di protesta ha fatto marcia indietro reintroducendo il prezzo del gas calmierato per altri sei mesi . Ma alla popolazione non può bastare: tra 180 giorni gli stipendi saranno probabilmente ancora più bassi, circa 500 euro al mese il salario medio. Per questo le manifestazioni sono continuate.

A chi giova questa situazione, considerato che Tokayev ha chiesto l’aiuto della Russia, come previsto dal patto di mutuo soccorso ?

Giova comunque a Tokayev perché con la scusa della sommossa popolare sta esautorando il clan del potentissimo ex presidente, Nursultan Nazarbayev, cominciando proprio da lui. Nazarbayev, che di fatto ha continuato a governare il paese nel ruolo di presidente dal Consiglio di sicurezza, è stato infatti rimosso, come è stato licenziato anche il capo dell’intelligence. Sarà interessante capire come si posizionerà il miliardario Timur Kulibayev, il genero di Nazarbayev che è da anni a capo della gestione delle risorse energetiche del paese e ha un patrimonio personale di svariati miliardi di dollari. Di certo è anche lui nel mirino di Tokayev. Che, secondo me, ha temuto una congiura di palazzo e ne sta approfittando per togliere di mezzo la cricca che poteva averla ordita. Del resto in Kazakistan non ci sono partiti di opposizione che avrebbero potuto organizzare questa sommossa popolare finora inedita e avere un piano di gestione del potere alternativo.

Anche la Russia ne sta traendo vantaggio, qualcuno sta ventilando che il Cremlino abbia mandato le truppe come in Crimea per organizzare un referendum di annessione. Ci crede?

Non credo che Putin abbia questa intenzione; la minoranza russofona che vive in Kazakistan è ormai molto ridotta e la maggioranza di etnia kazaka non ha alcuna intenzione di fare parte della Federazione Russa. Invece è una garanzia per Tokayev avere alleato Putin per farsi difendere dalle sue forze speciali, anche contro eventuali cospirazioni interne.

Ablyazov, appello da Parigi: “L’Occidente aiuti i dissidenti”

C’è, forse, un intreccio con l’Italia nell’insurrezione che, da martedì, insanguina il Kazakistan: Mukhtar Ablyazov, un oligarca in rotta col potere kazako, oggi esule a Parigi con lo status di rifugiato per sottrarsi alle accuse di frode e furto, si proclama leader dell’opposizione e delle proteste. Forse è proprio ad Ablyazov che si riferivano le fonti russe e kazake quando hanno denunciato “eventi ispirati dall’estero”. Ablyazov è il marito di Alma Shalabayeva, che, nel 2013, fu frettolosamente estradata dall’Italia verso il Kazakistan con la figlia Alua (allora aveva sei anni). In patria, l’ex banchiere ed ex ministro è accusato di essersi illecitamente impossessato di circa cinque miliardi di dollari. Del suo ruolo nella sommossa, non si hanno finora conferme. Ablyazov da Parigi sollecita l’Occidente a schierarsi contro il governo kazako e denuncia quella che definisce “l’occupazione russa”. Ablyazov guida il gruppo Scelta democratica e respinge le accuse mosse contro di lui come politicamente motivate. Intanto, il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev ha dato l’ordine alle forze di sicurezza, annunciandolo in televisione: “Ai banditi si spari a vista”.

Il presidente respinge qualsiasi ipotesi di mediazione internazionale. “Che stupidità! Che negoziati possono esserci con assassini e criminali?”. Ieri mattina, la tv di Stato ha riferito che 26 manifestanti erano stati uccisi e oltre tremila arrestati dall’inizio delle proteste. E almeno 18 membri delle forze di sicurezza hanno perso la vita durante gli scontri. Per Tokayev, una folla di 20 mila “banditi” ha devastato la principale città del Paese, l’ex capitale Almaty. Il presidente ha anche affermato che i “terroristi” sono guidati dall’estero, senza però dare elementi a sostegno dell’affermazione. Grande quasi nove volte l’Italia, con meno di 19 milioni di abitanti, il Kazakistan è la maggiore delle ex Repubbliche sovietiche, dopo la Russia. Dopo una richiesta d’aiuto del presidente Tokayev, i militari russi hanno preso il “pieno controllo” dell’aeroporto di Almaty: le truppe di Mosca collaborano con quelle kazake per ristabilire l’operatività dello scalo.

Le proteste sono state innescate dal ‘caro gas’ e da altre lamentele economiche, in un Paese dove dissentire non era mai stata un’opzione. In Russia ci s’interroga se la crisi kazaka possa rivelarsi per Mosca un’opportunità per riaffermare il proprio primato sulle Repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale. Nel frattempo però diversi esperti si chiedono se il Cremlino possa gestire una situazione d’instabilità su due fronti, Ucraina e Asia centrale.

Stati Uniti, Nato e Occidente reclamano la fine delle violenze e avvertono che un coinvolgimento russo potrebbe avere vaste conseguenze. La Cina, invece, appoggia le misure ‘antiterrorismo’ adottate da Tokayev.

BoJo e i lavori in Downing Street pagati da un Lord

La tregua è durata quanto le vacanze di Natale: Boris Johnson è di nuovo al centro di pesanti sospetti di corruzione. Il cavallo di Troia è sempre la ristrutturazione degli interni di Downing Street, voluta dalla moglie Carrie Symonds nel 2019. Per le spese di manutenzione dell’appartamento del premier c’è un budget pubblico di 30 mila sterline l’anno; ma la Symonds ha insistito per affidare il restyling alla nota, e costosa, Lulu Lytle, designer dei vip, e ha preteso interni lussuosi, con carta da parati a 840 sterline a rotolo, portando i costi a 200 mila sterline. Almeno 112 mila le ha anticipate Lord Brownlow, già facoltoso e generoso finanziatore del partito Conservatore che nello stesso periodo ha ottenuto la prestigiosa nomina, da parte della Regina ma su indicazione del governo, a membro della Camera dei Lords. Sulla vicenda hanno indagato sia la Commissione elettorale, che ha multato il partito per spese non dichiarate regolarmente, che un comitato etico guidato da Lord Geidt. Questi aveva accettato la spiegazione di Johnson, che aveva dichiarato di non essere al corrente del favore da parte di Brownlow. Faccenda che aveva indignato l’opinione pubblica prima delle vacanze, ma si era conclusa con un nulla di fatto. Ora sono emersi dei messaggi Whatsapp in cui Johnson e Brownlow si mettono d’accordo sui lavori, e si chiarirebbe anche il do ut des. Brownlow paga in cambio dell’interessamento del primo ministro ad un progetto che gli sta molto a cuore: una nuova edizione della Grande Esposizione, l’evento internazionale lanciato nel 1851 dal Principe Alberto, marito della Regina Vittoria. Johnson ha già chiesto scusa a Lord Geidt per non avergli fornito quei messaggi: la giustificazione è che li aveva perduti nel cambio di telefono dopo che il suo numero era stato reso pubblico. Geidt è livido, e sentendosi preso in giro ha chiesto ulteriori spiegazioni, chiarendo che se avesse saputo prima di quei messaggi non avrebbe cambiato le sue conclusioni ma avrebbe evidenziato la mancanza di trasparenza da parte del primo ministro. Condotta che ad altri premier sarebbe costata le dimissioni, ma in tempi di pandemia si limita ad indebolire il governo. Perché non finisce qui: ora il rischio, per Downing Street, è che sull’osso si getti Kathryn Stone, la responsabile del Comitato di Vigilanza del Parlamento, che il partito conservatore solo poche settimane fa ha cercato di fare fuori.

La sceriffa delle Banlieue. Pécresse usa lo stile Sarko

Valérie Pécresse intende rispolverare il vecchio “kärcher” di Nicolas Sarkozy per eliminare i delinquenti dalle banlieue. “Bisogna tirar fuori il kärcher dalla cantina dove è stato riposto da dieci anni da Hollande e Macron – ha detto la candidata all’Eliseo della destra Les Républicans in un’intervista a La Provence, il grande quotidiano regionale di Marsiglia –. È tempo di ripulire quei quartieri che sono diventati delle zone di non diritto. Darò la caccia ai boss, perseguiterò i delinquenti e punirò i criminali”.

Torniamo indietro al 19 giugno 2005: un ragazzino di 11 anni, Sidi-Ahmed Hammache, viene ucciso da due pallottole vaganti davanti a casa sua nella cité dei 4000, a La Courneuve, uno dei comuni della periferia nord-est di Parigi dove la gente vive tra violenza, miseria e speranze di cambiamento. Il giorno dopo, Nicolas Sarkozy, all’epoca ministro dell’Interno di Jacques Chirac, si presenta nella cité in lutto e, alla sorellina della vittima, dice: “Da domani ripuliremo tutto con il kärcher. Ci metteremo il personale e il tempo necessario, ma sarà pulito”. Diciassette anni dopo, Pécresse, due volte ministra di Sarkozy tra il 2007 e il 2012, dell’Istruzione superiore prima e del Bilancio poi, riprende l’espressione del suo mentore, brandendo simbolicamente il potente aspirapolvere di marca tedesca – Kärcher, appunto –, che da tempo prega i politici francesi di non usare più il suo nome a scopi elettorali. Negli anni sono stati promessi giganteschi “piani Marshall” per cambiare la realtà di queste periferie-ghetti, afflitte dai traffici illeciti e dalla criminalità quotidiana, e dove la popolazione, per lo più multi etnica, vive in ostaggio delle bande. Le cose non sono mai cambiate. Non è un caso che Pécresse abbia scelto di parlare di sicurezza, uno dei temi caldi di questa campagna per le Presidenziali, a tre mesi dal voto (10 e 24 aprile), da Salon-de-Provence, presso Marsiglia, dove degli spacciatori non hanno esitato di recente a sparare in aria con i kalashnikov proprio mentre i bambini uscivano da scuola. Lo scorso settembre, Macron era andato in trasferta per tre giorni a Marsiglia, seconda città più grande della Francia, ma povera e socialmente frammentata tra quartieri nord e sud, e vi aveva annunciato un piano di investimenti per più di un miliardo di euro da destinare a cultura, educazione e sicurezza; aveva iniziato la sua visita proprio da La Castellane, l’immensa cité dove gli spacciatori dettano legge, diventata famosa anche fuori dalla Francia perché è lì che è nato Zidane e più di recente vi è stato girato il film Bac Nord (2020) di Cédric Jimenez, ispirato a una storia vera di una operazione di polizia conclusa con l’arresto di alcuni di quegli agenti.

Il 10 gennaio, Macron poi sarà a Nizza, sulle terre di Eric Ciotti, il volto più a destra della destra LR, ex rivale alle primarie di Pécresse, ora suo fedele consigliere e futuro ministro dell’Interno, in caso di vittoria alle urne. Dalle pagine di La Provence, Pécresse ha detto che non esiterà a far intervenire i soldati “per mettere in sicurezza” i quartieri difficili e ha attaccato Macron: “I francesi vogliono dei risultati subito. Stiamo vivendo una crisi dell’autorità. Abbiamo un presidente che parla sempre, per insultare o per fare promesse. Io invece agisco”. La candidata ha annunciato che, se eletta, creerà 20 mila nuovi posti nelle prigioni e aprirà centri di detenzione provvisoria. Ha annunciato anche che farà riapplicare le condanne di prigione brevi, inferiori a un anno, sospese dal 2012 per decisione dell’ex ministra di Hollande, Christiane Taubira (probabile prossima candidata all’Eliseo per la gauche) per lottare contro il sovrappopolamento delle prigioni e la recidiva. Pécresse è la rivale che Macron non si aspettava. La governatrice della regione di Parigi, Île-de-France, è stata scelta a sorpresa dai militanti del partito gollista per guidare la corsa all’Eliseo ed è subito schizzata in alto nei sondaggi, rappresentando una reale minaccia per Macron, ma anche per l’estrema destra. A seconda degli studi, Pécresse supera o spalleggia Marine Le Pen al primo turno delle elezioni e lascia indietro Eric Zemmour del movimento Reconquête, sperando di poter accedere al ballottaggio contro Macron, che resta favorito. C’è chi ritiene che riparlare ora di “kärcher” sia brutale. In realtà è in linea con i toni, sempre più duri, dell’attuale campagna, anche dopo gli ultimi attacchi di Macron contro non vaccinati che, ha detto e ribadito, intende emmerder fino alla fine.

Migliori, una sordità irresistibile

Nella conferenza stampa di fine anno e per meglio giustificare l’aspirazione al Colle, il Presidente del Consiglio disse che la missione affidatagli da Mattarella era giunta felicemente a termine, sia sul fronte economico sia sul Covid.

Ambedue le affermazioni erano profondamente scorrette e tanto più lo sono oggi, con i contagi che minacciano di salire a 300.000, gli ospedali e le terapie intensive sovraccariche, i morti che in una settimana sono stati più di mille, il personale sanitario che diminuisce drasticamente per esaurimenti o quarantene.

Mercoledì il Consiglio dei ministri ha varato misure che la maggior parte degli scienziati giudicano insufficienti, se non improprie. Scatta l’obbligo vaccinale per chi supera i 50 anni, nonostante la doppia onda di Delta e Omicron colpisca anche giovani e bambini. È imposto il superpass ma in differita e, su pressione della Lega, ne sono esclusi uffici pubblici, negozi, banche, parrucchieri, per i quali basta il vecchio certificato, rilasciato anche con il tampone (senza indicare quale sia il test ottimale). Le quarantene sono un groviglio con maglie pericolosamente larghe, specie nelle scuole, riaperte nonostante i dubbi di molte regioni e dei presidi. Sono abolite per chi contatta un positivo ma ha fatto il richiamo, nonostante i vaccini stiano rivelandosi complessivamente insufficienti e molti scienziati auspichino vaccini “riadattati”.

Il Comitato tecnico scientifico aveva espresso pareri più stringenti ma non è stato ascoltato e i più prestigiosi scienziati sono spietati. Nino Cartabellotta presidente della fondazione Gimbe parla di pannicelli caldi, Andrea Crisanti di “follia incostituzionale”, di misure nate “solo dal panico” e di “apprendisti stregoni in fase di improvvisazione”.

Non c’è dunque da stare allegri e sono grotteschi i trionfalismi di Brunetta che mente spudoratamente sull’unanimità della maggioranza o le garanzie date dal ministro Bianchi sulle scuole, le cui aule restano spaventosamente inadatte. Se tanta esultanza fosse motivata Draghi avrebbe annunciato l’obbligo in pubblico. Se non l’ha fatto vuol dire che è debole. Che non sarà il Migliore se salirà al Colle.

Giorgio Parisi ricorda nel suo libro che nella scienza son più le domande che le risposte (In un Volo di Storni) ma in politica le cose stanno diversamente. Son richieste risposte chiare, e subito. La verità è che la missione Draghi a Palazzo Chigi si chiude (se si chiude) nel caos. La supermaggioranza che ha fatto fuori Conte esiste sulla carta, ma è una stoffa completamente sbrindellata. Non può sopravvivere all’elezione presidenziale né con Draghi né senza Draghi.

Alcune domande gravose hanno già risposta: i test che contano, cioè i molecolari (PCR), scarseggiano e costano. Gli antigenici scarseggiano meno ma sono giudicati ormai inopportuni per la variante Omicron (parola di Crisanti, il più lucido e indipendente in questi anni di Covid, e di Guido Rasi, consulente del commissario Figliuolo: Omicron “non solo buca parzialmente i vaccinima sfugge ai tamponi rapidiche rischiano di diventare inutili. Quasi uno su due è un falso negativo”).

Altre e cruciali questioni restano senza risposta, in attesa di serie conferenze stampa. In genere sono domande poste dagli scienziati che ci hanno aiutato negli anni del Covid.

La domanda di Cartabellotta e dell’epidemiologo Vespignani per esempio: qual è il piano B, nel caso in cui le misure non funzionino? Non sono predisposti nuovi ospedali da campo, per curare infarti, tumori e altro. Non c’è un piano per il Covid Lungo, totalmente trascurato dal governo e dal Cts. Quando molti entreranno in quarantena saremo di fatto in lockdown ma con fatiscenti sostegni, visto che alcuni bonus di Conte scompaiono (bonus baby sitter) e che il bonus salute mentale è stato respinto –chissà perché– dal ministro dell’economia Franco.

Oppure la domanda di Crisanti: il consenso informato diventa una pura beffa in presenza dell’obbligo e va rivisto. Se sei obbligato che significa il foglietto che firmi? È come chiedere al condannato a morte di firmare il consenso all’esecuzione.

Sono giustamente obbligatorie le mascherine FFP2, ma lo sono ovunque? Cominceranno anch’esse a scarseggiare e i prezzi saranno calmierati?

Quanto ai richiami, detti booster: forse consentiranno un’immunità di 8 mesi (Enrico Busi sul Foglio) ma Conte ha ricordato che l’immunizzazione è una corsa a ostacoli. Chi vuole la terza dose “incontra difficoltà a ottenerla in tempi brevi”.

E le medicine ci sono dappertutto o no? E come organizzarsi, dal momento che funzionano solo nei primi 5 giorni?

Infine i ritardi. Il 22 luglio Draghi assicurava che le due dosi rappresentavano la “garanzia di trovarsi fra persone non contagiose”. Ma Pfizer aveva segnalato già l’8 luglio che l’immunità durava 5 mesi. Nel Regno Unito e in Israele il richiamo era pronto da agosto.

Ma torniamo al governo Draghi. La missione poteva riuscire se frutto di intese durature sui due punti chiave (economia e pandemia) e se il capo-missione mostrava capacità di ascolto degli esperti. Non competente sulla pandemia né sulla questione sociale, Draghi avrebbe potuto ascoltarli più attentamente. Non lo ha fatto quasi su nulla. Si lascia condizionare da Salvini, di cui ha bisogno per il Quirinale. Non ha ascoltato gli scienziati sul Covid, non ha ascoltato le utilissime raccomandazioni della Commissione di esperti sul reddito di cittadinanza, presieduta da Chiara Saraceno. Anche la riforma della giustizia è stata imposta senza ascoltare neppure accidentalmente i magistrati che in gran parte la osteggiavano. A volte è mancata anche qualche eleganza: il piano di aiuti e prestiti basati sul comune indebitamento europeo è stato negoziato e ottenuto da Giuseppe Conte, ma Draghi non lo ricorda mai. Le vaccinazioni dell’era Conte erano ottime fino a quando si interruppero le forniture, ma i ministri e i media dicono che solo con Draghi siamo “i primi in Europa”.

Naturalmente il male è il virus con le sue varianti, non il governo o Draghi. Ma i ritardi restano inconfutabili, e i partiti –chiamati sprezzantemente “banderine”– sono già in campagna elettorale. L’unità nazionale c’è fra i cittadini (il tasso di vaccinazione è altissimo, inutile ormai sprecare tempo con i no-vax) ma non fra i politici, che pensano praticamente solo a chi conquisterà il Quirinale e chi Palazzo Chigi. Draghi ha “tirato avanti” come se non esistessero esperti, scienziati, sindacalisti, e una società allo stremo. Non è un gran bel bilancio.

 

“Io, vati-lobbista da 2 milioni. Dossier? Sempre dal notaio”

La Papessa Francesca. È un soprannome a vita.

Lo rivendico, è stato mio marito a chiamarmi così la prima volta.

Cioè quando venne nominata nella fatidica Cosea, la commissione voluta da Francesco per la rivoluzione finanziaria in Vaticano.

E l’abbiamo fatta. Grazie alle nostre riforme la situazione non è più ingestibile come una volta. Gli scandali di oggi vengono dal passato.

Però lei ci ha rimesso una condanna a 10 mesi per il Vatileaks 2.

Il processo a Becciu (il cardinale “spogliato” dal papa per l’affare del palazzo londinese e non solo, ndr) dimostra che ho combattuto una buona battaglia. Fu Becciu a farmi arrestare. Ho perso solo su un fronte. Ed è una cosa che non sopporto.

E qual è?

Mi hanno fatto passare per una mignotta. Mi hanno massacrata e nessuna donna mi ha difeso.

La presunta notte con monsignor Balda (condannato a 18 mesi per Vatileaks 2, ndr) a Firenze.

Disse che dimenticai il baby doll in albergo. Ma lei mi ci vede in baby doll? Io mi sono laureata a venti anni, ho lavorato negli Stati Uniti, a trent’anni ero in Vaticano. Ho già due decenni di esperienza e senza aver mai dovuto mostrare tette e culo.

Francesca Immacolata Chaouqui ha festeggiato 40 anni a dicembre. Oggi è a capo di una società, la View Point Strategy

, che si occupa di lobbying e comunicazione. La sede è in centro a Roma.

Lobbista, dunque.

E comunicatrice. Aiutiamo i nostri clienti, solitamente aziende, a raccontarsi. E sa una cosa? Si legge sempre di meno, facciamo solo video. Il futuro del learning è guardare e ascoltare.

Una sua passione è raccogliere informazioni.

Ma io non faccio dossieraggi. Uso le notizie che ho.

Tiene sempre dal notaio gli altri fascicoli della Cosea?

Certo. E un commissario pontificio non è mai sciolto dal segreto. Quindi non dico più nulla.

Lei è stata indagata a Terni, poi archiviata a Roma, per l’uso delle sue informazioni, diciamo così. C’era anche Mario Benotti nell’inchiesta, il cui nome oggi evoca le mascherine ai tempi di Arcuri.

Benotti era mio amico e cliente. Una persona cui ho voluto molto bene.

Secondo i pm faceva la bella vita e aveva un’amante.

Incredibile. Lo consideravo una sorta di sacerdote. L’ho conosciuto in Vaticano. Quando venne traslata la salma di Giovanni Paolo II dalle grotte vaticane alla basilica di San Pietro era una delle dieci persone ammesse.

Potente.

Era pronto a fare politica. Facemmo un format sui social intitolato “Un democristiano in borghese”, intervistava vari personaggi.

Lei ha contatti con i Servizi segreti?

Lo direi a lei?

Questi uffici sono belli e grandi, quanto fattura?

Due milioni di euro all’anno. Con me lavorano 24 giovani.

Tutto suo?

All’80%, il 20 è di mio marito.

La vita non si è fermata dopo Vatileaks 2.

Ecco il punto. La narrativa su di me non è più quella di cinque, sei anni fa.

Il lobbismo però alimenta altri sospetti, in Italia.

Il lobbista spiega non spinge.

In che senso?

Non paghiamo mazzette per fare pressione. Semmai cerchiamo di far capire la bontà delle istanze dei nostri clienti.

Chi sono?

Nomi non ne faccio.

Ovviamente.

Diciamo che operano in vari settori: tecnologia, sanità e cinema. Io interpreto il lobbismo all’americana.

Però conosce Luigi Bisignani, faccendiere e uomo macchina del berlusconiano Gianni Letta. Lobbismo all’italiana.

Bisignani è solo un amico, non ho mai lavorato con lui. Mi dà consigli.

Tipo?

Su dove mandare mio figlio all’asilo, su come conciliare il mio ruolo di imprenditrice con quello di mamma.

Un vero amico allora. Sa che è pregiudicato?

Se bastasse un’etichetta giudiziaria non bisognerebbe parlare con mezzo mondo.

Vedo il simbolo massonico di squadra e compasso.

E sotto c’è la scritta Jerusalem. Israele per me è fondamentale. Il futuro parte da lì.

Sul simbolo non mi ha risposto. Bisignani e la contessa buonanima Pinto Olori del Poggio che la aiutò sono nomi della cosiddetta cattomassoneria.

La massoneria è sopravvalutata. E glielo dice la più grande conoscitrice del potere in questo Paese.

E come è fatto il potere?

È strutturato in tre cerchi.

Il primo.

Duecento persone.

Il secondo.

Duecentomila che interagiscono col primo cerchio.

Un po’ troppe.

Con i Cinque Stelle il potere è diventato liquido.

Non si sa con chi parlare, per intenderci.

Appunto.

E il terzo?

La massa di aziende, imprese, industrie.

Lei era renziana.

Renzi ha una capacità tattica straordinaria.

Conosceva Carrai.

E Bianchi.

Altri indagati.

In Italia non sei nessuno se non sei indagato.

Oggi però lei vota Lega. L’altro Matteo.

Salvini è un mio amico ed è l’unico che sa spiegare le cose al popolo.

Maria Giovanna Maglie, la Fallaci di Salvini, è una sua cliente.

Cliente e amica, è la madrina di mia figlia.

Lei ha frequentato VeDrò di Enrico Letta. Lo sente ancora?

Un lobbista non perde mai i suoi contatti.

Potere e politica si sovrappongono, diciamolo.

Per questo, come dice il papa, vorrei sporcarmi le mani e dare il mio contributo.

Quando?

Prima porto la mia azienda al top.

Ce la fa per le Politiche?

Forse. Nelle mie attività ho sempre fatto la differenza e non ho mai fatto il numero due.

Non le resta che fondare un partito.

Non ho detto questo.

Accettare qualche offerta, magari della Lega stessa.

Devono avere le mie stesse idee: fine dell’assistenzialismo, supporto al terzo settore e cura degli over 60.

Un’altra buona battaglia, per citare San Paolo. La papessa va a messa?

Morirei senza.

Lei va ancora in Vaticano? Incontra il papa?

Secondo lei se non avessi accesso al Vaticano starei ancora qua?

Volantino Br su Moro all’asta, arriva la Digos. “È una delle tante copie”: verifiche in corso

E alla fine è arrivata anche la Digos. Ieri gli agenti della Questura di Roma hanno fatto visita alla Bertolani Fine Art, la casa d’aste che ha messo in vendita una copia al ciclostile del volantino con il quale le Brigate Rosse annunciarono il rapimento di Aldo Moro. Il comunicato in questi giorni è finito al centro di molte polemiche che nei fatti stanno facendo lievitare le pre-offerte: 38 quelle raccolte finora. La questura svolgerà accertamenti su quel documento che racconta una delle pagine più dolorose della storia italiana. Secondo quanto spiegato al Fatto quella all’asta sarebbe tra le numerose copie distribuite dai militanti del gruppo terroristico nel marzo di 44 anni fa. Nella scheda di presentazione viene presentato come un “volantino ciclostilato”. Giuseppe Bertolami, amministratore unico della casa d’aste, ha poi spiegato come del testo dell’originale volantino di rivendicazione vi erano più copie distribuite “a più riprese affinché anche la popolazione potesse accedere a quella che, evidentemente, i terroristi ritenevano una forma di controinformazione”. Il volantino di due pagine, ora in vendita, continua Bertolami, “appartiene appunto alla serie diffusa in seconda battuta a partire dal 20 marzo 1978 davanti a scuole, uffici, banche e altri luoghi di pubblico accesso non per stabilire un contatto con le istituzioni, ma per ‘informare il popolo’ dell’evoluzione e delle motivazioni sottese a un evento descritto dagli autori della strage come una delle fasi di un processo al regime”. Ora ci saranno anche le verifiche della Digos.

“Giovedì 16 marzo un nucleo armato della Brigate Rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del popolo Aldo Modo, presidente della Democrazia Cristiana. La sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati Corpi speciali, è stata completamente annientata”, sono le prime righe riportate nella copia a ciclostile del volantino. La cui quotazione ancora non si ferma: ieri sera la pre-offerta (ossia l’intenzione di acquisto) più alta si attestava a 12.000 euro, praticamente sette volte la sua stima più alta (1.700 euro). E tra le polemiche, il numero di chi sarà disposto ad acquistarlo continuerà a salire, dato che l’asta ci sarà il 18 gennaio. Nel frattempo, tutta pubblicità.

Depistaggio Cucchi, la famiglia chiede 2 mln: “Noi carne da macello, Casarsa anima nera”

La famiglia di Stefano Cucchi ha chiesto un risarcimento di oltre 2 milioni di euro agli imputati del processo sui presunti depistaggi seguiti alla morte, nel 2009, del geometra romano. “I depistaggi sono stati finalizzati, fin dal primo momento, ad allontanare qualsivoglia responsabilità delle istituzioni dello Stato sulla sua morte, quando Stefano era proprio nelle mani dello Stato”, ha detto l’avvocato Fabio Anselmo, durante l’udienza di ieri. A processo ci sono otto carabinieri, fra cui il generale Alessandro Casarsa, all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, e Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma. Per Casarsa, che in anni successivi ai fatti è stato anche capo dei corazzieri del Quirinale, il pm Giovanni Musarò ha chiesto la condanna a 7 anni di carcere. La Procura sostiene che i militari imputati abbiano “attestato il falso in un’annotazione di servizio (…) relativamente alle condizioni di salute di Cucchi” affermando che “Cucchi (…) riferiva di essere dolorante alle ossa sia per la temperatura freddo/umida che per la rigidità della tavola del letto (prima di materasso e cuscino) ove comunque aveva dormito per poco tempo, dolenzia accusata anche per la sua accentuata magrezza”, omettendo però “ogni riferimento alle difficoltà nel deambulare palesate da Cucchi”, riferimenti presenti nella prima versione dell’annotazione. Va ricordato che una sentenza della Corte d’Appello ha invece condannato i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro a 13 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale per l’aggressione mortale subita da Cucchi “frutto di una reazione con modalità violente, ingiustificate e sproporzionate rispetto al tentativo dell’arrestato di colpire il pubblico ufficiale”.

“Siamo stati carne da macello per queste persone, ma noi siamo essere umani: è stato fatto di tutto per nascondere responsabilità gravi”, ha affermato ieri Anselmo, aggiungendo: “Da questa inchiesta è emerso che esistono tante parti sane nell’Arma dei carabinieri”. Ma, riferito all’allora comandante del Gruppo Roma, “i depistaggi hanno avuto come principale motore e ‘anima nera’ nel generale Casarsa”, ha detto Anselmo. Nelle conclusioni depositate dal legale di parte civile si chiede una provvisionale di 750 mila euro. La sentenza è attesa entro il mese di febbraio.

Mail box

 

Cosa ci insegna il caso Burzi sulla magistratura

Nella rassegna stampa di Flavia Fratello su Radio Radicale hanno dedicato mezzora intera a quel cattivone di Travaglio e al Fatto Quotidiano, rei di aver difeso la magistratura nel caso del suicida torinese di Forza Italia. Ha letto tutti gli articoli, integralmente, mentre il giorno prima ha letto solo poche righe del pezzo di Travaglio. Quelli che si spellavano le mani perché Mori e molti altri sono stati salvati al terzo grado di giudizio, oggi lamentavano il fatto che il povero suicida era stato giudicato innocente al primo grado, ma il cattivone magistrato lo aveva condannato con la seconda sentenza. Dico, ma non potrebbe essere stata una forma grave di depressione? E poi, pur essendo vicino alla famiglia per la tragedia, posso anche essere dalla parte dei cittadini ai quali sono stati sottratti milioni di euro e che potevano essere destinati alle loro necessità, invece che a comprare mutande e viaggi? Per questi motivi ritengo che la magistratura debba essere lasciata indipendente dal potere politico, che non deve metterci il becco. E invece mi pare si faccia di tutto per assoggettarla al potere della politica e perfino al vaglio degli avvocati.

Massimo Giorgi

Caro Massimo, Burzi aveva patteggiato la pena di un anno di reclusione, definitiva. Poi nel secondo appello gliene hanno aggiunti altri due per episodi diversi. Chi parla di innocente perseguitato non sa letteralmente quel che dice, oppure mente sapendo di mentire. Anche lui con i nostri soldi.

M. Trav.

 

Da non vaccinato, come posso andare all’estero?

Scrivo per avere lumi su questioni per me poco chiare sulle regole Covid che saranno in vigore dal 10 gennaio. Faccio un esempio: se un non vaccinato che vive a Palermo decidesse (dopo aver perso il lavoro) di caricare l’auto di bagagli e raggiungere la Spagna, per poter vivere e lavorare lì, potrebbe farlo? A leggere i giornali credo di no, poiché un non vaccinato non può prendere alcun mezzo anche se sano e con tampone negativo che lo attesti. Il mio eroe, vivendo in Sicilia e non possedendo alcun mezzo anfibio o aereo, non potrà quindi nemmeno emigrare?

Francesco Baudo

Qualche mezzo che va all’estero si può prendere con il tampone negativo e al massimo la quarantena, a seconda del Paese. Come pure si può entrare in macchina. Le regole più rigide in vigore in Italia dal 10 gennaio riguardano i trasporti interni. Ma la condizione dei non vaccinati è sempre più difficile.

A. Man.

 

I titoli del Tg1 da quando c’è il governo dei migliori

Da dieci mesi, quasi tutti i giorni, il Tg1 apre le sue edizioni con un trionfale “Accelera la campagna vaccinale”. Dato che l’accelerazione è la variazione di velocità nell’unità di tempo, con tutte le accelerazioni che ci hanno annunciato la campagna vaccinale dovrebbe essere ormai prossima alla velocità della luce, oltre la quale non si può andare. La seconda notizia quotidiana del Tg1 in genere è l’annuncio che “il governo è al lavoro per varare nuove misure per combattere la pandemia” (che però pare resistere). La terza notizia, anch’essa esposta con grande enfasi, ci comunica che Francia e/o Regno Unito hanno più contagi di noi. Ho abbastanza anni per ricordare tanti telegiornali, ma un’informazione così servilmente prona al potere non l’ho mai vista, nemmeno ai tempi di B.

Attilio Luccioli

 

Gli aspiranti giudici che non sanno l’italiano

Possibile che nessuno si chieda come mai su 1500 elaborati corretti all’esame per entrare in magistratura, soltanto 80 dei candidati siano stati ammessi agli orali in quanto molti di questi (tutti laureati in Giurisprudenza) sono stati ritenuti incapaci di scrivere in italiano? Possibile che nessuno abbia rilevato che gran parte dei giovani non solo escono dalla scuola non sapendo scrivere, ma nemmeno sono in grado di capire ciò che leggono? Eppure bisognerebbe chiederselo, altrimenti si fa solo dell’accademia. P.s. Per cominciare, almeno per il concorso in magistratura, un perché lo posso dare io: ai miei tempi si poteva accedere alla facoltà di Giurisprudenza solo con la licenza classica.

Carlo Boni

 

Il premier non fa niente per fermare i contagi

Sono una biologa, insegnante, da un anno in pensione. Faccio tutti gli anni il vaccino antinfluenzale, ma sono contro l’obbligo vaccinale che impone l’ultimo decreto e le misure che non servono a niente per quanto riguarda i contagi, visto che molti vaccinati contro il Covid sono positivi con sintomi e no. È indegno che uno Stato imponga l’obbligo vaccinale e non si assuma alcuna responsabilità sugli effetti collaterali presenti e futuri delle inoculazioni, per cui il consenso informato attuale è una presa in giro. Niente è stato fatto invece per adeguare la sanità e la scuola in vista della nuove emergenze a cui continuiamo ad assistere.

Paola Cucchiaro

 

Il mio presidente? Dissento da Verdone

Stimo Carlo Verdone, ma quella frase su Draghi (“Mario ci fa fare bella figura”) non riesco a condividerla. L’Italia non ha bisogno di un capo di governo di facciata che viene ancora oggi apprezzato all’estero per quello che ha fatto in passato. Noi italiani, diretti interessati, abbiamo bisogno di fatti concreti, soprattutto in materia sanitaria.

Francesco Forino

Il Papa e la politica. “E se fosse lui l’unico vero statista che abbiamo?”

Già quando era vescovo Papa Francesco aveva indicato fra le cose superflue, contrapposte a quelle necessarie (cibo e medicine), gli animali domestici (“Si idolatrano, li si tiene, li si compra; questa è una caricatura dell’amore”.) e i cosmetici.

È tornato nei giorni scorsi sull’argomento (“Tante coppie non hanno figli perché non vogliono, o uno e non di più” ma hanno “cani e gatti che occupano il posto dei figli”) sottolineando la conseguenza di questa scelta per la coppia, la perdita della ricchezza della paternità e maternità, e individuando nell’adozione una delle forme più alte di amore e di paternità e maternità. Invece di generiche affermazioni in favore della famiglia, il Pontefice non ha esitato a esprimere la posizione della Chiesa su denatalità e il vistoso calo di adozioni che si registra da anni nel nostro Paese, accennando anche ai problemi che la denatalità crea agli Stati (“E soffre la patria che non ha figli”).

Queste affermazioni , tutt’atro che tenere, non mi pare abbiano avuto l’effetto di stimolare riflessioni nel mondo politico e culturale sul futuro della società italiana. Mi è venuto in mente il celebre aforisma di Alcide De Gasperi: “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista alla prossima generazione”.

Assistiamo alle grandi manovre in corso per le elezioni alla Presidenza della Repubblica, ma non è che, almeno a leggere le sue dichiarazioni, l’unico statista rimasto nella Città eterna sia il Pontefice?