“Siamo diventati un partito di massa all’Est”, ha detto con orgoglio il capolista del partito di destra AfD in Brandeburgo, Andreas Kalbitz nella sua prima conferenza stampa il giorno dopo le elezioni. Con il 23,5% (+ 11,3 rispetto al 2014) in Brandeburgo e il 27,5% (+17,8%) in Sassonia l’AfD è arrivato a insidiare da vicino e per la prima volta le roccaforti di Spd e Cdu, rispettivamente al governo ininterrottamente da trent’anni, cioè dalla caduta del muro nel 1990.
Ma a chi gli chiede come mai l’AfD si sia radicata proprio all’Est piuttosto che all’Ovest, lui risponde: “Noi non siamo la causa di qualcosa, siamo l’effetto della politica dell’establishment, l’etabliertepolitik” .
Nel linguaggio dell’AfD, l’etabliertepolitik è la politica che ha perso credibilità. Se il partito è forte, la ragione è che “gli altri” hanno fallito, hanno dissipato la fiducia degli elettori. “Gli altri” chi? La risposta implicita è chiara: “la classe dirigente dell’Ovest”. All’Est non hanno mai dimenticato che molte delle aziende della Germania orientale sono state privatizzate dall’Ovest per eliminare la concorrenza, ha dichiarato Kalbitz qualche settimana fa. Poco importa che lui stesso sia un tipico prodotto dell’Ovest. A 47 anni, gli occhialini tondi anni trenta sul naso, nato e cresciuto nella ricca Monaco di Baviera, 12 anni trascorsi nell’esercito, Kalbitz si impegna anima e corpo per la rinascita dell’Est e sostiene l’ala più radicale del partito di destra, quella guidata da un altro esponente dell’Ovest che ha fatto fortuna a Est: Bjoern Hoecke. La stampa ha cercato più volte di inchiodare l’ex militare al suo passato di estremista: prima una trasmissione dell’Ard, Kontraste, ha tracciato la sua presenza in un campo organizzato dalla HDJ, “I giovani tedeschi fedeli alla patria”, un’associazione proibita nel 2009 per la sua vicinanza al nazionalsocialismo. Poi Der Spiegel ha suggerito la sua presenza nel gruppo dei “14 neonazisti” segnalati dall’ambasciata tedesca di Atene per una manifestazione a sostegno di Alba dorata nel 2007. “È solo narrativa” per nutrire i media, risponde Kalbitz ai giornalisti, “non ho una biografia da estremista di destra”. Che sia vero o meno, il 77% degli elettori AfD in Brandeburgo non la pensa così e sostiene che “il partito non si distingue abbastanza dalla destra radicale”, riferisce il sondaggio dell’istituto Infratest dimap.
“Siamo arrivati per rimanere”, ha detto l’esponente dell’AfD. “Ora si comincia sul serio” perché il partito non è più un movimento di protesta, ma rappresenta la voce di chi vuole una vera alternativa, ha proseguito. I sondaggi però raccontano un’altra storia. Il 58% dei cittadini del Brandeburgo e il 75% di quelli della Sassonia si sentono “cittadini di seconda classe” rispetto all’Ovest, pur riconoscendo che le condizioni economiche nei loro Laender sono buone o molto buone. Il voto di protesta c’è, eccome. Ma se non altro “l’AfD è riuscita a sollevare il dibattito sui cittadini dell’Est” ha detto Martin Machowecz, giornalista di Die Zeit. Un dibattito carsico che non scompare e non si affronta mai del tutto.
Nell’immediato il problema sarà costruire una coalizione alternativa al bicolore rosso-nero (Cdu-Spd) in Sassonia e rosso-rosso (Spd-Linke) in Brandeburgo, ormai senza più maggioranza. Ma in prospettiva questi risultati daranno filo da torcere alla Grosse Koalition. Entrambe le formazioni – Spd e Cdu – hanno bisogno di affilare di più i loro profili per vincere le prossime elezioni in Turingia e mostrare di aver colto la lezione. L’Spd ha già lanciato il guanto di sfida del prossimo futuro alla Cdu: la riforma della pensione minima integrativa.