AfD, l’ex soldato tedesco riconquista la Germania Est

“Siamo diventati un partito di massa all’Est”, ha detto con orgoglio il capolista del partito di destra AfD in Brandeburgo, Andreas Kalbitz nella sua prima conferenza stampa il giorno dopo le elezioni. Con il 23,5% (+ 11,3 rispetto al 2014) in Brandeburgo e il 27,5% (+17,8%) in Sassonia l’AfD è arrivato a insidiare da vicino e per la prima volta le roccaforti di Spd e Cdu, rispettivamente al governo ininterrottamente da trent’anni, cioè dalla caduta del muro nel 1990.

Ma a chi gli chiede come mai l’AfD si sia radicata proprio all’Est piuttosto che all’Ovest, lui risponde: “Noi non siamo la causa di qualcosa, siamo l’effetto della politica dell’establishment, l’etabliertepolitik” .

Nel linguaggio dell’AfD, l’etabliertepolitik è la politica che ha perso credibilità. Se il partito è forte, la ragione è che “gli altri” hanno fallito, hanno dissipato la fiducia degli elettori. “Gli altri” chi? La risposta implicita è chiara: “la classe dirigente dell’Ovest”. All’Est non hanno mai dimenticato che molte delle aziende della Germania orientale sono state privatizzate dall’Ovest per eliminare la concorrenza, ha dichiarato Kalbitz qualche settimana fa. Poco importa che lui stesso sia un tipico prodotto dell’Ovest. A 47 anni, gli occhialini tondi anni trenta sul naso, nato e cresciuto nella ricca Monaco di Baviera, 12 anni trascorsi nell’esercito, Kalbitz si impegna anima e corpo per la rinascita dell’Est e sostiene l’ala più radicale del partito di destra, quella guidata da un altro esponente dell’Ovest che ha fatto fortuna a Est: Bjoern Hoecke. La stampa ha cercato più volte di inchiodare l’ex militare al suo passato di estremista: prima una trasmissione dell’Ard, Kontraste, ha tracciato la sua presenza in un campo organizzato dalla HDJ, “I giovani tedeschi fedeli alla patria”, un’associazione proibita nel 2009 per la sua vicinanza al nazionalsocialismo. Poi Der Spiegel ha suggerito la sua presenza nel gruppo dei “14 neonazisti” segnalati dall’ambasciata tedesca di Atene per una manifestazione a sostegno di Alba dorata nel 2007. “È solo narrativa” per nutrire i media, risponde Kalbitz ai giornalisti, “non ho una biografia da estremista di destra”. Che sia vero o meno, il 77% degli elettori AfD in Brandeburgo non la pensa così e sostiene che “il partito non si distingue abbastanza dalla destra radicale”, riferisce il sondaggio dell’istituto Infratest dimap.

“Siamo arrivati per rimanere”, ha detto l’esponente dell’AfD. “Ora si comincia sul serio” perché il partito non è più un movimento di protesta, ma rappresenta la voce di chi vuole una vera alternativa, ha proseguito. I sondaggi però raccontano un’altra storia. Il 58% dei cittadini del Brandeburgo e il 75% di quelli della Sassonia si sentono “cittadini di seconda classe” rispetto all’Ovest, pur riconoscendo che le condizioni economiche nei loro Laender sono buone o molto buone. Il voto di protesta c’è, eccome. Ma se non altro “l’AfD è riuscita a sollevare il dibattito sui cittadini dell’Est” ha detto Martin Machowecz, giornalista di Die Zeit. Un dibattito carsico che non scompare e non si affronta mai del tutto.

Nell’immediato il problema sarà costruire una coalizione alternativa al bicolore rosso-nero (Cdu-Spd) in Sassonia e rosso-rosso (Spd-Linke) in Brandeburgo, ormai senza più maggioranza. Ma in prospettiva questi risultati daranno filo da torcere alla Grosse Koalition. Entrambe le formazioni – Spd e Cdu – hanno bisogno di affilare di più i loro profili per vincere le prossime elezioni in Turingia e mostrare di aver colto la lezione. L’Spd ha già lanciato il guanto di sfida del prossimo futuro alla Cdu: la riforma della pensione minima integrativa.

Belfast, il pane e il Titanic: “Il cantiere non deve morire”

La gigantesca massa del Museo del Titanic brilla sotto il sole estivo del lungomare di Belfast. È il grande investimento, il progetto su cui, nel 2012, la Capitale dell’Irlanda del Nord ha puntato per riqualificare il suo derelitto quartiere industriale, rilanciare il turismo, trovare una nuova vocazione a una città ancora ferita dalle violenze dei Troubles e piagata dalla crisi economica. Quattro prue di navi stilizzate, rivestite d’acciaio, e nella pancia nove gallerie interattive, la ricostruzione dello scalone centrale, delle cabine di prima e seconda classe, delle sale motori della nave del transatlantico che, il 14 aprile 1912, si scontrò con un iceberg e colò a picco, trascinando con sé la vita di 1517 passeggeri.

A pochi metri dal museo e dagli sciami di turisti che lo corrono a visitarlo, il cantiere dove il Titanic è stato disegnato e costruito, quello che forniva navi a tutto il mondo, nei giorni felici anche una alla settimana, oggi è una distesa di ferraglia semivuota. H&W, è scritto a lettere d’acciaio su Sansone e Golia, le due gigantesche gru all’ingresso che ne sono il simbolo: Harland&Wolff, la fabbrica che ha dato lavoro fino a 30 mila persone, mezza Belfast, di padre in figlio, generazione dopo generazione, per più di 150 anni. Il fallimento è a un passo: qui non si costruisce una nave dal 2003, il lavoro si è inesorabilmente spostato altrove e la società che controlla il cantiere, la norvegese Dolphin Drilling, non riesce a trovare un compratore per le attività ormai prevalenti di manutenzione, riparazione e costruzione di piattaforme energetiche. Ma la chiusura di questo cantiere significa la fine dell’industria navale a Belfast, e da settimane ormai a presidiarlo si danno il cambio i 130 operai rimasti. Hanno giurato di non muoversi, e di non fare entrare nessuno, finché non si troverà una soluzione.

Save our yard, salvate il nostro cantiere, è lo slogan. Si commuovono a pensare che sia la fine: è davvero il loro cantiere, il pane e la dignità del lavoro per intere famiglie. Robert è il veterano: “Ci lavorava mio padre, poi sono entrato anche io, per 48 anni” racconta a ITV. “Mio figlio è stato licenziato con la crisi degli anni Novanta, ma ora speravo potesse entrare mio nipote. E invece questo…”.

Sostenuti dal sindacato Unite chiedono la nazionalizzazione del cantiere e il salvataggio dei posti di lavoro. Quando è venuto in visita in Irlanda del Nord, a fine luglio, il primo ministro Boris Johnson non ha trovato il tempo di incontrarli. Per ora, il governo britannico ha risposto alle richieste con un comunicato gelido, promettendo di interessarsi del dossier ma chiarendo che la considera “una questione puramente commerciale”.

Eppure gli operai un piano, molto dettagliato, ce l’hanno: è il risultato di un approfondito audit del cantiere e delle risorse produttive e ha i contorni ampi dell’innovazione industriale e sociale, non quelli stantii dell’assistenzialismo, come ha spiegato un rappresentante del sindacato a Vice: “C’è un enorme potenziale nelle turbine a energia eolica e delle correnti marine. Gli operai dicono che si potrebbero creare migliaia di posti di lavoro e che la transizione all’energia rinnovabile è indispensabile”. Si ispirano esplicitamente al Green New Deal, la visione della deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez per affrontare il cambiamento climatico e creare posti di lavoro sostenibili.

E denunciano la follia, in caso di chiusura, di sprecare competenze strategiche: nel 2008 il cantiere ha costruito SeaGen, che allora era il più grande generatore mondiale di energia delle correnti marine, e ha tentato una parziale riconversione industriale producendo componenti e piattaforme per l’energia eolica offshore. Propongono un’idea di nazionalizzazione con pochi precedenti, che ha imparato dal fallimento di quella tentata anche per Harland & Wolff negli anni Settanta: stavolta i lavoratori avrebbero un ruolo nella gestione della società, sulla base della loro insostituibile conoscenza delle sue potenzialità e caratteristiche produttive. Un esperimento che va incontro alla visione del Labour di Corbyn e del suo vice John McDonnell: la proposta laburista della partecipazione democratica dei lavoratori ai consigli di amministrazione, secondo il principio che “nessuno sa come gestire queste industrie quanto chi ci ha passato la vita”.

Che trovino in tempo un interlocutore politico all’altezza è improbabile. Ma dai dock dismessi di Belfast arriva una idea di lavoro nuova, e il rilancio di una dignità del lavoro a cui questi operai specializzati rifiutano di rinunciare.

Morte Astori, chiesto il rinvio a giudizio del dottor Galanti

Svolta nelle indagini per la morte di Davide Astori, il capitano della Fiorentina trovato morto il 4 marzo 2018 nella sua camera di albergo a Udine dove si trovava in ritiro prepartita. La Procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio per il professor Giorgio Galanti, accusato di omicidio colposo quando era direttore sanitario di Medicina dello sport dell’azienda ospedaliero universitaria di Careggi. Toccherà ora al gup Angelo Antonio Pezzuti decidere all’udienza preliminare fissata il 22 ottobre prossimo. Stralciata dal fascicolo principale la posizione del professor Francesco Stagno, il cui nome era finito sul registro degli indagati insieme a quello di Galanti, sempre con l’accusa di omicidio colposo. Secondo gli inquirenti, se Astori fosse stato sottoposto a esami più approfonditi, come avrebbero suggerito le aritmie rilevate nei controlli di routine, sarebbe stato possibile salvargli la vita. In base a quanto emerso, il procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo e il pm Antonino Nastasi, titolari dell’inchiesta, contesterebbero a Galanti il rilascio di due diversi certificati di idoneità, a luglio 2016 e a luglio 2017 emessi anche se nelle prove da sforzo erano state rilevate aritmie.

Vestirsi da Samara, l’ultima moda dei deficienti

Oggi vi scriverò di deficienza umana. L’unica capace di replicarsi e diventare virale nei social, un bubbone di cui nemmeno la peste rivendicherebbe la paternità, a scanso di equivoci. Deficienti umani hanno deciso quanto segue: vestirsi da Samara Morgan – personaggio horror del film The Ring di Gore Verbinski – girare per i vicoli delle città, di notte, e udite udite: spaventare i passanti. Applauso. Allora il fenomeno deficiente si presenta a Catania, in queste notti, poi via via in giro per l’Italia: Palermo, Nola, Napoli, Afragola, Roma. Eccetera.

La deficienza umana è un crimine, confina con l’idiozia, produce ebeti efferati, come i subumani dei cavalcavia, quelli che lanciavano sassi e uccidevano le persone. Di notte, questo soggetto di pochi neuroni deambulante, vestito da Samara Morgan, è equiparabile a un’arma usata maldestramente, da incapaci, che non sanno nemmeno sparare, ma è un’arma e spara.

Immaginate questa idiota vestita da rediviva disseppellita mostrarsi a un pover’uomo magari malato di cuore. Posto che la paura (o l’effetto sorpresa) può ingenerare effetti non governabili, in chiunque. Potrebbe succedere qualsiasi cosa. Chi vi scrive, non avrebbe alcuna voglia ad esempio di morire a causa di un soggetto portatore di neuroni scarsi, vestito più che dalla terrificante bambina del film horror, da una stupidità onnicomprensiva, dentro e fuori. Morire per un ammasso di carne con gli occhi che si chiama soggetto umano. No, grazie.

Spaventiamoci di questo più che del fantasma cinematografico. A Catania una tizia vestita di bianco e con un fantoccio tra le mani, lunghi e ispidi capelli neri, gira per Librino e San Berillo, zone periferiche. Sembra una emoticon, riuscita male per giunta, qualche foto gira sui social, un paio di video dei soliti affezionati del torbido, nel qual caso il torbido è filmare una deficiente. A che scopo propagare il bubbone da cui persino la peste prenderebbe le distanze? È una aspirante Samara, con qualche chilo di troppo, rischia un linciaggio, a Catania, bastava solo suggerirle meno carboidrati a pranzo e lunghe passeggiate, piuttosto che estemporanee installazioni, con rotolini debordanti. L’estetica nella deficienza. Ogni disciplina ha un suo parametro. Samara è un fantasma, stiamo nel topic e nei chili giusti. Deficienti per deficienti a questo punto. Ad Afragola, altre imbecillità. Una tizia – secondo la tendenza virale – si veste da Samara, si aggira per le stradine del rione Salicelle, ci sta proprio nel ruolo, accidenti, da far prendere un colpo, se non è lei Samara, e che diamine, ecco la tizia viene più o meno simbolicamente massacrata di botte da un gruppo di ragazzini. Però, chi l’avrebbe immaginato? Anche l’altra cima a Catania ha rischiato un destino simile, il destino da: “Volevi la bicicletta?”. Le imbecillità prossime alle deficienze confinanti con le idiozie sono tutte concentrate in queste modeste donne, con qualche neurone sparso. Al cervellone che ha lanciato per primo l’ideona bisognerebbe riconoscere un qualche incentivo, del tipo disseppellire gli escrementi nel water del vicino di casa. In fondo l’ideona non era altro che questo, tradurre i tanti sinonimi dell’azione di cui sopra, disseppellire quel che siamo veramente. L’ideona del cervellone ha evidenziato ingiustamente e parzialmente tanto: siamo equiparabili a escrementi in fondo, quel che resta di noi. No, non sempre. Non è che tutti abbiamo un vestito da Samara con cui girare la notte a spaventare la gente, con 40 gradi di minima, in Sicilia, per dire. No. Altrimenti lo faremmo.

Migranti a terra: Mare Jonio sbarca, Eleonore sfonda

La Eleonore forza il blocco e arriva a Pozzallo. La Mare Jonio, autorizzata allo sbarco di 31 naufraghi per motivi sanitari, entra nel porto di Lampedusa. E nel frattempo altre decine di migranti approdano in Sicilia con i loro barchini. La sintesi perfetta della realtà: gli unici ad avere difficoltà ad approdare in Italia sono i migranti salvati dalle Ong. Gli altri, se non muoiono prima d’essere salvati da una Ong, arrivano comunque.

E così ieri, a cinque giorni dal divieto d’ingresso disposto dal governo, i 31 migranti ancora a bordo della nave della ong italiana Mediterranea Saving Humans, fondata da un cartello di forze della sinistra che ha scelto Luca Casarini come capomissione, sono stati trasbordati su una motovedetta e fatti sbarcare. Il divieto d’ingresso resta valido invece per la nave e l’equipaggio. Il via libera è arrivato per la difficile situazione sanitaria riscontrata dai medici inviati a bordo. Domenica scorsa invece, il ministro dell’Interno Matteo Salvini, aveva concesso a 64 migranti, tra donne, bambini e malati, di essere trasferiti a terra.

Sempre a Lampedusa, tra domenica e lunedì, sono giunte anche tre piccole imbarcazioni autonome. La prima, con a bordo 63 maghrebini è arrivata a Cala Spugne, la seconda è stata intercettata dalle motovedette della Guardia di finanza a poche miglia dalla costa, con altri 65 migranti. Più tardi ne è arrivata una terza con 65 persone.

A Pozzallo, nella costa ragusana, è invece giunta la Eleonore, la nave della ong tedesca Lifeline che lo scorso 26 agosto aveva salvato da un naufragio 104 migranti a bordo di un gommone, a circa 31 miglia da Al-Khoms (Libia).

Anche la ong tedesca aveva chiesto un porto sicuro, ricevendo risposte negative da Italia e Malta. “La situazione pericolosa per la vita delle persone a bordo mi costringe a dirigerci verso il porto più vicino”, aveva spiegato il capitano della Eleonore, Claus Peter Reisch, che come la connazionale Carola Rackete della Sea Watch, ha deciso di violare il divieto d’ingresso delle acque italiane, imposto dal Viminale e controfirmato dai ministri dei Trasporti e della Difesa.

Il capitano ha spiegato che a bordo la situazione era diventata insostenibile a causa del sovraffollamento, che obbligava molti dei migranti soccorsi a essere esposti alle intemperie perché non potevano ripararsi sotto i teloni di protezione.

Per aver violato il decreto Sicurezza, la Eleonore è stata sequestrata dalla Guardia di finanza, che ha quindi permesso lo sbarco dei migranti, ma non quello dell’equipaggio. La Squadra mobile, guidata da Antonino Ciavola, ha interrogato il capitano Claus Peter Reisch e nelle prossime ore consegnerà un’informativa alla Procura di Ragusa, diretta da Fabio D’Anna. Sarebbero stati anche identificati due giovani egiziani, ritenuti i possibili scafisti. Sul tavolo dei magistrati ragusani ci sarebbe già un fascicolo aperto, al momento contro ignoti, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Nella stessa giornata, in un’altra banchina del porto di Pozzallo, sono sbarcati anche i 29 migranti che si trovavano a bordo della Cassiopea, la nave della Marina Militare.

Si è diretta invece a Malta, la Alan Kurdi, la nave della ong tedesca Sea Eye, che porta il nome del piccolo Aylan, il bambino siriano morto nel 2015 durante la traversata nell’Egeo, il cui corpo senza vita fu ritrovato su una spiaggia turca.

L’imbarcazione con a bordo 13 migranti, di cui otto minori, aveva ricevuto il divieto dal Viminale, e per alcuni giorni è rimasta al largo di Lampedusa, sperando di poter ottenere un porto utile per lo sbarco.

Coppia scomparsa a Piacenza, perquisita la casa dell’uomo

Nell’ottavo giorno di ricerche sulla coppia scomparsa in provincia di Piacenza, il Ris dei carabinieri ha perquisito la casa di Massimo Sebastiani, l’operaio 45enne che è ricercato per omicidio e occultamento del cadavere di Elisa Pomarelli, l’amica di 28 anni della quale era innamorato ma non corrisposto. Dei due non ci sono tracce da domenica scorsa. L’idea della Procura è che lui abbia ucciso la donna, nascosto il corpo nel bosco di cui è molto esperto e poi sia fuggito. Nell’abitazione vicino a Carpaneto, nella campagna piacentina, c’erano anche gli avvocati nominati d’ufficio per lui. L’attenzione degli investigatori era tutta per alcune tracce di bruciatura e combustione trovate nel pollaio della casa dell’operaio. Le autorità continuano intanto le ricerche dell’uomo, definito dal prefetto di Piacenza, Maurizio Falco, “autosufficiente e in grado di vivere a lungo nei boschi”, ma non “pericoloso” per la popolazione. “Ogni accostamento con figure di fuggitivi con cui si è avuto a che fare nel recente passato è del tutto fantasioso e privo di ogni riscontro reale”.

L’importanza di leggere i giornali fin da piccoli

Anticipiamo parte del primo capitolo di “Sussidiario per genitori”, edito da Mondadori, da oggi in libreria.

 

“Maestro, mio figlio non legge nulla. Non c’è niente da fare. Gli ho comprato libri di ogni genere, ma non ne vuole sapere”. “Scusi, ma a lui che cosa piace fare?”. “Giocare a basket”. “Perfetto. Le faccio una promessa: presto suo figlio leggerà e tornerà a casa da scuola con qualcosa da sfogliare”.

Quel qualcosa erano le pagine sportive del mio quotidiano. Al ragazzino avevano sempre rifilato libri che piacevano alla mamma (…). E lui non aveva mai aperto un giornale, non lo aveva mai neppure preso in mano (…). Qualche volta un quotidiano aveva fatto capolino in casa, e in quelle circostanze era tutto rosa.

Ora il mio studente ne aveva uno. Anzi, l’avevano sul banco anche tutti i suoi compagni. Un regalo del maestro. Che regalo bislacco, aveva pensato qualcuno. “Ma a scuola non si leggono i libri? Perché ci hai dato un giornale?” mi chiese una mia alunna. “Il quotidiano è un libro. Nei fogli che avete sul banco ci sono tutti insieme storia, geografia, matematica, scienze, italiano, musica, educazione all’immagine e persino motoria. Non solo. Ogni giorno grazie al giornale faremo un viaggio fuori dall’aula, andremo in luoghi mai visti, conosceremo storie di animali e di bambini che vivono lontano da noi, cercheremo di capire che cosa dicono gli adulti, scopriremo nuove parole e impareremo a fare i giornalisti”.

Strano modo di fare lezione. Probabilmente non era piaciuto nemmeno alla dirigente che, incontrandomi per la prima volta, mi aveva detto: “Quindi lei è quello che legge il giornale in classe…”. Chiaro che non aveva mai letto Lettera a una professoressa. Don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana, che con i suoi ragazzi montanari leggeva il quotidiano ogni giorno, ad alta voce, da cima a fondo, scriveva: “Sotto gli esami due ore di scuola spese sul giornale ognuno se le strappa dalla sua avarizia. Perché non c’è nulla sul giornale che serva ai vostri esami. È la riprova che c’è poco nella vostra scuola che serve nella vita. […] ma politica e cronaca, cioè le sofferenze degli altri, valgono più di voi e di noi stessi. Insegnare a leggere e far appassionare alla lettura”.

Provate a disegnare la scuola che vorreste per voi. Ha forse le porte chiuse e le tapparelle abbassate? Non credo. La scuola deve avere le finestre spalancate, dev’essere il luogo in cui si impara a “impicciarsi” degli altri e del mondo. Noi adulti abbiamo due preziose opportunità: la prima, non insegnare solo a leggere e a scrivere, ma far appassionare alla lettura e alla scrittura; la seconda, spiegare le cose dei grandi ai bambini. Leggere e scrivere significa avere a che fare con la vita. Quando inizia a prendere in mano la penna per tracciare i primi segni grafici su un foglio, il bambino disegna la vita, sente la necessità di raccontare ciò che ha attorno. È un cronista della sua esistenza. Il suo giornale sono fogli su cui disegna la mamma, il papà, i fiori, gli alberi, il suo cane o il suo gattino. Quando ancora non sa leggere è catturato dalle immagini, dal potere di una fotografia, tant’è che spesso lo si ritrova a sfogliare riviste. A quell’età, infatti, riesce meglio dei grandi ad appassionarsi al linguaggio non scritto. È affascinato da ciò che è vivo, dall’esistenza, dal sorriso di un altro bambino in una rivista patinata. C’è emozione, c’è pathos in quell’approccio al foglio bianco o alla fotografia. Nei primi anni della scuola primaria a seppellire questa passione sono pagine e pagine di letterine scritte una dietro l’altra a distanza di due righe.

Violenze e abusi sulle donne. Milano, il Codice rosso fa flop

Adriana Signorelli, 59 anni, residente a Milano quell’ex marito non era mai riuscita ad allontanarlo dalla propria vita. Nonostante le violenze, nonostante gli arresti. Nemmeno ci era riuscita la notte tra il 27 e il 28 agosto scorsi quando a una volante della polizia aveva segnalato l’ennesima violenza. In quel momento era scattata la procedura del Codice rosso, come previsto dalla nuova legge. Di cosa parliamo? Dell’aumento delle pene per i reati domestici, violenze sessuali, stalking e altro. Non solo: la nuova direttiva prevede che la polizia giudiziaria segnali immediatamente al pm di turno la notizia di reato e che a sua volta il magistrato senta entro tre giorni la vittima.

Tre giorni fatali per Antonella che nella notte tra sabato e domenica scorsi è stata uccisa a coltellate dal marito Aurelio Galluccio, il quale dopo l’omicidio ha pensato anche di investire i poliziotti intervenuti. E pensare che la mattina del 28 agosto la volante della Questura aveva già trasmesso l’annotazione dell’intervento in Procura. Non solo, gli agenti avevano fatto di più. La sera prima avevano sentito a sommarie informazioni la donna, come concordato con il pm di turno. Dopodiché il giorno dopo l’annotazione con l’urgenza del Codice rosso arriva sui tavoli della Procura che però non chiede subito a un giudice misure restrittive per Galluccio.

Fatalità, omissioni? Ieri, il procuratore di Milano Francesco Greco è tornato sul tema in modo chiaro: “Qua nessuno vuole contestare il Codice rosso, dico che sta diventando un problema a livello pratico, il problema è come gestirlo, già ora ci sono 30 allarmi al giorno e ciò ci impedisce di estrapolare i casi più gravi”.

Un numero, quello delle segnalazioni, che carabinieri e polizia confermano certamente. Anche se poi, ancor prima del Codice rosso, c’erano le cosiddette segnalazioni urgenti che attivavano le medesime procedure. Nel caso di Galluccio qualcosa pare poi non aver funzionato anche prima.

Il 22 novembre 2018, l’uomo viene arrestato perché tenta di dare fuoco alla porta dell’abitazione della moglie. Fermato, scatta l’arresto. Dura però solo meno di due mesi. A febbraio l’uomo viene scarcerato dal giudice con solo l’obbligo di firma e nemmeno il divieto di avvicinarsi alla donna. Obbligo di firma che in poco tempo scende da quattro a un solo giorno alla settimana. A giugno poi un altro intervento. La polizia lo segnala perché venga applicato il divieto di avvicinamento. La Corte d’appello, alla quale l’uomo si era rivolto per contestare l’obbligo di firma, respinge la richiesta della Procura. E si arriva così a fine alla tragedia di sabato notte.

Giustizia distratta, procedure lente? Tutto può essere. Ma chi, da poliziotto, ha avuto modo di conoscere la vita devastata di quella donna, ammette: “Lei quell’uomo se lo è sempre ripreso in casa, lui aveva le chiavi dell’appartamento e lei mai nemmeno ha cambiato la serratura”. Il 27 agosto, le volanti avevano consigliato ad Antonella di lasciare la sua casa. Lei avrebbe detto di sì. Voleva andare a Rozzano dalla figlia.

“I numeri a Milano sono da vero allarme”, hanno spiegato in questi giorni in Procura. “Denunciare è fondamentale” ci spiega un poliziotto. Codice rosso o meno. Un ultimo esempio di ieri: l’uomo ha una condanna per maltrattamenti, va ai domiciliari, può uscire di giorno perché lavora, la sua ex sta a duecento metri. Lui sui social posta la sua immagine sotto casa di lei, scrive: “Te ne pentirai”, si fa ritrarre con una pistola. La donna così va dalla polizia e denuncia. Ora al pm è arrivata una richiesta di divieto di avvicinamento. Cosa, si spera, che il giudice firmerà. “Se la vìola, finisce in carcere e buttiamo la chiave”, parola di sbirro da strada.

Jovanotti: “Mondo ambientalista più inquinato delle fogne”

“Non mi sarei mai aspettato che il mondo dell’associazionismo ambientalista fosse così pieno di veleni, divisioni, inimicizie, improvvisazione, cialtroneria, sgambetti tra associazioni, protagonismo narcisista, tentativi di mettersi in evidenza gettando discredito su tutto e su tutti, diffondendo notizie false. Il mondo dell’ambientalismo è più inquinato dello scarico della fogna di Nuova Delhi!”: a dirlo è il cantautore Jovanotti, in risposta alle polemiche e alle proteste per i concerti in spiaggia del Jova Beach Party e per il potenziale impatto sugli equilibri dell’ambiente. “Quando abbiamo iniziato a progettare – spiega – la primissima cosa che abbiamo fatto è stato contattare il WWF. E invece, sottolinea, c’è stato “un delirio nei social, una miriade di cazzate sparate a vanvera da chiunque, una corsa al like facile”. Siamo esterrefatti dal linguaggio di Jovanotti, una caduta di stile che ci ha lasciato amareggiati – replica Italia Nostra -. Abbiamo monitorato i concerti in alcune location considerate particolarmente sensibili. Forse la scelta delle spiagge è stata dettata dal desiderio di economizzare. Non abbiamo niente contro i concerti purché siano organizzati in luoghi idonei”.

Ora Whirlpool rinnega l’accordo con Di Maio

Hanno contato i giorni che li separavano dall’agognata salvezza certificata dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto Imprese, scritto appositamente per la loro fabbrica, senza però mai smettere di ricordare che la strombazzata “riconversione” era sostanzialmente “una presa in giro”. Una speranza che, ora, per i 440 operai della Whirpool di Napoli si è frantumata davanti al peggiore degli scenari possibili: il decreto sulle crisi aziendali – approvato salvo intese e che dovrebbe essere pubblicato a giorni – per la multinazionale di elettrodomestici contiene “interventi non sufficienti a garantire la profittabilità dello stabilimento di Napoli e la competitività di Whirlpool in Europa, Medio Oriente e Africa”. E che “l’unica soluzione è dare una nuova missione produttiva al sito”.

Secondo l’azienda i 16,9 milioni di euro previsti dal dl imprese per il biennio 2019-2020 non bastano più, perché gli incentivi sono calcolati considerando la messa in solidarietà al 60% della quasi totalità dei 5.500 dipendenti di Whirlpool in Italia, compresi anche quelli di Fabriano e Melano e gli impiegati negli uffici.

Una comunicazione che di fatto scavalca il tavolo delle trattative, aumentando – a pochi giorni dall’incontro al ministero con le parti sociali (il 6 settembre), il clima di confusione su questa vertenza. Già nelle analisi presentate ad inizio agosto l’azienda aveva iniziato a parlare di quello che si doveva cambiare. “L’unica soluzione sostenibile – avevano dichiarato – è il progetto di riconversione identificato”, spiegando che 17 milioni di incentivi non avrebbero dato una risposta alla perdita di 20 milioni l’anno che soffre lo stabilimento. E che la multinazionale non riuscirebbe a riassorbire la crisi nemmeno “se costruisse a Napoli i prodotti che ora fabbrica in Cina e in Polonia”. Un piano che il ministro Di Maio e sindacati hanno bocciato a giugno, quando si è raggiunto un accordo – con lo stanziamento dei fondi – per far continuare a produrre a Napoli l’alta gamma di lavatrici e affiancando a questo qualche altra produzione riportata dall’estero per saturare i livelli occupazionali. Fino alla doccia fredda di ieri.

“Ancora una volta Whirlpool dà uno schiaffo alle lavoratrici e ai lavoratori dello stabilimento di Napoli. Questo per noi è inaccettabile. L’azienda si attrezzi per riavviare il tavolo di confronto”, attacca Barbara Tibaldi (Fiom). La Uilm, invece, accusa la multinazionale di “cercare alibi” ribadendo la volontà dei sindacati di mantenere a Napoli la produzioni di lavatrici ad alta gamma. Un obiettivo che, dopo la nuova nota, sembra molto più complicato da raggiungere.