Fca, dimezzata in 20 anni la produzione delle automobili

Il 2019 era stato definito un anno nero per la produzione dell’automotive in Italia, ma gli ultimi numeri riportano un quadro globale ancora più cupo: sono a rischio un settore portante per il Paese e migliaia di posti di lavoro. Secondo una ricerca condotta dalla Fiom-Cgil, dal 1999 al 2018 la produzione Fca di auto in Italia si è dimezzata, passando da 1,4 milioni a 670 mila vetture, con un calo del 41% dei posti di lavoro e del 35% delle ore lavorate. Un contesto – denuncia il sindacato – nel quale Torino “è un buco nero” e la Maserati di Grugliasco “è a rischio”.

Nel dettaglio, se nel 2006 nello stabilimento Mirafiori di Torino si produceva 6 modelli e 218mila vetture, nel 2018 gli autoveicoli sono crollati dell’80% (43.071 vetture). Quello che però preoccupa è l’utilizzo degli ammortizzatori sociali: l’ultimo anno in cui non c’è stato utilizzo degli ammortizzatori sociali a Mirafiori – spiega il segretario delle tute blu torinesi Edi Lazzi – è stato il 2007 e in Piemonte nell’auto si sono persi 18 mila posti. La ricerca ha preso in esame anche l’impatto che avrà la produzione della 500 elettrica. Fca ha dichiarato una capacità produttiva di 80 mila vetture, ma ha stimato vendite possibili nell’ordine di 20 mila unità. In altre parole, la 500 elettrica non basterà a garantire la piena occupazione. Inoltre, considerando che sul territorio gli stabilimenti sono Mirafiori e Maserati, il rischio è quello della chiusura di uno dei due, più verosimilmente Grugliasco. Un profondo rosso confermato anche dai dati di vendita di agosto: il mercato ha segnato un calo del 3,1% annuo, con appena 88.939 immatricolazioni.

La truffa delle indennità: maxi-stangata su Alitalia

Una supermulta di circa 70 milioni di euro si sta abbattendo su Alitalia proprio nel momento più buio della sua travagliata esistenza, con la cassa aziendale che si assottiglia e alla vigilia della presentazione delle offerte irrevocabili per l’acquisto da parte dei privati del 50 per cento circa della compagnia. La multa è comminata dall’Inl-Ispettorato nazionale del lavoro in base alle indagini degli Ispettori di Roma e dell’Inps di Milano e Brescia; la causa è evasione contributiva e il lasso di tempo preso in esame riguarda le gestioni aziendali degli ultimi anni, da quella dei Capitani coraggiosi messi in pista nel 2009 da Silvio Berlusconi, fino agli amministratori straordinari di oggi, Enrico Laghi, Stefano Paleari e Daniele Discepolo. L’indagine è ancora in pieno svolgimento e secondo fonti qualificate sentite dal Fatto Quotidiano, alla fine l’evasione complessiva contestata potrebbe essere di circa 300 milioni di euro. In una nota al nostro giornale, Alitalia prende atto delle sanzioni, rivendica la regolarità dei suoi comportamenti e annuncia ricorsi.

I verbali redatti dagli Ispettori sono 4, consegnati nel corso degli ultimi 10 mesi. Il primo e il secondo verbale riguardano Alitalia-Cai, cioè i tempi in cui l’azienda era guidata da Luca Cordero di Montezemolo, portano rispettivamente le date del 15 ottobre e del 28 novembre di un anno fa e prendono in esame periodi ristretti dell’attività della compagnia: il primo appena 4 mesi alla fine del 2013, il secondo l’intero 2014. Gli altri verbali sono più recenti, datati rispettivamente 14 aprile e 27 luglio di quest’anno, riguardano Cityliner, controllata al 100 per cento da Alitalia, e prendono in esame un periodo lungo, da marzo 2014 fino ad aprile 2019. Questa eterogeneità di tempi e situazioni ha prodotto una varietà di importi nelle sanzioni, nel recupero dei contributi richiesti e negli interessi di mora. Con il primo verbale ad Alitalia viene contestato un importo di quasi 8 milioni di euro mentre il secondo verbale commina una multa molto più consistente di oltre 51 milioni. I due verbali di Cityliner cumulano, infine, circa 12 milioni di multa.

Gli Ispettori stanno indagando su Alitalia da più di due anni e l’intera operazione è stata avviata in seguito alle segnalazioni della Cub Trasporti guidata da Antonio Amoroso e da AirCrew Committee, associazione di assistenti di volo e piloti. Le due organizzazioni si rivolsero all’Ispettorato del lavoro di Roma e alla Procura di Civitavecchia sostenendo che la compagnia non stava concedendo i riposi previsti dalle normative vigenti e quindi la cassa integrazione veniva utilizzata con criteri anomali. Battendo questa pista gli Ispettori sono arrivati alla conclusione che nel corso degli anni Alitalia ha sistematicamente evaso la corresponsione dei contributi previdenziali ad assistenti e piloti per quanto riguarda le indennità di volo, istituti contrattuali che soprattutto nell’ultimo decennio sono diventati una voce corposa delle retribuzioni.

L’indagine innescata dalla Cub Trasporti ha consentito agli Ispettori del lavoro di individuare comportamenti scorretti nel pagamento di contributi di altre due grosse compagnie che operano in Italia: Ryanair e EasyJet. Alla prima è stata comminata una multa di oltre 9 milioni di euro relativamente al 2014 mentre sono ancora sotto esame gli anni successivi fino ad oggi. La multa a Easyjet ammonta a 3 milioni di euro e riguarda solo il periodo tra il primo maggio e il 31 dicembre 2014 e anche in questo caso è presumibile siano contestati ulteriori importi. Negli ultimi anni le compagnie hanno fatto ampio ricorso alle indennità di volo per il semplice motivo che esse godono per legge di un trattamento contributivo e fiscale molto favorevole che permette cospicui risparmi sul costo del lavoro. Secondo gli Ispettori, però, le compagnie hanno abusato di queste agevolazioni, spacciando per indennità anche attività che non potevano essere considerate tali.

Mail Box

 

Speciale crisi: ma i giornalisti in tv sono tutti di destra?

Ho seguito per ore lo speciale del Tg1 sulla crisi di governo.

I giornalisti presenti o in collegamento e gli invitati, con la rarissima eccezione di un costituzionalista, erano tutti di destra!

Poi è apparso Luca De Carolis del Fatto. Ho pensato che finalmente avrei sentito un riferimento alla Costituzione, ma purtroppo anche lui ha dimenticato la Carta, parlando solo delle nomine dei vicepremier. Avrebbe dovuto dire subito che la parola e la funzione di vicepremier nella Costituzione non esiste!

La carica è stata inventata dal Cazzaro verde e da Di Maio che volevano condizionare Conte facendogli da vice! Cosa vergognosa, inaudita, e incostituzionale.

Purtroppo i conduttori del primo canale sono pagati per far parlare chiunque. Non si spiega altrimenti come si invitino e si facciano parlare per ore giornalisti di testate che nessuno legge, con tirature ridicole, ma invariabilmente tutti di destra.

Romano Lenzi

 

Vicepremier, carica legittima seppur non prevista dalla Carta

Nell’editoriale Raccolta differenziata Travaglio riporta un’inesattezza: “Tutti parlano del o dei vicepremier (carica inesistente nel nostro ordinamento)”.

In realtà tale carica è espressamente prevista dall’art. 8 comma 1 della legge n. 400/1988, rubricato, appunto, vicepresidenti del Consiglio dei ministri.

Si tratta, come si ricava chiaramente dal successivo comma 2, di un Ufficio che può non essere formalmente attribuito ma che, in ogni caso, è previsto da una legge dello Stato.

Giorgio Murru

 

Caro Giorgio,

non tutte le cariche non descritte dalla Costituzione sono inesistenti o illegittime. Pensi che l’unico ministro citato dalla Carta è quello della Giustizia: forse che gli altri non dovrebbero esistere?

M. Trav.

 

Governo M5S-Pd: perché i media sono così scettici?

Ho letto il pezzo di Padellaro su Piazza Grande e ne condivido ogni virgola. Com’è possibile che una così gigantesca botta di… fortuna, innescata dal Salvini furioso, possa essere messa in discussione con tanta leggerezza?

Concordo sulla responsabilità dell’informazione italiana che, a differenza dell’Europa, che ha salutato con manifesta soddisfazione l’accaduto e preso al volo l’occasione di un nuovo confronto con Conte, si è spesa senza tregua (vedi Mentana, che si è inviluppato in una maratona infinita) per soffiare sul fuoco dell’incertezza.

È il momento di ascoltare Grillo e di avere fiducia in Conte, perché è indubbiamente lui l’artefice della cacciata dei barbari. Capisco che il buon Di Maio non ne esca benissimo, ma colga al volo l’occasione di dare una sterzata vera alla politica di questo Paese.

Roberto Giagnorio

 

Conte come Moro: contro la casta, per il cambiamento

Nei 40 anni successivi all’assassinio di Aldo Moro il potere è stato saldamente detenuto da una classe dirigente parassita. Un omicidio che ha sventato il tentativo dello statista pugliese di saldare insieme le componenti migliori di Dc e Pci. Ora si è presentato sulla scena politica Conte, legittimato dalla sfiducia dell’otto agosto a completare questa operazione. Infatti il governo nascente dovrà essere caratterizzato dal rilancio della meritocrazia dell’ala riformista, perché il parassitismo va per lo meno ridimensionato per rilanciare il Paese. È un compito difficile e impegnativo, ma i tempi sono maturi.

Francesco Degni

 

Migranti: riaprire i porti nuocerebbe al nuovo governo

Si profila il nuovo governo M5S-Pd e i vari “buonisti accoglitori” hanno ripreso la tiritera sull’apertura indiscriminata ai migranti, basata su presupposti fasulli e fuorvianti. Ma le politiche dei governi a guida Pd avevano favorito l’ascesa della Lega, bloccata solo dall’incredibile harakiri di Salvini. Il nuovo governo deve fare scelte chiare e di buon senso, che rassicurino e plachino la rabbia della gente. La politica di contrasto all’immigrazione clandestina è uno dei banchi di prova. Riaprendo i porti agli sbarchi di massa, il governo giallo-rosa durerebbe poco, spazzato via a furor di popolo, con Salvini che non aspetta che puntare ai “pieni poteri”.

Mario Frattarelli

 

Alla festa del Fatto, discorsi e incontri sopra e sotto il palco

Dalla festa del Fatto alla Versiliana porto a casa: la passione tangibile, quasi toccabile con mano, del magistrato Nino Di Matteo per la giustizia nel suo concetto più alto e nobile, ma anche la sua genuina convinzione che la magistratura sia ripulibile con l’autogoverno degli stessi magistrati, senza normative esterne che indirizzino i carrieristi. Mi porto a casa la “confessione” di Padellaro, su spinta di quel monello di Gomez, di aver deciso di creare un nuovo giornale in quanto disoccupato (grande!).

Soprattutto mi porto a casa la chiacchierata con una signora di Sestri Levante che, accompagnata dalla figlia, si è fatta un’ora di macchina, nonostante l’operazione alla spalla, le ginocchia doloranti, la fatica di star in piedi in fila: come me è rimasta seduta sotto il sole cocente delle 11 del mattino ad ascoltare anche le virgole dei discorsi.

Barbara Cinel

Papi da cinema (ma attenti a depressioni e ascensori)

Morto un Papa, se ne gira un altro. Nell’ennesima Mostra delle sfighe e della mestizie senza frontiere, almeno il Santo Padre conserva un filo diretto con il malconcio dio del Cinema. Tutti ricordiamo il cardinal Melville di Habemus Papam presentato da Nanni Moretti a Cannes nel 2011, Michel Piccoli balbettante e vagolante per le stanze della Santa Sede, poi per le strade di Roma; due anni dopo, quando Joseph Ratzinger annunciò le proprie dimissioni, fu inevitabile vedere in quel film la materializzazione e la premonizione di un tempo malfermo, perplesso e depresso, dove i sudditi stanno sempre peggio, ma nemmeno il potere si sente troppo bene. Ed ecco che il Vaticano e il suo sommo rappresentante tornano a Venezia con The New Pope, versione secolare e più svestita nei sotterranei vaticani di Salvini al Papetee; ecco che l’anteprima festivaliera arriva il giorno stesso in cui Papa Francesco si ritrova chiuso in ascensore per 25 preziosi minuti, così all’Angelus prima di scusarsi coi fedeli deve ringraziare i pompieri. Anche qui non sarà premonizione in senso stretto, ma questa surrealtà in agguato, sospesa tra il grottesco e il mistero, quanto le antenne di Sorrentino sono più sensibili a captare, suona parecchio familiare. Queste coincidenze in odore di santità suggeriscono due conclusioni parallele. Non avendo più santi a cui votarsi, il cinema ormai si rivolge al loro vicario; ma è pur vero che per elevarsi non ci si può più fidare di nessuno, nemmeno degli ascensori.

Climate change: dieci cose da sapere, molte altre da fare

Di questi tempi, un saggio sui cambiamenti climatici come questo, pubblicato in prima edizione nel 2009, necessita di frequenti aggiornamenti. […] La cronaca degli eventi meteo-climatici si arricchisce di preoccupanti anomalie e il settore è denso di continue acquisizioni scientifiche di cui è importante dar conto.

[…] Nei 10 anni che separano la prima edizione di questo libro dall’attuale:

– la popolazione terrestre è passata da 6,9 a 7,7 mld di individui (+12%)

– la concentrazione di diossido di carbonio in atmosfera è aumentata da 390 a 415 ppmv-parti per milione in volume (+6%);

– il metano è incrementato da 1.788 a 1.866 ppbv-parti per miliardo in volume (+4%).

1. Il clima sta davvero cambiando? Sì, la crisi climatica è ormai inequivocabile, e la constatiamo soprattutto dall’aumento delle temperature medie globali (+1 °C nell’ultimo secolo), dalla maggiore frequenza delle ondate di calore inedite, con conseguente fusione dei ghiacciai (superficie dimezzata in 150 anni sulle Alpi), aumento dei livelli oceanici (+3,5 mm/anno), maggior frequenza di siccità e incendi boschivi, variazioni nella distribuzione geografica di piante e animali ed estinzioni di specie. Meno univoche le tendenze delle precipitazioni. […] Ma in generale stanno aumentando i rovesci intensi: con le temperature più elevate l’acqua evapora più rapidamente dagli oceani e l’aria contiene più vapore acqueo.

2. Però a maggio faceva ancora freddo… Non bisogna confondere i concetti di tempo − ovvero le situazioni meteorologiche a scala locale nell’orizzonte di ore o pochi giorni, come il freddo italiano del maggio 2019 − e di clima − ovvero l’evoluzione delle condizioni medie su lunghi periodi, alla scala di decenni e secoli e a livello globale. Anche in un pianeta che mediamente (e velocemente!) si riscalda, si possono ancora verificare brevi periodi di freddo insolito, benché più rari.

3. Di chi è la colpa? In passato il clima terrestre è sempre cambiato per cause naturali (caratteristiche dell’orbita terrestre, variazioni dell’attività solare, eruzioni vulcaniche), ma il riscaldamento attuale è di sicuro dovuto alla crescente emissione di gas serra conseguente all’utilizzo di combustibili fossili e alla deforestazione (CO², diossido di carbonio), ma anche per l’allevamento intensivo di bovini (CH4, metano). Nel 2018 si è toccato un record di emissione di 33 miliardi di tonnellate di sola CO², la cui concentrazione nell’aria sta aumentando di circa 2,5 ppmv all’anno e nel maggio 2019 è salita a 415 ppmv, massimo valore da almeno 3 milioni di anni. […]

4. Chi emette più gas serra? I Paesi più ricchi, industrializzati e con economie basate sul carbone e molti sprechi di energia e materie prime, con oltre 20 tonnellate di CO² equivalente pro capite all’anno (Usa, Canada, Australia). Al contrario i Paesi più poveri – Africa subsahariana, Afghanistan… dove non si raggiungono i livelli minimi di accesso a energia, cibo e servizi − contribuiscono pochissimo al riscaldamento globale (poche decine di kg di CO² pro capite), ma ne subiscono gli effetti. L’Europa e l’Italia stanno nel mezzo, rispettivamente con 8,7 e 7,1 tonnellate pro capite (2016), mentre sta crescendo il contributo delle economie emergenti (Cina, India, Brasile).

5. Cosa potrà accadere in futuro? I modelli climatici indicano che se non riduciamo subito le emissioni, entro la fine di questo secolo le temperature medie globali aumenteranno di oltre 4 °C (ma anche di 10 °C e più nell’Artico!), moltiplicando le ondate di caldo mortali e facilitando la propagazione di malattie tropicali; tempeste e nubifragi più violenti si alterneranno a siccità più lunghe penalizzando la produzione agricola, i ghiacciai fonderanno (quasi del tutto sulle Alpi) e i mari si alzeranno di almeno un metro sommergendo città e pianure costiere oggi abitate da centinaia di milioni di persone (Venezia, New York, Mumbai, Giakarta…). […]

6. Come si può prevedere il clima tra cent’anni? […] Le previsioni climatiche, ottenute da complessi modelli di simulazione su supercalcolatore che accoppiano atmosfera, oceani, criosfera e biosfera, indicano l’evoluzione media del clima globale a scala decennale/secolare in base a popolazione, consumi energetici, emissioni serra […].

7. Perché dobbiamo preoccuparci? […] Se incontrastati, i cambiamenti climatici insidieranno la salute umana e scateneranno migrazioni epocali e gravi tensioni geopolitiche che si sommeranno alle guerre per l’accesso alle risorse naturali, sempre più scarse in un mondo sovraffollato (acqua potabile e per l’irrigazione, terre coltivabili, petrolio e minerali rari, pesce…).

8. Cosa possiamo fare? Dobbiamo ridurre subito la pressione umana su ambiente e clima (Antropocene), riducendo i consumi di energia e materie prime, con convergenza tra un insieme di strategie individuali e collettive (dal basso) e politiche (dall’alto) che permettano di soddisfare i bisogni primari dell’Umanità rimanendo però entro i limiti fisici planetari (“economia della ciambella”). Ecco alcune azioni prioritarie: moderare la natalità tramite programmi educativi, soprattutto nei Paesi poveri, per evitare il continuo aumento di popolazione; evitare i viaggi aerei, soprattutto intercontinentali; limitare l’uso e i consumi di carburante dell’auto privata […]; migliorare l’efficienza energetica degli edifici e la produzione da fonti rinnovabili […]; scegliere fornitori di energia elettrica da fonti rinnovabili; privilegiare beni durevoli (no usa-e-getta), ridurre all’origine la produzione di rifiuti, riciclare, recuperare e riutilizzare gli oggetti (economia circolare); scegliere frutta e verdura di stagione, il più possibile locale, e se possibile coltivare un proprio orto; puntare a una dieta in prevalenza vegetariana o comunque a basso apporto di carne bovina; azzerare lo spreco di cibo (un quarto delle emissioni serra deriva dalla filiera di produzione alimentare).

9. Cos’è l’Accordo di Parigi? È un accordo internazionale faticosamente raggiunto nel 2015 alla Cop-21 di Parigi, a oggi ratificato da 185 Paesi responsabili dell’88% delle emissioni serra globali. Punta a decarbonizzare l’economia (zero emissioni a metà secolo) per contenere sotto i 2 °C, e possibilmente a 1,5 °C, il riscaldamento globale dall’era industriale al 2100. […]

10. Come si sta comportando l’Italia? Come nel resto d’Europa, la consapevolezza ambientale e gli sforzi di decarbonizzazione sono un po’ aumentati negli anni recenti: l’efficienza nella produzione di energia è migliorata, le fonti rinnovabili coprono un terzo dei consumi elettrici (e siamo il quinto Paese al mondo per potenza fotovoltaica installata), le emissioni serra complessive sono diminuite del 17,4 per cento tra il 1990 e il 2017. Tuttavia restiamo un Paese che consuma, spreca e inquina troppo.

Contanti. Controlli sopra i 10 mila euro. Ma nel mirino sempre i pesci piccoli

 

Se non prendo un abbaglio, l’evasione fiscale in Italia si aggira intorno ai 130 miliardi di euro. Altro che nero! È un buco nero che ormai ha divorato l’economia del nostro Paese. Ma quello che io non capisco è come sia possibile che tutti sappiano benissimo chi evade – non certo noi dipendenti – da sempre nessuno fa mai niente. Anzi, fanno eccome: continuano a mettere in croce i contribuenti onesti, proprio come stanno facendo con questa ondata di nuovi controlli per chi spende più di 10 mila euro al mese. Allora, facciamo che io mi porto avanti e mi autodenuncio: mia figlia il prossimo mese si sposa e, tra i soldi che sborserò per organizzare il matrimonio e quelli che le regalerò, supererò questo limite. Rischio l’arresto? Sono sicura che se non pagassi veramente le tasse rischierei di meno.

Ornella Brecci

 

Gentile signora Ornella, partiamo dalla fine della sua lettera: può godersi il matrimonio di sua figlia senza temere nulla se le operazioni sono lecite e giustificabili. La novità di cui parla, entrata in vigore da ieri, è invece una stretta sul prelievo anomalo di contanti. Si tratta di controlli previsti dalla legge antiriciclaggio su quanti vivono al di sopra delle proprie capacità reddituali. Ad esempio, chi richiede la mensa gratis per il figlio presentandosi con un Isee praticamente azzerato, ma poi va in vacanza su uno yacht o sfreccia su un superbolide che però è intestato a qualcun altro. Meglio, quindi, chiarire che non sarà una segnalazione automatica di operazione sospetta, ma un campanello d’allarme che verrà acceso da parte della Uif, l’autorità che si occupa di prevenzione del riciclaggio. Semplificando, banche, poste, assicurazioni e intermediari finanziari entro il 15 settembre dovranno inviare all’autorità i dati – riferiti ai mesi di aprile, maggio, giugno e luglio – di tutti i contribuenti che hanno messo in circolo, tra prelievi e versamenti, più di 10 mila euro attraverso più operazioni singolarmente pari o superiori a 1.000 euro. Praticamente milioni di dati per mappare quanti continuano a usare il cash nonostante la spinta verso l’utilizzo dei più tracciabili bancomat, carte di credito e bonifici. L’indagine non darà invece visibilità per i contanti nelle cassette di sicurezza. Concordo con lei che la lotta al nero sia un tema politicamente delicato e troppo controproducente. La Uif sa già che i contanti vengono usati maggiormente al Sud per una questione di arretratezza finanziaria e tecnologica ma gli usi anomali sono concentrati al Centro Nord, laddove– guarda caso – l’economia muove risorse maggiori.

Patrizia De Rubertis

Con Rousseau l’ignoto fa paura ai potenti

Quanta paura di Rousseau. Non del filosofo ginevrino, ovvio, ma della piattaforma ideata dalla Casaleggio&Associati e che è il cuore del processo decisionale a 5 Stelle. E che viene costantemente denigrata, insultata e aborrita, come se da essa potesse provenire un veleno capace di sterminare la politica in bella copia amata dal ceto politico dominante. E forse è proprio questo il punto, questa la ragione di tanto odio e di tanta acrimonia.

Ragioniamo, ovviamente, prendendo per buona la validità dello strumento come ha avuto modo di sottolineare Enrico Mentana durante una delle sue Maratone televisive davanti ai suoi ospiti giornalisti più propensi allo scherno e all’insulto.

La schiettezza della votazione è data dalle sue stesse regole: votano gli iscritti da almeno sei mesi regolarmente certificati. Quindi, invece di riunire la Direzione nazionale o chissà quale consesso immaginario – chi ha votato nella Lega per la rottura dell’alleanza di governo? – si dà la parola agli iscritti. Che questo possa generare isteria dominante appare surreale. A meno che non sia proprio l’idea di dare la parola agli iscritti, ai cittadini, a spaventare sopra ogni altra cosa. Il punto è questo. L’idea utopistica di Casaleggio padre e dello stesso Beppe Grillo, agli albori della nascita del M5S, è stata sempre la stessa: sostituire la Rete alle forme tradizionali della politica e permettere a tutti, proprio a tutti, di intervenire. Che il progetto avesse e abbia delle contraddizioni è indubbio. Le decisioni migliori si prendono discutendo apertamente, incontrandosi, parlandosi. Lo stesso Rousseau, che non poteva certamente immaginare cosa fosse la Rete, propendeva, nella sua ipotesi di democrazia diretta, per assemblee in città e Stati non troppo numerosi, abbastanza ristretti da poter far funzionare il meccanismo della decisione priva di delegati.

Ma il principio di fondo, quello che davvero fa paura, è la possibilità di chiamare a decidere una platea di cittadini ignoti. La democrazia diretta è quell’ignoto che fa paura ai potenti. L’ignoto, irriconoscibile, l’alieno si intromette nelle decisioni prese dai vertici di partito e può anche stravolgerle. E che c’è di male? Michele Ainis, su Repubblica, lamenta che la decisione avrebbe dovuto essere stata presa prima, subito dopo la crisi con la Lega. Può darsi, ma allora non c’era la certezza di un governo incaricato e di un programma allegato, cosa che la piattaforma ha annunciato voler mettere a disposizione dei suoi iscritti. Non ci sarebbe stata la chiarezza del quesito – tutti i commentatori hanno dubitato che quel quesito sarebbe stato confuso e pasticciato, cosa che invece non è –, e non ci sarebbe stata la crucialità della decisione, cosa che fa paura e manda tutti nel panico e che invece costituisce il sale della votazione.

Se avrà il via libera della piattaforma, cioè degli iscritti, quindi del corpo sovrano del M5S, il governo Conte non avrà più da temere da quel lato e sarà più forte, molto più forte. Altrimenti, non sarebbe dovuto mai nascere.

Nel 1992, in un saggio scritto in altra epoca storica, Norberto Bobbio ricordava che la democrazia diretta è sempre stata una risorsa della sinistra e che il confronto tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa rinviava a quello tra il “socialismo” e il pensiero liberale. È sempre stato così, almeno dai tempi in cui Marx esaltava la Comune di Parigi, come la prima forma di democrazia levatrice di un nuovo assetto di potere. Poi, il declino della sinistra ha consegnato questa ipotesi politica ad altre formazioni e altre culture. Ma la democrazia diretta resta una risorsa inesplorata in un mondo in cui la democrazia istituzionalizzata è in forte crisi. Magari approfondendo partecipazione e dibattito, politico e culturale. Andando, davvero, nel senso indicato da Rousseau.

La quintessenza della medietà senza guizzi? È Zingaretti

“Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Nicola Zingaretti, e ogni volta che lo vediamo ci chiediamo se i due etti di finocchiona ce li taglierà a mano, e soprattutto a fettine fini”. Chiedendo scusa a Bruno Lauzi, e già che ci siamo pure a Paolo Conte, è in effetti impossibile immaginare un “leader” meno carismatico di Nicola Zingaretti. L’eloquio incerto, la dizione cacofonica, la risata fastidiosamente eterna e una presenza fisica più da salumaio di Vitiano che da conducator di quel che resta del centrosinistra: in apparenza non c’è nulla in lui che funzioni. Ogni volta che lo si osserva, vien da domandargli se sia da preferirsi il Prosciutto di Parma o il San Daniele: non certo quale debba essere il futuro del Paese. Nel giorno in cui i 5 Stelle demandano alla mitologica piattaforma Rousseau se fare o no lo Zingamaio, pretendendo quindi che Mattarella e il Paese dipendano dai ghiribizzi talebanistici di qualche decina di migliaia di “no” (poveri noi), è forse il caso di zoomare sulle (si spera) nobili gesta di Normal Zinga Man. Quintessenza della medietà senza guizzi, il cognato della moglie di Montalbano ha ora l’occasione della vita. Ma è un’occasione difficilissima, e lui (tutto fuorché impreparato) lo sa bene. Un 35% di suoi elettori non vuole l’accordo con i 5 Stelle: quindi la maggioranza è con lui. Sono invece molti di più (il 40%? Il 50%? Di più?) gli elettori M5S che non vogliono il Pd, ma questo riguarda Luigi Di Maio, che del resto ultimamente colleziona problemi senza risolverli. I duropuristi lessi 5 Stelle, tipo il consigliere grillino della Regione Lazio Davide Barillari, parla di “errore madornale”, minaccia “dimissioni in massa” (come se qualcuno lo seguisse) e chiama Zingaretti “er saponetta” (un giorno ci renderà edotti dei motivi di tale simpaticissimo nomignolo). Il mare è certo in burrasca, e Normal Zinga Man ci sta ben bene in mezzo. Era (è) il primo a non essere convinto dallo Zingamaio, anche se la sua reazione positiva al video di sabato di Beppe Grillo è forse la sua apertura più convinta delle ultime settimane. Inizialmente voleva le elezioni come e più di Salvini. Il segretario Pd lo aveva pure rassicurato al telefono, prima che Capitan Riflusso si inventasse la crisi più idiota del mondo: non perché Normal Zinga Man sia convinto di vincere (mica è scemo), ma perché vuole arrivare secondo e far politicamente fuori (si spera) i renziani, inserendo nel Palazzo tutta gente sua. È tuttora la posizione di Repubblica, che con commovente scelleratezza sta facendo una straordinaria campagna elettorale per Salvini, Meloni e Berlusconi non meno di Libero e Giornale (daje!). La mossa della Diversamente Lince di Rignano, che del Paese se ne frega ma di poltrone & potere no, ha costretto Normal Zinga Man a una retromarcia. Da allora è stato un annaspare pressoché continuo, ora per colpe sue (il diktat scemo contro Conte) e ora per deliri altrui (il Di Maio bambinesco di venerdì scorso). Lo Zingamaio, se nascerà, partirà di per sé incerto e strambo. Serve un miracolo: si tratta di scegliere tra la morte politica probabilissima (Zingamaio) e la morte politica certissima (elezioni subito e il peggior centrodestra d’Europa che ci piscia in testa per 5 anni). Normal Zinga Man è forse un buon politico, ma di sicuro non è un supereroe. Quindi non ha superpoteri. Mai come adesso, però, ne avrebbe e avrà bisogno.

Regole Ue, l’Italia eviti i soliti errori

La battaglia annunciata dal premier incaricato Giuseppe Conte per riformare il Patto di Stabilità europeo è già cominciata. Ma non è affatto detto che gli eventuali cambiamenti siano nell’interesse dell’Italia. “Mi piacerebbe molto che l’Italia desse un contributo critico per adeguare il Patto di Stabilità al nuovo clima economico”, ha detto Conte domenica alla festa del Fatto Quotidiano, alla Versiliana. I tentativi di rivedere il Patto di Stabilità, quello che impone il limite al deficit al 3 per cento del Pil e molti altri paletti, sono in corso da anni e negli ultimi mesi ci sono stati passi avanti su due piani: come interpretare le regole esistenti (la priorità della Germania e dell’asse del Nord) e come affiancare agli attuali paletti un sistema di incentivi vincolati alle riforme finanziati da un bilancio della zona euro (la strategia della Francia).

Quale sia il “nuovo clima economico” evocato da Conte lo ha però chiarito nei giorni scorsi il Financial Times che ha messo le mani sulle 108 pagine del piano “SGP 2.1”, cioè il progetto di riforma del Patto di Stabilità che deve “riportare fiducia tra le Capitali europee nella capacità dell’Ue di far rispettare le regole”. Indovinate qual è l’errore da correggere citato dal Financial Times? “Bruxelles è stata criticata pesantemente per aver evitato di punire il governo anti-establishment dell’Italia che ha fallito il rispetto degli obiettivi di deficit tra 2018 e 2019”. Anche il Financial Times riconosce però che obiettivi come la riduzione di un ventesimo all’anno della parte di debito pubblico che eccede il 60 per cento del Pil si sono rivelati impossibili da rispettare. E che troppe regole sono state interpretare in modo discrezionale dalla Commissione, quasi sempre in favore dei governi che si volevano incoraggiare o di cui si temeva la caduta. In Italia ne hanno beneficiato un po’ tutti, dall’esecutivo Letta a quello gialloverde appena caduto.

Il ministro dell’Interno francese, Bruno Le Maire, spera di vedere il primo budget dell’Eurozona nel 2021: ci saranno incentivi per i Paesi che fanno le riforme strutturali (come la Francia, sottolinea lui), gli altri non subiranno penalità ma dovranno contribuire al bilancio senza trarne in cambio benefici. L’Italia, con la sua crescita zero e il debito pubblico fuori controllo, è sempre il bersaglio di tutti i discorsi sulla “convergenza” tra economie dell’Eurozona che rimane incompiuta.

La frenata dell’economia tedesca non deve far pensare che adesso cominci una fase di regole lasche e deficit facili: l’elettorato tedesco può forse essere disposto a tollerare politiche espansive in patria, ma la sua disponibilità a trasferire risorse verso Paesi percepiti come riottosi non tanto al rigore quanto alle riforme resta invariata.

Perfino ai tempi di Mario Monti – il governo recente più in sintonia con il quadro europeo – il deficit non è mai stato un tabù: in una fase di recessione si può e si deve spendere, se i mercati lo consentono, cioè se sono sostenibili gli interessi pretesi dai creditori sul debito per finanziare investimenti e spesa sociale anti-crisi. Purtroppo l’Italia, passato il triennio dell’austerità 2010-2013, ha usato la “flessibilità” concessa dall’Ue (deficit in deroga alle regole) per finanziare spesa corrente dagli impatti elettorali invece che riforme e investimenti. Il solo governo Renzi ha bruciato circa 40 miliardi di deficit, che sono andati per il bonus 80 euro e un po’ di incentivi a pioggia a famiglie e imprese.

Ora che il ciclo economico si avvia a tornare negativo, tra guerre commerciali e rischi di recessione in America, l’Italia si scopre ancora più fragile. E soltanto le politiche monetarie espansive della Bce di Mario Draghi (e di quella imminente di Christine Lagarde) impediscono che questa somma di problemi si trasformi in una spirale finanziaria devastante modello 2011, innescata dagli aumenti dello spread.

Il governo giallorosso in formazione ha il diritto e anche il dovere di partecipare alla riscrittura delle regole del Patto di Stabilità, se non altro per evitare che le modifiche risultino penalizzanti per l’Italia, come accaduto nella precedente revisione tra 2010 e 2011. Per farlo, il primo passo è evitare gli errori compiuti dal governo gialloverde Lega-M5S: per mesi il ministero degli Affari europei è stato affidato da Paolo Savona, che scriveva suoi personali piani di riforma (Politeia) disinteressandosi dei negoziati veri. E poi, dopo il passaggio di Savona alla Consob, il ministero è rimasto a lungo addirittura sguarnito.

Gli slogan contro il deficit al 3 per cento garantiscono sempre qualche titolo di giornale, anche se li hanno pronunciati tutti gli ultimi presidenti del Consiglio. Le trattative a Bruxelles sono molto più noiose e lente. Ma è da queste che dipendono le conseguenze concrete.

Gestiva le politiche giovanili per Fd’I: “Comprava cocaina”

Luca Cavalieri, esponente di Fratelli d’Italia di 29 anni e assessore alle politiche giovanili di Lagosanto (Ferrara), è stato segnalato come assuntore di cocaina dopo essere stato scoperto ad acquistare droga dai carabinieri. Il giovane amministratore comunale – eletto in una lista di centrodestra comprendente anche la Lega – è stato individuato dai militari venerdì mentre comprava una dose da 1,16 grammi di coca da un noto spacciatore del posto. L’acquisto non è un reato, ma per l’assessore è scattata la segnalazione alla Prefettura come assuntore. In carcere è invece finito il pusher. Luca Cavalieri è invece stato costretto a rassegnare le dimissioni: era stato eletto in Consiglio con la lista del centrodestra tra le file di Fratelli d’Italia: “Sono costernato, dispiaciuto e mortificato per quel che è accaduto e chiedo scusa alla comunità che rappresento come amministratore”, ha commentato Cavalieri. “Non ho mai fatto cose del genere, questa è stata la prima volta ed è andata così… sono rammaricato. So di rappresentare una comunità, di essere un personaggio pubblico e per questo ho rassegnato le mie dimissioni da assessore e dal Consiglio comunale di Lagosanto”.