L’endemia tutto il virus porta via?

Forse l’anno nuovo porterà un regalo per tutti. L’incertezza è d’obbligo, come quando contiamo sul fatto che ci arriverà l’oggetto desiderato da un nostro caro. Potrebbe arrivare l’endemia a sostituire la pandemia. Parlo del virus che ci impegna in una guerra impari da ormai quasi due anni. Non dobbiamo dimenticare che, dal punto di vista biologico, non si sta assistendo all’aggressione di un nemico che vuole uccidersi, ma a una lotta per la sopravvivenza, proprio del virus. È un concetto difficile da accettare per i non addetti ai lavori, ma è la legge della Natura. SarSCoV2, per motivi che né noi né tantomeno lui conosciamo, si è trovato nel mondo umano. Per vivere, in quanto virus, ha avuto bisogno di cellule umane e perciò “la soluzione” migliore è stata passare da un individuo all’altro (infezione). In una prima fase della pandemia, ha ecceduto operando nel suo intento, provocando spesso la morte degli ospiti umani che, in realtà, gli hanno permesso di riprodursi. Ciò, dal punto di vista del virus, è stato negativo. Nell’evolversi della pandemia, se “lui” , per un errore, non si autoelimina, solitamente intraprende operazioni di “adattamento”. La sua patogenicità, cioè il danno che provoca al suo ospite diventa compatibile con la vita, non eccessivo, tanto da permettere (al virus) di riprodursi senza il pericolo di morire con l’ospite. Questa fase viene detta endemica. Pare che la variante Omicron possa essere il segno che ciò stia accadendo. Se nei prossimi giorni avremo conferma dei dati che stiamo raccogliendo, cioè che è molto contagiosa ma poco patogena, potrebbe sostituire la circolazione della variante Delta e Delta Plus e il Covid potrebbe diventare un lieve raffreddore. Ce lo promette il prof. Ciccozzi dell’UniCampus di Roma, genetista esperto: “Il virus si sta adattando a noi”. Ne ha studiato le mutazioni e ha dedotto (a suo parere) che siamo alla fine della pandemia. Potrebbe essere il regalo di Natale e l’ospite gradito. Attenti, però, incombe il pericolo che sorgano varianti provenienti da quella parte del mondo dove il vaccino è praticamente assente. Ma anche questo è uno dei problemi che ha risposte bla bla bla.

 

Credibilità, creduloni e vincoli di bilancio

E vabbè a pandemia, si sa, è una faccenda difficile: vaccini, finestre aperte e pedalare gli era parso un buon piano. Sì, è vero, qui e lì non ha disdegnato – nelle pur rare apparizioni pubbliche – qualche cazzata sesquipedale, tipo il Green Pass che dà “la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose”, però, insomma, er poro Mario mica è virologo e poi comunque pare sia tutta colpa dei partiti. La pandemia, dicevamo, la lasciamo da parte, però qua stanno crollando i dogmi del culto mariano uno dopo l’altro. Ve lo ricordate l’effetto Draghi sullo spread? Non se ne parla più (et pour cause, dicono a Bitonto): veleggia ormai attorno ai 140 punti e il rendimento dei Btp decennali verso l’1,3%, il doppio di quando il nostro s’assise a Chigi (a proposito, ma non dovremmo chiedere il Mes?). Vero, stiamo maramaldeggiando: non sono i nomi a determinare lo spread, anche se qualche cretino ci crede. La cosa più preoccupante, in realtà, riguarda proprio il core business di San Mario da Città della Pieve, l’uomo che a colpi della sua mitica “credibilità internazionale” ci dovrebbe portare in dote regole di bilancio meno penalizzanti di quelle attuali, che torneranno pienamente in vigore giusto tra un anno. Ecco, i tedeschi hanno già detto in chiaro (e Scholz direttamente a Draghi) che per loro il Patto di Stabilità va bene così. Allora noi ci siamo messi con la Francia e gli abbiamo dato appoggio per sovvenzionare con fondi pubblici l’allungamento della vita delle loro centrali nucleari: Macron, dal canto suo, ha firmato con Draghi un editoriale sul Financial Times per dire che ora l’Ue deve cambiare paradigma, basta austerità, eccetera. Ieri, però, sui giornali abbiamo letto in appositi trafiletti che l’Eliseo, cioè Macron, presidente di turno dell’Ue, fa sapere che “non bisogna forzare i tempi per una discussione così delicata”: una proposta non arriverà prima dell’autunno e “l’intesa potrebbe slittare al 2023” (è appena il caso di ricordare che il Bilancio 2023 va presentato nell’autunno di quest’anno). Parigi, ci fa sapere il CorSera, intanto si concentrerà su energia, auto ibride e altre cose che interessano alla Francia. Ora, non vorremmo abbandonarci a giudizi affrettati o men che rispettosi, ma non è che ’sto tizio è ’na sòla?

Dieci buone ragioni per eleggere una donna al Colle

“Le madri, le donne guardano il mondo non per sfruttarlo, ma perché abbia vita: guardando con il cuore, riescono a tenere insieme i sogni e la concretezza”

(dall’omelia di Papa Francesco nella Basilica di San Pietro, 1° gennaio 2022)

S’intitolava “È arrivato il momento di una donna al Colle” un mio articolo apparso su questo giornale il 21 settembre scorso. E reca lo stesso titolo l’appello lanciato recentemente da un gruppo di scrittrici e attrici, su iniziativa di Dacia Maraini. Nelle settimane precedenti, Il Fatto aveva già pubblicato una petizione a favore della candidatura di Liliana Segre che poi lei stessa ha declinato per motivi d’età. A questo punto, di fronte alle incertezze e alle divisioni dei partiti sulla corsa al Quirinale, si può ragionare intorno a dieci buone ragioni per riproporre la scelta di una donna, come opzione di rappresentatività piuttosto che di genere: proviamo a riassumerle in dieci parole, ben sapendo che se ne possono trovare almeno altrettante per sostenere la tesi contraria.

Discontinuità. Finora, nell’arco di settant’anni, si sono succeduti al Quirinale dodici presidenti. Tutti uomini. C’è evidentemente una tendenza alla conservazione, alimentata da un predominio maschile nella vita politica, e non solo. Una discontinuità sarebbe già di per sé un fattore di rinnovamento e di modernità.

Trasversalità. Nella difficoltà di individuare un candidato in grado di ottenere un largo consenso, una figura femminile autorevole e di prestigio potrebbe favorire una convergenza trasversale. Non solo fra le donne parlamentari di partiti diversi, ma anche fra deputati e senatori di schieramenti opposti.

Unità. Le donne, per loro natura, sono generalmente più inclini a unire le coppie e le famiglie. Riescono a tenere insieme, come ha detto il Papa, “i sogni e la concretezza”. Sono più unificanti che divisive.

Qualità. In tutti i campi, dalla politica all’economia, dalla scienza alla cultura, dallo spettacolo allo sport, le donne dimostrano di avere capacità equivalenti agli uomini. E spesso, anche superiori. Gli esempi non mancano neppure in ruoli tradizionalmente maschili.

Umanità. Per lo stesso fatto di essere o poter diventare madri, le donne sono fisiologicamente l’origine della vita. Mettono al mondo i figli e li allevano, assicurando la sopravvivenza del genere umano. Non a caso compiono meno violenze e meno delitti, o comunque meno efferati, dei maschi.

Imparzialità. Abituate a gestire i rapporti familiari, le donne tendono a essere più eque nei confronti dei figli o dei nipoti e quindi del prossimo. Pur essendo più concrete degli uomini, non indulgono né al “pragmatismo asettico” né all’astrattezza, per citare un’altra espressione del Papa.

Generosità. Le donne, senza cadere qui nelle generalizzazioni, sono più altruiste degli uomini, portati invece a essere più competitivi e quindi a coltivare un maggiore “egoismo sociale”. Per questo, le donne eccellono nel volontariato e nell’assistenza.

Responsabilità. Nell’educazione quotidiana dei figli, le madri svolgono un ruolo che spesso supera quello dei padri. E molte donne lavorano in casa e fuori. Questo esercizio continuo di responsabilità le rende particolarmente adatte a rappresentare e guidare una comunità nazionale.

Parità. Ingiustamente sottomesse e discriminate per secoli, oggi le donne rivendicano condizioni paritarie rispetto agli uomini. E costituiscono, quindi, un fattore determinante per ridurre le disuguaglianze sociali.

Femminilità. Questa, nel bene o nel male, è la loro caratteristica più naturale. Non si tratta di una dote puramente estetica, bensì sociale e culturale. Eleganza, grazia, gentilezza, empatia, umiltà e sensibilità. Ovviamente, con tutte le eccezioni del caso.

 

Noi, non vaccinati, condannati al ridicolo, al confino e al Tso

Caro direttore, lo chiamano lockdown per no-vax, mai parola fu più falsa e ingiuriosa. L’esotica e vile traduzione di una deportazione, in un paese dove Capitan Fracassa si ostina ad agire nel nome di un bene collettivo, alzando il tiro, chiedendo e non restituendo, mai. Siete più felici? Più salvi? O forse non odiate di più? Così sembrerebbe a guardarsi intorno. Siete oppressi? O liberi? Rispondete in cuor vostro, solo lì dimora la verità, non certamente nelle feritoie di una tentacolare necropoli di menzogne, dove siamo finiti a villeggiare, considerandolo un gran bel posto. La deportazione in un’isola, dove io vivo, significa: Montecristo. Sarà un ergastolo? Di grazia, nel nome di cosa?

Percentuale altissima di vaccinati, si stanno ammalando tutti, di Covid o di un bel mix di Covid e influenza, vai a capire. Qualche settimana fa, muore un amico di mio fratello, giocavano a basket insieme, aveva 50 anni, fa la terza dose, muore l’indomani. La madre non si dà pace e va a piangere da mio fratello. Cosa possiamo dire? Signora mia, è per il bene collettivo. C’è il congiunto di un conoscente, vive a Ragusa, regolarmente vaccinato, finisce in terapia intensiva, muore. Mi aspettavo un sussulto tra i cosiddetti pensatori, artisti, scrittori, sentinelle di quel fattore esterno e pruriginoso definito in un tempo arcano “libertà”, in merito alla recinzione destinata ai no-vax, categoria fluttuante, che assomma santoni divoratori di lattuga a chiromanti e militanti della new age o ruttatori di birra davanti la tv: questa è l’immagine fumettistica che certa stampa genuflessa diligentemente esporta da un tg all’altro. Mi aspettavo l’indignazione perlomeno, obsoleto mood di un’epoca di dinosauri. Macché, siamo pochi sparuti visionari, penso al poeta Aldo Nove, diventato testé un fuori di testa, perché farnetica qualcosa come: la morte della democrazia. Lo smaterializzeranno i soldati dell’esercito del fastidio, un po’ come hanno smaterializzato e ridotto a miserrimi paria menti illuminate, penso ad Agamben, a Cacciari, a Barbero (che postume femministe hanno inteso fare a fette per una frasetta del cavolo, una vera manna). I virologi canterini ci hanno abituato all’insulto catodico, all’odio pedagogico, alla volgarità da protocollo per il bene del Paese. Mestamente chiede lumi sulla possibilità di un Tso financo la De Gregorio su La7, lo chiede al virologo con gli occhi truci, ma è quel che sembra (sarà un’animella), questi occhi che paiono disgustati dal mondo e dal singolo fino alla settima generazione. Ma è una suggestione, chiedo scusa al virologo dalle sopracciglia ad ali di rondine. Tso. Capite? La governatissima De Gregorio. Immaginiamoci per ironia del destino, la vita è fatta un po’ così, la medesima costretta alla coatta reclusione, la piega scompigliata, pensare: ma chi me lo doveva dire a me? (Un gergale, lei lo formulerebbe meglio).

Un Tso. A noi ruttatori di birra, no-vax per estensione, intanto tocca la morte sociale. Dovete vedere un plotone e i prigionieri al muro. Dovete vedere una morte sociale, capite. Distopicamente possiamo considerarci la realizzazione di una profezia, la profezia orwelliana. Ma siamo persone perbene. Crediamo allo Stato. Ci siamo fidati. Siamo sazi, pigri, non abbiamo conosciuto che la democrazia, e l’enorme balla su cui viaggiamo ci ha consentito una vita autorizzata tutto sommato. Persino gli anni 80. Il berlusconismo. La dittatura era Ceausescu. Cuba. La piazza prima di Solidarnosc. La karolinka, i servi di partito. E noi guardavamo la storia come una serie tv. Fino a quando la Storia non ci è sbalzata davanti, un po’ fregandoci. Noi pensavamo che la storia era la Storia degli altri. Noi pensavamo di essere più felici ovvero più autorizzati, con una cambiale di booster sul tergo da estinguere ok, ma che si potesse fare, malgrado ogni respiro sia un rantolo di oppressione. Noi lo chiamiamo sorriso, un nuovo tipo di sorriso. Il dragone è buono.

 

Il socialismo (mondiale) deve ringraziare Boric

Mentre l’attenzione dell’intero pianeta è concentrata sul Covid e sull’azione salvifica della Scienza (guai a criticarla, se lo si fa si passa per un terrapiattista) che invece in questo caso salvifica non si è dimostrata affatto ma anzi, con le sue incertezze, con l’incredibile confusione tra gli addetti ai lavori ha forse aggravato la situazione (si pensi solo alle dichiarazioni, più volte reiterate, che i vaccinati non solo erano immuni ma non erano infettivi, per cui costoro sono andati in giro tranquilli seminando il virus per ogni dove).

Ma in altre parti del mondo stanno accadendo cose meno epocali ma forse più importanti. In Cile le elezioni presidenziali sono state vinte dal giovane Gabriel Boric, barricadero ai tempi della sua militanza studentesca, barba alla Castro che si è fatto radere solo ora che è diventato un personaggio delle Istituzioni. La vittoria di Boric non è importante perché il suo avversario José Antonio Kast è un tedesco e figlio di un nazista (la guerra al nazionalsocialismo, anche se molti non se ne sono ancora accorti, è finita più di 75 anni fa). La vittoria di Boric è importante perché Kast proponeva una politica ultraliberista, direi turboliberista, ancora più spinta di quella del suo predecessore Sebastiàn Piñera e che è all’origine della disastrosa condizione delle classi popolari di quel Paese. Questo il programma di Boric: nuovo modello di Stato sociale, forte sviluppo del welfare, tasse per i super ricchi, lotta alle ineguaglianze. Alcuni Paesi europei hanno plaudito alla vittoria di Boric tendendo però a ridimensionarla e a precisare che la sua politica non ha nulla a che fare col chavismo. Lo stesso Boric, forse intimidito, più probabilmente per evitare guai, ha preso le distanze da Chávez. Ma per la verità, a parte la personalità dei due protagonisti, non c’è alcuna differenza tra le teorie di Boric e quelle di Chávez. Prendiamo per esempio il discorso tenuto l’8 maggio 2009 da Hugo Chávez agli studenti di Economia sociale all’Università di Aragua: “Lo diceva anche Aristotele, molto prima di Einstein, nel suo Trattato dei governi, che un sistema – non si parlava all’epoca di capitalismo o socialismo – nel quale una minoranza si arricchisce e si appropria dei benefici che spettano a tutti, e che abbandona la maggioranza alla miseria, è una società invivibile… Ed è questa, se così possiamo chiamarla, la società capitalista: una società che finisce per essere violenta e inumana”.

La vittoria di Boric è importante perché ridà fiato al bolivarismo che è la forma che il socialismo ha preso in Sudamerica. È da decenni che gli americani, i gringos come li chiamano da quelle parti, conducono una lotta senza quartiere contro il socialismo sudamericano. Si cominciò nel 1973 costringendo il socialista Salvador Allende al suicidio e instaurando, sponsor Henry Kissinger, la feroce dittatura di Pinochet (chi ha l’età ricorderà, forse, i tremila prigionieri ammassati nello stadio di Santiago del Cile e il pianista a cui furono tagliate le mani). Si è proseguito nel 2018 eliminando in Brasile Lula con un’inchiesta giudiziaria molto discutibile (e adesso abbiamo Bolsonaro) e si è andati avanti nel 2019 con l’azione diretta, un colpo di Stato che ha fatto fuori il socialista Evo Morales mettendo al suo posto un governo di centrodestra. Nel frattempo gli americani, con l’appoggio di quasi tutti gli Stati, i governi e i media europei, tranne l’Italia quando era governata da Conte, hanno stretto una morsa economica sul Venezuela di Maduro, l’erede diretto di Chávez, anche se con meno prestigio, bollandolo come un dittatore anche se dittatore non è affatto. Vorrei sapere in quale Stato dittatoriale, autocratico ma anche democratico, uno che ha tentato un colpo di Stato come “il giovane e bell’ingegnere Juan Guaidó” (così lo chiamava la stampa internazionale), pupillo degli americani e loro longa manus, sarebbe ancora non solo a piede libero ma in grado di fare una politica antigovernativa. Nella democratica Spagna sette indipendentisti catalani, che avevano molte migliori ragioni di Guaidó, sono rimasti in prigione per anni, mentre il loro leader Puigdemont è tuttora in esilio e a tutti quanti è interdetta, santa grazia, ogni attività politica.

È curioso, ma il socialismo, in Sudamerica ma anche altrove (si pensi all’aggressione alla Serbia di Milosevic), non ha diritto di cittadinanza. Eppure il socialismo, almeno nella Modernità (se torniamo al Medioevo il discorso è del tutto diverso), è ancora l’idea più bella: perché cerca di coniugare una ragionevole uguaglianza sociale con i diritti civili e di libertà dell’individuo. Non è il comunismo che nega in favore del collettivismo queste libertà. Ci si vergogna a dover chiarire ancora queste cose quando è dall’epoca di Bad Godesberg che, dopo alcuni tentennamenti, segnò la divisione irrevocabile tra socialismo e comunismo, rendendola definitiva e portò, almeno in Occidente, alla scomparsa del comunismo.

In Italia solo Berlusconi, Cicero pro domo sua, fa finta che esistano ancora i comunisti. In realtà un giornale realmente e coerentemente comunista c’è ancora, ed è il manifesto ma, anche a causa del suo marxese strettissimo, ha un seguito irrisorio.

 

Brunetta sulla spalla di Draghi e i consigli di Macron a Berlusconi

Mentre la turbinosa meteora berlusconiana continua ad ardere nel nostro cielo come qualcosa di malefico, e le anime oneste atterriscono all’idea di un maestro della corruzione assunto al cielo quirinalizio, prendiamo fiato con queste nuove barzellette.

Enrico Letta sta viaggiando lungo una strada di campagna quando vede sotto un ciliegio un contadino che barcolla con in braccio Berlusconi. Sbalordito, Letta ferma l’auto, e vede che il contadino sta sollevando Berlusconi in modo che possa mangiare comodamente le ciliegie dall’albero. “Mi scusi” dice Letta al contadino “ma se mette giù Berlusconi e scuote l’albero, le ciliegie cadranno a terra, e risparmierà un sacco di tempo”. E il contadino: “Cos’è il tempo per Berlusconi?”.

Draghi entra in un bar con Brunetta seduto su una spalla. Ordina uno spritz con l’Aperol. Il barista glielo prepara e glielo mette sul bancone. Brunetta salta giù dalla spalla di Draghi, dà un calcio al bicchiere con lo spritz, e rimonta in spalla. Draghi ordina un altro spritz. Il barista gliene prepara un altro e glielo mette davanti. Brunetta salta giù dalla spalla, piscia nello spritz e rimonta su. Draghi sospira, mormora qualcosa su un altro punto da aggiungere per restare al governo, e ordina un tramezzino con salmone, avocado e mostarda al miele. Il barista glielo porta. Brunetta salta giù dalla spalla, toglie la fetta superiore di pancarré, salta su e giù sul salmone, caga nell’avocado, scalcia via tutto, e rimonta in spalla. Il barista domanda a Draghi: “Senta, lo so che non sono cazzi miei, ma quello dove l’ha trovato?”. E Draghi: “È andata così: l’altro giorno era nell’attico a fare pulizie, quando trovo una vecchia lampada a olio in ottone, tutta impolverata. Prendo un panno per pulirla, ma dopo un po’ che la strofino, puff!, dal beccuccio salta fuori un Genio che mi dice che esaudirà ogni mio desiderio. E così ho chiesto un cazzone di 50 cm”.

Berlusconi è in Provenza, e a cena chiede ai suoi ospiti francesi cosa si intenda in Francia per savoir faire. Macron risponde: “Immagina, Silvio, di tornare a casa un pomeriggio dal campo di golf, e di trovare la tua compagna – mon Dieu! – a letto con Salvini. Tu allora dici: ‘Pardon, continuate pure.’ Questo è savoir fare”. Interviene Brigitte Macron: “Ma no, questo non è savoir faire. Immagina, Silvio, di tornare a casa un pomeriggio dal campo di golf, e di trovare la tua compagna – mon Dieu! – a letto con Giorgia Meloni. Tu allora dici: ‘Pardon, continuate pure’. Questo è savoir fare”. L’anziano cameriere scuote la testa. Berlusconi se ne accorge: “Non sei d’accordo, Arsène?”. E l’anziano cameriere: “No, presidente, l’esempio giusto è questo: immagini che la sua compagna torni a casa un pomeriggio dal campo di golf, e trovi lei, presidente – mon Dieu! – in un bunga-bunga con dieci nipotine di Mubarak. La sua compagna allora dice: ‘Ti farò causa e ti lascerò in mutande’. E se a questo punto, presidente, riesce a continuare il bunga-bunga, questo è savoir faire”.

Berlusconi sente arrivare la fine dei suoi giorni. Una sera è seduto in poltrona davanti al caminetto, depresso, quando, dopo un flash luminoso, gli compare davanti il Diavolo, che gli dice: “Silvio, ti propongo un patto. Sarai eletto presidente della Repubblica, vivrai fino al 2050 in perfetta salute, e le tue aziende macineranno grandi utili per tutto il tempo. In cambio, la tua anima immortale brucerà da me all’inferno per sempre”. Berlusconi ci pensa un attimo, poi gli dice: “E dov’è la fregatura?”.

 

Niente stupore: unire gli opposti produce il caos

Come il miraggio della Fata Morgana, che induceva nei marinai visioni di fantastici castelli in aria per attirarli e poi condurli al naufragio, anche l’unità nazionale sotto forma di governo rischia di trasformarsi, più passa il tempo, in un incantesimo fallace.

Prendiamo Matteo Salvini, che nell’idea del Partito democratico avrebbe dovuto sposare senza indugio alcuno la linea dell’obbligo vaccinale per tutti e che invece, guarda un po’, crea problemi e si comporta in maniera “irresponsabile” (la capogruppo al Senato, Simona Malpezzi).

In linea generale l’obbligo potrebbe anche essere una soluzione se non fosse che, purtroppo per il Pd, la Lega non è il Pd. Infatti, proprio come il Pd, è tenuta a rappresentare nella maggioranza le posizioni e gli interessi, piaccia o no, dei propri elettori. I quali, a differenza degli elettori Pd, vivono con una certa insofferenza la modellistica green pass, per non parlare dei milioni di no-vax che certo non stravedono per il partito di Enrico Letta.

Sono i guai della democrazia italiana che, altrimenti, si chiamerebbe Kazakistan.

Sommare in una coalizione tutto e il contrario di tutto può, compromesso dopo compromesso, provocare grossi problemi digestivi. Lo sanno pure i sassi che l’insalatona di unità nazionale, inventata da Matteo Renzi per fare fuori Giuseppe Conte, fu prontamente sottoscritta da Sergio Mattarella (sempre sia lodato!) con la scusa che sotto Covid non si poteva andare al voto. Tanto più che a Mario Draghi fu assegnato un programma così essenziale (campagna di vaccinazione e varo del Pnrr) che andava attuato senza sforzi sovrumani.

Si disse che il valore aggiunto consisteva nell’autorevolezza del premier che, a livello internazionale e dei mercati, era considerato il solo garante del gigantesco debito pubblico.

Ragion per cui se il premier dei Migliori dovesse trasferirsi al Colle, l’idea di un governo da lui controllato per interposta persona e sostenuto da questa unità nazionale già piuttosto sgarrupata, appare un fantastico castello in aria contro cui finire in pezzi.

Sindaco Sala, batti un colpo la sofferenza non è silenzio

Beppe Sala, batti un colpo! Ti ho votato alle ultime elezioni, alle penultime fui anche tra i garanti del tuo programma… ma adesso mi chiedo: sindaco, che fine hai fatto? Non c’è famiglia milanese che non stia soffrendo gli effetti del contagio dilagante, appesantiti dai gravi disservizi del sistema sanitario. Ma leggendo i tuoi recenti, sporadici messaggi Instagram sembra quasi che tu viva altrove.

Va bene evitare toni allarmistici. Va bene che la sanità è di competenza regionale. Va bene che Palazzo Marino può fare poco di fronte al tracollo della medicina di territorio, al monitoraggio dei positivi andato in tilt, alla lotteria delle prenotazioni per i tamponi molecolari. Ma il tuo silenzio ormai risuona come una dichiarazione d’impotenza, uno scarico di responsabilità. Quantomeno, una mancata denuncia.

Non è disfattismo dire le cose come stanno: due anni dopo l’esplosione della pandemia i milanesi devono constatare che, a parte gli hub

per le vaccinazioni, nulla è stato nel frattempo predisposto dalle pubbliche istituzioni per fronteggiare l’eventualità di una nuova ondata.

Regnante il caos, costretti a scegliere ciascuno in base alle proprie conoscenze e al proprio livello di prudenza quali comportamenti tenere – arrangiatevi! – i volonterosi milanesi ce la mettono tutta per non cadere preda della disperazione.

In maggioranza, saggiamente, indossiamo la mascherina anche all’aperto. Persone con la febbre alta si mettono in fila per ore al freddo nell’inutile tentativo di ottenere il responso di un tampone. Madri separate con figli a carico sottraggono centinaia di euro al loro misero bilancio pur di effettuarlo privatamente a domicilio. Altri decidono che a questo punto tanto vale andare al lavoro senza verificare se siano positivi o negativi. Troppi si rannicchiano nella solitudine.

È dal marzo 2020 che non vivevamo una tale sofferenza diffusa, con l’aggravante che ora si è generalizzata la sfiducia nelle pubbliche autorità.

Sindaco Sala, è proprio il caso di replicare anche a Milano l’ineffabile silenzio di Draghi?

Abbiamo gettato tutto il dolore nel cestino sporco della solitudine

Il governo prende decisioni delicate e non sente il bisogno di spiegarle. Noi abbiamo bisogno di un politico caldo, paterno e invece abbiamo uno che ha lavorato tutta la vita col denaro. Pare una persona seria e onesta, ma non basta. E quelli che lo consigliano non stanno lì perché sono competenti, ma perché sono amici di qualcuno. L’Italia funziona così. E poi forse sarebbe ora di non fare la conta quotidiana dei contagiati, basterebbe farlo una volta la settimana. E poi ci sono tante persone che si sono infettate perché è evidente che non si può andare al bar e in pizzeria e stare per ore senza mascherina. Ma è anche evidente che c’è un dolore, c’è una difficoltà a stare nella solitudine e nel silenzio. Per stare senza il fare ci vuole una forza che molti non hanno. Ora per molti c’è l’alcool e una bulimia dolente. Ora per chi ha i soldi ci sono i saldi. Ora ci sono le altre malattie che fanno paura, ma nemmeno se ne può parlare, ora il Covid ha colonizzato il nostro immaginario. E abbiamo sbagliato pesantemente a dividerci su aspetti marginali della questione. Ieri sera una mia amica che lo ha preso ad agosto mi ha parlato di quanto può essere complicata questa malattia, anche dopo che è finita. E sappiamo quanto è complicata la vita di chi ha un infarto o un ictus. E poi ci sono i tumori. Una mia amica ha un figlio con un tumore al cervello. Ora comincerà un ciclo di chemio. A me pare che mai come adesso tutto questo dolore sia gettato nella solitudine, nel cestino sporco di una nazione che è sempre meno una società e sempre più una sommatoria di esistenze che non sanno darsi orizzonti comuni. Per questo è drammatica l’insufficienza della politica e fa schifo l’egoismo dei ricchi che pensano solo a tutelare la loro ricchezza. Dateci almeno un presidente della Repubblica dal cuore luminoso, provate a eleggere uno che non sia del Palazzo, uno che ha studiato con passione, uno che conosce quello che voi non conoscete, il dolore e la gioia delle persone.

Aut aut del premier: “Porte chiuse oppure stop”

Lockdown. Per la prima volta dall’inizio del campionato risuona la parola che fa tremare i presidenti, e che per il pallone significa fermarsi, o comunque giocare a porte chiuse, con danni milionari. A terrorizzare la Serie A è una telefonata di Mario Draghi al n.1 della Figc, Gabriele Gravina. Cordiale, anche se il messaggio è chiaro: regolatevi voi, altrimenti ci penserà il governo. E dire che il pallone contava proprio sul premier, dopo che nell’ultimo Cdm aveva respinto la proposta di Speranza di fermare l’attività. Cos’è cambiato allora? Lo spettacolo desolante dell’ultima giornata, fra giocatori quarantenati in campo, pubblico assembrato e la crociata contro le Asl.

Così l’invito a una “pausa di riflessione”, di 2/3 settimane. Ma la Serie A non vuole: non ha spazio in calendario per recuperare le partite. E piuttosto preferisce farsi fermare per poi pretendere ristori (altra illusione). L’ipotesi più verosimile è un ritorno alle porte chiuse, da capire per quanto. Senza dimenticare che uno stop potrebbe esserci nei fatti con sempre più gare rinviate. Mercoledì incontro decisivo a Palazzo Chigi. Per ora i patron vogliono “proseguire le competizioni”. Una partita contro il governo, che il calcio non può vincere.