“Quarantene pagate o sarà un disastro”

Se da un lato i decreti a tema Covid si susseguono ormai senza sosta, dall’altro molte cose di puro buon senso sono state lasciate decadere senza spiegazioni (ma il motivo ovviamente c’è): è il caso dei ristori/sostegni e cassa integrazione che accompagnino le chiusure, dello smart working in specie nel pubblico impiego e della materia di questo articolo, la quarantena e i congedi parentali per Covid pagati, scaduti il 31 dicembre.

Una dimenticanza che sembra assurda mentre l’Italia si ritrova a convivere con circa un milione e mezzo di positivi e i relativi contatti stretti, una massa che fatalmente aumenterà con la riapertura delle scuole (circa 11 milioni di persone in movimento da lunedì mattina tra lavoratori e studenti).

Ieri è toccato ai sindacati ricordare all’esecutivo che non si tratta di un capriccio o di una faccenda secondaria con questi numeri giornalieri: “Bisogna ripristinare la quarantena equiparata alla malattia per i contatti stretti dei casi Covid, almeno per chi non può fare smart working, o esploderanno i contagi”, ha avvertito Rossana Dettori della segreteria confederale Cgil. “Tutte le tutele per i lavoratori messe in campo durante l’emergenza vanno mantenute fino alla fine dell’emergenza per ora prorogata fino a marzo”, dice l’omologo della Cisl, Angelo Colombini.

Di fatto, oggi, la scelta è lasciata al singolo lavoratore/cittadino che venga a sapere di essere stato a contatto con un positivo: essere prudenti e fare la quarantena sapendo che anche da vaccinati con la terza dose si può essere contagiati e contagiare significa mettersi in ferie o perdere giornate di stipendio; non farlo sperando che tutto vada bene significa rischiare di contagiare altre persone.

Il governo, che pure è talmente preoccupato da prevedere un parziale obbligo vaccinale e rendere obbligatorio il Green Pass, ha deciso (anche sostituendo la quarantena con “l’autosorveglianza” per chi ha avuto il booster del vaccino) di tutelare un altro bene pubblico: il normale andamento dell’economia, ammesso che ci sia qualcosa di normale ormai.

Già il numero abnorme dei positivi sta bloccando o rallentando fabbriche, negozi, il settore dei servizi e prossimamente le scuole: se i loro contatti si mettessero in quarantena di fatto saremmo davanti a una sorta di lockdown produttivo. Per capirne le dimensioni, basti dire che già adesso la situazione è difficile: molte società di trasporto – dalle nazionali come Trenitalia, Italo o Flixbus alle locali come Trenord e Atm – hanno avvertito che le corse giornaliere saranno ridotte per via dell’alto numero di positivi tra il personale; più in piccolo molte attività familiari, specie negozi, sono chiuse per lo stesso motivo un po’ in tutta Italia. E da lunedì “si rischia di andare a scuola e di dover tornare a casa perché le classi sono scoperte”.

Ma a casa ci saranno i genitori senza congedi parentali?

Per ora nessun decretone: ristori solo a turismo&C.

L’obiettivo resta lo stesso, come raggiungerlo non è chiaro. Mercoledì scorso, durante la cabina di regia che ha preceduto il Consiglio dei ministri sulle nuove misure Covid, il premier Mario Draghi ha promesso che entro sabato prossimo, ma forse già giovedì, verrà approvato (forse anticipandolo in una conferenza stampa) un nuovo decreto Sostegni per aiutare i settori più colpiti dall’emergenza, con precedenza a turismo e discoteche. Ma ci sarebbero da rifinanziare, elemento non secondario, anche la cassa integrazione Covid (gratuita), scaduta il 31 dicembre scorso, la malattia per quarantena o il bonus baby sitter che non è stato assorbito dall’assegno unico familiare. Ma è sul come e sul quando finanziare questa mini-manovra che nascono i problemi.

Lo stanziamento del sostegno complessivo è ancora da definire, ma non si autorizzerà comunque uno scostamento di bilancio per ora. Il nuovo decreto sostegni si farà con fondi rimasti dagli ultimi provvedimenti e anticipi di alcune poste di bilancio, che si aggirerebbero sui due miliardi di euro. Il ministero dell’Economia ha fatto trapelare che per il momento si “useranno gli stanziamenti non spesi quest’anno, i risparmi di spesa”. Vari avanzi da 200/300 milioni a capitolo che, messi insieme, riusciranno a malapena a ristorare le imprese del turismo che più hanno sofferto le cancellazioni invernali, come impianti e alberghi, e le discoteche. L’arrivo della variante Omicron, che ha disincentivato i viaggi, ha polverizzato oltre 300 milioni di euro con 8 milioni di disdette, come denunciano le associazioni di categoria. Mentre le strutture coinvolte non possono richiedere la Cig Covid, che solo per il turismo costerebbe 400 milioni. Soldi che per il momento non ci sono. Ma al premier di tempo ne è rimasto poco per evitare che la partita sui ristori si sovrapponga a quella per il Quirinale.

Del resto, per autorizzare uno scostamento di bilancio da 15, forse 20 miliardi, come chiedono i partiti, per rifinanziare le misure escluse e gli indennizzi alle attività produttive colpite dalla pandemia, servono almeno due settimane e poi va scritto il decreto. E i precedenti del premier Draghi non sono incoraggianti. Il primo decreto da 11 miliardi previsto dal governo insediatosi il 13 febbraio, è arrivato il 22 marzo.

Poi è arrivato il decreto “bis” a maggio che aveva in dote oltre 15 miliardi. Ma per stanziarli è servito oltre un mese e mezzo, anche perché l’esecutivo ha dovuto trovare una quadra per ridurre la base di calcolo (la perdita media di fatturato del 30%), facendo così aumentare la platea e diminuire gli importi erogati. Insomma, un nuovo scostamento di bilancio per autorizzare extra-deficit e poi un maxi decreto non è una partita risolvibile entro la fine della prossima settimana, anche perché c’è un ostacolo politico non da poco: nessun Parlamento autorizzerà uno scostamento prima che venga risolto il dossier Quirinale, visto che non è nemmeno chiaro che governo esisterà dopo. Lo scostamento ci sarà, ma non prima di febbraio, tanto più che è stato già chiesto dalla Camera con un ordine del giorno votato a fine dicembre insieme alla manovra. E il successivo decreto dovrà affrontare anche il dossier energia e la proroga delle moratorie bancarie.

La giungla dei partiti: “Draghi, stai sereno”

Forse, già lunedì, Mario Draghi potrebbe rompere il silenzio che ha accompagnato le misure sanitarie “più restrittive d’Europa”, con una conferenza stampa, tutta dedicata all’emergenza sanitaria e alle questioni correlate. Non ha intenzione di parlare di Quirinale: sa che la sua autocandidatura ha provocato un’alzata di scudi dei partiti. Che sono ben lontani da una quadra, pure se il governo appare sempre più logorato. Intanto, la settimana prossima, oltre a varare il decreto Ristori, il governo dovrà prendere una posizione sulla bozza della Commissione europea che inserisce il nucleare tra le energie green. Enrico Letta e Giuseppe Conte sono contrari, Matteo Salvini a favore. Per ora a non escluderlo è stato ufficialmente il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Draghi non l’ha avallato, non l’ha neanche smentito. Uno dei tanti esempi di come la permanenza dell’ex Bce al governo diventi sempre più difficile. Con Goldman Sachs che ieri si è espressa in favore della sua permanenza a Palazzo Chigi e addirittura Macron che tifa per lo status quo, con Mattarella e il premier fermi dove sono.

Il Quirinale resta tutt’altro che a portata di mano: il premier non può sperare in un’elezione alla prima chiama. La candidatura di Silvio Berlusconi è ancora in campo, ma i voti necessari non li avrebbe comunque. E mentre Letta cerca dal Pd un sì sul metodo (che rende possibili anche il bis di Mattarella o l’elezione di Giuliano Amato e persino Sabino Cassese), Matteo Salvini si dibatte tra varie opzioni e Matteo Renzi medita l’asse con Silvio.

Pd Letta vuole il No a urne e a Berlusconi

A cercare di costruire l’ipotetica salita al Colle di Draghi è prima di tutto Letta. Giovedì il segretario Pd riunisce la direzione. Cercherà un voto su due questioni: l’elezione del Presidente dovrà avvenire a maggioranza larga; la legislatura dovrà arrivare a scadenza naturale. La maggioranza larga esclude l’elezione di Berlusconi. In generale stabilendo un metodo, Letta spera di evitare flop. Per questo, chiederà un mandato pieno, da esercitare con Deborah Serracchiani e Simona Malpezzi, le due capigruppo alla Camera e al Senato. Non ci sarà la richiesta di puntare su Draghi, ma la pre-condizione per non escluderlo. Dentro al Pd crescono i tifosi del bis di Sergio Mattarella. Una soluzione che piacerebbe a tutti, compreso il segretario.

Con il picco di Omicron in arrivo, incartarsi sul Quirinale è improponibile. Ma poi ci sono le manovre contrapposte. Lorenzo Guerini sogna il premier a Palazzo Chigi per sempre. E anche se certo non si opporrebbe alla sua salita al Colle, potrebbe anche andare su Giuliano Amato, con un patto politico forte che garantirebbe la permanenza di Draghi. Un nome da offrire alla Lega. Mentre Dario Franceschini guarda con più favore a Pierferdinando Casini: perché la sua strategia non è quella di inchiodare il premier a Palazzo Chigi, ma piuttosto rinsaldare l’alleanza giallorosa. L’idea di fare il premier con l’ex Bce al Colle certo non gli dispiacerebbe: ma ha anche lui dei dubbi sul fatto che Palazzo Chigi spetti al Pd e non – per dire – a Luigi Di Maio. Nei dem gli occhi di tutti sono però puntati su Salvini, percepito come il primo ostacolo a un eventuale bis di Mattarella.

Lega Salvini verso l’opposizione

Il leader della Lega intanto, si agita per dare l’idea di essere il kingmaker: da giorni fa colloqui interlocutori con i leader e la prossima settimana dovrebbe parlare anche con Letta. Da lunedì, però dovrà scoprire le sue carte. Da una parte il leghista spera che Pd e M5S comunichino il veto su Berlusconi prima del vertice di villa Grande di venerdì. “Silvio, sei sicuro di voler andare fino in fondo?” sarà il senso delle parole del leader leghista sperando nel suo passo indietro. Dall’altra però, il segretario non ha un vero piano B e si tiene aperte diverse strade: i suoi fedelissimi spingono su un nome di centrodestra ma i candidati che girano – da Letizia Moratti a Casini – restano ancora sullo sfondo. L’ipotesi Amato è molto improbabile perché riapparirebbero subito i tweet al vetriolo del segretario nel 2015, quando il dottor Sottile era il candidato del patto del Nazareno: “Amato al Colle? Nemmeno fosse l’ultimo uomo sulla terra” diceva Salvini.

Così alla fine l’ipotesi che sta prendendo sempre più piede in via Bellerio è quella di mandare Draghi al Quirinale e poi andare all’opposizione nell’anno della campagna referendaria sulla giustizia e in vista delle elezioni. Ieri fonti vicine a Salvini facevano sapere che la Lega vuole rimanere al governo “con Draghi a Palazzo Chigi per completare il lavoro”. Tradotto: se il premier dovesse salire al Quirinale si aprirebbe un’altra partita. Salvini ha fatto sapere ai suoi che la Lega non voterebbe la fiducia a nessun altro governo “né tecnico né politico” (escludendo l’ipotesi di Giorgetti a Chigi) per andare all’opposizione con Giorgia Meloni e convocare un congresso lampo per mettere a tacere gli avversari interni. Per questo Salvini ha in testa di logorare Draghi nei prossimi giorni, a partire dal decreto Super Green Pass che sarà votato il 17 gennaio alla Camera. In quell’occasione molti leghisti marcheranno visita. Il leader leghista però dovrà contrastare le mosse degli avversari interni Giorgetti e Fedriga. Il primo, che fa sapere urbi et orbi che “il governo è al capolinea”, sostiene Draghi al Colle, il secondo invece lo vorrebbe tenere a Chigi.

Forza Italia B. non molla e cerca l’asse con Renzi

Restano le ambizioni di Berlusconi che vuole andare allo scontro con Draghi, di cui si dice “deluso” per l’autocandidatura, al quarto scrutinio. Tant’è che il leader di FI – mentre prosegue lo scouting in Parlamento – la prossima settimana chiederà di incontrare i leader degli altri partiti, a partire da Letta e Matteo Renzi, per chiedere loro di eliminare il veto su di lui e presentarsi come un possibile Presidente super partes: “Sarò il garante di tutti”. Se non riuscirà ad essere eletto, Berlusconi potrebbe chiedere un Presidente che gli dia un riconoscimento come la nomina di senatore a vita insieme a Romano Prodi, i due protagonisti del ventennio da “pacificare”. Amato sarebbe il profilo giusto. Non a caso Matteo Renzi si tiene più opzioni aperte, ma aspetta le mosse di Berlusconi. Ieri è andato al comitato elettorale di Valerio Casini, candidato al Collegio Roma 1 di Iv, contro anche la candida del Pd. “Se vinciamo, ci darà una mano anche rispetto al Colle”, ha detto. Ribadendo: “Dicono che siamo ininfluenti? Vedremo”. Se la maggioranza va su Draghi, Renzi farà altrettanto, cercando di fare asse con Franceschini su un premier politico. Mentre al premier continua a far arrivare da più parti il suo interesse per il posto da Segretario generale della Nato. Ma se per caso il centrodestra trovasse una quadra su un proprio nome, potrebbe appoggiarlo. Anche in chiave anti-Letta.

L’altra scheggia impazzita del Parlamento resta il gruppo più numeroso per grandi elettori, cioè il M5S, che non sembra avere una linea chiara. Da una parte i senatori si sono espressi per il Mattarella bis, dall’altra Conte deve mantenere salda l’alleanza giallorosa. Ma tenere uniti i gruppi parlamentari, per lui, resta l’impresa più ardua.ù

 

I PARERI

Tattica antica Promuovere per rimuovere: La politica ha “schiacciato” anche lui

Promoveatur ut amoveatur. Probabilmente finirà così: i partiti “promuoveranno” Draghi al Quirinale per “rimuoverlo” dal governo. È una tattica antica quanto la politica. Certo, questo progetto deve fare i conti con il timore di avviare un rimpasto che – per quanto finalizzato a un governo fotocopia – rischia comunque di agitare la situazione, motivo per cui i partiti hanno ancora paura a fare ogni movimento. Ma quel che è successo l’altro giorno in Consiglio dei ministri dimostra che invece qualcosa deve succedere in ogni caso, perché Draghi ha comunque finito la propria corsa a Palazzo Chigi. E allora o si sposta lui al Quirinale oppure difficilmente la maggioranza che lo sostiene troverà un nome alternativo, motivo per cui poi qualcuno si sfilerebbe facendo venire meno il proprio sostegno all’esecutivo.
Gli ultimi giorni dimostrano quanto la politica italiana sia uno schiacciasassi che tende a macinare tutto in fretta, incluso Draghi. L’atteggiamento dei giornali non è che la conseguenza di questa caratteristica dei partiti: fino a poco fa hanno caricato il presidente del Consiglio di aspettative implausibili, si sono lette cose che non stavano né in cielo né in terra. Adesso, pur con sondaggi che ancora accreditano Draghi di un buon indice di gradimento, all’improvviso hanno cambiato rotta.
Piero Ignazi

 

Fragilità Logorano l’ex Bce e lo eleggono per coprire la mancanza di alternative

Non credo che le fragilità evidenziate da Draghi con l’ultimo Consiglio dei ministri indeboliscano le sue chance di salire al Quirinale, anzi. Mi pare che lui e i partiti stiano cercando in qualche modo un pretesto per dire che il governo è in crisi e che quindi Draghi si può smarcare, andando però al Colle perché comunque – si dirà – non possiamo rinunciare a uno come Draghi. Basta guardare com’è cambiato il comportamento della stampa: prima ha sempre sostenuto il premier, adesso, siccome molti giornali lo vorrebbero al Quirinale, fanno il funerale al governo.
Uno scenario del genere fa comodo anche ai partiti, perché in questo momento non hanno un personaggio in grado di unirli e dunque mandare Draghi al Quirinale toglierebbe le castagne dal fuoco ai leader. Sono molto scettica su questo Parlamento. Secondo me davvero non hanno alcuna strategia alternativa, ci sono solo le divisioni interne ai partiti che prima o poi emergeranno in maniera esplicita. Ma alla resa dei conti, chi di loro potrà davvero dire di no a Draghi? I partiti languono o sono pavidi, hanno un salvagente lì a portata di mano e credo lo useranno per uscire dallo stallo. Insomma: Draghi whatever it takes, per quanto io mi auguri tutt’altro.
Nadia Urbinati

 

Mire personali Le ambizioni di “Supermario” rischiano soltanto di indebolire il governo

Draghi ha capito che se vuole diventare Capo dello Stato ha bisogno del sostegno dei partiti e per questo è sceso a compromessi sul decreto, rinunciando – come già nelle ultime settimane – al piglio decisionista dei primi tempi per una fase più dialogante. Con la corsa al Colle si spiega anche la mancata conferenza stampa, perché probabilmente ha pensato che in questo momento qualunque cosa avesse detto sarebbe potuta essere equivocata. Devo dire che io per primo ho contestato Conte in lungo e in largo, accusandolo di una comunicazione persino esagerata, ma la scelta opposta adottata da Draghi mi sembra un errore.
Le sue ambizioni sono legittime, ma non possono indebolire l’azione di governo in una fase delicata come questa. L’elezione di Draghi al Colle avrebbe senso se i partiti facessero un patto esplicito per una grande fase costituente, ma visto che non mi pare sia all’ordine del giorno, allora mandare Draghi al Quirinale adesso credo significherebbe soltanto perpetuare questo regime para-commissariale in cui siamo, perché vorrebbe dire che il prossimo governo – e magari anche quello dopo le elezioni del 2023 – sarebbe a sua immagine e somiglianza. Non so come andrà, ma anche per questi motivi credo arriveremo a un inghippo parlamentare non scontato.
Alessandro Campi

Fregato da Alfano e 5Stelle, B. viene cacciato dal Senato

2013, 1° ottobre. Il premier Letta incontra Napolitano e due volte lo zio Gianni. Poi respinge le dimissioni dei ministri Pdl e si prepara al voto di fiducia dell’indomani. Berlusconi annuncia la sfiducia perché Letta e Napolitano “hanno permesso il mio omicidio politico”. Inizia la caccia ai “responsabili” fra i trasformisti alfaniani ansiosi di salvare la poltrona.

2 ottobre. Bondi e Brunetta confermano che il Pdl voterà la sfiducia. Poi però Verdini porta a Berlusconi i numeri del gruppo al Senato, spaccato in tre fra sfiducia (32 senatori), fiducia (25) e uscita dall’aula (24). Allora il Caimano si arrende. E, mentre Bondi s’immola alla Camera sparando sul governo Letta (“Vergognatevi! Vergognatevi!”), prende la parola a Palazzo Madama: “L’Italia ha bisogno di un governo che produca riforme. Abbiamo deciso, non senza travaglio, per il voto di fiducia”. Letta se la ride: “È un grande!”. In realtà Berlusconi si appiglia alle incredibili aperture che gli ha appena fatto il premier, nei suoi discorsi alle due Camere, sulla “riforma della giustizia” e sulla Giunta del Senato che deve “evitare voti contra personam”. Due passaggi suggeriti da Napolitano.

4 ottobre. La Giunta del Senato, dopo infiniti rinvii e polemiche, approva la relazione Stefàno per la decadenza del pregiudicato: 15 Sì e 8 No. Berlusconi grida alla “fine della democrazia” per “eliminarmi per via giudiziaria”. Ora iniziano le manovre per rinviare alle calende greche il voto dell’Aula.

5 ottobre. Berlusconi si sfoga: “Napolitano può continuare a negare, ma da lui la parola che le cose non sarebbero andate come sono andate l’ho avuta”. E chiede di scontare la pena ai servizi sociali. Il Tribunale di sorveglianza di Milano, oberato di arretrati, esaminerà il caso nella primavera 2014.

8 ottobre. Napolitano dirama un messaggio alle Camere per un’amnistia sui reati minori e un indulto di 3 anni per tutti. Ma per entrambi occorrono i due terzi del Parlamento. Il Pdl ovviamente è favorevole, ma i 5Stelle dicono no e così Renzi, prossimo segretario del Pd. Napolitano, da Cracovia, attacca i 5Stelle e chiama il sindaco di Firenze per sgridarlo. Il Senato rinvia il voto sulla decadenza di Berlusconi, con la scusa che la Corte d’appello deve ancora ricalcolare la sua interdizione dai pubblici uffici.

19 ottobre. La Corte d’appello di Milano ridetermina da 5 a 2 anni l’interdizione dai pubblici uffici per Berlusconi. Lui ricorre in Cassazione, che confermerà i 2 anni.

23 ottobre. Il gup di Napoli rinvia a giudizio Berlusconi e il faccendiere Valter Lavitola per la corruzione di Sergio De Gregorio (che patteggia la pena).

30 ottobre. La Giunta per il Regolamento del Senato decide che l’Aula voterà sulla decadenza del Caimano a scrutinio palese e non segreto, con 7 voti (M5S, Sel, Pd e Sc) contro 6 (Pdl e Lega). Il Pd, dove gli inciucisti e gli amici di Napolitano avevano una gran voglia di dare una mano al Cavaliere, è incastrato dall’intransigenza del M5S. E Berlusconi, che sperava nei franchi tiratori, strilla alla “democrazia violata” e torna a minacciare la sfiducia al governo. Alfano parla di “sopruso”.

5 novembre. La conferenza dei capigruppo del Senato rinvia ancora una volta il voto, con la scusa che prima c’è la legge di Stabilità. Lui manda a dire che “Napolitano è ancora in tempo” a concedergli la grazia, se è vero che “per averla bisogna iniziare a scontare la pena”. Il Quirinale, informalmente, rammenta il supermonito del 13 agosto di Napolitano: la grazia la deve chiedere lui, così gli uffici del Colle potrebbero procedere a “un esame obiettivo e rigoroso” per verificare se “sussistano le condizioni” per “motivare un eventuale atto di clemenza che incida sull’esecuzione della pena principale”, ma non di quella accessoria (l’interdizione dai pubblici uffici che, anche se cadesse la condanna e dunque l’incandidabilità per la legge Severino, lo terrebbe fuori dal Parlamento per due anni).

8 novembre. Marcello Dell’Utri annuncia: “Tutti e cinque i figli di Berlusconi, in modo compatto, hanno chiesto la grazia per Silvio”. Ma Ghedini lo smentisce: “Notizia destituita di ogni fondamento”. E anche il Quirinale: “Non è arrivato nulla. Già da tempo al presidente della Repubblica era stato escluso da persone vicine all’onorevole Berlusconi ogni ipotesi di domanda di grazia”. In realtà pare che i figli una domanda l’abbiano stesa e firmata, ma non l’abbiano inoltrata al Colle per la contrarietà del padre e del suo onorevole avvocato. Che spiega: “La grazia non conviene al presidente Berlusconi perché, come dice Napolitano, non estinguerebbe l’interdizione. Invece, all’esito positivo dei servizi sociali, dopo 10 mesi e 15 giorni, sarebbe tutto estinto, compresa l’interdizione”. Non, dunque, dopo due anni, ma già alla fine del 2014.

13 novembre. L’avvocato Franco Coppi annuncia che “la richiesta di grazia per Berlusconi è un’ipotesi ormai tramontata”. Il Csm archivia la pratica di trasferimento d’ufficio del giudice Esposito per l’intervista (manipolata) al Mattino. Ma propone al pg della Cassazione e alla ministra della Giustizia Annamaria Cancellieri di avviare contro di lui l’azione disciplinare.

14 novembre. Berlusconi: “Se avessi ancora il passaporto me ne andrei ad Antigua”.

15 novembre. I governisti di Alfano annunciano la scissione dal Pdl e formano i gruppi parlamentari del Nuovo Centrodestra (Ncd). In tutto sono 33 al Senato e 27 alla Camera: quanti ne bastano per sorreggere il governo Letta nel caso di sfiducia dal Pdl. Ma Alfano annuncia che sulla giustizia “continueremo a difendere Berlusconi” e tenta di far rinviare il voto sulla decadenza a gennaio.

16 novembre. Berlusconi resuscita Forza Italia e seppellisce il Pdl. Poi torna a tirare in ballo il Quirinale: “Napolitano non può stare ancora a guardare, ho fatto di tutto per farlo rieleggere e per dar vita al governo che lui voleva, ora deve fare qualcosa. C’è ancora la possibilità di un patto in extremis”.

19 novembre. Su pressione di Napolitano, il Pd salva la ministra Cancellieri, coinvolta nello scandalo Ligresti, dalla mozione di sfiducia M5S-Sel (appoggiata anche da Renzi).

27 novembre. A quattro mesi dalla condanna definitiva, il Senato convalida la decadenza di Silvio Berlusconi da senatore, respingendo 9 ordini del giorno di FI contro la delibera della Giunta (192 Sì, 113 No e 2 astenuti). Il pregiudicato espulso ritira tutti i suoi sottosegretari dal governo Letta (di ministri non ne ha più: sono passati tutti al Ncd) per traslocare all’opposizione l’8 dicembre, proprio mentre Renzi vince le primarie e diventa segretario del Pd. Cacciato dal Parlamento, incandidabile per 6 anni, interdetto dai pubblici uffici per 2, senza diritto di voto né immunità né passaporto, detenuto a piede libero in attesa dei servizi sociali o degli arresti domiciliari, il Caimano sembra politicamente finito. Ma alla guida del Pd c’è un nuovo amico, pronto a resuscitarlo.

 

De Luca richiude le classi, Draghi prova a fermarlo

“Siamo disposti ad ascoltare i presidi. Stiamo lavorando a una soluzione, ma vogliamo dare una risposta unitaria. La nostra linea resta quella della presenza”. A parlare al Fatto Quotidiano è il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, travolto dalle polemiche di queste ore sollevate da oltre duemila presidi che chiedono di non aprire le scuole lunedì e dalla decisione del governatore della Campania Vicenzo De Luca di chiudere primarie e secondarie di primo grado fino alla fine del mese. Tra il governo e l’ex sindaco di Salerno è guerra: fonti di Palazzo Chigi fanno sapere che presto ci sarà un Consiglio dei ministri per impugnare la decisione di De Luca.

Intanto a rinviare la prima campanella sono anche i sindaci di Campobasso, di Copertino (in provincia di Lecce) e di Orsara di Puglia (Foggia). A chiedere di non cominciare con la scuola in presenza sono anche il professor Andrea Crisanti e Filippo Anelli il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri.

A forzare la mano ci ha pensato il numero uno di palazzo “Santa Lucia”: “È irresponsabile aprire le scuole il 10 gennaio. Non ci sono le condizioni minime di sicurezza. Dobbiamo approfittare di questi 20-25 giorni per fare un lavoro straordinario, e qui chiedo la collaborazione di presidi, docenti e pediatri, per avere non venti giorni di riposo, ma per utilizzare al meglio queste giornate per sviluppare quanto più possibile la campagna di vaccinazione per i bambini”.

Una scelta che ha aperto la strada ad altri amministratori. Il sindaco di Orsara di Puglia, Tommaso Lecce, ha emanato un’ ordinanza che dispone la “sospensione delle attività didattiche in presenza per le scuole dal 10 al 15 gennaio”. La prima cittadina di Copertino, Sandrina Schito, ha fatto la stessa scelta del collega così a Campobasso. Con loro vorrebbero accodarsi una ventina di sindaci siciliani che chiedono alla Regione una decisione comune che porti al rinvio.

La preoccupazione dei presidi, aumenta di ora in ora, con i contagi. La lettera appello al premier Draghi, al ministro dell’Istruzione e ai governatori, per tentare di posticipare le lezioni di fronte alla poca sicurezza che c’è a scuola, ha raggiunto 2.500 firme e un primo risultato: lunedì alle 15 il presidente dell’Anp, Antonello Giannelli vedrà il ministro.

E dalla Lombardia arriva un altro dato che agita i capi d’istituto: un sondaggio promosso in questi giorni dall’Associazione presidi, su 150 dirigenti scolastici, ha messo in evidenza che mediamente ogni scuola riprenderà con una decina di docenti in meno, tra positivi al Covid, soggetti in quarantena, insegnanti in malattia o personale sospeso per non aver adempiuto all’obbligo vaccinale, che in Lombardia raggiunge 2.500 dipendenti. A dar man forte ai presidi ci pensa Crisanti: “Ormai non si può più fare niente per fermare la variante Omicron di Sars-Cov-2. L’unica via per attutirla è chiudere le scuole per due-tre settimane. E se non si chiudono le scuole, bisognerebbe farlo con i ristoranti. Non si possono avere tutti e due questi settori aperti. O l’uno o l’altro. Io sarei per chiudere i ristoranti. Lo dico sinceramente”.

“Perso un anno, la riapertura delle scuole così è solo un bluff”

“Qualcuno la scorsa estate deve aver pensato ‘con il vaccino presto finirà tutto’”. E invece, oggi, sulla scuola i nodi vengono al pettine. “Non si è fatto niente per prevenire una nuova ipotetica ondata”, dice Lucia Azzolina, deputata M5S ed ex ministra dell’Istruzione nell’anno più difficile della prima ondata di Covid-19. Ora molti chiedono di non riaprire subito le scuole. Il governo va in direzione opposta.

Come si è arrivati a questo punto?

Semplice: niente spazi né personale in più. E sul tracciamento siamo fermi al 2020.

Cos’hanno sbagliato e stanno sbagliando il ministro Bianchi e il governo sulla scuola?

In queste ore si sente dire che “il tracciamento funziona”, “la scuola è in sicurezza” e insomma va tutto bene. No. Non va tutto bene, nella scuola e in altri settori. Negare o rimuovere le difficoltà è il primo degli errori.

I presidi sono in rivolta, non vogliono aprire, c’è una raccolta di firme: hanno ragione?

I presidi vanno ascoltati. Sono due anni che si prendono grandi responsabilità e che fanno funzionare le cose. Va riavviato il dialogo con loro, immediatamente. Non chiedono la luna, ma interventi credibili: mascherine Ffp2 e poi il personale, non solo non è aumentato, ma è stato tagliato. Ora con i nuovi contagi mancheranno migliaia di docenti e di supplenti.

Insomma, bisogna rinviare l’apertura oppure no?

Bisogna fare di tutto per garantire la scuola in presenza: ma una scuola che funzioni, non un parcheggio senza docenti né supplenti.

Di fronte all’immobilismo non c’è il rischio che i genitori decidano autonomamente se mandare i figli a scuola?

Quale genitore manderà i figli a scuola sapendo che ci sono due positivi in classe? In Francia per un positivo si fanno tre test a tutti nei giorni successivi, test gratuiti in farmacia. Da noi si è deciso il contrario: visto che non siamo in grado di fare il tracciamento, diminuiamo per norma i test. La verità è che sul tracciamento siamo fermi al 2020. Dov’è il piano del generale Figliuolo per un maxi-screening degli studenti prima del rientro a gennaio?

C’è un problema di dati nella scuola?

I dati semplicemente mancano. Da mesi non sappiamo quanti sono i contagi in ambito scolastico. Dovrebbe essere la prima cosa.

Intanto si mandano in Dad gli studenti delle superiori non vaccinati: non si rischiano, anche non volendo, delle discriminazioni?

Credo di sì. Non si fanno differenze tra i ragazzi né tanto più sulla base di decisioni che prendono le famiglie. La scuola deve rimanere luogo di inclusione.

Le Regioni continuano a fare il bello e il cattivo tempo, tra regole e chiusure: si sta dando priorità all’istruzione?

La priorità alla scuola la dai in un modo solo: mettendoci i soldi. Altrimenti sono solo parole. Nella scorsa legge di Bilancio furono stanziati 3 miliardi, in questa 800 milioni…

Il sottosegretario alla Salute Costa dice che paghiamo gli errori della passata gestione.

Dovrebbe pensare alle dichiarazioni trionfalistiche di suoi colleghi di governo che da settembre dicono che è tutto a posto. Poi, se vuole, può andare a rileggere quanti spazi in più sono stati ricavati e quanto personale in più messo l’anno scorso. Sono numeri, la differenza anno su anno è facile da fare. E non c’erano i vaccini…

Anche Grillo ritiene che puntare tutto sulle vaccinazioni non sia abbastanza, proprio mentre si introduce un primo obbligo

Le vaccinazioni sono fondamentali perché abbattono i numeri su malattia grave e mortalità, ma sulla scuola è oggettivo: non è stato previsto altro. E oggi si è in difficoltà.

Cosa si dovrebbe fare per tenere i ragazzi al sicuro?

Mascherine Ffp2 fornite a tutto il personale e raccomandate agli studenti con sconti per le famiglie. Subito fondi per personale aggiuntivo fino a giugno, per tornare a distanziamento e sdoppiamento classi. E, se la situazione peggiora, meglio una percentuale di rotazione in presenza. Una scuola tutta aperta, ma per finta, non serve.

Sequestro a Mincione, la Svizzera conferma

Le autorità giudiziarie elvetiche hanno negato al finanziere Raffaele Mincione, coinvolto nella compravendita del Palazzo di Sloane Avenue a Londra da parte della Segreteria di Stato vaticana e nel conseguente processo che riprenderà il prossimo 25 gennaio, lo sblocco dei conti svizzeri posti sotto sequestro da un anno. L’ammontare complessivo dei conti è stato quantificato da fonti giornalistiche svizzere in circa 60 milioni di euro, mentre nell’aula del processo in Vaticano, l’avvocato difensore Giandomenico Caiazza ha parlato di Mincione come “destinatario di un provvedimento di sequestro imponente: quasi 48 milioni di euro”.

Inciampa e parte colpo. Muore campione skeet

È inciampato su un tronco mentre era a caccia. Ha perso l’equilibrio e il suo fucile ha sparato il colpo che lo ha colpito all’addome, uccidendolo. Sarà l’autopsia a confermare quella che per gli inquirenti sembra una dinamica chiara: a uccidere Cristian Ghilli, 19enne campione del mondo juniores dello skeet, sarebbe stata una “tragica fatalità”. Lo skeet, meglio conosciuto come “tiro al volo”, è una specialità olimpica che prevede proprio l’utilizzo del fucile. Il giovane skettista a ottobre si era laureato campione del mondo a squadre e nel Mixed Team, corredando l’oro con un terzo posto individuale nel Mondiale di Lima, in Perù, mentre a maggio aveva vinto l’oro nella gara individuale, in Croazia.

Sicilia, Lombardo assolto in appello da accuse di mafia

È stato assolto nel processo d’Appello bis l’ex governatore siciliano Raffaele Lombardo, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa (perché il fatto non sussiste) e voto di scambio aggravato (per non aver commesso il fatto). Per la procura etnea, che aveva chiesto una condanna a 7 anni e 4 mesi, l’ex fondatore del partito autonomista siciliano avrebbe tessuto presunti rapporti con esponenti di spicco della famiglia mafiosa Ercolano-Santapaola di Catania, tra il 1999 e il 2009, ricevendo il consenso elettorale per le Politiche del 2008 in cambio di favori in opere pubbliche.

La lunga vicenda giudiziaria inizia nel 2010 con l’operazione ‘Iblis’ dei Ros e della Dda di Catania, in cui erano emersi gli intrecci tra mafia, politica e imprenditoria, coinvolgendo Raffaele Lombardo e il fratello Angelo, all’epoca deputato nazionale. Nel 2012, dopo l’imputazione coatta disposta dal gip, il governatore lascia la guida di Palazzo dei Normanni scegliendo il rito abbreviato, mentre il fratello opta per il procedimento ordinario, tutt’ora in corso in primo grado. Nel 2017 la Cassazione annulla la sentenza d’appello, che aveva assolto Lombardo dal concorso esterno, condannandolo per il voto di scambio (due anni e sei mesi) senza aggravante mafiosa. Ieri la nuova assoluzione. “L’ho sentito al telefono, era contento”, ha detto Maria Licata, legale di Lombardo. Già nel 2010, l’ex governatore era stato assolto in Cassazione insieme al figlio Salvatore per un’altra vicenda di voto di scambio.

Risse a Cortina, coinvolti i rampolli della “Roma bene”

Due episodi distinti, entrambi con protagonisti in negativo gruppi di ragazzini romani, figli di medici e professionisti. La polizia di Cortina, nota località dolomitica, è al lavoro per ricostruire le due violente risse verificatesi a cavallo tra la vigilia e il 1° dell’anno. La prima, la notte di Capodanno, ha visto tre ragazzi romani di 17 e 18 anni aggredire due concittadini più piccoli (circa 15 anni) nel locale Janbo. Fra le due vittime anche il figlio di un noto primario e professore universitario. Gli inquirenti hanno già acquisito le telecamere e denunciato gli aggressori. La seconda rissa, invece, ha visto come vittime 6 ragazzi trevigiani, aggrediti da 7 romani. Alcuni testimoni hanno anche sentito il grido “forza Lazio”, ma chi indaga esclude vi sia un movente calcistico e i sospettati non fanno parte dei gruppi organizzati della Curva Nord. Le vittime del primo episodio fanno parte del gruppo di amici del figlio di un ex politico romano, che ha smentito ogni coinvolgimento. La versione dell’ex consigliere capitolino è stata confermata dalla polizia.