Violenze sessuali in serie, come a Colonia nel 2016. Milano rivive l’incubo tedesco. Sono cinque gli episodi di stupro di gruppo avvenuti la notte di Capodanno su cui indaga la Procura meneghina, tutti sarebbero avvenuti intorno all’area di piazza del Duomo. Teatro, secondo le accuse, della violenza sessuale denunciata da un gruppo di studentesche di 20 anni. Intorno a mezzanotte, “a un certo punto la mia amica mi ha detto che qualcuno l’aveva toccata. All’improvviso ci siamo accorte che eravamo circondate con 30 uomini attorno. Hanno iniziato a spingerci e a toccarci ovunque”. Secondo il racconto della ragazza, “erano tutti stranieri tra i 20 e i 30 anni e nessuno parlava italiano. La mia amica mi ha aiutato ad alzarmi ma non potevamo scappare, ce li avevamo tutti attorno e avevo 15 mani addosso, anche sotto la gonna. Piangevamo e urlavamo, ma nessuno ci ha aiutate”. Dure le sue accuse nei confronti delle forze dell’ordine: “Non hanno fatto niente, è stato davvero scioccante. Eppure erano vicini, erano a pochi metri e non possono non averci viste”.
L’ex consigliera comunale positiva: “E la chiamano gestione?”
“Quattro giornidi inferno (ancora in corso), febbre a 40, tosse da far saltare gli occhi, il fiato che non torna mai, il corpo che ti lascia”. Sumaya Abdel Qader, ex consigliera comunale di Milano con il Pd, ha raccontato sul suo profilo Facebook il calvario che vive da una settimana insieme alla famiglia, quasi tutta contagiata dal coronavirus. “La lista dei ‘disservizi’ è lunga, le responsabilità su molti livelli e piani, ma pare che nessuno ne possa rispondere”. L’ex consigliera descrive i problemi che vanno dalla difficoltà nel ricevere un tampone (“Non so come raccontare ore di fila al drive through per poi vederlo chiudere davanti perché finito l’orario”) fino alla problematica faccenda dell‘attivazione del Green pass. “La terapia l’ho ricevuta grazie ad amici medici che si occupano di malati Covid” scrive ancora Abdel Qader. “Oggi, col poco fiato che ho ancora nei polmoni – conclude – voglio gridare e chiedere: com’è possibile dopo due anni tutto ciò? Non il Covid e le varianti, che sono più che ‘normali’. Ma la gestione di tutto. E non credo di parlare solo per me”.
A 2 anni dal disastro, il motto in Lombardia resta “arranges”
L’ultimo segno di esistenza in vita, l’assessore Letizia Moratti l’ha dato il 6 gennaio, quando ha twittato: “Oggi in Lombardia superate le 20 milioni di dosi totali: la nostra Regione continua a correre”. Ma corre anche Omicron: 18.667 nuovi casi ieri – gli hub all’Epifania erano chiusi e si sono fatti solo 74.926 tamponi, con un tasso di positività del 24,9% –, 59 morti, ricoveri in crescita in intensiva (+5) e non intensiva (+ 105). Ufficialmente i positivi sono circa 400mila, ma gli epidemiologi calcolano che siano almeno un milione. La Lombardia resta insomma la regina dei contagi. E non solo di quelli. Migliaia di cittadini prigionieri dei ritardi di Ats; tracciamento azzerato; tamponi introvabili; Rsa che rischiano di vedersi recapitare positivi; per non parlare delle scuole che quando apriranno “sarà come andare alle Termopili”. È la fotografia di quanto stanno vivendo i lombardi oggi, ripiombati nell’incubo di quasi due anni fa. Un incubo che fa a pugni col trionfalismo dei vertici del Pirellone che celebrano i numeri dei vaccini, ma ignorarono il caos.
Sistema saltato. Impossibile avere un quadro preciso, perché tracciamento e sorveglianza sono saltati da settimane. “Liberiamo i guariti con almeno 4 o 5 giorni di ritardo – dice un dipendente di Ats – il software di Aria non funziona, i laboratori che ci devono inviare gli esiti sono in tilt e siamo pochi. E senza liberazione, niente Green pass. Così migliaia di persone sono tecnicamente guarite, ma legalmente impossibilitate a uscire. Come il consigliere regionale M5S, Massimo De Rosa che, terminata la quarantena con tampone negativo da 5 giorni, è ancora privo di Green pass. E, in vista della ripartenza di lunedì con le nuove norme, i disagi saranno innumerevoli.
Tamponi & vaccini. Il versante test è in alto mare, nonostante la task force. Epifania a parte, le code agli hub e nelle farmacie sono una costante. Dalle 2 alle 8 ore le attese. Senza una differenziazione tra sintomatici e non. “Sono migliaia le segnalazioni di positivi che non riescono a contattare Ats o il proprio medico”, accusa il consigliere regionale Pd, Samuele Astuti, quindi “migliaia costretti a pagare il tampone di tasca propria a cifre inaccettabili”. Per evitare l’assalto agli hub, una delle soluzioni individuate dalla task force è stata di non richiedere tamponi per il ritorno a scuola. Un suicidio. Inoltre ha stabilito di inviare negli hub i positivi e dirottare in farmacie i contatti. Così le famiglie sono state costrette a sobbarcarsi file diverse, in luoghi diversi, in tempi diversi.
Non che poi il versante vaccini – la bandiera della coppia Moratti&Bertolaso – brilli. Gli appuntamenti per le terze dosi sfondano ormai le prime due settimane di marzo, come dimostra l’esperienza di una coppia milanese che ha prenotato due giorni fa. Lui, over 50, fragile, guarito, con due dosi, riceverà il booster il 1° marzo. Nell’hub di Vimodrone. Sua moglie, invece, over 50, guarita, con una sola dose, riceverà la seconda il 17 marzo. Si consola col fatto che anch’essa si vaccinerà a Vimodrone, perché almeno avranno imparato la strada… Dovranno aspettare il loro turno, perché non ci si può presentare senza appuntamento: come ha chiaramente detto Moratti, sarebbe “una mancanza di rispetto verso gli altri cittadini”.
Rsa. Sempre Astuti ieri ha denunciato che Ats Insubria ha emesso un avviso per la “ricerca di soggetti interessati all’attivazione temporanea di posti di cure sub-acute a favore di pazienti Covid positivi paucisintomatici e di degenza di comunità di livello base per asintomatici/paucisintomatici”. “E a chi si stanno rivolgendo? Alle Rsa”, accusa, ricordando la delibera dell’8 marzo 2020 dell’allora assessore Giulio Gallera. Per la serie, perseverare è diabolico.
Ospedali in crisi. Le strutture ogni giorno riconvertono letti: ieri al Niguarda hanno ricavato 72 letti Covid, sottraendoli ai reparti ordinari che così si bloccano. In difficoltà anche il Giovanni XXIII di Bergamo. I pronto soccorso viaggiano tra l’“affollato” e il “sovraffollato”, secondo l’app Salutile, e le ambulanze attendono. Il picco di contagi è atteso per il 15/17 gennaio, così ci si prepara al peggio. La Regione mira ad aprire l’ospedale in Fiera il 15 gennaio, ma sarà costretta ad anticipare al 10, sempre che trovi il personale. Un’apertura che, come ormai è chiaro, sottrarrà ancora una volta sanitari alle strutture pubbliche già gravate dalle assenze per malattia.
“Situazione in drastico peggioramento, serve un cambio della rotta”
Servono “misure di mitigazione significative” o sarà “altamente probabile” un “ulteriore rapido aumento” di casi e ospedalizzazioni nelle prossime settimane, con ben 8 Regioni che hanno oltre il 50% di chance di raggiungere tassi di occupazione di reparti e terapie intensive da zona rossa. L’Istituto Superiore di Sanità avverte il governo sulla “fase delicata” della pandemia e invita, in maniera esplicita, ad agire per raffreddare la curva epidemica che il presidente Silvio Brusaferro fotografa come in “drastico peggioramento”. E la scuola in presenza riparte lunedì, lo stesso giorno in cui scattano le misure restrittive per i No vax varate nel decreto del 24 dicembre mentre l’ultimo provvedimento, dispiegherà i suoi effetti da febbraio.
“L’attuale scenario di crescita dell’utilizzo dei servizi ospedalieri osservato nelle ultime settimane – si legge nel monitoraggio settimanale Iss – associato alle progressive evidenze che arrivano da altri Paesi Europei, rende necessario invertire rapidamente la tendenza per evitare condizioni di sovraccarico dei servizi sanitari, già oggi fortemente impegnati”.
Poco incoraggianti anche i dati settimanali. Dal 31 dicembre al 6 gennaio l’incidenza dei casi è più che raddoppiata: da 783 ogni 100 mila abitanti registrati nella precedente rilevazione si è giunti a 1.669 ogni 100 mila abitanti e l’indice Rt è salito da 1,18 a 1,43. Nel periodo 15-28 dicembre, invece, l’Rt medio era di 1,43 e nei 7 giorni precedenti di 1,18. Abruzzo, Emilia-Romagna, Toscana e Val d’Aosta, cambiano colore e si aggiungono alle 11 regioni e province autonome dove dal 3 gennaio le misure anti Covid avevano subito una stretta. Anche la pressione sugli ospedali ritorna a crescere. Il tasso di occupazione di posti letto in area medica si attesta al 21,6%, mentre le terapie intensive sono occupate al 15,4% da pazienti Covid.
Ieri, infine, 108.304 nuovi contagi ma con soli 492.172 tamponi (meno la metà dell’altro ieri) e ancora 223 morti.
Cts e medici contro Draghi: l’obbligo così non piace a nessuno
Questa volta i Migliori sembrano proprio non aver strappato applausi. L’affanno politico del governo Draghi in questo momento si manifesta anche in un coro di critiche al decreto (non ancora in Gazzetta Ufficiale all’ora in cui chiudiamo il giornale, dovrebbe essere pubblicato in mattinata, al più tardi) abbastanza inedito per intensità e – soprattutto – per la vicinanza all’esecutivo da cui proviene. Alcuni componenti del Comitato tecnico-scientifico – comunica l’Agi – avrebbero infatti manifestato dubbi sulla scelta di imporre l’obbligo vaccinale per gli over 50. A non convincere alcuni esponenti del Cts del ministero della Salute è l’utilizzo dell’obbligatorietà con riferimento alla variante Omicron, che presenta caratteristiche peculiari, tra cui l’elevata contagiosità, rispetto alle altre finora dominanti. “Il dibattito scientifico è stato sostituito da analisi politiche – dichiara a ilfattoquotidiano.it Angelo Miozzo, membro del Cts – le ultime decisioni sono state adottate senza la testimonianza di una riunione. Inizialmente il Cts si riuniva quasi tutti i giorni – conclude –. Ora siamo in emergenza e l’ultima riunione risale al 29 dicembre. Non serve più?”.
Altre bordate, poi, arrivano dalla prima linea: “La sanzione di 100 euro in caso di mancato rispetto dell’obbligo vaccinale anti-Covid per gli over 50 – sostiene Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici – non basta ed è inefficace. Ne va della credibilità dello Stato. Se dobbiamo attenderci una risposta in ragione di questa sanzione credo che non andremo da nessuna parte. Il decreto approvato – conclude – è importante perché ha un effetto educativo, ma serve ben altro”.
Decisamente più aspre le parole dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri: “Siamo assolutamente delusi dalle misure adottate dal governo – dichiara il presidente Alessandro Vergallo –, perché tardive e i contenuti sono un artificio politico di mediazione. Mettere una sanzione di 100 euro per chi non si attiene alla regola è un fallimento politico. E anche l’obbligo per i soli over 50 – prosegue – non incide sui contagi che colpiscono ogni fascia di età”. “Questa multa mi fa ridere – è il commento di Renata Colombi, capo del pronto soccorso dell’Ospedale Giovanni XXIII di Bergamo – qui ci sono tantissimi no vax in rianimazione e sub intensiva. Arrivano in pronto soccorso già gravissimi. Faccio fatica a mettermi nei loro panni, ma mi vogliono convincere così, facendomi pagare 100 euro? Ma a maggior ragione non mi vaccino”.
“Spaventateli, fate la faccia feroce – ironizza infine il microbiologo Andrea Crisanti – questo è il senso del decreto, una trovata alla Pulcinella, ormai siamo passati dalla tragedia alla commedia napoletana. È un obbligo da ridere – prosegue – uno spende di più se gli rimuovono la macchina. Un no vax dice ‘ti pago e buonanotte’. Ma è soprattutto l’inutilità del provvedimento, mirato a 2,1 milioni di persone di cui 3-400 mila esenti. È come pensare che con un bicchiere d’acqua aumenti il livello di un lago”.
Ma le critiche arrivano anche dal consulente del Commissario all’emergenza generale Figliuolo, Guido Rasi (“È un compromesso, il virus non distingue tra 49 e 50 anni”) e da Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute Speranza (“Sanzione inadeguata, non è un deterrente”).
E sul tema è tornato a farsi sentire anche il fondatore del M5S , Beppe Grillo: “Il bilancio delle strategie adottate da gran parte dei Paesi occidentali – scrive sul suo blog – e deludente. Quasi nessuno ha adottato una strategia di contagi zero o tendenti allo zero. L’unico Paese al mondo che continua a perseguire questa strategia sembra essere la Cina, ma le misure restrittive necessarie – prosegue – implicano limitazioni di diritti umani che nei Paesi occidentali sono generalmente considerati inviolabili, diritti che sono fra i capisaldi delle democrazie liberali, e per questo la loro restrizione è estremamente critica”.
“Siamo di fatto già in lockdown. Misure inutili e troppo tardive”
“Il nuovo decreto Draghi? Temo che sia troppo tardi. Con questo ritmo di crescita dei contagi il nostro Paese è di fatto in un nuovo lockdown”. Nino Cartabellotta è il presidente della Fondazione Gimbe, che da due anni produce settimanalmente un report sull’andamento dell’epidemia. L’ultimo, diffuso giovedì, non risparmiava critiche all’operato del governo negli ultimi tempi.
Professor Cartabellotta, lei, a proposito del nuovo decreto, ha parlato di “pannicello caldo”. Cosa intende esattamente?
Il pannicello caldo è la traduzione non letterale di too little, too late. Da inizio dicembre, quando il virus ha ripreso a correre, è stato un susseguirsi di decreti con misure blande e tardive rispetto all’enorme contagiosità di Omicron. Era già successo nell’autunno 2020, quando il governo Conte emanò quattro Dpcm in meno di un mese per poi arrivare a quello delle Regioni a colori. Con questa velocità di crescita dei contagi le decisioni politiche non possono più guardare l’andamento dei numeri, peraltro prevedibili, ma devono essere estremamente tempestive e rigorose.
Lei ha anche scritto “la corsa al Quirinale accelera quella del virus”… Un modo nemmeno troppo velato per dire che queste ultime norme rispondono più a logiche politiche che di contrasto all’epidemia?
Be’, la soluzione scelta per l’obbligo vaccinale è l’emblema del compromesso politico al ribasso. Se mediare significa non scontentare nessuno il risultato è un provvedimento inutile e, soprattutto, inapplicabile.
Il governo italiano passa per rigorista. Eppure la decisione – in caso di contatto stretto con positivi – di eliminare la quarantena per chi ha fatto tre dosi o due da meno da 120 giorni, sembra andare in direzione opposta. Con 1 milione e seicentomila positivi non rischia di essere una “bomba”?
È un rischio calcolato per non bloccare il Paese: vaccinati con tre dosi e da meno di 120 giorni hanno un rischio di contagio dimezzato rispetto ai vaccinati da oltre 120 giorni e di un quarto rispetto ai non vaccinati. Ma nonostante la revisione delle regole della quarantena, con questi l’enorme numero dei contagi e la loro velocità di crescita stanno portando il Paese verso un lockdown di fatto.
Duemila presidi chiedono la Dad fino a fine mese. Crede che il governo cederà?
Il ministro Bianchi ha ribadito il rientro a scuola “in presenza e in sicurezza”. Ma con l’attuale livello di circolazione virale e le regole per garantire la sicurezza, questo slogan è un ossimoro. O si accetta un certo livello di rischio o sempre meno classi potranno garantire le lezioni in presenza. Anche perché il personale scolastico inizia a essere decimato.
Omicron potrebbe essere meno pericolosa di Delta, ma l’aumento dei contagi è comunque senza precedenti. Cosa dobbiamo aspettarci per le prossime settimane?
Negli ultimi dieci giorni abbiamo avuto 1.337.368 nuovi casi. Nella più ottimistica delle ipotesi l’1,5 per cento di questi contagi va in area medica e l’1,5 per mille in terapia intensiva. Di conseguenza non possiamo che aspettarci l’impatto ospedaliero di questo enorme aumento dei casi, che peraltro non accenna a rallentare. E ancora una volta si scarica tutto su ospedali e professionisti sanitari, già allo stremo. Speriamo solo che i medici non si trovino di nuovo nelle condizioni di scegliere chi salvare.
Se dovesse indicare uno o più errori di strategia compiuti negli ultimi mesi, cosa segnalerebbe?
Innanzitutto la mancata istituzione dell’obbligo vaccinale per tutti gli over 18 a partire dall’autunno; in secondo luogo il notevole ritardo nella somministrazione delle dosi di richiamo; infine la sottovalutazione dell’impatto di Omicron, confidando nella ‘raffreddorizzazione’ della variante.
La situazione nel resto d’Europa non è certo migliore della nostra. Nessuno ha azzeccato la ricetta giusta o la ricetta giusta proprio non c’è?
La ricetta giusta è un mix di tempestività e flessibilità nella risposta alle varie fasi della pandemia, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione e non disperdendo energie in sterili polemiche e compromessi politici. E tenendo conto che il virus continua a sorprenderci per le sue capacità di aggirare gli ostacoli.
La campagna vaccinale delle terze dosi sembra finalmente procedere, ma anche le prime danno timidi segnali di ripresa. Effetto super green pass?
Nell’ultimo mese abbiamo avuto oltre 800 mila nuovi vaccinati over 12. È un buon risultato che consegue a varie determinanti: effetto super green pass, convinzione su efficacia e sicurezza del vaccino e un po’ di paura per l’ondata Omicron.
La campagna per i bambini tra i 5 e i 12 anni va a rilento. È giustificata secondo lei questa diffidenza?
La diffidenza non è giustificata per chi sa leggere e interpretare i dati scientifici, ma i genitori vanno rassicurati e convinti uno a uno. Ovvero: la somministrazione di un vaccino non dipende solo dall’autorizzazione e dalle forniture, oltre alla comunicazione pubblica serve la persuasione individuale.
Che succede se, per ipotesi, tra qualche settimana siamo tutti in arancione o, peggio, in rosso?
Realisticamente numerose Regioni andranno in zona arancione entro gennaio, ma le limitazioni aggiuntive sono poche. Andare in zona rossa sarebbe un disastro sanitario ed economico. Ma soprattutto certificherebbe il fallimento nella gestione della quarta ondata, nonostante i vaccini efficaci nel prevenire la malattia grave.
Nel nome del nonno
Un anno fa, 8 gennaio 2021. Da tre giorni l’Italia, malgrado il taglio delle forniture, batte gli altri grandi Paesi Ue per numero di vaccinati e nessun giornalone lo scrive (0,71% di abitanti vaccinati in Italia, 0,6 in Germania, 0,44 in Spagna, 0,06 in Francia), né parla delle polemiche in Germania contro la Merkel per il ritardo sul governo Conte. A reti ed edicole unificate si reclama una bella crisi al buio in piena seconda ondata (620 morti, positività al 12,5%, 2.587 in terapia intensiva, 23.313 in area medica) perché Conte è il colpevole del Covid, del “fallimento” sui vaccini (con Arcuri) e del Pnrr schifoso, in ritardo e bocciato dall’Ue. Purtroppo lo stesso giorno la Von der Leyen dichiara: “Negoziato molto buono con l’Italia, come con tutti gli altri governi, nello specifico ci sono buoni progressi”. Ma basta non scriverlo su nessun giornale, né ricordare che da un mese il Pnrr è tenuto in ostaggio in Cdm da Italia Viva. Meglio intervistare 10 renziani al giorno su Mes, 007, banchi a rotelle e rapporto Barr.
Per sapere quel che accade in Italia bisogna leggere i giornali stranieri. Financial Times: “Nel mezzo di una pandemia globale e di una brutale recessione, potrebbe non sembrare il momento più opportuno per far cadere il governo. A meno che tu non sia Renzi… Conte è un ostacolo alle ambizioni di Renzi dopo la nascita del suo piccolo partito”. Les Echos: “Nuovo duello tra Conte e un Matteo. Non più Salvini, che provocò la crisi nel 2019, ma Renzi”. Handelsblatt: “Il disturbatore d’Italia gioca col fuoco in piena pandemia”. Die Welt: “L’Italia ha bisogno di un nuovo governo nel bel mezzo della peggior crisi degli ultimi decenni?”. El Paìs: “Renzi minaccia una crisi irresponsabile”. Conte riunisce i partiti della maggioranza per chiudere l’accordo sul Pnrr, modificato secondo le richieste dei renziani, che però s’inventano altri pretesti (pure il ponte sullo Stretto) per tenerlo sotto sequestro. La crisi verrà ufficializzata il giorno 13 col ritiro del trio Bellanova-Bonetti-Scalfarotto, per lo “sgomento” di Mattarella. Da mesi aleggia il nome di Draghi, che giura a tutti di non essere interessato, ma è troppo ambizioso per dichiararlo pubblicamente. E così incoraggia il partito dello sfascio: è nel suo nome che si apre (e chiude) la prima crisi in piena pandemia. Oggi, un anno dopo, sempre nel suo nome e in piena pandemia, sta per aprirsi la seconda crisi perché il “nonno al servizio delle istituzioni” (soprattutto una) pretende di traslocare al Quirinale, mollando il governo con 911 morti in quattro giorni e gli ospedali al collasso dopo cinque decreti in un mese. Quando faremo l’inventario dei danni dei Salvatori della Patria, sarà sempre troppo tardi.
L’auto “green”: in Italia, la rivoluzione è solo per ricchi
Ce lo aspettavamo, ma ora è ufficiale. Il mercato italiano dell’auto ha chiuso con 1.457.952 immatricolazioni, oltre mezzo milione al di sotto della soglia che garantirebbe un corretto ricambio dei veicoli nel vetusto parco auto del nostro Paese.
E dunque, un miglioramento nella qualità dell’aria che respiriamo. E non inganni quel +5,5% rispetto al 2020, anno falcidiato dalle chiusure per pandemia, bensì faccia riflettere il -23,9% sul 2019, ultima stagione con numeri “normali”: rispetto a quella, si sono perse ben 460 mila nuove targhe.
I motivi sono noti, ma vale la pena riassumerli: l’economia che zoppica, l’emergenza sanitaria che non dà tregua, i microchip che mancano e una transizione ecologica che, nonostante gli investimenti stellari dei costruttori, in Italia stenta a decollare.
Già, perché nonostante tassi di crescita lusinghieri le auto elettriche e ibride plug-in ancora hanno un peso modesto sul totale: 4,6 e 4,7 per cento, rispettivamente. Impossibile non pensare che la responsabilità sia dei provvedimenti a singhiozzo presi finora dalla politica, che ha pensato più a tappare le buche che a rifare daccapo il manto stradale, per usare una similitudine.
Alle auto ricaricabili mancano ancora infrastrutture affidabili e prezzi umani, ma soprattutto un piano di sostegno di lungo termine che non faccia sembrare quella dell’elettrone l’ennesima rivoluzione solo per ricchi.
Vision EQXX, mille km d’autonomia
“La Vision EQXX è come immaginiamo il futuro delle auto elettriche”. Sintetico ma condivisibile il commento dell’amministratore delegato di Mercedes, Ola Källenius, durante l’evento online di presentazione della nuova concept a batteria della Stella.
Soprattutto perché i suoi numeri sono impressionanti: mille chilometri di autonomia con una sola ricarica (come andare da New York a Cincinnati senza fermarsi, dicono i tecnici tedeschi) hanno il sapore di un nuovo benchmark verso cui tutti i veicoli a zero emissioni dovranno tendere.
Per ottenere questo risultato, è stato fondamentale contenere il peso a vuoto (1.750 kg) grazie all’utilizzo di vari tipi di alluminio e di un pacco batterie che nonostante i 100 kWh di cui dispone ingombra la metà ed è più leggero del 30% (495 chilogrammi totali) rispetto a quello che equipaggia la EQS, ovvero l’ammiraglia a elettroni di Stoccarda.
E anche la carrozzeria ha fatto la sua parte, visto che è il coefficiente aerodinamico ha un valore da record: 0,17.
In più, tanti “piccoli” accorgimenti che fanno la differenza. Come i 117 pannelli solari sistemati sul tetto (che danno fino a 25 km di autonomia in più) e le prese d’aria attive con diffusore posteriore. Senza dimenticare le gomme Bridgestone da 20’’ a bassa resistenza con cerchi in magnesio e dischi freno in alluminio, in grado di ridurre l’emissione di polveri inquinanti fino al 90%.
Anche gli interni sono un manifesto alla sostenibilità, grazie all’utilizzo di materiali naturali riciclati come i tappetini in fibra di bambù, la bio-seta ad alta resistenza AM Silk, il rivestimento vegano Mylo (che al tatto sembra pelle ottenuta dalle radici dei funghi) o la microfibra DesertTex ottenuta dai cactus.
Spazio, infine, all’high-tech. Sul cruscotto c’è un grande schermo touch da 47,5’’, da cui è possibile gestire comandi e infotainment.
Quest’ultimo può contare su un’interfaccia a rete neurale, che simula il funzionamento del cervello umano e consuma meno energia nonostante garantisca performance di livello superiore. Benvenuti nel futuro.
Da Smart a Maserati: è iniziata la “guerra” delle novità del 2022
Il 2022 sarà un anno ricco di novità a quattro ruote, elettrificate e non. Fra le più attese c’è l’Alfa Romeo Tonale, Suv di medie dimensioni, più piccolo dello Stelvio. Avrà motorizzazioni benzina, diesel, mild-hybrid o ibride plug-in e verrà assemblato nello stabilimento di Pomigliano d’Arco. Nelle concessionarie arriverà il 4 giugno, in varianti a trazione anteriore o 4×4.
Grandi speranze in casa Maserati: la più attesa è la Grecale, Suv che si posizionerà sotto la Levante. La base tecnica è quella della piattaforma Giorgio, a trazione posteriore o integrale, già vista sull’Alfa Romeo Stelvio, mentre i propulsori saranno a benzina o ibridi. Spazio pure alla MC20 Spider e alla Gran Turismo, coupé che sarà offerta anche in versione 100% elettrica. Febbre da suv persino a Maranello: il primo nella storia del Cavallino si chiamerà Purosangue, avrà quattro porte e motori elettrificati. Di ben altra foggia la Volkswagen ID.Buzz: è l’erede a trazione elettrica della storica Bulli, l’iconico pulmino diventato un simbolo hippie. In casa Toyota la novità principale si chiama Aygo X: citycar che punta su una meccanica “senza fronzoli”, cioè senza elettrificazione. Lunga 3,7 metri, sarà spinta da un motore tre cilindri da 72 Cv.
La Smart? Riparte da un Suv a batteria di taglia compatta: le forme saranno quelle della Concept #1, vista all’ultimo Salone di Monaco. Misurerà circa 4,3 metri di lunghezza e condividerà la piattaforma con un modello di Volvo. Autonomia? Fino a 440 km omologati.
La risposta di Renault all’offensiva elettrica di Volkswagen si chiama Megane E-Tech Electric. Si basa sulla piattaforma CMF-Ev, ed è un crossover lungo 4,2 metri. Il powertrain elettrico sarà disponibile in due configurazioni: 130 e 218 cavalli. Mentre il pacco batterie potrà avere 40 o 60 kWh di capacità, per un’autonomia omologata di 300 o 470 km. Scommette sulla formula crossover elettrico pure la Nissan, con la sua Ariya, disponibile con batterie da 63 a 87 kWh e potenza da 242 a 395 Cv. Per quanto riguarda l’autonomia si va dai 340 km ai 500 km.
Nasce invece dalla sinergia con Toyota la nuova Solterra, prima vettura 100% elettrica della Subaru, lunga 4,7 metri. La trasmissione è affidata a un powertrain elettrico a quattro ruote motrici, in cui figurano due propulsori, uno per ciascun asse, da 218 CV di potenza complessiva. La meccanica è alimentata da una batteria a litio da 71,4 kWh, che assicura un’autonomia omologata di 460 km.
In casa BMW, infine, il 2022 sarà l’anno delle taglie forti. Infatti, oltre alla nuova Serie 7, che avrà una versione 100% elettrica, la casa tedesca toglierà i veli alla X8.