TikTok, dallo smartphone alla tv: i video saranno trasmessi in sale d’attesa e bar

La piattaforma digitale più amata dai giovani, famosa per i video virali e con un miliardo di utenti, ha raggiunto un accordo con Atmosphere, società che fornisce contenuti video in streaming, per trasmettere i propri contenuti sugli schermi tv presenti negli spazi commerciali di sale d’attesa, palestre e ristoranti, come Taco Bell e Texas Roadhouse.

 

Salvate “la capra” di Singer. La favola (non solo) per bambini

Per tradurre bene bisogna tradire. Nessuno come Isaac B. Singer ha applicato in senso lato questa massima. Il “paradiso in terra”, conquistato dopo la fuga dalla Polonia e gli stenti newyorchesi, era “un piccolo harem” di traduttrici (se ne contano circa 50, vedi documentario The Muses of Bashevis Singer). Di norma le opere si traducono all’estero, ma per lui, scrittore di lingua yiddish, la parte fondamentale del lavoro avveniva in America verso l’inglese con la sua diretta e appassionata collaborazione. La moglie Alma sopportava. Per Singer i peccati della carne non sembrano essere quelli più gravi anche se causano angoscia e drammi avvolti in un alone di menzogne: tutta materia narrativa, come ha raccontato il nipote, Maurice Carr, in un libro molto intenso e dolente, La famiglia Singer, pubblicato da poco da Tre Editori, con le illustrazioni della figlia Hazel, in mostra ora a Parigi al Centre d’art et de culture Juive.

Tra i consigli su come diventare scrittore prodigati dall’illustre zio c’era quello di farsi un’amante che viva al sesto piano senza ascensore: “Salire gli scalini, col cuore che batte più rapido e il sangue che circola più veloce nelle vene, insieme alle menzogne che dovrò imparare a raccontare a mia moglie al ritorno a casa, mi temprerà e mi impedirà di impantanarmi nell’abitudine”. A scuoterlo è invece la crudeltà nei confronti degli animali. Singer era vegetariano e arrivava a paragonare l’uccisione degli animali per fini alimentari – persino la pesca – a quella degli ebrei. Il principio è lo stesso: sono più forte e faccio di te quello che voglio: “Might is right”. Altro che “nazivegani”.

Il tema è presente anche nel suo primo libro di favole che risale al 1966 ed è ambientato a Chanukkah. La festività inizia il 25 del mese di Kislev (tra fine novembre e fine dicembre a seconda degli anni), quando alle tenebre, al vento al gelo si contrappone la fragile ma incrollabile speranza della luce, come nelle celebrazioni religiose invernali di altri culti. Potremmo paragonare queste storie alle favole di Natale, vista la valenza che la Chanukkah ha assunto specie tra gli ebrei americani. La raccolta, appena ripubblicata da Adelphi, si intitola Zlateh la capra e prende il titolo dall’ultimo racconto. È la storia di Aaron, un bambino che viene incaricato di portare la vecchia capra, quasi un membro della famiglia, con i suoi 12 anni, al macellaio Feivel. L’inverno è mite e il padre, pellicciaio, se la passa male con gli affari; inoltre Zlateh non fa quasi più latte. Lungo il cammino Aaron viene sorpreso da una bufera e si perde. Il piccolo mondo dove è cresciuto, i campi, la strada e il cielo della pianura polacca, diventano un’unica massa bianca che urla minacciosa facendolo tremare di freddo e terrore. Teme di fare una brutta fine e anche Zlateh capisce che si è messa male. Quanto nella tempesta appare un covone di fieno, i due si rifugiano dentro quella riserva di caldo e luce estiva che la capra inizia a ruminare. Zlateh nutre Aaron col latte mentre da un pertugio scavato col braccio si scorge il cielo ancora pieno di neve. Solo quando si rasserena, a casa scopriranno che Aaron si è salvato grazie al fieno e alla capra. Zlateh viene risparmiata dal macello.

Se altrove Singer si scaglia contro chi uccide gli animali, qui la morale è chiara ma non esplicita come si conviene a una favola. Le illustrazioni sono di Maurice Sendak, anche lui ebreo di origine polacca ma nato a Brooklyn. Sendak subito dopo ha disegnato Night Kitchen, storia del viaggio notturno di Mickey, un bambino di tre anni, nel laboratorio di un pasticcere, spesso oggetto di censure per via della nudità del piccolo protagonista e persino di simbologie falliche riscontrate da qualcuno nel latte e nella bottiglia gigante che lo contiene. Quando la perversione, come ha osservato Brancati, è negli occhi del censore.

Le storie per bambini sono un terreno minato per vari e ovvi motivi, ma con motivazioni che risultano ancora più ridicole di quelle che riguardano le opere per adulti. Negli ultimi anni c’è stata un’apertura a temi forti e di attualità. Qui la controversia potrà solo essere politica. Riguarda il tema della cancellazione dell’altro e della sua visione del mondo La banda dei biscotti, un libro illustrato appena pubblicato da Asinelli Editori. I disegni sono di Eleonora Arroyo e il testo del drammaturgo Martin Stigol, tutt’e due argentini.

La morte, soggetto immanente ma di rado esplicito nelle narrazioni per l’infanzia (a parte casi come L’anatra, la morte e il tulipano), viene rappresentata da una doppia pagina bianca e da una spiegazione di fantasia che somiglia alla verità: “Fu la forza del vento a far volare via i bambini su un aeroplano di cartone e quando il vento cessò, ormai erano sperduti sulle Ande”. Le mamme di Plaza de Mayo sono ormai diventate nonne e alle nonne tocca raccontare anche storie crudeli ma necessarie. Oltreché cercare le migliaia di bambini, figli di desaparecidos, venduti o dati in adozione. Il libro di Singer è dedicato a quelli che non sono potuti neanche crescere, agli “uccelli di passo” che, come racconta Primo Levi, nei lager duravano poche ore.

Morto Peter Bogdanovich, regista de “L’ultimo spettacolo”

Il regista e sceneggiatore statunitense Peter Bogdanovich, nominato all’Oscar per L’ultimo spettacolo, la cui carriera comprende successi come Ma papà ti manda sola? e Paper Moon-Luna di carta, è morto ieri all’età di 82 anni per cause naturali nella sua casa di Los Angeles. L’annuncio della scomparsa è stato dato dalla figlia al The Hollywood Reporter. Il film che lo rese noto The last picture show (L’ultimo spettacolo, 1971), ottenne 8 nomination agli Oscar e le statuette per i migliori attori non protagonisti per Cloris Leachman e Ben Johnson.

“Abbiamo ritrovato il tempio delle Colonne d’Ercole”

In Spagna è stata individuata la possibile ubicazione del Tempio di Ercole Gaditano, una delle vestigia più misteriose dell’antichità, che ha alimentato nella letteratura classica la leggenda sul limite estremo del mondo conosciuto. Ritrovamenti archeologici di un team dell’Istituto andaluso del Patrimonio storico indicherebbero che il tempio di Ercole Gaditano a Cadice, costa atlantica della Spagna, sarebbe stato più grande di quanto si pensasse, estendendosi più a nord, verso la spiaggia di Camposoto. Molti accademici restano scettici sul reale valore del ritrovamento, parlando di “fanta-archeologia”.

 

Il Diabolik dei manoscritti: italiano arrestato dall’Fbi

Rubava manoscritti dei più grandi scrittori al mondo. Ma non si sa perché e soprattutto per chi: quei preziosi testi non sono stati pubblicati da nessuno e non compaiono in eBook pirata. Di certo, la colta e geniale truffa durava da almeno cinque anni. Il ladro dei libri inediti è un italiano di 29 anni. Si chiama Filippo Bernardini.

È stato arrestato dall’Fbi all’aeroporto internazionale Kennedy di New York mercoledì 5 gennaio, per “aver frodato, o tentato di frodare centinaia di persone”. Lo avrebbe fatto utilizzando ingegnosi schemi telematici, impiegando indirizzi web falsi, usando nomi di dominio leggermente modificati, come penguinrandornhouse.com invece di penguinrandomhouse.com, sostituendo la “m” autentica di random con “rn”.

Secondo il procuratore federale del tribunale distrettuale per il distretto meridionale di New York che ha imbastito il dossier delle accuse, Bernardini avrebbe registrato più di 160 domini internet fraudolenti, tramite i quali impersonava professionisti e aziende editoriali dimostrando grande familiarità con il settore. Un meticoloso Zelig della penna. Uno che sapeva come destreggiarsi in un ambiente difficile, chiuso e diffidente come quello dell’editoria anglosassone. Per forza, Bernardini in quell’ambiente ci viveva. Lavorava infatti per la Simon&Schuster di Londra in qualità di coordinatore dei diritti, mestiere che gli permetteva d’avere contatti con autori, editori, agenti e “scout” letterari. Una manna per lo scaltro cacciatore di bozze e di inediti. Nel suo profilo Linkedin si legge che ha conseguito la laurea in Lingua cinese all’Università Cattolica di Milano, che è stato traduttore italiano per le memorie dell’autore cinese di fumetti Rao Pingru, Our Story e che ha conseguito un master in Editoria all’University College di Londra. Competenza e passione, quale garanzia che “i libri possano essere letti e goduti in tutto il mondo e in più lingue”. Un tocco alla Robin Hood… Che sia stato tanto abile quanto persuasivo – le qualità essenziali per un Grande Imbroglione – lo dimostra il suo modus operandi.

Semplice. Chirurgico. Bastavano pochi ma essenziali dettagli per fregare scrittori come Margaret Atwood o Ethan Hawke, due tra le sue più celebri vittime: Bernardini, per dare più autenticità alle sue richieste, spesso si serviva di abbreviazioni gergali (la più frequente era “ms” al posto di manuscript), oppure lasciava intendere d’essere al corrente dei vari passaggi editoriali che precedevano la pubblicazione “pilota” destinata all’ultima revisione e ai critici. Gli scrittori infinocchiati spedivano così, via email, testi, proposte, anticipazioni. Attacchi di phishing che il New York Times ha definito “sconcertanti” per avere coinvolto un elevatissimo numero di professionisti dell’editoria negli Stati Uniti, in Svezia e a Taiwan, al punto da far sospettare che forse Bernardini non abbia agito da solo. Ma il problema sta proprio qui: i manoscritti rubati non sono apparsi né sul mercato nero, né nel dark web. E nessuno, sinora, ha mai avanzato richieste di riscatto.

Un mistero nel mistero. Tant’è che l’accusa descrive minuziosamente lo schema della truffa, ma non sa spiegarne il perché. Una spiegazione, scrive Elizabeth Harris, l’esperta di libri e pubblicazioni per il New York Times, è che il materiale trafugato da Bernardini ha un valore immenso perché le conoscenze acquisite illecitamente potrebbero “essere un vantaggio in un dipartimento dei diritti per un dipendente che cerca di dimostrare il suo valore”. Però lo è anche per gli editori, i quali “competono e avanzano offerte per pubblicare lavori all’estero e sapere cosa sta arrivando, chi sta acquistando cosa e quanto stanno pagando potrebbe dare alle aziende un vantaggio”. Non sarebbe la prima volta che le rivalità e la concorrenza tra case editrici abbiano scatenato guerre senza esclusione di colpi, al limite della legalità: “Quello che Bernardini ha rubato – ha confermato Kelly Farber al New York Times, un noto scout letterario – è fondamentalmente un’enorme quantità di informazioni che ovunque qualsiasi editore sarebbe in grado di utilizzare a proprio vantaggio”. Londra e New York, fin dalla seconda metà dell’Ottocento, sono state teatro di simili colpi bassi (lo raccontano film e romanzi).

Infatti, subito la Simon& Schuster ha scaricato il suo dipendente, per stornare dubbi e sospetti. Un portavoce ha dichiarato che l’editore era “scioccato e inorridito” per le accuse rivolte contro Bernardini, provvedendo a sospenderlo fino a quando non ci saranno ulteriori informazioni, “la custodia della proprietà intellettuale dei nostri autori è di primaria importanza per Simon&Schuster e per tutti nel settore editoriale, e siamo grati all’Fbi per aver indagato e portato accuse contro il presunto autore”. Non è mancata la precisazione: “Non siamo stati accusati di illeciti”.

Forse l’errore che ha provocato l’arresto di Bernardini è stato aver osato troppo, pigliando di mira una società di scouting letteraria di Manhattan ed entrando nel suo database inserendo i nomi utente e password delle incaute vittime. La massiccia incursione ha provocato un’indagine interna e la denuncia all’Fbi. Sembra la trama di un thriller. Scommettiamo che ne faranno un film? Anzi, una serie tv? Intanto, in Internet, la storia del ladro di inediti è virale: e Bernardini è già il Diabolik che ha beffato l’establishment culturale imperante.

Usa, multa di 91 mila dollari ad Airbnb: trasgredisce l’embargo

Il governo di Cuba ha criticato la decisione degli Stati Uniti di infliggere una multa di 91.000 dollari a Airbnb, la piattaforma digitale per l’ospitalità privata, per aver gestito le prenotazioni di turisti americani nell’isola caraibica. Per Il ministro del Commercio Estero, Rodrigo Malmierca “l’irrazionale blocco economico, commerciale e finanziario degli Stati Uniti non cessa nemmeno nelle festività di fine d’anno”. Airbnb opera a Cuba dal 2015, quando durante la presidenza di Barack Obama si sviluppò un disgelo nelle relazioni bilaterali; ma le cose cambiarono in peggio con Donald Trump. I cubani speravano che dopo l’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca la situazione potesse migliorare, ma per il momento l’Amministrazione democratica sta applicando la stessa linea che era stata scelta dai repubblicani.

Biden-Trump botte a distanza: inizia la campagna di Midterm

Un anno dopo la sommossa del 6 gennaio 2021, la democrazia negli Usa resta a rischio: il monito viene dal presidente Joe Biden. Nell’anniversario della presa del Campidoglio e dell’attacco al Congresso da parte di migliaia di facinorosi aizzati da Donald Trump, Biden sciorina le responsabilità del suo predecessore per avere diffuso “una rete di menzogne” sul voto 2020 e avere messo “il proprio ego al di sopra dell’interesse nazionale”. La replica di Trump è immediata: Biden fa “un teatro per distrarre gli americani dal suo fallimento”, dice il magnate ex presidente, che rinvia, però, al 15 gennaio, in Arizona, una risposta più articolata. Joe, che è al minimo della popolarità da quando è entrato alla Casa Bianca, e Donald aprono di fatto la campagna per le elezioni di midterm l’8 novembre. Con un discorso appassionato, lui che di solito ha toni pacati, Biden evoca le violenze d’un anno fa, quando i facinorosi cercarono d’impedire al Congresso di certificare l’esito del voto, vinto da Biden con oltre sette milioni di suffragi popolari in più di Trump, che lamenta brogli mai provati. Parlando sul Campidoglio, il presidente dice: “In questo luogo sacro, la nostra democrazia fu posta sotto attacco. La nostra Costituzione affrontò la più grave delle minacce”. Invece di enfatizzare la solidità dell’Unione e dei suoi principi, Biden ne sottolinea le fragilità. E si chiede: “Diventeremo un Paese che permette a funzionari di parte di alterare la volontà del popolo legalmente espressa con il voto? Diventeremo una nazione che non vive nella luce della verità, ma nell’ombra della menzogna? Non possiamo lasciarci diventare un Paese del genere”. “Siamo in un momento decisivo della storia in America e nel mondo, c’è una sfida tra democrazia e autocrazia, vedi Cina e Russia – nota Biden -. Dicono che la democrazia è troppo lenta per risolvere i problemi di oggi e scommettono che l’Unione diventerà come loro. Ma noi non lo saremo mai”. Il discorso del presidente ha dato il là alla ‘giornata del ricordo’, nel segno perdella polarizzazione dell’America persistente un anno dopo l’uscita di scena di Trump.

I “pacificatori” di Putin nell’inferno di Astana

In Kazakistan si muore con un proiettile alla nuca. Scontri e proteste non cessano nemmeno di notte. Barricate, fiamme e scudi si sono levati ad Almaty dove decine di persone sono morte durante l’assalto al palazzo presidenziale. Durante una sparatoria è stato ammazzato anche il giornalista del canale “Almaty”. Secondo la Tass, agenzia russa che cita i dati del ministero della Sanità kazako, sono quasi mille i feriti e almeno 500 le persone in ospedale. Sarebbero 800 i poliziotti feriti e 18 i morti. Per sei mesi non aumenterà il prezzo del gas, quello che ha fatto scorrere sangue e morte per le strade di Astana, la Capitale ribattezzata nel 2019 Nur Sultan, in onore del vecchio autocrate, Nursultan Nazarbayev. La misura serve a “stabilizzare la situazione” mentre internet è ancora fuori uso: l’unico servizio di notizie in funzione è la tv statale.

“Decine di assalitori sono stati eliminati” ha detto Saltanat Azirbek, portavoce della polizia kazaka impegnata “in un’operazione anti-terrorismo” da quando il presidente Qassym Jomart Tokayev ha definito i manifestanti “terroristi stranieri addestrati”. Dopo aver sciolto il governo e dichiarato lo stato di emergenza, ha lanciato un appello notturno alla Federazione russa. Solo poche ore prima però, Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo, aveva detto: “i nostri amici kazaki sono capaci di risolvere i loro problemi da soli”. Adesso le “forze di pace” di Mosca, paracadutisti e truppe speciali, sono già dispiegate sul posto. Le proteste scoppiate all’inizio di questo nuovo anno “nella nazione amica” sono “incitate dall’esterno per minare l’integrità e la sovranità dello Stato, compiono azioni armate organizzate” ha riferito il ministero degli Esteri russo. Per Ruslan Balbek, deputato della Duma, ad organizzare “gli omicidi brutali” sarebbe stato adirittura l’Isis, ma anche il predicatore Fetullah Gulen, arci-nemico di Erdogan. Il diritto di intervenire militarmente al Cremlino lo dà il Csto, Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, la sorellanza militare a scopo difensivo stretta dalla Federazione, (oltre che con il Kazakistan, anche con Armenia, Kirghizistan, Tagikistan, Bielorussia), nel 1992 quando crollò l’impero che teneva insieme tutte le ex repubbliche sovietiche. La missione a cui ha adesso dato avvio il Cremlino ha lo scopo “di neutralizzare gli istigatori e mettere in sicurezza infrastrutture strategiche”, ma potrebbe durare un mese, ha riferito ancora ieri la Duma. Per Putin si apre il certo non necessario terzo fronte di tensione, dopo quello ucraino e bielorusso, a trent’anni precisi dal crollo dell’Urss, ma “i russi non avevano altra scelta se non quella di intervenire” hanno riferito gli esperti di Riac, organizzazione vicina al governo.

Spesso si è parlato di “un destino kazako” anche per il leader russo. Quando Nursultan Nazarbayev ha abbandonato l’incarico da presidente, detenuto ininterrottamente dal 1990 al 2019, per diventare “padre della nazione” e presidente del Consiglio di sicurezza, alcuni politologi hanno suggerito che Putin avrebbe adottato prima o poi la stessa opzione. Adesso quell’analisi appare fallace: l’autocrate asiatico è stato estromesso dal suo successore, le piazze che si ribellano gli gridano contro “Vai via vecchio!” e la statua che lo ritraeva a Taldykorgan è stata tirata giù.

Giurati vittime di abusi sessuali, Maxwell chiede nuovo processo

Incassato il verdetto di colpevolezza per cinque dei sei capi d’imputazione (tutti inerenti lo sfruttamento sessuale di minori) di cui era accusata, ora i legali dell’ex compagna di Jeffrey Epstein, Ghislaine Maxwell, cambiano strategia. Puntano a invalidare il processo, chiedendone la revisione, dopo che due giurati hanno rivelato di essere stati a loro volta vittime di molestie sessuali e di avere condiviso le loro esperienze con gli altri membri della giuria popolare, spiegando il punto di vista degli abusati, raccontando buchi di memoria o incongruenze nelle testimonianze come effetti del trauma e così condizionando gli altri a orientarsi verso la condanna. Uno ha preferito restare anonimo: l’altro, Scott David – identificato senza il cognome come deciso dal giudice Alison Nathan – dopo la sentenza ha rilasciato diverse interviste, tra cui all’agenzia Reuters e all’Independent chiarendo di aver risposto ‘con sincerità’ alle 50 domande del questionario distribuito ai potenziali giurati nella fase di selezione, ma di non ricordare la numero 48, quella che chiedeva esplicitamente se avessero subito abusi o violenze sessuali o se fossero parenti o amici di una vittima. Se, insomma, avessero un ragione di risentimento personale verso la presunta predatrice, circostanza che li avrebbe immediatamente eliminati dalla rosa dei giurati.

In una intervista ha anche dichiarato che le cinque condanne sono ‘per tutte le vittime’, anche se ha aggiunto di esserci approcciato al giudizio con imparzialità, e ha riferito la reazione degli altri giurati dopo che aveva condiviso la propria esperienza di violenza: “Nella stanza è calato il silenzio”. Secondo gli avvocati della Maxwell, questa è una “motivazione incontrovertibile” per mettere in dubbio la legittimità della sentenza, indipendentemente dal fatto che l’omissione di Davis sia stata intenzionale o in buona fede, e hanno fatto richiesta formale perché venga istruito un nuovo procedimento. Intanto il Procuratore generale ha chiesto di avviare un’inchiesta nei confronti di Davis, che ha ammesso di aver risposto con superficialità al questionario: che le sue ammissioni siano dipese da candore o desiderio di popolarità, ora dovrà trovarsi un avvocato, visto che rischia una incriminazione per falsa testimonianza. In sospeso resta anche il principe Andrea: un giudice deve decidere sulla sua richiesta di far cadere la causa civile nei suoi confronti di Virginia Giuffre, una delle vittime di Epstein.

I nazi e il deputato da punire. Chi voleva morto Lübke

È iniziato il processo per stabilire le responsabilità di Elmar J. nell’omicidio di Walter Lübke, il primo assassinio di un politico per mano di un neonazista dalla fine della seconda guerra mondiale. Elmar J. è accusato di aver venduto la pistola usata per l’omicidio. A inizio giugno del 2019, Stephan Ernst sparò un colpo, da distanza ravvicinata, alla tempia di Lübke sulla terrazza di casa. Ernst era conosciuto come estremista di destra. La vittima era un politico locale: 65 anni, conservatore, era il presidente della regione di Kassel, in Assia.

Dal 2015 Lübke era diventato un personaggio nazionale. Aveva appoggiato con forza la scelta di Angela Merkel nell’accoglienza dei rifugiati siriani. Ernst ha ammesso davanti al giudice di aver ucciso il politico, e durante il processo ha chiesto ai presenti di supportare la cristianità: “Chiunque non creda in questi valori può lasciare il Paese. Questa è la libertà di ogni tedesco”. Ernst è accusato anche del tentato omicidio, lo accoltellò nel 2016, di un rifugiato iracheno. Esattamente un anno fa, il neonazista è stato condannato al carcere a vita per l’omicidio di Lübke. Ma gli inquirenti non hanno smesso di lavorare, stanno cercando di ricostruire la rete che supportò Ernst. L’arma del delitto è un revolver Rossi calibro 38. Una pistola a canna corta che si trova in vendita usata per 250 euro. Da quanto dichiarato durante il processo, Ernst comprò la rivoltella da Elmar J. per 1.100 euro. Nessuno dei due aveva il porto d’armi, il revolver era illegale. Nella ricostruzione fatta dell’avvocato della difesa Ashraf Abouzeid, Elmar J. non vendette l’arma sapendo che sarebbe stata usata per un omicidio. Sempre secondo la difesa, i due si conobbero in un mercato delle pulci. Elmar J. “ha una certa affinità con il Terzo Reich” e colleziona memorabilia del nazismo. Durante le perquisizioni, gli investigatori hanno trovato in casa di Elmar J. diverse scatole di munizioni sparse per tutto l’appartamento con bandiere del Reich in garage. L’uomo ha 66 anni, è in pensione e per bocca dell’avvocato Abouzeid spiega che la sua affezione per il nazismo è dovuta al padre che combatté e fu ferito in guerra. Secondo gli inquirenti, il collegamento tra il pensionato ed Ernst potrebbe essere più profondo di quanto dichiarato. Adesso gli inquirenti cercano collegamenti tra Elmar J. e la rete nazionale dell’ultradestra. A inizi anni 2000 ci furono dieci omicidi a sfondo razziale, la stampa li chiamò “i delitti del kebab”. Ci furono anche delle bombe. Nel 2011, dopo una rapina in banca, vennero ritrovati due uomini morti in una roulotte.

La polizia trovò le armi degli omicidi e le foto delle vittime. I due rapinatori erano parte di una cellula terroristica di estrema destra, la Nationalsozialistischer Untergrund (Nsu) su cui la polizia aveva pochissime informazioni. Angela Merkel fece pubblica ammenda, un gruppo neonazista operava indisturbato da anni. La notizia scosse il Paese. Negli anni successivi sono partite importanti indagini per capire ampiezza e profondità della rete dell’estrema destra. Meno di sei mesi fa le autorità tedesche hanno smantellato un’unità di forze speciali della polizia (Sek) a Francoforte. Diciotto agenti erano membri attivi di una chat che inneggiava al nazismo e condividevano messaggi razzisti. Negli stessi giorni, 100 poliziotti in Assia sono stati sottoposti a un procedimento disciplinare per legami con l’estrema destra. In totale sono 272 gli agenti di polizia sotto indagine per legami con l’ultradestra. La Sek non è stato il primo gruppo di forze speciali smantellato per affinità con idee reazionarie. Nel giugno 2020 era toccato alle teste di cuoio dell’esercito, Ksk, un’unità d’élite addestrata per la liberazione di ostaggi e operazioni speciali in aree di conflitto. Quando la polizia ha iniziato a indagare sui legami tra Ksk ed estrema destra ha scoperto, sotterrati nel giardino di un soldato, due chili di esplosivo, migliaia di proiettili e diverse armi da fuoco. Per quanto ricostruito dagli investigatori, i gruppi neonazisti utilizzano chat private su Telegram, ma in diversi casi si sono incontrati di persona. Pianificando attentati e persino un colpo di Stato. A settembre, monitorando queste chat, la polizia ha condotto perquisizioni in casa di nove sospettati, sei dei quali sono militari nella Bundeswehr. Sono stati trovati armi e materiale di propaganda neonazista.