Il 4 gennaio, l’agenzia Ansa ha dato, senza commenti, la notizia delle dimissioni di Guido Casali, amministratore delegato da ottobre di ItsArt, l’azienda lanciata il 31 maggio scorso, che nell’aprile del 2020 il ministro Dario Franceschini aveva battezzato generosamente “la Netflix della cultura italiana”. Un progetto ambizioso su cui il ministero aveva investito 10 milioni di euro (altri 9 sono di Cassa Depositi e Prestiti), partecipato al 51% da CdP e al 49% da Chili Tv, partner commerciale dell’operazione, selezionato con manifestazione di interesse rimasta aperta dal 3 al 6 agosto 2020. Casali si è dimesso per “ragioni personali” secondo ItsArt, mentre l’Ansa parla di non meglio precisate “divergenze sulle strategie per lo sviluppo della piattaforma”.
Un evento che non aiuta a dirimere le perplessità su un progetto contestato ancor prima del lancio, dati i dubbi criteri dell’operazione: la scelta del partner, il sovvenzionamento ministeriale lasciando il ministero della Cultura fuori dal nuovo gruppo e, soprattutto, il fatto che si pensasse di vendere a pagamento contenuti non prodotti dalla piattaforma. Già il 4 marzo la senatrice Binetti (Udc), nella prima di tante interrogazioni parlamentari sul tema da parte di diversi gruppi, chiedeva “maggiore comprensibilità e trasparenza alla procedura che assegna risorse pubbliche ai ‘progetti speciali’”. Dopo il lancio, a queste si sono aggiunte quelle per un catalogo piuttosto limitato, con titoli disponibili anche su altre piattaforme, spesso a prezzo inferiore. Tanto che a giugno il ministro Franceschini dovette rispondere a una nuova interrogazione, dicendo che “parlare di fallimento e di flop per ItsArt a una settimana dalla partenza è veramente una cosa un po’ strana. Prima di decretare il flop inviterei ad aspettare, la piattaforma sta crescendo”.
A sei mesi dal lancio, quindi, ecco il bilancio, certo preliminare, dell’operazione ItsArt. Partiamo dai numeri diffusi, aggiornati: in poco più di sei mesi più di 1.960.000 sessioni in piattaforma, quasi 5,4 milioni di pagine visualizzate, più di 150 mila utenti registrati e oltre 115 mila ore di visione. Numeri in crescita, fanno sapere dall’azienda, come prevedibile dato lo sbarco in tutta Europa del 23 novembre (prima era disponibile solo in Italia e nel Regno Unito). Ma numeri che per ora dicono poco, tranne uno. Il numero di utenti registrati indica una crescita piuttosto lenta: 150 mila, meno di un decimo degli utenti di piattaforme streaming a pagamento come Disney+. Con una differenza: su ItsArt ci si può registrare anche soltanto per fruire di contenuti gratuiti.
Tra i numeri diffusi in questi mesi ne manca uno: il numero di transazioni effettuate, insomma di contenuti acquistati. Interrogati dal Fatto, da ItsArt fanno sapere che questi dati economici non saranno diffusi a breve perché non appare utile distribuirli ora, a pochi mesi dal lancio, trattandosi di una start up che affronta un mercato difficile. Eppure è il dato decisivo, poiché vendere contenuti culturali a pagamento è stato il fulcro dell’operazione. Una scelta che ha avuto come conseguenza l’esclusione dal progetto non solo di RaiPlay con i suoi oltre 13 milioni di utenti registrati, ma anche di altri soggetti di mercato che per statuto non possono vendere contenuti.
Dall’azienda si dicono fiduciosi e parlano di trend in crescita. Negli ultimi mesi sono state annunciate collaborazioni con Cinecittà, che fornirà materiali dell’archivio dell’Istituto Luce, così come li stanno fornendo altri 100 istituti culturali italiani, pubblici o a partecipazione pubblica. Per la prima volta a dicembre si è registrata una collaborazione con Rai Documentari, che ha reso disponibile per due settimane in esclusiva su ItsArt il docufilm su Dante Alighieri Il sogno di un’Italia libera, andato poi in onda in chiaro su Rai2 il 27 dicembre. Pochi giorni fa, l’azienda ha stipulato un contratto da 1,8 milioni con Media Maker per la promozione dei contenuti. Per ora però è difficile scorgere un cambio di tendenza: al lancio, i contenuti esclusivi disponibili nella piattaforma erano 26, il 5 gennaio erano 44. Drenare materiale dalle piattaforme pubbliche, senza produrne di propri, consentirà a questa nuova società di aumentare utenti e transazioni? Difficile immaginarlo. Per Franceschini lo strumento “conserva tutta la sua validità” anche se “si può fare di più”, come spiegava in Parlamento il 3 novembre: speriamo che questo “di più” non si traduca in nuovi stanziamenti plurimilionari per un progetto che, senza che ancora si sia spiegato il perché, risulta una replica poco convinta e convincente di piattaforme esistenti.