“Frise” a peso d’oro nel lido leccese “L’anno prossimo vado in Montenegro”

Costano care le “frise” in spiaggia. Il prodotto da forno tipico della Puglia, in uno stabilimento di Porto Cesareo nel Leccese. può costare anche 16 euro. Con una birra il prezzo del pasto sale fino a 22 euro.

È stato un imprenditore leccese a postare su Facebook lo scontrino: 2 birre e 2 frise “solo” 44 euro. Ma non è tutto. A scatenare la rabbia dell’uomo, infatti, non sono stati i prezzi, ma che il personale del lido “con arroganza e tono alto” abbia vietato alle sue bambine di consumare cibi portati da casa.

Una giornata decisiva anche per progettare le sue vacanze future: “Non posso più permettermi un lido così e lascio spazio ai Vips. L’anno prossimo faremo due mesi di vacanza – ha concluso – ma in Montenegro: almeno i soldi sono ben spesi”.

Il gestore del lido ha chiarito che si trattava di frisa con tartare di gamberi, pinoli e stracciatella a cui è aggiunto il servizio in spiaggia: “I nostri ragazzi fanno 100 metri al caldo e tra la sabbia per accontentare i clienti. I prezzi sono nel menu – ha aggiunto – non capiamo davvero questo polverone”.

Non aprite quelle porte: sale chiuse a Palazzo Barberini

Maestoso, imponente, elegantissimo. Nell’immensità dei suoi 12 mila m², 187 stanze e 11 corpi di scala, “Palazzo Barberini è l’emblema assoluto dell’età barocca” si legge dal depliant consegnato ai visitatori. Ed è così. Visitarlo nella torrida domenica agostana desertificata dai romani è una bella idea, sia sulla carta che di fatto. L’edificio che Maffeo Barberini – già Papa dal 1623 – acquistò dagli Sforza due anni dopo la sua elezione pontificia è un capolavoro che raccoglie una collezione permanente di capolavori assoluti della pittura italiana e non solo. Arrivando alla biglietteria, però, si scoprono alcune spiacevoli sorprese che mettono in discussione la parola “permanente”. Diversi fra i principali gioielli che ci si aspetta di ammirare non ci sono. Semplicemente sono “in trasferta” (fino al 6 ottobre) perché esposti in una mostra sempre curata da Palazzo Barberini a Potsdam: nulla di grave, ci mancherebbe, anzi forse è motivo di orgoglio e di sorriso per le casse delle Gallerie Nazionali Barberini-Corsini (questo è il nome ufficiale del museo che accorpa due palazzi/gallerie), ovvero alle casse del MiBAC. Peccato si tratti di capisaldi della collezione come il Narciso di Caravaggio, la Madonna col bambino del Gentileschi, la Maddalena Penitente di Guido Reni e altri meno altisonanti ma di indubbio valore.

Ma a creare sgomento è un’altra scoperta, sommessamente enunciata in un piccolo cartello: “Le stanze 5 e 6 sono chiuse per mancanza di addetti al controllo delle sale”. Spontanea sorge la domanda all’incaricato di turno della biglietteria. “È un problema legato al periodo estivo?”. La risposta negativa alimenta l’incredula curiosità.

Non si tratta di eccezioni ma di una ormai triste regolarità: la carenza di organico nelle sale è permanente, riguarda l’intera annualità, e dunque la Galleria è costretta – per così dire – “a chiudere a rotazione alcune sale” per riuscire ad ovviare al controllo dell’edificio aperto negli orari preposti. Non ci si crede. Con tutta la richiesta di lavoro che circola nel Belpaese.

Il problema è contorto, e neppure il rimando alla penuria dei concorsi ministeriali (o alle richieste di lavoro al MiBAC, cioè nella struttura “fisica” del ministero culturale, che ammontano a centinaia di migliaia a fronte di un centinaio di posti disponibili…) riesce a chiarirlo.

In una nota del sito di Palazzo Barberini si legge, in effetti, quanto segue: “Si comunica che questo istituto si impegna per offrire al pubblico la più ampia fruizione degli spazi espositivi, nel rispetto dei criteri per l’apertura al pubblico, la vigilanza e la sicurezza dei musei e dei luoghi della cultura statali previsti dal d.m. del 30 giugno 2016, in attesa che vengano espletate le previste procedure concorsuali finalizzate al superamento delle attuali carenze organiche e al conseguente incremento del personale in servizio”.

Visitando i magnifici spazi della Galleria si fa caso al tema in questione: pochissimi gli addetti alla sicurezza che non solo sono volontari (anche dall’Arma dei carabinieri) ma che sono costretti a camminare in lunghi corridoi per ovviare al controllo di ogni sala aperta.

In attesa di ragguagli, ci appelliamo alla Divina Provvidenza sontuosamente in Trionfo come da omonimo e straordinario affresco di Pietro da Cortona, “profeta” di Palazzo

Il clima: una buona causa in mano ai cattivi del cinema

Dal #MeToo al meteo: la nuova battaglia di Hollywood è climatica. E la stiamo, pardon, la stanno perdendo.

Se la risposta al caso Weinstein e correlati batte un po’ la fiacca, l’industria del cinema americano è partita lancia in resta contro un altro nemico pubblico numero uno: il cambiamento climatico. Problema, l’ha fatto nel modo sbagliato, che più sbagliato non si può: a incarnare la preoccupazione per le sorti del pianeta Terra non sono gli eroi, vale a dire i Tom Cruise, e nemmeno gli antieroi, ossia i Tom Hanks, bensì i cattivi, le nemesi, i villain che tengono banco tra sci-fi e superhero movies. Insomma, una buona causa affidata ai peggiori testimonial.

Chissà, forse sullo Zeitgeist audiovisivo incombe la sagoma invero poco ecologista dell’attuale inquilino della Casa Bianca, forse il climate change è materia troppo ingombrante e scivolosa per addossarla al paladino di turno, forse un biopic su Greta Thunberg come il paradiso può attendere, però i film parlano chiaro: se gli umani hanno fatto scempio della propria Madre, mostri, titani e creature marine non stanno a guardare e nel loro grande s’incazzano. E noi uomini ne facciamo le spese. Prendiamo il campione d’incassi – non aggiornati all’inflazione – di tutti i tempi, 2 miliardi e 796 milioni di dollari al box office globale, ovvero l’icastico sin dal titolo Avengers: Endgame: da dove parte? Dallo snap del titano Thanos, che alla fine dell’altrettanto emblematico Infinity War schioccava le ditone e dissipava metà dell’umanità, compresi i vari T‘Challa, Groot, Scarlet, Falcon, più altrettanti esseri viventi a far da accompagno. La motivazione? Il collasso ambientale. Se le contraddizioni non le difettano, la cura Thanos nondimeno farebbe impallidire Mao: colpirne cento per educarne (altri) cento.

Cambiando genere e protagonisti, il refrain non muta, sicché il New York Times può chiedersi a tutta pagina: “Why Is Hollywood So Scared of Climate Change?”. Sessuali o ambientali, sempre di abusi si tratta, e a scriverne è Cara Buckley, già premio Pulitzer per un’inchiesta collettiva sul sexual harassment sui luoghi di lavoro. Mutatis mutandis, i risultati sono sconcertanti: sul grande schermo stelle & strisce, consapevolezza ambientale ed ecoterrorismo vanno a braccetto.

Un Avenger non fa primavera? Ok, ma con gli ecoattivisti che sguinzagliano i bestioni di Godzilla: King of Monsters per scongiurare l’estinzione di massa e controllare la popolazione mondiale come la mettiamo? E con il re Orm (Patrick Wilson) di Aquaman, che dichiara guerra agli umani per sventare la distruzione della Terra? Mala tempora currunt, e tirare in ballo la crisi climatica – l’han fatto, tra gli altri, il sequel Blade Runner 2049, Snowpiercer, Interstellar di Christopher Nolan, il cult Mad Max: Fury Road – non significa metterci una pezza: scioglimento dei ghiacci, riscaldamento globale, siccità, eventi atmosferici catastrofici e deforestazione armano le (buone) ragioni dei cattivi. Che fare?

A nulla è valso l’inguardabile Geostorm (2017, starring Gerald Butler), in cui una rete di satelliti per il controllo climatico inizia a bombardare la Terra, per invertire la perniciosa tendenza – osserva il regista Fisher Stevens, già autore di doc ambientalisti con Leonardo DiCaprio – “abbiamo bisogno di un Forrest Gump, di un film pop che sappia risvegliare le coscienze. L’industria dei carburanti fossili sta facendo di tutto in America per distoglierci dalla convinzione che il petrolio sia causa dei cambiamenti climatici”.

A incancrenire il quadro è una contrapposizione di diffuso impiego, popolo versus élite, che (anche) qui non tiene: non è che questi apocalittici blockbuster per il grande pubblico, per alcuni: popolo bue, confliggano con film d’essai popolati di eroi eco-avvertiti, tutt’altro. Basti pensare agli ambientalisti radicali – Jesse Eisenberg, Dakota Fanning e Peter Sarsgaard – di Night Moves, diretto da Kelly Reichardt nel 2013, che fanno saltare in aria una diga e crollare il nostro sostegno, oppure al reverendo Ethan Hawke di First Reformed, diretto da Paul Scharder nel 2017, che pensa di farsi esplodere e mandare al creatore degli inquinatori industriali.

In fondo, la migliore intrapresa sul tema rimane il documentario An Inconvenient Truth, firmato dal mancato presidente Al Gore nel 2006. Sono passati 13 anni, e a quella scomoda verità sulle sorti orribili e regressive di Gea se n’è aggiunta un’altra, cinematografica: a Hollywood c’è un brutto clima. E, da Tanos a Godzilla, bruttissimi climatologi: ci salvi chi può.

 

“Mister Sarri? La Juve dovrà avere pazienza”

Scusi Arrigo Sacchi, ma trent’anni dopo vuol farci credere che il suo Milan sia ancora attuale?

I concetti sono gli stessi, ma il calcio deve aggiornarsi ed evolversi. Solo in Italia pensiamo di fermare il tempo.

Dunque, in qualche modo, c’è da preoccuparsi.

Io parto da un dato. L’Uefa ha eletto il Milan del 1989 miglior squadra di club di tutti i tempi. Insieme con Luigi Garlando della Gazzetta dello Sport ne abbiamo fatto un libro (La Coppa degli Immortali, Baldini+Castoldi) che ha già venduto 30 mila copie in quattro edizioni. Dentro c’è tutto: i miei appunti di prima e dopo la partita, gli allenamenti, i metodi di apprendimento, i valori e la squadra. Formata da giocatori bravissimi, anche se nessuno di loro prima aveva vinto una Coppa dei Campioni, né era arrivato almeno in semifinale.

Si può definire etico ed estetico il suo calcio e quello che vorrebbe vedere?

Certamente. Etica del lavoro, del collettivo, della bellezza, dell’emozione, anche della cultura. Un calcio che cerchi di non escludere nulla e nel quale il merito non può mancare.

La Juve ha ingaggiato Maurizio Sarri come allenatore. Pensa sia una scelta coerente?

È molto diversa rispetto alla storia del club e alla sua tradizione. Spero che non si siano fatti trascinare dalla moda. Se la società avrà pazienza e convinzione, Sarri ce la farà. Altrimenti sarà dura.

C’erano maggiori perplessità quando Berlusconi le diede in mano il Milan.

È vero, ma quella squadra non vinceva uno scudetto da dieci anni e la stagione precedente era arrivata quinta. Il campione era Gullit perché Van Basten, il primo anno, fece solo tre partite. E dal mercato erano arrivati Colombo dall’Udinese retrocessa, Ancelotti che aveva il 20 per cento di invalidità a una delle due ginocchia e a Roma dicevano che era una sòla, tre ragazzi dalla B, Bianchi, Bortolazzi e Mussi che avevo portato io dal Parma, uno dalla Serie C che era Costacurta. Insomma niente di eclatante.

Invece Sarri ha Cristiano Ronaldo e una squadra che ha conquistato otto scudetti consecutivi. Non crede che già il Chelsea dell’anno scorso fosse meno bello del suo Napoli?

Sì, è così. Il calcio non è la somma di valori individuali. È un’idea di lavoro in sinergia. E la sinergia ti permette livelli che individualmente non sarebbero possibili. Al Chelsea, Sarri non aveva la qualità collettiva del Napoli, ma grandi individualisti. Prendiamo il mio Milan, l’Ajax o il Barcellona di Guardiola: collettivi in continua evoluzione in cui i giocatori erano tutti capaci di interpretare la fase offensiva e quella difensiva, erano polivalenti e uniti da un filo invisibile che è il gioco.

Lei divide il calcio in strategia e tatticismo.

Sun Tzu, autore de L’arte della guerra, scriveva: una tattica senza strategia già profuma di sconfitta. E noi in Italia abbiamo tanti tattici e pochi strateghi.

Immagino che lei consideri Antonio Conte uno stratega. Tuttavia di lui ha detto: “Deve essere meno tattico”.

Conte è un grande stratega, ha solo bisogno di credere un po’ più in se stesso.

Sinceramente mi sembra abbia già adesso un’alta considerazione di sé e delle proprie idee.

Antonio dà la vita al calcio, è intelligente e lavoratore. Quando era calciatore si trascriveva tutti gli allenamenti che io facevo in Nazionale. Ha l’ossessione della perfezione. Ma – come diceva Pavese – non c’è arte senza ossessione.

Allora qual è il problema?

Non c’è problema perché il suo gioco è organizzatissimo. A volte, però, perde un giocatore di troppo nella fase difensiva. In Italia non ce ne accorgiamo, ma quando si gioca in campo internazionale questo conta.

Allegri cos’è?

Un tattico naturalmente. Forse il più bravo o tra i più bravi.

Se lo stratega mette l’idea davanti a tutto, il tattico su cosa punta?

Principalmente sulle opportunità che l’avversario ti concede. Oltre, naturalmente, alla qualità individuale.

Quando lei allenava, i giornalisti erano divisi in sacchiani e anti-sacchiani. A posteriori sembra che la critica sia più disposta a riconoscerle le innovazioni apportate nel calcio. Significa che la categoria è cambiata?

Un po’ sì, ma meno di quanto sarebbe necessario. Siamo un popolo di arrivisti nel Paese delle scorciatoie. E nel calcio abbondano scorretti e incompetenti, condizionati dal risultato. Quando allenavo l’Atletico Madrid battemmo il Celta, allora capoclassifica, in nove contro undici. La partita, però, non fu di qualità e, nonostante la vittoria, venimmo giustamente criticati. In Italia saremmo stati definiti eroici, lì si aspettavano anche il gioco. Io credo che senza critica non ci sia crescita.

In questo clima di incandescenze politiche qualche settimana fa si è fatto fotografare al mare con Matteo Salvini.

Conosco Salvini da una vita, passavo di lì per caso, è stato un abbraccio tra due milanisti. Ma io non voto per la Lega.

E per chi?

Fino a quando ci sarà Berlusconi lo voterò sia per amicizia sia per riconoscenza. E poi nella sua vita ha dimostrato di non essere uno qualsiasi.

Dal remo al malto: adesso Danesin va a tutta birra

Il 3 settembre 2005, ai Campionati mondiali di canottaggio che si disputano a Gifu, in Giappone, l’8 leggero dell’Italia parte in prima corsia. Gli otto rematori azzurri schizzano subito in testa e ci restano sino al traguardo, raggiunto in 5’ 59” 42. Secondo al remo è il comasco Daniele Danesin. Che conquista la sua prima medaglia d’oro iridata. Si ripete l’anno dopo ai Mondiali di Eton, stavolta nel quattro di coppia pesi leggeri. Fa tris a Monaco nel 2007, sempre con lo stesso armo. Idem l’anno successivo, a Linz, stesso quattro di coppia pesi leggeri: quarta medaglia d’oro mondiale. Vince un titolo europeo e un bronzo, ai campionati di Bled del 2011. Si merita di andare ai Giochi di Londra del 2012, dove però le cose vanno maluccio: solo sesto nella finalina B, quella di consolazione. Daniele è deluso. Si piglia un anno sabbatico. Poi bisticcia con la Federazione del canottaggio. Poiché fa parte del Corpo Sportivo della Forestale, questa gli offre un lavoro, ma lui scalpita. Vuole nuove sfide. Il 9 aprile 2015 atterra in Nuova Zelanda, che gli era tanto piaciuta quando ci era andato a gareggiare.

Nell’acrobazia verbale del gergo sportivo ricorre spesso un modo di dire che si affibbia ai campioni e soprattutto agli ex per impreziosirne il talento sfoggiato nelle competizioni: “La classe non è acqua”. Seguendo il destino di altre espressioni divenute rituali, è – possiamo giocare con le parole? – esondata nel linguaggio comune, e ci è ormai familiare. Però ci sono sempre le eccezioni. Come quella che riguarda il nostro emigrato Danesin. Nel suo caso, la metafora è ingenerosa. Perché sull’acqua il canottiere Danesin ha spesso dominato, remando sulla gloriosa scia di una tradizione, quella antica e spettacolare del canottaggio, che nel lago di Como è quasi religione.

Il fatto è che oggi lui ha smesso di remare solo sull’acqua. Ha preso a remare anche sul malto, sul lievito, sul luppolo. Cioè sulla birra. È diventato un mastro birraio. E anche in questa, chiamiamola così, specialità liquida, si è subito affermato. Questione di dna agonistico: nutrendoci di metafore, sineddochi e (perché no?) di litoti, possiamo dire che ha remato a tutta… birra nel complicato mondo delle alte fermentazioni. E ha vinto pochi giorni fa il titolo mondiale per la migliore Milk Stout del pianeta, al World Beer Awards di Londra.

Proprio nella città che aveva ospitato i Giochi e il suo smacco, sette anni prima. Una bella rivincita. Se vogliamo, in un ambito piuttosto complesso, quello di una specialità molto particolare: la Milk Stout è uno stile di birra per palati raffinati. Dove è necessaria sapienza nel regolarne la purezza e gusto nel creare nuovi aromi. È scura, nera, molto saporita: i malti sono dominanti. Daniele ne ha usati ben sette differenti, con una combinazione di tre malti scuri. L’arte del fare birra ce l’aveva nel sangue: “La mia idea era di andare in Nuova Zelanda e aprire un birrificio”, aveva confessato lo scorso anno ad Andrea Turco (sito Cronache di Birra), “convinto del pessimo stato della scena brassicola che avevo trovato nel 2010, quando visitai il paese per i Mondiali di canottaggio. Invece, appena atterrato mi capitò di assaggiare una birra favolosa e capii che nel frattempo avevano colmato il gap”.

Trova lavoro inizialmente come carpentiere perché Christchurch era ed è ancora in costruzione, dopo il terremoto del 2011. Ma nell’ottobre del 2015 cambia mestiere, finalmente riesce a trovare un posto in un birrificio locale come assistente di produzione. Però dura poco. Col permesso di soggiorno temporaneo in Nuova Zelanda non si può lavorare più di tre mesi con lo stesso datore di lavoro, a meno di non essere inquadrati come dipendenti fissi.

Daniele ha fortuna. C’è un altro birrificio, Cassels&Sons che cerca un responsabile di produzione. Il birrificio è giovane, è stato aperto nel 2009. Produce 2500 ettolitri all’anno. Ora cinque volte tanto. Ha una gamma di birre assai variegata: una Ipa con luppoli Bravo, Centennial, Calypso; una Pale Ale con Nelson Sauvin, una Red Ipa che diventa popolare. Daniele si concentra sulla Milk Stout. Lo stimola l’antagonismo coi concorrenti, i birrifici sperimentano moltissimo e i margini per farlo sono tanti. La qualità media è alta, l’unico limite è che le birre artigianali sono care, una pinta, servita senza schiuma, costa dai 12 dollari neozelandesi in su. Daniele ha pensato di invecchiare la sua Milk Stout in botti che un’azienda locale di gin utilizza per affinare il suo prodotto con aggiunta di cacao.

L’abilità di Danesin è apprezzata dai titolari del birrificio che gli affidano la responsabilità della produzione e del personale: cinque assistenti lo affiancano ed è lui che decide quale birra produrre e in quanti ettolitri. Poiché è lui il birraio, “sono io che produco la birra, direi almeno l’ottanta per cento della nostra produzione è merito mio”, ha rivendicato nei giorni scorsi, subito dopo aver vinto il prestigioso titolo mondiale. Ma lui ai successi iridati è abituato. E non ha smesso di competere. Ha cambiato specialità: corse in montagna, gare multisport (bici, corsa, sci, kayak). Il primo successo neozelandese è arrivato a luglio, nel trial. Del resto, “chi beve birra campa cent’anni”. Vengono in mente gli slogan pubblicitari degli anni Sessanta e Settanta, “dove c’è una Dreher c’è un uomo”, “chiamami Peroni sarò la tua birra”… la Wührer si proclamava la “birra che si rispetta”, “di carattere”, “la birra che vale”, “mantiene sempre le promesse”. Si adattano perfettamente al nostro birraio-rematore campione del mondo. Più di tutti, gli calza a pennello quello coniato dalla Spluga: “Sete di fuga”.

 

Brexit, la mossa di Corbyn: “Sfiduciamo Johnson”

Dopo le rivelazioni del Sunday Times sulle conseguenze a cui il Regno Unito si prepara nel caso in cui non si raggiunga un accordo sulla Brexit con Bruxelles – il dossier Operation Yellowhammer, trafugato dal Times, annuncia seri rischi per l’approvvigionamento di medicinali, alimenti e carburante – il governo britannico rincara la dose: “La libera circolazione come esiste adesso finirà il 31 ottobre quando il Regno Unito lascerà l’Ue”, avverte la portavoce della ministra dell’Interno Priti Patel. Secondo i giornali nazionali, la Patel pensa già a un provvedimento extraparlamentare. Il Telegraph fa sapere che alcuni funzionari britannici sono a Singapore per studiare “un efficiente sistema informatico applicato all’immigrazione”. Insomma, l’esecutivo si prepara all’uscita dall’Ue con o senza accordo, costi quel che costi. L’esecutivo di Theresa May aveva lasciato intendere che, in caso di “no deal”, ovvero di mancato accordo, ci sarebbe stato un periodo di transizione. Ora, invece, con il nuovo governo guidato dal conservatore Boris Johnson, si annunciano maggiori restrizioni. Secondo fonti interne, il primo ministro starebbe approntando sull’immigrazione un modello a punti simile a quello australiano. Ma non è detto che si arrivi al no deal. Il leader del partito laburista Jeremy Corbyn per fermare la crisi da Brexit punta alle elezioni generali. Dato che “il partito conservatore ha fallito, farò tutto il necessario”, ha detto durante un comizio nel Northamptonshire. La mossa di Corbyn prevede un confronto in Parlamento, anziché tirare dritto fino al 31 ottobre, quando è fissata l’entrata in vigore. Mentre Johnson considera un “passo storico” il decreto firmato dal ministro Steve Barclay, che cancella l’atto del 1972 con cui il Regno Unito recepiva le leggi europee,

Corbyn è pronto a incontrare i leader politici britannici per giocarsi l’ultima chance: sfiduciare il primo ministro in carica e allo scadere dei 14 giorni, durante i quali lui sarebbe temporaneamente a capo dell’esecutivo, indire le elezioni generali. In questo modo riuscirebbe a ritardare la Brexit e a raggiungere l’accordo con l’Ue. Ora che i conservatori “sono passati all’estrema destra con Boris Johnson”, considerato il Trump della Gran Bretagna, “un’elezione generale innescata dalla crisi del partito Tory sarà una possibilità unica per un vero cambio di direzione e per dare agli elettori l’ultima parola”.

Il presidente del partito conservatore James Cleverly lo considera “un cinico tentativo di impadronirsi del potere da parte di un uomo che rovinerebbe l’economia – e avverte – solo Boris Johnson e i conservatori possono fornire la leadership di cui la Gran Bretagna ha bisogno e portare a termine la Brexit entro il 31 ottobre, qualunque cosa accada”. In mancanza di un accordo, da quel momento in poi, secondo il dossier Operation Yellowhammer, ci saranno ripercussioni, a partire dal transito delle merci che arrivano attraverso il Canale della Manica. Per finire alla libera circolazione delle persone.

Sequestro Romano: inizia il processo bis all’uomo dei misteri

Nove mesi fa, Silvia Romano, 23 anni, è stata rapita in Kenya, a Chakama, un piccolo villaggio a un centinaio di chilometri da Malindi. Da quel momento è sparita, le ricerche non hanno dato alcun esito, non sono mai giunte rivendicazioni, almeno in via ufficiale.

Ieri è cominciato il processo contro Ibrahim Adan Omar, uno dei presunti organizzatori, e il 21 sarebbe dovuto riprendere quello a carico di altri due accusati, Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe. Invece la giudice Julie Oseko ha deciso, su suggerimento della procuratrice Alice Mathangani, di accorpare i due processi, cosa che dovrebbe essere sancita all’udienza di domani.

Ieri a differenza di quanto accaduto nelle sessioni di fine luglio, un gruppetto di italiani preoccupati della sorte della volontaria, alle 9 del mattino si è presentata nell’aula del palazzo di giustizia per assistere al processo. Tra loro nessun diplomatico e nessun inquirente. A latere del processo, i giudici hanno commentato: “Qui abbiamo numerosi casi che riguardano cittadini stranieri: francesi, belgi, tedeschi, britannici, americani. C’è stata sempre la presenza di delegazioni della loro ambasciata. Per Silvia niente. Piuttosto strano”. Sono emersi altri particolari interessanti che permettono di piazzare altre tessere in un puzzle difficile da ricostruire. Oltre ai tre formalmente accusati e sotto processo, ci sono “parecchi” ricercati per questa vicenda, ma uno in particolare, cui i kenioti stanno dando la caccia senza quartiere, si chiama Said Ibrahim. Sarebbe l’uomo che ha organizzato il sequestro per conto dei veri interessati a rapire Silvia. Le fonti ufficiali – diplomatici, carabinieri, politici – non fanno trapelare alcuna informazione: un silenzio totale e misterioso ufficialmente giustificato per non danneggiare le indagini. Ma non regge la giustificazione: “Silenzio, stiamo lavorando”, a meno che non si voglia credere in modo acritico a chi chiede di non interferire e di non porsi domande.

Molte storie italiane sono rimaste insolute. Chi scrive crede in alcune regole del giornalismo. La prima venne indicata da Joseph Pulitzer: “Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio o vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri”. E il drammatico caso di Silvia Romano resta circondato da sospetta segretezza. Ci sono cose inspiegabili.

Perché, per esempio, fino a un mese fa nessuno abbia chiesto alla Safaricom (una delle società telefoniche legata alla Vodafone, usate da Silvia) i tabulati delle sue chiamate? E poi, perché nessuno ha dato seguito alla denuncia di Silvia verso un pastore anglicano – denuncia raccolta da una ispettrice di polizia sul suo blocco di appunti, e mai riportata sui faldoni ufficiali – per molestie sessuali alle bambine del centro dove la ragazza lavorava come volontaria?

E ancora: perché non è stato nominato un legale a rappresentare Silvia Romano in qualità di cittadina italiana?

Dov’è finito il file di Silvia, con le sue impronte digitali e la sua foto prese all’aeroporto di Mombasa (come accade a tutti i viaggiatori che entrano in Kenya), misteriosamente scomparso?

Infine, le indagini a Likoni, il villaggio vicino Mombasa, dove Silvia ha lavorato nel luglio dell’anno scorso, sono state carenti, a giudizio della stessa polizia di Nairobi. Nessuno ha indagato su chi la volontaria frequentasse, chi avesse incontrato, dove andasse nei momenti liberi e perfino se avesse incrociato qualcuno nell’albergo dove aveva dormito, prima di partire per Chakama a inizio novembre. Perché?

Notre-Dame contaminata, cantiere in stile Chernobyl

Parigi

I lavori di messa in sicurezza della cattedrale Notre-Dame sono ripresi ieri, ma l’allarme piombo impone d’ora in poi a chiunque debba entrare o uscire dal cantiere di seguire un rigoroso protocollo. I lavori erano stati interrotti su ordine della prefettura di Parigi che, il 23 luglio scorso, aveva imposto delle operazioni urgenti di bonifica e di adeguamento del cantiere. Le nuove regole anti-contaminazione sono dunque rigide per la cinquantina di tecnici che lavora tutti i giorni alla cattedrale devastata dall’incendio del 15 aprile: il sito è stato diviso in due zone, una “sporca” e una “pulita”. Per circolare dall’una all’altra bisogna passare attraverso delle “docce di decontaminazione”. Al cantiere si può accedere solo con un badge speciale. Bisogna poi spogliarsi nella “zona pulita” e indossare degli abiti usa e getta, compresi slip e calzini. Gli abiti da lavoro riutilizzabili restano nella “zona sporca” e vengono disinfettati. Le regole valgono per tutti, artigiani, architetti, responsabili politici e religiosi. Anche se il cantiere è ripreso, Notre-Dame resta isolata e turisti e parigini tenuti a distanza. La bonifica delle strade laterali e del sagrato infatti durerà ancora diversi giorni. Ma per gli addetti ai lavori troppo tempo è stato perso. Il ministero della Cultura è chiaro: la cattedrale è ancora fragile e il rischio di nuovi crolli non è escluso. Per consolidare il monumento servono ancora quattro mesi e il restauro vero e proprio non partirà prima di metà 2020. Ora bisogna intervenire sulla volta e gli archi rampanti. Ma per Didier Durand, a capo dell’azienda Pierrenoël che lavora sul cantiere, il rischio più grosso è rappresentato dalle 250 tonnellate di impalcature instabili che devo essere ritirate, ma che possono crollare da un momento all’altro.

Altro che geopolitica, Putin e Macron pensano agli affari

P

ecunia non olet, il denaro non ha odore, dicevano i latini. Ma, in realtà, seguendo il profumo, o la puzza, del denaro, si possono capire percorsi che paiono sottrarsi alla logica della geopolitica. Il riavvicinamento in atto tra la Francia e la Russia ha ragioni essenzialmente economiche, anche se non vi sono estranee la diplomazia della grandeur di Emmanuel Macron e il gusto del guastafeste di Vladimir Putin. Il presidente russo è arrivato ieri sera in elicottero dall’aeroporto di Marsiglia al Fort de Brégançon, un ‘Eliseo d’estate’ raramente utilizzato per incontri internazionali, nonostante il grande giardino – oltre un ettaro – offra condizioni ideali per colloqui informali. Per il presidente francese, l’incontro con Putin apre una settimana al massimo livello diplomatico mondiale: nel fine settimana, infatti, ospiterà a Biarritz il vertice dei leader dei Sette Grandi.

Il bilaterale con Putin è, in qualche misura, uno sberleffo al presidente Usa Donald Trump, che non vuole riammettere la Russia nel G7, ‘abbonando’ l’annessione della Crimea, e peggiora i rapporti con Mosca denunciando gli accordi di disarmo nucleare e rilanciando la corsa agli armamenti. Sia Macron che Putin sono consci che il loro incontro non basta a risolvere nessuna delle questioni internazionali aperte che li riguardano. Ma sono per contro certi che può dare impulso ai rapporti economici e commerciali tra Francia e Russia, che hanno subito l’impatto delle sanzioni imposte dall’Ue a Mosca e della stasi russa.

Citato dall’agenzia Sputnik, Mikhail Makarov, nuovo rappresentante commerciale russo in Francia, indica obiettivi precisi: “Dopo il picco del 2011 (28,1 miliardi di dollari), il fatturato commerciale tra Russia e Francia ha subito un calo significativo del 48% nel periodo 2012-2015. Negli ultimi tre anni, però, l’interscambio ha mostrato una crescita costante”. Nel 2018 rispetto al 2017, l’aumento è stato dell’11,2%, l’interscambio è stato di 17,2 miliardi di dollari. “Abbiamo ragione di credere che sino alla fine del 2019 la crescita proseguirà. E sono assolutamente certo che nei prossimi anni saremo in grado di tornare al livello commerciale pre-crisi”. Dal punto di vista francese, la situazione attuale è descritta dal ministero del Tesoro in termini più positivi ancora: “La Francia gode in Russia di una posizione economica tradizionale e strategica”, mentre, contrariamente alla Germania e all’Italia, non ha bisogno di forniture energetiche. Detiene una quota di mercato del 4%, è il sesto Paese fornitore, ha un ruolo pesante nell’eco-sistema russo; ed è al secondo posto dei flussi e al primo posto nello stock di investimenti diretti all’estero, a parte le zone a fiscalità agevolata, ed è il primo datore di lavoro estero in Russia.

Partnership strategiche sono state create in settori come l’energia, l’aeronautica, il nucleare e lo spazio. E si progettano ulteriori collaborazioni per dare risposte economiche al cambiamento climatico e sviluppare le nuove mobilità, l’innovazione e la produttività del lavoro. La struttura degli scambi commerciali franco-russi è asimmetrica: l’80% dell’import francese riguarda il settore energetico, dove, più che i consumi interni, sono in gioco gli interessi dell’industria petrolifera francese, mentre l’import russo riguardano i beni strumentali e i materiali per i trasporti, specialmente nel settore aeronautico. Parigi accusa un disavanzo rispetto a Mosca dell’ordine di cinque miliardi di euro nel 2018. Per effetto delle sanzioni, la Russia, che a un certo punto era stato il quarto mercato francese, è ora soltanto l’ottavo: a Macron piacerebbe recuperare posizioni, Putin l’incoraggia a farlo.

Tanto più che, fronte investimenti, le cose vanno meglio che fronte scambi. La Francia, con oltre 500 filiali di sue aziende in Russia e con 1,200 imprese russe con almeno un azionista francese, è addirittura il primo datore di lavoro straniero in Russia, con ben 150 mila ‘dipendenti’. Un contesto economico-commerciale importante, che non ha però impedito a Macron e Putin di recitare i rispettivi ruoli nel loro colloquio. Il francese chiede al russo di rispettare i “principi democratici”, riferendosi alla repressione delle manifestazioni dell’opposizione; Putin gli risponde di “non volere a Mosca Gilet gialli”, perché “da noi la legge si rispetta”.

2010, il principe e la ragazza si salutano a casa di Epstein

È il 6 dicembre 2010, un freddo pomeriggio newyorchese. Davanti alla lussuosa townhouse di Jeffrey Epstein, nell’Upper East Side di Manhattan, è un via vai di persone, soprattutto giovani donne. Chi entra e chi esce, una processione. Sono circa le 16:30 e all’improvviso lascia la palazzina una ragazza mora: dietro di lei fa capolino sull’uscio un uomo che la saluta sorridente e poi, prima di richiudere il portone, si guarda intorno, come a controllare che non ci siano testimoni: quell’uomo è il principe Andrea d’Inghilterra.

Il video è stato pubblicato dal Daily Mail e torna a imbarazzare pesantemente Buckingham Palace, dopo che nel fine settimana persino la regina Elisabetta si era significativamente mostrata al fianco del figlio 59enne, finito nella bufera per l’amicizia con il finanziere suicida in cella (ieri è stato rimosso il responsabile delle carceri federali, ndr) e coinvolto già dal 2008 in uno scandalo per abusi sessuali e sfruttamento della prostituzione minorile.

Ma ora le nuove immagini sembrano confermare lo stretto rapporto tra il duca di York ed Epstein, con Andrea ospite in casa del finanziere e che nell’apparire sulla soglia della dimora appare assolutamente a suo agio: “Come se fosse casa sua”, racconta al Daily Mail un testimone.

“Siamo di fronte a illazioni ripugnanti”, reagisce con un comunicato ufficiale il duca di York, che rompe per la prima volta il silenzio e si dice “inorridito” dalle storie sui presunti reati commessi da Epstein. Reati nei quali, secondo i racconti di almeno una delle vittime, sarebbe anche lui coinvolto. Virginia Roberts Giuffre, una delle ex schiave del sesso, ha raccontato d’essere stata “offerta” al duca di York almeno tre volte: nella casa di New York, a Londra e durante un’orgia a Little St. James, l’isola privata comprata da Epstein alle Virgin Island.