Sarebbe bello se fosse oro tutto ciò che luccica: significherebbe che davvero 200 amministratori delle maggiori multinazionali statunitensi (da Amazon ad Apple, JP Morgan e General Motors) daranno seguito come promesso al progetto presentato ieri, denominato Business Roundtable, che in cinque punti mira a un “capitalismo più inclusivo”, stigmatizza l’ossessione per la massimizzazione dei profitti dei soci, chiede più attenzione ai dipendenti, al welfare aziendale e all’ambiente. Tradotto operativamente (ma non troppo) le linee guida parlano di investimenti nei dipendenti, valore per i consumatori, gestione etica delle relazioni con fornitori e sostegno alle comunità locali dove le aziende operano. E ancora: compensi giusti per i dipendenti, benefit importanti ma anche training e istruzione. Forse, come ipotizzato dal Financial Times, è un messaggio ai candidati democratici più radicali (Elizabeth Warren e Bernie Sanders) che stanno conducendo una campagna contro le “macchine da profitti”. Forse è solo una scelta di marketing antipopulista. Di sicuro, una rivoluzione moderata per la quale è facile immaginare che gli investitori non si spaventeranno: “Ognuno dei nostri soci è essenziale” scrivono i big. E intendono: “Non è la negazione del profitto, solo la necessità di ripulirlo e così garantirlo sul lungo periodo”.
Diabolik, domani a Roma i funerali a numero chiuso
Al termine di una lunga trattativa alla fine i funerali di Fabrizio Piscitelli, il Diabolik della Curva Nord della Lazio freddato da un colpo di pistola alla nuca dieci giorni fa, si faranno. Ma saranno a numero chiuso. Alla cerimonia funebre, che si terrà domani alle 15 al Divino Amore di Roma, sarà concesso l’ingresso solo a 100 persone indicate dalla famiglia dell’ex capo ultras. La zona in cui sarà celebrata la funzione sarà completamente off limits con un dispiegamento di forze dell’ordine a monitorare la situazione. Le misure di sicurezza sono al vaglio della questura, che terrà sotto controllo l’afflusso dei tanti tifosi, non solo laziali, che mercoledì prossimo vorranno dare il loro ultimo saluto a Piscitelli. Di sicuro un posto sarà riservato a una rappresentanza degli Irriducibili, la frangia estrema della curva Nord di cui Diabolik è stato per anni leader e ispiratore. “Parteciperemo ai funerali di Fabrizio come nel nostro stile, in assoluto rispetto, silenzio e compostezza”, la promessa dei tifosi biancocelesti in una nota. I funerali di mercoledì arrivano a oltre una settimana dal 13 agosto scorso, la data decisa dalla questura per i funerali in forma privata per motivi di sicurezza.
“Si poteva localizzare prima, la tecnologia c’è”
Secondo Gioacchino Genchi, avvocato ed ex consulente informatico di delicate indagini della storia recente, il povero Simon Gautier, ritrovato cadavere dopo 9 giorni di perlustrazioni negli anfratti del parco del Cilento, poteva essere rintracciato “entro un’ora al massimo dalla sua telefonata al 118”. Delimitando la sua posizione in uno spazio di circa 100 metri. E questo a prescindere dai ritardi dell’Italia sull’attivazione della tecnologia Aml (advanced mobile location), che prevede, in automatico, l’individuazione delle coordinate gps e l’invio dei dati tramite sms quando si chiama un numero di emergenza. E dal fatto che Simon sarebbe morto circa 45 minuti dopo la chiamata al 118 per la gravità delle ferite riportate.
Avvocato Genchi, come si dovevano avviare le ricerche del ragazzo?
L’operatrice 118 doveva chiedergli di inviare la posizione tramite whatsapp. Lo doveva suggerire subito, quando Simon era ancora lucido e in grado di farlo. Prima disaccortezza, imperdonabile.
E se lo smartphone non aveva il programma whatsapp installato?
Occorreva bombardare il telefonino di chiamate e sms, verificare l’esistenza o meno di una connessione internet sulla sim, e in quel caso provare a operare da remoto attraverso varie utility, simili ai trojan, denominate “position”. Poi occorreva estrarre subito le log (le informazioni, ndr) degli handover presso il gestore telefonico, che andava subito sensibilizzato all’attivazione del monitoraggio della posizione del cellulare.
Proviamo a semplificare.
Ci sono diversi modi per localizzare con precisione un dispositivo con solo segnale Gsm di quello del semplice aggancio alla singola cella (che in questo caso aveva individuato un’area vasta di quasi 150 km quadrati, ndr). Per questo è fondamentale l’analisi dei dati degli handover, cioè dei cambi di cella dell’apparecchio durante l’ultimo periodo. Sovrapponendo i dati delle celle impegnate negli spostamenti e nelle contestuali attivazioni della rete, fino alle ultime chiamate. Individuate le celle e le direzioni dei radianti, con la triangolazione delle aree di copertura si sarebbe potuta circoscrivere l’area dove concentrare subito le ricerche.
Quindi la telefonata, in sé, da sola non era sufficiente, anche se molto indicativa.
No. E nemmeno l’analisi del tabulato da solo, che fornisce solo le evidenze degli impegni della rete. Bisognava subito accedere ai dati di log della rete telefonica e continuare a insistere con telefonate e sms, anche lo spostamento del cellulare di pochi metri avrebbe potuto restituire delle evidenze importanti, specie se concorrenti con dei cambi di cella. Più celle incroci, più dati raccogli. Più telefonate fai, più riesci a delimitare la sua localizzazione. È una tecnologia già ampiamente utilizzata in processi per omicidi e stragi, ci ha consentito di incastrarne i colpevoli. È precisissima.
Fino a che punto?
In un’indagine contestai a un soggetto che transitava sull’autostrada Napoli-Roma i suoi spostamenti, fino al suo ingresso in un caseificio per comprare delle mozzarelle.
Quindi era possibile rintracciare Simon rapidamente?
Con una precisione di circa cento metri entro al massimo un’ora. A condizione di non trascurare nulla, chiedendo subito la massima cooperazione tra i soccorritori, le istituzioni e la compagnia telefonica. Temo che ci sia stato qualche errore.
Dovuto a impreparazione?
Temo di sì. L’emergenza è stata affrontata, a mio parere, in maniera assolutamente approssimativa. In questi casi il tempismo degli inquirenti e la sinergia con i soccorritori sono fondamentali.
“Simon è morto subito, non ha mai più risposto”
Solo le indagini delle Procure di Lagonegro e Vallo della Lucania – la prima competente per il comune di Santa Marina-Policastro, il luogo dell’ultimo avvistamento, la seconda per San Giovanni a Piro, il comune del burrone dove è stato ritrovato cadavere dopo ben 9 giorni di perlustrazioni iniziate lungo un’area di quasi 150 km quadrati – potranno dare un senso alla morte del 27enne escursionista francese Simon Gautier. Per capire se sono stati commessi errori o ci sono stati ritardi nelle ricerche. Per sottolineare eventuali arretratezze tecnologiche nel nostro sistema di soccorsi. Per provare a dare pace a una famiglia distrutta e avvertita con diversi giorni di ritardo della scomparsa del ragazzo: la mamma e il papà si sono precipitati nel Cilento appena hanno saputo, e hanno trascorso gli ultimi giorni lanciando appelli per moltiplicare uomini, mezzi e sforzi per trovarlo. Circondati da amici italiani e francesi di Simon che hanno partecipato da volontari alle operazioni di ricerca.
Simon Gautier, da due anni a Roma per un master in Storia dell’arte dopo una laurea alla Sorbona, voleva raggiungere a piedi Napoli dal Golfo di Policastro, un’escursione estrema e molto suggestiva. È arrivato alla stazione di Policastro Bussentino alle 16:11 dell’8 agosto, è sceso in paese, poi ha dormito in spiaggia a Scario e all’alba seguente si è avviato a piedi tra boschi e sentieri del parco del Cilento. Era solo. È precipitato la mattina del 9 agosto in un dirupo del belvedere di Ciolandrea, dopo essere uscito dal sentiero “ufficiale”, attraversando un tratto forse aperto dagli animali. Aveva fatto in tempo a chiamare il 118 e a parlare con un’operatrice, dicendo di avere entrambe le gambe fratturate e provando a spiegare il suo percorso. Invocava aiuto, aveva la voce tremante, ma era lucido. Erano all’incirca le 9 del mattino. Sarebbe morto in meno di un’ora da quella telefonata. Dissanguato, secondo un primo esame esterno della salma in avanzato stato di decomposizione. Aveva una gamba girata e la frattura avrebbe reciso l’arteria femorale. Oggi i pm conferiranno l’incarico al medico legale che eseguirà l’autopsia presso l’obitorio dell’ospedale di Sapri. Servirà a chiarire gli ultimi dubbi sulle cause del decesso. Il corpo di Simon è stato rinvenuto domenica nel tardo pomeriggio dagli speleologi. La posizione complicata, in fondo a un crepaccio di circa 200 metri, hanno suggerito il rinvio delle operazioni di recupero a ieri mattina, con il sole.
Il direttore delle postazioni 118 della Basilicata Serafino Rizzo ha spiegato di aver attivato le ricerche un’ora e 40 minuti dopo la telefonata di Gautier. Precisando come fosse stata girata dai carabinieri di Lagonegro, che la struttura non dispone di un servizio di geolocalizzazione, e che sono stati allertati i colleghi di Vallo della Lucania per avviare i soccorsi in collaborazione coi Vigili del Fuoco e il Soccorso Alpino. L’Ansa riporta: “Nel frattempo il cellulare di Gautier venne fatto ripetutamente squillare, senza alcun esito. Si decise quindi di inviare anche un sms su quel cellulare: se fosse stato aperto, i soccorritori avrebbero ottenuto una posizione più precisa. Il 118 della Basilicata ricevette la geolocalizzazione della prima telefonata di Gautier dal Soccorso Alpino alle ore 10:30 circa: si trattava di un’ampia area nella zona di Maratea (Potenza), dove vennero inviate alle ore 10:43 una prima ambulanza e un’auto dei carabinieri, senza però trovare alcuna traccia dell’escursionista. Da questo momento in poi le ricerche furono state estese verso nord, nel Golfo di Policastro”.
Gautier si era infatti incamminato in direzione opposta a Maratea. Il primo elicottero, secondo gli amici del ragazzo, si sarebbe alzato in volo solo 28 ore dopo la chiamata. E il presidente nazionale del 118, Mario Balzanelli, denuncia che in Italia le Centrali Operative sono ancora prive del sistema di geolocalizzazione delle chiamate d’emergenza, previsto dal 2009. “Altrimenti Gautier sarebbe stato immediatamente geolocalizzato. Nel suo paese Gautier sarebbe stato soccorso subito. Con esiti forse diversi”.
Mancano sacerdoti, niente messa e protesta dei fedeli
Era una messa attesa da molti abitanti a San Sepolcro,15 mila abitanti a pochi km da Arezzo: durante la funzione il prete avrebbe dovuto ricordare alcuni compaesani defunti. E invece no, sabato pomeriggio la messa delle 18 nella frazione Santa Fiora non si è mai svolta. Motivo? “Nella zona non ci sono preti disponibili, ci dispiace, per oggi dovete tornare a casa” è stata la risposta della Diocesi aretina ai fedeli sbigottiti. Gli abitanti della Valtiberina avevano rispettato il programma delle funzioni della zona che già faceva pensare a una carenza di sacerdoti: il sabato pomeriggio la messa a Santa Fiora, la domenica mattina a Gricignano. Eppure la funzione non iniziava: un quarto d’ora, mezzora, 45 minuti. Niente. E così sono iniziate le polemiche dei fedeli. “Com’è possibile? Siamo venuti fino a qua per la funzione, almeno potevano avvertirci” si è chiesto un fedele rimasto a bocca aperta dalla risposta della Diocesi. Non è la prima volta che nel borgo di San Sepolcro si parla della mancanza di preti ma sabato scorso è successo quello che in molti temevano da tempo: i fedeli sono stati abbandonati in chiesa prima di essere costretti a tornare ognuno nelle proprie case.
Sicilia contro il Principato: “Giù le mani dalla sabbia”
Mentre Greta è in viaggio per New York sulla barca a emissioni zero di Pierre Casiraghi, suo zio il principe Alberto punta all’espansione in mare di Montecarlo. Peccato che il progetto Portier Cove non risulti abbastanza green alla Sicilia, da cui era attesa la sabbia per riempire i 18 cassoni trapezoidali prefabbricati di cemento armato con all’interno materiali da cava e sabbia proveniente dal fondale di Termini Imerese. L’assessore all’Ambiente Salvatore Cordaro ha firmato il decreto che convalida il parere negativo emesso dalla commissione Via, in merito al progetto di dragaggio di 700 mila metri cubi di sabbia nel Tirreno meridionale. “L’area interessata dall’attività di prelievo è caratterizzata dalla presenza di prateria di Poseidonia oceanica, coralligeno e biocenosi”, motivo per cui si ipotizzano possibili danni all’habitat. A circa 3 miglia dalla costa di Termini Imerese, Arenaria srl, società del gruppo industriale Maccaferri, che fa capo alla holding di famiglia Seci Real Estate, nel 2010 aveva ottenuto in concessione una porzione di fondale per una profondità di circa 120 metri e una capienza di 130 milioni di metri cubi. L’aveva poi rinnovata nel 2015 con scadenza l’anno prossimo.
Essendosi aggiudicata i lavori di riempimento dei prefabbricati alti 26 metri e di 10 mila tonnellate di peso ciascuno, attraverso cui il Principato di Monaco si espanderà in mare, Seci aveva avanzato la richiesta per utilizzare la sabbia del giacimento siciliano (che non è l’unico, perché ne ha uno in concessione anche lungo la costa palermitana). Salvo poi ottenere prima il parere negativo unanime dal consiglio regionale della pesca, riunitosi a maggio a Favignana, poi l’esito negativo del procedimento di Valutazione di impatto ambientale e infine il diniego pubblico da parte del governatore regionale Nello Musumeci. “Prelevare 700 mila tonnellate di sabbia, in un’area particolarmente fragile dal punto di vista della fauna ittica e da quello ambientale, costituirebbe davvero un suicidio, non ce lo possiamo permettere”, ha detto il presidente della Regione Nello Musumeci. La scelta della sabbia siciliana è avvenuta secondo un’accurata indagine condotta dal gruppo guidato da Société Anonyme Monégasque “Anse du Portier”, in associazione con Bouygues Travaux Publics, incaricato di realizzare il progetto da 2,3 miliardi di euro, che porta la firma di Renzo Piano e del paesaggista Michel Desvigne. Montecarlo, che misura 2 km quadrati ed è il secondo Paese più piccolo al mondo, non ha più terreni a disposizione e già da anni punta a utilizzare il mare. L’idea di costruire Portier Cove è nata nel 2013. Il Principato si ingrandirà del 3% grazie al nuovo quartiere di 60 ettari, che includerà 120 appartamenti di lusso, 10 ville, il lungomare e un porto turistico.
I lavori di dragaggio della sabbia di Termini Imerese sarebbero iniziati a breve per una durata di un mese e mezzo tra le operazioni di dragaggio e quelle di trasporto a Montecarlo. “Questa è un’operazione politica, Arenaria ha pagato regolarmente il canone all’erario regionale dal 2010”, fa sapere il project manager della società Diego Paltrinieri, che annuncia ricorso al Tar perché ci sarebbero “i margini per chiedere un risarcimento”.
La Regione da questo lavoro avrebbe guadagnato – a suo dire – “più di un milione”. All’incirca “un euro e cinquanta centesimi a metro cubo”. E poi i 700 mila metri cubi da dragare “non sono che lo 0,4% del volume di sabbie disponibili”.
Nella lettera aperta, che invierà a Musumeci, Paltrinieri scrive: “La vera grande sconfitta di questa vicenda è la regione siciliana e il suo territorio”, perché “invece di rilanciare il ruolo e l’immagine della Sicilia a livello internazionale, conferma le direttrici del suo declino economico e sociale”. Il governatore della Sicilia, però, non sembra disposto a cambiare idea: “Esportare sabbia è un lusso che non possiamo permetterci, se si riesce a ottenere un po’ di sabbia da quel tratto di fondale, non potrà che servire per interventi contro l’erosione delle coste isolane”. E il principe Alberto, che nel 2017 ha ricevuto la laurea honoris causa in Ecologia marina proprio a Palermo, si spera capisca.
Slitta la pubblicazione del “Salva Ilva”: il decreto è a rischio
Ritarda la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del “decreto-imprese”, ribattezzato decreto Salva-Ilva perché ridisegna e limita il sistema di immunità penale per manager e proprietari dell’ex-Ilva. Il testo però prevede anche un importante pacchetto di misure per il sostegno delle imprese in crisi, la tutela dei lavoratori precari, dei rider, la proroga degli ultimi lavoratori socialmente utili (Lsu). Uscito dal Consiglio dei ministri del 6 agosto con la dicitura “salvo intese”, il testo è ancora in sospeso. La sua pubblicazione era prevista ieri, ma adesso si parla di 21, 22 agosto ovvero dopo che il Parlamento deciderà il futuro del governo Conte. C’è quindi il rischio che una serie di misure importanti restino imbrigliate nella crisi agostana e nelle sue conseguenze. Le varie disposizioni sono frutto di un accordo fra M5S e Lega, ma da oggi potrebbero non avere vita facile in Parlamento con il rischio di non poter essere convertite in legge entro i 60 giorni canonici. Ancora una volta il destino dell’Ilva sembra appeso a un filo. Come è noto, la misura “salva-Ilva” è stata concepita per evitare il rischio di un recesso da parte di ArcelorMittal se il 6 settembre non vengono rinnovate le tutele penali previste per chi gestisce il siderurgico.
Il Jobs Act va alla Corte Ue: “Discriminatorio”
La storia ha dell’incredibile: nel 2017 un’addetta di una società che si chiama Consulmarketing viene messa alla porta insieme ad altre 350 persone. Fa ricorso con altri 15 lavoratori che si oppongono al criterio di scelta dei dipendenti da cacciare. Insomma – è la domanda – perché noi? L’esito è sorprendente. Se da un lato il Tribunale dà ragione a tutti, dall’altro ordina la reintegrazione sul posto di lavoro solo per 15 di loro, escludendo proprio la lavoratrice in questione. A lei, dice il giudice, tocca solo l’indennizzo.
La donna, infatti, era stata assunta nel gennaio 2013 a tempo determinato ma aveva ottenuto l’indeterminato solo il 31 marzo 2015, poche settimane dopo l’arrivo della riforma renziana del Jobs Act. In pratica, il suo rapporto era “a tutele crescenti” quindi in caso di licenziamento collettivo in cui non vengono rispettati i criteri di scelta, il datore di lavoro è condannato solo al risarcimento. In sintesi, la lavoratrice è stata licenziata lo stesso giorno dei suoi colleghi e con le stesse motivazioni, ma è stata l’unica a non avere indietro il lavoro.
Arriviamo quindi a oggi: il Jobs Act dovrà ora passare al vaglio della Corte di Giustizia europea. A chiedere l’intervento dei giudici comunitari è il Tribunale di Milano con un’ordinanza del 5 agosto, secondo la quale – partendo dalla storia della sfortunata lavoratrice – le norme sui licenziamenti collettivi nel Jobs Act creerebbero ingiuste discriminazioni, assicurando il diritto alla reintegrazione solo per gli assunti prima del 7 marzo 2015. Per gli altri, solo risarcimento in denaro anche se l’allontanamento avviene nella stessa azienda, nello stesso momento, con le stesse motivazioni e riguardano persone che hanno la stessa anzianità.
“È un effetto paradossale evidentissimo”, dicono la Cgil e la Filcams, che sostengono la mossa del Tribunale attraverso i propri uffici legali. Quel pezzo del Jobs Act, secondo il Tribunale di Milano, contrasta con il principio di non discriminazione di cui parla la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. “Una differenziazione normativa del regime di tutela basata sul solo fattore tempo, rappresentato dalla data di assunzione, costituisce un elemento oggettivamente discriminatorio indiretto”, recita l’ordinanza. Su un caso simile si era espressa la Corte costituzionale quando era intervenuta sulla cancellazione dell’articolo 18 per i licenziamenti individuali, sempre a opera del Jobs Act. In quel caso, per la Consulta non c’era violazione della Carta, poiché il fluire del tempo è un valido motivo per trattare in modo diverso situazioni simili ma avvenute in momenti separati. Stavolta, però, si tratterebbe di un licenziamento collettivo che – per forza di cose – è simultaneo per tutti gli interessati. Il fatto che nella stessa procedura alcuni abbiano diritto alla reintegrazione e altri solo all’indennizzo rischia di spingere l’imprenditore – nel decidere di chi liberarsi – a mandare via i nuovi assunti, penalizzando i più giovani.
Meno tutele in nome di un aumento dell’occupazione era il principio alla base del Jobs Act, il Tribunale lo riconosce e chiede alla Corte Ue di esprimersi anche su questo: è ragionevole indebolire a tal punto la protezione di un lavoratore per favorire maggiori assunzioni? Se la Corte dovesse accogliere i rilievi, per la riforma targata Renzi-Poletti sarebbe la seconda bocciatura. La prima riguardava il calcolo del risarcimento per chi viene ingiustamente licenziato: per il Jobs Act era direttamente proporzionale all’anzianità di servizio, quindi incostituzionale perché trascurava la gravità della violazione da parte del datore e le condizioni personali del licenziato.
L’Antitrust si dà all’ippica. E lo sport italiano trema
Per due cavalli e una carrozza trema l’intero sport italiano. La guerra fra Federazione sport equestri (Fise) e associazioni sulle gare degli attacchi, specialità nemmeno troppo illustre dell’ippica (tipo corsa dei carri), sarebbe un contenzioso fra fanatici, se non fosse finita sul tavolo dell’Antitrust. Il Garante ha indagato e si prepara a stangare la Fise con una multa milionaria: “Abuso di posizione dominante”. Non è più solo sport, si tratta di mercato e concorrenza: la sentenza può creare un precedente e porre fine al monopolio di tutte le Federazioni. Chi conosce la materia, lo definisce “il principale problema attuale del nostro sistema”. Il Coni e il governo starebbero pensando a risolverlo se non fossero troppo impegnati a litigare sulla riforma di Sport e Salute. Ci penserà l’Antitrust.
La vicenda inizia nel 2017 quando il piccolo Gruppo italiano attacchi (Gia), seguito dall’ente di promozione Asi (vecchia costola dell’Msi, oggi vicino alla Lega; il presidente è il senatore Barbaro) denuncia la potente Fise. Secondo le associazioni, impedirebbe loro di fare attività con abusi regolamentari e minacce.
Nel sistema italiano in alto ci sono le Federazioni riconosciute dal Coni che si occupano dell’attività agonistica; in basso una miriade di enti, società, associazioni, libere di promuovere l’attività amatoriale. Per fare un esempio per l’ippica è la differenza fra le gare ufficiali del calendario federale e migliaia di manifestazioni sul territorio; lo stesso vale per corse podistiche e ciclistiche, tornei di tennis, ecc. Una definizione di agonismo, però, non è mai stata fatta: ovvio che sorgessero dei problemi. Specie quando le Federazioni tentano di allargarsi.
È ciò che ha fatto la Fise, in particolare per gli “attacchi”, specialità non olimpica su cui non ha esclusiva. Le accuse dell’Antitrust (che con un’ispezione ha acquisito email interne compromettenti) sono pesanti: “Modifiche regolamentari” per restringere gli ambiti, diffide a circoli, tesserati, operatori. Addirittura “procedimenti disciplinari”, come accaduto a una istruttrice squalificata per aver “osato” fare lezioni fuori dall’orbita federale (punirne uno per educarne cento). “Le evidenze – conclude il Garante – dimostrano in maniera univoca che la Fise, forte della propria posizione di mercato in quanto unica Federazione Coni, ha posto in essere una strategia volta a limitare l’ambito dell’organizzazione delle competizioni amatoriali”.
Le gare sono un business, fra quote d’iscrizione e montepremi. Controllarle tutte significa poi aumentare i tesserati, criterio fondamentale per i finanziamenti pubblici. Da anni è in corso uno scontro fra Federazioni ed enti per la conquista di questo terreno. La Fise non è l’unica ad averci provato ma sarà la prima ad essere condannata. Praticamente lo è già stata, come spiega il dispositivo Agcm. Resta da quantificare la sanzione: si parla di una multa fra il 10 e il 30% dell’intero fatturato (con la possibilità di ulteriore aggravio del 15-25%). Tradotto: tra i 2 e i 5 milioni, come minimo.
Non è un gran momento per il presidente Marco Di Paola, già alle prese con la grana del controverso commissariamento del Comitato regionale Fise Sicilia (che ora potrebbe ritorcersi contro): la multa Antitrust rischia di essere una vera e propria stangata per una Federazione che ha già avuto grossi guai finanziari. Si finirà al Tar. Una volta stabilito il precedente toccherà alle altre. La FederTennis è fra le poche ad aver affrontato la questione, con piccole concessioni (ad esempio lasciare alcuni campi dei circoli ai non tesserati) per prevenire il contenzioso. A rischiare di più sono ciclismo, motociclismo, danza. Tutte le discipline in cui c’è una forte base amatoriale e gare con soldi. Il Garante ha chiesto al Coni una relazione sulla situazione in tutte le Federazioni. Ancora non è stata fatta: un po’ per prendere tempo, un po’ perché la questione è complessa.
Ogni giorno che passa, però, l’abuso si allunga, il bubbone si ingigantisce. Prima o poi esplode.
Oggi i funerali del magistrato Marcello Musso
Un mazzo di fiori davanti alla porta del suo ufficio e anche un biglietto con scritto “riposa in pace”. Così chi lavora al Palazzo di Giustizia di Milano ha voluto salutare, con due segni ben visibili davanti a quella che era in pratica la sua casa, il pm Marcello Musso, noto in particolare per aver coordinato l’inchiesta sulle aggressioni con l’acido che ha portato alle condanne di Martina Levato e Alexander Boettcher e morto venerdì scorso, travolto mentre era in bici da una macchina, in provincia di Asti, dove si trovava per i suoi pochi giorni di vacanza dell’anno, quando stava vicino all’anziana madre. I funerali del magistrato si terranno oggi nella chiesa di San Giacomo Maggiore ad Agliano Terme (Asti). Intanto, molti magistrati, cancellieri, avvocati si sono fermati stamani davanti all’ufficio per ricordare il pm, che ha anche coordinato numerose e complesse maxi indagini su traffici di droga e sulla criminalità organizzata e che anni fa è riuscito anche ad ottenere la condanna all’ergastolo di Totò Riina e di altri capi di Cosa Nostra per alcuni vecchi omicidi di mafia a Milano. I suoi fascicoli dovranno ora essere riassegnati ad altri magistrati.