“Ci siamo rivisti a cena 2 anni fa. E finalmente mi ha dato del tu”

Francesco Saverio Borrelli, il gran custode di Mani Pulite, se n’è andato un mese fa, il 20 luglio. Antonio Di Pietro, che di Mani Pulite fu il motore, ora lo ricorda con parole piene di commozione e di gratitudine. “Ho sempre avuto rispetto e stima per Borrelli. Per la persona e per la sua funzione. Insieme abbiamo fatto Mani Pulite. Ma confidenza con lui non l’ho mai avuta. Ci siamo sempre dati del lei. Fino all’ultimo incontro, un paio d’anni fa: l’unico momento d’intimità tra noi”.

Che cosa successe in quell’incontro?

Era un pranzo organizzato da un avvocato che qui ora voglio ringraziare. Borrelli mi voleva vedere, dopo che io avevo chiuso la mia esperienza politica. Pensavo mi volesse rimproverare per qualcosa. Invece parlammo a lungo, in un ristorante vicino alla Scala, e alla fine mi abbracciò e mi disse: ‘Antonio, ti voglio ringraziare per quello che hai fatto per il Paese e la giustizia’. Non mi aveva mai chiamato Antonio.

Durante Mani Pulite avete avuto anche rapporti tesi…

Abbiamo sempre avuto rapporti professionali. Borrelli non sapeva dove sarebbe arrivata l’inchiesta, ma l’ha sempre difesa. Non ha fermato o frenato il suo sostituto procuratore, come altri capi facevano, l’ha anzi difesa, supportata, sviluppata, dandomi rinforzi: i colleghi Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo. E ci ha messo la sua faccia. Io per questo sono commosso e orgoglioso.

Agli inizi dell’indagine, quando fu arrestato per primo Mario Chiesa, Borrelli non credeva che lei sarebbe arrivato a scoprire il sistema della corruzione su cui si reggeva la Prima Repubblica.

No. Borrelli in principio pensava che, dopo l’arresto in flagrante di Chiesa con la tangente nel cassetto, la vicenda si sarebbe chiusa in 15 giorni con un processo per direttissima al solo Chiesa. Invece io ho lasciato scadere i termini – quel giorno non mi sono fatto vedere a palazzo di giustizia – per sviluppare l’indagine e allargarla ad altri fatti. Ma Borrelli si è subito assunto la responsabilità di difendere il lavoro del suo sostituto e del suo ufficio.

Non avete mai avuto, negli anni di Mani Pulite, momenti di confidenza?

Parlavamo solo di lavoro e solo in ufficio. Sono andato a casa sua poche volte. Ricordo un incontro con Gian Carlo Caselli e i suoi collaboratori Antonio Ingroia e Guido Lo Forte, dopo la morte di Paolo Borsellino: per parlare del sistema delle tangenti che, oltre alle imprese del Nord, in Sicilia coinvolgeva anche la mafia.

Dopo le sue dimissioni da magistrato, nel 1994, alla vigilia dell’interrogatorio di Silvio Berlusconi, Borrelli però era furioso con lei.

Io ho dovuto dimettermi per difendere l’inchiesta. Dopo aver rifiutato la proposta di Berlusconi che mi voleva fare ministro, ho capito che avrebbe trovato un’altra strada per fermarmi. Borrelli allora non sapeva del dossieraggio contro di me. Io invece avevo capito che stavano lavorando per inquinare le indagini e potermi arrestare, attraverso la Procura di Brescia. Così avrebbero fermato Mani Pulite. Il pm di Brescia Fabio Salamone mi aveva messo nel mirino indagando personalmente su di me, nonostante io avessi indagato su suo fratello, il costruttore siciliano Filippo Salamone, in contatto con uomini di Cosa Nostra. È stato l’incrocio tra Tangentopoli e Mafiopoli a far scattare l’attacco per fermare l’inchiesta. Con la discesa in campo anche di spezzoni dei servizi segreti, come dice una relazione del Copasir, il Comitato parlamentare di controllo sui servizi. Io sono stato accusato delle cose peggiori, indagato per anni a Brescia. Mi sono dimesso quando ho capito che stava per arrivare il finimondo. Ho lasciato la magistratura per potermi difendere e per difendere l’inchiesta. Devo ringraziare due giudici liberi e indipendenti, Roberto Spanò e Anna Di Martino, che dopo anni d’indagini mi hanno prosciolto da ogni accusa. E ora una lettera di Bettino Craxi spiega tante cose…

È la lettera che Craxi scrive a Francesco Cossiga durante la latitanza ad Hammamet. Dice, tra l’altro: “Aspetto ancora con pazienza una soluzione politica. Se non verrà e se mi convincerò che è inutile farsi illusioni, credo che la mia reazione, peraltro molto documentata, non mancherà”.

Sì. È la prova, dopo 25 anni, dell’attacco organizzato contro di me per bloccare Mani Pulite. Craxi confessa a Cossiga di essere pronto. Borrelli, che pure non sapeva del dossieraggio contro di me, ha però sempre difeso il mio lavoro di magistrato. E nell’ultimo nostro incontro, con il suo abbraccio e il suo grazie, mi ha fatto capire di avere capito.

Borrelli disse di non aver condiviso neppure il comunicato che lei, Colombo, Davigo e Francesco Greco leggeste in tv nel 1994, contro il decreto Biondi (che avrebbe fatto liberare molti indagati di Mani Pulite e che fu ritirato dopo il vostro intervento).

Quel comunicato lo conosceva, perché lo abbiamo condiviso e limato parola per parola. Forse non riteneva opportuno che lo leggessimo davanti alle telecamere. Comunque il suo ‘Resistere, resistere, resistere’ vale cento volte quel comunicato.

Non era una “toga rossa”, Borrelli. Eppure anche lui fu accusato di dirigere un’operazione politica.

Pensi: noi del pool lo informavamo giorno per giorno di come procedeva l’inchiesta; e lui non ci ha mai chiesto di che partito fosse questo o quell’altro indagato. Ha sempre difeso il nostro lavoro, senza mai interferire. Lo hanno capito i tanti cittadini che lo hanno salutato con affetto, dopo la sua morte. Quello che mi ha indignato è l’ipocrisia di tanti ammiratori del giorno dopo: in vita lo hanno avversato, dopo morto hanno finto commozione.

La gioventù ribelle di Gozi, compagno che fu camerata

Oggi, al Senato (non) si risolverà la crisi più idiota del mondo. Una sola cosa è certa: qualora M5S e Pd – featuring LeU – optassero per un governo di scopo con pochi e chiari obiettivi, dovrebbero convergere come un sol uomo sull’unico presidente del Consiglio del futuro: Gozi, Sandro Gozi. Questo supereroe è stato ciclicamente nonché vilmente criticato da una stampa cinica e bara, insensibile all’altissimo lignaggio intellettuale di cotanto Big Jim del renzismo. È vero, forse qualche sciocchezza l’ha fatta pure lui, ma ciò denota modestia e abnegazione: sbagliando, Gozi si finge infatti fallibile. Dunque a noi simile. Errando, egli nega cioè la sua natura di prescelto illuminato: che umiltà! Nato 51 anni fa a Sogliano al Rubicone, splendido borgo noto anche per le fosse entro cui affinano nobili formaggi (e cadono forse da piccoli futuri politici), Sandro Gozi è ora responsabile degli Affari europei nel governo francese, dopo avere rivestito analogo ruolo da noi. Egli ha guadagnato tali galloni con imprese titaniche. Fu incapace di trovare 95 firme per candidarsi alle primarie Pd nel 2012. Venne trombato alle Politiche 2018 nostrane. Ed è stato di nuovo giubilato a marzo in Francia. Un genio contemporaneo senza pari, dotato del carisma dei gerani e della baldanza dei pioppi.

Tutto questo era già più che sufficiente per varcare le porte della percezione, ma Gozi è andato oltre. Primato Nazionale, organo di stampa vicino a CasaPound Italia, ha pubblicato giorni fa una foto degli anni 80 che ritrae l’implume Gozi con Giorgio Almirante in visita a Cesena. Perché Gozi era lì? Perché faceva parte del Fronte della Gioventù. Da ragazzo, il camerata Sandro era dunque un ardito nonché fervente balilla romagnolo: un ottimo apprendistato per chi, oggi, pretende di incarnare la “sinistra riformista”. Mitologica la giustificazione del Gozi: “Il mio migliore amico era il segretario locale del Fronte della Gioventù” (quindi, se il suo migliore amico fosse stato Himmler, Gozi avrebbe invaso la Polonia). “Venivo da una famiglia di centrosinistra e il mio fu un atto di ribellione” (farsi una bella canna, no?). “Ci ho messo molto poco a capire che quella non era la mia strada. Mi sono avvicinato un po’ per amicizia e un po’ per curiosità ma ho subito capito che non era roba per me. Il mio primo voto fu infatti per il Pri” (la qual cosa, a ben pensarci, è un’aggravante). “D’altra parte mi pare che Salvini frequentasse il Leoncavallo” (per giustificarsi, Gozi si paragona a Salvini. Forse per vincere facile, o forse per creare un parallelismo con un politico che con la sinistra non c’entra nulla. Proprio come lui). Gozi ha anche detto che al tempo aveva 16 anni: “Fu un atto di ribellione” (come no: essere fascisti a 16 anni è un po’ la ribellione che tutti hanno in mente quando immaginano un mondo migliore). In realtà, stando sempre a Primato Nazionale, che ha pubblicato il registro dei tesseramenti del centro provinciale del Fronte della Gioventù di Forlì, la data indicata sui fogli riguardante Gozi è “anno 90”: e al tempo il nostro garrulo Sandro aveva 22 anni, non 16. Le fonti parlano poi di un’“adesione partecipata dal 1984 al 1987” e di una elezione nel consiglio d’istituto del Liceo classico ‘V. Monti’ di Cesena, avvenuta dopo la candidatura nella lista Fare Fronte. Quindi Gozi non avrebbe certo “capito subito che non era roba per me”. Per carità, nulla di gravissimo: a 20 anni c’è chi fa il fascista, chi ascolta Sfera Ebbasta e chi legge Friedman. Ognuno ha le sue perversioni. Il guaio, forse, è quando crescendo non migliori. Anzi.

Tolti gli uomini forti, ridateci la democrazia

Da quando esistono le misurazioni delle temperature, luglio è stato il mese più caldo della storia. È così “ufficiale” la fine dell’Olocene, era che comprende gli ultimi 10.000 anni, e l’inizio dell’Antropocene, era in cui l’umanità è la forza principale che determina la conformazione del pianeta e in cui la natura non può più considerarsi naturale. Per quanto tempo l’umanità saprà sopravvivere nell’Antropocene considerata l’assoluta insostenibilità della sua impronta ecologica globale? Leggendo il numero speciale che la Boston Review dedica alla questione, ho provato a ragionare sulle vicende della nostra Italia in cui, con il clamoroso autogol di Salvini, può aprirsi una stagione politica finalmente nuova.

I porti chiusi come i muri (di Trump, Netanyahu e Orban) altro non sono che nostalgie reazionarie di una statualità nazionale sovrana obsoleta. Altri sono gli strumenti adeguati alla novità del nostro momento storico. Occorrono coraggio innovativo e pensiero sistemico per cambiare radicalmente le regole del gioco, ponendo finalmente in discussione la logica del qui e adesso propria della modernità. Il prossimo governo dovrà elaborare soluzioni istituzionali e politiche forti, in grado di porre al centro della scena i beni comuni e gli interessi delle generazioni future, e fare della prossima esperienza italiana un modello ammirato e imitato in tutto il mondo. Il governo che deve nascere ha davanti a sé una grande opportunità, ma deve superare una stagione di uomini forti in delirio di onnipotenza i quali, muovendosi in sostanziale continuità con politiche neoliberali obsolete, sono infine crollati perché incapaci di interpretare quanto la parte sana e maggioritaria del corpo sociale italiano chiede dal 2011. È un governo della serietà ecologica e democratica quello che vuole la maggioranza degli elettori del M5S, del Pd e non solo. Lo abbiamo visto 10 anni fa quando la base del Pd sfidò i suoi vertici, votando in massa contro le privatizzazioni selvagge e per l’acqua pubblica, affollando banchetti in cui i militanti del M5S avevano ruoli di protagonisti. Lo abbiamo rivisto nel 2013 quando la stessa base di elettori del Pd disinteressati e in buona fede, fece il tifo per Stefano Rodotà, candidato presidente della Repubblica dai grillini, subendo un nuovo tradimento, dai soliti servi sciocchi del neoliberismo incapaci di vedere oltre il proprio ombelico. E di nuovo lo abbiamo visto negli scorsi sei mesi, quando a raccogliere le firme per la Legge Iniziativa Popolare sui beni comuni (www.generazionifuture.org) sono stati, gomito a gomito e in spirito collaborativo, militanti del Pd, dei 5S, dei Verdi, della micro-sinistra e non solo, molto più in veste di cittadini preoccupati per i propri figli che di militanti di partito. E allora finalmente nasca questo governo dell’emergenza ecologica e democratica, sostenuto in Parlamento da M5S, Pd, Sinistra e da quanti, pur negli schieramenti di destra, hanno a cuore i problemi veri e di lungo periodo e non solo la botteguccia. Gli uomini forti per nostra fortuna sono tutti sconfitti, sicché non sarà difficile trovare un presidente del Consiglio che torni a essere primus inter pares, interprete serio e onesto del pensiero ecologico e di lungo periodo. Il nuovo governo cerchi ciò che unisce più ciò che divide, torni alla politica come arte del possibile, restituendo alla democrazia diretta e partecipativa lo spazio che merita e dando a quella rappresentativa regole oneste. Metta mano a un grande piano delle infrastrutture, il solo capace di creare occupazione, salvaguardia del territorio e innovazione tecnologica sostenibile. Il nuovo governo impari dagli errori che ci hanno resi miserabili, la nostra tendenza a essere forti coi deboli e deboli coi forti. Se così farà, durerà ben oltre una legislatura, sveglierà i cittadini dagli incubi securitari e darà un contributo necessario all’umanità, come noi italiani abbiamo saputo fare nei secoli.

Il governo M5s-Pd non sia un “Monti-Bis”

Chi scrive non ha avuto un atteggiamento pregiudizialmente ostile verso il governo giallo-verde. Ricordiamoci qual era l’alternativa Pd: un’impostazione liberista e succube dell’Europa. Se il governo non è stato fortunato dal punto di vista della congiuntura internazionale, esso non ha tuttavia brillato per visione strategica, in particolare il M5S. La Lega una visione infatti ce l’ha: quella del laissez faire, che la rende omogenea a Berlusconi. Sull’euro il governo non ha partorito proposte, se non qualcosa per mano del professor Savona, quand’era ministro. Salvini si è limitato a battibeccare col Moscovici di turno. Un anno di questa coalizione è alla fine costato un bel po’ in termini di maggiori interessi sul debito pubblico.

Salvini è stato abile a costruirsi un’immagine di difensore della sovranità sul tema degli immigrati, assai meno su quello dell’Europa. Ciò che temo è che, comunque, la nuova fase politica che si può aprire ruoti attorno alla contrapposizione fra europeisti alla “Orsola” (M5S e Pd) e sovranisti (Lega e FdI) laddove, peraltro, i due fronti condividono il liberismo, più regolato e attento ai conti gli uni, più selvaggio e disinvolto sui conti gli altri.

Il M5S e la “sinistra” hanno compiuto un errore storico a lasciare a Salvini la bandiera della sovranità che, ben declinata, non ha a che fare col nazionalismo e riguarda invece la difesa delle prerogative democratiche di un Paese. Si vota infatti per due motivi: diritti civili e diritti sociali (in primis la piena occupazione).

Scelte effettive con riguardo ai diritti sociali implicano che un Paese possegga le leve della politica monetaria. Questa è andata persa con l’adozione dell’euro e la democrazia italiana si è così ridotta al dibattito sui diritti civili. E infatti il battibecco sui temi sociali è fra capponi di Renzo tenuti ben stretti dalla mano europea, senza che nessuno, da ultimo, abbia gli strumenti per attuare le proprie proposte. Quando a sinistra parliamo di sovranità democratica perduta, questo intendiamo. La replica da sinistra, insulti a parte (“rossobruni”), è che l’obiettivo deve essere di cambiare l’Europa. Su questo dobbiamo essere chiari.

Già dagli anni 50 l’analisi economica sconsigliava un’unificazione monetaria europea in quanto: a) la Germania persegue un modello economico mercantilista, basato sul vendere e non comprare, incompatibile con tale unione; b) i popoli europei, sebbene vogliosi di superare secoli di guerre, non hanno alcun desiderio di un assetto “all’americana”, in cui un cospicuo budget federale assicura una funzione anticiclica e la perequazione tendenziale degli standard di vita fra i Paesi, rendendo l’unione politicamente sostenibile.

Se non ho mai ricevuto dai federalisti obiezioni sensate a questo ragionamento, so invece per certo che la Corte costituzionale tedesca ha fatto chiaramente intendere che ogni cessione di sovranità fiscale a Bruxelles sarebbe anti-costituzionale – dunque un veto a un budget federale significativo. Questi sono i fatti, e gli ideali europeisti sono alimento per politicanti in cui la retorica fa premio sulla realtà, o che sono al servizio dei poteri europei.

Una volta dunque ammesso che con l’Europa si deve trattare, dirimente è lo spirito politico con cui lo si fa: pronti a chinare il capo all’europeismo o spinti dalle ragioni e sofferenze del proprio Paese? La prima ragione che un possibile governo di intesa democratica dovrebbe rivendicare è che l’Italia, lungi dall’essere stata fiscalmente indisciplinata, è da decenni campione di rettitudine fiscale. Sfortunatamente tale rettitudine ha depresso crescita e benessere. L’Italia ha allora bisogno di invertire il segno della politica fiscale per crescere.

Questo è possibile con tassi di interesse sul debito pubblico sufficientemente bassi e mettendo da parte l’ossessione del rapporto debito/Pil (che potrebbe essere stabilizzato al livello corrente, dato che non esiste un numero magico al riguardo). Tassi più bassi, quelli di cui godono Germania e Francia, possono essere ottenuti con opportune iniziative europee – le proposte sono molte, incluse quelle del prof. Savona. In una fase di recessione mondiale, il governo dovrebbe anche a gran voce sostenere politiche fiscali espansive in tutta l’Ue, finendola con le politiche di svalutazione dell’euro che hanno scatenato le ire di Trump.

Un governo di intesa democratica dovrebbe utilizzare il potere di negoziazione, che gli deriva dal ruolo di ultima spiaggia prima di una maggioranza neo-autoritaria e dal fatto che la crisi globale chiama l’Ue a una maggiore responsabilità. Non si lasci a Salvini anche l’iniziativa su questi temi.

*Professore ordinario di Politica monetaria e fiscale europea all’Università di Siena

Mail Box

 

5 Stelle, ripartire dai valori per non perdere i nostri sogni

Sono iscritto al M5S, vivo e lavoro in Africa con la mia famiglia da 8 anni. Dopo le ultime elezioni europee, la responsabilità della disfatta M5S è stata attribuita a quelli che come me non sono andati a votare. Credo sia opportuno che uno di noi si faccia avanti per spiegare le motivazioni della nostra scelta. Di fatto, sono stati dimenticati i 5 valori base del movimento accentrando troppe responsabilità istituzionali nelle mani di pochi. Assumendomi la responsabilità del caso, arrivo alle nostre proposte: nuova legge elettorale, ridistribuzione della ricchezza, abbassamento dei costi ingiustificati delle assicurazioni auto, aumento del salario minimo, incentivi e servizi per il turismo e gli scambi commerciali con l’estero attraverso le ambasciate, velocizzare la riforma della scuola e implementare quella delle scuole italiane all’estero, fare investimenti nei Paesi in via di sviluppo. Ultima nota: la piattaforma Rousseau. Abbiamo constatato nel caso delle Europee, che chi si iscriveva alla piattaforma non poteva votare prima di sei mesi. Poi, alla successiva selezione dei candidati, la piattaforma ti dava il diritto di votare solo i candidati selezionati dalla piattaforma, anche se ti eri iscritto il giorno prima. Ciò significa che se io mi iscrivo, mi candido e voglio che persone che mi conoscono per la mia integrità sociale e professionale vogliono iscriversi a loro volta per votarmi, non possono farlo per il limite dei 6 mesi. A questo punto non si tratta più di libera scelta partecipata ma di scelta Rousseau. M5S, il sogno perduto.

Pasquale David Gravante

 

Se Renzi crede ancora di farcela per lui sarà un’altra bastonata

Trovo difficile capire come uno come Renzi, che in un anno è quasi riuscito a perdere l’intero partito e centinaia di milioni di voti, non si sia accorto che moltissimi italiani non ne possono più della sua spocchia, è inutile che si fa spalleggiare da un’avvenente avvocatessa che ha dimostrato in passato di essere riguardosa per gli affari di famiglia e non per le sorti del Paese; è inutile prendere il microfono e asserire che solo il Pd può sanare questo Paese. Secondo me prima Renzi metabolizza che la sua carriera politica è conclusa e meglio sarà per lui, a meno che non voglia riprovare a prendere un’altra bastonata. In tal caso, “stia sereno” perché è una certezza.

Corradino Leandro

 

Prodi sbaglia, niente “Orsola”: Forza Italia deve restare fuori

Un’alleanza Pd-5Stelle mi sembra già un’ipotesi di governo molto complessa, ma con Forza Italia diventa impossibile. Mi dispiace, ma non sono d’accordo con Prodi che l’ha proposta, denominandola “Orsola”, in riferimento a questi tre partiti che hanno votato per la Von der Leyen. Per me, B., dopo i suoi accertati contatti con la mafia, le frodi e leggi ad personam, è politicamente delegittimato a vita. Neanche una persona che stimo come Prodi può riabilitarlo. Né un contratto “alla tedesca” potrebbe vincolarlo, perché B. lo violerebbe senza problemi alla prima occasione, per ritentare il suo amato progetto di una destra unita. Spero che si tengano separate destra e sinistra, perché sono decisamente incompatibili. E pure i 5Stelle, dopo anni di negazionismo, dovranno finalmente scegliere da che parte stare.

Massimo Marnetto

 

No all’accordo con i dem, partito che incarna il sistema

La strada verso l’eliminazione dei vitalizi, la diminuzione dei parlamentari, la limitazione delle consulenze e delle pensioni d’oro, l’eliminazione degli enti inutili non possono avvenire con un’alleanza Pd-5S, cioè tra un partito per vocazione parassitario e il suo opposto.

Francesco Degni

 

DIRITTO DI REPLICA

In relazione all’articolo di Beppe Scienza apparso sul Fatto di ieri, si rappresenta quanto segue:

1. L’articolo fa riferimento a progetti realizzati da studenti nell’ambito di iniziative per l’alternanza scuola-lavoro, svolte presso la Consob;

2. La Consob, come precisato sul sito, pubblica i lavori con l’avvertimento che questi ultimi “sono opera autonoma e non ufficiale degli studenti e ne rappresentano il punto di vista”. Non si tratta, quindi, di posizioni ufficiali dell’Istituto, ma di semplici esercitazioni scolastiche.

3. In particolare: “Ad alcuni partecipanti, oltre alla necessaria frequenza al tirocinio, è stato richiesto di predisporre anche un Decalogo di concetti di educazione finanziaria e di ‘consigli per l’investitore’, attraverso cui valutarne il grado di apprendimento dei concetti trasmessi”.

Ufficio stampa Consob

 

Come risparmiatore sono contento che i testi in questione non contengano consigli ufficiali della Consob. Però, cercando online un decalogo per l’investitore, uno ne trova parecchi, anche di fonte molto discutibile. Gli ispirano invece fiducia due decaloghi con nome e logo della Consob e addirittura lo “stellone” della Repubblica Italiana; e nessuna precisazione cautelativa. La Consob farebbe bene a indicare ben in vista nei documenti stessi che si tratta di esercizi di studenti, cui peraltro andrebbe assegnato un voto insufficiente (o almeno così mi comporterei io nel mio corso all’Università di Torino).

B. S.

In Italia pure le donne sono schiave del modello maschile

Ho visto la foto di Maria Elena Boschi in costume con le amiche, scatto di per sé abbastanza innocente, con cui risponde alla battuta sessista di Matteo Salvini (l’ennesima, visto che non perde il vizio), che l’aveva definita un “sarcofago”. Mi chiedo: proprio lei che si era indignata per i commenti sul suo aspetto fisico risponde mettendolo in mostra? O è solo la reazione ironica a un pallone gonfiato che si sta (per fortuna) sgonfiando?

Carla Paci

 

Cara Carla, a Salvini che dice che il non-voto serve a “riesumare mummie alla Renzi e Boschi”, la Boschi risponde postando su twitter una sua foto in bikini (subito definita “sexy” sui portali web dei giornali) con i “saluti dal sarcofago”. Per una volta che il ducetto del Papeete non aveva usato argomenti razzisti o sessisti, è stata l’ex ministro per le Riforme istituzionali a farlo. E se ha ragione Alessandro Robecchi – che ha stigmatizzato il “baratro culturale” in cui è caduta una classe politica che si insulta dalle spiagge a colpi di “mummia” e “bikini”, come nemmeno in seconda media – c’è anche qualcosa di più grave. L’Italia è un paese maschilista, e il dominio maschile permea linguaggio, sguardi, senso comune. Ora, se una donna di potere risponde a un attacco che non parla del suo corpo, usando invece il suo corpo (il messaggio è chiaro: ‘altro che mummia, sono giovane e figa’), dimostra di aver introiettato quel senso comune.

Quando si vuole attaccare una politica donna (dalla Bindi alla Merkel) il piano del discorso cade infatti invariabilmente sul corpo, tra insulti, ammiccamenti, insinuazioni. Così la donna non è più una persona: è ridotta a una cosa. Lo stesso deragliamento avviene spesso per il motivo opposto: un marketing politico che cavalca la mercificazione del corpo. È questo il caso: per una donna di potere della sinistra-di-destra (copyright Mauro Vanetti) è evidentemente normale pensare, fotografare, postare come un maschio maschilista. Così legittimando quello slittamento del discorso dall’argomentazione politica allo sguardo sul corpo su cui prosperano battute e vignette tanto vituperate.

Mi piacerebbe pensare che i miei due figli, femmina e maschio, da adulti saranno liberi di pensare e agire con la stessa libertà, senza essere schiavi di gabbie di genere e ruoli predefiniti. Ma se donne tanto influenti sono ancora oggi così schiave del modello maschile del potere, temo che siamo ancora assai lontani da quel traguardo.

Tomaso Montanari

Da Weimar al Papeete: 100 anni di mutandoni

Nell’estate del Papeete Beach e dei vicepremier in spiaggia ci si è concentrati molto sulla forza mediatica delle immagini dei leader e forse meno sui loro più o meno inquietanti messaggi. In effetti, pochi ricordano che lo studiato uso giornalistico e politico delle foto balneari compie in questi giorni esattamente un secolo: il 24 agosto 1919, infatti, la popolare Deutsche Illustrierte Zeitung di Berlino uscì con una copertina interamente occupata dall’immagine dei socialdemocratici Friedrich Ebert e Gustav Noske in mutandoni a mollo nel mare di Haffkrug presso Travemünde – i luoghi del Baltico di Thomas Mann.

I due uomini politici appaiono disorientati, piccoli e goffi, con le mani dietro la schiena e costumi dozzinali che non coprono il petto e la pinguedine (a differenza di quelli interi a strisce allora d’uso), in preda a uno spaesamento che contrasta con il vigoroso tridente del giovane Nettuno in primo piano. Scattata in margine a un viaggio di lavoro del maggio ’19 per l’inaugurazione di una Fondazione che si occupava di orfani, e proditoriamente sottratta a un uso che doveva essere esclusivamente privato, questa fotografia – opportunamente ritagliata per eliminare gli altri tre personaggi che vi figuravano in origine – nocque grandemente e durevolmente alla reputazione e alla carriera di Ebert, il quale solo tre giorni prima aveva giurato come primo presidente della neonata Repubblica di Weimar (Noske era il suo ministro della Difesa).

Se infatti la Deutsche Illustrierte, di tendenze liberali, la sbatté in prima pagina anzitutto per vendere più copie, un giornale conservatore più fieramente avverso alla Repubblica, la Deutsche Tageszeitung, la stampò subito in 100.000 esemplari su una speciale cartolina in cui era circondata dalle effigi marziali in alta uniforme del Kaiser Guglielmo II e dell’eroe della Prima guerra mondiale, il generale Von Hindenburg: il titolo era Einst und jetzt, “Ieri e oggi”, con evidente riferimento alla fisica decadenza della grandeur tedesca, annichilita poche settimane prima dall’imposizione dell’accordo di Versailles. Anni dopo, Joseph Roth ebbe a definire quella foto e quella cartolina “l’argomento più persuasivo, perché più volgare, contro la Repubblica” (ma “volgare” è il tedesco pöbelhaft, dunque qualcosa come “degno del volgo, del popolaccio”, al limite – in senso spregiativo – “populista”…): l’idea di fondo era che l’impresentabilità dei nuovi governanti fosse lo specchio dell’abisso morale e civile in cui era precipitata la Germania, non più impero ma Repubblica.

La Tageszeitung condì lo sfottò con l’affermazione (ovviamente del tutto falsa) che Ebert e Noske si erano messi in posa per mostrare la loro virilità. Ebert, uomo noto per la sua riservatezza, si rivolse alla giustizia, vinse un mucchio di cause e ottenne il ritiro della foto e la distruzione delle matrici, ma ormai – anche se tutto era cartaceo, e non esistevano gli immarcescibili archivi dei social media – il danno era fatto: fino alla sua morte nel 1925, i più sarcastici dei suoi oppositori potevano sventolare mutandoni in segno di scherno durante i suoi comizi. Colpisce l’evoluzione dei tempi: oggi le immagini balneari dei leader maschi (altro discorso, ahimé, vale per Boschi, Carfagna o Raggi) vengono per lo più esibite al fine opposto, ovvero per “avvicinare” il leader alle masse che lo votano (e più “popolare” è la spiaggia meglio è): assolvono dunque un fine lato sensu “populista”, mentre chi deplora le esibizioni di Milano Marittima (ree solo di istituzionalizzare una prassi già ben avviata in anni passati) lo fa in nome della nostalgia (forse un po’ conservatrice? e quanto persuasiva?) per il decoro di un Moro o di un Berlinguer.

Sia come sia, da cent’anni in Germania le foto dei politici in costume sono molto rare: nel 2001 un successore di Noske, il ministro della Difesa Rudolf Scharping, anche lui socialdemocratico, destò scandalo venendo pizzicato nel mare di Maiorca con la sua amante mentre i soldati tedeschi partivano per una delicata missione in Macedonia. Qualunque cosa si pensi dei mutandoni di oggi e di ieri, è difficile dimenticare che alla morte di Ebert, in una Germania già profondamente mutata dalla crisi economica e dall’inflazione e in preda a sentimenti assai più nazionalisti, venne eletto come suo successore proprio uno dei due protagonisti più “decorosamente vestiti” di quella famosa cartolina, il generale Von Hindenburg: quest’ultimo, com’è noto, sarebbe rimasto l’unico altro presidente della Repubblica di Weimar, che liquidò di fatto nel gennaio del 1933 assegnando l’incarico di cancelliere ad Adolf Hitler.

Il padre è in fin di vita, ma Lucano non può tornare a Riace

“Crediamo che sia giunto il tempo di chiedere con forza e con tutti gli strumenti possibili la revoca dell’assurdo e giuridicamente inspiegabile esilio di Domenico Lucano. Va preparato un appello al presidente Mattarella per chiedergli di porre fine a questa mostruosità giuridica. La Cassazione si era già pronunciata. È stata ignorata! Adesso, il papà di Mimmo sta consumando gli ultimi giorni della sua vita. Dopo il calvario di quest’ultimo anno, pensiamo che abbiano diritto, tutti e due, di salutarsi con serenità dentro le mura della loro casa”. Questo è l’appello apparso ieri sulla pagina Facebook del Comitato Undici Giugno, che prende il nome dalla data di inizio del processo in cui è coinvolto l’ex sindaco di Riace. Mimmo Lucano attualmente non può risiedere nella cittadina calabrese che ha guidato per anni e che grazie a lui è diventata simbolo di integrazione e accoglienza per i migranti. Lo scorso 19 aprile il Tribunale del riesame di Reggio Calabria ha confermato per Lucano il divieto di dimora a Riace, che era stato previsto nell’ambito dell’inchiesta “Xenia” della Procura della Repubblica di Locri per i presunti illeciti nella gestione dei migranti.

Perché la Spagna non è “porto sicuro” per la Ong

Raggiungere la Spagna, per Open arms, è “impossibile”. Troppi i giorni di navigazione per l’equipaggio e i migranti già estremamente provati dai 18 giorni trascorsi a bordo della nave. Un nuovo viaggio che secondo Oscar Camps, fondatore della ong spagnola, sarebbe reso ancor più complicato dalle avverse condizioni meteorologiche.

Il “no” della Ong, in realtà, potrebbe essere legato anche ad altre motivazioni. Come il rischio di essere nuovamente fermati dalle autorità spagnole come è avvenuto il 14 gennaio scorso, quando la guardia costiera iberica bloccò per tre mesi lo scafo, contestando una serie di violazioni. Alcune tecniche, relative alle condizioni in cui in quei giorni versavano l’imbarcazione: la mancata manutenzione contestata dalla capitaneria catalana potevano compromettere “la sicurezza intrinseca della nave, dell’equipaggio e delle persone assistite”. Ma non solo. La guardia costiera rilevò anche l’eccessivo numero di persone a bordo del mezzo navale.

Stando infatti alle specifiche tecniche della Open arms, secondo le autorità, non dovrebbe superare i 18 membri di equipaggio. Ospitare quindi centinaia di persone, anche se salvate dal mare, sulla carta potrebbe essere causa di sanzioni. La capitaneria aggiunse quindi che lo scafo non può svolgere operazioni di salvataggio di “un numero elevato di persone per un lungo periodo di tempo, anche più lungo di una settimana”.

Secondo la denuncia fatta su Twitter proprio da Camps, le multe applicate dal governo socialista di Sanchez sono ben più salate di quelle previste dal decreto Sicurezza bis: il provvedimento voluto dal ministro Matteo Salvini, infatti, prevede sanzioni fino a 50 mila euro, ma nella penisola iberica la cifra può arrivare fino a 900 mila euro.

Un’ipotesi che tuttavia in questo caso non dovrebbe essere applicata, visto che è stato proprio il governo di Madrid a offrire alla Ong i porti di Minorca, Maiorca o Algeciras. Ma il rischio ancora concreto, invece, è che la Spagna possa impedire alla nave di ripartire e questa volta definitivamente. Una diffida era già stata notificata alla Open arms: un documento che vietava alla nave di tornare nello specchio acque del Mediterraneo centrale almeno fino a quando non ci sarebbero stati raggiunti accordi sugli sbarchi.

Il documento riportato dal quotidiano El Paìis chiariva all’epoca che “né le autorità della zona di ricerca e soccorso (Sar) in cui opera la nave (quelle della Libia), né quelle contigue (Malta e Italia) stanno coordinando le operazioni” e a distanza di mesi il quadro non è cambiato. Nessun accordo è stato raggiunto, come dimostrano le situazioni di stallo che hanno riguardato anche altre navi. Come la Sea Watch al comando di Carola Rackete. Fu proprio quella vicenda a spingere Camps a disobbedire all’ordine impartito da Madrid e tornare nel Mediterraneo centrale.

Una scelta che ora, però, mette in serio pericolo il futuro della Ong: tornare in patria potrebbe costare caro. Per le multe salate, certo, ma soprattutto per il rischio di sequestro della nave e l’incriminazione del comandante.

La Open Arms non si muove. Sullo sbarco tutti contro tutti

Mezzo miglio nautico dalla costa, Open Arms non si è mossa dal punto di fonda che le è stato assegnato giovedì notte. Lo stallo pareva potersi sbloccare domenica dopo l’offerta di un porto spagnolo. La situazione, invece, se possibile si è ulteriormente complicata. Le negoziazioni sono state allargate al governo di Madrid, che si aggiunge alle già numerose parti: Ong, Viminale, Procura di Agrigento e ministero delle Infrastrutture. Ed è sempre più un tutti contro tutti.

Dal Mediterraneo centrale intanto arriva una notizia che dovrebbe rimettere al centro il tema di cui nessuno parla in questi giorni: il rischio della traversata. Ieri pomeriggio, dal profilo Twitter di Alarm Phone, è stata lanciata la notizia di un’altra tragedia: “Un pescatore ci ha parlato di una barca rovesciata al largo della Libia. Ha detto di aver salvato tre persone e di aver visto molti cadaveri. I sopravvissuti parlano di oltre 100 persone a bordo”. Non ci sono altre navi delle Ong in zona Sar, ma le partenze dalla Libia sembrano aumentare.

In attesa di conferme su quanto accusato, l’emergenza più immediata da risolvere resta Open Arms, chissà per quanto ancora ferma davanti Lampedusa. “Non ci sono le condizioni di sicurezza per riprendere il largo”, è il mantra ripetuto per tutta la giornata di ieri dalla Ong catalana. A garantire un viaggio sicuro verso la Spagna ci avrebbe pensato il ministro Toninelli. “La nostra Guardia Costiera è ora a disposizione, ed è pronta ad accompagnare la Ong verso il porto spagnolo”. La replica di Oscar Camps, fondatore di Open Arms, è però stata provocatoria: “In aereo costerebbe meno”. C’è un precedente a cui fa riferimento l’attivista: nell’aprile del 2018 la nave Diciotti scortò la Aquarius al costo di 290 mila euro. Al che il ministro M5S ha rilanciato: dopo “l’incredibile rifiuto a questo punto facciamo un ulteriore passo in avanti: siamo disponibili a portare noi, con la nostra Guardia Costiera, nel porto iberico che ci verrà indicato tutti i migranti”.

Si attende la replica della Ong. La loro contro proposta è sempre che i migranti vengano sbarcati a Lampedusa, trasferiti nell’hotspot dell’isola, o a quello di Catania, e poi imbarcati su un aereo per Madrid. Ma il ministro e vicepremier (per quanto ancora?) Matteo Salvini non può accettare questa soluzione: quei 107 naufraghi non possono toccare il suolo italiano. Anche perché nelle ultime 48 ore altri 109 migranti sono sbarcati a Lampedusa, arrivati sulle coste italiane autonomamente su barchini di legno.

Il ricorso del ministro dell’Interno contro la delibera del Tar, che ha permesso alla nave catalana di entrare nelle acque italiane, è rimasto lettera morta. La delibera potrà essere ritirata solo collegialmente dai giudici del tribunale amministrativo. In questo complesso scenario si aggiunge il lavoro della Procura di Agrigento, che dopo le ispezioni fatte sulla nave stava decidendo su come procedere per un eventuale sbarco di emergenza. Procedura che, dicono dalla procura, ha subito una “battuta di arresto” dopo l’inserimento nelle negoziazioni della Spagna.

Da Madrid arrivano segnali contraddittori. Carmen Calvo, vicepresidente del governo ad interim spagnolo, bacchetta sia Salvini (“L’Italia non può chiudere i suoi porti”) sia Open Arms (“Potevano andare a Malta”). Oscar Camps risponde che La Valletta ha negato lo sbarco e “il governo di Pedro Sanchez è rimasto in silenzio per 17 giorni, questa non è altro che una mossa mediatica”.

Intanto in acque internazionali c’è un’altra nave carica di migranti, la Ocean Viking di Sos Méditérranee e Medici Senza Frontiere. Dieci giorni fa la barca, più grande e attrezzata di Open Arms, ha soccorso 356 persone. Ha già chiesto un porto di sbarco sia a Malta che all’Italia. La Valletta ha negato l’autorizzazione, l’Italia non ha risposto. Stesso copione seguito, due settimane fa, con la Open Arms. La storia continua a ripetersi.