Denunciato Gianni Scarpa, è l’ex gestore della spiaggia fascista

Nel 2017 aveva affisso diversi cartelli con gli slogan e le foto di Benito Mussolini. Questa volta avrebbe discriminato una bagnante di origine africana. Gianni Scarpa, l’ex gestore della spiaggia “fascista” di ‘Playa Punta Canna’ a Sottomarina di Chioggia (Venezia), finisce nuovamente nei guai, a due anni di distanza dalla sua iscrizione nel registro degli indagati per apologia del fascismo. I carabinieri lo hanno denunciato alla Procura per violenza privata aggravata da finalità di discriminazione razziale, ingiuria e apologia del fascismo. Secondo le accuse, avrebbe indotto una bagnante di Padova, nata in Italia da genitori originari dell’Africa occidentale, ad abbandonare a Ferragosto uno stabilimento balneare nel quale si trovava con una amica con comportamenti discriminatori accompagnati da musiche e frasi diffuse da casse e megafoni. Una volta uscita, la donna ha chiesto l’intervento dei militari. “Io non so neanche cos’è il razzismo, ho decine di amici di colore. Questa denuncia è una cosa veramente ridicola. Non c’entro più con lo stabilimento, sono solo un cliente. Tutti sanno che ho un modo goliardico di approcciare le persone”, ha commentato Scarpa.

“Ora Salvini mostra i muscoli perché è sempre più debole”

La prima cosa che il professor Franco Cardini – medievista e acuto osservatore dell’attualità – dice quando gli chiediamo un’intervista su Salvini e il suo continuo invocare le piazze è: “Il ministro dovrebbe studiare un po’”. Poi ci pensa e conclude: “Ma no, è troppo tardi”.

Professore, l’altro giorno il ministro ha detto: “Se ci sarà da scendere in piazza per salvare l’Italia, la libertà e la democrazia ci saremo”.

Sembra perentorio, ma in realtà è ambiguo. A chi parla? Ai suoi, in un “colloquio con la folla” o a tutto il corpo civile e sociale della nazione, come se fosse certo di essere lui a interpretarne correttamente bisogni e sentimenti? In pratica, che cosa vuole? Che i suoi forzino in qualche modo (quale?) la mano a politici o parlamentari o che gli italiani votino di nuovo? Insomma: per “salvare l’Italia eccetera”, secondo lui, che cosa ci vorrebbe? L’assalto dei salviniani al Palazzo d’Inverno o nuove elezioni che gli consegnassero una maggioranza più forte? Fuori dal melodramma, l’unica via praticabile appare la seconda: anche perché le forze per la prima non ce le ha.

Parlando della vicenda della nave Open Arms ha detto: “Non mi stupirebbe la richiesta di processo, a quel punto conto su di voi…”. Che sarebbe un “salvatemi voi”: ambiguo anche dal punto di vista del rapporto tra i poteri dello Stato.

Sì, è una frase che può suscitare reminiscenze totalitarie, da rapporto carismatico tra capo e folla. Molti citano, al solito, il fascismo. Però il 3 gennaio del ’25 Mussolini – in un Parlamento del quale, per colpa delle opposizioni aventiniane, era ormai il padrone – chiese formalmente una cosa opposta: che se era colpevole lo impiccassero. Sapeva, al contrario, di essere a un passo dal potere assoluto. Salvini fa appello (fingendosi certo dell’esito) ai suoi ma da una posizione di potere che, in realtà, è debole e s’indebolisce sempre di più perché il tempo sta giocando contro di lui. Adesso, il suo fare la faccia feroce, chiudere i porti eccetera, ha ancora una certa efficacia, che però sta diminuendo (e calano anche i flussi migratori).

È antidemocratico?

Per rispondere adeguatamente bisognerebbe mettersi d’accordo su che cosa sia la democrazia: e siamo lontani da ciò. Certo, è uno che vuole tutto il potere e a questo punto drammaticamente lo chiede. Ma in che modo? È il suo “conto su di voi” a essere ambiguo. Contare in che senso, con quali obiettivi che non siano quelli di una competizione elettorale che per lui è comunque troppo lontana (e lui lo sa benissimo)?

Il punto è che dice queste cose il ministro dell’Interno.

Proprio così. Una volta di più, come ormai ci ha abituati a vederglielo fare, Salvini mette da parte quello che da politico dovrebbe considerare il suo primo dovere e anche – sapendo manovrare politicamente – il suo vantaggio di ministro. Ma lui si sente sempre in campagna elettorale. Soprattutto ora. Perché sa che con elezioni immediatissime potrebbe ancora conservare una preminenza nel centrodestra, tanto più che spera che il tempo gli tolga dai piedi l’anziano Berlusconi. Come ministro dell’Interno, non è riuscito a fare per intero quel che avrebbe voluto: ora, dinanzi ai suoi, può solo dire che gli infidi alleati non glielo hanno permesso. Ma uno che ha giocato male i non scarsi poteri che aveva, con che faccia ne può chiedere di più?


Chiama la piazza, ma nel decreto Sicurezza bis ci sono norme restrittive per le manifestazioni di piazza…

Salta una maglia del discorso logico. Da un lato fa appello alla piazza e dall’altro promuove decreti di questo tenore: se ne deduce che lui pensa al momento opportuno di poter utilizzare una “sua piazza” che non soggiacerebbe alle restrizioni del decreto. Gioca su due tavoli: uno è quello del rapporto diretto con i cittadini, l’altro quello istituzionale che gli dà un potere limitato e che ha dimostrato di non saper usare. Ma la “sua piazza” non avrebbe la forza di fare quello che lui ipotizza; e il decreto Sicurezza bis dimostra che ritiene – e qui ha ragione – che di “piazze” ce ne sarebbero altre, non sue. Se ha paura di quelle – e ha ragione – ha già perduto. Almeno che non conti su chissà quale risorsa golpista: ipotesi fantasiosa. Ultimamente, per esempio, ha fatto di tutto per invocare la simpatia del governo Usa. Ma non giochiamo al Risiko…

Anche la crisi non l’ha gestita benissimo finora…

Non è l’unico, visti i politici che ci ritroviamo. Certo, lui ha la responsabilità di aver gettato il sasso e poi tentato di nascondere la mano. Mi pare che Salvini condivida il difetto di molti politici della sua generazione (magari lo stesso Renzi): si muove sempre in una direzione tattica, mai strategica. Ora, lo scopo immediato sono le elezioni al più presto: non sembra esserci altro. E strategicamente, dove ci porterebbe? Con quali altre prospettive, oltre il continuare ad agitare lo spauracchio dei migranti?

A poche ore dalla crisi il ministro ha invocato pieni poteri. Sapeva cosa diceva?

È una frase roboante, pronunciata da uno che mostra i muscoli e che fa effetto su un certo tipo di persone senza tener conto né di realtà storica, né istituzionale. Purtroppo questo è il nostro tempo. Fino a qualche decennio fa un politico non si sarebbe mai azzardato a dire una cosa del genere. Oggi sì, per una serie di fattori tra cui, non ultima, la stanchezza della nostra democrazia. Lo dico con rammarico: appartengo a una generazione che ha perduto. Non la guerra: noi abbiamo perduto la pace. L’Italia aveva grandi possibilità, che si è giocata. Qui – lo dico per chi ha paura del “nuovo fascismo” – c’è la differenza rispetto al ’22 e soprattutto al ’25. Mussolini, di prospettive strategiche ne aveva, eccome.

Aggredito sacrestano: “Colpito per il colore della mia pelle”

È cittadino italianoda quattro anni Deodatus Nduwimana, il sacrestano originario del Burundi aggredito domenica pomeriggio a Gallarate nel Varesotto. Da oltre vent’anni si occupa della basilica di Santa Maria Assunta, la chiesa più importante della cittadina. Intorno alle 15, mentre stava aprendo la chiesa, è stato avvicinato da un uomo che prima lo ha insultato dicendogli di tornare nel suo paese e poi lo ha aggredito al punto da lussargli una spalla. Identificato dalle forze dell’ordine, l’aggressore è un pluripregiudicato, con problemi psichici legati all’abuso di alcol e droga, che in passato aveva anche sfasciato il pronto soccorso dell’ospedale Sant’Antonio Abate, e che già lo aveva insultato perché nero. “Ho paura per la mia vita. Questa persona – ha raccontato Nduwimana – è sempre in piazza, è un nullafacente e mi ha preso di mira”.

Dopo i controlli in ospedale l’uomo ha sporto denuncia: le ipotesi di reato vanno da lesioni con l’aggravante dell’odio razziale a minacce a sfondo razziale. Solidarietà è giunta alla vittima dalla diocesi di Varese e dai tanti parrocchiani.

Il parere dei lettori: “M5S-Dem, era ora” “No, basta sinistra”

Dopo la decisione unilaterale di Matteo Salvini di sfiduciare il governo Conte e rompere il contratto siglato con il Movimento 5 Stelle nel maggio del 2018 per capitalizzare i consensi registrati alle elezioni europee e nei sondaggi, l’Italia è a un bivio. O le elezioni anticipate in ottobre (o al massimo in primavera), che probabilmente consegnerebbero il Paese a un governo monocolore di destra presieduto da Salvini col contorno di Meloni e forse di Berlusconi, che oltre a tutto il resto eleggerebbe nel 2022 il nuovo presidente della Repubblica. Oppure un governo di legislatura formato da Movimento 5 Stelle, Partito democratico e LeU, che potrebbe confermare Giuseppe Conte a Palazzo Chigi e riprendere il breve dialogo fra M5S e centrosinistra avviato 14 mesi fa da Di Maio con la proposta di contratto al Pd e subito interrotto dal no di Matteo Renzi (ora tornato sui suoi passi) e realizzare alcune riforme importanti almeno fino all’elezione del nuovo Capo dello Stato. Ma potrebbe anche tradursi in una rissa continua, sia tra i due schieramenti, sia al loro interno. Entrambe le soluzioni potrebbero rivelarsi un regalo a Salvini, ma nei prossimi giorni il M5S e il Pd dovranno indicare le loro intenzioni al presidente Mattarella. Voi, cari lettori, che cosa preferite: andare alle elezioni anticipate subito, oppure che si tenti un governo M5S-Pd-LeU che duri almeno due anni? Per rispondere basta andare sul sito www.ilfattoquotidiano.it

 

Vale la pena tentare un contratto col Pd, per completare il lavoro in sospeso, poi se le distanze sono troppe si va al voto, se invece si possono ottenere risultati soddisfacenti per gli italiani, si continua, mica possiamo andare a votare in continuazione.

Sono quasi trent’anni che seguo per motivi professionali la politica da dentro il palazzo e, pur avendola votata più volte, ritengo la sinistra italiana una vera iattura per l’Italia. Ho atteso invano dal 1992 un riscatto del Paese affidando il mio voto alle varie sigle della sinistra italiana. Però più li votavo e più frustravano le mie aspettative fino a quando, una decina di anni fa, davanti alla crisi economica più devastante dal dopo guerra, è emersa la loro propensione a difendere prioritariamente il mercato finanziario e le banche piuttosto che gli interessi e il bene dei cittadini e dei lavoratori. Non riesco proprio a capire come qualcuno possa credere o entusiasmarsi davanti all’ipotesi di un governo M5S-Pd. Vi chiedo ancora, con quale Pd il M5S dovrebbe fare un eventuale accordo? Con quello di Zingaretti? Con quello di Renzi? Con quello di Calenda? Con quello di Prodi, Veltroni o Franceschini?

Sì a un accordo in Parlamento col Pd. Se trovano una maggioranza solida, la Costituzione lo permette. Che provino ad affrontare i grandi problemi economici di questo Paese, non solo i migranti sono un problema, tra l’altro ossessivo! Economia e lavoro!

I 5Stelle possono fare governi con chiunque, l’importante è che non mettano più in discussione i loro principi e la loro dirittura morale. Li ho amati fin dalle origini per il loro essere “duri e puri”, li ho detestati quando hanno evitato a Salvini il processo. Continuerò a votarli perché a tutt’oggi non vedo alternative, ma mi auguro che durante il loro governo riportino completamente in auge il loro spirito combattivo originario.

Qua non si tratta di essere favorevoli a un governo tra Partito democratico e M5S, ma di rispettare la Costituzione che prevede il voto ogni 5 anni, o lo scioglimento anticipato solo se manca una maggioranza parlamentare. Quindi se questa maggioranza dovesse esserci, sarà sacrosanto non andare a votare e formare un nuovo governo, al netto delle idee politiche.

È la soluzione che doveva avvenire subito dopo le elezioni se non ci fosse stato il diktat di Renzi che oggi si è ricreduto. Non avremmo avuto quelle leggi che gli elettori del Pd criticano e non avremmo avuto un governo con la Lega. Ma il proverbio dice: “Meglio tardi che mai”. E non credo che tale soluzione sarebbe la fine dei Cinque Stelle.

Questo governo lo si doveva fare prima, adesso non rappresenterebbe più il Paese e sarebbe soltanto un grande assist alla destra.

 

Il risultato del 2018 va rispettato: si cerchi un’intesa in Parlamento

Immaginiamo che si vada a votare quando sogna la Lega, a metà ottobre. Quale sarebbe la posta in gioco? Far governare Matteo Salvini o provare a fermarlo. Ma, in un sistema proporzionale, l’unica alleanza alternativa alla destra verrebbe dichiarata soltanto dopo il voto e dopo altri estenuanti negoziati: Pd-M5S. Ma quella maggioranza Pd-M5S c’è già ora. È meno legittima di quella Lega-M5S? Nessuna delle due è stata prospettata agli elettori che hanno votato a marzo 2018: abbiamo votato un Parlamento, quello attuale, che non può essere rottamato solo in virtù di sondaggi diversi dal voto del 2018 o da elezioni non omogenee. Il voto del 2018 va rispettato: abbiamo scelto parlamentari che, come previsto dalla legge elettorale, avrebbero poi cercato di costruire in Parlamento una maggioranza. Meglio testare Pd-M5S subito. Se non reggeranno, allora nuove elezioni saranno davvero l’occasione per cambiare l’offerta politica. Che vinca Salvini o qualche nuova formazione nata sulle macerie dei vari fallimenti.

Stefano Feltri

 

Non serve neanche un contratto: Pd e M5S non sono così diversi

La soluzione migliore e costituzionalmente ineccepibile sarebbe la caduta del governo Conte e la formazione di un governo di legislatura M5S-Pd. Perché se la Lega è dominante in Europa, in Italia ha solo il 17 per cento mentre i 5 Stelle hanno più del 32 e il Pd più del 18, per cui ci sono tutti i numeri per formare un governo. Questa maggioranza sarebbe molto più coerente di quella fra 5 Stelle e Lega perché i grillini hanno sostanzialmente un programma sociale che non dovrebbe dispiacere al Pd se in questo partito è rimasto qualcosa di sinistra. Non ci sarebbe nemmeno bisogno del “contratto di governo”, il marchingegno cui 5 Stelle e Lega sono stati costretti tanto distanti erano le loro posizioni su molti punti. Il nuovo esecutivo giallo-rosso si presenta alle Camere, ne ottiene la fiducia e poi governa. Gli aspetti del programma dei due partiti si precisano e si discutono dopo, mettendosi d’accordo su quelli su cui sono in linea e trovando un compromesso sugli altri. In Germania si sono fatte delle grosse koalition tra Cdu e Spd senza che questo creasse scandalo né accuse di inciucio.

Massimo Fini

 

Salvini vuole pieni poteri? Totò diceva: “Ma mi faccia il piacere!”

Dov’erano Lega e 5Stelle prima delle elezioni di questo Parlamento? Si scambiavano pensierini amorosi? Si tenevano per mano come due fidanzatini all’alba del loro amore? Che io ricordi se ne dicevano di tutti i colori. Non c’era nulla, proprio nulla, che facesse ritenere possibile un’intesa. Al punto che questo giornale predisse al M5S: se farete un governo con Salvini i vostri elettori verranno a cercarvi con i forconi. Vero, i forconi non si sono visti ma la fuga dalle urne sì. Questo è un Parlamento senza maggioranza. Perciò perché oggi dovrebbe essere inciucio ciò che ieri non è stato? La preoccupazione, piuttosto, dovrebbe essere: un governo per fare cosa? Per andare dove? Io so solo che al Viminale ora siede capitan Papeete. È troppo chiedere che domani ci sia un ministro? È così avventurista la strada di un accordo col Pd? Certo: conta il rancore, il risentimento, la diffidenza, la disistima. Ma è niente al confronto di un’elezione in cui si promuove il plebiscito. Dovremmo votare se concedergli i pieni poteri? Il grande Totò diceva: ma mi faccia il piacere!

Antonello Caporale

Autonomia, Svimez: “Nord in panne, ha bisogno del Sud”

Il “disegnoautonomista” ha fallito e “se si va avanti così il Nord ritornerà sui livelli economici pre-crisi nel 2025”: è bastato questo passaggio del presidente Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, per far insorgere i presidenti delle Regioni del Nord, dal Veneto di Zaia, al Friuli Venezia Giulia di Fedriga, alla Lombardia di Fontana. “Per fare crescere il Paese la carta vincente da giocare è quella del Sud” ha detto ieri il presidente Svimez Adriano Giannola al meeting di Rimini. “Chi dice dobbiamo far crescere Milano, sottovaluta che il Nord da solo può ambire al massimo a fare il terzista di lusso alla Germania mentre il made in Italy si produce altrove. Se si va avanti così, il Nord ritornerà sui livelli economici pre-crisi nel 2025”. Immediata la replica: “È ora di finirla con la bufala della secessione dei ricchi e dell’Italia di serie A e serie B – ha detto Zaia -. In tutti i modelli autonomisti non esiste che si possa nemmeno immaginare che una parte dei un Paese possa andar male in un contesto nazionale”, ribatte il presidente della Regione del Veneto. “L’Autonomia è responsabilità. Semmai irresponsabile è chi non la vuole: è la medicina per i mali del Sud, non ne è la causa”.

Tav, beach tour, migranti e Conte: la crisi gialloverde tappa per tappa

Due settimane di scontro. Dal voto del Tav a quello su Conte di oggi. Una parabola iniziata con la voce grossa di Salvini e finita con la sua retromarcia, mentre Pd e 5Stelle trattano per un nuovo esecutivo. Ecco, giorno per giorno, le tappe della crisi.

7 agosto, mercoledì

In Senato la prima crepa:
Lega e 5S spaccati sul Tav

In Senato si vota sul Tav. Lega e M5S sono divisi: il Carroccio appoggia le mozioni a favore dell’opera (con Pd, FI, FdI e +Europa), i grillini si oppongono col sostegno di LeU e di qualche dissidente (come Tommaso Cerno, Pd). Si apre la crisi. Il capogruppo leghista Massimiliano Romeo: “Chi vota No al Tav si assume la responsabilità politica delle scelte che conseguiranno”. La sera Matteo Salvini inaugura il beach tour da Sabaudia: “Qualcosa si è rotto”.

8 agosto, giovedì

Il premier non si dimette
e chiede il voto in aula

Giuseppe Conte sale al Colle: non si dimette, ma ribadisce la volontà di portare la crisi in Parlamento. La Lega incalza: “Ogni giorno che passa è un giorno perso, l’unica alternativa al governo sono le urne”. Salvini vede Conte e gli chiede un passo indietro, ma il presidente conferma: “Mi devi sfiduciare in aula”. A tarda sera Conte è in diretta social: “Salvini mi ha anticipato l’intenzione di interrompere l’esperienza di governo e andare a votare per capitalizzare il consenso di cui la Lega gode. Spetterà a lui spiegare al Paese le ragioni che lo portano a interrompere bruscamente l’azione dell’esecutivo”.

9 agosto, venerdì

Il Carroccio tira dritto,
primi contatti M5S-Pd

La Lega presenta una mozione di sfiducia contro Conte, che scrive ai presidenti delle Camere: il presidente renderà le proprie comunicazioni in Parlamento. Intanto si intensificano i contatti tra Pd e 5Stelle per un esecutivo che eviti le urne. Renzi pensa a un governo di un anno, Zingaretti spinge invece per il voto.

10 agosto, sabato

Grillo boccia le elezioni,
nasce il “Lodo Grasso”

Piero Grasso (LeU) apre a un’intesa M5S-sinistra. Beppe Grillo si espone sul blog: “C’è Matteo Salvini che immagina il Movimento come qualcosa che vive solo grazie a lui! Ma siamo diventati scemi? Mi eleverò per salvare l’Italia dai nuovi barbari. Dobbiamo fare dei cambiamenti? Facciamoli subito, altro che elezioni, salviamo il Paese dal restyling in grigioverde dell’establishment”. Salvini intanto chiama a Roma i suoi parlamentari: “Crisi in aula entro Ferragosto”.

11 agosto, domenica

Di Maio accelera: “Serve il taglio delle poltrone”

Salvini da Taormina ribadisce che se si andrà a elezioni il nuovo governo avrà tempo per fare la manovra. E anticipa la sua: “Flat tax, grandi opere, pace fiscale, no all’aumento dell’Iva”. Di Maio pone il tema del taglio dei parlamentari, riforma a cui manca l’ultimo passaggio alla Camera: “Bastano due ore di lavoro”. Intanto il Pd si spacca: Calenda dice che un’intesa 5S-Pd porterebbe la Lega al 60%, Renzi lancia Raffaele Cantone premier e Goffredo Bettini propone un patto tra le due forze politiche.

12 agosto, lunedì

Riecco il centrodestra,
ma al Senato va sotto

La Lega va sotto nella capigruppo in Senato: Salvini, FI e FdI vogliono portare Conte in aula il 14 agosto, il M5S e Pd spingono per il 20. Non c’è unanimità, dunque si esprimerà l’aula. Grillo gela Renzi: “Volano avvoltoi persuasori, noi parliamo solo con gente elevata”. L’ex premier va avanti: “Serve un governo istituzionale”. Salvini sul Giornale rilancia l’alleanza con FI e FdI per le elezioni e ipotizza le dimissioni dei suoi: “Non siamo attaccati alle poltrone”.

13 agosto, martedì

Salvini sconfitto in aula prova il bluff coi 5 Stelle

In Senato passa la linea dei 5S: Conte parlerà il 20 agosto e non il 14 (alla Camera andrà il 21). Salvini però spiazza tutti: “Votiamo il taglio dei parlamentari e poi andiamo al voto”. È un bluff: il taglio sarebbe effettivo nella legislatura successiva, quella del 2024. La capigruppo alla Camera, in ogni caso, rimanda la riforma al 22 agosto, due giorni dopo il discorso di Conte. Intanto FI rifiuta l’offerta di Salvini di inglobare i suoi candidati forti sotto il simbolo della Lega alle future elezioni.

14 agosto, mercoledì

Caso Open Arms, Conte
e il Tar contro il leghista

Il leghista Giancarlo Giorgetti critica il leader: “Ha deciso da solo, la crisi andava aperta prima”. Salvini prosegue: “Il 20 sfiduceremo Conte”. Ma c’è da gestire il caso Open Arms, la Ong con a bordo 147 migranti in mare da giorni. Salvini nega lo sbarco, Conte gli scrive chiedendo per lo meno che sia permesso ai minori e ai più vulnerabili. Poi arriva il Tar del Lazio: il divieto di ingresso in acque italiane è illegittimo. Ma Salvini fa spallucce: “I porti restano chiusi”.

15 agosto, giovedì

Scambio di accuse su Fb
E il vice fa retromarcia

Scambio di lettere tra Conte e Salvini. Il premier lo accusa di “sleale collaborazione” sul caso Open Arms, causa “ossessiva concentrazione nell’affrontare il tema dell’immigrazione riducendolo alla formula ‘porti chiusi’”. Conte scrive che sei Paesi sono pronti ad accogliere i migranti, dunque non ha senso forzare ancora la mano. Salvini replica: “Sì, sono ossessionato dalla sicurezza. Ma se il premier preferisce un ministro del passato, magari del Pd, basta dirlo”. Ma le trattative M5S-Pd agitano il leghista, che riapre agli alleati: “Il mio telefono è sempre acceso, non ho mai detto di voler staccare la spina”.

16 agosto, venerdì

La Lega propone Di Maio
premier, i 5S rifiutano

Il dietrofront leghista è completo. Il Carroccio propone un esecutivo gialloverde con Di Maio premier. Il Movimento però prosegue le trattative coi dem ed esclude ogni ritorno: “La frittata è fatta”.

17 agosto, sabato

Sbarcano i minori, “malgrado” il Viminale

I 5 Stelle pungolano Salvini: “Voleva fregarci, è finito fregato lui”. Intanto il Viminale autorizza lo sbarco di 27 minori della Open Arms dopo una seconda lettera di Conte: “Mio malgrado – dice Salvini – sbarcheranno”. Nel Pd i renziani insistono per l’intesa, i zingarettiani sono (quasi) convinti ma Calenda tuona: “Se è così, esco dal partito”.

18 agosto, domenica

Salvini non si dimette,
Prodi lancia “Orsola”

Salvini nega le dimissioni: “Non gli darò la soddisfazione”. Il leghista ci riprova col M5S: “Ascolteremo Conte senza pregiudizi. Se non c’è il governo la via maestra sono le elezioni, altrimenti ci si siede al tavolo e si lavora”. Vertice dei 5S a casa Grillo: “Salvini è inaffidabile. Ok al Pd purché non si tratti con Renzi”. Romano Prodi, sul Messaggero, lancia il governo “Orsola” tra M5S, sinistra e pezzi di centrodestra.

19 agosto, lunedì

Ultima lite a distanza
prima del voto decisivo

Di Maio incontra i suoi e riporta la linea: “Salvini è disperato, ma no a trattative coi renziani”. Il leghista replica: “Gli unici disperati sono i parlamentari (renziani su tutti) che non vogliono le elezioni perché hanno paura del giudizio degli Italiani”.

Grasso tifa l’intesa: “Punti in comune tra la sinistra e i 5S”

Si espone ancora Piero Grasso, ex presidente del Senato oggi a Palazzo Madama con LeU. E come nei giorni scorsi, ai microfoni di Ma cos’è quest’estate su Radio24 torna a ribadire la necessità di un’intesa tra il Movimento 5 Stelle, il Pd e il suo partito: “Un governo col M5S? Ci starei certamente, perché ci sono tanti temi in comune tra noi, M5S e Pd: l’equità sociale, la lotta all’evasione fiscale, l’economia circolare, il rapporto con l’Europa”. Per altro, come ricorda lo stesso Grasso, quando fu eletto presidente del Senato (era il 2013) furono decisivi proprio i voti della sinistra e del Movimento. L’accordo, dunque, è possibile: “Ci sono e ci possono essere le condizioni per costruire una diversa maggioranza che rientra perfettamente nei limiti costituzionali. I temi di convergenza sono già sul tappeto. Si tratta di individuare i possibili punti di divergenza per poter trovare quello che in politica è qualcosa di essenziale: il compromesso positivo, cioè il compromesso finalizzato a trovare un accordo per andare avanti e per fare il bene dei cittadini”.

L’attacco di Maroni: “Salvini doveva far dimettere i suoi”

Salviniavrebbe dovuto ritirare i ministri, “come Bossi nel 1994”. Parola di Roberto Maroni, ex ministro e governatore lombardo, leghista storico che non risparmia critiche all’attuale leader. Parlando a Omnibus, Maroni ha sottolineato gli errori di Salvini: “Avrebbe dovuto ritirare i ministri dal governo, come fece Bossi nel 1994 col primo governo Berlusconi. Pensavo che l’avrebbe fatto, dopo le sue dichiarazioni di sfiducia agli inizi di agosto. Così facendo, non ci sarebbe stato tutto questo tempo perso tra il dibattito in Aula, le dichiarazioni di Conte e poi forse il voto di sfiducia. Quando fai una certa mossa così improvvisa, inaspettata e sorprendente, devi andare fino in fondo, ma con rapidità”. Questione di strategia e di tempo perso, che ha consentito ai 5 Stelle di organizzare una possibile maggioranza alternativa col Pd. E così, secondo Maroni, oggi lo scenario più plausibile è quello di un governo diverso dal gialloverde: “Rispetto a una settimana fa, penso che sia più probabile un governo M5S-Pd. Come suggerisce la logica, se nascesse questo governo, questo sarebbe di legislatura, non ha senso che si mettano insieme per 3 o 4 mesi, regalando a Salvini un vantaggio enorme”.

Toti cala a Roma per la campagna acquisti: pensa a gruppi suoi e ci prova con Mara

Il corteggiamento a Mara Carfagna continua. E Giovanni Toti, che ha appena battezzato la sua nuova creatura “Cambiamo” dopo lo strappo con Silvio Berlusconi, non molla la presa. Ieri l’ha raggiunta a Roma intercettandola al suo ritorno da Singapore: il governatore ligure è andato a trovarla a Montecitorio perché ritiene una sua adesione al partito che ha appena fondato “strategica”. Per rafforzare i progetti di radicamento al Sud di “Cambiamo”, che per i carfagnani ha un solo grande difetto: essere troppo filoleghista.

E “Mara” e i “suoi” parlamentari forzisti che fanno base in Campania e in Calabria e che da tempo si trovano a disagio nel partito dell’ex Cavaliere, non vogliono passare dalla padella alla brace. Perché Forza Italia è ormai “vittima di un gruppo ristretto di persone che tengono in ostaggio Berlusconi per conservare il loro potere personale”. Ma di diventare la stampella di Matteo Salvini non ci pensano proprio. Anche se, sostengono i totiani, “Mara ci sta pensando. E del resto con Giovanni si sentono quasi quotidianamente”. Fatto sta che nell’incontro durato un’ora a Montecitorio i due si sono confrontati sulla crisi di governo e sugli esiti possibili: le urne, che sarebbero la prima prova elettorale di Toti, o il proseguimento della legislatura fino alla sua scadenza naturale tra tre anni. In questo ultimo caso il governatore avrà bisogno di dare urgentemente, quando il Parlamento avrà riaperto ufficialmente i battenti, una nuova casa ai parlamentari che hanno deciso di seguirlo nella sua nuova avventura politica. E che per questo sono stati scomunicati da Forza Italia anche se finora, solo a mezzo stampa: una minaccia di espulsione che è rimasta tale e la decadenza ancora da certificare dai ruoli di vertice nei gruppi parlamentari e negli uffici di presidenza delle commissioni.

Insomma i forzisti sperano che i totiani tolgano le tende, anche se finora non hanno accelerato. Ma la convivenza a settembre si farà insopportabile e quindi bisognerà traslocare come in ogni divorzio che si rispetti. La casa dei totiani potrebbe essere proprio la Camera dove è ancora possibile grazie al regolamento creare un gruppo parlamentare nuovo di pacca anche se si è stati eletti sotto altre insegne.

Una casa ovviamente aperta alle adesioni di chi ci starà, e “Mara” che conta al Sud ma è pure vicepresidente a Montecitorio sarebbe nei piani del governatore ligure, il Koh-i- Noor che certificherebbe il salto di qualità della sua iniziativa politica. Di questo si è ragionato ieri nell’incontro, seguito all’abboccamento con Carfagna, tra Toti e i suoi nella sede presa in affitto a Piazza Madama 9, giusto sopra gli uffici della Regione Liguria. E la speranza c’è anche se “Mara” dopo essersi defilata dal direttorio forzista, ha detto che resta dov’è. Anche se ora i retroscena la accreditano di flirtare politicamente con Matteo Renzi.

È invece certo che Carfagna ha messo per iscritto il suo disagio politico, teorizzando l’esistenza in Italia di un’area elettorale piuttosto vasta “che non si riconosce nell’offerta politica attuale e quindi non vota o vota turandosi il naso e sarebbe disponibile a cambiare scelta” come ha scritto sul Foglio. E allora? Per lei c’è tempo per costruire “qualcosa” che parli agli italiani che non si sono mai fidati del governo in carica e a quelli che gli hanno affidato il loro voto di protesta e di cambiamento ma ne sono rimasti delusi. Un’opportunità che non vuole sprecare anche in ragione di una distanza “estetica con il celodurismo contro i disgraziati di Salvini”.

In casa Pd riesplode la guerra per bande: una guida ragionata

La crisi non è nemmeno formalizzata e nel Pd è già ripartita (ma s’era mai interrotta?) la guerra per bande in vista di un prossimo esecutivo. Ecco allora una breve mappa della geografia interna per consentire al lettore di seguire le evoluzioni pidine dei prossimi giorni e/o interpretare correttamente boutade come “in caso di governo coi 5Stelle Renzi dovrebbe impegnarsi direttamente col coinvolgimento di personalità a lui vicine come Maria Elena Boschi” (Francesco Boccia, deputato dell’area Zingaretti). Renzi. Partiamo dal signore di Rignano sull’Arno e dai suoi fedeli perché, Beppe Grillo a parte, è l’uomo che più ha smosso una situazione che sembrava avviata verso il voto. Perché l’ha fatto? Come ha raccontato in giro lui stesso, è stato colto di sorpresa dalla crisi: tra settembre e ottobre, con tanto di Leopolda già convocata, era pronto a farsi il suo partito e i suoi gruppi parlamentari (renziani più profughi di Forza Italia) nell’ipotesi di votare nel 2020 o più in là. Con le urne a ottobre, però, non sarebbe pronto a presentare una nuova lista e il segretario del Pd Zingaretti decimerebbe gli eletti renziani (che oggi sono un bel pezzo dei gruppi parlamentari dem): non andare a votare, insomma, è questione di vita o di morte politica. Per questo l’ex premier – che nel 2018 aveva dato vita alla campagna #senzadime contro l’intesa coi grillini “cialtroni” – oggi fa una delle più incredibili conversioni a U che si ricordino lanciando il governo “istituzionale”, cioè del Pd coi 5 Stelle. Per lo stesso istinto di conservazione, Renzi può accettare quasi la qualunque: da ultimo ha pure offerto a Luigi Di Maio di restare al governo con una posizione di peso. Tutti sanno, però, che in autunno – se il colpo gli riesce – si farà comunque i suoi gruppi avendo il potere di ricattare il nuovo governo e, soprattutto, di farlo cadere quando si sentirà pronto ad andare a votare (meglio se col proporzionale puro, a quel punto).

Zingaretti. Il nuovo segretario controlla il partito, ma non il gruppo dirigente, né i parlamentari. Di suo, il governatore del Lazio preferirebbe votare subito e lo aveva pure garantito a Salvini: “Non darò sponde ai 5 Stelle”. Avrebbe perso, ma poteva comunque “bonificare” le Camere dai renziani ricostruendo il partito anche coi fuoriusciti alla Bersani. Purtroppo per lui Renzi, ma anche molti altri dirigenti, pure della sua maggioranza congressuale (Franceschini), si sono subito buttati avanti aprendo al governo coi grillini. Per non perdere il partito, alla fine s’è inventato il “lodo Bettini” (nel senso di Goffredo): no al governo istituzionale a tempo, sì a quello politico e di legislatura. Per ora Zingaretti – che Grillo ha indicato come interlocutore unico per il M5S – ha bloccato tutte le trattative, in attesa che Conte si dimetta. Dopo, dicono i suoi, la sua proposta ai grillini sarà “onerosissima”: via il premier, via Di Maio e molti ministri, via pure qualche legge appena approvata tipo il decreto Sicurezza bis. In teoria sembra un modo per farsi dire di no, ma il timore di Zingaretti è che – anche con la spinta del Colle – gli dicano di sì. Dal timore passa al terrore se pensa che, dopo essersi assunto la figuraccia di fare l’accordo con gli ex nemici, Renzi faccia cadere il governo entro pochi mesi: per questo ora, dalle sue parti, candidano Boschi a un ministero, per “legare” il fiorentino.

Franceschini. Teoricamente appoggiava Zingaretti, ma come al solito quando ha visto uno spazio di manovra ci si è infilato: l’uomo non ha molti voti, ma ha avuto molte poltrone e spera in altre. Negli ultimi giorni è stato accreditato sia come ministro dell’Interno che come presidente della Camera nel caso Fico, il grillino di sinistra, fosse chiamato ad incarichi “operativi”. In questa fase tutti guardano a lui perché lo credono – forse a torto – in contatto con Mattarella.

Delrio & C. Era renziano, ma non lo è più. Al Congresso ha sostenuto l’altro ex renziano Martina: anche quest’area del Pd teme le urne come Superman la kryptonite. Per questo il capogruppo dei deputati si è esposto con forza per un accordo “sul modello tedesco” mandando Zingaretti fuori dalla grazia di dio.

Prodi, Letta & C. Più che manovre di partito, fanno manovre di continente e ora vedono l’occasione per l’ennesimo ircocervo di rigida osservanza “europeista” (Ursula), un esecutivo che garantisca il rispetto degli impegni con Bruxelles a tutti i costi. Anche se non hanno “truppe”, conservano una qualche presa nell’elettorato democratico e, se va bene, a inizio 2022 si elegge il successore di Sergio Mattarella…