Luigi Di Maio dice che bisogna stare calmi, perché “questo è solo il primo gradino della crisi”. È solo che nemmeno lui sa se quel gradino è in salita o è in discesa. Mezzo gruppo parlamentare quando parla di lui dice che è “crocifisso”. Il che significa che comunque vada, che il Movimento salga o scenda, per lui poco cambia: a lui si sono affidati, con lui si sono ritrovati dove sono. Dev’essere per questo che ieri, nella sua “relazione” ai deputati e senatori Cinque Stelle, il capo politico si è affidato anche alla compassione, nella sua accezione più nobile, quella in cui si partecipa alle sofferenze altrui: “Dovete capire che per me sono stati 14 mesi investiti non solo a livello politico, ma anche personale. Sono stato tradito, innanzitutto io. Ci ha mentito, a me e a Conte, fino alla sera prima di aprire la crisi, ci aveva detto che erano i suoi che non volevano più andare avanti. E invece poi abbiamo scoperto che non era così: molti leghisti mi hanno scritto che non sapevano nulla”.
È affranto, Di Maio. E l’unica certezza che può dare alle truppe è che pure se Salvini “ha il telefono acceso, non voglio mai più parlare con lui”. Vade retro, dunque, ogni ipotesi di rappattumare il contratto gialloverde, una speranza – va detto – che coltivano al massimo in due o tre. Gianluigi Paragone è uno di quelli: “Il navigatore della nuova rotta indica la via, la sola via. Che poi è quella che ho criticato per anni: per me la via di Prodi porta a iniquità e ingiustizie”. L’altro è Stefano Buffagni: “Gestire questioni come Monte dei Paschi col Pd mi terrorizza”.
Il resto è “pronto ad affrontare questa nuova avventura”, “ha maturato la consapevolezza che si sia aperta una nuova fase”. Insomma, confida che le consultazioni che il Quirinale avvierà dopo le dimissioni del premier Conte possano aprire la strada ad un patto di legislatura con il Pd, LeU e qualche altra componente del gruppo Misto, “per evitare di consegnare il Paese a Salvini”. “Non dobbiamo avere rimpianti, ci volevano morti”, sintetizza il questore Federico d’Incà. E il sottosegretario Manlio Di Stefano arriva a teorizzare che “la pratica del contratto può mettere insieme acqua e olio, finché uno non smette di mescolare”.
Di Maio alterna lo sconforto all’entusiasmo: “Il pregio di questa storia è che torniamo ad essere centrali”, come se il nastro si fosse riavvolto a quel 4 marzo – e a quel 32 per cento – che fece sedere il Movimento al tavolo del contratto di governo. Solo che stavolta i tempi sono stretti e il Quirinale non starà certo ad aspettare a lungo come allora. “Vedo che tra di voi c’è chi apre al Pd – ha detto il leader M5S ai parlamentari – ma è meglio andare cauti con le dichiarazioni. Dobbiamo avere piena fiducia in Conte, perché è una persona che sa quello che vuole il Paese”.
Di Conte si fidano tutti, nel Movimento. Ma come ogni volta che un’assemblea si riunisce, anche ieri i parlamentari sono tornati a chiedere “più collegialità”. Al punto che Di Maio ha dovuto giustificarsi sul vertice ristretto di domenica nella casa di Grillo al mare: “A Bibbona non abbiamo deciso niente”, ha spiegato, illustrando quali sono i punti saldi con cui salirà al Colle per le consultazioni: il taglio dei parlamentari, il no all’aumento dell’Iva e la necessità di garantire, in un eventuale nuovo governo, alcuni temi cari ai Cinque Stelle, a cominciare dall’acqua pubblica e dal no agli inceneritori.
Ma tutto è ancora prematuro. Compreso quello che farà oggi il Movimento al Senato. La linea ufficiale vuole che decideranno dopo aver sentito il discorso di Conte. Ma in molti ragionano sul fatto che sia meglio non presentare nessuna risoluzione, in modo da evitare complicazioni. Se il premier sale al Colle senza essere sfiduciato, sarà più facile far ripartire la trattativa per farlo restare a Palazzo Chigi.