Di Maio: “Torniamo centrali” Ma il gruppo ora vuol contare

Luigi Di Maio dice che bisogna stare calmi, perché “questo è solo il primo gradino della crisi”. È solo che nemmeno lui sa se quel gradino è in salita o è in discesa. Mezzo gruppo parlamentare quando parla di lui dice che è “crocifisso”. Il che significa che comunque vada, che il Movimento salga o scenda, per lui poco cambia: a lui si sono affidati, con lui si sono ritrovati dove sono. Dev’essere per questo che ieri, nella sua “relazione” ai deputati e senatori Cinque Stelle, il capo politico si è affidato anche alla compassione, nella sua accezione più nobile, quella in cui si partecipa alle sofferenze altrui: “Dovete capire che per me sono stati 14 mesi investiti non solo a livello politico, ma anche personale. Sono stato tradito, innanzitutto io. Ci ha mentito, a me e a Conte, fino alla sera prima di aprire la crisi, ci aveva detto che erano i suoi che non volevano più andare avanti. E invece poi abbiamo scoperto che non era così: molti leghisti mi hanno scritto che non sapevano nulla”.

È affranto, Di Maio. E l’unica certezza che può dare alle truppe è che pure se Salvini “ha il telefono acceso, non voglio mai più parlare con lui”. Vade retro, dunque, ogni ipotesi di rappattumare il contratto gialloverde, una speranza – va detto – che coltivano al massimo in due o tre. Gianluigi Paragone è uno di quelli: “Il navigatore della nuova rotta indica la via, la sola via. Che poi è quella che ho criticato per anni: per me la via di Prodi porta a iniquità e ingiustizie”. L’altro è Stefano Buffagni: “Gestire questioni come Monte dei Paschi col Pd mi terrorizza”.

Il resto è “pronto ad affrontare questa nuova avventura”, “ha maturato la consapevolezza che si sia aperta una nuova fase”. Insomma, confida che le consultazioni che il Quirinale avvierà dopo le dimissioni del premier Conte possano aprire la strada ad un patto di legislatura con il Pd, LeU e qualche altra componente del gruppo Misto, “per evitare di consegnare il Paese a Salvini”. “Non dobbiamo avere rimpianti, ci volevano morti”, sintetizza il questore Federico d’Incà. E il sottosegretario Manlio Di Stefano arriva a teorizzare che “la pratica del contratto può mettere insieme acqua e olio, finché uno non smette di mescolare”.

Di Maio alterna lo sconforto all’entusiasmo: “Il pregio di questa storia è che torniamo ad essere centrali”, come se il nastro si fosse riavvolto a quel 4 marzo – e a quel 32 per cento – che fece sedere il Movimento al tavolo del contratto di governo. Solo che stavolta i tempi sono stretti e il Quirinale non starà certo ad aspettare a lungo come allora. “Vedo che tra di voi c’è chi apre al Pd – ha detto il leader M5S ai parlamentari – ma è meglio andare cauti con le dichiarazioni. Dobbiamo avere piena fiducia in Conte, perché è una persona che sa quello che vuole il Paese”.

Di Conte si fidano tutti, nel Movimento. Ma come ogni volta che un’assemblea si riunisce, anche ieri i parlamentari sono tornati a chiedere “più collegialità”. Al punto che Di Maio ha dovuto giustificarsi sul vertice ristretto di domenica nella casa di Grillo al mare: “A Bibbona non abbiamo deciso niente”, ha spiegato, illustrando quali sono i punti saldi con cui salirà al Colle per le consultazioni: il taglio dei parlamentari, il no all’aumento dell’Iva e la necessità di garantire, in un eventuale nuovo governo, alcuni temi cari ai Cinque Stelle, a cominciare dall’acqua pubblica e dal no agli inceneritori.

Ma tutto è ancora prematuro. Compreso quello che farà oggi il Movimento al Senato. La linea ufficiale vuole che decideranno dopo aver sentito il discorso di Conte. Ma in molti ragionano sul fatto che sia meglio non presentare nessuna risoluzione, in modo da evitare complicazioni. Se il premier sale al Colle senza essere sfiduciato, sarà più facile far ripartire la trattativa per farlo restare a Palazzo Chigi.

In aula come due pistoleri: lo scontro somiglia a un western

Confidiamo che Giuseppe Conte e Matteo Salvini siano lieti della loro rappresentazione sulle sagome di Burt Lancaster e Kirk Douglas, divi americani protagonisti della copertina del film “Sfida all’O.k. Corral”. Era il 1957 e il regista John Sturges regalava al genere western – e dunque all’immortalità dell’arte – un fatto di cronaca avvenuto un centinaio di anni prima a Tombstone, Arizona, cinquanta chilometri dalla frontiera col Messico. Lo sceriffo Wyatt Earp (Lancaster) e il fedele Doc Hollyday (Douglas), insieme ad altri due uomini, fronteggiavano nel più iconico dei duelli cinque pistoleri della banda dei Cowboys, guidati da William Claiborne (più noto come Billy the Kid). Passi la licenza poetica, dunque, se per la storia Doc Holliday e lo sceriffo – fianco a fianco nella locandina – erano dalla stessa parte della sparatoria e invece oggi Giuseppe Conte e Matteo Salvini saranno avversari (sempre politici, si intende). Ma l’atmosfera è simile, anche se la buvette di Palazzo Madama non è proprio un saloon e gli onorevoli senatori potrebbero offendersi al paragone dei buzzurri senza legge del West. Da una parte il premier, che da una settimana attende che il suo vice “gli dica in faccia” che l’esecutivo non ha futuro, e dall’altra Salvini, prima uomo forte dell’alleanza in virtù di sondaggi sorridenti e poi costretto al dietrofront quando si è accorto che anche senza di lui il Parlamento potrebbe avere una maggioranza. Oggi mancheranno le pistole e ci risparmieremo la barbarie di tre morti e quattro feriti, ma come nelle frasi fatte di un vecchio film western sarà finalmente la resa dei conti. Salvini si prenderà la responsabilità di staccare la spina al governo gialloverde? O attenderà ancora, magari provando un altro colpo di teatro come quando ha dichiarato di voler votare il taglio dei parlamentari prima delle elezioni? Alla Camera il voto sulla riforma è previsto per giovedì, ma l’agenda potrebbe essere carta straccia. Questione di tattica e di tempismo. All’O.k. Corral come oggi in Senato.

Oggi il duello in Senato: ecco tutto quel che può succedere

Il tempo dei tatticismi è finito. Almeno per quanto riguarda la lunga partita a scacchi che si è aperta dopo l’innesco della crisi da parte della Lega, lo scorso 7 agosto. Oggi, dopo aver parlato al Senato ed eventualmente ascoltato le riflessioni delle forze politiche, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si recherà al Quirinale per riferire al capo dello Stato.

Solo allora sarà chiaro l’esito possibile della crisi e il determinarsi delle condizioni per la creazione di un governo sostenuto da una nuova maggioranza con l’ambizione di portare a termine la legislatura iniziata nel marzo del 2018, oppure per un ritorno alle urne. La giornata si apre alle 14:30, quando la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama stabilirà il timing di giornata: dopo le comunicazioni di Conte si terrà la discussione generale (circa tre ore). A cui dovrebbe seguire la replica del presidente del Consiglio e le dichiarazioni di voto (circa 70 minuti) dei rappresentanti dei gruppi parlamentari sulle eventuali risoluzioni presentate in aula. Tempi più o meno analoghi a quelli richiesti se il governo chiedesse (ma l’ipotesi è improbabile) di porre la fiducia.

Ma andiamo con ordine: oggi alle 15, Conte si presenterà al Senato per le comunicazioni che ha chiesto di svolgere dopo che la Lega aveva evocato la crisi della maggioranza nel corso della discussione sulla mozione sul Tav, lo scorso 7 agosto al Senato. Poi il premier si recherà al Quirinale: presumibilmente o subito dopo la sua replica alla discussione generale, oppure dopo aver atteso il voto sulle risoluzioni eventualmente presentate in aula. Il M5S potrebbe depositare un documento di sostegno al lavoro svolto dal presidente del Consiglio e che si faccia anche carico di evidenziare come la Lega abbia reso irreversibile la crisi politica della maggioranza gialloverde. A partire dalla mozione di sfiducia al governo Conte dopo lo scontro seguito sul Tav.

Una mozione che non è stata mai ritirata anche se negli ultimi giorni Matteo Salvini si è detto disponibile a ricucire con i grillini e con lo stesso premier: per questo c’è chi ipotizza che il Carroccio potrebbe addirittura votare a favore della risoluzione M5S (e per questo i grillini, che non vogliono ricucire, potrebbero alla fine ripensarci e non presentare alcuna risoluzione) oppure presentarne una a sostegno del governo sebbene ribadendo alcune condizioni.

È possibile, ovviamente e date le oscillazioni di questi giorni, anche che facciano l’esatto contrario votando contro l’eventuale documento grillino o presentando una risoluzione che ribadisca le differenze di vedute, tra le due forze di maggioranza su infrastrutture, giustizia, autonomia e misure della prossima manovra economica.

Stamattina i senatori leghisti si riuniranno con Salvini per decidere la linea. Gli altri gruppi parlamentari si sono riservati di ascoltare il premier prima di decidere il da farsi: il Pd ritiene che la strada maestra sia quella che Conte parli in aula e immediatamente si rechi al Quirinale a rassegnare le dimissioni per formalizzare la crisi, “altrimenti vedremo che succede e cosa fare”.

La cautela è d’obbligo perché in questi giorni si è registrata la disponibilità della Lega a continuare a governare con i 5Stelle, anche se è stato intenso il lavorio per dare corpo a una maggioranza larga che vada dal M5S al Pd passando da LeU (e forse anche con l’appoggio di una parte di Forza Italia) per far proseguire la legislatura e portarla a scadenza naturale.

In ogni caso, sempre che alla fine vengano presentate e messe ai voti le risoluzioni, si tratterebbe di un voto non vincolante per il premier. Che dunque, anche se politicamente “sfiduciato”, si recherà al Quirinale motu proprio e nella pienezza dei suoi poteri.

La lunga cavalcata del leghista finita nel classico cul de sac

Il 27 maggio, all’indomani del trionfo delle Europee, era difficile immaginarsi Matteo Salvini finire (quasi) all’angolo. D’altra parte era quasi impossibile pure immaginarsi la Lega al 34% quando il futuro “Capitano” prese in mano un partito del 4% nel lontano 2013. Sic transit certo, è storia nota ed è anche vero che la gloria, come passa, a volte torna, ma l’opposizione è un ottimo luogo per un movimento con percentuali a una cifra, assai meno per un partitone piglia-tutto che, assieme ai very normal people, vuole rappresentare pure l’Italia che produce, fattura e pretende (parecchio): quella è gente che ha bisogno di tavoli istituzionali, non certo di banchetti per le firme.

Il consenso è bestia strana e pure il sociologo Luca Ricolfi ha ricordato al buon Matteo che, in minoranza, potrà dire presto addio all’effetto bandwagon, cioè al benefico apporto dei voti di chi, per natura, corre in soccorso del vincitore: sarà forse per questo che il doge veneto Luca Zaia, punto di riferimento della corrente nord-affarista del partito, si fa dipingere sui giornali come “irritatissimo” per il passo falso del leader. E insomma sempre lì si torna, nell’ultima giornata romana del vicepremier prima del redde rationem di Palazzo Madama: al modo incredibile e misterioso in cui è riuscito a incartarsi passando da Gran Dj d’Italia che invoca “pieni poteri” a uomo solo contro tutti che rischia di farsi mettere fuori dal governo per anni, con annesso addio alla possibilità di eleggere il prossimo presidente della Repubblica, restando invece alla mercé delle Procure di Agrigento (migranti) e Milano (Savoini).

Dieci giorni o poco più. Tanto è bastato per rovesciare la situazione e restituire ai moribondi grillini un ruolo centrale nella politica italiana: è il tempo che passa da “il Parlamento prenda subito atto che non c’è più una maggioranza e dopo si restituisca la parola agli elettori” (8 agosto) a “ai 5 Stelle dico che il mio telefonino è sempre acceso, spero di fare il ministro dell’Interno ancora a lungo” (18 agosto).

In mezzo c’è un caos che ha investito anche l’ultimo partito leninista d’Italia, la Lega: “Gli altri hanno le direzioni o Rousseau, noi abbiamo un leader, decide lui”, ha spiegato Giancarlo Giorgetti, come a dire “che volete da me?”.

La cognizione del dolore leghista ha il volto di Roberto Calderoli: dicono gli uffici del Senato che l’ex ministro – padano da una vita e unico big d’antan salvato (con Giorgetti) dall’epurazione salviniana – abbia presentato una risoluzione che sfiduciava Conte in vista della seduta di oggi, ma poi abbia richiamato per chiedere che venisse ritirata “come se non fosse mai stata presentata”.

La giravolta salviniana, va detto, è rapida e ha il pregio della spudoratezza: si passa da “il 20 sfiduceremo Conte” (14 agosto) a “non ho mai detto di voler staccare la spina al governo” (15 agosto). Alla conversione a U del leader è seguita quella dei colonnelli: il ministro Gianmarco Centinaio, ripreso il 13 agosto in Senato mentre imprecava “ma con chi cazzo abbiamo governato?”, due giorni dopo metteva a verbale che “io sono uno che non chiude mai la porta”.

Alla proposta della disperazione leghista (Di Maio premier, Conte a Bruxelles) la porta l’hanno però chiusa i grillini, anche se molti nella Lega credono ancora che la fronda filo-leghista nei gruppi parlamentari sia nutrita e impedirà il ribaltone: sperare, si sa, non costa e fa male solo un po’. Ma com’è stato possibile arrivare fin qui? Giorgetti ha già indicato il primo errore: la crisi Salvini doveva farla a giugno o a inizio luglio, come dicevano tutti, compreso Sergio Mattarella, preoccupato che non ci fosse poi il tempo per votare e fare la manovra. I motivi per cui, in splendida solitudine, il segretario leghista abbia deciso di calare il sipario quasi a ferragosto li conosce solo lui. Quel che è successo dopo, però, lo ha sorpreso. Due cose su tutto: l’uscita di Beppe Grillo che ha benedetto l’ esecutivo M5S-Pd e la sconfitta interna di Nicola Zingaretti, che gli aveva garantito che i dem non si sarebbero prestati a fare da stampella ai grillini.

Ieri, arrivato a Roma nel pomeriggio, Salvini pare aver preso coscienza che indietro non si può tornare e avanti verso le urne non si può andare: “Chi ha paura del voto?”, ha arringato in video sui social con toni grillini (“parlamentari e ministri sono dipendenti pubblici , il popolo italiano gli paga lo stipendio”).

La giornata l’ha passata, tra l’altro, ad aggiornarsi col Viminale sullo stallo della nave della Ong spagnola Open Arms, la vicenda su cui s’è beccato la letteraccia (“ossessiva concentrazione sui porti chiusi”, “ennesimo esempio di sleale collaborazione”) con cui Giuseppe Conte lo ha messo, forse definitivamente, all’angolo di una crisi che lui stesso aveva provocato: sarà su quell’ossessione – non disgiunta da una certa tendenza all’assenteismo (“questo governo non ha smesso di lavorare, non era in spiaggia”, sempre Conte) – che lo provocherà il premier.

Se un qualche accrocco governativo alla fine nascerà, e se durasse, Salvini è pronto all’opposizione anche in piazza: in piazza si sta bene, per carità, ma un partitone piglia-tutto ha bisogno del governo, sennò piglia-niente e alla fine appassisce.

L’avvocato e l’arringa per restare in campo (ma non a ogni costo)

Chissà se anche Giuseppe Conte ha la stessa abitudine di Ignazio Marino. “Ho tutto scritto nei miei quaderni”, minacciava l’ex sindaco di Roma dopo essere stato “accoltellato” dai consiglieri comunali del Pd che lo avevano sfiduciato dal notaio. E adesso che si riparla di lame e di fendenti amici, ora che il giochino lo stanno facendo in grande, a Palazzo Chigi, anche al “premier per caso” – un altro marziano della politica, sebbene con addentellati migliori del chirurgo americano – oggi potrebbe tornare in mente un discreto numero di “appunti” lasciati nel cassetto.

Va detto: i quaderni di Marino, alla fine, raccontarono segreti meno esplosivi di quanto l’ex sindaco avesse lasciato intendere. E di certo, anche oggi durante le sue comunicazioni al Senato, il premier che fu gialloverde si guarderà bene dal rivelare troppi vizi di casa, da buon amante tradito. Non sta bene, soprattutto se hai un corteggiamento in corso, parlare male dell’ex. Piuttosto, Conte, si prepara ad elencare a Salvini quello che si è perso. E a ribaltare la narrazione sui ministri del “No”, quella con cui l’8 agosto la Lega ha deciso di mandare tutto all’aria. Proverà, Conte, a vestire di taglio istituzionale una certa aneddotica che ormai Palazzo Chigi lasciava filtrare da un pezzo. Salvini che guarda il cellulare mentre si discute di autonomie, Salvini che accampa impegni ogni volta che arriva il momento di decidere qualcosa di importante, Salvini che fissa ospitate tv in contemporanea con le riunioni di governo cruciali: lo stile inconfondibile, insomma, del ministro del Papeete.

Eppure c’è stato un tempo in cui, l’avvocato del popolo avrebbe perfino indossato la toga per lui. “Immaginate un leader di un partito che da oggi in poi non può più disporre di un euro per poter svolgere attività politica – diceva Conte un anno fa a proposito del sequestro per i 49 milioni spariti –. Non ha senso banalizzare il problema. Capisco lo scoramento di Salvini. Se non avessi fatto il premier mi sarei offerto per difendere la Lega, sarebbe stato stimolante e non lo dico per offendere i legali che se ne occupano”.

Le buone maniere, d’altronde, Conte è uno che non le perde mai. Ha incassato senza turbamenti di sorta il soprannome di “burattino” che lo ha accompagnato per i primi mesi a Palazzo Chigi. Si è ritagliato a livello europeo quel ruolo che nessuno dei suoi due vice aveva forza e voglia di ricoprire. Ha stretto un asse con il Quirinale che lo ha trasformato nel garante per la tenuta istituzionale del Paese. Ha insomma recitato, senza troppa fatica, quella parte che Beppe Grillo gli aveva assegnato la prima volta che lo vide, un anno e mezzo fa: “Ah, tu sei quello normale”.

Non è un caso che adesso, nei giorni in cui il Movimento si è ritrovato senza più alleati, proprio Grillo abbia indicato ai suoi di stare “al fianco” di Conte, come se i rapporti di forza si fossero invertiti un’altra volta: da professore di Diritto portato in dote ai Cinque Stelle dal collega Alfonso Bonafede a scudo dietro cui Di Maio e gli altri possono tentare di rialzarsi dalla fregatura di questo anno di governo insieme a Salvini.

A Palazzo Chigi, che l’aria fosse cambiata, l’avevano intuito una domenica pomeriggio di fine marzo. Conte era a Firenze per suoi impegni personali, Salvini villeggiava a casa del suocero Denis Verdini. Erano i giorni del congresso di Verona, quelli in cui i gialloverdi litigavano, come al solito, con l’aggravante che il ministro Fontana si era messo a concedere il patrocinio della presidenza del Consiglio agli ultraconservatori cattolici. Ecco, raccontano che Salvini abbia insistito parecchio per incontrare il premier quella domenica. E quando Conte si è ritrovato su Instagram a braccetto col vicepremier, non ha gradito che la visita fiorentina fosse presentata quasi come un pellegrinaggio del premier in cerca di un chiarimento col suo vice leghista.

“Non giocano pulito”, fu la sintesi di quel pomeriggio. E da allora, in effetti, le occasioni di scontro pubblico tra i due si sono fatte più frequenti. Due settimane dopo, a metà aprile, mentre il consiglio dei ministri è ancora in corso, Salvini scende in piazza Colonna e annuncia che il Salva-Roma è stato stralciato, facendo infuriare il premier. Dieci giorni più tardi è Conte a mandare fuori dai gangheri il leader della Lega, quando costringe di fatto l’indagato Armando Siri a dimettersi da sottosegretario. Superata la campagna per le Europee, il 3 di giugno, Conte si dice pronto a dimettersi se i toni tra i due alleati non fossero tornati a livelli civili. Un mese più tardi, con una lettera-avvertimento “ai cittadini della Lombardia e del Veneto”, Conte frena Salvini sull’autonomia. Il 24 luglio si presenta al posto del leader della Lega per riferire sul caso-rubli in Senato: Salvini si è rifiutato perfino di presentare la relazione sul Metropol che Conte gli aveva chiesto prima di andare in Parlamento. Infine il botta e risposta di Ferragosto sui migranti, ormai a crisi conclamata, culminato nell’affondo contro il vicepremier e la sua “ossessione” per i porti chiusi.

Il filo che ha retto 14 mesi si è spezzato. Conte oggi dopo il discorso al Senato si presenterà al Colle per rassegnare le dimissioni. “Si è rivelato un galantuomo”, ha detto ieri di lui Massimiliano Cencelli, l’autore del celebre manuale sulla spartizione delle poltrone, che toccherà ripassare.

Dite qualcosa

Stasera, se oggi cadrà il governo giallo-verde con le dimissioni di Conte, partirà la difficilissima trattativa M5S-Pd per tentarne un altro, l’unico possibile in questo Parlamento. Finora si son sentite molte formule, ipotesi (incluso l’agghiacciante arrivo di una guarnigione di àscari berlusconiani al seguito di Gianni Letta), candidature a premier e a ministro. Ma nemmeno una sillaba sulle cose da fare insieme (l’unico a parlarne è Grillo, il “comico”). Che è il peggior modo di cominciare il negoziato. Anche perché chi parla di posti anziché di contenuti regala a Salvini la stampella per rialzarsi dopo l’autoaffondamento ferragostano e dimostrare che il governo serve solo a impedire il suo trionfo e l’altrui sconfitta. Se mai un governo nascerà, dovrà fare delle cose: magari poche, ma innovative, forti, popolari e – parlando con pardon – anche un po’ “populiste” e “sovraniste” nel verso giusto. La voglia di cambiamento espressa dagli elettori alle Politiche del 2018 e alle Europee 2019 non si è certo esaurita con l’harakiri da spiaggia del Cazzaro. È più viva che mai e attende di trovare interpreti più credibili. Altrimenti tornerà ad affidarsi a lui.

Quindi, delle due l’una: o i 5Stelle e il Pd trovano la forza di volare alto, ben al di sopra delle rispettive stature, o è meglio che lascino subito perdere. E ci mandino a votare, conservando i rapporti più civili di questa fase per il dopo-elezioni. Il rischio però è che le elezioni le vinca il centrodestra e M5S e Pd, dall’opposizione, si mordano i pugni (con milioni di italiani) per non averlo evitato. Il sistema tripolare e la legge proporzionale li condannano a collaborare: tanto vale che provino a farlo subito. Ma, per avere qualche chance, dovrebbero armarsi di realismo e umiltà. Già litigheranno su Tav, Autostrade, migranti, giustizia, grandi opere ecc. Almeno evitino la pretesa di imporre veti in casa altrui. E non diano retta ai giornaloni, noti dispensatori di pessimi consigli. Tipo chi vorrebbe imporre ai 5Stelle di fare un congresso, o dichiararsi di sinistra, o abiurare alle riforme (perlopiù buone) firmate finora. O chi, dall’altra, s’illude di ignorare l’oggettiva prevalenza renziana nei gruppi Pd. Se i 5Stelle sono angosciati da un “governo con la Boschi”, si ricordino di averne fatto uno con Salvini, Fontana e Pillon. E se il Pd e i suoi house organ temono di perdere la verginità baciando i “rospi” Conte, Di Maio, Dibba&C., non facciano ridere: sono vent’anni che digeriscono inciuci e governi col partito di B., Dell’Utri, Previti, Verdini&C. senza fare neppure un ruttino. Con tutto quel che ci è toccato vedere, può persino darsi che il peggio sia alle nostre spalle.

La pizza margherita batte il cous cous: i cibi eco-friendly

Pizza margherita e falafel sono cibi più sostenibili del fish and chips e del cous cous marocchino, ma non dell’insalata nizzarda. Nell’estate della plastic free, è importante sapere anche quanto facciamo male all’ambiente quando ci sediamo a tavola. E ad aiutarci a scoprirlo è uno studio condotto dalla Fondazione Barilla che ha messo a confronto i piatti tradizionali dei Paesi più visitati in estate, sulla base del loro impatto sulla salute del Pianeta con le evidenze del Food Sustainability Index (Fsi). Quello che emerge è una classifica sui cibi che maggiormente rispettano, in tutto il mondo, i parametri di sostenibilità, risultando alla fine più o meno eco-friendly.

Bene, ma non benissimo la nostra classica pizza margherita, a base di mozzarella e pomodoro, per la quale servono 412 litri d’acqua e 2,46 mq di terreno, con un impatto sull’ambiente di 652 grammi di gas serra generati lungo la filiera. La pizza supera, però, in sostenibilità un tipico dello street food anglosassone come il fish and chips, che si situa sempre a metà della classifica, ma che sul piano nutrizionale potrebbe non essere una scelta oculata. Meglio va se si sceglie l’insalata nizzarda francese, che resta tra i piatti più green dell’estate: una porzione pesa per il Pianeta 64 grammi di Co2. Se invece si opta per piatti più tipici, come gli stracotti di manzo o il pesce con le famose salse francesi, ci si può consolare alla luce delle performance generali, del Paese che è tra i più virtuosi nella classifica del Fsi sia per le modalità di produzione del cibo sia per la lotta allo spreco.

Viaggiando in Spagna, se si sceglie di degustare la classica paella in versione alla valenciana, si sappia che per produrne una porzione da 100 grammi servono quasi 2 mq di terreno e 241 litri d’acqua. Una buona performance, tutto sommato e un piatto comunque più sostenibile delle pietanze tipiche del vicino Portogallo, dove il baccalà rende la cucina meno sostenibile. Il classico pasteis de Bachalau (crocchetta di baccalà) genera 170 grammi di Co2 per 100 grammi di prodotto, mentre con il baccalà alla brace diventano 250. Entrambi si situano nella parte medio-bassa della classifica. A fargli compagnia anche il cous cous marocchino, solo chi visite il Marocco con carne di agnello, ceci e uvetta, che non è leggero né per la salute né per il Pianeta: per 100 grammi servono 548 litri d’acqua. Sarebbe preferibile scegliere la sua versione vegetariana, risparmiando 50 litri d’acqua a porzione.

Per trovare il campione di sostenibilità basta andare in Israele e nei Paesi mediorientali limitrofi come l’Egitto e il Libano: i falafel, piatto a base di ceci, si situa senza dubbio ai primi posti con i suoi 101 mq di Co2 per porzione e il suo colore verde nella piramide ambientale. È anche un buon piatto per aumentare la frequenza di consumo dei legumi, che hanno un elevato contenuto in fibra e forniscono proteine di ottima qualità, ricche di aminoacidi essenziali e facilmente digeribili. Ottimo, insomma, sia per la forma fisica che per l’ambiente.

Basta chat, in ferie senza social. Consigli per non andare in tilt

Non è chiaro come la 15enne Dorothy, nickname @thankyounext, sia riuscita a twittare dal frigorifero. Si sa solo che dopo quel cinguettio i follower sono schizzati da 500 a 30mila e la ragazza è diventata una star. Pensare che la madre voleva solo farla staccare dai social. Perciò le aveva sequestrato smartphone, Pc e console Nintendo 3DS. Ma ha dimenticato il frigorifero smart, cioè con un processore connesso ad internet. Errore fatale: il web può diventare una dipendenza e premere off può essere doloroso come una dose persa per un tossico. Quindi, avviso ai naviganti: se in vacanza spegnete i social, fatelo con criterio. Del resto è comprensibile: rinunciare al fardello di mail, messaggi e messaggini può essere un sollievo. Il lusso non è più la connessione h24, ma la possibilità di disconnettersi a piacimento.

Uscire dalla rete, tuttavia, può generare ansia, frustrazione e astinenza. Lo dice una ricerca condotta da 2 università: Karl Landsteiner a Krems (KL Krems) e quella di Vienna. Dopo 7 giorni senza social, alcuni vanno in crisi: “Sintomi d’astinenza, sia pur lievi, simili a quelli delle sostanze che danno dipendenza – dice Stefan Stieger del dipartimento di Psicologia della KL Krems –. Abbiamo osservato un elevatissimo incremento del desiderio: la voglia eccessiva, quasi un bisogno psicofisico di usare i social durante il periodo di astinenza. Questo effetto è stato addirittura misurabile non appena i partecipanti hanno potuto nuovamente usare i social”. I numeri raccolti dall’Associazione Nazionale dipendenze tecnologiche lasciano riflettere.

Tra i 15 e i 20 anni, un italiano su due controlla lo smartphone 75 volte al giorno. Togliendo 8 ore di sonno (in teoria) fanno 4,6 volte ogni ora; il 7% getta un occhio al telefono fino a 110 volte. Molti sono consapevoli del problema, secondo un rapporto Agi–Censis: il 22,7% percepisce una sorta di assuefazione; l’11,7% è ansioso all’idea di disconnettersi. Il timore di restare senza telefono si chiama “nomofobia” (dall’inglese no–mobile–phone–phobia), ed è la spia della dipendenza. Il 22 luglio, il Movimento Cinque Stelle ha depositato una proposta di legge per sostenere la lotta alla diffusione della patologia. La prima firmataria è la deputata Vittoria Casa. L’obiettivo è usare la scuole per insegnare ai giovani “l’uso consapevole di internet e dei social”.

Intanto, ecco una guida per le ferie senza Internet. “Primo consiglio: lasciate il telefono a casa e spento. Ma se la separazione è indigeribile, allora va in modalità silenziosa. Ricordarsi sempre che staccare la spina non è doloroso e non ha effetti collaterali. Comporta disagio e fastidio, al massimo, ma niente drammi”: il dottore Federico Tonioni dirige dal 2009 il primo ambulatorio in Italia sulla dipendenza da Internet al Policlinico Gemelli di Roma. “Secondo: apprezzate il tempo guadagnato facendo ogni genere di attività”, consiglia il dottore. Terzo suggerimento: “Via l’ansia da relazione e dedicatevi alle fantasticherie della mente. Scoprirete cose nuove che non si trovano su Youtube”.

Vi prego non chiamatemi principessa

Contrariamente a quanto potrebbe suggerire il mio nome di battesimo sono tutt’altro che nobile e nient’affatto aristocratica. Borghese sì, a volte mio malgrado, ma senza vergognarmene più di tanto. Sono di Roma nord è più forte di me. L’aspetto raffinato, l’avvenenza patinata, le immagini che si vedono sui giornali, sono il combinato ben disposto di trucco e parrucco, come per ogni giovane starlette, o soubrette, o vedette, anche se in cuor mio, come sulla mia carta d’identità c’è scritto semplicemente: attrice. Per il resto sono una persona di sconcertante normalità. Mi sveglio con gli occhi gonfi e arruffata, penso sempre di essere grassa e guido un catorcio di seconda mano, di cui vado fiera, con cui colleziono multe per divieto di sosta, porto a spasso la canetta mia adorata e raccolgo tanti sacchetti al giorno; a volte, spesso, quasi sempre gli altri non lo fanno. Al parco c’è un signore che ha la pessima abitudine di apostrofarmi con titoli nobiliari: duchessa, regina, principessa. Due palle. Pensa di farmi piacere. Come se a una donna normale come me dovesse piacere un’incoronazione a palazzo, per finta poi. L’appellativo principessa nasconde un inganno. Già da bambina non mi piacevano le favole, mi facevano paura. Cappuccetto Rosso era il mio incubo. Le principesse nelle favole sono segregate in una torre scoscesa, promesse a orchi puzzolenti, o a tiranni crudeli. Bene che vada devono sperare nell’arrivo di un principe azzurro che le destina a un futuro di felicità sul quale però nessuna favola si dilunga. Il seguito non lo conosciamo. Non chiamatemi principessa, soprattutto ora che vedo lo sconcerto del mondo intero davanti al destino di una principessa vera, bella, dolce e autentica, che per fuggire dalla sua sorte s’è schiantata in un sottopasso di Parigi.

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Il giallo di Andrea Purgatori. “Esperimento con la Storia”

È sempre delicato il momento in cui un noto e apprezzato autore di cose vere (documentari, documenti ritrovati, misteri irrisolti ) diventa narratore. Delicato per l’autore, perché tutti gli oggetti in scena restano intatti, ma vanno visti e usati in modo completamente diverso. Delicato per il lettore che deve convincersi che l’autore non sta lavorando sulla realtà ma sta dedicandosi alla fiction. E ricordarsi che la fiction non è una copia della realtà, ma un altro mondo. Diciamo per prima cosa che Purgatori resta legato a un tratto tipico del suo lavoro: sa come invitare il passante (lo spettatore, che poi gli resta fedele) a dare una prima occhiata alla sua narrazione e poi a fermarsi per il resto della storia.

La bravura tipica di Purgatori giornalista e documentarista che ti persuade con una o due inquadrature a restare sul posto, funziona bene anche nella fiction, fin dalle prime pagine di Quattro piccole ostriche(Harper Collins editore). E funziona anche il classico espediente dello spostamento di epoca, che non è esattamente adesso e non è esattamente il passato. La vera raccomandazione dell’autore al suo nuovo lettore (Ostriche è il suo primo romanzo ) è di sentirsi nel luogo giusto e nel tempo giusto, ovvero mentre stanno accadendo le cose che contano e che conteranno.

Ecco l’idea che muove il progetto narrativo: importa poco se senti aria di rievocazione e di fatti avvenuti in un altro momento storico. Ci stono storie che, una volta avvenute, restano, e spostano, magari di poco (ma chi può calcolare il cambiamento?) tutto ciò che verrà dopo. Chi ha seguito i documentari di storia contemporanea dell’ultimo anno di lavoro televisivo di Purgatori, ha capito come si muove la mano di questo chirurgo della narrazione: interventi minimi sul già accaduto modificano prospettiva, significato, peso e conseguenze. Il romanzo Quattro piccole ostriche è così. Si va da adesso a un ieri (ieri della Germania divisa e, nel caso, della Germania Orientale) per scoprire quante tracce hanno lasciato cose che potevano/dovevano essere finite per sempre e invece permettono, o cambiano, il senso non tanto del passato che torna quanto della cosa non ancora accaduta che sarà diversa, riconoscendo al prima la forza di manipolare il dopo. È un potere ben più grande delle tante volte narrate conseguenze del passato e dei suoi segreti che continuano a pesare.

Poi c’è la scrittura. Purgatori porta nel romanzo d’avventure (ma la definizione è imperfetta) una tecnica narrativa che sta alla corrente narrazione letteraria come il puntinismo sta al realismo. I suoi personaggi esistono grazie a meticolosi tratti esatti e minimi che li accostano alla illustrazione miniaturizzata dei codici medievali: narrazione e illustrazione, o meglio figura e sentimento, hanno lo stesso peso. Insomma, molta sperimentazione in un libro che finge di essere solo un benevolo compagno di viaggio.