Greta, pifferaia magica del potere: “I veri rivoluzionari sono presi a calci”

Il Diavolo può evitarsi la fatica di tutte le cattiverie quando già ci sono i buoni a lastricare il destino dell’uomo con tutte le buone intenzioni nel pensiero unico. Altro che distruzione del pianeta. L’ammasso mentale d’Occidente – senza lo sforzo di desertificare l’orizzonte puntellandolo di locuste e scorpioni – è risolto in una sceneggiatura: Greta Thunberg, la giovane attivista ambientalista a tutti nota, è in navigazione verso New York. La ragazza si farà dodici giorni di traversata in barca a vela senza un gabinetto e senza una doccia: No Wc, No Wash. In un post pubblicato il 17 giugno scorso annuncia di voler partecipare al vertice sul clima alle Nazioni Unite il prossimo 21–23 settembre dove, manco a dirlo, la faranno parlare – le daranno certamente il prossimo Nobel per la Pace – e si capisce allora che abitiamo di fatto dentro un edificante film di Hollywood e non la verità della storia.

Nell’esclusiva crociera di miss Greta c’è, dunque, quell’irresistibile fascinazione dello Spirito del Tempo propria dei pifferai capaci di attrarre tutti i topini nell’Hamelin del potere. I veri rivoluzionari, a cominciare da Francesco d’Assisi, tanto per gradire sono presi a calci dal Papa e soltanto dopo – a rivolgimento compiuto, nel segno del Lupo – trovano accoglienza presso il Soglio.

Non c’è rivoluzione che abbia il gran galà benedicente – che ne dica appunto solo bene – di tutto il sistema contro cui proclama di ergersi. Un comitato cittadino che reclami i controlli sulle miniere dismesse, sospette di essere diventate depositi di scorie pericolose, non è col piffero di Hamelin che può mai trovare risposta. Nel soccorrevole mondo senza gabinetto e senza doccia chiunque chieda udienza sui surriscaldamenti concreti – per esempio l’alto indice di tumori in provincia di Enna, giustificato forse in una realtà industrializzata ma non in un territorio rurale – redige richiesta in triplice copia presso l’autorità costituita per scomparire nella plaga del tempo perso, del silenzio e del nulla di fatto tanto il lastricato delle buone intenzioni è solidamente strutturato nella narrazione edificante e telegenica del multiculturalismo umanista. Non si è mai abbastanza glamour nella macina della storia altrimenti i rivoluzionari sarebbero sotto i riflettori e non – per come sono – anonimi e tutti sconfitti, attualmente incatenati o ridicolizzati. Un altro vero rivoluzionario era Bobby Sands, il leader della lotta irlandese, e a proposito di Pontefici, solo un vero rivoluzionario come Karol Wojtyla – a dispetto dell’ordine costituito che marchiava Sands “terrorista” – poteva consentirsi di averlo al proprio fianco e di sostenerlo senza attendere che le sventagliate di mitra di quello diventassero alla moda, soffietti tra gli zefiri del birignao borghese, quelli che dal No War di ieri, sono arrivati oggi al No WC.

La rivoluzione sollecitata dall’establishment è una novità nel parco giochi autoreferenziale di quella peste mentale che è il filantropismo. A Greta, che è vessillifera del Bene Assoluto, nessun capo di stato, nessun parlamento, nessun grande gruppo finanziario e nessun network dice quello che ogni giorno – ogni capo di stato, qualunque parlamento, qualsiasi gruppo finanziario e tutto il moloch dell’informazione – ripete a qualunque disperato di Gaza, a ogni scappato dal Tibet o a un senzatetto di Harlem. E cioè, vedi di farti rompere le corna lontano da qui. Qui dove tutto è un No War, No WC, No Wash: l’essenza dell’Occidente.

Rapporti non protetti. Quando non si è “untori” di intelligenza e buonsenso

Cara Selvaggia, ti scrivo per parlarti di un caso di “unzione” che sarebbe potuto finire male e avrebbe potuto causare la rovina di una o più vite, ma si è concluso, ringraziando il Cielo, con una semplice cancellazione dagli amici su Facebook. Nel 2012 mi incapriccio di uno scrittore e giornalista mio conterraneo dopo la lettura di un suo libro che, per me, era stato davvero arduo da leggere. L’avevo presa come sfida, ho saputo interpretare la sua scrittura, me la sono quasi fatta piacere e, tramite una conoscenza comune, sono riuscita a conoscerlo. Gli piaccio anche io, seguono anni in cui faccio l’amante nelle feste comandate. Mi sta bene, mi sono sempre sentita una privilegiata nell’essere comunque oggetto di attenzione di un personaggio famoso che, per me, rappresentava un modello di grandissima cultura , nonostante il caratteraccio e le idee politiche discutibili. Il nostro primo rapporto si consuma in modo frenetico e talmente veloce da non avere neanche il tempo di chiedere di indossare il preservativo. Lui sposato, evidentemente abituato a non avere rispetto della moglie e a questo tipo di incontri. Mi sono sempre sentita parzialmente in colpa nei confronti della moglie, perché in fondo io non volevo nulla da questo uomo, non nutrivo alcun sentimento e, in tutta onestà, la mia era solo grande vanità per essere presa in considerazione da uno stimato intellettuale che, spesso, mostrava di apprezzare la mia formazione e mi chiedeva suggerimenti e approfondimenti quando scriveva articoli riguardanti il mio settore di competenza. L’anno scorso il nostro ultimo incontro, sempre con presa rapace e non protetta. Dopo qualche mese (e dopo anni da incosciente, direi) gli mando un messaggio in cui gli chiedo rassicurazioni riguardo il suo essere “sano”. Testualmente gli ho scritto: “Caro X, sto facendo una serie di accertamenti per la mia salute. Avendo il leggero sospetto di non essere io la tua unica donna, potresti per favore dirmi se posso stare tranquilla?”. In cosa ho sbagliato, riguardo i toni e le parole usate? La mia superficialità nel darmi a un rapporto non protetto con una persona famosa che possiede donne nell’arco di secondi sfilando immediatamente le mutande senza protezione non avrà mai nessuna scusante ma, al di là di ogni manifestazione di ignoranza e superficialità (della serie “speriamo di non incapparci”) da parte di noi donne, credo che sia un diritto sapere se tu, uomo, sei un untore di Hiv o meno. Ebbene, dopo avermi scritto laconicamente che tutte le analisi erano a posto, questo insigne intellettuale , espressione di genio e sregolatezza nel panorama giornalistico italiano, mi cancella da Facebook. Con migliaia di detrattori che ha, cancella me che volevo solo una rassicurazione. Cara Selvaggia, io non sono femminista e, anzi, spesso mi urtano le manifestazioni femministe, ma quest’uomo e chi, come lui, ha la penetrazione veloce può davvero costituire un’arma di distruzione di massa, e noi donne non abbiamo il diritto di chiedere? Vorrei tanto il tuo parere e, se mai deciderai di farne argomento di discussione , ti scongiuro di non fare mai trapelare la mia identità.
V.

Dunque, tu vai con un uomo sposato di cui non sei innamorata, solo perché è famoso. Non fai mai in tempo a chiedergli la protezione che l’uomo coniglio ha già finito. Ci vai per anni, sapendo che va anche con i pali della luce. E dopo anni ti dispiace per la moglie e ti ricordi di chiedergli se è sano. Io spero che né te né lui abbiate e diffondiate malattie, di sicuro non siete untori di intelligenza e senso di responsabilità.

 

Il premier Conte e la sua ascendenza sul gentil sesso

Cara Selvaggia, non sai che gioia vedere che finalmente gli italiani si stanno accorgendo di Giuseppe Conte. Io, non per vantarmi, me ne sono accorta fin da subito, anche se, confesso, non per ragioni strettamente politiche. Lo trovo affascinante e a 61 anni suonati credo di avere saggezza ed esperienza per dire che si appresta a diventare il politico più amato dalle donne dopo, forse, il buon Rutelli dall’occhio assassino che di palombe – se non avesse avuto la sua fedele Palombelli accanto – ne avrebbe potute far cadere ai suoi piedi in quantità. Il fascino di Conte sta in una dote rara e preziosa denominata “temperanza”. Dote assai sottovalutata, cara Selvaggia, e che invece è virtù irresistibile. Chi la possiede applica il principio della giusta misura e io, che ho sposato un uomo così, so che alla lunga ci si stufa degli intemperanti maliziosi (Salvini), degli onesti ingenui (Di Maio), ma mai degli onesti equilibrati e cioè dei Conte.

Elvira

Cara Elvira, Conte sarà pure saggio, pure moderato, pure campione di temperanza, ma a Salvini in questi giorni ha fatto un mazzo così. Spero continui ad affascinarla comunque.

 

Inviate le vostre lettere a: il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2.
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Il politico e l’uso del proprio corpo: l’ex ministro al Cammino di Santiago

Ci sono viaggi che non si possono interrompere, da cui non si può tornare indietro all’improvviso. Ed è quello che è accaduto all’ex ministro Gaetano Quagliariello, oggi leader di Idea e senatore indipendente nel gruppo di Forza Italia a Palazzo Madama.

Quando infatti Matteo Salvini ha aperto questa folle crisi di agosto – era giovedì 8 – l’ex saggio di Re Giorgio era al suo terzo giorno di viandante lungo la via portoghese del Cammino di Santiago. Cioè il pellegrinaggio di origini medievali diventato ormai un mistico fenomeno di massa: centinaia di chilometri a piedi (le distanze possono variare in base alla tenuta fisica del singolo pellegrino) verso la tomba di Giacomo il Maggiore – uno dei Dodici e fratello di san Giovanni apostolo, i due figli di Zebedeo – a Compostela in Galizia, nella Spagna settentrionale. Una decisione presa da tempo, quella del senatore, “sul limitare dei sessant’anni”: “Desiderio e bisogno” allo stesso tempo, ma soprattutto “distaccarmi dai rumori del mondo”.

Ecco il punto, allora, più affascinante, se non rivoluzionario o anti-conformista, al di là delle idee di Quagliariello, oggi filoleghista e antico teocon più affine a Ratzinger che a Bergoglio. Ossia il rapporto tra potere e spiritualità, tra il politico e il proprio corpo.

Questi sono tempi ancora più truci del ventennio berlusconiano a luci rosse e le foto sui pink-magazineci dicono che il corpo del politico in vacanza diventa ancora più molle del solito, tra donnine, cocktail, balli e magari anche sostanze illegali. Al contrario l’ex ministro delle Riforme ha intrapreso un viaggio a piedi di quasi trecento chilometri (partenza da Porto, in Portogallo), terminato il giorno dell’Assunta, a Ferragosto, davanti alla Cattedrale di Compostela. Un cammino dal “fondamento religioso” ma fatto anche da esperienze di “profonda laicità”. Unico sentimento all’arrivo: la gioia di avercela fatta. Molto, ma molto di più di una crisi di governo.

Più protesta e ambientalismo. Meno pensieri per cibo e salute

Di sicuro l’avete già nel cassetto, pronta per essere tirata fuori a settembre: la rassicurante lista delle cose da fare per l’inizio dell’anno lavorativo–scolastico. Segnarsi in palestra, visita dal pediatra, comprare i libri, tutto uguale perché tutto deve restare uguale. La routine di tutti i giorni, quella che pure da un lato schiaccia, è tranquillizzante. Peccato che, là fuori, sia tutto cambiato. Mentre va in scena una crisi di governo senza senso, dove tutti – solo maschi, en passant– danno il peggio di sé senza alcun interesse per il Paese, il mondo è stravolto da crisi politiche e climatiche. Da un lato avanzano nazionalismi e negazionismi, dall’altro crescono coloro, molte donne – da Greta a Carola, alle varie sindache globali – che lottano rischiando per i diritti sociali e l’ambiente. Il riscaldamento globale è arrivato a casa nostra, e nei prossimi anni porterà conflitti e dolore. È vero, ci sono sempre stati buoni motivi per impegnarsi, ma in questo autunno caldissimo, in tutti i sensi, ce ne sono di nuovi e impellenti. Molte donne nel mondo hanno lasciato a casa i panni da stirare per dedicarsi all’impegno civile e politico, mentre le donne italiane, moderate per natura, ancora cercano invece di trovare nel privato una forma di consolazione e compensazione dall’invisibilità pubblica. Ma a parte che l’agire politico e civile porta gioia, come diceva Hannah Arendt, è sempre più chiaro che non saranno loro, i politici di oggi, a salvarci: come nel cartone animato della Carica dei 101, dovremo farlo da sole (e soli). E allora, per settembre, mettiamo in programma più protesta civile e meno ansia verso il cibo perfetto, meno casa in ordine e più vita di piazza, meno ossessioni salutiste e più passione politica, meno organizzazione domestica e più comunità. E in ogni caso, per favore, basta con quel cappello di lana al bambino: il clima è cambiato davvero.

Come Carola: tornare sui libri per riscoprire l’impegno politico

“Back to school”, dicono i cartelli sulle vetrine dei negozi che espongono zainetti, astucci e tute. Ma quest’anno l’avviso è come la campana hemingwayana: suona per ognuna di noi. Perché a scuola quest’autunno dobbiamo tornarci noi. E non a scuola di cake design o di lap dance, anche se imparare qualcosa di nuovo è sempre un tonico per il cervello. Dobbiamo tornare studenti dentro, pronte a cogliere ogni opportunità per impadronirci di nuove armi pacifiche con cui dirottare (gentilmente, s’intende) il mondo nella direzione giusta. E il primo passo è dirottare noi stesse fuori dalla nostra comfort zone, che spesso per le donne, più che di comfort, è fatta di discomfort noti e addomesticati, e per questo è così difficile uscirne. Ma se ci riusciamo, il più è fatto. Liberiamo forze e talenti che tenevamo in sonno, diventiamo coraggiose e spudorate, capaci di fare le cose giuste al momento giusto, come Carola, come Greta, come Ljubov’ Sobol, e di reggere l’onda d’odio scomposto che suscita (sempre) una donna che disobbedisce. Back to school, quindi: per imparare una lingua o rispolverare quelle studiacchiate; per conoscere quel che sta succedendo al pianeta e far sì che il nostro impegno per l’ambiente vada oltre il romantico volontarismo; per capire come si sta trasformando la politica e smettere di leggerla con la lente della nostalgia. Imparare a diffidare di parole come emozioni, sogni e il resto del vocabolario da canzonetta che in questi anni ci ha reso delle Bovary dell’impegno (oggi una causa, domani un’altra, sempre insoddisfatte, sempre inefficaci), imparare dalle nostre compagne straniere e italiane a tenere il punto, a schiacciare con grazia la testa del serpente. Tutte a scuola, dunque, ma di vita e di impegno civile, parafrasando il maestro Rodari: “Questa scuola è la Terra quant’è grossa, apri gli occhi e anche tu sarai promossa”.

Italia, il morbillo avanza in Italia: 1.831 casi

Il morbillo può essere letale. È una delle principali cause di morte dei bambini nei Paesi senza le vaccinazioni di base. Gli adulti, se la copertura vaccinale non raggiunge l’obiettivo del 95% raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sono altrettanto a rischio. Una hostess israeliana di soli 43 anni è morta qualche giorno fa dopo aver contratto il virus durante un volo aereo. Secondo l’Oms nei primi 6 mesi del 2019 i casi di morbillo nel mondo sono quasi triplicati dall’anno scorso: il numero più alto dal 2006. Gran parte registrati in Congo, Madagascar e Ucraina. L’agenzia delle Nazioni Unite ha stimato che l’86% dei bambini a luglio aveva ricevuto la prima dose di vaccino e il 69 la seconda. Significa che nel 2018 circa 20 milioni di minori non sono stati immunizzati. L’Italia con 1831 contagi nell’ultimo anno è il secondo stato europeo dopo la Francia con più casi segnalati. Da noi la copertura per la prima dose di vaccino arriva appena al 93,22% a fronte del 95 necessario per eliminare la malattia.

Dalle banalità alle contraddizioni: ecco i due decaloghi della Consob

Il decalogo è un genere letterario, in effetti, alquanto insulso. Una serie di consigli su qualche argomento viene suddivisa in dieci punti, di regola con varie forzature. Fatto sta che essi abbondano sulla stampa e in Rete. In particolare non mancano i decaloghi per gli investitori. La stessa Consob ne ha predisposti addirittura due. Cioè proprio l’ente rivolto alla tutela degli investitori. Ma a leggerli, cadono le braccia: banalità, frasi fatte, semplificazioni sconcertanti, contraddizioni e sbrodolature. Sono critiche troppo forti? Riportiamo alcune perle dei due decaloghi, denominati “Azzarita­_2018_1.ppsx” e “Dec_Kennedy.ppsx”, invitando il lettore a visionarli lui stesso.

Il “Decalogo per il buon investitore”, a firma Riccardo Rossi e altri quattro, la prende alla lontana. Inizia con “Progetta il tuo stile di vita”, che rimanda ad ardue scelte esistenziali per chi si domanda solo se comprare qualche Btp.

Abbondano frasi che suonano bene e non servono a nulla, del tipo: “Agire consapevolmente in modo ponderato e riflessivo”, né manca la solita tiritera trita e ritrita – e infondata – sul rischio-rendimento. In compenso neppure un’indicazione concreta, quale sarebbe per esempio quella di mantenere almeno parte dei propri risparmi in titoli indicizzati all’inflazione.

La diapositiva 8 consiglia i “fondi pensione” quando appena prima la diapositiva 7 riportava: “Assicurati che il capitale investito possa essere trasformato in liquidità in qualsiasi momento”, cosa che non vale affatto per la previdenza integrativa. Mettetevi d’accordo!

Il “Decalogo dell’investitore”, a firma Viola Proietti e altri sette, è anche peggio. Leggiamo che “un buon investitore dovrebbe affidarsi a un consulente che ci aiuti a gestire bene i nostri investimenti”.

A parte la sintassi raffazzonata, ciò significa spingere il risparmiatore nelle braccia di chi in Italia è di regola un bancario o un venditore porta a porta.

Invita, poi, prima di investire, ad “analizzare accuratamente i mercati e le aziende quotate in borsa”, che un’impresa che impegnerebbe un esperto per mesi e mesi. Come alternative indica solo “fondi di liquidità, fondi di settore e Stati/valute”.

Quasi non bastasse, appaiono espressioni inglesi incomprensibili ai più, come cold calling. Nel gergo delle reti di vendita a domicilio si chiama in questo modo la telefonata a uno sconosciuto, per agganciarlo come cliente. Così abbiamo capito da quale ambiente provengono i preziosi consigli (interessati).

 

Affitti, il nero la fa da padrone. Ma l’inquilino rischia grosso

L’ultimo controllo in ordine di tempo è stato effettuato a Sanluri, nel Sud della Sardegna, dove un proprietario di una casa, nonostante avesse registrato il contratto di locazione, non ha dichiarato 15mila euro di affitti guadagnati con la locazione. Ma dalle camere affittate in nero in località esclusive ai bed and breakfast inesistenti per il fisco non mancano i casi che ogni giorno di susseguono nelle pagine di cronaca. Soprattutto perché da giugno la Guardia di Finanza ha portato avanti una serie di operazioni di controllo sui proprietari di seconde e terze case che affittano nelle località di vacanza. In particolare, in 256 casi su 404, in pratica il 63%, sono emerse irregolarità, per un totale di 1.680 violazioni.

I casi più numerosi sono stati scoperti proprio in Sardegna, Puglia, Toscana, Emilia Romagna e Lazio. Ad, esempio, a Catania le Fiamme gialle hanno scoperto 11 strutture ricettive irregolari di cui almeno cinque completamente abusive, perché sprovviste delle necessarie autorizzazioni di inizio attività rilasciate dal Comune e non in regole con gli obblighi tributari. Sono stati inoltre denunciati all’autorità giudiziaria 8 gestori per aver omesso di comunicare in Questura i nomi dei clienti o per dichiarazioni false circa i posti letto autorizzati. Ed ancora. Alle Cinque Terre, in Liguria, l’80% degli operatori turistici controllati ha dichiarato agli Enti territoriali competenti di disporre di un numero di camere e/o posti letto inferiori a quelli effettivamente ricontati all’atto delle ispezioni.

A facilitare i controlli, hanno rilevato le Fiamme gialle, è la tecnologia che ha consentito un’attività di controllo e analisi del rischio, realizzata a monte, andando prima a incrociare dati e informazioni raccolte sui data base e poi colpendo direttamente sul territorio con i controlli sul posto. Da questi incroci, infatti, ha preso il via anche l’indagine della procura di Genova per una possibile evasione da 350 milioni di euro di Iva nelle operazioni di intermediazione di Booking.com sugli affitti delle abitazioni di privati senza partite Iva. Ma non solo. Altro campanello d’allarme utilizzato dalla Gdf nella caccia agli affitti in nero sono i posti letto dichiarati agli enti territoriali che poi risultano ben lontani e inferiori a quelli riscontrati al momento dei controlli sul posto. Tra i dati utilizzati e che spesso fanno emergere comportamenti evasivi o irregolari anche le comunicazioni rilasciate al Comune o quelle obbligatorie alle prefetture per soggiorni superiori a determinati periodi. Eppure, quando si decide di affittare una casa – soprattutto in questi mesi estivi – bisognerebbe ricordare che a rispondere di un eventuale controllo non è solo il proprietario di casa ma anche l’inquilino.

La responsabilità per il mancato versamento dell’imposta di registro è, infatti, solidale. Vale a dire del locatore e del conduttore. E l’Agenzia delle Entrate può richiederne il pagamento notificando una cartella esattoriale. In merito le sanzioni sono dal 60% al 120% dell’imposta evasa in caso di omessa indicazione del canone nella dichiarazione dei redditi (con un minino di 200 euro); dal 90% al 180% in caso di dichiarazione del canone in misura inferiore a quella effettiva (dichiarazione infedele).

Inoltre, sempre meglio ricordare che nel caso si decida di affittare una casa fino a un massimo di 30 è necessario che non si forniscano lenzuola e asciugamani e che l’inquilino stesso provveda al riassetto quotidiano dell’abitazione, riconsegnando la casa (o la stanza) in ordine e pulita. Poi non si possono servire colazioni, pranzi e cene: fornire questi servizi può configurare il reato di esercizio abusivo della professione ricettiva, con rischio di pesanti sanzioni. Clausola fondamentale visto che fa da spartiacque tra una locazione transitoria e la disciplina di tipo alberghiero o dei bed and breakfast. La prima è regolata dal codice civile, non comporta l’obbligo di registrazione del contratto (che, però, deve rispettare il requisito della forma scritta) e gli importi percepiti a titolo di canone di affitto vanno indicati nella dichiarazione dei redditi, senza che sia necessario aprire la partita Iva. Nel secondo caso si tratta, invece, di attività ricettive normate dalle legislazioni regionali con una fiscalità più complessa, in primis la registrazione del contratto. Infine, meglio evitare di effettuare pagamenti non sicuri e non tracciabili come PostePay, carte ricaricabili o bonifici anticipati se non si conosce il proprietario della casa vacanza o non si sono ricevute le opportune garanzie.

Nba, la star “clandestina”: dalle bancherelle al trono

Ieri vendeva mercanzie a Sepolia, periferia povera di Atene. Oggi è il miglior giocatore del campionato americano con un ingaggio miliardario. Nessun dubbio: il greco sarà il volto copertina del mondiale di pallacanestro in Cina, in scena dal 31 agosto.
I genitori erano sbarcati in Grecia da clandestini, nel 1992, fuggendo dalla Nigeria: “L’incubo era che la polizia ci fermasse per espellerci. C’erano giorni in cui se non vendevamo nulla non si mangiava”. Ora è la star dei Milwaukee Bucks, ma il passato umile ritorna. Quando ha incassato il primo assegno, al compagno di squadra Zaza Pachulia ha chiesto: “C’è un modo per non pagare le tasse?”. Un giorno riceve un paio di scarpe Gucci da Larry Sanders. Lui lo apostrofa: “Sei pazzo, costano troppo!”. Da ragazzo non aveva i soldi per la calzature. Gliele prestava, Thanasis, il fratello. Oggi indossano la stessa casacca Nba.

Nessuno è arrivato alle stelle partendo dall’inferno. Tranne Giannis Antetokounmpo: 10 anni fa vendeva chincaglierie sulle bancarelle di Atene, in Grecia, insieme ai genitori fuggiti clandestinamente dalla Nigeria; oggi punta a un contratto da 250 milioni di dollari con la squadra Nba di Milwaukee, i Bucks. “C’erano giorni in cui se non vendevamo nulla non avevamo i soldi per la cena – ha dichiarato Giannis ricordando i tempi da venditore ambulante -. Vivevamo col pensiero che la polizia potesse fermarci ed espellerci dal Paese”. Timori di ieri. Perché Giannis sarà il volto copertina dei mondiali di basket, in scena dal 31 agosto in Cina. Tra le sue vittime c’è già l’Italia, annichilita nell’amichevole del 16 agosto.

La brutta notizia, per gli avversari, è che può migliorare tanto: tira male e il controllo di palla non è perfetto. “Credo di aver raggiunto il 60% del mio potenziale”, ha ammesso il greco dopo aver ritirato a luglio il premio di Mvp (miglior giocatore) dell’ultimo campionato Nba. E se imparasse a tirare e a trattare meglio la palla a spicchi? Già ai mondiali potremo vedere un antipasto del nuovo Giannis. Mentre il passato da clandestino, nelle scalcinanti periferie ateniesi, è archiviato per sempre. Ma a volte ritorna.

Come durante il suo primo anno in America, stagione 2013–2014. È in taxi, diretto al palazzetto per un match: si ferma a un money transfer per spedire denaro alla famiglia. Solo che non lascia niente per sé, nemmeno un soldo per il tassista. L’auto gialla fila via e Giannis resta sul marciapiede, da solo, giusto il tempo di chiedersi con una punta di panico: arriverò mai alla partita in tempo? Inizia a correre a tutta velocità e bisogna immaginarsi la scena: un gigante di 2,11 metri, gambe lunghissime, divora il terreno con l’eleganza di un ballerino. Un dio greco che si muove più rapido della luce non passa inosservato. Infatti un tifoso dei Bucks lo riconosce, s’accosta in macchina e gli dà un passaggio fino al campo. La limousine da star, non era abituale per la famiglia Antetokounmpo.

Classe 1994, Giannis è cresciuto nel quartiere povero di Sepolia ad Atene. Secondogenito con quattro fratelli, papà operaio, la madre fa la venditrice ambulante con figli al seguito. I genitori sono sbarcati in Grecia nel 1992, in fuga dalla Nigeria. Per vent’anni vivono da clandestini e solo nel 2013 ottengono la cittadinanza, quando Giannis è pronto a volare in Nba. I galloni da superstar però sono lontanissimi: Giannis gioca nella serie B del campionato ellenico, con la divisa del Filathlitikos Basketball Club. Era entrato in squadra a 12 anni, senza nemmeno i soldi per comprarsi le scarpe. Gliele prestava Thanasis, il fratello maggiore di due anni con cui condivide l’ossessione per il basket. Per la famiglia Antetokounmpo, il parquet è l’unico riscatto. Ai tempi, prima scendeva in campo Giannis, con gli under 16 del Filathlitikos: a fine gara si toglie le calzature e le passa a Thanasis, degli under 18. Il passato ritorna, come tributo al fratello: all’All star Game di febbraio (l’amichevole tra i giocatori più forti dell’Nba) Giannis indossava lo stesso modello di scarpe, con la scritta thanks for sharing. I due giocheranno di nuovo insieme. Thanasis è stato appena ingaggiato dai Bucks: 3 milioni di dollari per due anni. Ora, un paio di scarpe a testa, possono permetterselo. L’unico dei fratelli che non gioca a basket è Francis (classe 1988): ha preferito gli scarpini da calcio. Alex (17 anni) promette bene sul parquet e Kostas (22 anni) debutterà quest’anno coi Los Angeles Lakers, al fianco di Lebron James. Bleacher Report ha interpretato l’ingaggio del fratellino come un’esca per portare Giannis in California, alla corte di King James: un duo da fantascienza, tra i più forti di sempre. Ma quello è il futuro.

La svolta della vita è nel 2013, quando i Bucks scelgono Giannis al numero 15 del draft, la selezione delle giovani promesse Nba. Quando arriva il primo assegno da professionista, dimezzato dal fisco, il giovane squattrinato (che non conosceva la tassazione americana) si rivolge al compagno Zaza Pachulia per chiedergli: “C’è un modo per non pagare le tasse?”.

Il primo anno inizia le gare in panchina. Alterna errori madornali a lampi accecanti. Per i fan è The greek freak, il mostro greco, per via delle misure fuori scala: scollina i 2 metri e 11, le braccia sono prolunghe da 225 cm, le mani arpioni da 26 cm. Superata la metà campo, in tre falcate vola a schiacciare. Chiude il primo anno a 6,8 punti di media, tra luci e ombre: troppo esile e timido. Cinque anni dopo, è il miglior giocatore della Lega a 27,7 punti dei media. Spalle e torace sembrano scolpiti nella roccia, nessuno lo intimidisce più. L’anno prossimo potrebbe cambiare squadra. Se imparasse a tirare, 250 milioni potrebbero essere pochi.

Juve, vivaio morto

“Non è da questi particolari che si giudica un giocatore”, cantava De Gregori spronando Nino a non aver paura di sbagliare un calcio di rigore. E tuttavia, nel calcio ci sono particolari che la differenza la fanno eccome: specie al livello dei top club che ogni anno lottano per vincere la Champions. È di questi giorni l’annuncio di Fabio Paratici, responsabile tecnico della Juventus, a proposito della lista dei 25 giocatori da consegnare all’Uefa in vista della prossima Champions: “Possiamo iscrivere 21 giocatori più 4 local player: quest’anno ne abbiamo solo uno, per cui ne iscriveremo solo 22”. Parole che tentano di gettare acqua sul fuoco dopo il grido d’allarme lanciato da Maurizio Sarri: “Dobbiamo fare sei tagli per la lista Champions, questo ci mette in difficoltà; è una situazione imbarazzante”.

Per chi non lo sapesse, i club ammessi ai tornei Uefa possono iscrivere 25 giocatori; 17 free, 4 formati in patria (tra i 15 e i 21 anni devono aver militato per almeno 3 stagioni in un club della federazione d’appartenenza, per la Juve la FIGC) e 4 cresciuti nel club stesso, e cioè i local player di cui parla Paratici. Ebbene: avendo in rosa un solo giocatore formatosi per 3 stagioni nel vivaio, e cioè Pinsoglio, la Juventus più iscrivere soli 22 giocatori. Un guaio grande; perché se oltre a Pinsoglio nel suo vivaio fossero cresciuti, poniamo, Bernardeschi, Buffon e Chiellini, nella lista dei 17 free si libererebbero 3 posti per giocatori ritenuti ora in esubero; e Sarri potrebbe utilizzare in Champions calciatori che oggi rischiano di essere estromessi come Mandzukic, Matuidi, Rugani, Emre Can o altri ancora.

Non c’è bisogno di scomodare Catalano per capire che contare su 25 buoni giocatori è meglio che contare su soli 22. Un recente studio del CIES Football Observatory ha stilato la classifica dei club (di tutto il mondo: ci sono anche River Plate, 21°, e Boca Juniors, 37°) che hanno cresciuto e formato il maggior numero di giocatori presenti oggi nei 5 campionati top: inglese, spagnolo, tedesco, italiano e francese. Ebbene, sapete quali sono i club ai primi due posti? Barcellona e Real Madrid. Il Barça ha 69 giocatori cresciuti nella sua cantera sparsi nei 5 più importanti tornei ma ne ha conservati diversi per sé, da Messi a Piquè, da Busquets a Rafinha, da Jordi Alba a Sergi Roberto. Campioni iscrivibili alla voce local player e che liberano il posto, tra i 17 free, ad altri campioni. Al 2° posto c’è il Real Madrid, al 3° il Lione, al 4° il Manchester United mentre il primo club italiano è la Roma (18^), seguita da Atalanta (19^), Milan (26°), Inter (31°) e Empoli (41°). Non pervenuta la Juventus, che trascura completamente l’aspetto “formazione dei giocatori” nonostante sia il club con più calciatori sotto contratto in Europa; secondo France Football nel 2017 ne aveva 68 contro i 23 di Barcellona e i 28 di Real Madrid e Bayern. Tattica rischiosissima: come dimostra l’insostenibile pesantezza del caso Higuain, rientrato alla base contro la volontà del club e oggi in rosa a costi spacca–bilanci.

Dimenticavamo: la Juve era la squadra più vecchia dell’ultima Champions con l’età media di 29,53 anni. E non c’era Buffon, rientrato all’ovile. È buona programmazione? Come si dice in questi casi: va tutto ben Madama (con la M maiuscola) la marchesa!