Nutella amara: il fatturato vola, lavoratori turchi affamati

Giresun e Ordu (Turchia). Ceylan Teker non ha mai sentito parlare di Ferrero. Eppure da 11 anni la giovane donna si reca ogni estate sulle rive turche del Mar Nero per la raccolta delle nocciole: parte del suo raccolto finisce di sicuro nei vasetti di Nutella, prodotto di punta del colosso alimentare italiano, che assorbe più di un terzo della produzione turca.

Ceylan aveva 12 anni quando, con la sua famiglia, viaggiato la prima volta dal suo villaggio curdo di Yeditas, vicino a Pervari, nel dipartimento di Sanliurfa (sud–est), fino alle colline verdeggianti di Ordu (nord), il regno della nocciola. Circa 700 chilometri, da percorre a bordo di un minibus affollato. Ogni estate, ad agosto, circa 350.000 lavoratori stagionali curdi e arabi arrivano come lei sulle coste del Mar Nero, dalle regioni povere e devastate dal conflitto curdo dell’est e del sud–est della Turchia. Lo scopo? Raccogliere la manna preziosa: 600.000 tonnellate di nocciole in media ogni anno, il 70% della produzione mondiale.

Ceylan, nata in una famiglia di piccoli allevatori con 10 figli, ha vissuto nelle tende lungo i frutteti in cui si ammassano i lavoratori stagionali. Negli ultimi due anni la sua situazione è leggermente migliorata. Il nuovo datore di lavoro, un agricoltore della città di Bulancak, nel dipartimento di Giresun, offre ai lavoratori alloggi con servizi igienici, anche se l’acqua non basta tutti i giorni. Certe cose però non cambiano: le giornate di lavoro durano almeno 9 ore e mezza. Continuano a mancare l’assistenza sanitaria e i contributi per la pensione, anche se la “carta verde”, una copertura universale, dà accesso alle cure di base nei centri medici vicini. Il lavoro minorile (sotto i 16 anni) e femminile: nel gruppo di Ceylan, le donne sono il doppio degli uomini. I curdi sono emarginati dai nazionalisti locali. Per Ceylan, il primo problema è lo stipendio basso. Le prefetture del Mar Nero hanno pubblicato i salari giornalieri: da 85 a 115 lire turche (tra 13,7 e 18,5 euro, ndr.). Ma i salari cambiano con l’etnia: “Sono 85 lire turche per i curdi, 100 per i georgiani, 115 per i lavoratori locali”, riassume Imdat, mezzadro di Kardesler.

Uno studio sulla distribuzione del reddito proveniente dal commercio delle nocciole in Turchia, firmato nel 2017 dalla Fair Labor Association (FLA, sede negli Stati Uniti) indica che una famiglia di 8 lavoratori stagionali guadagna in media 730 dollari (650 euro). Una somma “molto inferiore alla soglia di povertà” calcolata dai sindacati turchi. La FLA non condanna però i produttori, perché “non sono in grado di pagare un salario decente a causa del prezzo della nocciola e del reddito che ne traggono”.

Al limite della sopravvivenza

Analizzando la distribuzione degli utili, la FLA conclude che solo un ottavo di essi (rispettivamente 12,6% e 12,1%) va agli agricoltori. Il resto è suddiviso tra intermediari (14,6% e 13,9%), impianto di lavorazione (30,3% e 31,5%) e rete di distribuzione (42,5%).

Sururi Apaydin non ha il profilo dell’agricoltore–sfruttatore. A 63 anni, il datore di lavoro di Ceylan è allo stremato. Per tutta la vita ha lavorato tra gli alberi di nocciole, gestendo 11 ettari di frutteti. Sururi incassa con tristezza le recriminazioni di Ceylan. “Vorrei offrire ai miei lavoratori un alloggio comodo, ma non ho i soldi”, si scusa. “L’anno scorso, per la prima volta sono andato in perdita, di 3.000 lire turche (490 euro). Ho guadagnato 52.000 lire (8.455 euro) contro 55.000 lire turche (8.945 euro) di spese”. Come Sururi, gran parte dei coltivatori della regione si è impoverito. Rispetto agli esportatori – una trentina di aziende, 5 delle quali controllano la quota maggiore del mercato – e agli acquirenti europei, la miriade di piccoli agricoltori pesa poco nel settore. Le aziende agricole sono tra 430.000 e 500.000, a seconda delle fonti, per 700.000 ettari di frutteti, cioè da 1,4 a 1,6 ettari in media per agricoltore. “Ma se si escludono i 70.000 principali proprietari terrieri, la media scende a 0,8 ettari. In questi casi la produzione si limita a qualche centinaia di chili di nocciole”, osserva Özer Akbasli, ex presidente della Camera dell’agricoltura di Giresun e proprietario di un frutteto di 10 ettari.

L’impotenza dei contadini è anche il frutto delle scelte del governo turco: a cominciare dallo smantellamento della potente “Unione dei coltivatori di nocciole”, la Fiskobirlik, fondamentale nella determinazione dei prezzi. Principale acquirente sul mercato, la cooperativa era stata creata nel 1938. Oggi la Fiskobirlik ha un ruolo di secondo piano ed è sommersa dai debiti. “La svolta è nel 2006, quando il governo ha smesso di acquistare tramite la Fiskobirlik per dare spazio all’Ufficio dei prodotti agricoli (Tmo)”, un’azienda statale che fa capo al ministero dell’Agricoltura, precisa Umut Kocagöz, dottorando che lavora sull’organizzazione dei produttori di nocciole.

I vantaggi del mercato

Senza la Fiskobirlik, molti coltivatori (senza capacità di stoccaggio) devono consegnare il raccolto invenduto ai manav, i piccoli acquirenti locali: così, perdono ogni influenza sul mercato. Quest’anno il prezzo delle nocciole in guscio del Tmo è stato annunciato alla fine di luglio dal presidente Recep Tayyip Erdogan: 16,5 lire turche (2,7 euro) al chilo. I coltivatori sono delusi. “Da quando la Fiskobirlik non compra più una fetta importante della produzione, sono le aziende a dettare le regole”, conclude Abdullah Aysu, presidente del sindacato degli agricoltori Ciftçi-Sen. “Il Tmo non serve a mantenere alto il prezzo delle nocciole, ma a garantire prezzi bassi alle aziende”. La tesi del sindacalista è fondata. Il padre della riforma del 2006, per molti osservatori, è Cüneyd Zapsu: all’epoca un consigliere di Erdogan, a capo di una delle 3 più grandi aziende esportatrici di nocciole del Paese, la Balsu. Tra i primi a beneficiare del prezzo basso c’è Ferrero, il maggiore acquirente di nocciole sul mercato turco: molti accusano l’azienda di volerne assumere il totale controllo. La cultura del segreto è radicata nel gruppo e blocca ogni accesso all’informazione. Alla domanda di Mediapart sui quantitativi di nocciole acquistate in Turchia e sulle aziende partner, il gruppo glissa, parlando di “quantità significative” e di “molteplici fonti”, tra cui i “manav (i piccoli acquirenti locali), altre compagnie locali e esportatori”.

Secondo un rapporto pubblicato lo scorso marzo dalla Camera degli agronomi (Zmo), il 65% degli approvviggionamenti Ferrero arrivano dalla Turchia: più del 30% della produzione turca. Il gruppo è sempre più influente, con l’acquisizione nel 2014 di uno dei tre maggiori esportatori di nocciole, Oltan Gida, diventato Ferrero Findik. Rispondendo per iscritto a Mediapart, Ferrero ha ammesso che un altro dei tre esportatori turchi leader, Balsu, “è tra i fornitori abituali”. L’acquisizione di Oltan Gida ha permesso a Ferrero di raggiungere direttamente i piccoli rivenditori: un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti internazionali. “Quest’anno Ferrero si rifornirà direttamente da me. Comprando le nocciole in anticipo, l’azienda si garantisce la fornitura prima che il Tmo decida sugli acquisti e gli stock”, afferma Kurtulus Bas, manav di Bulancak. Il giovane è preoccupato: “Oggi Ferrero, in posizione dominante, propone ai manav tariffe di acquisto inferiori a quelle che si applicano ai produttori, e alcuni accettano perché hanno prestiti da rimborsare”.

Sulle tariffe in Turchia e le conseguenze sulla vita dei lavoratori, Ferrero ha detto di assumersi tutte le responsabilità, offrendo “la costruzione di alloggi dignitosi per gli stagionali” e “la formazione su temi diversi come le condizioni di lavoro e l’alloggio, il lavoro minorile e giovanile, la discriminazione, il primo soccorso, l’igiene, l’attrezzatura per la sicurezza e gli infortuni sul lavoro”. La holding, che conta 94 società con un fatturato di 10,7 miliardi di euro nel 2018, promuove soprattutto il suo programma Ferrero Farming Values (FFV), in Turchia dal 2012, con l’obiettivo di “incoraggiare il settore della nocciola ad adottare le migliori pratiche con lo scopo di pervenire a un modello di business più resiliente e sostenibile, che crei valore per tutte le parti interessate”. Il programma prevede la diffusione di frutteti–modello, oggi 65, grazie a donazioni di strumenti per aumentare la resa da 80–100 chili a 250 chili per ettaro. “Il programma FFV coinvolge 120 persone, agronomi e esperti sociali hanno già incontrato 42.000 agricoltori”, afferma Ferrero. Ma è proprio questo programma a preoccupare i produttori: per loro è un passo avanti verso l’egemonia dell’azienda italiana. “Ferrero si comporta come fosse il ministero dell’Agricoltura”, afferma Kutsi Yasar, presidente di Findik–Sen. “I suoi collaboratori vanno nei villaggi, distribuiscono sacchi di iuta, fertilizzanti, pesticidi, carte di credito per il carburante. Così crea una dipendenza”. Il sindacalista denuncia l’“uso massiccio” di sostanze chimiche nei cosiddetti frutteti–modello. La preoccupazione è condivisa anche da Refik Aslan, l’unico produttore di nocciole biologiche del dipartimento di Giresun. “Anche se non producono biologico, gli agricoltori usano tecniche naturali, con pochi pesticidi – dice Refik Aslan –. Ma Ferrero vuole produrre molto e in fretta, usando pesticidi e fertilizzanti chimici. È un male per i nostri terreni”. Un attore locale, vicino a Ferrero, ritiene che i buoni samaritani del gruppo italiano abbiano altri scopi: “Con i suoi agronomi, Ferrero stabilisce la produzione futura di ogni piantagione. I dati raccolti vengono analizzati in relazione a quelli delle 17 stazioni meteorologiche dell’azienda in Turchia”, ha affermato la fonte, che preferisce restare anonima. “È un’informazione preziosa”. La fonte teme anche per gli esportatori turchi, il cui numero si è dimezzato negli ultimi 20 anni. “Ferrero acquista le nocciole per sé, ma una parte la rivende a grandi aziende europee, come Nestlé – confida –. Così può eliminare i concorrenti turchi, bisognosi di prestiti bancari”. Abdullah Aysu, presidente del Ciftçi–Sen, è d’accordo. “Data la frammentazione dei terreni e la miriade di proprietari, Ferrero non può comprare i frutteti. Ma può prenderne il controllo, diventando l’unico acquirente”, dice il sindacalista. Secondo lui, solo con la cooperativa di produttori si eviterebbe il monopolio.

 

Il principe Andrea a casa di Epstein: è in un video del 2010

Nuove grane per la Corona inglese. In un video diffuso dal Daily Mail e risalente al 2010 si scorge in un’inquadratura, anche se molto sgranata, il principe Andrea. Nella casa di Manhattan di Jeffrey Epstein, il miliardario al centro di un’inchiesta per abusi sui minori che si è suicidato in carcere qualche giorno fa. Il filmato mostra il Duca di York mentre saluta una donna che sta lasciando l’appartamento meta di un andirivieni di ragazze, tra cui quella che si accompagna all’imprenditore. Otto giorni fa la testimone chiave del caso ha raccontato di essere stata costretta a rapporti sessuali con diversi personaggi quando era ancora minorenne, tra i quali il figlio della Regina Elisabetta. Il video è stato pubblicato lo stesso giorno in cui il ministro britannico per la Brexit, Steve Barclay, ha firmato la legge che cancella l’atto di adozione delle leggi europee da parte del Regno Unito del 1972. “Un passo storico”, ha commentato il governo britannico. L’annullamento dell’European Communities Act entrerà in vigore il 31 ottobre, data in cui la Gran Bretagna lascerà l’Unione europea, con o senza accordo.

Nella farsa della politica meglio la ‘vecchia’ prof: “Prima pensa poi parla”

Ci sono momenti della vita in cui vieni rituffato nel tuo passato da meccanismi inconsci. Non vi cerchi niente. Semplicemente e fulmineamente vi “trovi” qualcosa. Trascinato come per una legge di gravità a rivedere una persona, una “storia”. Mi è capitato in questi giorni. Il saloon politico, il ridicolo che si traveste da tragico e viceversa, mi hanno riportato alla memoria una professoressa di matematica che credo non sia più viva. Non ricordo purtroppo il nome (Carla?), ma ricordo con certezza il cognome: Fantoni. E ricordo con certezza anche l’indirizzo privato: piazza Castello 19, Milano. Era lì che le mandavo le cartoline che i miei mi avevano educato a inviare ai professori nei lunghi mesi estivi. Mi insegnava le espressioni, i teoremi e i postulati mentre frequentavo la scuola media “Giuseppe Parini”, allora considerata la più severa di Milano e provincia, fisicamente comunicante con il celebre liceo classico.

La scuola media possedeva al tempo qualcosa di elitario, non essendo ancora stati unificati gli studi successivi alla licenza elementare. E dal punto di vista dell’italiano e della matematica, della storia e della geografia, della lingua straniera e perfino dell’educazione civica, quel che vi si imparava equivaleva e talora superava quel che si impara oggi in molte scuole superiori. La professoressa Fantoni era il modello ideale di quella scuola. Aveva del suo ruolo un senso altissimo. Una volta disse ai suoi alunni, che poco potevano capire di quanto accadeva fuori del loro mondo, che non condivideva uno sciopero degli insegnanti appena proclamato. Che pensava che un professore non potesse scioperare: “Per decoro”, disse. E che piuttosto avrebbe “mangiato patate” tutta la vita.

Mi colpì il riferimento al “decoro”, mentre non altrettanto mi capitò per le patate, di cui ero ghiotto. Credo oggi che in lei albergasse un animo nobilmente conservatore. Quasi militare. Non per nulla ci annunciò un giorno “voi dovete essere i miei soldatini”, monito che non mi sconvolse affatto, stabilendo anzi un formidabile raccordo con il mio luogo di vita abituale, la caserma. Avrei saputo solo mezzo secolo dopo che la medicina inserisce tra i cinque principali fattori di lunga vita l’armonia tra l’ambiente casalingo e l’ambiente di lavoro. Ma il monito si proiettava anche nelle pratiche scolastiche.

Libri e quaderni di ogni alunno dovevano essere rivestiti di carta dello stesso colore per ogni materia, per evitare che la singola disciplina diventasse “un carnevale”. Sosteneva che ordine estetico e ordine mentale vanno di pari passo, e in questo la spalleggiava a casa mio nonno materno. Oggi devo dire che, nonostante sia passato per la buriana dissacrante del Sessantotto, mi capita talvolta di darle ragione. Specie quando devo constatare, con una sorta di pena interiore, come assenza di decoro, disordine estetico e disordine mentale producano un frullato di sguaiataggine e di riduzione degli orizzonti cognitivi (nella scuola media di allora erano importanti) anche ai livelli più alti della società e del potere.

Non so quanto la professoressa Fantoni amerebbe sentirsi ricordare per queste cose anziché per la sua bravura nello spiegare ai propri “soldatini” la concatenazione logica delle operazioni, il più e il meno dell’algebra o i teoremi di Euclide o di Pitagora. Ma ogni tanto agli insegnanti succede. Di essere ricordati soprattutto per la gentilezza o per una frase pronunciata d’istinto, soffio inconsapevole uscito dalla cattedra. Così lei viene da me oggi “condannata” a essere ricordata per questi dettagli ma soprattutto per la sua magistrale storia delle “undici pi”, che a noi proponeva come massimo precetto per la vita, non solo scolastica.

Diceva così, la storia: “Prima pensa poi parla, perché parola poco pensata può portare pregiudizio”. Ecco perché mi è venuta irresistibilmente alla memoria lei, ad agosto. Di fronte ai caroselli di frasi che ne smentivano quintali pronunciate prima (ne ha dato un vivido saggio su questo giornale il direttore), di fronte alle giravolte verbali che mettevano a nudo inettitudini cosmiche, alle parole in libera uscita – nemmeno il tempo di pensarle – e al “niente mischiato col nulla” di spin doctor e consulenti d’immagine, è riemersa come un gigante del pensiero dai primissimi anni sessanta, l’insegnante amante del decoro e dell’ordine. Tutti a scuola dalla professoressa Fantoni: “Prima pensa, poi parla, perché parola poco pensata può portare pregiudizio”.

Il gioco omicida della politica sulla pelle dei migranti

Qual è il quadro più sconvolgente che può vedere chi incrocia per mare in queste settimane d’agosto, sulle stesse rotte dei migranti che la biopolitica fascio–liberista degli europei costringe oggi a morire? La Decollazione di San Giovanni Battista, a Malta. Non c’è quadro più alto, più drammatico, più sacro non solo in tutta l’opera di Caravaggio ma forse nemmeno in tutta la pittura dell’età moderna. Per trovare qualcosa di comparabile bisogna richiamare alla mente Il 3 maggio del 1808 di Francisco Goya o Guernica di Picasso. Altri quadri in cui la rappresentazione della morte violenta diventa denuncia della violenza omicida del potere politico. Viene in mente il titolo di un famoso bellissimo saggio di Michel Foucault: Sorvegliare e punire. Il rapporto del potere con i corpi, il controllo della vita e la punizione finale: la condanna a morte, la decollazione. Tutto questo su un altare. Siamo nell’Oratorio di San Giovanni Decollato annesso alla Concattedrale di San Giovanni alla Valletta: e la pala d’altare rappresenta uno spazio squallido. Opprimente, angosciante, anonimo. Niente di speciale: così come non ha niente di speciale, così com’è banale il male che occupa la scena

L’orrore corre sulla tela

Mai su un altare era stata issata una scena così profondamente immersa nelle tenebre e nel male, senza un filo di grazia e di speranza. È un quadro che Caravaggio dipinge probabilmente fra il marzo e il luglio del 1608. Marzo perché in quel mese arriva da Roma il placet di Paolo V: questa persona, non nominata, che ha commesso un omicidio può entrare nell’ordine dei cavalieri di Malta. Luglio perché il 14 di quel mese Caravaggio diventa cavaliere e quest’opera – unico caso in tutta la sua produzione pittorica – è firmata “Frà Michelangelo”. Salomè – la figlia di Erodiade che ha danzato per Erode conquistando questo trofeo terribile: la testa del Battista – si piega in avanti. La vediamo di profilo, in un abito seicentesco: è una figura svelta, senza precedenti nell’opera di Caravaggio. Accanto a lei la nutrice che inorridisce, la figura forse più umana, certo quella più empatica: una buona vecchia che sembra provare ciò che proviamo noi: orrore e angoscia.

Del secondino sono indimenticabili la grande barba la testa rasata, e soprattutto quel mazzo di chiavi che gli pendono dalla cintola: sono proprio l’emblema del potere. Serrare, rinchiudere, punire. E poi tutta una premonizione di carcerazione, di chiavi, di grate e di corde: un Caravaggio che rappresenta la storia sacra incarnandola profondamente nella propria esperienza. Il carnefice è l’unico boia triste della storia dell’arte: un boia incapace, che non è riuscito a tagliar la testa al Battista e si accinge a usare il pugnale che si chiamava “misericordia” proprio perché doveva mettere fine alle sofferenze atroci del condannato. Il Battista, poi, è l’unico vivo: l’unico che sia lì consapevolmente. Anche se è ormai quasi morto, circondato da figure immobili come statue, prigioniera ognuna del proprio destino. Incapace di fare alcunché.

Infine questo vuoto incombente, schiacciante: che è il vero protagonista dell’opera. Un vuoto che Caravaggio si porta dietro da Roma, dal suo studio: e che qua diventa invece il suo altro luogo, il luogo del carcere. E che quindi negli altri quadri siciliani assumerà un valore ancora più espressivo, esistenziale. Drammatico. E in tutto questo vuoto due compagni di cella del Battista. Come i due ladroni per Gesù: due che si chiedono se saranno i prossimi. Raramente in un quadro sacro, in un quadro d’altare, vediamo questo tipo di sentimenti: questo calarsi nel pozzo più profondo e nero dell’animo umano. Perché pregare e non urlare di fronte a questa pala d’altare? Siamo davvero all’apice della libertà di Caravaggio, che ci racconta come finiscono terribilmente tutti i suoi san Giovannini, così amati: questi ragazzi adolescenti, tutti ritratti dei suoi modelli. Ebbene, finiscono così: schiacciati a terra da un carnefice che ci ricorda terribilmente la figura di un poliziotto che reprime un manifestante. Così finisce chi si mette contro il potere.

La firma con il sangue

E Caravaggio, come firma? Firma nel sangue. Firma nel sangue questa tela enorme: una tela larga 5 metri, la più grande che abbia mai dipinto, e che probabilmente ha dipinto in loco: di fronte agli occhi sbigottiti dei novizi. La pozza di sangue di san Giovanni si dilata in una scritta: “Frà Michelangelo”. Quanto si è discusso su questo sangue, su che cosa voglia dire: è un battesimo di sangue, è una allusione alla sua vita sempre sull’orlo della morte della violenza, o è una trovata, un’idea da pittore? Il rosso, infatti, è il re dei colori. C’è probabilmente tutto questo.

L’unica speranza per Caravaggio è la pittura: il rosso del sangue e il rosso del colore sono un’unica cosa, un unico destino. Perché il corpo e il suo rapporto terribile col potere sono l’unica cosa che a Caravaggio interessa davvero. E ancora ai nostri giorni – accanto all’isola di Malta, intorno a quella chiesa e a questo monumento nero e grandissimo – tra l’Africa e l’Italia, il potere gioca con i corpi dei poveri il suo eterno gioco omicida.

La polizia segreta di Tito dietro l’eccidio di Vergarolla

Estate del 1946. L’Italia, da poco più di due mesi, era una Repubblica. Il re Umberto II di Savoia aveva raggiunto l’esilio di Cascais. Si era insediata l’Assemblea Costituente, che aveva eletto Enrico De Nicola a capo provvisorio dello Stato. C’era però un altro lembo di Italia, e c’erano degli italiani, in quei giorni, divisi dalla madre patria: gli italiani dell’Istria, di Fiume e di Zara, passati sotto il controllo jugoslavo. Soltanto la città di Pola non era finita in mano al maresciallo Tito, e rimaneva ancora una enclave retta dall’amministrazione anglo-americana. Pola, almeno formalmente, era comunque sempre territorio italiano. Fu proprio lì, sulla spiaggia di Vergarolla, che alle 14.10 di domenica 18 agosto 1946 ventotto mine sottomarine, che erano state disinnescate dalla nostra Marina e posate sull’arenile di Pola, esplosero.

Nove tonnellate di tritolo investirono gli uomini, le donne, i bambini, che affollavano il luogo per assistere a una gara di nuoto. Morirono oltre 110 persone, forse le vittime furono 116. Il quotidiano La Stampa, due giorni dopo, titolava: “Sventura a Pola. Un’esplosione di mine semina la strage – Bagnanti dilaniati dalla deflagrazione – Circa settanta vittime, ma si teme che esse siano più numerose – Si tratta di un attentato?”. L’Unità,invece, il quotidiano del Partito comunista, del tutto filo-jugoslavo, parlò di un incidente e titolò il 21 agosto: “Gli anglo-americani responsabili della strage di Pola”. Si scrisse che il vescovo di Pola aveva “stigmatizzato con roventi parole le autorità angloamericane, che presidiano la zona, chiamandole ‘responsabili’ della tragedia per non aver rimosso le mine dalla spiaggia”.

La strage di Vergarolla, per decenni, venne dimenticata. In Jugoslavia, poi, il silenzio fu assoluto per più di mezzo secolo. Un oblio generale, in ogni caso, che venne infranto, ma invano, solo dai parenti delle vittime e dalle associazioni dei profughi italiani dell’Istria e della Dalmazia. Oggi, sulla scorta di testimonianze e di indagini, il giornalista Dino Messina può affermare nel suo recente libro-inchiesta Italiani due volte. Dalle foibe all’esodo: una ferita aperta nella storia italiana (Solferino, 298 pagine, 16,50 euro) che la strage di Pola fu “forse la maggiore nell’Italia repubblicana”. Perché avvenne in un pezzo di Italia “dopo il referendum del 2 giugno che aveva sancito la vittoria della repubblica e prima del trattato di pace del 10 febbraio 1947, che assegnava quasi tutta l’Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia”.

Anche ieri, un 18 di agosto che è caduto di nuovo di domenica, l’Associazione italiani di Pola e dell’Istria – Libero Comune di Pola in Esilio ha commemorato al Duomo di Pola le vittime dell’eccidio. E adesso si sa che quelle mine esplosero non per caso, per un incidente, ma perché qualcuno le aveva riattivate con un detonatore. Fino a qualche anno fa, tuttavia, il massacro di Vergarolla resisteva esclusivamente nella memoria dei profughi e nella pubblicistica locale. “Ho provato a chiedere ad amici, giornalisti e scrittori”, scrive Messina, “se sapessero di questa strage”. Ebbene, continua, “i miei amici colti non avevano mai sentito parlare di questa strage in cui morirono più di 110 persone”. È dunque una delle tante ferite che compongono la “ferita aperta” della tragedia degli esuli giuliano-istriano-dalmati, che Messina, che ha lavorato per trent’anni al Corriere della Sera, ha indagato non con un “saggio storico”, come spiega, ma con un’inchiesta “attraverso le varie tappe di un dramma nazionale che, dopo l’istituzione del Giorno del Ricordo, nel marzo del 2004, non è più tabù, ma stenta ancora a essere pienamente considerato”.

Chi provocò l’eccidio di Vergarolla? Secondo Lino Vivoda, un esule, che nella strage perse il fratellino, racconta Messina, “si trattò di un attentato dell’Ozna, la polizia segreta jugoslava”, con lo scopo di esercitare una pressione sulla popolazione italiana in vista del trattato di pace. Prima del 10 febbraio 1947, infatti, 28 mila italiani di Pola, su un totale di circa 30 mila abitanti, se ne andarono. Altre ipotesi chiamano in causa alcuni non meglio identificati “gruppi nazionalisti italiani”, che avrebbero organizzato l’attentato per screditare la Jugoslavia e sabotare le trattative di pace. Certo è che all’epoca, nella relazione sull’accaduto fatta dagli esperti del comando britannico, si stabilì che “gli ordigni sono stati deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sconosciute”. Claudio Bronzin, l’ultimo testimone sopravvissuto di quel 18 agosto 1946, ha rammentato a Messina che “la strage di Vergarolla fu il segnale che gli italiani non avevano più un futuro a Pola, nonostante la maggior parte risiedesse in Istria da secoli”.

L’eccidio di Vergarolla, il maggiore nell’Italia repubblicana, è finalmente assurto agli onori della storia, ma senza avere mai avuto un colpevole certo. Meno incerto è l’inizio, forse, di una memoria condivisa: nel 2017 c’è stata la prima commemorazione congiunta delle vittime da parte di autorità italo-croate.

Greta, il clima è cambiato: l’ecologia domina l’agenda

“In sei mesi Greta ha fatto quello che noi scienziati non abbiamo fatto in 30 anni”. Era maggio quando il fisico del Cnr Antonello Pasini, ringraziava apertamente la giovane svedese per aver dato voce alla preoccupazione di centinaia di scienziati, che da decenni documentano inascoltati il cambiamento climatico. Eppure fino a quel 20 agosto del 2018, quando una sconosciuta Greta Thunberg per la prima volta si è seduta con il suo cartello di legno e la celebre scritta Skolstrejk för klimatet (“sciopero per il clima”) sotto il Parlamento svedese, il riscaldamento globale era tema ancora elitario. Per dare un’idea di ciò che è accaduto in neanche un anno, a giugno scorso – secondo una ricerca Ipsos su un campione di ragazzi dai 18 ai 24 anni – l’84% dei giovani italiani si è detto convinto senza interventi radicali “si andrà incontro a un disastro ambientale”. Secondo la ricerca un 14–15enne su quattro ha aderito ai FridaysforFuture, un movimento spontaneo di ragazzi nato dai messaggi di Greta e che si è formato attraverso un tam tam inarrestabile in tutte le città del mondo, portando in piazza – per lo sciopero globale sul clima del 15 marzo scorso – 1.800.000 persone (450.000 solo in Italia). Sulla scia dei Fridays sono nati anche i Parents For Future, gruppi di genitori sparsi nel mondo e angosciati per il futuro dei loro figli. Intanto, il “fenomeno Greta” ha fatto raddoppiare le vendite di libri a sfondo ecologico per bambini.

Ma per capire perché questa sedicenne di un ricco Paese del nord Europa, sulle cui spalle oggi si appoggiano in tanti – compreso il Segretario generale dell’Onu António Guterres che sta implorando i Paesi di assumere misure più ambiziose di quelle stabilite nell’accordo di Parigi – bisogna analizzare non solo la sua storia familiare, ma anche la sua psicologia e il suo lessico. Della sua infanzia si sa molto, perché è stata lei a raccontarla nel libro scritto con la madre, Malena Emman, La mia casa in fiamme (Mondadori): a 8 anni capisce cosa sia il riscaldamento globale, a 11 soffre di una depressione dovuta a diversi fattori, poi si apre con i genitori che iniziano a supportarla e condividere le sue scelte, come non mangiare proteine animali e smettere di volare. Forse per timidezza e per segnalare i suoi stessi limiti, Greta ha sentito il bisogno di definirsi, sui suoi seguitissimi social network (oltre 2,5 milioni su Instagram), “una sedicenne con l’Asperger”. Come nel caso di migliaia di altri leader morali prima di lei, un lieve disturbo, o meglio una sensibilità più esacerbata, ha prodotto in Greta un modo di pensare lineare e radicale, che inchioda al punto. Che è soprattutto uno, sui cui la giovane attivista torna continuamente: l’aumento dei gas serra nell’atmosfera e il conseguente aumento delle temperature. È il tema al centro di tutti i suoi discorsi, che colpiscono per il contrasto tra la sua voce mite e la durezza dei concetti. Celebre il suo discorso al World Economic Forum di Davos, in gennaio: “Non è tempo di parlare gentilmente, è tempo di parlare chiaramente. E non è vero che esistono i grigi: o conteniamo le emissioni oppure no, o andiamo avanti come civiltà oppure no. Voglio che proviate panico, voglio che agiate”.

Sotto accusa, oltre i politici, la cui inazione è un “crimine”, i mass media, che non parlano della crisi climatica. “La nostra casa è in fiamme, ma nessuno fa nulla”, ha detto a Roma, in Senato, riferendosi per contrasto alla gara di solidarietà per ricostruire Notre Dame. Il resto è stato un susseguirsi di riconoscimenti: eletta a marzo Donna dell’anno in Svezia, entrata ad aprile nelle 100 persone più influenti dell’anno per il “Time”, premiata a giugno con il riconoscimento di Amnesty International come “Ambasciatore di coscienza”, ricevuta dal Papa e dai potenti della Terra, candidata al Nobel per la pace (con buona chancedi vincerlo). Puntuali, ovviamente, sono arrivate le critiche: di essere manipolata dall’alto, di puntare ai soldi, di creare panico ingiustificato. Nulla che l’abbia scalfita più di tanto, anche perché – purtroppo – i fatti stanno parlando per lei, nell’estate in cui i ghiacciai collassano e l’Artico va a fuoco, col rischio d’innescare una catena di eventi senza precedenti. Infatti se oggi, mentre naviga nelle acque dell’Atlantico per andare al summit Onu sul clima, le chiedeste se è felice lei risponderebbe di no, perché “le emissioni stanno aumentando e non sappiamo cosa potrebbe accadere”.

D’altronde, non è la speranza il sentimento a cui si appellano i Fridays, ma la paura e la rabbia verso la propria esistenza messa a rischio. Per questo non propongono un vago ambientalismo o aggiustamenti green che consentano lo stesso stile di vita e una crescita infinita: rivendicano invece una rivoluzione di vita, mentre invitano ad allertare le coscienze. “Non ci siederemo mai al tavolo con i politici, vogliamo che i politici si siedano al tavolo con gli scienziati”, hanno detto. Qualcuno si è chiesto se la radicalità di Greta – che il filosofo Slavoj Zizek ha definito una “moderna Antigone” – sia compatibile con la democrazia. Ma anche in questo caso lei direbbe che “la biosfera se ne frega delle nostre parole”. E in fondo non è stata lei, né quei giovani a cui oggi è impedito di votare, a causare una situazione così grave per cui non c’è più tempo di discutere.

Il ministro Trenta: “La politica dei muri non funziona”

“Con il leaderdella Lega mai più. Chi ha tradito una volta, è pronto a rifarlo”. E sui migranti “serve fermezza sui confini, la politica dei porti chiusi e dei muri, non funziona di fronte a un fenomeno come quello migratorio”: a dirlo ieri è stato il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, in una intervista a La Stampa in cui ha spiegato che “serve semmai più Europa e un intervento massiccio per stabilizzare economicamente e politicamente alcune regioni dell’Africa”. E sottolineato l’esistenza di molti dossier aperti “sui quali stavo lavorando, e che temevo di dover abbandonare incompiuti. Ma tanta gente ci sta dicendo di andare avanti”. Alla domanda se tornerebbe con la Lega il ministro è stato chiaro: “Io penso che chi ha tradito una volta, tradirà di nuovo. E che quella della Lega sia una porta che non vada riaperta”. Poi il Pd: “Non saprei – ha detto -. In questo momento serve silenzio e tempo per trovare una soluzione“. Qualsiasi governo arriverà “dovrà puntare i piedi e al tempo stesso collaborare con l’Europa. Non si può aprire a tutti, ma se decidiamo di aprire in un certo modo, dobbiamo avere la capacità di comunicarlo e di non creare attriti tra le fasce più deboli della popolazione”.

La Ocean Vikings è in mare da dieci giorni. Medici Senza Frontiere: “In 365 sotto stress”

C’è anche un’altra nave delle Ong che attende di sapere dove dovrà attraccare: la Ocean Viking trasporta 356 migranti tra cui, secondo le comunicazioni ufficiali, 103 minorenni. L’imbarcazione gestita da SOS Méditerranée e Medici senza Frontiere ed è in mare da nove giorni, nelle acque tra Malta a Lampedusa in attesa di un porto sicuro. A bordo c’è anche un migrante in cattive condizioni di salute: “I nostri medici stanno monitorando attentamente un paziente, le cui condizioni sono peggiorate rapidamente – scrivevano ieri su Twitter – . Stiamo cercando di tenerlo il più stabile possibile nella clinica a bordo ma è solo una soluzione a breve termine”. Poi l’esortazione a sbarcare a causa dello stress psicologico. “Sono stati e sono esposti a un fortissimo stress psicologico, dovuto a ciò che hanno visto o subito in Libia ma anche alla loro prolungata permanenza sulla nave. È quello che preoccupa di più”.

Salvini specula sulla pelle dei minori: è lui che rinnega se stesso, non Conte

Che quando si divorzia il rischio è che a rimetterci siano soprattutto i bambini, lo sa pure Matteo Salvini. Che dopo aver innescato la crisi di governo ora ha alzato l’asticella dello scontro con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte fino a coinvolgere i minori non accompagnati a bordo delle navi della speranza. Che almeno fino ad ora erano sempre stati fatti sbarcare con una certa rapidità, assieme alle persone bisognose di cure immediate.

Un esempio? Un anno fa, mentre si consumava un duro braccio di ferro con l’Europa per un accordo sulla redistribuzione dei 177 migranti a bordo di Nave Diciotti attraccata a Catania, 27 under 18 vennero fatti scendere in poche ore, con la benedizione di Salvini: “Ci sono bambini? Scendano anche subito” disse allora il ministro dell’Interno la cui priorità era strigliare l’Europa. Come pure quella del premier Conte, sebbene con altri toni. Perchè il mese precedente i paesi dell’Ue avevano fatto la loro parte dando la disponibilità a farsi carico della maggior parte dei 477 arrivati a Pozzallo. “Oggi per la prima volta potremo dire che sono sbarcati in Europa”, era stato il commento di Palazzo Chigi. “Una vittoria politica” aveva detto il ministro dell’Interno. Ma poi l’Ue in occasione della Diciotti aveva ripreso a tacere o a balbettare. Ma i bambini, come detto, erano stati fatti scendere subito o quasi. Come era avvenuto prima e come sarebbe stato nei mesi successivi.

Ora però le cose sembrano cambiate. Perchè per arrivare allo sbarco dei 32 identificati come minorenni a bordo della Open Arms ci sono voluti 16 giorni. E due lettere del presidente del Consiglio con cui ha intimato a Salvini, nel rispetto “della normativa in vigore, ad adottare con urgenza i necessari provvedimenti per assicurare assistenza e tutela ai minori presenti nell’imbarcazione”.

Fatti scendere dal ministro dell’Interno “suo malgrado”. E questo nonostante il richiamo arrivato dai giudici minorili di Palermo che nei giorni scorsi si erano fatti sentire con i ministri competenti per ricordare il diritto degli under 18 a bordo di Open Arms di essere accolti in strutture idonee. E il pressing del premier stesso a cui Salvini ha replicato accusandolo di voler far sbarcare tutti, d’accordo con Renzi e il Pd. Allarme rilanciato da quotidiani come Libero che spara in prima pagina: “Conte scarica i leghisti e accoglie i clandestini. Invasione in vista”.

E questo nonostante il presidente del Consiglio abbia chiarito come la linea in fatto di immigrazione resti la stessa: esigere l’applicazione delle conclusioni del Consiglio europeo di giugno 2018 per una redistribuzione immediata delle persone salvate in mare (Ursula von der Leyen si è impegnata sul punto). Tanto più, per tornare al caso Open Arms, che il Tar del Lazio, ravvisando la violazione di norme del diritto internazionale del mare, ha sospeso il decreto con cui Salvini vietava alla nave di entrare in acque territoriali.

Madrid vuole Open Arms: “Sceglietevi voi il porto”

Sono passate da pochi minuti le sette di domenica mattina e Oscar Camps, il fondatore di Open Arms, inizia su Twitter un lungo braccio di ferro con Matteo Salvini: “Alle 22 (di sabato sera, nda) un barcone con 57 persone ha superato l’imponente dispiegamento di polizia, guardia di finanza, il decreto sicurezza, tutto il governo, incluso il Tar del Lazio e ha attraccato al porto di Lampedusa. Quello che sta facendo Salvini è una campagna contro Open Arms”. E continua, parlando degli sbarchi fantasma: “Solo l’8% di tutte le persone arrivate in Italia via mare durante il 2019 sono state sbarcate dalle Ong, sono dati del Viminale”. Allega una semplice infografica e un’altra stoccata al ministro degli Interni. Il segretario della Lega risponde, sempre su Twitter: “Non mi fate paura, mi fate pena. Io non mollo”. Dopo 17 giorni di mare con 107 naufraghi a bordo della Open Arms la situazione è ancora bloccata.

All’ora di pranzo arriva l’accelerazione. La Spagna offre un porto per lo sbarco. Viene indicato Algeciras, che si trova accanto allo stretto di Gibilterra. Il porto mediterraneo più lontano da dove è ormeggiata la Open Arms: 950 miglia nautiche, sei giorni di navigazione da Lampedusa. Algeciras è ritenuta da Madrid la meta più idonea per gestire l’identificazione dei naufraghi. Nella penisola iberica, dall’inizio dell’anno, sono sbarcate oltre 15mila persone, contro le 3mila arrivate nel nostro Paese. Per far fronte a questo flusso in aumento è stato aperto un nuovo centro di accoglienza a ridosso del porto gaditano.

Quando sulla Open Arms si diffonde la notizia di un possibile viaggio verso la Spagna la situazione diventa incontrollabile. Nessuno vuole riprendere il largo. Quattro persone mettono un giubbetto di salvataggio e si buttano in mare. La Cala Francese, una delle più belle spiagge delle isole pelagie, dista meno di un chilometro da dove è ormeggiata la nave. Diversi membri dell’equipaggio si tuffano e fanno tornare a bordo i quattro migranti. La corrispondente della televisione pubblica spagnola, che si trova sulla nave, riporta di un’aggressione da parte di chi è rimasto sulla nave nei confronti di chi si era gettato in mare.

Negli stessi minuti Salvini fa una diretta su Facebook: “Chi la dura la vince. Avete visto dopo 17 giorni, hanno aperto un porto spagnolo” parla usando il tono di chi segna un punto importante. “Ne abbiamo viste di ogni da questa nave di una ong spagnola – continua Salvini – e io ero solo contro tutti. Mi scriveva il presidente del Consiglio e i colleghi Trenta e Toninelli non hanno rifirmato il divieto di ingresso nelle acque territoriali e la procura di Agrigento ha aperto un fascicolo per sequestro di persona. Devo finire in galera perché ho difeso i confini del mio Paese? Lo farò, a testa alta”.

Appena tornata la calma dalla Open Arms viene lanciato un nuovo messaggio. “Non andiamo ad Algeciras, non ci sono le condizioni per fare una settimana di navigazione”. La barca, i 107 naufraghi e i 13 membri dell’equipaggio si trovano in un limbo da diversi giorni. Il Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo, che fa capo alla Guardia Costiera, quindi al ministero delle Infrastrutture, ha fatto sapere che c’è impedimento per entrare in porto, però l’autorizzazione deve arrivare dal Viminale o dalla Procura. Sabato Salvatore Vella, il procuratore aggiunto di Agrigento, ha inviato polizia scientifica e medici a bordo della barca, per verificare lo stato dei naufraghi.

Forte di questa visita, Open Arms nel tardo pomeriggio di ieri ha mandato una richiesta formale alle autorità portuali di Lampedusa per uno sbarco d’emergenza dei migranti “o comunque per il loro trasbordo su una nave adeguata a raggiungere il porto di Algeciras in tempi brevi e compatibili con la situazione in atto”. Non c’è stato il tempo di rispondere e da Madrid, attorno alle 21, arriva una controfferta alla Ong: “Scegliete il porto sicuro spagnolo più vicino”. Questo apre ai catalani la possibilità di approdare alle Baleari, tre giorni di navigazione. Tanti per le condizioni a bordo della nave, ma la metà rispetto al porto di Algeciras.

A fine giornata c’è l’offerta del ministro Toninelli: “La Guardia Costiera è pronta ad accompagnare l’Ong verso il porto spagnolo, con tutto il sostegno tecnico necessario, per far sbarcare lì tutti i migranti”. Adesso tocca a Open Arms decidere se vuole rischiare le ire di Salvini o accettare di diventare uno strumento nella mani di Pedro Sanchez. Il primo ministro madrilegno ha detto di essere pronto a denunciare l’Italia al Tribunale dei Diritti dell’Uomo.