Trovato in un burrone il corpo senza vita del turista francese

Lo hanno trovatoieri, dopo 9 giorni, cadavere. Simon Gautier era nel dirupo del golfo di Policastro da dove aveva telefonato al 118, dolorante e angosciato, la mattina del 9 agosto: “Aiuto, sono caduto in una scarpata, ho entrambe le gambe spezzate, stavo andando a piedi da Policastro verso Napoli”. La chiamata del 27enne francese, da due anni studente a Roma, non è stata sufficiente a far geolocalizzare con precisione lo smartphone e l’escursionista è morto aspettando invano i soccorsi. Negli ultimi giorni quasi 200 persone tra carabinieri, finanzieri, vigili del fuoco, speleologi e semplici volontari e amici stavano setacciando palmo a palmo boschi e sentieri di una zona di circa 150 chilometri quadrati, fino a concentrare l’attenzione lungo un sentiero nei pressi della spiaggia della Molara a Scario, dove la notte prima della scomparsa il giovane avrebbe dormito in tenda, e dove erano state ritrovate tracce di sangue. Il corpo di Simon è stato individuato dagli uomini del soccorso alpino in un burrone di una zona di Belvedere di Ciolandrea, nel comune di san Giovanni a Piro.

“Non parli di abusi, non ti voglio”, un altro audio choc a Bibbiano

Sono state diffuse ieri altre intercettazioni sul presunto sistema di affidi illeciti in Val d’Enza, su cui ha acceso i riflettori l’inchiesta della Procura di Reggio Emilia. Nei nuovi audio circolati, trasmessi durante un servizio del TgR Emilia-Romagna, si sente una madre affidataria che lascia una bimba sotto un temporale e la sgrida perché non parla di abusi subiti ma che non sarebbero mai avvenuti. “Scendi, io non ti voglio più”, grida la donna, madre affidataria, in una intercettazione ambientale dei carabinieri, a una bambina tolta alla sua famiglia, e che viene cacciata dall’auto sotto un temporale. In un altro audio, la stessa donna sgrida la bimba perché non racconta su un diario di abusi subiti in passato che, secondo quanto emerge dall’inchiesta, non ci sarebbero mai stati. “Tu non ci scrivi perché c’hai paura di scrivere” dice la donna. E dagli atti la conversazione prosegue, sempre urlando: “Anziché dire… io sono così perché mi è successo questo! Piuttosto che dare la colpa a quelli che ti hanno fatto male dai la colpa a quelli che ti vogliono bene!”. “Anziché dire sono stati loro (i genitori naturali, ndr) a farmi male no… sono Michela e Andrea (nomi di fantasia, ndr) che mi sgridano… troppo comodo”.

La rivoluzione di Capalbio un modello per il governo

Per capire la crisi politica divampata a Roma suggerisco di guardare a Capalbio, che non cessa mai di stupire. Lì alle Europee Salvini ha fatto il botto col 47% stracciando tutte le altre formazioni. Ma quando nelle stesse ore si è votato per le Comunali la Lega è andata ko, restando senza seggi. La risposta è chiara: i leghisti sbaragliano i politici, ma perdono contro le liste civiche. Trionfano con la propaganda, ma crollano se devono misurarsi con la vita quotidiana. Nel borgo toscano è successo un miracolo di cui i media non hanno avvertito il peso. Spazzato via il Pd che ha governato il Comune per decenni, mandato a casa un sindaco che non ha raccolto neppure i voti degli amici, tacitati i maggiorenti locali, inclusa la cosiddetta intellighenzia della “piccola Atene”, come è stata incautamente chiamata. Frequento Capalbio e suggerisco un’interpretazione.

L’armata Salvini non è stata sconfitta dai partiti, bensì da una minuscola aggregazione formata da professionisti, semplici cittadini e alcuni giovani, provenienti in gran parte da sinistra. Hanno vinto anche grazie al voto di molti immigrati, proprio qui, dove tre anni fa si era sollevata una sommossa – lo ricordate? – quando si era paventato “il pericolo” di dover ospitare poche decine di profughi, che avrebbero turbato il riposo dei vacanzieri. La nuova giunta ha il compito di ricostruire una rete che il Pd ha frantumato, diventando prima renziano e ora zingarettiano. Eterodiretta dai veri fondatori del borgo (editori, ambasciatori e manager di stato arrivati da Roma per le vacanze), l’azione del Pd si è improntata al non fare, di modo che personaggi illustri non dovessero incrociare le folle.

Il tacito patto ha salvaguardato il territorio dalla gentrificazione, ma a scapito del futuro. L’inerzia ha lasciato deperire la campagna, è stata abbandonata la cantina sociale e si è perso il treno dell’innovazione. Intanto quieta non movere ha reso il paese invernale simile a un cimitero. Nessun borgo può vivere di turismo solo pochi mesi. Infatti i giovani appena possono fuggono. I campi non li coltiva quasi più nessuno, preferendo affittare i casali. Emergono alcune eccellenze, una decina di ottime imprese agricole, qualche resort di lusso. Se ai lavori che i residenti non fanno più non badassero gli immigrati, in gran parte rumeni (una di loro, laureata in architettura, ha appena ricevuto la delega all’Edilizia privata), qui non troveresti neppure un idraulico. La nuova giunta si è data un programma che ha il merito di scuotere il paese dal torpore.

Le formazioni politiche che hanno governato negli ultimi tempi coltivando il passato anziché guardare avanti sono state annientate. Prova ne sono le serate culturali delle estati capalbiesi, diventate uno stanco revival della stessa compagnia di giro, con ogni tanto il prezzemolo del politico di turno. Mai visto un giovane in platea o accanto agli oratori. Qui il Pd ha governato facendo gli stessi errori di Roma, privilegiando i Parioli e abbandonando le periferie. Incontro il nuovo sindaco, Settimio Bianciardi, ex Pd, già vice sindaco, entrato in rotta di collisione con i renziani. Ascolto anche l’assessore alle Attività produttive, Gianfranco Chelini. La giunta ha varato un programma ambizioso: “Capalbio 2024”, che sarà reso pubblico il prossimo 8 novembre. In sintesi: il Paese va gestito da chi opera nel territorio e ha competenze reali. Gli obiettivi sono netti: rilanciare l’agricoltura, promuovere il turismo creando nuove professioni soprattutto per i giovani, creare un distretto biotecnologico di alto livello, rendere vivo il borgo tutto l’anno, incentivare le piccole imprese e le produzioni locali. Infine promuovere molte attività culturali, mandando in pensione i soliti noti. Gli stessi problemi che in questi giorni la politica nazionale sta soffrendo a Roma li hanno anche qui, stretti tra l’offensiva leghista e lo stordimento della sinistra. Solo che a Capalbio sono più avanti e un governo almeno è all’opera.

I 5 Stelle difendano il reddito. Con chiunque

L’altro giorno, al parco con i miei cani, ho incontrato una signora vista mille volte. Di solito i nostri dialoghi si limitavano ai quattrozampe, mai mi aveva raccontato cosa facesse nella vita, né avevamo mai parlato di politica pur sapendo che sono giornalista. Questa volta, invece, mi ha chiesto preoccupata: “Ma che succede con ‘sta crisi? Si torna a votare?”. Interdetta per la domanda inaspettata, ho improvvisato un barlume di riflessione sulla pagliacciata ferragostana: “Mah, bisogna vedere… se Salvini riesce ad andare fino in fondo… magari i 5 Stelle riescono a trovare un accordo col PD… Boh, tocca aspettare…”. Lei ha tagliato i miei (molti) punti di sospensione un po’ politichesi con una lama: “Sai, sono disoccupata. Lavoravo in uno studio medico, poi mia madre si è ammalata e io ho dovuto occuparmi di lei, per cui ho mollato”.

Breve attimo di esitazione e imbarazzo. “Ora che lei non c’è più vivo grazie al reddito di cittadinanza: 500 euro al mese. Un sollievo, senza non saprei come fare”. Accenna un sorriso, e io con lei. “Sto cercando lavoro, spero di trovarlo. Se senti qualcosa fammelo sapere”. “Certo!”, dico io ripromettendomi di darle una mano, ma con la consapevolezza che a 50 anni non nutrire grandi speranze, di questi tempi, non è pessimismo… E sono tornata ai miei punti di sospensione. A casa ho ripensato a quella confessione, a quanto le sarà costata e alla sua sacrosanta preoccupazione. E ho capito: questa crisi-buffonata, partorita da un vicepremier che fa il dj a torso nudo al Papeete Beach, che approfitta di Ferragosto per tentare di prendere tutto, che manda in visibilio gli opinionisti in servizio effettivo permanente, i quali non vedevano l’ora di mollare moglie e figli sotto l’ombrellone per tornare all’esegesi delle mosse di palazzo… be’, questo show di mezza estate di nani e ballerine è fatto sulla pelle delle persone.

Ve ne siete accorti? Ci pensate? Persone come quei 922.487 italiani (ogni numero è uno come noi, in carne e ossa) che al 31 luglio hanno già ricevuto un importo medio mensile di 526 euro e a cui si potrebbero aggiungere altri 170mila che hanno fatto domanda ma devono aspettare ulteriori verifiche. Oltre 1 milione di persone – poco meno degli abitanti di Milano, appena più di Napoli – che ora sono nel panico all’ipotesi di perdere di nuovo tutto con un nuovo governo a traino Salvini. Non ha mai fatto mistero della sua contrarietà al reddito e l’ha digerito solo perché, con il suo 17% alle Politiche, si era sposato con un Di Maio al 33, ma in queste ore è riemersa la volontà della Lega di abolirlo: possiamo star certi che, se mai diventerà premier, sarà uno dei suoi primi atti.

I Cinquestelle hanno più che mai il dovere di fare da argine e difendere il loro provvedimento: hanno fatto tanti errori, hanno permesso a Salvini di diventare quello che è, ma il reddito (e non solo) resta una misura di civiltà e di aiuto concreto che gli fa onore. Valutino tutte le opzioni, stringano accordi con chi credono, ma restino “templari” del reddito di cittadinanza. E con loro lo siano anche tutte le forze politiche e i leader di buona volontà e moralità, che in queste ore non ballano sul bagnasciuga della crisi alla faccia degli italiani, aspettando solo l’onda giusta che li porti a Palazzo Chigi.

Prodi, i sindaci ecc. I dem in corteo per l’intesa col M5S

Tra poco, per benedire il governo M5S-Pd, bisognerà prendere il numeretto. L’area democratica e un bel pezzo di establishment si sbracciano sui media per invocare il fronte costituzionale contro il “puzzone” (che, a questo giro, è Matteo Salvini): il centro della Santa Alleanza dovrebbe essere, naturalmente, l’Europa senza se e senza ma. Ieri, sul Messaggero, lo ha spiegato con rara chiarezza Romano Prodi: “L’accordo deve fondarsi sul reinserimento dell’Italia come membro attivo dell’Ue”, anzi “forse bisognerebbe battezzare questa necessaria coalizione filoeuropea ‘Orsola’, cioè la versione italiana del nome della neopresidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen”. Finito? Macché: “Deve essere un accordo duraturo: non per un tempo limitato, ma nella prospettiva dell’intera legislatura”, “sottoscritto in modo preciso da tutti i componenti della coalizione. È un compito difficilissimo ma non impossibile. È stato messo in atto in Germania”. Perché funzioni, però, il Pd deve decidere e poi tutti devono adeguarsi, senza che “le decisioni prese vengano continuamente messe in discussione, anche con ipotesi di scissione” (capito, Renzi?).

Ipotesi che ha convinto anche l’ex presidente della Camera Luciano Violante, che ieri ha voluto far sentire la sua voce dopo quella del Professore: “Un governo ha senso se è di legislatura altrimenti no”, ha detto dal meeting di Comunione e Liberazione, partito ieri a Rimini. D’altra parte quella dell’alleanza Orsola o Ursula è pure una delle soluzioni che Sabino Cassese, principe degli amministrativisti e snodo di mille rapporti di potere, individua sul Corriere della Sera fra “gli accordi possibili” per evitare le urne: “Alleanze multiple sono già state sperimentate. M5S e Pd, insieme con Forza Italia, hanno recentemente votato a favore della presidente della Commissione europea”.

E più che Orsola servirebbe Sant’Orsola – non a caso protettrice degli orfani, anche politici, nonché di ragazze e studentesse, per cambiare di segno alla legislatura: dal governo populista – aka del cambiamento, a quello della rispettabilità o restaurazione. A livello psicologico, comunque, il passaggio è già avvenuto e l’ex capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato, oggi deputato semplice, batta pure lui sul tasto europeo e anzi fa un passo in più: l’elogio di Giuseppe Conte. Sì al governo giallo-rosé, ha detto sempre al Messaggero, per evitare il “disastro” dell’aumento dell’Iva e fare altre cose tipo “riduzione del costo del lavoro”, “lotta all’evasione” e “taglio della pressione fiscale”. Ma soprattutto: “Sarà fondamentale cooperare con la nuova Commissione Ue. E riconosco il lavoro che ha fatto il premier Conte che ha calmierato gli euroscettici e portato i 5Stelle a votare per la neopresidente Ursula von der Leyen”.

Se servisse un’ulteriore prova della voglia di “grillismo” dei democratici, basti dire che per l’intesa ieri è sceso in campo nientemeno che il partito bolognese: il sindaco Virginio Merola, i dirigenti e deputati della città. Evitare il pericolo Salvini, dice il primo cittadino, ma “non per fare un governicchio. Non ci può interessare un governo solo per la legge di Bilancio e per andare a elezioni”, serve “un contratto che definisca chiaramente tempi e contenuti” a partire da “ambiente, lavoro e scuola”. Per dare una parvenza politica a una situazione “che sconcerta molto”, poi sarebbe bene fare “una consultazione dei nostri iscritti come quella che fecero Cdu ed Spd prima di siglare il loro contratto di governo”. E siamo di nuovo al modello tedesco: d’altra parte è quasi scontato per l’alleanza europeista detta “Orsola”.

Il Capitano si perde l’ex Cavaliere: Letta e i forzisti che trattano coi dem

Non solo Matteo Salvini si deve guardare le spalle da quanti, tra i suoi, vorrebbero fargli la pelle per l’azzardo di aver aperto una crisi di governo che rischia di tenere fuori la Lega dai Palazzi.

Ora ha ragione di temere pure di perdersi per strada Forza Italia, la cui pazienza ha messo a dura prova negli ultimi giorni, per aver negato a Silvio Berlusconi un incontro per siglare l’alleanza elettorale in caso di ritorno alle urne. La “scostumatezza” del “Capitano che si è fatto desiderare di persona e persino per telefono” ha ridato coraggio l’iniziativa della fronda interna forzista che di precipitarsi al voto non ne vuole sapere. Non solo perchè “di Salvini non ci si può fidare”, ma soprattutto perchè, come dice il responsabile economico del partito Renato Brunetta, serve un governo istituzionale dati i rischi che incombono sull’Italia: “Mentre l’economia è in recessione, rischiando uno spread alle stelle e le banche in profondo rosso, aprire una crisi in agosto è stato un gesto da masochisti irresponsabili”, dice a La Stampa.

L’ex ministro, peraltro, non vuole certo “un governo M5S-Pd” col quale “non ci sarebbe nessun passo avanti”: “Nascerebbe un altro mostro, tale e quale al governo M5S-Lega, mentre un ritorno di Salvini coi Cinquestelle sarebbe un mostro al quadrato”. Insomma, tradotto: in un futuro governo “istituzionale” deve esserci pure Forza Italia.

È il pensiero che corre da dieci giorni e più tra buona parte delle file forziste in Parlamento. E non è un mistero che a lavorare concretamente a questa prospettiva ci sia pure Gianni Letta: tra gli “azzurri” si dice che il Gran Visir di Berlusconi in persona abbia intavolato una discussione diretta con l’entourage di Nicola Zingaretti a cui ha provato a proporre persino nomi da spendere per Palazzo Chigi: a partire da Enrico Letta, suo nipote, o una figura analoga che possa andar bene per una maggioranza, appunto, “istituzionale” (difficile, però, pensare al M5S che lo accetti).

E sempre su Gianni Letta ha fatto affidamento, fin dall’inizio della crisi al buio innescata dal Carroccio, Matteo Renzi: la sua stella sembrava tramontata per sempre, ma ora riluce di vita nuova proprio per aver per primo sdoganato l’ipotesi di un’alleanza tra democratici e grillini finalizzata a mandare a casa i ministri leghisti, primo tra tutti quello che sta al Viminale, Matteo Salvini. Una luce nuova, quella dell’ex segretario dem, che da giorni lampeggia all’indirizzo dei parlamentari forzisti, specie quelli che non si rassegnano a fare da ruota di scorta di Salvini.

Segnali di fumo che nelle ultime ore hanno preso la forma dell’intervista al Giornale di famiglia, in cui Renzi – dalla prima pagina – si dispera: “Rimpiango Berlusconi”, che secondo l’ex premier Pd ha un suo standing europeo mentre Salvini in Europa “è un appestato”. Non solo pure quanto a “rispetto delle istituzioni tra lui e Salvini c’è un abisso”.

Corteggiamento che non è passato inosservato, almeno a Giorgia Meloni, che usa l’arma dell’ironia: “Al mercato delle vacche per due ministeri un piddino Di Maio comprò. Ma venne Renzi che inciuciò con ForzaItalia, che scaricò la Lega, che ruppe con il Mo’ Vi Mento, che flirtò con Leu, che amava Zingaretti… che al mercato Di Maio comprò”.

Conte non pensa all’Ue e nominerà il commissario

Giuseppe Conte non ha cambiato idea: la crisi di governo dovrà essere “trasparente” e avvenire nelle aule parlamentari. Il presidente del Consiglio ha il sostegno pieno del Movimento 5 Stelle, che lo candidò ministro, lo volle poi a Palazzo Chigi e ora giura che dal suo nome non si muoverà neanche in caso di nuovo esecutivo: promesse – ribadite ieri durante il pranzo a casa di Beppe Grillo – come ce ne sono a migliaia durante una crisi e che certo fanno piacere all’autobattezzato “avvocato del popolo”, ma la cui tenuta, lo sa per primo lui, andrà verificata al Quirinale.

Il premier, intanto, è al centro di un bizzarro caso: tutti lo vogliono mandare in Europa. Matteo Renzi ha fatto sapere nelle mille telefonate fatte in questi giorni che non può restare a Palazzo Chigi: meglio che se ne vada a Bruxelles, c’è giusto libera la poltrona da commissario che l’Italia dovrebbe indicare entro il 26 agosto (ma non è obbligatorio). L’ex premier rignanese ha scovato pure il precedente: il finlandese Jyrki Katainen nel 2014 passò in un paio di settimane da premier a Helsinki a commissario Ue. Pure a Nicola Zingaretti, che pure considera più problematica la permanenza al governo di Luigi Di Maio, non dispiacerebbe affatto che l’avvocato – tanto più che ha stretto buoni rapporti personali lassù – se ne andasse a Bruxelles consentendo un rinnovamento totale nel passaggio dai “giallo-verde” ai “giallo-rosé”.

E non solo: pure la Lega nei giorni scorsi ha invitato gentilmente Conte ad andare a Bruxelles. Quando Matteo Salvini, ormai incartato, decise la prima marcia indietro, fece recapitare a voce e a mezzo stampa (grazie ai buoni uffici di Giancarlo Giorgetti) l’offerta ai 5 Stelle: Conte commissario europeo e Di Maio a Palazzo Chigi al suo posto. La cosa non stupisce nessuno nei palazzi romani: politici (molti pure tra i 5 Stelle), travet e lobbisti giurano ad ogni angolo e su ogni divanetto che il premier è pronto a fare il salto nella politica continentale.

L’interessato, sostiene però chi gli ha parlato, non è affatto dello stesso parere. Domani andrà a fare le sue “comunicazioni” in Senato e, con ogni probabilità, poi salirà al Colle per formalizzare la crisi e passare la palla a Sergio Mattarella restando in carica, come si dice, “per gli affari correnti”. A quel punto si vedrà: Conte è ovviamente disponibile a restare al suo posto se i partiti che formeranno la prossima maggioranza dovessero volerlo, sennò – ha spiegato più volte – “tornerò a fare il professore o l’avvocato, che sono cose che mi piacciono moltissimo”. Tanto più, sostiene il premier, che non ci sarà alcun rinvio nella nomina del prossimo commissario europeo, già concordata con Mattarella: “Avverrà a breve, entro la scadenza”.

Il nome al momento è un mistero, ma il profilo – individuato all’indomani della rottura di Salvini, dopo i tentativi di piazzare un leghista nella prossima Commissione europea – è di quelli pensati apposta per scavare un ulteriore solco col suo ministro dell’Interno: europeista, membro dell’establishment, gradito a Bruxelles, dal curriculum impeccabile e destinato in teoria alla prestigiosa poltrona della Concorrenza.

Conte, più che quella di Bruxelles, sta giocando la partita di Roma e la gioca forte del rapporto creato col capo dello Stato e i governi europei lungo 14 mesi. Quella che segue è la previsione di una vecchia volpe del Parlamento come Bruno Tabacci, un democristiano così sgamato da essere riuscito a “rubarsi” il partito dei radicali (+Europa): “Tutto sarà nelle mani di Mattarella e dei partiti, ma se dovessimo scommettere un euro, o una lira padana, diremmo che di Salvini il nuovo governo farà benissimo a meno, mentre della correttezza istituzionale di Conte ci sarà bisogno”.

Salvini è disposto a tutto per non cadere, ma è tardi

Sembra un presunto fuoriclasse che ha sbagliato il rigore decisivo e ora vaga a pochi passi dal dischetto, assente, divorato dal rimorso. Matteo Salvini in pochi giorni ha fatto un fagotto delle sue vittorie e le ha giocate sulla ruota della crisi. È presto per dire se perderà tutto – il giro è lungo – ma la sua espressione è cambiata completamente, come le sue parole. Ieri è stato il giorno – si direbbe a Roma – dello sbraco definitivo. Il leghista ha completato la retromarcia: il governo Conte – archiviato l’8 agosto con un comizio a Pescara – non vorrebbe più farlo cadere. Né vuole lasciare il Viminale: “Sono ministro dell’Interno, ieri oggi e domani. Finché il buon Dio lo vorrà, non darò la soddisfazione di togliere il disturbo”. E ancora: “Se non c’è governo la via maestra sono le elezioni, altrimenti ci si risiede al tavolo e si lavora”. Nel pomeriggio, intervistato da Alessandro Sallusti a Marina di Pietrasanta, lancia l’ultimo messaggio, un po’ disperato di apertura al premier, per il quale il telefono “è sempre acceso”: “Martedì in Senato ascolterò Conte senza pregiudizi. Sono abbastanza laico da recepire i messaggi che arriveranno”.

È giusto non farsi illusioni. Proprio mentre “Capitan retromarcia” si gioca le ultime carte per ricucire lo strappo con i Cinque Stelle, lo stato maggiore del Movimento si incontra a Marina di Bibbona, a casa di Beppe Grillo, per appuntare la strategia in vista della giornata campale di domani. La risposta al pentimento di Salvini è secca e apparentemente definitiva: ormai è tardi, tanti saluti. Da Grillo ci sono tutti i volti più noti: Luigi Di Maio, Davide Casaleggio, Roberto Fico, Alessandro Di Battista, i capigruppo Stefano Patuanelli e Francesco D’Uva, Paola Taverna. È un atto simbolico: il definitivo ritorno del fondatore al centro della scena; il comico è di nuovo politico a tutti gli effetti. E per sancirlo, domani Grillo potrebbe decidere anche di tornare a farsi vedere in Senato.

Il pranzo di Bibbona dura circa tre ore. Per stabilire un principio semplice semplice: si sta tutti con Giuseppe Conte. Dopo le comunicazioni del premier, i Cinque Stelle presenteranno il loro documento, la risoluzione firmata da Patuanelli. Sarà scritta, in soldoni, con un unico obiettivo: non essere votata dai leghisti.

Per il resto nella tavolata di casa Grillo si parla delle molte telefonate ricevute in questi giorni dai parlamentari del Carroccio: i famosi “pontieri”, che in pubblico si spellano le mani a ogni parola di Salvini ma in privato – pare – hanno più di una riserva sulla sua strategia. La nota ufficiale pubblicata dal M5S dopo pranzo, fa un occhiolino anche per loro: si è aperta una piccola fessura tra “il Capitano” e i suoi soldati e i grillini ci infilano le dita. “Salvini – si legge – è un interlocutore non più credibile e inaffidabile. Dispiace per il gruppo parlamentare della Lega con cui è stato fatto un buon lavoro in questi 14 mesi. È chiaro a tutti, anche a molti leghisti, che la colpa di questa inverosimile situazione sia solo del segretario”.

Più tardi si aggiungono le parole dei tre frontmen, Grillo, Di Maio e Di Battista. Il fondatore ritrova la vena satirica e compare in video indossando un enorme maschera con il suo volto: “Noi non ci montiamo la testa”. Infierisce: “Questo Salvini era un ragazzo tranquillo, credevo fosse abbastanza leale, con un livello medio di intelligenza ma insomma… non pensavo fosse proprio la slealtà e la pugnalata”. Di coltellata parla anche Di Maio: “Ora Salvini si pente, dopo aver pugnalato alle spalle il M5S e tutto il Paese. Ha perso la testa”. Di Battista attacca pure l’altro Matteo, prossimo possibile alleato: “Non so chi sia meno credibile e più inaffidabile tra Renzi e Salvini. Forse per saperlo dovremmo chiederlo a Verdini che è un ottimo amico di entrambi”.

Sarà il tema delle prossime settimane e dei prossimi mesi, il cavallo di battaglia del nuovo Salvini costretto all’opposizione: il patto grillini-Renzi sarebbe una truffa “per le poltrone”. Ieri il leghista ha anticipato le sue mosse: “Se ci sarà il tradimento, state pronti perché scenderemo in piazza per chiedere il voto. Se i 5Stelle preferiscono il Pd lo dicano, si sono visti in 10 in una villa per svendergli il Paese. Vogliono davvero riesumare le mummie Renzi e Boschi?”.

L’ex ministra, tanto per non abbassare il livello della discussione, ha subito risposto su twitter: “#CapitanFracassa dice che io sono una mummia: un saluto a tutti dal mio sarcofago”. Il vero messaggio è quello allegato: la fotografia allusiva in costume da bagno. È la stessa Boschi che un tempo s’indignava: “Giudicatemi dalle riforme, non dalle forme”. Buona crisi a tutti.

L’Uomo Cadrega

Saviano gli profetizza un futuro in galera. E Salvini punta subito alla seminfermità mentale. Spiace dissentire dall’amico Roberto, ma il destino del Cazzaro Verde non è il carcere: è una clinica psichiatrica. Moderna, confortevole, possibilmente munita di esperti in bipolarismo, ma nel senso clinico del termine: tipico di uno che rovescia il governo e poi si convince di non averlo fatto, tradisce gli alleati e poi li accusa di tradimento, presenta una mozione di sfiducia a Conte e poi si dice pronto a votargli la fiducia, annuncia le dimissioni dei ministri leghisti (incluso se medesimo) e poi comunica che resterà barricato al Viminale (dove peraltro non c’è mai) per salvarci dal “ritorno di Renzi, Boschi e Lotti” ai quali ha spalancato le porte lui stesso. Quel che è certo è che non possiamo più vederlo così, come si è mostrato ancora ieri in diretta Facebook: in stato confusionale, accovacciato nell’orto di casa Verdini, come colto da una necessità impellente da espletare dietro una frasca, a vaneggiare di elezioni immaginarie e di imprecisati “tavoli” per non pronunciare l’unica parola che gli sta davvero a cuore: “poltrone”. Già, perchè annunciando la crisi di governo il 7 agosto senz’avere pronta la mossa successiva e pensando che gli altri stessero lì ad aspettare i suoi comodi, non aveva calcolato neppure la conseguenza più scontata dell’insano gesto: se un partito esce da un governo, deve abbandonare tutto. Ministeri, viceministeri, sottosegretariati, presidenze di commissione, uffici, auto blu, aerei blu, elicotteri blu, motoscooter blu.

Lui invece pretende di restare nel governo che ha sfiduciato. E s’illude pure, a causa di un’altra patologia psichiatrica chiamata proiezione, di convincere gli italiani che sono gli altri a volere “le poltrone”. Del resto l’ossessione per la poltrona è tipica dei politici italiani che, salvo rare eccezioni, non hanno mai avuto un mestiere né lavorato in vita loro. Tipo lui, che fa politica del 1990 a spese nostre, saltando dal consiglio comunale a quello regionale, dal Parlamento europeo a quello italiano su su fino al Viminale, senza mai toccare terra. Ora il suo problema è effettivamente drammatico: se non è più vicepremier e ministro dell’Interno, e magari lo anno fuori pure da capo della Lega, che fa? Torna alla Ruota della fortuna? E i suoi, quando sloggiano da cadreghe, poltrone e sofà di governo e sottogoverno, di che càmpano? La sua somma sfortuna è stata di imbattersi in un tipo strano, che invece un mestiere l’ha sempre avuto e non avrebbe alcun problema a tornarci quanto prima: il prof. avv. Giuseppe Conte. Che si comporta di conseguenza.

Quando il Cazzaro Verde è andato ad annunciargli la crisi per “capitalizzare il consenso” (quello dei sondaggi e dei like), non ha fatto nulla per trattenerlo: gli ha semplicemente illustrato la rovina a cui andava incontro (puntualmente verificatasi a stretto giro di posta). E gli ha dato appuntamento in Parlamento, luogo a lui sconosciuto almeno quanto il Viminale. Dopodichè, anzichè brigare notte e giorno per conservare l’ufficio a Palazzo Chigi o agguantarne un altro, magari autonominandosi elegantemente commissario europeo o candidandosi alla guida dei 5Stelle, il premier ha iniziato a preparare le valigie.

Un gesto che nessuno lo capisce. Non solo l’Uomo Poltrona. Ma nemmeno Renzi e Zingaretti che, non avendo mai sperimentato l’ebbrezza di un lavoro vero, ora pensano di “sistemare” Conte in Europa per mettere al suo posto qualche noto frequentatore di se stesso come il buon Raffaele Cantone, o qualche vecchia salma tecnocratica da far rimpiangere Monti. Non lo capiscono nemmeno i giornaloni e i giornalini, che continuano ad accreditare la leggenda di “Conte in Europa”, manco fosse un pacco postale da affidare a un corriere espresso. O la panzana di Conte che si butta a sinistra sui migranti di Open Arms per “dare un segnale al Pd”. Non si sono nemmeno accorti che la politica governativa su migranti e Ong non l’ha cambiata Conte nell’ultima settimana. L’ha cambiata Salvini, che prima faceva sbarcare minori, donne e malati, per poi tener bloccate le navi in attesa della disponibilità di altri Paesi alla redistribuzione e alla fine farle sbarcare alla chetichella (altro che “porti chiusi”). Stavolta invece ha rifiutato di far sbarcare i minori fino a sabato, ha violato una sentenza del Tar e impedisce lo sbarco degli altri anche se sei paesi Ue sono disposti a prenderseli. Il tutto per accreditare la leggenda del “dopo di me, l’invasione”.
Ma non c’è nulla da fare: politici e cronisti al seguito sono così disabituati ai politici liberi dall’ansia da poltrona, e dunque coerenti, che quando ne vedono uno non lo riconoscono.

Il parroco di Sora nella bufera

Sono “discutibili scelte personali” quelle di don Donato Piacentini, il parroco di Sora, in provincia di Frosinone, che durante le celebrazioni per la festa di San Rocco si è scagliato contro i migranti e chi li soccorre. A sconfessare le sue esternazioni è stato il vescovo monsignor Gerardo Antonazzo, che prendendo le distanze dal prete anti-migranti ha ribadito che la linea della Chiesa è quella dell’accoglienza. Una direzione ricordata ieri anche da Papa Francesco che nel messaggio al Meeting di Rimini ha chiesto di ricordare “migliaia di individui che ogni giorno fuggono da guerre e povertà: prima che numeri, sono volti, persone, nomi e storie”. La predica di don Piacentini per i fedeli della sua parrocchia non è stata una novità: sul suo profilo Facebook compaiono spesso i post del ministro dell’Interno Matteo Salvini sull’immigrazione. Tra quelli pubblicati dal sacerdote anche uno indirizzato proprio al profilo ‘Lega – Salvini Premier’ in cui il sacerdote chiede “se possibile un recapito cellulare personale” del leader del Carroccio esprimendo tutta la sua “profonda solidarietà” all’operato del ministro Salvini. “Mai mollare!!!!”, conclude il sacerdote nel post. Per don Piacentini le ong “vanno a soccorrere persone che hanno telefonini o catenine al collo e che dicono di venire dalle persecuzioni. Ma quali persecuzioni?”. Il vescovo, invece, ha ricordato la propria di omelia per la festa di San Rocco nella quale ha evidenziato come “uno dei cardini fondamentali“ del Vangelo sia la scelta “prima gli altri” ribadendo dunque l’impegno per l’accoglienza dei migranti.
Divisi intanto i fedeli, sia sui social che in parrocchia. Sulla rete, qualcuno lo ha apostrofato addirittura come “fascista e leghista”, mentre altri gli hanno chiesto di lasciare la tonaca per il bene della Chiesa. Non sono mancati coloro che hanno apprezzato il suo intervento: “Preghiamo per don Donato – scrive una donna – bersaglio di buonisti e dem, solo per aver difeso i nostri poveri”.