Salvini obbedisce a Conte. Gli over 18 appesi alla crisi

Alla seconda lettera del presidente del Consiglio che gli chiedeva di far sbarcare i minori a bordo della Open Arms, Matteo Salvini ieri mattina ha deciso di piegarsi: “Prendo atto che disponi che vengano sbarcati i (presunti) minori attualmente a bordo della Open Arms” e “darò pertanto, mio malgrado, per quanto di mia competenza e come ennesimo esempio di leale collaborazione, disposizioni affinché non vengano frapposti ostacoli all’esecuzione di tale Tua esclusiva determinazione, non senza ribadirti che continuerò a perseguire in tutte le competenti sedi giurisdizionali l’affermazione delle ragioni di diritto che ho avuto modo di esporti”. Il tono era relativamente conciliante, la disposizione è partita subito e i minori qualche ora dopo sono stati portati a terra. Ma la questione tra Conte e Salvini non finisce qui e si annoda alla crisi di governo aperta dal leader leghista, che avrà un primo momento di verifica martedì 20 agosto in Senato quando è in calendario la mozione di sfiducia della Lega.

Conte non andrà oltre, non sarà lui a far sbarcare gli oltre cento maggiorenni che sono ancora sulla nave della Ong catalana a mezzo miglio dal porto di Lampedusa, né assumerà responsabilità per i 356 che da 10 giorni sono a bordo della nave Ocean Viking di Sos Méditerranée e di Medici senza frontiere, che staziona tra Malta e Linosa poco a nord di Lampedusa non distante dalla coste della Sicilia sudorientale. Per quest’ultima nave, peraltro, è ancora in vigore il divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane dato che, a differenza di Proactiva Open Arms che ne ha ottenuto la sospensione, le altre due Ong non hanno impugnato. Nessuno lo dice ma forse anche a Palazzo Chigi si chiedono se la soluzione non possa arrivare dalla Procura di Agrigento con il sequestro della nave che farebbe sbarcare tutti. L’autorizzazione allo sbarco compete infatti al Viminale e il capo del governo non farà forzature, come peraltro non ne ha fatte ieri quando ha semplicemente chiesto al ministro dell’Interno di esercitare in una certa direzione poteri che restano suoi. È una circolare delle Capitanerie di porto, alle quali spetta in via generale questo tipo di decisioni, ad attribuire dal 2015 al Viminale l’indicazione del porto per le navi che trasportano migranti soccorsi in mare. Il decreto Sicurezza bis, che ha forza di legge, ha poi rafforzato la posizione del ministro dell’Interno trasferendogli anche il potere, prima spettante al ministro dei Trasporti, di negare l’accesso alle acque territoriali.

Finché Salvini non sblocca la situazione non sarà operativo neanche l’accordo raggiunto nei giorni scorsi da Palazzo Chigi con sei Paesi europei che hanno dato la disponibilità a ricollocare parte dei migranti della Open Arms. Prima però è necessario che sbarchino, come ha ricordato anche la Commissione europea e che presentino le richieste d’asilo. Sono Francia, Germania, Romania, Portogallo, Spagna e Lussemburgo, come riferito nei giorni scorsi da Conte. Peraltro la situazione è stata complicata dal ministro dell’Interno anche con le note diplomatiche del 9 agosto che chiamavano in causa Spagna e Norvegia in quanto Stati di bandiera delle navi Open Arms e Ocean Viking. Anche questo impedisce a Conte di sconfessare ufficialmente il suo vice leghista. E ha reso più difficili i rapporti con la Commissione di Bruxelles che nei giorni faceva sapere di essersi attivata anche in assenza di una formale richiesta di Stati membri. Non ci sono invece accordi, secondo fonti governative, per l’eventuale ricollocamento dei 356 sulla nave di Msf e Sos Méditerranée.

Mahmud e i suoi disegni: il viaggio per i bambini

Non ci sono solo i 27 minori non accompagnati che ieri sono sbarcati dalla Open arms. In Italia, da inizio 2019, dice Unhcr, ne sono arrivati 519: in tutto, sono almeno 8.342 quelli presenti a oggi sul territorio. Hanno meno di 18 anni e partono da soli per cercare di salvarsi. Scappano da guerre e povertà, ma non sempre ce la fanno. In Europa, delle oltre 638mila richieste d’asilo relative al 2018, 19.700 venivano da minori soli, provenienti soprattutto da Afghanistan (16%), Eritrea (10%), Pakistan e Siria (7%).

Ho incrociato alcuni dei loro sguardi in un campo allestito a Nord di Atene, tre anni fa. Ho comprato un pacco di pennarelli e un bloc-notes di fogli bianchi. E in ogni conversazione, prima ancora di cominciare, li tiravo fuori. È stato così che, tra i migranti, gli adulti hanno riprodotto pezzi delle loro vite passate, i bambini hanno tracciato con lucidità ogni dettaglio delle tragedie che hanno affrontato. Così se Yassin ha scelto di ricordare la facciata del suo ristorante di falafel ad Aleppo, Rava e Mleka hanno disegnato gli “uomini con la barba” che andavano casa per casa a cercare le persone da uccidere. “Ma tu lo sai com’è fatta una barca che porta in Europa?”, mi hanno chiesto un giorno.

Tra loro c’era anche Mahmud. Nel 2016 è arrivato in Grecia su un gommone dall’Afghanistan, ha 17 anni ed è solo. “Quanto costa? Cinquemila euro? Va bene”, aveva detto. Il suo piano: andare fino in Germania dove lo aspettano il suo migliore amico, il papà e il cugino.

“Non farlo Mahmud, morirai”, gli ripetevano ogni giorno. Lui prende in mano la penna e sul foglio bianco scrive due cifre: 99 e 1. “Sai quante chance avevo di salvarmi dal viaggio che ho fatto dall’Afghanistan a qui? Una. Novantanove le possibilità che io morissi”. Mahmud ha 17 anni e almeno nove vite: otto le ha già consumate. Le braccia incrociate, le spalle forti e gli occhi neri tagliati come da un’accetta.

Nel campo, i bambini corrono con i vestiti sporchi. Kar, 7 anni, si avvinghia a tutte le facce pulite che vede. Alza le braccia da lontano: sembra una resa ma è una strategia di fuga. Resta fermo e si prepara a partire. Non succede mai, allora scende e torna sullo scivolo. Mahmud lo guarda e quella disperazione gli ridà la spinta: “Me ne vado”. Ha l’arroganza di un adolescente, ma la forza di tutte le strade che ha visto lo fa sembrare un vecchio. La vita corre veloce come le nuvole di un porto della Grecia e lui non può accettare di perdere più tempo. Un anno di esistenza vale il rischio di viaggiare? Il rischio di perdere tutto? Tutto sono un paio di scarpe, una maglietta, un paio di pantaloni di ricambio, un cellulare con l’accesso a internet. “Certo che vale”.

Prende la penna e disegna il gommone. “Le donne erano ammassate su un lato, gli uomini sull’altro. Questo sono io. Poi c’era un signore che metteva benzina dentro il motore e uno che stava alla guida. Un capitano si chiama? Un capitano. Il più giovane aveva 15 anni, il più vecchio settanta. Eravamo 85. C’è poco altro da raccontare. È durato un tempo infinito. E io ora lo odio il tempo, non lo voglio più contare, aspettare. Basta. Me ne andrò”.

Lo farà Mahmud. Poi agguanta una palla e improvvisa un cerchio con i bambini. Tirano colpi al cielo. Far succedere le cose nel mezzo del vuoto è la parte più difficile. Oggi pure il pranzo c’è già stato: non accadrà più niente fino a domani. Il resto è attesa e fame. Mahmud ti guarda ancora: “Lo farò, l’ho detto. Perché qui è solo disperazione e indietro non posso tornare. La mia casa? È rossa. Del colore della maglietta di Kar. Mio padre sapeva che era il mio colore preferito e ci ha dipinto tutte le facciate”. Quando ripensa alla sua città, chiude gli occhi e si concentra. Tiene le gambe incrociate e fa prima dei segni nell’aria perché quel disegno non lo può sbagliare.

“Mia mamma? Non la vedo e non la tocco da due anni”. Si alza, batte le mani sui calzoni per togliere la polvere. È la parte della storia che fa più male.

Sbarcano i minorenni. Il pm bussa al Viminale

Ventisette minori non accompagnati hanno lasciato la Open Arms ieri, dopo sedici giorni a bordo della nave spagnola. Solo l’intervento del premier Giuseppe Conte ha spinto il ministro dell’Interno Matteo Salvini a farli scendere dal rimorchiatore, che dal 15 agosto si trova nella rada di Lampedusa. Il trasferimento a terra è avvenuto con due motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza. Poche ore più tardi, il Viminale ha divulgato una nota in cui comunicava che “8 dei 27 immigrati scesi dalla nave, perché minorenni, hanno dichiarato di avere più di 18 anni”. “Minorenni immaginari”, li chiama Salvini. Vedremo come si concluderà la procedura. Per il momento hanno i tutori nominati dal Tribunale dei minori di Palermo. Gli altri 107 migranti che si trovano sulla Open Arms, tra cui un minore accompagnato dal fratello diciottenne, dovranno aspettare ancora.

Il procuratore aggiunto di Agrigento Sebastiano Vella ha disposto un’ispezione sanitaria a bordo, per capire se risultano ulteriori criticità che possano imporre l’evacuazione di tutti i migranti. Sulla nave sono saliti gli agenti della squadra mobile di Agrigento e due medici dell’ufficio sanità marittima.

Nelle prossime ore saranno ascoltati anche i migranti evacuati nei giorni scorsi, già trasferiti all’hot spot di Lampedusa, e i medici del Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta (Cisom) e di Emergency, che ne avevano chiesto l’evacuazione d’urgenza “per motivi psicologici” e per “cure specialistiche”. Queste necessità sono state però smentite dal responsabile dell’ambulatorio locale, il dottor Francesco Cascio, ex politico di centrodestra ed ex presidente dell’Assemblea regionale siciliana reduce anche da recenti vicende giudiziarie, il quale venerdì ha dichiarato che i migranti sbarcati stavano “benissimo” salvo “un caso di otite facilmente curabile”. Cascio però, che sostituisce il collega Pietro Bardolo da poco eletto all’Europarlamento per il Pd, al momento delle sue dichiarazioni non si trovava nell’isola, sarebbe stato informato dai medici del suo staff. Saranno tutti sentiti dai pm.

In parallelo continua l’inchiesta, al momento contro ignoti, per sequestro di persona, violenza privata e abuso d’ufficio. Gli investigatori della squadra mobile di Agrigento, su delega della Procura, venerdì si erano recati negli uffici centrali della Guardia costiera a Roma e ieri sono andati al Viminale. Stanno acquisendo atti e documenti, per consentire ai magistrati di ricostruire tutti i passaggi per capire chi ha impedito alla Open Arms di entrare nel porto di Lampedusa, dopo il ricorso dei legali della ong al Tar del Lazio che aveva ordinato la sospensiva del divieto di ingresso nelle acque italiane. Salvini ha già annunciato ricorso al Consiglio di Stato e si aspetta novità a breve.

Secondo le prime informazioni, il Centro di ricerca e soccorso della Guardia Costiera di Roma (MRCC) avrebbe scritto al Viminale che non c’era “impedimento alcuno” e che si sarebbe potuto “procedere senza indugio” all’attracco della nave in banchina, chiedendo con urgenza l’assegnazione del “place of safety” (Pos), il porto sicuro per lo sbarco. Il ministero degli Interni l’ha negato. Ora il carteggio è a disposizione dei magistrati. Come già successo per il caso Diciotti, Salvini potrebbe finire nel registro degli indagati. I magistrati potrebbero estendere l’accusa anche al capo di gabinetto del Viminale, Matteo Piantedosi, e al prefetto di Agrigento, Dario Caputo, quest’ultimo nei giorni scorsi era già stato denunciato dall’Associazione giuristi democratici che lo accusano di non aver dato corso all’ordinanza del Tar. Sarà la Procura a valutare, anche sulla base della situazione sanitaria a bordo, l’eventuale sequestro della nave che comporterebbe lo sbarco per tutti.

Non è mutata invece la situazione dei 356 migranti, di cui 103 sarebbero minori, 11 dei quali non accompagnati, a bordo della Ocean Viking, la nave battente bandiera norvegese delle ong Sos Méditerranée e Medici senza frontiere (Msf). I migranti, soccorsi in mare in quattro diverse operazioni, sono a bordo da circa undici giorni. La nave resta in acque internazionali tra Lampedusa e Malta.

Come al solito i piccoli sbarchi invece proseguono: ieri sera la Guardia di Finanza e la Guardia costiera hanno intercettato e trasferito in porto 57 migranti arrivati a Lampedusa su un barcone.

De Petris (LeU): “Serve un governo con pochi punti programmatici”

”Mi auguro che il Movimento 5 Stelle eviti di cedere per l’ennesima volta agli irresponsabili giochi tattici di Salvini”. Parla così Loredana De Petris, presidente del gruppo misto in Senato ed esponente di LeU. Proprio LeU, in questi giorni, è indicato come possibile membro di un’alleanza alternativa ai gialloverdi che comprenda anche il Pd e i 5 Stelle. E proprio sulla necessità di un esecutivo nel pieno delle proprie funzioni la De Petris insiste: “Quel che è necessario per il Paese è un governo che sappia darsi un orizzonte di legislatura coerente, basato non su centinaia di pagine di programma ma su pochi punti essenziali sui quali verificare il prima possibile una eventuale convergenza. In caso contrario, l’unico sbocco limpido sarebbero le elezioni”. Nessuno spazio dunque “per riedizioni sgangherate” del governo Conte: “È necessario affrontare l’emergenza ambientale e quella economica. È urgente rimettere mano alla legge elettorale per ripristinare, con il proporzionale, una vera e plurale rappresentanza. Ed è fondamentale cancellare le norme feroci, inumane e spesso anticostituzionali imposte da Salvini con i suoi decreti sicurezza”.

Jean Claude Juncker operato d’urgenza, tolta la cistifellea

Ferie amare per il presidente uscente della Commissione Ue Jean Claude Juncker. Che è dovuto rientrare dalle vacanze in Austria per sottoporsi in Lussemburgo ad un intervento d’urgenza di asportazione della cistifellea. Juncker, 64 anni, il prossimo weekend era atteso al G7 di Biarritz in Francia dedicato ai dossier economici, tra tutti il braccio di ferro sui dazi tra Stati Uniti e Cina. Lascerà l’incarico di presidente dell’esecutivo di Bruxelles il prossimo 31 ottobre, passando il testimone alla tedesca Ursula von der Leyen eletta nuova presidente lo scorso 16 luglio. L’ultima apparizione pubblica del presidente della Commissione europea risale a qualche giorno fa, quando il 12 agosto aveva ritirato una onorificenza a Innsbruck. “Sono onorato di ricevere l’Ordine dell’Aquila del Tirolo, un territorio le cui montagne, e il modo di raggiungerne la cima, rappresentano il percorso dell’Europa, caratterizzato da grandi visioni da realizzare passo dopo passo”, aveva detto Juncker di fronte al governatore del Land Tirolo, Günther Platter e al presidente della Provincia di Bolzano, Arno Kompatscher.

Il fuoriuscente Calenda ci riprova: “Se ci alleiamo con i 5S me ne vado”

I Siux, i prodi guerrieri americani che usavano assegnare i nomi in base a un episodio significativo che ricordasse l’arrivo nella tribù (tipo Alzata con il pugno o Balla con i lupi per intenderci), probabilmente lo avrebbero chiamato “Entrato di schiena”.

E anche i dirigenti e il personale di sorveglianza di via del Nazareno vivono dal 4 marzo del 2018, giorno della sconfitta alle elezioni e della sfuggente adesione di Carlo Calenda al partito, la costante sensazione che sia frutto di un’abile illusione ottica prodotta sui social. Ma in realtà non entra e non esce. Corre sul posto. Al massimo un giro a Bruxelles, un selfie con il cigno e ritorna. Gli ideali liberali, la difesa della libera impresa, l’Ilva, le primarie, il congresso, il governatore della Puglia Emiliano, l’allargamento al centro ma anche a sinistra, Renzi e pure Zingaretti e adesso l’alleanza con i 5 Stelle: ogni scusa è buona per annunciare la scissione di se stesso. Il Partito democratico non lo soddisfa un granché. Preferisce tenerlo sulla griglia come un filetto al sangue e punzecchiarlo ogni tanto per potersi lamentare della cottura. Troppo crudo, troppo cotto. Un altro “penultimatum” è di queste ore: “Se la direzione del Pd darà al segretario Zingaretti il mandato di verificare l’ipotesi di un accordo con i 5 Stelle, vorrà dire che il Pd avrà definitivamente abdicato alla rappresentanza del mondo liberaldemocratico. Io questa cosa non la accetterò. Sarà a quel punto inevitabile lavorare a una forza non alleata con il Pd”. Insomma dopo di lui arriva sempre il diluvio. In realtà l’ex ministro dello Sviluppo economico al Pd “gliela tira” da mesi. “Le elezioni europee saranno per il Pd il banco di prova: se non farà un risultato migliore del 4 marzo, morirà di consunzione in sei mesi”, scandiva lugubre Calenda l’ottobre scorso davanti agli sguardi attoniti degli iscritti di un circolo di Torino. “Le prossime elezioni – aggiungeva con i toni del novello Savonarola – saranno come il ‘48 a parti invertite: se parliamo solo di progresso e ci limitiamo a dire ‘questi al governo sono incompetenti’ fra un anno il Pd non ci sarà più.” Pochi giorni prima con Vanity fair si era sporto anche un po’ più in là: “Io propongo di andare alle Europee con una grande lista, se non accadrà entro l’inverno mi ritirerò dalla vita politica”. Poi lo sfogo: “Nel Pd mi sento detestato, non mi hanno mai coinvolto in niente, mi hanno preso in giro per aver cercato di organizzare una cena… Ma lei lo sa cos’è il partito a Roma? È un posto in cui non ti avvertono delle riunioni pensando di farti un dispetto”. A maggio era già pronto a fondare un suo partito, anche se ancora alleato del disprezzato Pd. “Siamo Europei può diventare un partito, se serve sono pronto a trasformarlo in un soggetto politico”, diceva a Repubblica Calenda, che intanto era diventato, grazie ai voti Dem, il candidato più gettonato alle Europee. E tra espressioni colorite che vogliono simulare una sua estrazione popolana (“che palle ‘sto partito, troviamo una soluzione”) e richiami a sondaggi più che servizievoli (“Se mi presento prendo il 16”) ricordiamo il militante che con la tessera ancora fresca di stampa si rivolgeva così ai dirigenti del suo partito: “Sta diventando un posto in cui l’unico segretario che si dovrebbe candidare al congresso è il presidente dell’associazione di psichiatria”.

Il Pd va in ordine sparso: Di Maio e Conte dividono

In attesa della Direzione di mercoledì, in cui il Pd si domanderà “che fare?” alla luce di quanto successo in Parlamento, sono dieci giorni che le mille e più anime democratiche si dedicano a trattative estemporanee coi 5 Stelle che mandano il segretario Nicola Zingaretti fuori dalla grazia di dio: parliamo di Matteo Renzi, ovviamente, ma anche di dirigenti di peso come Graziano Delrio, Dario Franceschini e altri.

Ognuno, ovviamente, fa quel che può: il capogruppo dem alla Camera parla col suo presidente Roberto Fico, altri hanno rapporti coi capigruppo (va per la maggiore, ultimamente, quello del Senato Patuanelli); ci sono gli esperti di traffico di relazioni che provano a contattare Davide Casaleggio tramite comuni amici; altri già immaginano spartizioni ministeriali, ovviamente col loro nome in pole position. Nei giorni scorsi pure dirigenti vicini a Zingaretti, che per ora ha congelato ogni apertura in attesa di capire se Conte si dimetterà o no (al Nazareno propendono per la seconda), hanno effettuato le prime chiacchiere coi 5 Stelle: la vicesegretaria De Micheli, per esempio, interloquisce (rieccolo) con Patuanelli, Francesco Boccia con Laura Castelli e Fico, etc.

Le posizioni dei vari gruppi sono note. Il primo a muoversi e il più deciso finora a proporre un governo agli ex rivali è stato Renzi, “l’avvoltoio persuasore” deriso da Beppe Grillo. Ha bisogno di tempo – un anno almeno – per mettere in piedi il suo partito e se si vota oggi non potrà farlo: quindi avanti con la legislatura. Ieri, a chi gli ha parlato, ha ribadito la sua offerta chiavi in mano ai 5 Stelle con un curioso tic linguistico: “Io non indicherò nessun ministro politico, solo tecnici di alto profilo, poi certo il Pd indicherà i suoi…”. Il “miglior premier”, secondo Renzi, resta il magistrato Raffaele Cantone, “ma se ci sono nomi considerati migliori non ho nessun problema: sui giornali ho letto di Enrico Giovannini e Giovanni Maria Flick e vanno bene. Certo Conte non può restare, ma può benissimo fare il commissario Ue”. Renzi ha pure il precedente: nel 2014 il finlandese Jyrki Katainen in un paio di settimane passò dall’essere premier del suo Paese a commissario agli Affari economici.

La vera notizia di ieri, però, è il tentativo dello stesso Renzi di corteggiare Luigi Di Maio: “Per me va bene che stia al governo in un ministero di peso, anche più importante di quello che ha ora”. E non ce ne sono molti: volendo escludere l’Economia, forse al fiorentino piacerebbe mandare il grillino al Viminale… Se gli riesce il colpo, Renzi in ogni caso costituirà i suoi gruppi alle Camere entro qualche mese: le trattative con la parte “anti-salviniana” di Forza Italia sono avanzatissime.

Dall’altro lato dello spettro democratico sta Nicola Zingaretti, fautore del voto il prima possibile (su cui aveva dato garanzie a Salvini), ma costretto ad aprire al governo coi Cinque Stelle dalla fuga in avanti dei gruppi parlamentari (in cui i renziani sono parecchi) e di un pezzo della sua stessa maggioranza congressuale: ne è nato il “lodo Bettini”, cioè la proposta – se ci si riesce – di dar vita a un governo a tutti gli effetti politico e che duri il resto della legislatura intorno a pochi punti programmatici.

Zingaretti, per ora, non ha intavolato alcuna trattativa coi 5 Stelle: come ha detto venerdì, sarebbe “un errore” farlo finché “c’è un governo in carica”. Beppe Grillo lo ha indicato come l’unico interlocutore possibile e il gruppo dirigente grillino, come l’intendenza, ha seguito l’indicazione del comico: il segretario dem entrerà in scena solo quando la palla sarà al Colle, fino ad allora non fa proposte, non mette veti, né esclude il voto. Una proposta di massima, però, è già sul tavolo e prevede – come Il Fatto ha già scritto – un ricambio totale delle facce. Tradotto: niente Conte, né Di Maio nel futuro esecutivo. Il primo può andare a Bruxelles, il secondo resta il capo politico e nient’altro.

I 5 Stelle hanno deciso: si va alla crisi in Senato

Le telefonate accorate dei pontieri leghisti non si sono fermate neanche in questo sabato di metà agosto, nonostante il gran capo Matteo Salvini – in relax bucolico a casa Verdini – abbia interrotto i contatti anche coi suoi: mentre lui riflette, ministri e dirigenti vari del fu Carroccio provano a capire se c’è uno spazio per ricucire con “l’Italia del no” a 5 Stelle.

Dalle parti del Movimento, anche se continuano gli attacchi all’ex alleato (“ha provato a fregarci tutti, ma si è fregato da solo: pare che persino Berlusconi gli abbia risposto picche”), non è ancora arrivata una chiusura formale: questo perché ogni posizione dovrà essere espressa in Parlamento e Salvini dovrà intestarsi una crisi di governo che lui stesso ha scelto di aprire dieci giorni fa. Problema: ormai la Lega barcolla e non è nemmeno più chiaro se voglia sfiduciare Giuseppe Conte o persino votargli contro nell’Aula del Senato dopodomani. “Vedremo se avranno il coraggio di schierarsi contro il premier”, dice il ministro grillino Riccardo Fraccaro.

Insomma, volendo, il duello all’ultimo sangue annunciato a Palazzo Madama potrebbe persino diventare un minuetto senza risultati, che dia agli ex gialloverdi il tempo di restare compatti. Non andrà così e non solo perché il capo dello Stato ha fatto sapere che M5S e Lega non potranno rimettersi insieme facendo finta di niente, ma pure perché i grillini hanno deciso che – comunque vada a finire – si dovrà passare per una vera crisi politica in Parlamento con la spaccatura della ex maggioranza.

È questa la linea che si è andata delineando in questi giorni e che dovrebbe trovare una sua veste tecnica nella riunione della “cabina di regia” grillina convocata in serata a Roma: al tavolo, oltre a Luigi Di Maio, siederanno i ministri Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra, la vicepresidente del Senato Paola Taverna, i due capigruppo in Parlamento Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli, il “casaleggiano” Massimo Bugani e Alessandro Di Battista.

Saranno loro – in stretto contatto col premier, Grillo e lo stesso Casaleggio – a definire la strategia parlamentare. Funzionerà così: martedì Conte farà le sue “comunicazioni” nell’aula del Senato e, a quel punto, i vari gruppi potranno presentare una “risoluzione” sull’intervento. Quelle importanti, ovviamente, sono quelle che presenteranno la Lega (che ancora non sa cosa fare) e il Movimento.

Quest’ultima la firmerà, com’è normale, il capogruppo Patuanelli e dovrà avere due caratteristiche: pur appoggiando il presidente del Consiglio da un lato dovrà consentire alle opposizioni “democratiche” (Pd, LeU e altri) di non votare contro, dall’altro alla Lega di non votare a favore. Insomma, non dovrà rivendicare troppo l’esperienza gialloverde e attaccare la Lega su un terreno sul quale sia impossibile la pacificazione.

Conte, come detto, lavora in stretto contatto col gruppo dirigente grillino e ha sostanzialmente già da solo creato la perfetta occasione di scontro: le letterine e letteracce (“l’ossessione dei porti chiusi”, “non firmo il divieto per una questione di umanità”) scambiate negli ultimi giorni tra il premier e la ministra della Difesa Trenta da un lato e Salvini dall’altro sulla vicenda della nave della Ong spagnola Open Arms e il relativo sbarco dei migranti (finora solo i minorenni) è il boccone amaro, tra i molti possibili, che il cosiddetto “capitano” proprio non può mandare giù. Una risoluzione che elogi la recentissima linea dell’accoglienza di Palazzo Chigi su questo tema sarebbe indigesta per i leghisti.

A quel punto, con una spaccatura della maggioranza evidente anche in Parlamento, la crisi sarebbe aperta: “In piena trasparenza”, come aveva promesso il premier neanche un mese fa. È quel che si augurano al Quirinale, dove aspettano e sperano che la sfiducia più pazza del mondo trovi finalmente una strada istituzionale: l’ipotesi che va per la maggiore sul Colle più alto, diciamo quasi scontata, è che Conte – che ha la fiducia di Sergio Mattarella – salga a palazzo dopo il dibattito in Parlamento per rassegnare le sue dimissioni. Solo allora, con l’avvocato del popolo in carica per gli affari correnti, inizierà la partita del nuovo governo, qualunque esso sia. Solo una è l’avvertenza che il presidente della Repubblica ha già fatto pervenire ai partiti: se c’è un accordo politico (nuovo o vecchio) si procede, ma se l’idea è mettere in piedi un accordicchio per qualche mese, allora sarà lui a costruire un esecutivo che faccia la manovra e guidi il Paese alle elezioni.

Lo stato di diritto (del più forte), il deficit e G. Giolitti

Un vecchio adagio attribuito a Giovanni Giolitti recita che “le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici”. Una cinica linea di condotta che, pur apparentemente concettualizzata in Italia, trova la sua massima espressione attuale in quel kamasutra ordinamentale che sono i Trattati Ue: per restare solo ai conti pubblici, ad esempio, nonostante Francia e Spagna facciano un po’ come pare a loro, l’Italia non può fare più deficit neanche per rilanciare la crescita in recessione. Anzi, non potrebbe. Cioè, insomma, dipende da chi c’è al governo. Ce lo ha spiegato, ieri su Repubblica, il responsabile Europa della Spd tedesca, Christian Petry. Dice: sì al governo M5S-Pd, “il fine giustifica i mezzi”. E poi: “sarebbe bene che quel governo varasse in autunno una Finanziaria per il 2020 che sia accettabile, per gli italiani (sic). E in questo Bruxelles e Berlino dovranno andare incontro all’Italia”. Insomma, maggiore flessibilità? “È quello che auspico” e “sarei molto favorevole ad aiutare l’Italia, se ci fosse un governo di forze pro-europee”. D’altra parte “il Paese ha bisogno di crescere: è il modo migliore per abbattere il debito”. Ricapitolando: è dunque noto a tutti, persino ai tedeschi, che politiche fiscali restrittive ammazzano la crescita (e le persone) e peggiorano i conti pubblici, però le sponsorizzano lo stesso, a meno che le politiche espansive non aiutino qualcuno che considerano amico a far fuori un altro che considerano nemico (e solo a tempo). Ciliegina sulla torta: te lo dicono pure. Che bello lo stato di diritto del più forte.

L’ultima follia

La crisi più pazza del mondo, aperta il 7 agosto da un Salvini ubriaco di sondaggi, piazze, spiagge e mojito che chiedeva elezioni subito e pieni poteri, si concluderà martedì al Senato in un modo ancor più folle. Sempre grazie a Salvini che, con niente elezioni e vuoti poteri, s’è prodotto in una tragicomica inversione a U, disposto a tutto, anche alla mendicità, pur di tenere in piedi il governo che voleva sfiduciare e le poltrone sue e della sua truppa. Di solito i premier in Parlamento chiedono la fiducia e temono la sfiducia. Invece Conte teme la fiducia e farà di tutto per non ottenerla. Il governo giallo-verde, salvo sorprese, morirà il 20 agosto con il discorso del premier che dichiarerà conclusa l’esperienza del Salvimaio con un utile promemoria sulle responsabilità del Cazzaro Verde. Poi si voterà su eventuali risoluzioni dei partiti. Il M5S ne presenterà una così dura con Salvini da impedirgli qualunque convergenza pelosa. Nessuna mozione di sfiducia: l’unica presentata, quella leghista, non è stata neppure calendarizzata. Il Pd, se davvero vuol tentare un dialogo col M5S anzichè regalare le elezioni a Salvini, dovrebbe astenersi o uscire. Poi Conte salirà da Mattarella con l’atto di decesso del governo. Partiranno le consultazioni su eventuali maggioranze alternative. E lì, se son rose, fioriranno nell’unica direzione numericamente possibile: M5S-Pd-LeU.

Intanto si aprirà la resa dei conti nella Lega, sulle mosse di un presunto leader che dieci giorni fa aveva in pugno l’Italia e ora non controlla neppure il Papeete Beach. In compenso ha riaperto le porte del governo al Pd, che se n’era autoescluso un anno fa con la demenziale strategia dei popcorn. E ha resuscitato i 5Stelle che pensava di annientare: li ha ricompattati, ricongiunti a un galvanizzato Grillo, riportati al centro della scena e muniti di quei “due forni” che ieri hanno ingigantito il suo potere contrattuale e oggi rafforzano Conte e Di Maio, corteggiati sia dalla Lega sia dal centrosinistra (e persino da FI). L’eventuale governo M5S-centrosinistra è tutto da costruire e pieno di incognite, ma bene fanno Di Maio e Zingaretti a lasciar parlare le seconde file: Salvini sarebbe capace di usare un vagito di dialogo per passare da traditore a tradito, anche se tutti sanno che a tutto pensavano i 5Stelle, fuorchè a una così rapida resipiscenza del Pd (frutto più della mossa renziana che di un moto spontaneo zingarettiano). Da mercoledì però dovranno vedersi e valutare presto i margini di un contratto stringato, stringente e vincolante. Quanto al premier, chiedano in giro chi è il leader più apprezzato in Italia e all’estero. Si chiama Giuseppe Conte.