Il negoziato con la “schiuma della terra”

“La schiuma della terra”: quando lunedì sera, a Otto e Mezzo, Massimo Giannini (sempre assai misurato e mai impulsivo nelle analisi) ha usato questa espressione piuttosto forte, per saperne di più ho cercato su Wikipedia (causa mia approssimativa cultura di base). E ho trovato il titolo del libro autobiografico di Arthur Koestler sul disastro umanitario alla vigilia della Seconda guerra mondiale nella Francia dominata dal caos e dall’impreparazione militare. C’era anche una citazione di Hannah Arendt a proposito dei rifugiati privi dei diritti umani garantiti dalla cittadinanza.

Poi, dopo le declinazioni di schiuma applicata a fenomeni ambientali non particolarmente attraenti, alla voce sinonimi ho letto che schiuma della terra si può anche intendere come rifiuti umani. Effettivamente il direttore della Stampa

stava parlando di coloro che nel Parlamento italiano annunciavano di non voler presenziare al discorso di Zelensky. Ovvero, “quel che resta della schiuma della terra gialloverde”, la “faglia” dove il putinismo può “incunearsi” rappresentata dalle “anime morte” di Lega e 5Stelle (qui ho pensato, questo lo so è Gogol).

Ancora scosso dalla presenza di tali inammissibili scorie del politicume ho trovato rifugio in un articolo su Repubblica il cui titolo mi è sembrato come un antidoto alla schiuma di cui sopra: “Libere idee in libero dibattito”, di Luca Ricolfi. Di cui citerò le ultime righe: “La pietà, la solidarietà per le vittime non dovrebbero mai essere scalfite dalla ricostruzione dei torti e delle ragioni delle parti in gioco che – nella storia – sono sempre entità collettive, ovvero partiti, nazioni, imperi, potenze che agiscono sopra le teste della gente comune”.

Eccola finalmente la famosa gente comune che non viene mai interpellata, prevista, considerata e che desidera unicamente l’inizio di una trattativa di pace. Quando, cioè, ci si dovrà sedere, per forza, allo stesso tavolo con il “dittatore assassino e criminale di guerra”(Biden) e con la schiuma della terra.

D’Ippolito, deputato 5s a giudizio a Lamezia

Giuseppe D’Ippolito, avvocato e deputato del M5s, è stato rinviato a giudizio a Lamezia Terme con l’accusa di frode processuale. Il reato sarebbe stato commesso il 7 maggio 2018 in un processo nel quale D’Ippolito è stato condannato per diffamazione nei confronti dell’ex senatore Pietro Aiello. In quel contesto, D’Ippolito – secondo il legale di Aiello, Nunzio Raimondi – ha prodotto in giudizio “una registrazione della conferenza stampa nel corso della quale aveva pronunziato le espressioni che Aiello aveva giudicato diffamatorie, sostenendo di non averle pronunciate. Di seguito, venne prodotto l’originale della registrazione, dalla quale emerse che D’Ippolito aveva effettivamente pronunziato le espressioni offensive”.

Petrobras, i pm: “4 anni ai dirigenti Techint”

La Procuradi Milano ha chiesto 4 anni e 6 mesi per Gian Felice e Paolo Rocca e Roberto Bonatti a 4 anni e 6 mesi, amministratori e soci di riferimento di San Faustin, la holding di Techint, e per la società a una sanzione di 1,2 milioni di euro, per una presunta corruzione internazionale in Brasile. Contestata una presunta tangente di quasi 6,6 milioni versata tra il 2009 e il 2014 a un dirigente della brasiliana Petrobras in cambio di contratti di fornitura di tubi per un valore di 1,4 miliardi. Per l’accusa il presunto destinatario era Renato Duque, direttore dei servizi di Petrobras, “affinché lo stesso compisse atti contrari ai suoi doveri d’ufficio per favorire Confab“, società all’epoca dei fatti controllata da San Faustin attraverso Tenaris.

Covid, di nuovo 96mila contagi e 197 morti. Medici ucraini negli ospedali, c’è il via libera

Nuova impennata di contagi di Covid-19 in Italia. Ieri i nuovi casi sono stati 96.365, il triplo di quanti registrati lunedì ma “solo” il 13,2% in più di sette giorni fa. In aumento anche i decessi, che sono stati 197, 17 in più rispetto al 15 marzo. I ricoverati con sintomi nelle aree mediche sono saliti a 8.969 (più 241 sempre rispetto a lunedì e più 5,9% in sette giorni) ma sono diminuiti i ricoveri in terapia intensiva, che ieri erano 455 (meno 5,9%). Il tasso di positività che ha raggiunto il 15%, +3,3% rispetto al 14,53% di una settimana fa. Le persone attualmente positive sono oltre 1,2 milioni, con un aumento di 25.327 unità. E si contano, sempre nelle ultime ventiquattro ore, 71.380 guariti, che portano il totale a più di 12,6 milioni dall’inizio della pandemia.

Nel frattempo è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto legge approvato lunedì che dà il via libera al reclutamento di personale sanitario ucraino nelle strutture sanitarie italiane, in deroga alle normative sul riconoscimento delle qualifiche professionali. L’articolo 34 consente infatti contratti a tempo determinato o incarichi libero professionali, anche sotto forma di collaborazione coordinata e continuativa, fino al 4 marzo del prossimo anno. Ma non precisa se i sanitari ucraini devono essere vaccinati . Cosa che ha provocato le proteste dei medici italiani no vax. Tanto che ieri la sede della Fnomceo, la Federazione degli Ordini dei medici, è stata bersagliata di email. A sua volta l’avvocato Erich Grimaldi, presidente dell’Unione per le cure, i diritti e le libertà, ha scritto al premier Draghi e al ministro della Salute Speranza per sapere se i sanitari ucraini sostituiranno il personale italiano sospeso e soprattutto se dovranno sottostare all’obbligo della vaccinazione previsto per chi lavora nella sanità. Obbligo che non è stato introdotto in Ucraina. In mancanza di risposte, ha anticipato Grimaldi, una delegazione di sanitari manifesterà il 29 marzo davanti alla sede del ministero. Sulla questione è dovuto intervenire il presidente nazionale della Fnomceo, Filippo Anelli. “Per poter esercitare professioni mediche e sanitarie in Italia è necessario avere la terza dose del vaccino anti Covid. Su questo non ci sono dubbi. Non si può fare diversamente, questa è la legge”, ha spiegato Anelli. “La deroga – ha poi precisato -, riguarda solo il riconoscimento del titolo. Per il resto le regole che valgono per i medici italiani valgono per tutti”.

Verbali di Amara, chiesto il giudizio per la Contrafatto

La procura di Roma ha chiesto il processo per Marcella Contrafatto, la presunta “postina” dei verbali di Piero Amara, quelli in cui l’ex legale esterno dell’Eni riportava ai pm di Milano l’esistenza – a suo dire – di una “Loggia Ungheria”. Nei prossimi giorni, gli avvocati dell’ex segretaria al Csm dell’ex consigliere Piercamillo Davigo riceveranno la richiesta di rinvio a giudizio depositata dai magistrati romani. Contrafatto è indagata per calunnia perché – si legge nel capo d’imputazione – “inviando a Nino Di Matteo, consigliere al Csm e quindi Pubblico ufficiale, una missiva in forma anonima del seguente tenore: ‘uno dei verbali dell’interrogatorio Amara’… ‘ben tenuto nascosto dal procuratore Greco chissà perché (altri verb. c’è anche lui)’ (…) incolpava, sapendolo innocente, il procuratore capo di Milano, Francesco Greco” del reato di “condotte omissive”. Quei verbali, tra l’altro, sono gli stessi ricevuti in via anonima dai giornalisti Antonio Massari (Il Fatto) e Liana Milella (Repubblica), che poi hanno presentato denuncia a Milano.

Arrestato De Giorgi consigliere sardo “È corruzione”

Quanto vale un emendamento in una legge regionale? Più o meno 4 appartamenti. È questo il “prezzo” che secondo la Procura di Cagliari il costruttore sardo Corrado Deiana avrebbe pagato al consigliere regionale di centrodestraValerio De Giorgi, già presidente della commissione Bilancio della Regione Sardegna. Una presunta corruzione che ieri ha portato ai domiciliari l’imprenditore, l’uomo politico (finanziere in pensione) e il suo assistente, Marco Pili. Voto di scambio, corruzione e tentata truffa le accuse. Per i pm, De Giorgi si sarebbe fatto scrivere da Deiana un emendamento al Piano Casa che consentiva all’imprenditore di costruire un complesso edilizio a Quartucciu (Ca). Emendamento che passò, salvo poi essere impugnato con tutto il Piano Casa. Pili invece è finito nei guai per il tentativo di far finanziare dalla Regione – con una variazione di bilancio presentata da De Giorgi – per 650 mila euro l’associazione Pro loco Città di Cagliari. Chi ne faceva parte? Pili, l’ex cognata di De Giorgi e un suo ex collega.

“La riforma Cartabia è un’offesa per i pm: così vogliono punirci”

Procuratore Gratteri, alla manifestazione di Libera per le vittime delle mafie ha parlato di “riforme devastanti” della ministra Cartabia. Si riferiva anche all’Ordinamento giudiziario, all’esame della commissione Giustizia della Camera per passare al voto dell’aula a fine marzo?

Ne ho letto alcune parti e purtroppo mi trovo ancora una volta in disaccordo su molti punti. Alcune proposte sono dannose per il sistema giudiziario, altre sono quasi una offesa per noi magistrati e non porteranno alcun effetto positivo.

Per esempio?

Si prevede un controllo “esterno” sul lavoro dei magistrati nelle valutazioni di professionalità, riconoscendo un diritto di voto ai ‘membri laici’, cioè agli avvocati nei Consigli giudiziari (le filiali locali del Csm, ndr). Inaccettabile: non si vede perchè a valutarci debba essere chi non fa parte della nostra categoria, infatti non accade per nessun’altra, inclusi gli avvocati; e soprattutto così si intacca l’autonomia e la terzietà del magistrato, visto che gli avvocati nei Consigli giudiziari dovrebbero giudicare magistrati che lavorano nel loro stesso distretto e coi quali si trovano quotidianamente a interloquire. Questa previsione che – chiarisco subito a scanso di equivoci – in termini concreti non mi riguarda, ha quasi l’odore della punizione.

La riforma prevede che si possa passare solo due volte dalla funzione di pm a quella di giudice e viceversa. Un antipasto della separazione delle carriere prevista dal referendum di Lega e radicali?

Sono fermamente contrario. Ridurre i passaggi da una funzione all’altra non comporta alcun vantaggio, né di efficienza né di produttività, ma soprattutto mortifica quello che “a parole” dovrebbe essere tra gli obiettivi del nuovo ordinamento giudiziario: di migliorare la qualità del nostro lavoro. Il passaggio di funzione andrebbe incentivato, non limitato, perché è un arricchimento professionale e consente al magistrato di sviluppare una visione globale del processo. È innegabile, ma pare che non interessi a nessuno. Nella mia Procura vorrei dei pm che hanno fatto i giudici e che il nostro lavoro fosse valutato da giudici che hanno fatto i pm. Peraltro oggi, per cambiare funzione, il magistrato deve quantomeno cambiare provincia, e già questa è una forte limitazione.

La riforma prevede che i magistrati che hanno ricoperto cariche elettive, di qualunque tipo, al termine del mandato non possano più svolgere alcuna funzione giurisdizionale e siano collocati fuori ruolo. Prevede anche il divieto di esercitare funzioni di giudice o pm mentre si ricoprono incarichi elettivi e governativi, anche se in un territorio diverso.

Sono totalmente d’accordo sui divieti, ma non sul fatto che chi ha ricoperto incarichi elettivi o ministeriali venga poi automaticamente collocato presso il ministero di appartenenza. E soprattutto non trovo corretto che la stessa disciplina sia applicata ai magistrati che si sono candidati, ma non sono stati eletti. È accettabile che un qualunque magistrato che si candidi e non venga eletto venga premiato mandandolo al ministero? Praticamente, se ti stanchi del tuo lavoro, basta che ti candidi e dopo, automaticamente, passi al ministero! Io vorrei una riforma ancora più rigorosa: se ti candidi a una carica elettiva, eletto o bocciato, esci dall’ordine giudiziario senza ricoprire incarichi ministeriali.

In certe parti la riforma anticipa i referendum, come se fossero già stati approvati dal popolo italiano.

Sì, per almeno due quesiti: magistrati giudicati anche dagli avvocati e separazione delle carriere. Per me è tutto inconcepibile. Si dice una cosa e se ne fa un’altra. Si parla di difesa dell’autonomia, indipendenza e terzietà della magistratura e poi si introduce un sistema che intacca in maniera evidente questi principi costituzionali. Si dice che si vuole raggiungere una cultura della giurisdizione e si vieta ai giudici di diventare pm, che è invece l’unico modo per garantirla. Si dice che si vuole premiare i tanti magistrati che lavorano in silenzio e poi non li si ascolta neppure.

Come si spiega queste scelte che ignorano il parere dei magistrati e del Csm?

Non me le spiego. La magistratura attraversa un momento di forte debolezza, ma nessuno dovrebbe dimenticare che è uno dei tre poteri dello Stato. E non esiste una gerarchia: i tre poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – devono coesistere in posizione paritaria. Se uno cerca di sopraffare l’altro, ci perde la democrazia, quindi la collettività. Non i magistrati.

La Cartabia ha appena nominato a capo del Dap il giudice Carlo Renoldi, avversario del 41-bis e dell’ergastolo ostativo, nonché dell’“antimafia militante arroccata nel culto dei martiri”. Che ne pensa?

Sulla persona, nulla perché non conosco il collega. Quanto alle sue opinioni sul 41-bis e l’ergastolo ostativo, almeno quelle diffuse dagli organi di stampa, non le comprendo. O meglio, non condivido il preconcetto che solo chi concede “permessi premio” e “aperture” può ritenersi a favore di un “carcere costituzionalmente compatibile”. Non è così. E francamente queste affermazioni di una parte della magistratura che etichetta di anti-costituzionalità chi non la pensa come lei mi hanno un po’ stancato. Renoldi, su Repubblica del 27 febbraio, ha affermato che “la mafia è un problema sociale gravissimo, ma un giudice non può essere anti qualcosa, anche un mafioso ha diritto a un processo giusto”. Ma quale magistrato ha mai affermato che i mafiosi non hanno diritto a un processo giusto? Non ne conosco neanche uno. Quel che so bene è che un mafioso, dopo un processo giusto, viene condannato all’ergastolo solo se ha commesso omicidi, normalmente più omicidi, e solo i capi di associazioni di stampo mafioso sono detenuti in regime 41 bis e solo dopo accurate indagini. Forse si deve rispetto anche alle vittime di questi reati. Quanto alla sua critica all’“antimafia militante”, non so a cosa a chi si riferisca. Ma ricordo che l’altro giorno si è celebrata la giornata nazionale delle vittime delle mafie. E, se devo scegliere, io sceglierò sempre le vittime. Se vuol dire far parte dell’antimafia militante, bene: ne sono contento. Ma vorrei aggiungere una cosa.

Quale?

Sento ripetere che si lavora “per spezzare il sistema delle correnti”. Mah, attendiamo fiduciosi. Per ora anche le nomine fiduciarie al ministero hanno privilegiato militanti in correnti della magistratura.

Cosa spera, in questo quadro per lei “devastante”?

Che la magistratura faccia sentire la sua voce unita e compatta e che riacquisti la credibilità che merita. Spero che il governo attivi una reale e costruttiva interlocuzione con noi magistrati. E spero che una volta per tutte si capisca che, se il sistema giustizia non funziona, i danneggiati non siamo noi magistrati, ma l’intera collettività.

Rincari, salta il “salva-appalti”

Di chi è la manina che l’altro ieri notte, poco prima che venisse pubblicato il decreto “Taglia prezzi”, ha stralciato la norma che dava alle imprese la possibilità di prorogare o sospendere i lavori per i rincari delle materie prime?

La domanda non è di poco conto, vista la portata delle ripercussioni che ora avrà nel settore edile, almeno secondo l’allarme lanciato dal presidente dell’Ance, Gabriele Buia. “Così si sta buttando a mare il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Nessun cantiere – denuncia il numero uno dei costruttori edili – potrà proseguire in questo modo. Quella norma, che peraltro concedeva solo una tregua senza individuare una soluzione duratura, era l’unico strumento a disposizione delle imprese per non abbandonare del tutto i cantieri a causa dei costi attuali e la scarsità di materiali”. Parliamo di misura che era stata comunicata al termine del Consiglio dei ministri di venerdì scorso, con tanto di comunicato ufficiale (che si può ancora leggere sul sito del governo): “Fino alla fine del 2022 si potranno sospendere o prorogare le prestazioni previste dagli appalti pubblici in presenza di variazioni in aumento dei prezzi di alcuni materiali da costruzione, rilevate dal ministero delle Infrastrutture, ovvero gli aumenti eccezionali dei prezzi dei carburanti e dei prodotti energetici”.

Il cambiamento dalla bozza del decreto, fanno sapere dal ministero delle Infrastrutture, è dovuto al fatto che “si è ritenuto più utile, in questa fase, mettere a disposizione delle imprese più risorse per l’adeguamento prezzi, piuttosto che ribadire una norma già prevista all’articolo 107 del codice dei contratti”. Così nel decreto alla fine è rimasto solo un fondo da 320 milioni per le compensazioni che non accontenta affatto l’Ance. Un dietrofront del governo che ora rischia di fermare i cantieri del Pnrr. La situazione, infatti, non è delle migliori con i prezzi dei materiali da costruzione pressoché raddoppiati nell’ultimo anno, mentre altri irreperibili se non a costi insostenibili. È il caso dei prezzi di ferro-acciaio tondo per cemento armato e di bitume saliti del 40% rispetto all’anno scorso, quando già erano aumentati rispettivamente del 54% e del 35% nel 2021 sul 2020. E a peggiorare ulteriormente le cose ora c’è anche il rialzo record di gas e carburante che sta mettendo in ulteriore difficoltà i trasporti e la gestione delle consegne.

E nessun comparto è esente. Da Nord a Sud, dai servizi agli acquisti, l’allarme delle imprese che rischiano di non riuscire più a pagare e ultimare i cantieri è arrivato direttamente all’autorità nazionale Anticorruzione (Anac). Già nelle scorse settimane il suo presidente, Giuseppe Busia, ha spiegato a governo e Parlamento che senza un intervento normativo si rischia il fallimento del Pnrr a causa del boom dei prezzi delle materie prime usate nei cantieri che azzererà i margini delle imprese che partecipano alle gare pubbliche. In caso contrario, ha avvertito Busia “o le gare vanno deserte” o “favoriranno i furbetti che punteranno subito dopo l’aggiudicazione a varianti per l’aumento dei prezzi”.

Dice l’Authority. La crisi dei prezzi durerà fino al 2024

Uno scenario cauto, ma che rischia lo stesso di essere ottimista, quello tratteggiato dal presidente dell’Autorità per l’energia (Arera), Stefano Besseghini, in audizione in Parlamento: la crisi dei prezzi energetici, ha sostenuto, inizierà a rientrare dalla fine del 2022 per concludersi definitivamente solo nel 2024. Queste le sue parole: “Le quotazioni forward dei prodotti energetici prefigurano un rientro graduale della crisi fra la fine del 2022 e il 2024 ma, presumibilmente, i prezzi del gas naturale sono destinati a mantenersi più alti della media storica degli ultimi anni. Le attuali quotazioni dei prodotti forward del gas naturale, con le dovute cautele derivanti dalla forte volatilità dei prezzi, si aggireranno intorno a circa 100 euro/MWh fino al termine dell’anno in corso, a circa 65 euro/MWh per il 2023 e a circa 45 euro/MWh per il 2024”. L’Arera, peraltro, ha una gran parte nel tentativo del governo di tassare i cosiddetti “extraprofitti” del settore energia: è all’Autorità, infatti, che le imprese del settore dovranno inviare i loro contratti di fornitura di gas di lungo periodo (il cui prezzo in genere è fissato prima e dunque più basso di quello del mercato spot attuale)

Uffici, industrie, abitazioni: ecco l’Italia senza gas russo

Se il gas manca, lo si dovrà razionare. E le conseguenze saranno pesanti. Questo è l’avvertimento contenuto in un rapporto della Fondazione Eni “Enrico Mattei” che analizza i possibili effetti della guerra in Ucraina sul sistema elettrico italiano. Negli ultimi giorni la possibilità di ricorrere al razionamento è stata sdoganata sia dal premier Mario Draghi, sia dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Non a caso già il 28 febbraio, quattro giorni dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo approvava un primo decreto per autorizzare misure emergenziali di questo tipo.

Di che parliamo? Oggi le forniture russe rappresentano il 40% del totale dei consumi di gas in Italia. La guerra alle porte dell’Ue è dunque un “fattore di rischio immediato per la sicurezza del sistema energetico nazionale”. E non solo perché i Paesi europei stanno valutando riduzioni forzate dell’import di energia dalla Russia (se ne parlerà domani al Consiglio europeo, ma per ora una scelta del genere ha troppi avversari), ma anche perché potrebbe essere il Cremlino a fare la prima mossa, limitando il flusso di gas verso Ovest, oppure – ed è una circostanza da non sottovalutare – perché gli scontri potrebbero danneggiare i gasdotti che attraversano l’Ucraina.

Ecco perché gli autori del rapporto (Filippo Del Grosso, Ilaria Livi, Federico Pontoni e Edoardo Somenzi) hanno studiato con apposite simulazioni le possibili conseguenze di un’immediata interruzione delle forniture dalla Russia per almeno un anno a partire dal mese corrente. Gli impatti immediati sarebbero enormi. Con un blocco del gas russo, il prezzo medio dell’elettricità aumenterebbe in media di circa 150 euro per megawattora rispetto ai già altissimi prezzi attuali (poco sotto 250 euro).

A quel punto, per soddisfare la domanda di elettricità nel breve termine, bisognerebbe tornare a sfruttare intensamente il carbone e aumentare l’utilizzo di biomassa. Il sistema elettrico reggerebbe, ma con molte fragilità: sarebbe necessario, infatti, utilizzare comunque fra i 17 e i 19 miliardi di metri cubi di gas per la produzione termoelettrica (e non si potrebbe, verosimilmente, contare sull’acquisto di elettricità da altri Paesi Ue, anche loro colpiti dallo stop al gas russo). Anche dal carbone è lecito non aspettarsi troppo, poiché “cinque centrali su sette sono già operative e, per via dei prezzi particolarmente elevati di gas, producono già una quantità notevole di elettricità” (a non dire che il ritorno al carbone provocherebbe una crescita delle emissioni di oltre 30 milioni di metri cubi).

In conclusione, un azzeramento delle forniture russe lascerebbe a disposizione del sistema gas italiano soltanto 58,8 miliardi di metri cubi (riserve commerciali e strategiche incluse), ben al di sotto dei 70 miliardi di domanda prevista da oggi a marzo 2023. Risultato: anche attuando tutte le possibili misure di emergenza, massimizzando le importazioni e attivando gli strumenti di solidarietà europea disponibili, saremmo di fronte a un enorme ammanco di gas, fra gli 8,9 e 10,5 miliardi di metri cubi.

È per questo che gli studiosi della Fondazione Eni scrivono che “l’interruzione delle forniture dalla Russia è un’eventualità da scongiurare con forza”, perché molti dei rimedi discussi in questi giorni da governo e media “non sono attivabili in tempi brevi, soprattutto quelli che richiedono investimenti infrastrutturali”. Dovesse avvenire la catastrofe, però, la priorità è “preservare il corretto funzionamento del sistema elettrico”, una scelta “di natura strategica, sovraordinata rispetto alla continuità di altri settori potenzialmente impattati, come il civile e l’industriale”. Per capirci, parliamo del gas dei riscaldamenti e della cucina e di quello che serve ad alcune industrie per lavorare: l’ammanco calcolato dal report rappresenta circa il 20% della domanda di questi due settori (rispettivamente circa 34 miliardi di metri cubi e circa 15). Anche calcolando che molte imprese a quei prezzi (390/400 euro per MWh) smetterebbero di produrre da sole, l’unica soluzione immediata sarebbe il razionamento anche dell’elettricità, “possibilmente con dei distacchi programmati, al fine di ridurre ulteriormente il consumo termoelettrico di gas”.

Anche l’industria “sarebbe chiamata a partecipare al contenimento della domanda di gas” e pure gli “usi civili” dovrebbero contribuire via “chiusure di uffici e telelavoro strutturato” e la “riduzione della domanda di riscaldamento di edifici commerciali” e luoghi di lavoro. Questo a non dire del crollo del Pil, enorme, che però “ridurrebbe la domanda energetica e quindi lanecessità di disporre di ulteriore gas”.