Scuole aperte o chiuse? “I problemi non li possono pagare solo i ragazzi”

 

Purtroppo questo incaponimento del governo e del ministro dell’Istruzione nel voler riaprire la scuola il 10 gennaio dimostra soltanto totale mancanza di cognizione sulle dinamiche didattiche. Con le aule affollate, senza distanziamento adeguato, senza sistemi di aerazione, con questi protocolli, la didattica in presenza sarà molto meno efficace di quella a distanza. La riprova ne sono gli ultimi giorni di dicembre, prima della chiusura natalizia: i tanti contagi, quarantene e tamponi hanno determinato un caos tale per cui la didattica è rallentata fino quasi a fermarsi. La soluzione migliore sarebbe quella di rientrare in didattica a distanza per tornare in presenza non appena la situazione dei contagi lo permetta. Della sicurezza e della salute dei ragazzi, delle loro famiglie e di chi lavora nella scuola importa realmente a qualcuno? Temo che si stia giocando a fare bella figura. In modo pericoloso e inutile.

Daniele Barni

 

Gentile Daniele, da due anni c’è una Italia divisa sulla scuola: chi la vuole in presenza, preoccupato per l’apprendimento e la socialità, e chi chiede la dad, preoccupato per i contagi. Non si può dire, senza timore di smentita, quale preoccupazione sia più valida ma alcuni dati sullo stato dell’arte sono senza appello: prima di Natale ho girato in centri commerciali stracolmi di persone, privi di qualsiasi obbligo di distanza di sicurezza; per arrivarci ho viaggiato – anche per ore – su mezzi pubblici spalla a spalla con altri; il tracciamento dei contagi nelle scuole è inesistente e se questo porta al rallentamento della didattica non è certo colpa dei contagi, ma dell’organizzazione. E ancora, lo smart working non è nei pensieri del governo e in due anni non siamo riusciti a recuperare spazi e docenti per tenere in classe, distanziati, gli alunni. A questo punto, quindi, chiedo: è davvero giusto che a pagare le spese di un totale disinteresse sulla scuola siano i ragazzi e che alle mancanze del governo debbano sopperire loro e voi genitori, tenendoli a casa ed eventualmente pagando anche una baby sitter? Non è che invece che chiedere di tenerli lontani da scuola – soprattutto se vaccinati, insieme ai più fragili – e di far passare il messaggio che l’istruzione sia sacrificabile all’occorrenza, sarebbe ora di pretendere davvero che sia una priorità?

Vds

La Supercoppa e le teste fatte a forma di “pallone”

Libertà di parola significa poter esprimere il proprio parere su qualsiasi argomento. Questo l’assunto di partenza che certo Omarino (dal nonno Omar, ma “ino” poiché nato di sette mesi) espone a un circoletto che fa da corona alla panchina sulla quale egli siede prima di esprimere il proprio pensiero. Che è volto a contestare la decisione della Lega, quella del calcio, di far comunque disputare la finale della Supercoppa il 12 gennaio.

A parte, chiosa, che tale evento potrebbe configurarsi tra quelli all’aperto e quindi proibiti fino alla fine del mese: ma l’accusa che lancia è contro le grandi corazzate del calcio con le televisive alleate, poiché se a contendersi l’ambìto (?) trofeo ci fossero state due squadricciole di provincia le cose sarebbero andate diversamente. Invece, si impenna, visto che a scendere in campo saranno Milan e Juventus… A quel punto dal consesso riunito si alza una voce educata per fargli notare l’abbaglio: l’avversario della Vecchia Signora non sarà il Diavolo rossonero ma il Biscione nerazzurro. E be’, fa l’Omarino? Cambia forse qualcosa? Tra l’altro a lui del calcio non è mai importato niente, ma questo non muta la sostanza di ciò che lui contesta. Il consesso in ascolto è pienamente d’accordo nel concedergli il diritto di disinteressarsi del gioco del calcio. Volendo entrare in argomento però, viene fatto osservare che sarebbe meglio prima assumere informazioni precise. L’Omarino abbozza, accetta la critica, ma tiene la posizione. Perché, conclude, che siano in gioco Inter o Milan o Juve, a prendere certe decisioni dovrebbe essere la testa degli esseri umani e non un pallone. A meno che, sorride felino, non si sia nella confusione più completa: avere, come si dice, la testa nel pallone. O meglio ancora, avere un pallone al posto della testa. La forma più o meno è simile, fa notare uno del gruppo disegnando un cerchio nell’aria. Lo ammetto, ribatte l’Omarino, ma uno è vuoto dentro, l’altra non dovrebbe.

“Bar Stella”, era meglio una stalla

Ci si è spesso domandati come mai Renzo Arbore non abbia mai voluto replicare i suoi straordinari successi televisivi, da Quelli della notte a Indietro tutta! Oggi, a quasi quarant’anni di distanza, capiamo che non si potevano replicare, la loro magia stava nella loro unicità, nella capacità di catturare e trasfigurare lo spirito del tempo. Insomma, se nessuno ha mai voluto imitare Arbore – a partire da Arbore stesso –, ci sarà un motivo, motivo che sembra totalmente sfuggire al gruppo vacanze di Bar Stella (Rai2, martedì sera). Nelle commoventi intenzioni, tutto rimanda a quella lezione, la seconda serata, l’allegra brigata di personaggi che aspirano al tormentone, l’orchestra dal vivo (tutti elementi, a guardar bene, da tempo in preda alla marcescenza). Il conduttore Stefano De Martino dice di aver ricreato il bar del nonno, quando la tv era il totem di Corrado e non di Maria (il nonno l’ha scampata bella). In un caso come questo, è inutile scomodare il concetto di trash secondo Tommaso Labranca (la stalla è una stella mancata), o istituire confronti impietosi. Solo qualche riflessione a uso degli autori. Renzo Arbore è un talent scout rabdomantico che ha rapito amici di genio e li ha trasportati di peso in tv; invece le macchiette di Bar Stella riescono a far rimpiangere i comici di Made in Sud (un fenomeno paranormale, dovrebbe indagare Giacobbo). Inoltre, tutta l’arte di Arbore si basa sull’improvvisazione, sui ritmi del comico e delle battute, lo show come una jam session; Bar Stella è per contro tutto scritto, tutto telefonato, e scritto con una povertà espressiva implacabile. Poi c’è Stefano De Martino, nato, cresciuto e formato professionalmente nell’attuale incubatrice di vip che della tv di suo nonno non ha più nemmeno una reminiscenza. Assurdo fargliene una colpa; l’unico consiglio che ci sentiamo di dargli è di guardare un po’ più i suoi interlocutori quando parla con loro, e un po’ meno in camera. Però con certi interlocutori è dura, lo capiamo.

Le battute di D’Alema e i temi più seri che il Pd seguita a ignorare

Signor direttore, ricordo bene quell’8 ottobre 2014, giorno del voto di fiducia in Senato sul Jobs Act. Nel gruppo del Pd solo in tre non rispondemmo alla chiama: Felice Casson, Corradino Mineo e io. La legislatura era iniziata da un anno e mezzo e già seppi che nessuno dei tre ne avrebbe fatta un’altra. Fummo processati sui giornali e svillaneggiati da colleghi di partito e sui social media. L’antica saggezza di Luigi Zanda – che pure non fu tenero con me – evitò procedure formali. Sentir dire – allora – Massimo D’Alema (che non proferì per noi mezza parola) “malattia del Pd” da cui esso sarebbe “guarito da solo” diventa francamente irritante.

Di mio ho speso la XVII legislatura repubblicana con la zappa e la vanga, cercando di dissodare il terreno dei contenuti, studiando i dossier: per esempio, ho sentito il lamento dei giornalisti minacciati dalle mafie, ho seguito i Comuni condizionati dalla criminalità, ho rovistato nei temi dell’evasione fiscale, della riscossione, nel riciclaggio e dei mutui prima casa e sono andata ai presidi delle fabbriche delocalizzate (alla Kappa Flex, in Brianza, trascinai pure l’oggi ministro Speranza!).

E ho fatto tutto quello che ho potuto per il mio territorio. Poi, sì, nel 2017, ho fatto anch’io la scissione di Articolo 1. Non perché c’era una malattia, ma perché per i miei ideali e le mie battaglie nel Pd non c’era più agibilità. Senonché, subito dopo il 4 marzo 2018, ho visto quasi tutti i dirigenti salvatisi in Parlamento con LeU lavorare per tradire il milione di elettori che ci aveva dato fiducia e cercare meticolosamente (e con diverse forme) il ritorno nell’alveo del Pd.

Il progetto di LeU non è fallito da solo: è stato scientificamente sabotato (non era un percorso obbligato: Fratelli d’Italia, nel 2013, prese il 2 per cento, oggi sta quasi al 20). Tuttavia, la storia non si ferma davanti alle asfittiche logiche di ceto: procede con i suoi dilemmi e continua a porre le sue sfide possenti.

Dal Jobs Act a oggi i problemi del lavoro si sono acuiti: resta altissimo l’allarme per i morti sul lavoro (pochi ispettori e pochi soldi), per lo sfruttamento dei lavoratori (si pensi alla logistica, Amazon e simili), per le forme di schiavitù presenti nel lavoro agricolo e in altri settori e per le delocalizzazioni (con annessi licenziamenti via Whatsapp).

Il Covid poi ha aggravato la situazione.

Più in generale, il cambiamento climatico è una tragedia in atto (pur se l’establishment economico ormai è schierato sul negazionismo, come ben evidenzia il film Don’t look up); le migrazioni non si fermano perché nessuno fa più vera politica estera; la legalità resta un’emergenza (quanto all’infiltrazione mafiosa negli appalti – per esempio – siamo sicuri di voler abbandonare il modello Expo-Milano e abbracciare senza condizioni quello Genova-Morandi?).

C’è un soggetto in Italia (e in Europa) che intende farsi carico di queste sofferenze?

Il campo largo di Letta e il M5S di Conte vogliono intercettare queste urgenze?

Sensibilità individuali nell’uno e nell’altro ci sono, ma siamo lontani da quel che occorre. Questi sono i tasti che D’AIema doveva toccare, invece di fare battute sommarie al calduccio del caminetto di Capodanno.

*Senatrice nella XVII legislatura

 

La delibera “soufflé” sullo stadio San Siro rischia di sgonfiarsi

La partita per salvare San Siro è iniziata nei giorni delle feste natalizie. Sono stati depositati due ricorsi al Tar, il Tribunale amministrativo regionale della Lombardia, che chiedono l’annullamento della delibera del 5 novembre 2021 con cui la giunta di Giuseppe Sala ha concesso la “dichiarazione d’interesse pubblico” al progetto presentato da Milan e Inter. Un progetto che prevede di abbattere lo stadio Meazza e di cementificare l’area con nuovi grattacieli per uffici e centri commerciali. Un affare privato, un interesse privatissimo, che serve alle due società per ora proprietarie delle due squadre (un fondo finanziario Usa e una azienda cinese) per uscire dalla crisi, risanare i loro conti in rosso e poter poi vendere i club. Il tutto a spese nostre, dei cittadini di Milano, visto che i terreni su cui si dovrebbe realizzare la speculazione immobiliare sono di proprietà comunale, come pure il Meazza, “la Scala del calcio”, uno dei simboli della città. Il primo ricorso è firmato dal Gruppo Verde San Siro, dall’ex consigliere comunale Basilio Rizzo e da un gruppo di cittadini milanesi e di residenti del quartiere ed è stato presentato dagli avvocati Stefano Nespor e Federico Boezio; l’altro, firmato dal comitato Sì Meazza, dall’ex vicesindaco di Milano Luigi Corbani, dal Coordinamento San Siro e da alcuni cittadini, è stato presentato dagli avvocati Veronica Dini, Roberta Bertolani e Felice Besostri.

La famosa delibera del 5 novembre dovrebbe diventare testo di studio obbligatorio per chi vuole occuparsi di pubblica amministrazione: è un soufflé, un pasticcio contraddittorio, confuso e incongruo che passerà alla storia. È preceduta da almeno cinque relazioni che mettono in dubbio l’interesse pubblico e la congruità del progetto dei due club. Gli uffici comunali ne rilevano le criticità, quello dell’Urbanistica come quello della Mobilità e trasporti, mentre quello della Transizione ambientale sottolinea le preoccupazioni per un’ulteriore operazione immobiliare e il pesante inquinamento da cantiere (alla faccia della transizione verde); la direzione Patrimonio immobiliare del Comune, poi, sostiene apertamente “la non congruità” dell’operazione economica che porterebbe il Comune a perdere per sempre un suo bene patrimoniale, lo stadio Meazza che rende 10 milioni l’anno alle casse comunali, in cambio di una rata annua di 2,7 milioni che i club s’impegnano a pagare. Parere critico anche quello della Ats, tenuta a pronunciarsi per gli aspetti che riguardano la salute dei cittadini. Dunque: in giunta arrivano cinque pareri degli uffici che se non sono dei “no” sono almeno dei “ni”; ma niente paura, il sindaco verde, il grande manager, chiede il “sì”, un bel sì pieno, che tutti i suoi assessori, grati per essere stati appena da lui nominati, pronunciano con voce forte e chiara (tranne una nominata, la verde assessora all’Ambiente Elena Grandi, che non si presenta alla riunione; e chissà come la spiegherà ai suoi elettori).

Ma a che cosa hanno detto sì, quel giorno, Sala e i suoi obbedienti assessori? A un progetto che ancora non esiste. Ci sono solo dei rendering, dei disegni colorati che prevedono il futuro mostrando una cattedrale nel verde della foresta pluviale, come hanno ironizzato i social. Un pasticcio anche il richiamo alla “legge stadi” del 2013, che permette a chi costruisce un nuovo impianto di cementificare l’area attorno. Ma quella legge può scattare soltanto se si dimostra che il Meazza non è più utilizzabile né rinnovabile (e così non è). E poi: l’articolo della “legge stadi” richiamato dalla delibera-pasticcio è stato abrogato nel 2021 e sostituito con articoli poi sospesi fino al 2023. Un soufflé che ora rischia di sgonfiarsi.

 

Draghi non è Superman: qualcuno glielo spieghi

Vi ricordate il Timoniere del Titanic Italia? Il fuoriclasse, grande comunicatore, comandante, ultima chance, campione certificato che sistemerà la Patria, in una parola the best? (definizioni realmente uscite sui giornali dal 3 febbraio 2021, giorno dell’incarico a Draghi da parte di Mattarella). Ecco, è istruttivo vedere oggi quegli stessi giornali impegnati nello sforzo di rendere conto del disastro in cui siamo precipitati fingendo che la responsabilità non sia di Draghi, ma della imprevedibile variante Omicron (per difendere lui e le sue misure risibili minimizzano la variante, declassata a “raffreddore”). Così possono continuare a muovere questo loro pupazzetto di Superman, alle prese coi partiti infidi che ne sabotano il genio e vogliono pure impedirgli di diventare presidente della Repubblica com’egli desidera. Il decreto appena varato per far fronte all’emergenza Covid (infatti entrerà in vigore dal 15 febbraio, con calma) ribadisce la linea del governo nella lotta al virus: puntare tutto su Green pass e vaccini, stabilendone l’obbligo sopra i 50 anni (ma non avevamo raggiunto l’immunità di gregge a ottobre?), anche se ormai è chiaro che da soli non impediscono il dilagare dei contagi e quindi il disastro sanitario ed economico. Tutte le altre misure di contrasto al virus – tracciamento, tamponi, quarantene, smart working, Dad – sono saltate, perché non sono state disposte per tempo, o perché insidiano il Pil, o perché il ministro Brunetta non le gradisce. Allora il governo dei Competenti manda in giro milioni di persone positive, testate con tamponi rapidi affidabili al 50% (le stesse probabilità di fare testa o croce lanciando una monetina), accorcia la quarantena ai contatti stretti per non “bloccare l’Italia” (col risultato certo di doverla bloccare quando quelle stesse persone, che nel frattempo ne avranno contagiato altre, finiranno a casa o in ospedale malate), affida tutto all’autosorverglianza di cittadini taglieggiati dai laboratori per un molecolare e annaspa coi vaccini di cui pure impone l’obbligo. Naturalmente le cose peggioreranno: gli ospedali hanno le terapie intensive piene, rimandano gli interventi, chiudono reparti (ai Migliori sfugge l’aritmetica di base: se una percentuale anche piccola dei contagiati da questo “raffreddore” va in terapia intensiva, al salire dei contagi saliranno anche gli intubati e i morti), ma ormai il governo deve tenere il punto per “non creare allarmismo” (morti di allarmismo: zero; morti di Covid: 5 milioni e mezzo). È uno choc per i giornali veder cadere il loro idolo di carta: non ammetteranno mai che il Salvatore della Patria, il genio del “rischio ragionato”, è un vanitoso che voleva solo un trampolino per il Quirinale; che l’allievo keynesiano di Federico Caffè adotta misure ultraliberiste fregandosene dei poveri; che l’allievo dei gesuiti, in teoria obbligato alla parresia, il dovere di dire la verità a ogni costo, appena può si dilegua e non si abbassa a parlare al popolo che sta mandando allo sbaraglio per salvare il Pil. Mentre Conte faceva conferenze stampa in orari che gli editorialisti ritenevano offensivi, Draghi si è scoperto un pessimo oratore (memorabile la frase: “Il Green pass dà la garanzia di essere tra persone non contagiose”) e ormai se ne guarda bene dal farne. A meno di non chiamare conferenza stampa quella patetica sceneggiata coi tre ministri mandati per strada a illustrare il decreto. Speranza: “Abbiamo varato misure all’unanimità per contrastare il virus”. Lo conosciamo come una persona seria, esaurita da due anni di strazio: perché non si dimette, dissociandosi da queste misure alla brasiliana?

Il ministro “Aprire le finestre” Bianchi: “Si torna a scuola in presenza. Per i bambini 5-11 anni quando c’è un caso si fa un test di verifica. Abbiamo dato a Figliuolo 92 milioni” (a proposito: che fine ha fatto il “piano anti-Dad di Figliuolo” col “team di soldati a domicilio”? Non ha funzionato?), come se il problema fosse solo il contagio in classe e non anche sui mezzi pubblici. Menzione a parte merita Brunetta: lo avete ascoltato? Vi sembra una persona in possesso delle qualità di equilibrio e serenità per partecipare alle decisioni di questo momento? Si sente già premier, rivendica il primato dell’Italia nell’obbligo come se stesse infliggendo una punizione: vi sembra interessato più alla salute dei lavoratori pubblici o al suo riscatto personale? (Abbiamo avuto una demo del governo Brunetta, se Draghi riesce a coronare il suo sogno quirinalesco).

Infine: come sarà fatto rispettare l’obbligo vaccinale? E ammesso che si riesca a vaccinare il 100% della popolazione senza disordini sociali, poi cosa si fa? Una chiave per capire come siamo finiti in questo disastro la fornisce inopinatamente proprio Brunetta: “Quella che stiamo vivendo è una sfida tra l’intelligenza di chi governa e l’intelligenza del virus”. Allora si spiega tutto.

 

B. e Il ponte di Messina, il Cayenne di Ezio Greggio e il film di Nanni Moretti

E ora, per la serie “Morire è l’ultima cosa che si dovrebbe fare”, la posta della settimana.

 

Caro Daniele, com’è possibile che Gesù sia nato da una vergine? (Vincenzo Cristofani, Verona)

I teologi concordano sul fatto che Giuseppe e Maria non abbiano mai fatto sesso, anche se sono divisi sull’eventualità che questo includesse o meno il sesso orale.

Fra qualche settimana compirai 61 anni. Come ci si sente a 61 anni? (Guido Chillemi, Campobasso)

Invecchiare è bellissimo. Non vedevo l’ora. La pelle ti si raggrinzisce ogni giorno di più, i muscoli sono meno elastici e se stai fermo in una posizione strana per più di venti minuti ti fa male tutto, le articolazioni scrocchiano, quando fai qualunque cosa ti stanchi subito, ti accorgi che stai perdendo la vista, l’udito, i denti, hai la pressione alta, la prostata gonfia, di notte devi alzarti di continuo per andare a pisciare, e hai il pisello barzotto, che ti tira di meno perché hai molto meno testosterone e quindi non ti resta che comprarti un Porsche Cayenne e metterti con una modella di 29 anni come fa Ezio Greggio, una modella bellissima di 29 anni che sta con te perché sei irresistibile, e come se non bastasse tutti i vecchi decrepiti che incontri sono come un promemoria che fra un po’ tocca a te. Ogni volta che incontro un vecchio decrepito gli urlo: “Lo so che morirò. Pussa via!”. E a questo punto Ezio Greggio sgomma via col suo Porsche Cayenne. Ma vaffanculo, Guido, sì?

Lo faranno mai il ponte di Messina? (Michele Boscolo, Genova)

Succederà. Fra molti anni, ma succederà, perché in Italia non c’è mai limite al peggio. Ma adesso basta parlare di Berlusconi presidente della Repubblica. Mi immagino la scena. “Buone notizie, presidente. Abbiamo appena completato il ponte di Messina. Ci sono voluti 70 anni, ma ce l’abbiamo fatta” “70 anni per costruire un ponte attraverso lo Stretto?” “Oh. Attraverso lo Stretto”. Passano altri 70 anni. “Presidente, abbiamo appena completato il ponte che collega Messina con Genova” “Ma che dite? È impossibile costruire un ponte che collega Messina con Genova!” “Davvero?” “Già” “Ragazzi, buttatelo giù”.

L’altro giorno dei bulli hanno picchiato un extracomunitario (Mario Silingardi, Verona)

Non lo hanno picchiato. Volevano solo misurare l’effetto delle mazze sul razzismo.

Vorrei farti una domanda (Luciano Pastore, Ancona)

Resto in attesa vorace.

Ti piacciono i social? (Annalisa Barbero, Roma)

Mi piacciono proprio tanto. Ci passo ore e ore. Trovo irresistibili i propagandisti. Quelli della Bestia di Salvini, quelli di Renzi, della Meloni, dei grillini, di CasaPound. I no-vax. Ogni volta che trollano con un tweet pieno di infografiche, replico subito: “Grazie. Mi hai fatto cambiare idea”.

Ho pianto quando ho visto l’ultimo film di Moretti. (Gianni Maccaferri, Roma)

Eh, lo so. Otto euro sono sempre otto euro.

 

La casa brucia, in silenzio scappa Draghi

Le immagini, abbastanza spettrali, dei ministri Speranza, Brunetta e Bianchi colti in diretta tv all’uscita di Palazzo Chigi – pallidi, stremati, impegnati a proclamare l’unanimità dell’esecutivo sull’obbligo vaccinale quando tutto il mondo sapeva dello strappo leghista – rendono inevitabile la battutaccia di un governo finito in mezzo a una strada. Una comunicazione improvvisata male e interpretata peggio, decisa quando “visto il clima elettrico si decide di far saltare la conferenza stampa” (Corriere della Sera). Un evidente infortunio mediatico nelle ore più ansiogene del picco Covid, destinato, secondo gli esperti, a trasformarsi entro la fine di gennaio in uno tsunami di contagi e terapie intensive. Ma, soprattutto, un clamoroso errore politico quando cioè il Paese aveva assoluta necessità di ascoltare la voce più autorevole e rassicurante sulle misure adottate, quanto mai emergenziali: quella del presidente del Consiglio. E, magari, in un luogo istituzionale acconcio e non con qualche battuta sbiascicata tra i passanti. Ci fu un tempo in cui la stampa del tutto va bene madama la marchesa si sdilinquiva davanti ai silenzi di Mario Draghi. Dal suono, signora mia, così armonioso e prestigioso perché bisogna essere davvero dei fuoriclasse per tacere così bene. Niente a che vedere, per carità, con l’esibizionismo compulsivo di quel Giuseppe Conte, con la sua mania di metterci la faccia nell’annunciare sciocchezzuole come il lockdown e, sempre, ma tu guarda, all’ora di cena. Ora che siamo davanti a provvedimenti così rigorosi e complessi, che pongono serissimi problemi di applicazione e perfino di legittimità costituzionale (“l’obbligo non si può imporre senza una revisione del consenso informato”, ha detto Andrea Crisanti a proposito dell’“improvvisazione” governativa) non sarebbe opportuno che i cittadini apprendessero direttamente dalla voce del premier il come e il perché delle misure adottate? E che cosa dobbiamo ancora aspettarci? Per essere pronti? Infatti, signor presidente del Consiglio, il suo “salvare vite” è un concetto troppo allarmante e vitale per affidarlo alle poche righe di un comunicato. Serpeggia uno stato di panico che va tenuto sotto controllo. Il Quirinale può attendere.

Sfascia tutto per l’immunità, ma Re Giorgio vuole salvarlo

2013, 27 agosto. Berlusconi minaccia di “rivelare le promesse fattemi da Napolitano quando facemmo nascere il governo”. Gianni Letta risale al Colle.

29 agosto. La Cassazione deposita le motivazioni della sentenza Mediaset: Berlusconi fu l’ideatore, l’organizzatore e il “beneficiario” del sistema di frodi fiscali nei paradisi off-shore da lui “creato” e “sviluppato” fin dagli anni 80. Sono firmate da tutti e cinque i giudici, compreso il relatore Amedeo Franco, che poi se ne dissocerà privatamente in visita al condannato.

3 settembre. Il Giornale definisce Napolitano “mandante” e “carnefice” di Berlusconi che “attenta alla Costituzione”.

4 settembre. Gianni Letta torna da Napolitano.

5 settembre. La Corte d’appello di Palermo deposita le motivazioni della condanna di Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Ce n’è anche per Berlusconi: nel 1974 siglò un “patto” con i boss Bontate e Teresi con la mediazione di Dell’Utri e da allora, “nell’arco di un ventennio ha versato a Cosa Nostra somme di denaro per la sua protezione personale tramite Dell’Utri che ha consentito che l’associazione mafiosa rafforzasse e consolidasse il proprio potere sul territorio”. Napolitano riceve al Quirinale pure il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri: i due, secondo il Corriere, parlano di “garantire l’agibilità a Berlusconi con un gesto di clemenza”. Intanto il Cavaliere torna a minacciare il governo Letta tramite gli appositi Schifani e Santanchè. La trattativa Stato-Mediaset continua.

9 settembre. Prima seduta della Giunta del Senato sulla decadenza del pregiudicato. Il relatore Pdl Andrea Augello sposa la linea Berlusconi, citando Violante, con una raffica di pregiudiziali di incostituzionalità della legge Severino. Pd, M5S e Sel annunciano il No e fissano il voto per l’indomani. Schifani definisce la Giunta “una camera a gas”.

10 settembre. Schifani minaccia: “Se la Giunta vota oggi, si apre la crisi di governo”. Ma nel pomeriggio Napolitano chiama i capigruppo Pd Zanda e Finocchiaro: “Se anche nel Pd prevalgono i falchi, vado davanti al Paese e dico che avete tradito il patto sottoscritto quando mi avete chiesto di restare al Quirinale”. Il premier Letta chiama il segretario Epifani: “La decadenza è nell’ordine delle cose, ma non forzate i tempi”. Risultato: voto rinviato di un’altra settimana.

11 settembre. Matteo Renzi: “In qualsiasi Paese, se un leader viene condannato con sentenza definitiva, la partita è finita: game over”.

18 settembre. Videomessaggio di Berlusconi, che invita i suoi a “protestare e reagire contro i giudici” che Magistratura Democratica avrebbe trasformato in “contropotere” per la “via giudiziaria al socialismo”. Epifani protesta, Letta minimizza e Napolitano tace. Ma è furibondo: non per i deliri del pregiudicato, ma perché così “la grazia si allontana”. In Giunta Pd, M5S, Sel e Sc bocciano la relazione di Augello e lo sostituiscono col presidente Dario Stefàno (Sel).

19 settembre. Monito di Napolitano. Non per difendere i magistrati aggrediti, bensì per invitarli a “spegnere il conflitto tra politica e giustizia”, che non devono essere “mondi ostili guidati dal sospetto reciproco”. Quindi i magistrati osservino “equilibrio, sobrietà, riserbo, imparzialità, senso della misura e del limite”. Il Pdl applaude. Protestano il M5S e l’Anm. Il monito è un messaggio anche alle Corti d’assise di Palermo e Caltanissetta che stanno per sentirlo come teste nei processi Borsellino-quater e Trattativa.

25 settembre. Berlusconi chiede a tutti i suoi parlamentari, ministri compresi, una lettera di dimissioni in bianco come arma di ricatto in vista del voto in Giunta: “Sono 55 notti che non dormo, ho perso 11 chili, uno per ogni anno di galera che vorrebbero farmi fare per Mediaset e Ruby. C’è un’operazione eversiva contro di me, la democrazia non c’è più”. Pare che tema, perduta l’immunità, di essere arrestato a Napoli per la compravendita dei senatori o a Milano per il Ruby-ter che lo vede indagato per corruzione di decine di testimoni. “Ti faranno fare la fine di Silvio Pellico”, gli ripete Ghedini.

26 settembre. Brunetta e Schifani raccolgono le firme dei parlamentari Pdl per le dimissioni in massa in vista del voto della Giunta il 4 ottobre (“colpo di Stato” e “operazione eversiva”). Napolitano parla di “annuncio inquietante” per “esercitare un’estrema pressione sul capo dello Stato per lo scioglimento delle Camere”.

27 settembre. Schifani e Brunetta annunciano che l’Aventino del Pdl non tocca il governo, ma l’unica via d’uscita è rinviare la Severino alla Consulta. Il premier Letta sale al Quirinale e incontra lo zio Gianni, che ormai fa parte dell’arredamento.

24 settembre. Angelino Alfano, segretario Pdl, vicepremier e ministro dell’Interno viene ricevuto al Quirinale da Napolitano e gli chiede di graziare Berlusconi e nominarlo senatore a vita. Alfano racconterà a Bruno Vespa che il capo dello Stato promette la grazia “unilaterale” (senza neppure la richiesta dell’interessato) solo in cambio delle dimissioni del Cavaliere da senatore prima del voto in Giunta; s’impegna a diffondere un comunicato per precisare che la condanna riguarda solo la sua esperienza imprenditoriale e non quella politica, che “va valutata nel suo complesso”; e addirittura preannuncia un appello per l’amnistia e l’indulto. Alfano torna “entusiasta” dal padrone. Ma Ghedini lo gela: “Disse – ricorderà Alfano – che la proposta di Napolitano equivaleva a far ritirare Berlusconi dalla politica e quello che a me appariva un gran risultato in realtà era il nulla”. Così la grazia tramonta.

28 settembre. Napolitano gli lancia un altro salvagente e, in visita al carcere di Poggioreale, annuncia un messaggio alle Camere per l’indulto e l’amnistia, che cancellerebbero integralmente sia la pena sia il reato di Berlusconi. Il quale, per forzare la mano, intima ai suoi ministri di lasciare il governo. Alfano, Lupi, Quagliariello, De Girolamo e Lorenzin obbediscono come un sol uomo e si dimettono. Il Cavaliere annuncia la ricusazione della Giunta del Senato: “E ora vediamo se oseranno arrestare il capo dell’opposizione”. Napolitano commenta la mossa usando i termini “brutalità” e “orrore”. Il premier Letta parla di “gesto folle per motivi personali” e inizia a lavorare col Quirinale per spaccare il Pdl e salvare il governo con una pattuglia di berlusconiani governisti.

29 settembre. Il Cavaliere compie 77 anni. Quattro ministri dimissionari su cinque – Alfano, Quagliariello, Lorenzin e Lupi – si dissociano da se stessi e ritirano le dimissioni. “Siamo diversamente berlusconiani”, spiega Angelino. E raduna le truppe siciliane, oltre a Cicchitto e Giovanardi, per portare acqua al mulino del governo. Berlusconi minaccia di cacciare i poltronisti e sfiduciare Letta. Poi ci ripensa: “Sono pronto a votare la legge di Stabilità”. Il ricatto continua.

(29 – continua)

Renziani, ex 5S e centristi: B. dà la caccia a 36 peones

C’è una lista, che ad Arcore viene aggiornata di ora in ora, per l’operazione Quirinale. Ce l’hanno Silvio Berlusconi e i suoi emissari in Parlamento che devono provare nell’impresa di farlo eleggere al Colle. È un pallottoliere. Dove vengono indicati i nomi di deputati e senatori “convincibili” e considerati “avvicinabili”, cioè quelli su cui Berlusconi deve puntare per arrivare alla magica quota di 505, la soglia per essere eletto al quarto scrutinio. A oggi di voti, almeno sulla carta, il leader di Forza Italia ne ha 452. Gliene mancano 53. Ed è da quella lista che Berlusconi deve attingere se vuole sperare di essere eletto successore di Sergio Mattarella. Al momento sono segnati 36 parlamentari: 22 deputati e 14 senatori. Sono per lo più ex eletti del M5S iscritti al Gruppo misto, qualche renziano e i centristi di Bruno Tabacci.

A Montecitorio i berlusconiani hanno puntato gli occhi su tre renziani: l’ex forzista Maria Teresa Baldini, approdata a Italia Viva dopo un breve intermezzo con i totiani di Coraggio Italia, Cosimo Ferri e l’ex forzista e alfaniano Gabriele Toccafondi. Tra i centristi, l’altro deputato su cui Berlusconi scommette è l’avvocato Enrico Costa, eletto con Forza Italia e poi passato in Azione di Calenda. Poi ci sono i 5 deputati di “Centro Democratico” di Bruno Tabacci (tutti ex 5Stelle), Antonio Tasso del Maie e i restanti 12 sono deputati del Misto non iscritti ad alcuna componente e quindi più facili da convincere. Nove di questi sono ex M5S tra cui Rosalba De Giorgi che all’AdnKronos non ha chiuso la porta a Berlusconi (“Non ho ancora deciso, mi riservo di valutare la rosa dei candidati”) ma anche Mara Lapia che vuole decidere “secondo coscienza perché sono sempre stata libera”. Poi ci sono gli ex forzisti che Berlusconi vorrebbe riportare a casa: incassati i voti di Stefano Benigni e Claudio Pedrazzini, l’obiettivo è convincere anche l’avvocato Giusi Bartolozzi uscita dal gruppo azzurro in estate. Poi ci sono gli indiziati del Senato: ben 14. Tra questi c’è la renziana (ex forzista) Donatella Conzatti, Riccardo Merlo del Maie e poi 13 senatori del Misto considerati “battitori liberi”. Praticamente tutti ex grillini – da Elena Botto a Fabrizio Ortis fino a Fabio Di Micco – ma anche l’ex leghista Rossellina Sbrana.

Inoltre ad Arcore non hanno abbandonato l’idea di un voto lampo dell’Aula per dare il seggio a Claudio Lotito. A metà dicembre la Giunta per le Immunità presieduta da Maurizio Gasparri aveva votato “sì”, ma servirebbe una calendarizzazione a tempo di record. Lotito prenderebbe il posto del renziano Vincenzo Carbone e si aggiungerebbe ai grandi elettori per Berlusconi. A ogni modo, se anche tutti e 36 i nomi indicati sulla lista scrivessero il suo nome sulla scheda, l’ex premier arriverebbe a quota 490. “Ma a quel punto 10/15 voti spunterebbero fuori” dice un parlamentare di peso di Forza Italia. Quindi, via alla caccia.