2013, 27 agosto. Berlusconi minaccia di “rivelare le promesse fattemi da Napolitano quando facemmo nascere il governo”. Gianni Letta risale al Colle.
29 agosto. La Cassazione deposita le motivazioni della sentenza Mediaset: Berlusconi fu l’ideatore, l’organizzatore e il “beneficiario” del sistema di frodi fiscali nei paradisi off-shore da lui “creato” e “sviluppato” fin dagli anni 80. Sono firmate da tutti e cinque i giudici, compreso il relatore Amedeo Franco, che poi se ne dissocerà privatamente in visita al condannato.
3 settembre. Il Giornale definisce Napolitano “mandante” e “carnefice” di Berlusconi che “attenta alla Costituzione”.
4 settembre. Gianni Letta torna da Napolitano.
5 settembre. La Corte d’appello di Palermo deposita le motivazioni della condanna di Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Ce n’è anche per Berlusconi: nel 1974 siglò un “patto” con i boss Bontate e Teresi con la mediazione di Dell’Utri e da allora, “nell’arco di un ventennio ha versato a Cosa Nostra somme di denaro per la sua protezione personale tramite Dell’Utri che ha consentito che l’associazione mafiosa rafforzasse e consolidasse il proprio potere sul territorio”. Napolitano riceve al Quirinale pure il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri: i due, secondo il Corriere, parlano di “garantire l’agibilità a Berlusconi con un gesto di clemenza”. Intanto il Cavaliere torna a minacciare il governo Letta tramite gli appositi Schifani e Santanchè. La trattativa Stato-Mediaset continua.
9 settembre. Prima seduta della Giunta del Senato sulla decadenza del pregiudicato. Il relatore Pdl Andrea Augello sposa la linea Berlusconi, citando Violante, con una raffica di pregiudiziali di incostituzionalità della legge Severino. Pd, M5S e Sel annunciano il No e fissano il voto per l’indomani. Schifani definisce la Giunta “una camera a gas”.
10 settembre. Schifani minaccia: “Se la Giunta vota oggi, si apre la crisi di governo”. Ma nel pomeriggio Napolitano chiama i capigruppo Pd Zanda e Finocchiaro: “Se anche nel Pd prevalgono i falchi, vado davanti al Paese e dico che avete tradito il patto sottoscritto quando mi avete chiesto di restare al Quirinale”. Il premier Letta chiama il segretario Epifani: “La decadenza è nell’ordine delle cose, ma non forzate i tempi”. Risultato: voto rinviato di un’altra settimana.
11 settembre. Matteo Renzi: “In qualsiasi Paese, se un leader viene condannato con sentenza definitiva, la partita è finita: game over”.
18 settembre. Videomessaggio di Berlusconi, che invita i suoi a “protestare e reagire contro i giudici” che Magistratura Democratica avrebbe trasformato in “contropotere” per la “via giudiziaria al socialismo”. Epifani protesta, Letta minimizza e Napolitano tace. Ma è furibondo: non per i deliri del pregiudicato, ma perché così “la grazia si allontana”. In Giunta Pd, M5S, Sel e Sc bocciano la relazione di Augello e lo sostituiscono col presidente Dario Stefàno (Sel).
19 settembre. Monito di Napolitano. Non per difendere i magistrati aggrediti, bensì per invitarli a “spegnere il conflitto tra politica e giustizia”, che non devono essere “mondi ostili guidati dal sospetto reciproco”. Quindi i magistrati osservino “equilibrio, sobrietà, riserbo, imparzialità, senso della misura e del limite”. Il Pdl applaude. Protestano il M5S e l’Anm. Il monito è un messaggio anche alle Corti d’assise di Palermo e Caltanissetta che stanno per sentirlo come teste nei processi Borsellino-quater e Trattativa.
25 settembre. Berlusconi chiede a tutti i suoi parlamentari, ministri compresi, una lettera di dimissioni in bianco come arma di ricatto in vista del voto in Giunta: “Sono 55 notti che non dormo, ho perso 11 chili, uno per ogni anno di galera che vorrebbero farmi fare per Mediaset e Ruby. C’è un’operazione eversiva contro di me, la democrazia non c’è più”. Pare che tema, perduta l’immunità, di essere arrestato a Napoli per la compravendita dei senatori o a Milano per il Ruby-ter che lo vede indagato per corruzione di decine di testimoni. “Ti faranno fare la fine di Silvio Pellico”, gli ripete Ghedini.
26 settembre. Brunetta e Schifani raccolgono le firme dei parlamentari Pdl per le dimissioni in massa in vista del voto della Giunta il 4 ottobre (“colpo di Stato” e “operazione eversiva”). Napolitano parla di “annuncio inquietante” per “esercitare un’estrema pressione sul capo dello Stato per lo scioglimento delle Camere”.
27 settembre. Schifani e Brunetta annunciano che l’Aventino del Pdl non tocca il governo, ma l’unica via d’uscita è rinviare la Severino alla Consulta. Il premier Letta sale al Quirinale e incontra lo zio Gianni, che ormai fa parte dell’arredamento.
24 settembre. Angelino Alfano, segretario Pdl, vicepremier e ministro dell’Interno viene ricevuto al Quirinale da Napolitano e gli chiede di graziare Berlusconi e nominarlo senatore a vita. Alfano racconterà a Bruno Vespa che il capo dello Stato promette la grazia “unilaterale” (senza neppure la richiesta dell’interessato) solo in cambio delle dimissioni del Cavaliere da senatore prima del voto in Giunta; s’impegna a diffondere un comunicato per precisare che la condanna riguarda solo la sua esperienza imprenditoriale e non quella politica, che “va valutata nel suo complesso”; e addirittura preannuncia un appello per l’amnistia e l’indulto. Alfano torna “entusiasta” dal padrone. Ma Ghedini lo gela: “Disse – ricorderà Alfano – che la proposta di Napolitano equivaleva a far ritirare Berlusconi dalla politica e quello che a me appariva un gran risultato in realtà era il nulla”. Così la grazia tramonta.
28 settembre. Napolitano gli lancia un altro salvagente e, in visita al carcere di Poggioreale, annuncia un messaggio alle Camere per l’indulto e l’amnistia, che cancellerebbero integralmente sia la pena sia il reato di Berlusconi. Il quale, per forzare la mano, intima ai suoi ministri di lasciare il governo. Alfano, Lupi, Quagliariello, De Girolamo e Lorenzin obbediscono come un sol uomo e si dimettono. Il Cavaliere annuncia la ricusazione della Giunta del Senato: “E ora vediamo se oseranno arrestare il capo dell’opposizione”. Napolitano commenta la mossa usando i termini “brutalità” e “orrore”. Il premier Letta parla di “gesto folle per motivi personali” e inizia a lavorare col Quirinale per spaccare il Pdl e salvare il governo con una pattuglia di berlusconiani governisti.
29 settembre. Il Cavaliere compie 77 anni. Quattro ministri dimissionari su cinque – Alfano, Quagliariello, Lorenzin e Lupi – si dissociano da se stessi e ritirano le dimissioni. “Siamo diversamente berlusconiani”, spiega Angelino. E raduna le truppe siciliane, oltre a Cicchitto e Giovanardi, per portare acqua al mulino del governo. Berlusconi minaccia di cacciare i poltronisti e sfiduciare Letta. Poi ci ripensa: “Sono pronto a votare la legge di Stabilità”. Il ricatto continua.
(29 – continua)