Matteo Salvinicontro Roberto Saviano, ancora. Per l’ennesima volta il ministro degli Interni e lo scrittore si sono scontrati a mezzo social, con rispettive code di commenti sotto ad ogni post. A provocare la lite è stato un tweet di Saviano sul caso della Ong Open Arms: “I 134 migranti a bordo della Open Arms, dopo essere stati ostaggio dei banditi libici, ora lo sono del bandito politico Matteo Salvini, il ministro dellaMalaVita. Ma il destino di Salvini è il carcere. E questo lo sta capendo anche lui; basterà che si spengano le luci”. Parole riprese dal vicepremier con uno screen e rilanciate con un commento: “Il signor Saviano mi vuole in galera. Che faccio amici, gli do retta e mi dimetto o tengo duro?”. Da qui la replica dello scrittore, ancora sui social: “’Tengo duro’, ovvero ‘mi attacco alla poltrona’: vuoi mettere la differenza che c’è tra scappare da ministro o da comune mortale? Nel secondo caso ti beccano immediatamente; nel primo, degli utili idioti che ti salvano la pelle li trovi sempre”. Con hashtag: #capitancodardo.
Matteo Salvini in Rete come Renzi. Premiata la metamorfosi di Conte
Numeri, numeri, numeri: un po’ perché ci piacciono, un po’ perché l’analisi del gradimento sui social e sul web, nonostante per molti appassionati del tema lo sia, non è ancora una scienza esatta. La soluzione è essere quanto più rigorosi possibile, attingendo dalle statistiche e dalle analisi esistenti.
I numeri dei social network e della presenza online, ad esempio, possono essere indicativi a diversi livelli (nel nostro caso limitati dalla conoscenza che ne abbiamo dall’esterno, rispetto al dettaglio che è invece disponibile a chi gestisce pagine e profili): basti pensare che solo in Italia Facebook ha circa 30 milioni di utenti, la metà del totale della popolazione, e che si possono analizzare i mi piace, le reazioni ai contenuti, la loro condivisione. Sono dati che forniscono fotografie istantanee delle reazioni a specifici interventi e che sono condizionati dai contenuti dei post o dei video e delle foto. L’analisi dei singoli contenuti sulle piattaforme, insomma, sono parziali e momentanee (a meno che non si confrontino nel tempo le reazioni allo stesso tipo di post) ma efficaci per comprendere l’umore degli utenti. Ieri vi abbiamo raccontato del sorpasso del premier Conte sul ministro dell’Interno Matteo Salvini nel botta e risposta sugli sbarchi e lo stallo sulla nave di Open Arms. In realtà, allargando lo sguardo, il sorpasso nel gradimento online è molto più ampio .
Guardando ai social, ci si può fermare sui dati di Facebook, mezzo preferito dal premier e in generale più capillare di Twitter (dove gli utenti sono molti meno e comunque politicamente spesso già schierati): si può notare l’efficacia della comunicazione di Conte dalla reattività ai suoi contenuti in rapporto ai propri follower. Ad esempio: nonostante sia una figura trasversale e super partes nella sua carica istituzionale, ha poco più di un milione di “mi piace” alla sua pagina. Salvini, che è invece il leader di un partito politico, ne ha circa 3,7 milioni. In potenza, quindi, l’eco social di Salvini è almeno tre volte quella del premier. Per questo, la risonanza del suo ultimo post e in generale la crescita progressiva della sua reputazione, hanno ancora più significato. Anche considerando che il Conte “versione social” esiste da molto meno tempo rispetto a quella di Salvini.
Fatta questa premessa, è utile dare uno sguardo ai report realizzati da ottobre a giugno dall’osservatorio di Reputation Science per capire come si è evoluto l’andamento reputazionale dei due online. Da ottobre a fine gennaio, l’indice reputazionale di Matteo Salvini (indice che valuta diversi elementi, dalle interazioni sui social a tutti i contenuti online, con diversi pesi e in relazione all’attualità) è stato in costante ascesa passando da circa 100 punti a circa 130 punti. Il gradimento si è sedimentato con la simpatia mostrata ad esempio alla Le Pen e le posizioni contro Juncker e Moscovici “nemici Ue”. Ancora, vincente è stata la solidarietà (spesso indotta con post vittimistici) dopo la diffusione degli insulti rivolti alla Lega e a Salvini nelle sedi del Carroccio. A fine gennaio, invece, è arrivato il crollo fino a circa 80 punti dopo che il tribunale dei ministri di Catania ha rigettato la richiesta di archiviazione sul caso Diciotti. Al recupero non sono bastate le scritte anarchiche di metà febbraio ad Alba ma ha contribuito, seppur lievemente, il voto del Senato contro l’autorizzazione a procedere per il caso Diciotti.
Parallelamente, si svolgeva invece la storia internettiana di Conte: partito a ottobre con un indice reputazionale di poco più di 60 punti, ha avuto una graduale ma costante ascesa nei mesi (con una lieve flessione solo all’uscita del video ‘rubato’ in cui il premier spiega alla Merkel la situazione in cui si trova il governo e con le conseguenti critiche sul web). È a fine febbraio, però, che per la prima volta la classifica del gradimento tra Conte e Salvini si ribalta: il Primo ministro scalza Salvini con un punteggio di 108,8(+33,90). “Piace la gestione, pacata e istituzionale, degli incontri internazionali (quelli con Macron e il presidente cinese Xi Jinping) – si legge nel report – la sincerità con la quale ha ammesso che questa sarà la sua ultima esperienza di governo e la presa di distanza dal Congresso mondiale delle famiglie di Verona”. Il ministro dell’Interno totalizza invece un punteggio reputazionale di 97,2 (+12,91). L’ok del Senato alla legge sulla legittima difesa è un punto a favore, insieme alle parole sulla cittadinanza a Ramy, il piccolo eroe di San Donato Milanese. Il resto, però, è tutto ormai conosciuto: sui social spopola grazie alle dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina e ad un linguaggio diretto e disimpegnato. Scende al secondo posto solo per la prestazione del premier Conte.
“C’è una dinamica molto strana – spiega Andrea Barchiesi, cofondatore di Reputation Science -. Conte ha vissuto in una prima fase uno strano dualismo: quando era assieme ai due vicepremier perdeva punti, dai commenti degli utenti ci si accorgeva che era visto come una stampella. I consensi aumentavano invece quando si muoveva da solo, ad esempio nei contesti internazionali”. Poi, è venuta una fase due: “È quella in cui ha preso le fila delle questioni, è diventato mediatore e si è trasformato anche linguisticamente”. Ora, è il tempo dell’ultima fase. “In questa terza fase – spiega Barchiesi – sta emergendo come figura solitaria. Intanto è cresciuto molto anche Salvini, ma ha sviluppato anche una contro corrente negativa: prima il suo gradimento online saliva in modo incondizionato, adesso si è sviluppata una corrente di opinione pubblica resistente. Prima, chi lo sosteneva lo appoggiava, chi non lo apprezzava non diceva nulla. Poi è venuto fuori. È quello che era accaduto anche a Renzi: prima ha avuto una fase crescente positiva, poi sono aumentate le fila degli scontenti, c’ è stata una crescita negativa”.
Addio a Rastrelli, bufera sul funerale per i saluti fascisti
L’ultimo salutoad Antonio Rastrelli, l’ex presidente della Giunta regionale della Campania morto a Ferragosto all’età di 91 anni, è diviso in due parti. Il ricordo dell’uomo e del politico durante la celebrazione nella chiesa del Sacro cuore e la bufera per i saluti al termine delle esequie.
Durante la cerimonia funebre, il figlio ha ricordato il percorso del “politico galantuomo” che da militante del Msi divenne consigliere comunale e provinciale di Napoli e poi parlamentare, sottosegretario nel primo governo Berlusconi e infine presidente della Regione Campania nel 1995: due giorni dopo l’elezione alla presidenza della Regione, volle prendere parte alla cerimonia del 25 aprile.
Ma è stato all’uscita dal feretro che l’aria è cambiata: tra chi urlava “camerata Rastrelli! Presente” e chi rivolgeva il saluto romano. Il vicesindaco, Enrico Panini, presente alla cerimonia, ha stigmatizzato il fatto: “Una manifestazione, questa, davvero deplorevole e che condanniamo nettamente, che nulla ha a che fare con il dolore – che rispettiamo sempre – ma che ripropone parole e rituali sconfitti dalla storia”.
Europa, Tav, reddito, tasse: divergenze e affinità tra M5S e Pd
Per ora è un esperimento mentale, ma se il governo tra Cinque Stelle e Pd dovesse concretizzarsi, che programma avrebbe? Luigi Di Maio e soci hanno introdotto nella primavera 2018 il metodo del contratto, più leggero dei tradizionali accordi di coalizione. Non serve un’intesa generale, basta un accordo su alcune misure concrete. Come si è visto, questo non disinnesca le tensioni tra i contraenti. Ma è l’unico metodo che i Cinque Stelle hanno elaborato per superare la loro antica promessa di non allearsi mai con nessuno. È quindi ragionevole pensare che lo applicheranno anche nelle trattative con il Pd.
L’esito non è scontato, perché dopo un anno di governo il M5S non ha più un programma (i punti salienti, bene o male, li ha realizzati) e il Pd non ce l’ha ancora, a sei mesi dalle primarie vinte da Nicola Zingaretti. Vediamo per punti dove ci sono affinità e problemi.
IVA E CONTI. È il grande problema d’autunno: servono coperture per 23,7 miliardi oppure l’Iva aumenta dal primo gennaio 2020. I Cinque Stelle non hanno una ricetta, hanno sempre promesso che il rincaro non sarebbe scattato ma non hanno alcuna idea di come farlo, se non in deficit (come hanno fatto gli ultimi governi), ma questo farebbe scattare la procedura d’infrazione Ue. Nemmeno il Pd ha la bacchetta magica. Matteo Renzi ha proposto di fondare l’accordo di coalizione su un aumento del deficit vicino al 3% per tre anni, con il via libera preventivo di Quirinale e ministero dell’Economia, ma non basterebbe a risolvere neppure il solo problema dell’Iva. Pier Carlo Padoan, oggi deputato Pd, da ministro aveva valutato l’ipotesi di reperire almeno una parte delle risorse rivedendo il sistema delle tre aliquote (due agevolate). Si tratterebbe comunque di un aumento di tasse sui consumi che i Cinque Stelle potrebbero avallare soltanto nell’ipotesi che non ci siano poi elezioni a breve.
INFRASTRUTTURE. Il Pd, specie negli ultimi anni, si è schierato in modo compatto per il Tav come simbolo delle infrastrutture da sbloccare per far ripartire la crescita, nonostante l’ormai acclarata inutilità dell’opera. I Cinque Stelle hanno mal tollerato la decisione del premier Giuseppe Conte di dare il via libera all’opera e proprio la mozione sul tema ha innescato la crisi. Se rimanesse Conte premier anche con una maggioranza M5S-Pd, il dossier non verrebbe sicuramente riaperto. Con un nuovo presidente del Consiglio, la parte M5S più sensibile al tema potrebbe fare un tentativo. Con scarse probabilità di successo. In ogni caso, sul resto dei progetti non ci sono vere divergente tra M5S e Pd: come ha denunciato l’economista Marco Ponti, consigliere (molto deluso) del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, c’è una sostanziale continuità tra governi Renzi-Gentiloni e quello Conte. Tutte le opere ferroviarie, dal Terzo Valico alla Napoli-Bari a quelle in Sicilia, ottengono il via libera e i fondi del governo per ragioni di consenso, nessuno vuole preoccuparsi del fatto che i costi superino i benefici.
LAVORO. Zingaretti ha dalla sua di aver fatto nel Lazio uno dei primi tentativi di regolare il settore dei rider. Sulla lotta alla precarietà il suo Pd non è molto distante dal M5S, che invece si percepisce agli antipodi dei tentativi di liberalizzazione renziana. Sul salario minimo le posizioni sono diverse ma non inconciliabili: i Cinque Stelle vogliono una remunerazione oraria (9 euro) il più vincolante possibile, il Pd è contrario agli automatismi e difende il ruolo della contrattazione decentrata, oltre al primato dei contratti collettivi nazionali. Un compromesso è possibile, soprattutto se si allarga la discussione al tema della rappresentanza, cioè a come limitare i contratti pirata, quelli firmati da organizzazioni sindacali poco o per nulla rappresentative. Il Pd ha criticato molto anche il reddito di cittadinanza, per la dimensione assistenziale e perché sovrappone misure anti-povertà con le politiche attive per il lavoro. Le prime sono partite (l’erogazione del sussidio), le seconde arrancano (il sistema dei navigator). Ma nell’alleanza col Pd i fondi già stanziati non sarebbero a rischio, mentre la Lega ha già detto di voler limitare la misura e i suoi costi.
MIGRANTI. Il M5S ha sempre avuto posizioni più simili a quelle del Pd che a quelle della Lega. Ma dopo un anno di esecutivo gialloverde, le cose si sono complicate. Il Pd potrebbe chiedere ai Cinque Stelle di abolire subito i due decreti sicurezza salviniani? E i Cinque Stelle direbbero di sì? Difficile. L’unica strategia sull’immigrazione per un governo M5S-Pd sarebbe quella di depotenziare il tema, di farlo scivolare più in basso nella lista delle priorità. Sempre che la macchina della comunicazione salviniana, le Ong e i ricorsi alla Corte costituzionale sui decreti sicurezza lo consentano.
AUTONOMIE. È destinato a rimanere uno dei dossier più incandescenti. I dem non possono insabbiare la questione senza scatenare la furia di Lombardia e Veneto e senza rischiare seriamente di perdere l’Emilia Romagna alle Regionali quando Stefano Bonaccini sfiderà Lucia Borgonzoni della Lega. I Cinque Stelle hanno finora rallentato l’iter degli accordi governo-Regioni, ma non c’è una linea chiara sul punto.
EUROPA. Sia M5S che Pd hanno votato la fiducia alla Commissione di Ursula Vonder Leyen, i voti dei Cinque Stelle sono stati decisivi. Il Pd esprime il presidente dell’Europarlamento David Sassoli. Le condizioni per costruire un rapporto positivo con Bruxelles sono quindi migliori rispetto a quelle della fase M5S-Lega, visto che Matteo Salvini ha schierato il suo partito all’opposizione della nuova Commissione.
Abitazioni, i prezzi degli affitti crescono più degli acquisti
A sorpresauno studio della Banca d’Italia rileva come il mercato delle locazioni sia più vivace di quello delle compravendite. È così che i prezzi sono aumentati nel 2018 del 3,3% e del 2,2% a parità di caratteristiche dell’immobile. Posto che l’abitazione tipo è un appartamento di 80 metri quadrati, nelle vicinanze del centro e già arredato, con un solo bagno, niente giardino e garage, riscaldamento automatico, per lo più situato a un piano basso. Fin qui la media nazionale, diverso il discorso se si guarda ai singoli capoluoghi. Di forte rialzo si parla per Bologna, Firenze e Milano, mentre negli ultimi tre anni a Roma e Genova si registrano addirittura dei ribassi. Almeno questo è quello che viene offerto online, stando alle inserzioni che compaiono sulla banca dati del portale web immobiliare.it. .
Un mercato che “ha una dimensione rilevante”, sottolinea la ricerca condotta dall’economista Michele Loberto, del dipartimento dipartimento economia e statistica di Palazzo Koch. Infatti, il 20% opta per la pigione, quota che sale al 38% per le famiglie giovani e al 46% per i meno abbienti, ricorda la Banca d’Italia.
Pa, nel 2019 250 mila in uscita da Scuola, Sanità e ministeri
Siamo alla vigiliadi un esodo destinato a svuotare gli uffici pubblici, inclusi classi e ospedali, a partire già da quest’anno. Le tabelle messe a punto dalla Ragioneria generale dello Stato parlano chiaro. Sono infatti 250 mila le uscite stimate per il 2019. Ma si parla di mezzo milione per i prossimi anni. Ad agosto intanto anche per gli statali è partita Quota 100. Dai dati in possesso dell’Inps i pensionamenti anticipati a decorrere da questo mese si attesterebbero a 11 mila (9.000 già liquidate più altre 2.000 circa). A settembre scatterà il vero fuggifuggi, quando si apriranno le porte anche per gli insegnanti. Nella Pubblica Amministrazione un lavoratore su dieci è precario. Se il numero di quanti hanno un posto fisso scende, toccando nel 2017 i minimi da almeno dieci anni, quanti sono ingaggiati con un rapporto di lavoro a tempo o flessibile, che dir si voglia, risultano invece in crescita. L’allarme risuona soprattutto per la Scuola, dove si attende la stabilizzazione di 55 mila persone, e per la Sanità, che stando sempre ai dati dell’Rgs, non ha mai avuto così tanti precari (oltre 45 mila nel 2017).
Mibac ancora in balia dei burocrati con il governo del “cambiamento”
“Motus in fine velocior”: l’imminente fine del governo Conte 1 (qualunque cosa prenda il suo posto) ha impresso una convulsa accelerazione alla riorganizzazione del Mibac intrapresa dal ministro Alberto Bonisoli. E, purtroppo, gli effetti della fretta si vedono. Innanzitutto nel metodo: i Beni culturali sono un ministero tecnico, ai cui vertici burocrati di lungo corso e di nessuna specializzazione rischiano di fare danni semplicemente perché non sanno su cosa mettono le mani. E questo ultimo decreto agostano è stato fatto così, alla Renzi: i sindacati sono stati solo informati, mentre il massimo organo consultivo del Ministero, il Consiglio Superiore dei Beni Culturali, nemmeno quello. E invece la voce di chi le cose le conosce avrebbe aiutato a non fare errori gravi.
Quello più sconcertante riguarda uno dei complessi monumentali più importanti del mondo, la Via Appia, che perde l’autonomia per essere messa a bando da Invitalia come una specie di luna park dell’antichità: un vero disastro. In generale, la scelta (duramente e pubblicamente contestata da Margherita Corrado, archeologa e senatrice pentastellata) di non mettere in discussione la pessima riforma Franceschini, ma solo di aggiustarla qua e là, ha condotto a mettere pezze spesso peggiori dei buchi. Come giustificare, per esempio, gli accorpamenti dei poli museali di regioni diverse (umiliata Matera, che si vede sottoposta a Bari proprio nell’anno che la doveva vedere protagonista), o la costruzione di piattaforme sensate solo sul piano commerciale (il Cenacolo di Leonardo dato a Brera!)? Per non parlare della scelta di creare una rete museale etrusca che fa capo a Villa Giulia, a Roma: demenziale sia per le tantissime cose etrusche che rimangono fuori (si pensi a Vetulonia o a Montefortino; o ai tanti siti emiliani…), sia per lo slabbramento che porterà in territori che si vedono sottrarre fette di patrimonio che sono parti vive di sistemi locali. Che lo si volesse o meno, infatti, si tratta di un altro duro colpo inferto alle Soprintendenze, tanto vituperate da Renzi e Franceschini e ora colpite anche dal fu governo del (non) cambiamento.
Si aggiungano un bando per assistenti alla vigilanza che non ha nemmeno provato a innalzare il livello (per esempio rendendo obbligatoria la laurea triennale nelle materie coinvolte); il possibile annullamento (provocato dalla crisi) dei vitali concorsi per i funzionari tecnici; la conferma ormai ovvia per la maggior parte dei direttori scelti al tempo di Franceschini con procedure grottesche; l’incapacità di capovolgere il senso della Scuola del Patrimonio (o di chiuderla, altrimenti); l’inerzia con cui la soprintendenza di Roma è stata abbandonata a una sorte indegna; la muta accettazione di direttori generali da paura… Si potrebbe continuare, ma la morale è che il passaggio del garbato e gentile Bonisoli – paralizzato dalle lotte di potere nel M5Stelle e dalle incrostazioni Mibac che non ha voluto eliminare – rischia di esser ricordato come un inconcludente tempo supplementare della partita di Franceschini. Un vero peccato.
Il leghista piazzato per bloccare le multe sulle quote latte
Fermamente convinto che il Capitano ha sempre ragione, il ministro leghista dell’Agricoltura ha comprato la frusta prima del cavallo. Dando per scontato che il leader del partito, Matteo Salvini, avrebbe portato a passo di carica gli italiani alle urne a metà ottobre, Gian Marco Centinaio si è precipitato a occupare una casella ministeriale strategica ai fini elettorali: la direzione dell’Agea, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, organismo che in media distribuisce agli agricoltori circa 6 miliardi di euro di fondi l’anno. E in più essa si occupa pure dell’intricata e irrisolta faccenda delle quote latte alla quale la Lega è da sempre molto sensibile.
Spronatodal sottosegretario Franco Manzato, anche lui leghista, ex della Liga Veneta ed ex assessore all’Agricoltura in Veneto, Centinaio ha messo alla porta l’attuale direttore Agea, Gabriele Papa Pagliardini, che fino a quel momento non aveva affatto sfigurato. E al suo posto ha preso un dirigente che invece qualche problemino al ministero ce l’aveva avuto, ma che agli occhi della coppia Manzato-Centinaio ha l’incommensurabile pregio di essere ben targato. Targa Lega, ovviamente.
Il mandato del direttore giubilato sarebbe scaduto alla fine dell’estate, ma il ministro ha bruciato le tappe e alla vigilia di Ferragosto ha nominato il successore senza neanche aspettare il necessario parere delle Commissioni parlamentari competenti. La scelta del ministro è caduta su Andrea Comacchio, già piazzato un anno fa dallo stesso Centinaio in un altro posto chiave, la guida del Dipartimento agricoltura del ministero, dove però aveva avuto qualche inciampo. Il più vistoso era stato la storia del bando cosidetto Ocm (Organizzazione comune di mercato) per l’elargizione di aiuti per la promozione del vino nei paesi terzi che aveva provocato un putiferio tra le organizzazioni dei produttori. Evidentemente però ora Centinaio è fiducioso che all’Agea il prescelto faccia meglio. La faccenda che al momento sta più a cuore alla Lega è quella delle quote latte, una storia vecchissima che ridotta all’osso è questa: negli anni Novanta del secolo passato, l’Unione europea assegnò quote di produzione a ogni paese membro per regolare il mercato del latte. Ma molti allevatori delle stalle del nord Italia riuniti in un Cobas fecero orecchie da mercante e continuarono a produrre come se la direttiva europea non esistesse. Inevitabilmente scattarono le multe e a distanza di decenni la partita non è chiusa. Resta da pagare 1 miliardo e mezzo di euro e tra i morosi ci sono ancora circa 600 grandi allevatori del Nord, molti dei quali da sempre elettori e sostenitori della Lega. Alcuni di essi hanno accumulato multe superiori al milione di euro e ora sono con il coltello tra i denti. E si sono accaniti ancora di più quando il 24 gennaio di un anno fa hanno saputo che la Corte di giustizia europea ha intimato all’Italia con una sentenza di riscuotere coattivamente gli importi.
Proprio l’Agea, d’intesa con un Dipartimento apposito della presidenza del Consiglio, ha preparato un programma per la riscossione. Nella primavera 2018, però, la Lega è andata al governo e la storia delle quote latte è tornata su un binario morto. Il sottosegretario Manzato ha nominato una commissione ad hoc con l’incredibile scopo di stabilire se i rimborsi chiesti dall’Europa siano dovuti o no. Su pressione della Lega il governo ha pure approvato un decreto d’urgenza per spostare a luglio 2019 il termine per i pagamenti delle multe e ora che anche quel termine è scaduto, mentre l’Unione europea preme perché le multe vengano pagate al più presto, la Lega insiste nella dilazione. Di recente ha fatto approvare dal Consiglio dei ministri una seconda bozza di decreto che sposta il pagamento alla fine dell’anno. Sperando che nel frattempo il voto posi la pietra tombale.
Decreto musei a Ferragosto: “Caos e assist per i privati”
Èstato firmato a cavallo di Ferragosto, dovrà entrare in vigore il 22 ed è già stato definito un gran pasticcio: è il decreto firmato dal ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli, che in sintesi riorganizza i musei statali e introduce le “Direzioni territoriali delle reti museali” al posto dei precedenti “Poli museali regionali”. Nel complesso, la riforma di Bonisoli, fa diverse cose: aumenta i poteri del segretario generale, che dovrà coordinare le politiche dei prestiti all’estero, quelle del turismo e la comunicazione istituzionale. Accorpa poi la direzione generale Archeologia con la direzione generale Belle Arti e Paesaggio. Il direttore generale avrà competenza sui “provvedimenti di verifica o dichiarazione di interesse culturale”, adotterà le prescrizioni di tutela indiretta e le dichiarazioni di notevole interesse pubblico paesaggistico. Crea, inoltre, una direzione generale “Contratti e concessioni” che centralizza appalti e concessioni sia per la sede centrale sia per gli uffici periferici del ministero.
La riforma, poi, interviene sull’autonomia dei musei. Alcuni la perdono, altri nascono, molti vengono accorpati. Dieci nuove “direzioni territoriali delle reti museali” sostituiscono i poli museali regionali, e “assicurano sul territorio la fruizione e la valorizzazione dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura” si legge nel testo. L’elenco dei nuovi raggruppamenti è stato pubblicato, in questi giorni, in un decreto attuativo diffuso tra i tecnici del ministero e contiene, oltre alla riorganizzazione, anche la conferma di un elemento che era già stato introdotto da Franceschini, ovvero la promozione di Fondazioni private per la gestione del patrimonio culturale. Ma andiamo con ordine.
La novità più eclatante e anche più discussa riguarda forse il Cenacolo Vinciano a Milano, che passa ad esempio in gestione a Brera. E ancora, l’affidamento delle Gallerie dell’Accademia di Firenze agli Uffizi. Molte direzioni vengono poi accorpate tra loro, ad esempio Piemonte e Liguria, Lombardia e Veneto, Puglia e Basilicata con la conseguenza che un direttore dovrà occuparsi di realtà anche fisicamente molto lontane tra loro e con la conseguente incertezza sul ruolo dei singoli direttori oggi in servizio. In alcune regioni le direzioni territoriali non vengono istituite, come in Friuli, nelle Marche e nell’Umbria. I musei territoriali vengono affidati in questi casi a un museo a gestione autonoma. Un esempio: a Trieste, il Castello di Miramare dovrà occuparsi anche di tutti i musei friulani. A Perugia, per dire, il Museo Nazionale dell’Umbria, autonomo, si trasforma nei Musei Nazionali dell’Umbria e assume anche la gestione degli altri. Lo stesso accade nelle Marche. Il Museo Nazionale Etrusco di Roma perde invece la sua autonomia, il complesso di Villa Giulia diventa di nuovo autonomo ma come “rete”, i Musei Nazionali Etruschi). Nei giorni scorsi, il presidente dell’associazione Italia Nostra ha scritto una lettera aperta al ministro Bonisoli “in merito alla soppressione dell’autonomia, in particolare per il Parco Archeologico dell’Appia Antica e per il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, ambedue confluiti nella Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma”. L’associazione chiede al ministro “di voler prevedere un periodo di tempo per l’attuazione di tali disposizioni” per “non arrecare danno grave al patrimonio culturale e all’azione di tutela”. Il timore è che in pochi giorni questi istituti dovranno provvedere all’azzeramento del bilancio, del protocollo, dei lavori e dei programmi in corso “compresi quelli relativi al semplice funzionamento e altri numerosissimi adempimenti dovranno essere conclusi entro il 21 agosto, data di decadenza degli istituti e dei relativi direttori”. E aggiunge: “Tali obblighi determinano fin da ora un assurdo stato di paralisi molto rischioso per la conservazione del patrimonio… e per la fruizione dei siti”. Un altro allarme arriva dal collettivo “Mi riconosci?”: “Con un decreto di Ferragosto, il ministero compie una serie di operazioni apparentemente inspiegabili” spiegano riferendosi agli accorpamenti ma anche ad un articolo del decreto che prevede che uno dei compiti della direzione generale musei sia quello di favorire la nascita di nuove fondazioni museali e che viene visto come un passo ulteriore verso la privatizzazione già iniziata con la riforma Franceschini. “Gli accorpamenti – spiegano gli attivisti – servono a far confluire tutto nella stessa fondazione. Può un governo dimissionario compiere un atto tanto importante per il futuro dei musei italiani?”.
Scrive contro Salvini, la Questura la licenzia. Il giudice: è illegittimo
Un licenziamento ingiusto. A stabilirlo è stato un giudice del Tribunale di Como che ha riconosciuto “il carattere discriminatorio della condotta tenuta dal Ministero dell’Interno, per aver richiesto e ottenuto dalla cooperativa ITC l’immediata sostituzione di Elizabeth Gaby Arquinico Pardo, mediatrice linguistico-culturale in lingua spagnola alla Questura di Milano”. Elizabeth, autrice del libro “Lettera agli italiani come me” (edizioni People) e di una lettera aperta al ministro Matteo Salvini, che le aveva anche risposto, lavorava come mediatrice culturale alla Questura, da cui è stata allontanata prima della scadenza del contratto. Per il giudice Giovanni Luca Ortore la decisione della Questura di Milano è stata “sicuramente discriminatoria rispetto alla nazionalità della donna” alla quale sarebbe stato riservato un trattamento diverso e peggiore, rispetto a quello degli altri interpreti”. Tutto nasce da una comunicazione partita dall’ufficio Immigrazione e destinata al Viminale. Era stato rilevato un ingiustificato aumento degli accessi dei richiedenti asilo di nazionalità peruviana in coincidenza con il servizio svolto da Arquinico.