Crisi o no? Destra nel pallone, pure sui giornali

In questi giorni la confusione regna sovrana nella testa di Matteo Salvini. Figurarsi, allora, in chi prova a interpretarla. Se però il compito è affidato ai quotidiani per tradizione di centrodestra, il risultato è quasi grottesco, perché la versione del Capitano dovrebbe essere quella di riferimento per il giornale, ma cambia ogni giorno (crisi sì, crisi no, crisi forse) e appare sempre più fumosa. E così i poveri lettori finiscono frastornati: un giorno leggono di un Salvini dominus della crisi, il giorno dopo scoprono che sta disperatamente ricucendo coi 5 Stelle perché si è accorto di aver fatto male i conti sul voto anticipato.

La sequenza dei titoli del Giornale nei giorni della crisi, per esempio, è eloquente. Otto agosto: “Salvini sevizia Di Maio”; 9 agosto: “La Lega: è finita, Mattarella fai presto”; 12 agosto: “Salvini scioglie la riserva: ecco con chi andrà al voto”; 13 agosto (l’ombra del dubbio si fa avanti): “Trattative occulta, il segreto tra Pd e 5 Stelle”, 14 agosto: “Nasce un mostro. C’è una nuova maggioranza”, 15 agosto: “Comica finale”, “Ora Matteo teme l’inciucio”, 17 agosto: “Retromarcia su Roma. Salvini pensa a ricucire, ma il M5S lo vuole solo all’opposizione”. Come evolve la storia di un seviziatore.

Pure Libero, in linea con gli umori leghisti, dieci giorni fa era un gran fan del voto. Adesso un po’ meno: “ L’importante non è andare a votare ad ottobre, a questo punto, bensì non affidare il Paese alla grinfie degli ex comunisti del piffero e agli scugnizzi che cadono dalle Stelle filanti” (Vittorio Feltri). Tanto per dare un’idea, il 10 agosto l’apertura era: “Tutti contro Salvini. Chi ha paura del voto. Gara a prendere tempo e cercare scuse perché il Quirinale spinga le elezioni il più in là possibile”. Vi risparmiamo le tappe del doloroso travaglio, ma ieri il quotidiano titolava su “Chi ha tradito Salvini”, con tanto di editoriale inequivocabile: “Caro Matteo, meglio ritirare la sfiducia”.

La Verità invece da giorni prosegue una battaglia contro l’Apocalisse, ovvero contro ogni possibile accordo tra 5 Stelle e Partito democratico. Ovviamente sfottendo il Movimento: “Da grillini a tonni, così Di Maio e i suoi sono caduti in una trappola” ( 8 agosto); “Programma e facce di bronzo del governo senza vergogna. Ecco cosa accadrà se Pd e 5 Stelle si metteranno d’accordo. Ci sarà una patrimoniale per finanziare salario minimo e ampliamento del reddito di cittadinanza. Sull’immigrazione, via i decreti sicurezza e sì allo ius soli. E poi eutanasia e bimbi gay” (14 agosto).

Ieri, infine, la resa: “Arriva il governo dell’invasione”. Son tempi duri.

In cucina c’è sempre lui: Denis sussurra a Salvini

“Fiori di zucca!”. Matteo Salvini se la ride con l’aria di chi potrebbe aver scoperto la sua vocazione. È a torso nudo, come al solito, ma stavolta in mezzo a un orticello. In questo fine settimana il capo della Lega è lontano centinaia di chilometri da Roma, dal cuore della contesa politica e dal caos generato dalle sue spericolate manovre ferragostane. Da 48 ore non risponde al telefono praticamente a nessuno. Né ai suoi (i parlamentari della Lega non sanno più come comportarsi, dopo la crisi fatta e disfatta nell’arco di un amen) né ai quasi amici di Forza Italia. Tutti si chiedono cosa abbia in testa. Mentre l’Italia è appesa a Salvini, lui pubblica foto bucoliche: venerdì dalla vigna con l’uva, ieri dall’orto con i fiori di zucca. In quegli scatti apparentemente inutili, l’unica notizia è il luogo da cui sono pubblicati: Salvini è in Toscana, nella villa della famiglia Verdini. Ovvero papà Denis e figlia Francesca, attuale fist lady del Viminale.

Ormai è un fatto conclamato: adesso Verdini sussurra a Salvini. Denis è stato l’uomo di Silvio Berlusconi, poi una delle figure che hanno condizionato il percorso (non brillantissimo) di Renzi, infine si è avvicinato all’altro Matteo. La sua presenza è una delle poche costanti delle ultime tre ere geologiche della politica italiana: non conta che Verdini non sia più in Parlamento (a dire il vero non ci andava spesso nemmeno quando era senatore) e non sono rilevanti nemmeno le condanne in tribunale, che continuano ad accumularsi sulle sue larghe spalle; l’influenza dell’ex macellaio di Fivizzano è ancora argomento di stretta attualità.

Negli ultimi tempi il rapporto tra i due ha vissuto un salto di qualità. Tutto era iniziato da “PaStation”, il ristorante dietro al Senato gestito da Tommaso, figlio di Denis, dove il “Capitano” ha conosciuto anche Francesca. È uno dei templi della diciottesima legislatura della Repubblica italiana. Vi si può incontrare una vasta fauna di parlamentari e frequentatori dei palazzi: molto spesso c’è Antonio Angelucci, senatore di Forza Italia, editore del Tempo, a lugo inseparabile con Verdini, talvolta insieme a Luigi Bisignani, che (come a suo tempo Denis) ad Angelucci e al suo giornale presta la firma come editorialista. Tra un bicchiere di vino e un tagliere dell’azienda Pasini (quella di Andrea, il “blogger sovranista” che Salvini ha assunto al ministero dell’Interno come consigliere della comunicazione), nelle stanze di “PaStation” si sono decisi – o almeno ci si è provato – alcuni passaggi cruciali delle ultime settimane politiche.

Secondo alcune ricostruzioni, sarebbe stato tra le pareti del ristorante che l’ex senatore di Ala avrebbe convinto Salvini a non lasciare l’ovile del centrodestra. Secondo altre, poi, sempre da “PaStation” Verdini avrebbe aperto gli occhi a Salvini sulle difficoltà della crisi di Ferragosto, spiegandogli che il “governicchio” tra Pd e Cinque Stelle rischia di nascere davvero. E sarebbe stata proprio la lectio magistalis conviviale di Denis, alla presenza di alcuni tra i più alti in grado dei parlamentari leghisti (come i capigruppo Romeo e Molinari e almeno un ministro), a convincere Salvini a valutare la marcia indietro sulla sfiducia al premier Conte.

In queste ore, dicevamo, Salvini tace: la strategia non è chiara, forse nemmeno a lui. Ma almeno non è solo: tra una vigna, un orticello e qualche bacio affettuoso, non mancano i consigli del “suocero” a indicargli la via. Anche se è sempre più stretta.

India e Kashmir, il grande strappo

Nella sua lunga denuncia affidata al New York Times, la scrittrice e attivista indiana Arundhati Roy ha accusato il premier Narendra Modi di “aver trasformato il Kashmir in un gigantesco campo di prigionia”. Nonostante ieri avesse annunciato di aver allentato il blocco delle comunicazioni, il primo ministro non ha dato tuttavia segno di voler diminuire la presenza dei 45mila soldati trasferiti nello Stato a maggioranza musulmana alla fine di luglio, pochi giorni prima del “grande strappo”.

Il 5 agosto scorso Modi – leader del partito induista e nazionalista di destra Bjp nonché al suo secondo mandato in veste di presidente del consiglio – aveva infatti preso una decisione clamorosa e assai pericolosa revocando unilateralmente l’articolo 370 della Costituzione indiana che conferiva all’ex principato una forte autonomia riconosciutagli dall’india a partire dal 1947.

Quell’anno, il Subcontinente, dopo essersi reso indipendente dalla Gran Bretagna, si separò dal Pakistan e, nelle more della cosiddetta ‘Partizione’, il principato del Kashmir (geograficamente a cavallo fra i confini dei due nuovi Stati) divenne un territorio conteso. Dal 6 agosto scorso, al posto dell’articolo 370, vige la Legge di Riorganizzazione di Jammu e Kashmir, approvata dal Parlamento in una notte. Questa norma priva lo Stato di Jammu e Kashmir non solo del proprio status speciale ma anche delle prerogative che definiscono l’entità statuale e lo fraziona in due territori dell’Unione. Il primo, Jammu e Kashmir, di conseguenza ora cade sotto l’amministrazione diretta di New Delhi pur continuando ad avere un’assemblea legislativa mentre il secondo, il Ladakh, non avrà più nemmeno questa.

Il ministro degli interni Kishan Reddy intanto sta provando a smorzare la tensione con il Pakistan promettendo che la situazione nello stato del Jammu e Kashmir tornerà normale entro una settimana. L’agenzia di stampa Pti, che ha confermato la notizia scrive anche che le autorità locali da lunedì riapriranno tutte le scuole e gli uffici, mentre i trasporti pubblici saranno gradualmente ripristinati e gli ospedali e gli ambulatori torneranno ad essere accessibili.

Ma queste promesse non bastano a tranquillizzare i 7 milioni di kashmiri, vittime negli ultimi due anni di continue aggressioni da parte dell’esercito indiano. Molti giovani scesi nelle strade per protestare contro l’atteggiamento più aggressivo del governo Modi, sono stati uccisi, fatti sparire o accecati dai pallini dei fucili usati dall’esercito di New Delhi proprio con l’intento di rendere inoffensivi nel modo più crudele possibile gli autonomisti. Nel conflitto a bassa entità in corso da 30 anni si stima che siano state uccise 70 mila persone tra civili e militari. Questa volta il neo primo ministro pakistano, Imran Khan, assicura che “darà una bella lezione a Delhi”. Se dovesse scoppiare una nuova guerra tra Pakistan e India, le conseguenze questa volta potrebbero essere ancora più imprevedibili vista la riconquistata credibilità e il rafforzamento del potere geopolitico di Islamabad grazie anche alla mediazione di Khan nelle trattative in corso tra Stati Uniti e Talebani circa la fine della guerra civile in Afghanistan. È noto che il Pakistan sia il luogo di nascita e di formazione degli “studenti di Dio” andati poi a fare proselitismo a Kabul. Inoltre va ricordato che sia l’India sia il Pakistan si sono dotati della bomba atomica.

Sul campo nel frattempo un soldato indiano, Lance Naik Sandeep Thapa, 35 anni, è rimasto ucciso nel corso di una sparatoria nei pressi di Rajouri, nell’area della LoC, la linea di controllo tra India e Pakistan, lo spazio presidiato dagli eserciti dei due paesi lungo il confine conteso del Kashmir. Il portavoce dell’esercito indiano, che ha dato la notizia, afferma che la violazione del cessate-il-fuoco è da attribuire all’esercito pachistano, che avrebbe sparato colpi di mortaio e proiettili verso i militari indiani, provocandone l’immediata reazione.

Tre giorni fa, l’esercito pachistano aveva accusato l’India di avere ripetutamente sparato, provocando la morte di tre militari e due civili, in diversi incidenti. L’accordo tra i due paesi per il cessate-il-fuoco lungo la LoC risale al 2003, ma le violazioni, da allora, sono state assai frequenti, da entrambe le parti.

Vale la pena ricordare che il primo ministro indiano Narendra Modi è tuttora membro della R.S.S.S., ovvero l’organizzazione di estrema destra nazionalista indu Rashttriya Swayamsevak Sangh, che ha più di 600 mila iscritti tra i quali molti ministri dell’attuale governo. Si tratta di una milizia ispirata ufficialmente alle Camicie Nere di Mussolini, come ricorda anche Arundhati Roy.

Iran, anche sette minorenni condannati a morte

Succede che le ragioni e le tensioni della geo-politica internazionale facciano velo alla percezione della realtà di un Paese: da un anno, l’Iran è nelle cronache quasi solo per l’abbandono dell’accordo sul nucleare da parte dell’America di Trump e per il ripristino delle sanzioni che ne condizionano l’economia; per le turbative alla navigazione nello stretto di Hormuz e per il sequestro di petroliere incrociato; e, ancora, per la contrapposizione con l’Arabia saudita per il predominio regionale, non solo politica e religiosa, ma anche militare, in Yemen.

Capita, poi, che un rapporto dell’Onu sul rispetto dei diritti umani ci ricordi che l’Iran riformatore del presidente Rohani vede crescere di anno in anno le violazioni della libertà d’espressione e non rispetta i diritti alla vita, alla libertà personale e a un equo giudizio. Le condanne a morte eseguite nel 2018 sono state 253 – sette di minori -, il numero più basso dal 2007, ma sempre uno dei più alti al mondo, dopo la Cina e confrontabile ‘pro capite’ con quello dell’Arabia saudita. Che sarà pure grande rivale – i sauditi sono gli alfieri dell’Islam sunnita, gli iraniani di quello sciita – ma che ha comportamenti non dissimili per il rispetto dei diritti dell’uomo e della parità di genere.

L’Onu spiega che la riduzione del numero delle esecuzioni rispetto al 2017 e agli anni precedenti è funzione dell’entrata in vigore di una nuova legge, che diminuisce le esecuzioni per i reati di droga, scese in un anno da 231 a 24. Impressionano, specialmente, le esecuzioni dei sette minori, fra cui due ragazzi di 17 anni condannati per stupro e rapina, reati “confessati sotto tortura”: l’Onu giudica “assolutamente proibita” l’esecuzione di minorenni e ne chiede “l’immediata sospensione”.

Il rapporto esprime preoccupazione perché l’Iran prevede oltre 80 reati punibili con la pena di morte fra cui corruzione, adulterio, omosessualità, possesso di droga, blasfemia, gli insulti al Profeta. L’Onu osserva che alcuni di questi reati ‘capitali’ in Iran non sono neppure punibili in altri Paesi e che non possono essere considerati ‘gravi’ in base ai principi sanciti da convenzioni internazionali. L’Iran arresta e detiene in modo arbitrario cittadini con doppia nazionalità. E i suoi procedimenti giudiziari lasciano a desiderare, con prove artefatte e confessioni estorte, almeno dal punto di vista del rispetto dei criteri d’equità e dei diritti della difesa, oltre che delle minoranze etniche o religiose. Anzi, spesso chi tutela i diritti degli accusati e delle minoranze e i giornalisti che praticano la libertà d’espressione sono oggetto di intimidazioni e finiscono a loro volta sotto processo. Proprio ieri, Human Rights Watch ha chiesto al governo iraniano di rilasciare le donne arrestate perché accusate di essere entrate illegalmente in uno stadio il 13 agosto indossando abiti maschili: volevano assistere a una partita di calcio, un divieto non scritto ma rigorosamente applicato. Fra le arrestate, ci sono l’attivista per i diritti umani Zahra Khoshnavaz, che si batte per abolire il divieto, e la foto-giornalista Forough Alaei.

Questo sfondo fa sbiadire l’attualità internazionale delle ultime ore: gli Stati Uniti cercano d’ottenere che la Gran Bretagna sequestri di nuovo la petroliera iraniana fermata a Gibilterra e poi dissequestrata; Washington sostiene che trasportasse petrolio in Siria, illecitamente. E l’Iran protesta e non sblocca la petroliera britannica sequestrata per ritorsione.

Bataclan, gli agenti eroi rischiano il declassamento

La sera del 13 novembre 2015 gli agenti della forza di élite Bri, la Brigade de répression et d’intervention, erano stati i primi a entrare nel Bataclan mentre i jihadisti dell’Isis seminavano il terrore durante il concerto degli Eagles of Death. Molte vite erano state salvate grazie a loro in quella notte di terrore, in cui erano morte 130 persone tra il teatro e gli altri attacchi kamikaze nei caffé di Parigi.

Ora quel corpo speciale della polizia giudiziaria francese, creato più di cinquant’anni fa, potrebbe scomparire, assorbito da un altro corpo della polizia, stando ad una riforma messa sul tavolo dalla prefettura di Parigi. Ma a favore della Bri, perché continui a esistere così come è, sono intervenuti a sorpresa proprio alcuni sopravvissuti alla strage di Parigi.

“In un momento in cui abbiamo tutti bisogno di storie e di eroi, la Bri, i suoi uomini in nero dal cuore grande, riconosciuti a livello mondiale e apprezzati, e i suoi valori, sarà sciolta”, hanno scritto il 14 agosto David, Grégory, Caroline, Stéphane, Marie, Arnaud e Sébastien in una lunga lettera postata sui social network. E hanno aggiunto: “In quanto cittadini, ci aspettiamo che lo Stato sia chiaro, preciso e rispettoso verso questi poliziotti che ogni giorno intervengono per fare di Parigi una città più sicura. In quanto ex ostaggi, la riforma ci rattrista profondamente. Perché ‘liquidare’ questa formazione unica e efficace?”.

Il messaggio è stato condiviso centinaia di volte. Uno dei firmatari, David, è intervenuto su France Inter: “È raro dover prendere le difese di chi ha ricevuto le pallottole al posto vostro… L’immagine di questi uomini in nero che entrano nel Bataclan e del terrorista che punta il kalashnikov contro di loro, non mi lascerà mai”.

“Se sono sopravvissuto è grazie alla Bri – ha aggiunto Grégory su France Culture – ci hanno salvato con il loro sangue freddo, il loro coraggio e la loro devozione”. La Bri, detta anche brigata antigang, è stata creata dalla prefettura di Parigi nel 1964 come unità al tempo stesso di investigazione e di intervento rapido per far fronte al numero record di aggressioni a mano armata, furti, sequestri, rapine, nella capitale.

La sua sede è ancora il mitico 36 quai des Orfèvres, sull’île de la cité, mentre la polizia giudiziaria, a cui fa capo, si è trasferita nel nuovo edificio Le Bastion del quartiere Batignolles. Nelle operazioni antiterrorismo, la Bri dovrebbe intervenire in appoggio al Raid (Recerche, assistence, intervention, dissuasion), un altro corpo speciale che fa parte della polizia nazionale ed è specializzato negli assalti.

Ma la sera del 13 novembre 2015 gli uomini del Raid erano arrivati dopo, quando gli agenti della Bri erano già entrati nel teatro, e per forza di cose i ruoli in un certo senso si erano invertiti. L’ipotesi di una riorganizzazione della polizia era nata già dopo quegli attentati. Un recente rapporto del prefetto di Parigi, Didier Lallement, trasmesso al ministero dell’Interno e reso noto dalla stampa francese, propone dunque di fondere i due corpi, con la Bri inglobata dal Raid.

La riforma, che potrebbe riguardare anche il Gign, il corpo d’élite della gendarmeria, è molto delicata. Nel 2016 l’ex ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, che aveva gestito la crisi terroristica, era stato cauto, sottolineando le “differenze di cultura e status” tra i vari corpi della polizia.

In pratica Cazeneuve aveva detto che, piuttosto che andare incontro a “difficoltà operative” in momenti cruciali, come un assalto contro dei terroristi, meglio “tre forze che funzionano” che “una forza che non funziona”. A France Inter il ministero ha assicurato che nessuna decisione è ancora stata presa.

“Ho visto i Pink Floyd piangere a Pompei e Davis imbrattare gli alberghi”

La nemesi (senza vendetta) di Manuel Fantoni in Borotalco sembra concretizzarsi in Mimmo D’Alessandro. Se il seduttore interpretato da Carlo Verdone millantava amicizie importanti nel mondo dello spettacolo per ottenere fascino e considerazione, Mimmo D’Alessandro quei rapporti li ha costruiti nei decenni, non visti di sfuggita, ma vissuti con intensità e confidenza, viaggi e approdi, spettacoli e tournée, cene e capricci, migliaia di dollari pretesi in contanti dalle star, il rischio dell’imprevisto, un proprio spazio conquistato dietro il palco. Insieme con il socio Adolfo Galli, è uno dei più grandi organizzatori di concerti ed eventi in Italia: dai Rolling Stones a Elton John, da Joe Cocker a James Brown. E tutto dopo un viaggio sola andata “a diciassette anni da Napoli, destinazione Viareggio, senza una lira, un paio di calzini da lavare la sera per averli puliti al mattino, e non ho neanche completato gli studi”.

Mimmo D’Alessandro è consapevole di se stesso, si reputa fortunato e arrogante, “più arrogante”, come chi le suole delle scarpe le ha consumate, e in vacanza non è mai andato (“Ho associato i viaggi a motivi di lavoro”).

Lui ha condiviso intere settimane accanto a uno dei geni del jazz, Miles Davis, e sono esattamente sessant’anni da Kind of Blue, album fondamentale per la storia della musica moderna.

Chi era Miles Davis?

La persona più bella e introversa mai incontrata nella mia vita: un uomo contraddittorio, umorale, imprevedibile, con accenti da ragazzino.

Viziato?

Non proprio, ma c’è una fase dell’esistenza nella quale ti senti immortale, e una successiva nella quale tenti di restare immortale attraverso piccoli vezzi.

Esempio.

Miles era gravemente diabetico, eppure fissato con il gelato. Un giorno insiste oltre il lecito, e alla fine conquista un cono: il batterista lo vede con in mano quella bomba di zuccheri, sbianca, corre e gli strappa di mano il “rischio”. Lui impazzisce.

E poi?

Aveva una grande passione per la pittura, e dipingeva ovunque. Io pagavo i danni.

Tradotto?

Sporcava le pareti delle stanze d’albergo, e il giorno dopo ricevevo la telefonata del direttore, oppure passavo dal portiere e saldavo per anticipare le lamentele.

Con “Dune mosse” ha creato la collaborazione tra Zucchero e Davis.

Per quel pezzo ho rischiato la carriera.

Addirittura.

Atterro a New York con il materiale inciso da Zucchero, dovevo portarlo a Miles; salgo in taxi, scendo in albergo, e dimentico sul sedile posteriore il master. Panico. Il portiere non allevia le pene: “Mister, sa quanti taxi ci sono in città? Circa ventimila”.

Insomma…

Vado alla polizia, e quelli scocciati rispondono: “Da noi deve entrare solo se c’è il morto”. Mi sentivo un cretino; ultima chance “l’ufficio oggetti smarriti”, con una signora enorme che decide di mettere il carico: “Se era così importante, non dovevi perderlo”.

Quindi?

Mi arrendo e confesso il malfatto al manager di Davis, lui mi tranquillizza, nel frattempo trovo un investigatore privato che capisce il dramma: era malato di Miles. E risolve il problema e mi salva.

Lei ha sangue freddo.

Di base sì, poi ho imparato.

Una sua dote.

La determinazione, poi amo questa professione alla follia, senza non potrei vivere.

Ha dichiarato: “Il mio è il lavoro più bello del mondo”.

Era così. E sono nato in una famiglia di contadini senza grandi possibilità economiche, tanto da non avere le risorse per mantenermi gli studi.

Però…

Sono uscito da quella condizione perché sapevo ciò che volevo, e il mio sogno era la Versilia, La Bussola, poter lavorare con Sergio Bernardini (organizzatore di eventi e proprietario del locale).

Come arriva alla musica?

Napoli stessa è musica, era ed è normale nascere e crescere con il ritmo; è ovunque e tutti i miei amici suonavano, e quando ero ragazzo iniziavano a emergere grandi artisti come James Senese, Enzo Avitabile e lo stesso Pino Daniele. Con Enzo ho un bellissimo rapporto.

Li conosceva.

Certo, poi anche io avevo tentato con la chitarra, ma non ero a quel livello, così ho cambiato strada e sono partito a 17 anni.

Da solo?

Sì, e i miei genitori disperati.

Come è arrivato a Bernardini?

Mi piazzavo fuori dal locale e sbirciavo, poi piano piano ho conosciuto i camerieri e via così.

Prima ha detto “era il lavoro più bello del mondo”.

Perché fino a pochi anni fa era possibile un contatto diretto con l’artista, condividere con loro, crescere insieme; con Sarah Vaughan abbiamo girato l’Italia in macchina per raggiungere le tappe della tournée, con lei che controllava in continuazione il contachilometri, “non superare i 110!”, e io disperato perché mangiava aglio tutto il giorno; poi a ogni tappa si fermava, entrava nei negozi, acquistava in dollari e pretendeva il resto in lire.

Insomma, oggi?

Gli artisti sono circondati da pletore di avvocati e manager, sono diventati irraggiungibili, e quando devi concludere un contratto, ti trovi davanti tomi di carte, 300 o 400 pagine, mentre una volta erano un paio di foglietti e una stretta di mano. (ci pensa) La colpa è nostra che abbiamo concesso tutto questo.

Prima regola per stare accanto a un artista.

Dargli tutto quello che desidera. Se Sarah Vaughan voleva i “110”, io andavo a 110, se poi in albergo desiderava gli asciugamani con un fiore particolare, io mi ingegnavo e ci riuscivo; bastava conoscere le loro esigenze, e per questo è fondamentale il contatto diretto.

Ha lavorato per 14 anni con Giorgia.

Con lei sono stato manager e produttore, ed è una delle più belle voci al mondo, una delle prime cinque; può cantare tutto e chiunque, una professionista vera: più di una volta l’ho vista entrare in studio sofferente per l’estrema concentrazione, avvolta da una rabbia spaventosa, eppure indovinare il pezzo al primo tentativo.

Giorgia è celebre per la paura dell’aereo.

Ed è stato un limite, ma quando era necessario, ci saliva, non mollava come nel tour con Herbie Hancock. Herbie era impazzito per lei.

Non solo Hancock…

Anche Ray Charles, mito di Giorgia: il padre l’ha chiamata così proprio in onore di uno dei più celebri brani di Ray.

E…

Sono saliti insieme sul palco del Summer Festival di Lucca, eppure all’inizio Ray era incerto, non amava i duetti, ma quando li ho presentati, lui le ha preso il polso, lo ha stretto, le ha chiesto la tonalità per provare il brano, ha ascoltato la sua voce e ha sorriso. Ray non era un tipo facile.

Quanto complicato?

Non ci pensava due secondi a mandarti a quel paese.

Con quale artista non si è trovato?

In realtà con nessuno, nonostante alcune difficoltà. Con Elton John, anche lui celebre per delle bizzarrie, lavoro da trenta e passa anni.

Gli artisti, sono…

Persone di una grandissima fragilità.

Veramente ha assecondato tutto?

Un anno organizzo un tour a tre: Joe Cocker, Davis e Zucchero: prima tappa a Rimini e conferenza stampa di rito per presentare la tournée. Miles si rifiuta. Corro dal suo manager, e mi offre la soluzione: “Mimmo, portagli in albergo ventimila dollari in contanti, poi te li rendo”.

E lei?

Ho seguito il consiglio e ha funzionato.

Restituiti?

Sì, in tutte le situazioni l’importante è trovare la “chiave” giusta.

Sempre.

Un’altra volta, concerto di James Brown a La Bussola domani, ottengo la diretta su Rai2. James arriva in albergo e sibila: “Non voglio telecamere”. E io: “Hai un contratto”. “Fanculo Mimmo”.

Soluzione?

Insisto: “Cosa vuoi?”. “Fammi parlare con il Papa”.

Semplicissimo.

Alla fine mi chiede 500mila dollari in più.

Sempre soldi.

Spesso era il lasciapassare con i musicisti di colore, forse per la comune provenienza dai ghetti; comunque per chiudere la vicenda gli ho consegnato altri 30mila dollari in contanti.

Poi, la sera…

Normalmente pretendeva una lunga serie di annunci: “Signore e signori, ecco a voi il più grande, il migliore…” e altri aggettivi, la tensione altissima, poi nulla. Non saliva sul palco. E anche per cinque volte consecutive; lui nel frattempo suonava nei camerini e attendeva di percepire il giusto clima emotivo.

Pure la sera della diretta?

Eccome. Ma James era terrorizzato dalla mafia e dalla polizia, così l’ho raggiunto dietro le quinte e gli ho spiegato: “Hai preso i soldi, se non canti chiamo le guardie”.

E lui?

Inizia a piangere, poi rassegnato mi guarda: “Va bene, ma prima portami una pizza”. A quel punto il direttore di palco si fionda fuori dal teatro, prende il motorino e corre nell’unico posto aperto. Acquista. Torna. James guarda il cartone, lo apre e la fa assaggiare alla moglie: temeva fosse avvelenata.

Un signore.

Amava i capricci, dava la mano se aveva il guanto a protezione, a volte era convinto di essere bianco, e per questo si stirava i capelli.

I musicisti di colore erano così attaccati ai soldi…

Davanti al cash crollavano; una sera ho Ray Charles sul palco per una trasmissione con Minà: Gianni doveva arrivare da Milano ma era in ritardo di un’ora e mezza; a un certo punto Ray sbrocca, s’incazza veramente tanto, mi chiama e decide: “Voglio 10mila dollari per ogni dieci minuti di attesa”.

Lei dopo tanti anni in Toscana ha sempre un leggero accento partenopeo.

Un napoletano non lo perde mai.

E l’hanno mai guardata male per questa inflessione?

Capita ancora oggi, e ovviamente l’accento sottintende tutta una serie di declinazioni negative, dall’imbroglione al terrone.

A Napoli torna?

La mia famiglia è ancora lì, e quasi tutte le domeniche sono al San Paolo per la partita.

Lei e la musica napoletana.

Per quasi cinque anni sono stato il manager di Pino Daniele. Una fortuna. Con lui ho vissuto il periodo della colonna sonora di Pensavo fosse amore e invece era un calesse, la nascita di un capolavoro come Quando, e spesso frequentavamo Massimo Troisi.

Insieme a quei due…

Con Massimo e Pino in auto verso Milano, a metà percorso ho inchiodato la macchina e mi sono fermato a lato della carreggiata: stavo male per le risate, non ne potevo più dal dolore ai reni. (cambia tono) Pensare che sono morti per il cuore, e tutti noi credevamo che il malato fosse Pino…

Mentre Troisi.

Non avevamo capito, lui non diceva nulla: il suo addio è stato uno choc.

Pino Daniele.

Un uomo difficile, non amava il confronto, voleva il controllo totale e la sua parola era il verbo; però era Pino Daniele, un mostro di bravura, è stato lui ad aver sdoganato la musica napoletana.

Droga e alcool quanto sono presenti nel suo mondo?

Oggi zero. Oggi sono tutti salutisti, vogliono mangiare prima del concerto, hanno una dieta dedicata, al massimo può saltar fuori una canna.

Prima?

Non era proprio così (e sorride).

Come Joe Cocker.

No, la sua droga era la birra: in un viaggio da Rimini a Viareggio, su un aereo privato, è riuscito a ingurgitarne 17; mentre Mick Jagger è attento a ogni aspetto.

Un momento di grande emozione.

I Pink Floyd con il Live at Pompeii: mi rivedo ancora nella Palestra dei gladiatori, attonito e con un bicchiere di vino in mano, mentre penso: “Non posso più pretendere nulla dalla vita”; poco dopo ho visto David Gilmour piangere, commosso, nel camerino.

Successo internazionale.

Per ottenere quella serata ho lavorato per un anno e mezzo, e tutte le settimane partivo da Viareggio per passare lì due giorni e trovare soluzioni per ogni problema; a Pompei ho capito come duemilacinquecento anni fa erano avanti a noi: l’arena aveva già le uscite di sicurezza.

Lei in sostanza, cosa fa?

Creo e vendo emozioni.

Ha mai temuto il flop?

Il mio è un perenne gioco d’azzardo, ma sono fortunato e arrogante. Anzi, più arrogante che fortunato. Gli eventi li studio, li valuto e li preparo con molta attenzione, come per i Rolling Stones al Circo Massimo di Roma, con 74mila biglietti staccati e una richiesta pari al doppio.

Li ha portati anche a Lucca.

54mila i presenti e richieste per circa 200mila tagliandi. Per convincere Mick e gli altri ci ho messo tre anni, li ho inseguiti per l’America, dall’Argentina a Cuba: ero diventato una sorta di stalker.

Chi comanda negli Stones?

Mick è il leader assoluto.

Chi l’ha stupita?

Stevie Wonder: una sera, dopo un concerto, ha continuato a suonare nei camerini e per un gruppo di non vedenti: è andato avanti fino alle tre e mezzo della notte. Non finiva più. Ecco, tutto questo non potrà mai più accadere.

Ne è proprio certo?

Purtroppo sì, la questione è sempre quella del contatto umano: abbiamo ridotto tutto a una serie infinita di cavilli.

(E come cantano i Pink Floyd in Wish You Were Here, c’è chi ha “scambiato un ruolo di comparsa nella guerra con il ruolo da protagonista in una gabbia”).

 

Campioni a rate e scambi. Il calciomercato è truccato

L’estate di Lukaku e De Ligt, forse di Icardi e Dybala, sicuramente di Spinazzola e Pellegrini, Radu e Pinamonti, Neto, Jordao e decine di altri carneadi: non giocatori, plusvalenze viventi. I top player magari cambieranno il volto della Serie A, ma sono i piccoli nomi che la tengono a galla. Centinaia di operazioni apparentemente insignificanti eppure preziose: al giorno di Ferragosto, in Serie A ci sono state 524 cessioni e 644 acquisti (fonte Transfermarkt). Oltre mille movimenti sui bilanci: il calciomercato oggi serve ad aggiustare i conti, più che le squadre. E non è ancora finita: il “baraccone”, come l’ha definito il mister dell’Atalanta Gasperini, proseguirà fino al 2 settembre, oltre l’inizio del campionato (la Figc di Gravina ha cancellato la fine anticipata, una delle poche cose buone fatte dal commissariamento Coni)

 

Tanti acquisti, pochi soldi (veri)

Dietro ogni transazione ci sono calcoli complicati, formule fantasiose. Prendiamo i due acquisti dell’estate, Matthijs de Ligt alla Juventus e Romelu Lukaku all’Inter: pagati 85 e 75 milioni, somme mostruose che però diventano abbordabili se pagabili in comode rate in 5 anni. Oppure Nicolò Barella, dal Cagliari ai nerazzurri per oltre 45 milioni di euro, il centrocampista italiano più caro di sempre. Sulla carta: in realtà il trasferimento è in prestito, per cui l’Inter ha sborsato per il momento solo 12 milioni (il resto dopo).

È così che oggi si fa il mercato, e che spese apparentemente insostenibili si conciliano con i bilancio. Lo spiega bene il portale Calcio e finanza, che ha dedicato degli approfondimenti al mercato delle big. Nonostante una campagna da 200 milioni (“la più cara di sempre”, è stato scritto), il costo della rosa dell’Inter è aumentato di “soli” 40 milioni. Il Milan, che per i suoi conti in rosso è stato addirittura escluso dall’Europa League, sembra stia spendendo e spandendo: Leao, Hernandez, Krunic, Bennacer, Duarte. “Come fa?”, si chiedono in tanti. In realtà il costo della rosa è addirittura inferiore di 25 milioni rispetto all’anno scorso. Al contrario, la ricca Juventus si trova in imbarazzo per dover vendere diversi giocatori che gravano sulle casse. E questo anche perché alcuni acquisti a parametro zero, a zero non lo sono affatto: i vari Rabiot e Ramsey, arrivati in scadenza e quindi teoricamente gratis, costano decine di milioni in stipendi o commissioni agli agenti, veri padroni del mercato.

 

Quanti scambi fra big: una mano lava l’altra

Dietro ai colpi che accendono i sogni dei tifosi, c’è un’infinità di trasferimenti, prestiti, scambi. Plusvalenze. È la parola magica: si tratta del guadagno derivante dalla differenza fra il prezzo di cessione del calciatore e il suo costo a bilancio (diverso dal prezzo d’acquisto). Parte dal principio che i giocatori sono considerati alla stregua di “beni”, in quanto “patrimonio” del club. Ed è questo che fa scattare il meccanismo perverso, quasi incontrollabile: creare ricavi dal nulla per gonfiare i bilanci.

Ormai è una prassi: Il Fatto ha già dedicato un’inchiesta ai casi borderline, ma anche senza sfiorare l’illecito questo mercato non ha fatto eccezione. Anzi, visto che il giochino funziona, ormai le grandi hanno preso addirittura a scambiarsi i giocatori fra loro. Se io ti compro un giocatore a 50, e tu uno mio più o meno alla stessa cifra, entrambi metteremo a bilancio un guadagno. Così Quella 2019 è stata l’estate del “gioco delle coppie”: Spinazzola e Luca Pellegrini tra Juventus e Roma, Manolas e Diawara tra Roma e Napoli, Danilo e Cancelo tra City e Juve. Ma si potrebbero citare anche Demiral e Rogerio, Radu e Pinamonti, ecc. Scambi di dubbia utilità tecnica ma finanziariamente convenienti per tutti. Difficile spiegare, ad esempio, perché i bianconeri hanno ceduto Cancelo per acquistare un altro terzino poco difensivo come Danilo (difetto che veniva contestato al portoghese). Tutto ha più senso, però, nel momento in cui si scopre che l’ipervalutazione di entrambi i cartellini (gonfiata addirittura fino a 65 e 37 milioni) ha permesso ai club di realizzare una grossa plusvalenza. All’orizzonte potrebbe esserci già il prossimo caso, il più clamoroso: anche la telenovela Icardi rischia di finire in un altro scambio, magari alla Juve per Dybala. Situazione diversa (quello del centravanti nerazzurro è un caso particolare), la soluzione è la stessa.

 

Il report Figc: il 22% dei ricavi è gonfiato

Messa così, sembra la panacea di ogni male: il fatturato lievita, il bilancio respira. Infatti le operazioni si moltiplicano. Il problema, però, è che è quasi tutto virtuale. Dietro quelle cifre non ci sono risorse vere: la plusvalenza si segna tutta subito, anche se i soldi arrivano dopo o non arrivano mai (spesso gli scambi di giocatori reciproci sono a flusso zero). L’effetto è gonfiare il bilancio. Lo certifica anche il “Report calcio 2019” della Figc: nel 2017-2018 sono cresciute sia le plusvalenza (713 milioni, letteralmente esplose nelle ultime due stagioni) che i debiti, vicini a 4 miliardi. E questo perché il 22% del fatturato di un club è fatto di questi ricavi spesso fittizi, mentre le spese sono sempre tutte vere. Dopo questo mercato i dati peggioreranno ancora. Il presidente Figc Gravina vorrebbe intervenire ma è dura, l’inchiesta del 2018 su Cesena e Chievo Verona conclusa quasi in nulla: non esiste un criterio per stabilire il valore oggettivo di un calciatore (e quindi sanzionare i responsabili). Così il “baraccone” va avanti finché non finisce la liquidità in cassa per pagare stipendi e scadenze: è abbastanza difficile che succeda in Serie A, dove c’è un miliardo l’anno di diritti tv, unica vera fonte di sostentamento del calcio italiano. Per mettere a posto i conti ci sarà sempre un’altra sessione di trasferimenti: in fondo a questo serve davvero il calciomercato.

“Sono una Bambola, o almeno così mi descrivono gli autori delle canzoni”

Le arti dello spettacolo hanno fortemente condizionato gli stereotipi di genere maschile e femminile. Nulla di strano, se non che quello femminile è stato descritto da maschi. Proviamo a leggere i nomi degli autori del cinema, della canzone, dell’opera e della televisione: sono tutti, o quasi, maschi. Questa immensa opera popolare ha descritto l’universo femminile in maniera silenziosa e potente, fornendo un modello di comportamento a cui è stato facile conformarsi anche per le donne stesse.

Quando ero ragazza, Mina, Ornella Vanoni, Patty Pravo, per citare le più trasgressive, mi affascinavano per il loro temperamento, eppure spesso persino nelle loro canzoni affioravano delle contraddizioni: le donne erano abbandonate, tradite, arrendevoli, disposte a perdonare sempre e comunque l’uomo. Non vi era mai un accenno alla maternità, al fatto di essere figlie, sorelle, amiche, non vi era nessun riferimento a tutto il tumulto di sentimenti “generazionali” dell’epoca. Erano gli anni 70, il femminismo era maturo, l’Italia approvava il divorzio e l’interruzione di gravidanza, ma a Sanremo era una carrellata di amori sdolcinati, proiettati alla costruzione della famiglia e di donne imploranti perdono. Al festival del 1970, mentre in Italia veniva approvato il divorzio, la canzone più trasgressiva, cantata da una giovanissima Nada, parlava di una fuga d’amore, ma che si normalizzava subito: “c’è un velo bianco che m’aspetta /che posso chiedere di più /il dolce sogno di ogni notte /per me diventa verità”. Cinque gli autori: Franco Migliacci, Roberto Gigli, Jimmy Fontana, Mario Cantini, Italo Greco. Forse il sogno era il loro.

Io e mia sorella Joanna intanto traducevamo i testi di Joan Baez e Joni Mitchell, le nostre ispiratrici d’oltreoceano. I tempi stavano cambiando, pensavamo, e noi avremmo portato il nostro piccolo contributo. Cominciammo a scrivere per la prima volta in Italia canzoni scritte da donne per le donne, che facevano storcere il naso a qualcuno, che non sarebbero mai passate in radio ma che il discografico Vincenzo Micocci, invece, ascoltava con attenzione. Nacque così il mio primo album Cliché. Dentro c’era il tema dell’aborto, dell’omosessualità, la condizione femminile, ma anche il mio contributo originale sul genere maschile, superficiale o debole: “A giorni verrai a mettere la tua paura tra le mie gambe”, cantavo. In un tempo in cui passavano in radio canzoni tipo “Sono una donna non sono una santa” io mi sentivo Giovanna D’Arco. Il mio primo gruppo “Ape di vetro” formato da me, Chiara Scotti e Lella Lamorgese, rimediava a stento piccole feste di paese su palcoscenici improvvisati, dove collezionavamo fischi e inviti a spogliarci. D’altra parte erano tutti ben educati al fatto che le donne servissero solo a questo.

Sono passati tanti anni, eppure la situazione è sempre critica. Qualche tempo fa in radio ho ascoltato un brano in cui lei supplicava un lui ripetendo “Umiliami!”, mentre Sfera Ebbasta porta al primo posto in classifica la sua idea di donna senza mezzi termini: troia!

Per questo ho ideato uno spettacolo, che poi è diventato un disco: “Sante Bambole Puttane”, per liberare le donne dalla prigione dell’etichetta, esaltandone la profonda umanità: la prostituta che trova l’amore in età matura (Lora), la nomade che mette a nudo il nostro concetto di progresso (Irina), la kamikaze che si fa saltare in aria (Habi), indottrinata da una religione sempre più strumento di odio, la bambina “strega” che ha delle visioni e dei presentimenti (Apollonia, che è anche la protagonista del mio primo romanzo). Donne che si aggiungono alla nutrita fila di donne che ho raccontato nella mia carriera: dalle Ragazze di Gauguin, fino a Anja, Rudji, Caterina, Chiara… Eroine senza gloria e senza pretese, se non quella di rappresentare se stesse in maniera autentica, come donne, finalmente, libere.

Addio a Peter Fonda: Capitan dell’altra America

“So cosa significa essere morto” aveva detto sotto LSD nell’agosto del 1965, e i suoi amici Beatles l’avevano preso alla lettera inserendo la frase (“I know what’s like to be dead”) nella canzone She Said She Said. Per fortuna sua, e di tutti noi, Peter Fonda è sopravvissuto a quell’incidente che da bambino lo portò a spararsi un colpo nello stomaco: il mito di Easy Rider non sarebbe mai esistito. Alla morte, purtroppo, non è sfuggito due giorni fa, lasciandoci a 79 anni dopo una lunga malattia.

E quella frase di mortifera pre-conoscenza la ripeteva spesso, sempre rievocando l’episodio infantile, sempre sotto stupefacenti. Un destino segnato per un’esistenza sempre ai limiti quello che ha accompagnato il figlio di Henry e il fratello di Jane: tanto da lì, prima o poi, non si scappa. D’altra parte la madre suicida l’aveva lasciato da piccolo, e con quel cognome ingombrante era necessario per lui trovare una strada diversa verso il successo. Non era facile, in pochi “figli di papà” ce l’hanno fatta, ma Fonda jr. sul chopper a stelle&strisce più famoso di sempre, non solo ha sfiorato la popolarità paterna, ma è riuscito a sovvertire per sempre lo sguardo sull’American Dream. Era il 1969, Peter “Wyatt” Fonda cavalcava la sua Captain America in parallelo al buddy Dennis “Billy” Hopper: solcando le strade degli States erano intenzionati a lacerare il Paese nel suo cuore, estraendovi il pus di un’ipocrisia feroce, pronta a fagocitarli e a distruggerli come dentro a un buco nero. Hipster iconici come nessun altro, i due “bifolchi” dai capelli lunghi viaggiavano liberi al di là del bene e del male, perché loro erano “born to be wild”, nati per essere selvaggi.

Dalla sua prima apparizione sugli schermi, Easy Rider era già leggenda: il manifesto della New Hollywood, il western lisergico di riders strafatti, il road movie per eccellenza dove tempo e spazio s’abbracciavano dentro a un nuovo paradigma. E, per quanto diretto dall’esordiente Hopper (che per il film vinse come miglior opera prima a Cannes), il film è soprattutto frutto della volontà di Peter Fonda. È stato lui a produrlo, co-sceneggiarlo e naturalmente co-interpretarlo da protagonista sull’idea iniziale di un western che sostituiva i cavalli con le motociclette ma vi mantenesse “on board” la memoria eroica di due icone del genere più classico di Hollywood: Wyatt Earp e Billy the Kid. Rivisitando il western – e dunque l’ontologica natura conquistatrice degli USA – il Fonda junior omaggiava a modo suo il Fonda senior, fra i volti più riconoscibili nell’olimpo della grande narrazione del cinema americano. In altre parole la nuova contro la vecchia Hollywood, o meglio, la prima che – assorbendola – metteva in discussione il modello della seconda.

Con quella “solida reputazione da rinunciatario”, Peter non era dotato di bellezza perfetta come Henry (o come la sorella Jane/Barbarella, anche lei all’epoca icona “sexy fantascientifica” d’emancipazione femminile) ma del padre proponeva il rovescio della medaglia: l’anticonformismo, l’identificazione con la controcultura, il profondo senso di appartenenza a un mondo diverso, certamente più spregiudicato e intimamente ribelle, anche andando contro la legge. “Non voglio essere nessun altro” faceva dire non casualmente al suo Wyatt in una sequenza di Easy Rider in cui sia davanti che dietro la macchina da presa col giovane Dennis fumava erba per davvero. Con parecchi film interpretati e un paio diretti, Peter ha sempre scelto il lato B dell’America incarnato da registi indie o innovativi come Roger Corman, John Carpenter, Steven Soderbergh, la nostra Asia Argento. Ancor più che il figlio di una royal family cinematografica, Peter Fonda è stato il figlio del suo tempo, di un preciso tempo della Storia, della quale è stato anche, e forse soprattutto, “profeta”. Omaggiarlo con le parole del vate dell’America che amava e incarnava è doveroso: “Qual è la tua strada amico?.. La strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell’arcobaleno, la strada dell’imbecille, qualsiasi strada. È una strada in tutte le direzioni per gli uomini in tutti i modi” (Jack Kerouac, On the Road).

Mail Box

 

La lungimiranza dei padri costituenti e l’articolo 138

Se Berlusconi non riuscì ad abbattere l’impianto democratico della nostra Repubblica, nonostante i tanti belzebù al suo servizio e al servizio dei tanti indagati e processati in casa FI, se Renzi non riuscì a disintegrare la nostra bella democrazia parlamentare con una “schiforma” costituzionale, se Salvini non riesce nel vile intento di assumere pieni poteri come minaccia da dittattorello, se – nonostante i tanti elettori disinformati o mai cresciuti moralmente – non viene del tutto meno il valore morale nell’Italia che accolse freddamente le leggi razziali di Mussolini, lo dobbiamo a Togliatti, Nenni, De Gasperi, a tutti i padri costituenti. La loro prima preoccupazione fu di seminare “trappole” normative agli aspiranti dittatori. Così misero la Costituzione al riparo da colpi di mano di maggioranze ristrette attraverso l’articolo 138, prevedendo l’intervento del popolo sotto forma di referendum confermativo quando una legge di revisione costituzionale non è approvata dai due terzi di ciascuna delle due Camere. Questo ci permise di respingere l’assalto costituzionale di Berlusconi prima (lodo Alfano e legittimo impedimento) renziano poi (l’orrenda “schiforma” costituzionale), salviniano ora (non basta approvare il taglio dei parlamentari per andare al voto): tre uomini narcisisti e per nulla interessati al bene comune ma molto al bene privato; sempre alla ricerca di consensi popolari per sentirsi al centro dell’attenzione; in sostanza, potenzialmente pericolosi. Per questo resto eternamente grata ai nostri padri costituenti.

Barbara Cinel

 

Scoperto il bluff di Salvini, la parola passa a Mattarella

Scoperto il suo bluff, Salvini ha dimostrato che prima parla e poi si pente o finge di pentirsi. La proposta di Di Maio premier, avanzata dal leghista, e con il Viminale sempre a se stesso, è infatti un’altra furbata, dal momento che Salvini ben conosce Di Maio e pensa che, così facendo, se lo mangerebbe in un solo boccone. Se si avverasse questo scenario, si tratterebbe di una delle più colossali cavolate della nostra Repubblica. Lo stesso dicasi se si realizzasse un governo di centrodestra a guida Salvini. Se, invece, andasse in porto un Conte bis con una maggioranza di centrosinistra, dovremo dare merito a Matteo Renzi per avere recitato apertamente il mea culpa. In definitiva, si spera nelle scelte prudenti del presidente Mattarella, guardando con un occhio ai conti pubblici e con l’altro all’Ue.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Il Pd ha più cose in comune con la Lega di quanto si pensi

Prima di stipulare un nuovo contratto con i dem, i 5s devono sciogliere parecchi nodi onde evitare di cadere dalla padella alla brace. Innanzitutto non va dimenticata la perfetta sintonia tra Lega e Pd sui seguenti temi: l’ostilità al reddito di cittadinanza, l’allergia per il blocco della prescrizione, la limitazione delle intercettazioni soprattutto per i reati dei colletti bianchi, la separazione delle carriere dei magistrati, il finanziamento pubblico a Radio Radicale e le grandi opere inutili, come il Tav, ecc. Se Salvini l’ha buttata in cagnara per non votare la riforma della giustizia che avrebbe bloccato la prescrizione nel 2020, il Pd non sarebbe tentato a fare lo stesso cercando di annacquare la legge “spazzacorrotti”? Se non si fa chiarezza su tutto ciò, un governo Pd-5s potrebbe riproporre gli stessi conflitti. Patti chiari, amicizia lunga.

Maurizio Burattini

 

Conte resti lì dov’è: con lui questo Paese ha speranza

Spero tanto che il presidente Conte non se ne vada. È una persona che si è fatta stimare e amare giorno dopo giorno. La sua professionalità, la serietà che ha dimostrato, l’eleganza della persona, del modo di confrontarsi e di comportarsi con tutti, dal comune e semplice cittadino ai vari capi di Stato – e Dio sa quanto abbiamo bisogno di politici con tali doti specie in questo particolare periodo di degrado sociale e di indebolimento dei più importanti valori morali – sono una ricchezza per l’Italia intera. Con il professor Conte c’è stato sentore di rinnovamento, di qualcosa che portava nuova linfa al desiderio di serietà politica. Basta vedere la percentuale dei non votanti per comprendere la nausea che assale milioni di italiani disgustati da una politica cialtrona e corrotta. L’unico farmaco per bloccarla è il corretto comportamento di coloro che ci governano. A me pare che il professor Conte abbia dimostrato di possederla davvero tale virtù, insieme ad un responsabile senso delle istituzioni e alla naturale eleganza della sua persona. E non è cosa da poco!

Raffaele Pisani

 

Libri: non solo Amazon, prestiti e biblioteche ci sono ancora

Ieri leggevo che Milano si posiziona, secondo Amazon, al 1° posto per acquisto di libri. Il Sud non appare, come molte altre città del Nord, tra cui Torino. Da questi dati vengono dedotte facili conclusioni. Io, ad esempio, frequento la biblioteca Bertoliana di Vicenza ed è sempre fornita. Anche di titoli appena usciti. La lettura passa anche dal prestito, e non solo da Amazon.

Michele Giordano