“Impossibile sia votare da remoto sia rinviare”

Per fare ordine nell’orda di ipotesi avanzate in questi giorni sull’elezione del Presidente della Repubblica abbiamo chiesto lumi a Gaetano Azzariti, costituzionalista della Sapienza.

Professore, come si fa a svolgere le operazioni elettorali in sicurezza?

Il problema è reale e mi pare che i partiti stiano dimostrando una crescente consapevolezza. Spero che l’emergenza sanitaria li spinga ad abbandonare i tatticismi che solitamente caratterizzano le elezioni del Capo dello Stato per concentrarsi sul merito della scelta, arrivando quanto prima ad un accordo.

Si può pensare a un voto da remoto?

È necessario applicare quanto stabilito dal regolamento della Camera. Il quale prevede, all’articolo 55, che il voto segreto possa aver luogo mediante procedimento elettronico: il sistema è quello del voto dal banco con tessera del deputato per garantire la personalità. È dunque una modalità di voto che non si estende ai senatori e ai delegati regionali, inoltre presuppone la compresenza ai banchi di tutti gli aventi diritto. Non si può utilizzare. Si deve allora applicare la regola generale dell’art. 49 del regolamento: nello scrutinio segreto “i voti sono espressi deponendo nelle urne l’apposita scheda”. Se si volessero cambiare le modalità di voto bisognerebbe quantomeno modificare il regolamento e trovare una soluzione tecnica adeguata che garantisca personalità, segretezza e distanziamento di tutti gli aventi diritto nel momento del voto. Aggiungo che non sarebbe neppure granché edificante assistere a un’elezione del rappresentante dell’unità nazionale “a distanza”, accentuerebbe la sensazione di un Parlamento evanescente.

Vista l’esplosione dei contagi e conseguenti quarantene, è verosimile che la platea dei 1008 sia ridotta. Sarebbe valida un’elezione con settecento votanti?

Sì, l’articolo 83 prevede che l’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell’assemblea. Dopo la terza votazione, è sufficiente la maggioranza assoluta, ma sempre degli aventi diritto, non dei presenti.

In caso di assenti quindi si alza il quorum.

Se ci si riferisce ai presenti, ovvero a chi materialmente esercita (o può esercitare) il diritto di voto sì. Per le prime tre votazioni bisogna arrivare comunque a 673 voti, dopo necessariamente a 505. In passato il problema non si è mai posto perché si è avuta sempre una partecipazione del cento per cento o assai vicina all’unanimità.

Si può rinviare il voto?

Assolutamente no. È un obbligo costituzionale. Una volta convocato il parlamento in seduta comune si apre una sorta di conclave che non può che concludersi dopo la “fumata bianca”, con l’elezione del Presidente. È certo che questa volta si avrà un forte rallentamento delle operazioni: in passato si sono normalmente svolte due votazioni al giorno, ora, per garantire il necessario distanziamento e la sanificazione dei locali, ce ne sarà solo una. Ricordo che in passato sono occorse anche un numero di votazioni molto elevato: il Presidente Leone è stato eletto dopo 23 votazioni. Oggi il protrarsi delle votazioni produrrebbe effetti perversi. Spero che nessuno punti a giocare con la pandemia.

Sarebbe un vulnus l’elezione di un presidente con una platea ristretta?

Più si va avanti con le votazioni, più c’è il rischio che il virus squilibri la composizione politica dell’Assemblea, colpendo maggiormente una parte politica anziché un’altra. Nascerebbero polemiche infinite.

L’ipotesi di una proroga del Presidente Mattarella è possibile?

La Carta non prevede questa ipotesi. L’articolo 85 stabilisce l’unico caso di proroga qualora le Camere siano sciolte o se manchino meno di tre mesi alla loro cessazione. Si potrebbe applicare questa norma per analogia. Ma si devono fare i conti con la fissazione settennale del mandato, che è tassativa. Dunque, potrebbe applicarsi l’articolo 86 che prevede che le funzioni del Presidente della Repubblica, in caso di impedimento, siano svolte dalla Presidente del Senato. Sebbene anche qui la Carta non si riferisca al termine del settennato. In questa situazione d’incertezza, se si dovesse superare la data del 3 febbraio termine del suo mandato, sarà il Presidente Mattarella a decidere quale strada scegliere. Io credo che opterebbe per la seconda ipotesi.

Quirinale: l’elezione positiva al covid. Le varianti, Mattarella bis e Casellati

L’unica cosa certa al momento è la data, comunicata via sms intorno all’ora di pranzo del 4 gennaio a tutti i parlamentari. “La Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sono convocati in seduta comune, con la partecipazione dei delegati regionali, lunedì 24 gennaio 2022, alle ore 15, con il seguente ordine del giorno: “Elezione del Presidente della Repubblica”. Per il resto si naviga a vista: la prima elezione del capo dello Stato in epoca Covid costringe gli alti vertici di Montecitorio e Palazzo Madama a tenere aperte tutte le opzioni. Cosa accadrebbe se al fatidico appuntamento del 24 gennaio una parte consistente dei 1009 grandi elettori fossero impediti, causa morbo, di passare sotto al catafalco per scrivere nel segreto dell’urna il nominativo più prezioso per la Repubblica?

 

L’Armageddon

Il voto che potrebbe slittare

In questo scenario in cui la pandemia la fa da padrona, nulla viene escluso. Neppure l’ipotesi più drastica, ossia che a un certo punto si possa congelare lo scrutinio laddove il contagio rischiasse di incidere sui quorum costituzionali necessari per l’elezione. “Seguiamo con grande preoccupazione l’evoluzione del contagio tra i parlamentari, consapevoli che il picco dei contagi ci sarà tra 15-20 giorni”, dice il questore anziano della Camera, Gregorio Fontana, azzardando un possibile rimedio laddove le cose, dal punto di vista dei contagiati, dovessero complicarsi: “Nella Costituzione, per esempio, non c’è scritto che si debba votare tutti i giorni”. Si interroga sulle eventuali soluzioni d’emergenza anche il suo omologo del Senato, Antonio De Poli: “Bisognerà vedere l’evoluzione dei numeri. Intanto bisogna capire se i voti degli ammalati li conteggiamo o no ai fini del quorum. Certo che se alla fine fossero decine e decine i contagiati, forse la soluzione più agevole sarebbe quella di un rinvio”. Sì, ma a quando? Perché se si scavallasse il 3 febbraio, data della fine del mandato di Sergio Mattarella, si porrebbe anche il tema della durata della reggenza da parte della seconda carica dello Stato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.

 

I numeri

L’asticella di Berlusconi

Per questo i ragionamenti corrono attorno ai numeri. “Col Covid a Palazzo, per chi come Berlusconi accarezza l’idea di farcela dal quarto scrutinio quando bastano 505 voti per essere eletti, l’asticella si è alzata e questo potrebbe determinare cambi di strategia” spiega Federico Fornaro di LeU, che ritiene ragionevole che alla fine tra i grandi elettori si conteranno 70-80 contagiati. E se fossero anche di più? “A spostare il voto di una settimana non succede niente. Ma credo che a quel punto interverrebbe la politica per mettere in sicurezza il quadro istituzionale. La soluzione? Si vota Sergio Mattarella”.

 

Le soglie

Questione di quorum

Ieri sulla questione Covid in chiave Quirinale le capogruppo dem di Camera e Senato, Debora Serracchiani e Simona Malpezzi, hanno scritto a Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati chiedendo che si faccia di tutto per assicurare il voto in sicurezza: un focolaio nel cuore delle istituzioni – è il loro ragionamento – finirebbe “con innalzare in modo surrettizio i quorum previsti dalla nostra Costituzione, ponendo dubbi sulla regolarità del voto”. Già perché si tratta pur sempre della prima elezione quirinalizia in epoca Covid, uno scenario inedito a guardare i precedenti. Non che all’elezione del presidente della Repubblica nel passato abbiano partecipato tutti gli aventi diritto. Dal 1971, ossia dallo scrutinio che incoronò presidente Giovanni Leone con la partecipazione dei delegati regionali (l’anno prima, nel 1970, c’era stata l’istituzione delle Regioni a statuto ordinario) si è sempre registrata una quota di assenti fisiologici. Il 31 gennaio 2015 Sergio Mattarella venne eletto al IV scrutinio (con 665 voti) quando in aula erano presenti 995 grandi elettori su 1009. Prima di lui al momento dello scrutinio fatale per il bis di Giorgio Napolitano nel 2013 ne erano presenti 997 su 1007 e prima ancora nel 2006, 1000 su 1010. E così via a ritroso: per Ciampi erano presenti 990 grandi elettori su 1010, per Scalfaro 1002 su 1011, per Cossiga 979 su 1011, per Pertini 995 su 1011 grandi elettori fino ad arrivare a Leone, 996 su 1008. Ma queste erano assenze da tempi di pace.

 

Il regolamento

Precluso il voto a distanza

Per questo non è chiaro se l’iniziativa di ieri di Serracchiani e Malpezzi serva a riproporre il tema del voto a distanza più volte evocato senza successo in questi due anni di pandemia anche dal loro collega del Pd, Stefano Ceccanti. Al momento non è tra le ipotesi allo studio degli uffici di Camera e Senato anche perché rimane insuperabile la previsione costituzionale che implica il voto in presenza. Per la particolarità del collegio elettorale deputato da Costituzione a scegliere il capo dello Stato è anche esclusa la misura dell’autocontingentamento (ossia la partecipazione alle sedute d’aula della metà degli eletti) che pure era stata adottata nel marzo del 2020 per ridurre al massimo il rischio contagio.

 

Le misure

Garantire la sicurezza a Palazzo

I collegi dei questori dei due rami del Parlamento a cui compete l’adozione delle misure di sicurezza torneranno a sentirsi la prossima settimana anche per valutare ai raggi X l’ultimo decreto del governo (che prevede, tra l’altro, il vaccino obbligatorio per chi abbia più di 50 anni) onde adeguare come di consueto le regole interne alle nuove misure di Palazzo Chigi. Quel che è certo fin d’ora è che per recarsi al seggio di Montecitorio i grandi elettori dovranno essere muniti di mascherina Ffp2 e del green pass ormai d’ordinanza. Si sta valutando anche di imporre un tampone supplementare prima dell’ingresso in aula. E ancora. È stato già stabilito che nell’emiciclo non potranno esserci più di 200 persone e che non dovrebbe svolgersi più di una votazione al giorno: al netto delle sanificazioni che richiedono un certo tempo, la chiama organizzata per turni e fasce orarie assegnati a ciascun grande elettore, secondo i calcoli effettuati dagli uffici di Montecitorio, comporterà che tra il voto e ciascun scrutinio passino circa 5 o 6 ore. Altro dato certo è che, con più di 37,5° si resta fuori dal Palazzo.

 

Il monitoraggio

Il test dell’ultimo giorno

Il quadro è però, come detto, in continua evoluzione e quel che è certo è che di fronte a una situazione straordinaria saranno i presidenti di Camera e Senato a dover valutare insieme cosa fare. Quando? Il monitoraggio dei contagiati è continuo e se la situazione dovesse prendere una brutta piega non sarà necessario attendere l’ultimo giorno. I due uffici di presidenza di Camera e Senato si riuniranno prima del 24 gennaio per certificare la regolare formazione del collegio elettorale composto dai 1009 grandi elettori: una riunione di verifica dei titoli degli aventi diritto al voto per il Colle: dei 321 senatori, dei 630 deputati e dei delegati delle Regioni che devono ancora completare l’indicazione dei loro 58 rappresentanti.

Prestiti garantiti, bomba da 27 miliardi

Tra i 25 e i 27 miliardi: un valore superiore alla prima rata dei fondi Ue (24,1 miliardi) concessi all’Italia il 23 dicembre scorso. È l’enorme dimensione della “bomba” che grava sui conti dello Stato per i prestiti garantiti alle imprese per superare l’emergenza Covid, una somma che secondo Confindustria e MedioCredito Centrale rischia di non poter essere rimborsata dalle aziende, già in difficoltà per la recessione pandemica e oggi alle prese con la recrudescenza della variante Omicron che torna a mettere in ginocchio l’economia italiana.

L’allarme trova la sponda dell’Associazione bancaria italiana: il 4 gennaio il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, e il direttore generale, Giovanni Sabatini, hanno scritto al presidente del Consiglio Mario Draghi, ai ministri e al governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, per chiedere che siano “tempestivamente riconfermate nella loro interezza” tutte le misure di sostegno alle imprese previste dal decreto Liquidità dell’8 aprile 2020.

In sostanza, l’Abi chiede che sia estesa la garanzia pubblica sulle operazioni di ristrutturazione di finanziamenti già erogati, innanzitutto per le piccole e medie imprese, sia quanto prima attivata la garanzia Sace a “prezzi di mercato” anch’essa prevista dal decreto Liquidità ai finanziamenti garantiti e soprattutto siano prorogate le moratorie sui rimborsi, scadute il 31 dicembre. Per ottenere questa proroga occorre però modificare la legge di Bilancio. Il governo ritiene che gli aiuti già in vigore siano sufficienti, ma le banche e le aziende non sono per nulla d’accordo.

A dicembre, secondo la Task Force per la liquidità, le moratorie alle imprese ammontavano ancora a 43 miliardi. Confindustria ha reso noto al Sole 24 Ore che sono 25 i miliardi erogati ad aziende “non in grado di riprendere i pagamenti”. Una somma simile di moratorie, 27 miliardi, risulta al Fondo di garanzia per le Pmi (gestito da Mcc) in mano ad imprese che prima hanno chiesto i prestiti garantiti e poi hanno fatto la moratoria perché non riuscivano a pagare nemmeno le rate di pre-ammortamento, composte solo da interessi, e molto inferiori, a quelle che includono la quota capitale, che dovranno rimborsare da quest’anno.

Ecco perché l’Abi chiede al governo di sollecitare le istituzioni europee a ripristinare “le flessibilità inizialmente consentite dall’Autorità bancaria europea – Eba – in materia di trattamento dei crediti soggetti a misure di concessione, come le moratorie, e a modificare la soglia oltre la quale queste misure comportano la riclassificazione dell’intera posizione del debitore nella categoria crediti deteriorati”.

Il rischio è che, in caso di mancato rimborso dei prestiti garantiti e in moratoria, tutti i crediti erogati alle aziende in difficoltà, compresi quelli bancari non garantiti, vadano subito considerati sofferenze e scatenino un’ondata di chiusure velocizzate dalle nuove regole Ue. Si scatenerebbe un violento credit crunch che si abbatterebbe come una mazzata su un sistema produttivo già alle prese con le difficoltà della quarta ondata della pandemia e boccheggiante per la necessità di dover fare i conti con i rincari monstre di materie prime ed energia. La patata bollente è ora nelle mani di Mario Draghi e dei suoi ministri.

Lavoro agile, Brunetta & C. e la circolare supercazzola

“Ogni amministrazione può programmare il lavoro agile con una rotazione del personale settimanale, mensile o plurimensile con ampia flessibilità, anche modulandolo, come necessario in questo particolare momento, sulla base dell’andamento dei contagi, tenuto conto che la prevalenza del lavoro in presenza indicata nelle linee guida potrà essere raggiunta anche nella media della programmazione plurimensile”. In tutta la sua difficile comprensibilità, la frase arriva dalla circolare sullo smart working – firmata dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando, per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro agile nel settore privato, e dal ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, per quanto riguarda l’organizzazione nella Pubblica amministrazione – proprio mentre i contagi esplodono.

In sintesi, con una mano si predica “estrema flessibilità” in tema di lavoro agile nella Pa, con l’altra non si fa altro che ribadire che valgono le norme in vigore (introdotte d’accordo con i sindacati) salvo i casi – e ci mancherebbe – di quarantene. E come la si mette coi contagi? Basta applicare quello che potremmo chiamare “metodo fisarmonica”: se un’amministrazione aumenta adesso il lavoro agile, dovrà ridurlo in un secondo momento assicurandosi di garantire – su un non meglio definito medio periodo o sulla “programmazione plurimensile” che dovrebbe essere di sei mesi – la prevalenza del lavoro in presenza.

Secondo problema: giuste le norme in vigore, gli accordi sullo smart working devono essere presi tra datori e dipendenti, che ora dovrebbero ritrovarsi a modificarli di volta in volta in base all’andamento dell’epidemia e pure in base alle nuove eventuali rotazioni. E ancora: la circolare sembra non tenere conto dell’eventualità che l’emergenza pandemica possa perdurare anche oltre il lasso di tempo “plurimensile” indicato. Insomma, è la linea feudale di Brunetta: il lavoro esiste solo se si timbra il cartellino per oltre il 50 per cento del tempo. Le Faq diffuse qualche giorno fa erano state chiare, anche nei toni: non si torna alla situazione di due anni fa e il lavoro agile “generalizzato” e “di massa” non è più “giustificato”, citando lavoratori che sarebbero stati finanche “esonerati” dalla loro attività pur percependo una retribuzione.

Si dirà a questo punto: evidentemente la prevalenza dello smart working nella Pa durante il lockdown è andata male e il ministro sarà in possesso di dati che dimostrino l’aumento dell’inefficienza o il calo dell’efficienza durante quel periodo insieme alla volontà del lavoratore di determinarla.

In realtà non è così. Gli unici dati disponibili sul sito della Funzione Pubblica nell’apposita sezione dedicata al lavoro agile sono contenuti in un rapporto dello scorso anno sul periodo gennaio-settembre, mesi in cui lo smart working ha raggiunto e spesso superato il 50% (dall’1,7% iniziale) e toccato in alcune amministrazioni quota 87% (restando marginale, ovviamente, in alcuni settori come la sanità o le forze dell’ordine), coinvolgendo circa 300mila lavoratori.

Ecco, quello studio mostra che, ad esempio, col passare dei mesi la Pa ha saputo adeguarsi aumentando del 7% la disponibilità di device, attivando per l’87% dei dirigenti la firma digitale, digitalizzando i processi fino al 60%. Di necessità virtù, insomma: secondo i report il 70% delle amministrazioni ha registrato un salto nelle competenze digitali dei dipendenti e per il 48% degli enti i dipendenti sono stati più responsabilizzati e orientati ai risultati. Inoltre, il 54% delle amministrazioni ritiene che le spese siano diminuite, con punte oltre l’80% per il comparto università e ricerca e nelle amministrazioni centrali (soprattutto nelle voci utenze e carta).

Infine, su 2.681 dipendenti interpellati, per il 91% l’esperienza del lavoro agile è stata pienamente o abbastanza soddisfacente e il 73% ritiene che ci siano stati incrementi nella produttività del lavoro. Numeri analoghi arrivano dai report interni alle amministrazioni centrali e da quelli di università e centri di ricerca. Ma finché si continuerà a guardare al lavoro agile come una forma di welfare invece che come un metodo di organizzazione – che necessita ovviamente di un grosso impegno di adeguamento – questi numeri continueranno a essere ignorati.

Duemila presidi: “Dad fino al 31.01”

Tutti contro il premier Mario Draghi e il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi. Sono due mila (circa un terzo del totale) i dirigenti scolastici che ieri hanno scritto una lettera-appello al primo ministro, al professore ferrarese e ai presidenti delle Regioni, per chiedere un passo indietro rispetto ai provvedimenti adottati sulla sculla. Ai presidi, la didattica mista (in presenza per i vaccinati e online per chi non lo è) prevista in caso di due positivi in classe nelle secondarie, non piace per nulla. La loro proposta è un’altra: “Una programmata e provvisoria sospensione delle lezioni in presenza (con l’attivazione di quelle a distanza) per due settimane è sicuramente preferibile ad una situazione ingestibile che provocherà con certezza frammentazione, interruzione delle lezioni e scarsa efficacia formativa”.

Nel giro di ventiquattr’ore hanno raccolto adesioni da tutt’Italia. È la prima volta che accade (almeno negli ultimi dieci anni) che i capi d’istituto alzino la voce contro il proprio ministro. “L’adesione – spiega Vincenzo Caico, uno dei promotori – è straordinaria. Penso sia la conferma del malessere di un’intera categoria su cui pesano enormi responsabilità e che sente il bisogno di essere ascoltata”.

I presidi sono in ansia, lo dicono chiaramente: “Stiamo assistendo con preoccupazione crescente all’escalation di assenze. Abbiamo personale sospeso perché non in regola con la vaccinazione obbligatoria e, ogni giorno di più, personale positivo al Covid, che non potrà prestare servizio e nemmeno avere, nell’immediato, un sostituto. In un momento nel quale è necessaria almeno la minima sorveglianza delle classi (per non parlare della didattica, che risulterà in molti casi interrotta), non sapremo, privi di personale, come accogliere e vigilare su bambini e ragazzi”.

Non solo. A smentire il mantra di Bianchi sulla scuola sicura sono proprio i dirigenti: “Il distanziamento è una misura sulla carta, stanti le reali condizioni delle aule e la concentrazione degli studenti nelle sedi. Sappiamo che il virus si trasmette per aerosol e che l’ambiente classe è una condizione favorevolissima al contagio”.

Tra i più impegnati a far girare l’appello ci sono la preside del “Tosi” di Busto Arsizio, Amanda Ferrario e la collega Laura Biancato dell’ “Einaudi” di Bassano del Grappa che spiega: “La lettera è finalizzata ad una soluzione d’urgenza. Non ci sono le condizioni per un riavvio sereno e sicuro delle attività. Una didattica a distanza ben organizzata è sicuramente più efficace del caos organizzativo che stiamo rischiando, nonostante i nostri sforzi. Servono scelte coraggiose e soprattutto non omologanti. Si dia voce in capitolo a chi la scuola la fa stare in piedi tutti i giorni”.

Calcio nel caos. La Serie A schiera i quarantenati

La formazione, i giocatori in campo senza avversari, poi tutti a casa. La Serie A è ripresa a metà, con 4 partite rinviate e almeno 2 giocate in condizioni precarie. Un campionato azzoppato dalle decisioni schizofreniche delle Asl (ha giocato il Verona con 10 positivi, ma non l’Udinese con 7), che la Serie A contesta (è pronta ad andare al Tar) e a volte addirittura non rispetta: in Juve-Napoli hanno giocato Zielinski, Rrahmani e Lobotka, in teoria quarantenati ma non secondo il club azzurro. La vera colpa del pallone è essersi fatto trovare impreparato e ora corre ai ripari. Approvato un nuovo protocollo che prevede la sconfitta a tavolino per chi non gioca avendo 13 calciatori negativi (primavera compresa). Ma è carta straccia di fronte alle Asl. Decisivo sarà l’incontro di mercoledì col governo, una cabina di regia che prenda decisioni uniformi e permetta al campionato di proseguire. Se non un ritorno al vecchio protocollo che consentiva ai calciatori di giocare anche se in contatto con positivi, almeno attenersi alle nuove norme sulla quarantena soft per cui chi ha la terza dose non deve essere fermato (come invece successo in certi casi ieri).

Effetto Omicron sugli ospedali: ritornano le file di ambulanze

L’aumento dei nuovi casi di Covid negli ultimi giorni è stato impressionante. E se anche l’incremento dei ricoveri in ospedale e in terapia intensiva è percentualmente inferiore rispetto a quello dei contagi, è un fatto che ormai la situazione degli ospedali italiani è già in sofferenza. Lo certificano i numeri di Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) secondo cui l’occupazione dei posti letto nei reparti ordinari (22%) e in terapia intensiva (16%) è ormai oltre la soglia critica, ma lo raccontano soprattutto le storie (e i dati) dalle città.

 

Palermo. Sono rimaste per ore in fila 14 ambulanze mercoledì sera davanti al pronto soccorso dell’ospedale Cervello in attesa di portare i pazienti nei reparti. Per protesta, autisti e sanitari del 118 hanno attivato le sirene. Al Cervello è stato necessario allestire anche un ospedale da campo e nelle prossime ore saranno installati anche al Civico e a Villa Sofia. Per precauzione, a Palermo è stato sospeso l’open day vaccini per i minori tra i 5 e gli 11 anni. E crescono i contagi, 1.220 nuovi casi solo ieri. In città i ricoveri in terapie intensive sono 39, in area medica 192.

 

Napoli. Non sono passate inosservate le parole di Bruno Zuccarelli, presidente dell’Ordine dei medici partenopei: “Se vogliamo evitare il peggio – ha detto – si intervenga subito, non metteteci in condizione di dover applicare il codice nero”, ossia un ritorno ai tempi del primo lockdown, quando bisognava decidere chi curare e chi no. Intanto Napoli riattrezza la sua offerta ospedaliera. Da un paio di giorni è stato riconvertito a Covid Center il Loreto Mare di via Marina: 42 posti di degenza ordinaria e 8 di terapia intensiva. E si prevede di riattivare i posti di rianimazione degli ospedali da campo di Napoli Est, Salerno e Caserta. Mentre l’ospedale Cotugno di Napoli, il polo di infettivologia – dove ieri si sono viste ambulanze e auto in fila anche per diverse ore all’esterno del pronto soccorso – torna a riempirsi di pazienti: 234 posti di degenza, tra cui 16 di terapia intensiva e 48 di subintensiva.

 

Roma. In città (compreso il Comune di Fiumicino), secondo i dati forniti dalla Regione Lazio, dal 1º gennaio fino a ieri sono morti 34 pazienti Covid, a fronte di ben 32.333 positivi. Nella giornata di ieri erano presenti all’interno degli ospedali capitolini circa 650 persone ricoverate per il Covid, più altre 90 in terapia intensiva, fra i residenti nel Comune di Roma, con un’incidenza altalenante ma costante nell’arco dei 6 giorni. I numeri dei ricoveri sono approssimativi in quanto la gran parte degli ospedali del Lazio si trovano nella Capitale: in tutta la Regione, infatti, i ricoveri per Covid erano 1371, a cui si aggiungono i 184 ospitati in terapia intensiva.

 

Milano. Qui il mare di positivi continua a crescere. Ieri i nuovi casi in città sono stati 6405. Uno tsunami che sta bloccando i servizi essenziali. Atm, l’Azienda trasporti milanesi ha reso noto che oggi non sarà in grado di assicurare il servizio a causa di 510 lavoratori positivi e 130 in quarantena. Probabile la diminuzione delle corse. Ieri i pronto soccorso della regione hanno vissuto una relativa calma, sebbene secondo l’app “Salutile” di Regione Lombardia (che indica la condizione dei pronto soccorso), i primi quattro ospedali milanesi oscillassero tutti tra “affollato” e “sovraffollato”. Alle 16:30 il più sotto pressione era il Fatebenefratelli, con 20 pazienti in attesa e 44 in trattamento. Al Policlinico, invece, alla stessa ora in attesa c’erano 14 persone e 31 erano in trattamento. “La Befana è stata una giornata di tregua – racconta un volontario di della Croce rossa – mercoledì le attese per ‘sbarellare’ i pazienti erano state di un paio d’ore di media, con punte anche di anche di 6 al San Paolo”. Intanto preoccupa il contagio nei reparti di maternità, la Regione ha ordinato agli hub materno-infantili di mettere a disposizione tutti i letti possibili, ma, prevedendo un’impennata di casi, ha intimato ad altri ospedali (Niguarda, Santi Paolo e Carlo, San Raffaele) non neo-natali di “garantire l’assistenza ostetrica e neonatale”.

Il premier si è “scocciato”. Ora rischia pure il Colle

A occhio la valigia che tutti credono di intravedere è quella di un lungo viaggio. Ma non è detto che la via d’uscita di Mario Draghi sia il Quirinale. Non ora almeno, non dopo un Consiglio dei ministri dove perfino lui, il Migliore, ha dovuto sudare per un compromesso e assistere a rilanci e colpi sotto la cintura. “Sono tutti spaesati” raccontano fonti di vari partiti in un’Epifania di quarantene e domande senza risposta.

Di sicuro c’è solo che sale la paura diffusa del voto anticipato, assieme alla sensazione che Draghi come premier sia proprio a fine corsa, “perché un anno e passa così, uno come lui non accetterà di farlo”. Una fonte di governo conferma: “È stato un Cdm molto difficile e lui è apparso scocciato come non mai prima, i veti soprattutto della Lega lo hanno innervosito”. Insomma, “anche lui questa volta ha avuto delle difficoltà evidenti”. Tanto che a margine della riunione sarebbe sbottato, di fronte al Carroccio e al forzista Renato Brunetta, che gli ponevano obiezioni: “Fosse per me si farebbe l’obbligo vaccinale per tutti e basta”. Alla fine è arrivato l’obbligo per gli over 50, “una moral suasion per spingere la gente a vaccinarsi” ha riassunto ancora il premier. Pronto ad adottare ennesime misure nei prossimi giorni, ha lasciato intendere ai presenti. Non tantissimi, perché per esempio il leghista molto draghiano e per nulla salviniano, Giancarlo Giorgetti, ha marcato visita, ufficialmente per motivi familiari. In realtà, ben sapendo che aria avrebbe tirato in riunione, ha mandato avanti il fido Massimo Garavaglia, perché di mostrare i denti al presidente del Consiglio per conto di Matteo Salvini proprio non aveva voglia. Tanto è bastato però per ridare fiato all’ipotesi di un Carroccio pronto a staccarsi dalla maggioranza di governo, e che Draghi vada o meno al Colle poco cambierebbe. “Dal giro di Giorgetti soffiano di essere pronti a lasciare il ministero” sostengono voci di governo. Poco convinte da ciò che hanno sentito: “A naso è solo tattica”. Quale? Nella lettura di alcuni, il ministro leghista vorrebbe “snidare” Salvini, facendo capire ai parlamentari che il segretario punta alle urne anticipate. Congetture, forse. Ma con l’avvicinarsi della riffa per il Colle, con inizio previsto per il 24 gennaio, i sospetti si dilatano.

E c’è chi ovviamente nuota con facilità in questo scenario, come Matteo Renzi, che ieri sul Corriere della Sera è parso aprire all’ipotesi di Dario Franceschini come nuovo premier in caso di ascesa di Draghi al Colle. Ma anche in questo caso, fioccano le traduzioni alternative: “Renzi tira in ballo Franceschini per bruciarlo, il suo vero cavallo per Chigi è Lorenzo Guerini”. L’alternativa al ministro della Cultura, come a quel Luigi Di Maio che tace per strategia ma anche per preoccupazione, perché il M5S è un campo di battaglia dove Giuseppe Conte non riesce a tenere nei ranghi le truppe. Ieri, per rincorrere Enrico Letta che già si era espresso sul tema, anche l’avvocato è uscito pubblicamente contro il nucleare: “Il governo ne prenda atto e faccia sentire forte e chiara la nostra voce in Europa”.

E Salvini ne ha approfittato subito per riassestare una botta a Draghi: “L’asse Pd-5Stelle vuole far pagare agli italiani le bollette più care d’Europa, il premier con chi sta?”. Tirando le somme, l’impressione è che per Draghi la via verso il Quirinale si sia fatta più sdrucciolevole. Lo provano indirettamente i sussurri da Palazzo Chigi, dove da giorni indicano Marta Cartabia come il nome per sostituire il premier. Provano a indicare la via del post Draghi ai partiti. Ma nessuno può garantire sui suoi numeri in Parlamento, quindi a oggi, nessuno può assicurare a Draghi quella maggioranza dei due terzi degli eletti necessaria a eleggerlo nelle prime tre chiame. Scavallato quel crinale, Silvio Berlusconi diventerebbe da giocatore ingombrante un pericolo concretissimo. Un fattore che gioca comunque a favore di Draghi: quello che si è stufato.

Un record al giorno: superata la quota di 200 mila contagi

La soglia psicologica dei 200 mila contagi in 24 ore – sebbene 20 mila, inseriti con ritardo dall’Emilia-Romagna, si riferiscano ai giorni precedenti – è stata superata: ieri la conta dei nuovi casi Covid è salita fino a 219.441, nuovo record dopo i 189.109 di mercoledì. Il tasso di positività su 1.138.310 tamponi molecolari e antigenici (778 mila) sale al 19,27% (al 26,7% se calcolato sui soli test molecolari). Ancora 198 morti, dato che porta il totale da inizio pandemia a 138.474 vittime da febbraio 2020.

Sempre in aumento i ricoveri: le persone attualmente in terapia intensiva sono 1.497, 39 in più rispetto alle 24 ore precedenti con ben 177 nuovi ingressi. Le persone ricoverate nei reparti di area medica salgono invece a 13.827, 452 in più rispetto a mercoledì.

La Lombardia resta la regione maggiormente colpita, facendo registrare un nuovo picco di casi (52.693) e un netto aumento dei posti letto occupati in area medica, +99 nelle ultime 24 ore, e altri 46 decessi. L’Emilia-Romagna è la seconda area con il maggior incremento (38.528) seguita da Veneto (18.129), Toscana (17.286), Campania (16.512) e Sicilia (14.269). Oltre 14 mila casi sono stati rintracciati anche in Piemonte (14.103) e nel Lazio (14.055). La Puglia ha invece comunicato 5.558 diagnosi di infezione, l’Abruzzo 4.808, il Friuli-Venezia Giulia 4.159, l’Umbria 3.206, le Marche 3.120 e la Liguria 3.066. La Calabria si assesta a 2.602, una manciata di casi in più dei 2.596 individuati in Trentino. La Provincia di Bolzano ne riporta invece 1.592, la Sardegna 1.296 e la Basilicata 1.005. Restano così sotto quota 1000 solo Valle d’Aosta e Molise, rispettivamente con 551 e 307 nuovi positivi.

Numeri sempre in linea con un trend settimanale di aumento esponenziale: “Nell’ultima settimana – si legge nel report della Fondazione Gimbe – si registra un’esplosione di nuovi casi di Covid-19 che volano oltre quota 810 mila, con un incremento del 153% rispetto a quella precedente”. Il monitoraggio della settimana 29 dicembre-4 gennaio, registra anche +8,9% dei decessi rispetto alla settimana precedente, passati da 1.012 a 1.102. In 7 giorni raddoppiano anche i casi attualmente positivi, passati da 598.868 a 1.265.297 (+111,3%).

Continua a scendere invece – e potrebbe essere una buona notizia a conferma della minor pericolosità della variante Omicron, oltre che dell’efficacia della diffusa protezione vaccinale – la percentuale dei pazienti ricoverati in area medica e in terapia intensiva sul totale degli attualmente positivi: in particolare la media mobile a 7 giorni per l’area medica – comunica sempre Gimbe – si è ridotta dal 2,42% del 14 dicembre all’1,22% del 4 gennaio e per le terapie intensive dallo 0,30% del 14 dicembre allo 0,14% del 4 gennaio: “Vari i fattori – spiega il presidente Gimbe, Nino Cartabellotta – alla base di questa riduzione: dall’identificazione di un maggior numero di casi asintomatici-paucisintomatici all’incremento di coperture vaccinali e richiami; dall’aumento del numero delle persone guarite all’elevato numero di casi tra gli under 30, meno soggetti a forme severe di malattia; dal minor tasso di ospedalizzazione con omicron al fatto che l’impatto dell’enorme numero di contagi dell’ultima settimana non è ancora visibile sugli ospedali”.

La campagna vaccinale, intanto, prosegue a buon ritmo. Il 5 gennaio sono state somministrate 628.589 dosi, la maggior parte (oltre 540 mila) booster, ma anche oltre 60 mila prime dosi, a conferma di un trend in lieve crescita: Nella settimana 27 dicembre-2 gennaio, rileva ancora il monitoraggio del Gimbe, sono state 3.131.852, con una media di 447.993 al giorno e in particolare il numero dei nuovi vaccinati è risalito a 290.613 (+44,2%) rispetto ai 201.590 della settimana precedente.

Decreto col buco. Obbligo vaccino over 50: “Gli effetti solo fra 4 mesi”

Mercoledì, dopo il Consiglio dei ministri, Mario Draghi non ha parlato. Palazzo Chigi ha diffuso poche parole del presidente del Consiglio che auspicava di “preservare il buon funzionamento delle strutture ospedaliere e, allo stesso tempo, mantenere aperte le scuole e le attività economiche”. E ancora: “Frenare la crescita della curva dei contagi e spingere gli italiani che ancora non si sono vaccinati a farlo. Interveniamo in particolare sulle classi di età che sono più a rischio di ospedalizzazione per ridurre la pressione sugli ospedali e salvare vite”.

Probabilmente aumenteranno le vaccinazioni, ma gli effetti dell’obbligo per gli over 50 (2,2 milioni non vaccinati ma non si sa quanti esentati) “si vedranno da qui a quattro mesi”, osserva un esponente del governo. Invece, i morti in crescita e gli ospedali in affanno, come peraltro era previsto, li abbiamo ora. Sulla base di contagi già avvenuti e in corso tutti si attendono che la situazione peggiori, come mostrano le tabelle dell’Istituto superiore di sanità. Medici e scienziati tacciono. “Misure frutto di compromessi politici, pannicelli caldi, insufficienti e tardivi”, ha detto Nino Cartabellotta della Fondazione Gimbe. Qualche speranza di ridurre contatti interpersonali e contagi è riposta nel meccanismo studiato per le scuole, che potrebbe portare molte classi in quarantena. E nella circolare Brunetta-Orlando che dovrebbe favorire un po’ di smart working.

Il decreto non c’è ancora. La bozza entrata mercoledì in Consiglio dei ministri è stata notevolmente modificata. La novità maggiore è l’obbligo vaccinale per gli over 50. Una mediazione tra Draghi e Speranza che volevano il super pass per tutti i lavoratori e la Lega contraria. La bozza conteneva solo norme sui controlli al lavoro: dal 15 febbraio chi ha più di 50 anni accede ai luoghi di lavoro solo con il pass rafforzato, che si ottiene per sei mesi dopo vaccino o guarigione. Questo, secondo la bozza, fino al 15 giugno, due mesi e mezzo dopo l’attuale scadenza dello stato d’emergenza. Chi va a lavorare senza super pass rischia sanzioni da 600 a 1.500 euro. E soprattutto viene sospeso senza stipendio, ma senza conseguenze disciplinari e con diritto alla conservazione del posto: sono le regole già vigenti per gli operatori sanitari, scolastici, militari e di polizia e delle Rsa, ai quali il decreto aggiunge il personale universitario.

La multa diventa tassa. In Consiglio dei ministri è stata votata una norma sui controlli fuori dai luoghi di lavoro: dal 1° febbraio ci sarà una multa di 100 euro una tantum per gli over 50 non vaccinati. Il testo non c’è ancora, Palazzo Chigi ha fatto sapere che se ne occuperà l’Agenzia delle entrate, che incrocerà i dati della popolazione residente con quelli dell’anagrafe vaccinale e recapiterà la sanzione a casa. Una sorta di tassa sui non vaccinati. Non si potrà essere multati più volte. Secondo fonti della Salute basterà una sola dose per evitare la sanzione.

Nella scuola dell’infanzia basterà un bambino positivo e tutta la classe andrà a casa per 10 giorni. Alle elementari al primo caso si faranno i test a tutta la classe, ripetendoli dopo cinque giorni: con due contagiati tutti a casa e didattica a distanza per 10 giorni. Alle medie e alle superiori, con un solo caso. gli altri ragazzi resteranno in classe in “autosorveglianza” con le mascherine Ffp2, che dunque non saranno usate ovunque come chiedono sindacati e M5s. Con due casi si applica la norma che sa di discriminazione e non piace ai presidi: a casa solo gli allievi non vaccinati e quelli con due dosi da oltre 4 mesi, i vaccinati rimangono a scuola. Al terzo caso tutti a casa e didattica a distanza. Ci sono poi 92 milioni di euro affidati al generale Francesco Paolo Figliuolo per tracciamento e tamponi gratuiti nelle scuole, con ristori per i farmacisti.

Shopping con il pass. Il terzo intervento deciso mercoledì introduce il green pass base, per il quale basta il tampone, per andare da barbieri, parrucchieri, estetiste, negli uffici pubblici, alle poste, in banca e in una serie di negozi ritenuti non essenziali che saranno definiti con successivo decreto del presidente del Consiglio. Multe da 400 a 1.000 euro per chi entra senza pass. La bozza prevedeva il certificato rafforzato, la Lega l’ha fatta modificare. Sul sito del governo c’è l’infinito elenco di cosa si può fare con i vari pass. Alcune regole decise a fine dicembre entrano in vigore il 10 gennaio.