A babbo morto

Su un decreto che pare uscito da un manicomio o da un cabaret o dagli alcolisti anonimi – infatti persino Draghi si vergogna e manda avanti tre scudi umani col favore delle tenebre – qualunque discorso coerente sarebbe troppa fatica e troppo onore. Solo pensieri sparsi alla rinfusa.

È soltanto un caso che Mario Draghi faccia partire le nuove norme a scoppio ritardato, o a babbo morto, cioè fra 40 giorni, quando spera ardentemente di non essere più al governo?

Posto che i decreti sono ammessi solo “in casi straordinari di necessità ed urgenza” (art. 99 Cost.), che urgenza possono avere delle norme varate il 5 gennaio per scattare il 15 febbraio?

Quanto alla necessità: posto che i precedenti quattro decreti anti-Covid in un mese, tutti basati sull’equazione “vaccinati=sani, non vaccinati=malati”, dovevano ridurre i contagi, i ricoveri e i morti, che invece si sono moltiplicati, possiamo immaginare gli effetti del quinto, che corre dietro ai soliti No Vax (ormai meno del 10%) anziché far qualcosa per i 18 milioni di Sì Vax senza terza dose? La vera necessità contro il Covid non sarà cancellare i cinque decreti sbagliati e farne uno giusto?

Posto che il vaccino non riesce a farselo neppure chi vuole (solo il 42% dei bivaccinati ha la terza dose), per i 5 mesi di ritardo del governo sui booster, si spera che l’obbligo non convinca nessuno dei 2,2 milioni di No Vax over 50 a vaccinarsi, sennò il sistema – già in tilt oggi di suo – collassa. L’unica chance di far funzionare il decreto è che nessuno lo rispetti.

Il 22 luglio Draghi spiegò il Green pass come “garanzia di essere tra persone non contagiose”: corbelleria scientifica, visto che Delta e ancor più Omicron contagiano vaccinati e non. Così come i tamponi ai turisti stranieri per bloccare Omicron alla frontiera. Ora il Super Green pass rafforzato per over 50 e il modello base per andare sui mezzi o in banca o dal barbiere non è più per fermare i contagi, che dei vaccini se ne fottono, ma per “salvare la vite” ai No Vax (quella dei vaccinati è salva per definizione). Lodevole proposito, ma allora perché non vietare per legge pure il suicidio? Il fatto che chi vuol salvare la vita ai No Vax contro la loro volontà pretenda contemporaneamente una legge per il suicidio assistito (omicidio del consenziente) aggiunge al tutto un tocco di surrealismo.

Siccome le code al gelo sono ancora poche, si sentiva giusto la mancanza di quelle fuori dalle banche e dalle poste per controllare i Green pass o i tamponi.

Per gli over 50 disoccupati sorpresi a zonzo senza vaccino, multa di 100 euro: sempre meno di un tampone molecolare.

Trovata sul web: “Una delle più importanti differenze tra gli uomini e gli animali è che gli animali non permettono al più idiota di diventare capobranco”.

Pianeta terra, serve una costituzione

L’umanità si trova di fronte a emergenze globali che mettono in pericolo la sua stessa sopravvivenza.

Il riscaldamento climatico, destinato, se non verrà arrestato, a rendere inabitabili parti crescenti del nostro pianeta; la minaccia nucleare proveniente dalle migliaia di testate atomiche sparse sulla Terra e dotate di una capacità di distruzione totale; la crescita delle disuguaglianze e della miseria e la morte ogni anno, per fame o per malattie non curate, di milioni di esseri umani; la diffusione di regimi dispotici che violano sistematicamente le libertà fondamentali e gli altri diritti proclamati in tante Carte costituzionali e internazionali; lo sviluppo del crimine organizzato e delle economie illegali, che hanno mostrato una straordinaria capacità di contagio e di corruzione dell’economia legale; il dramma, infine, di centinaia di migliaia di migranti, ciascuno dei quali fugge da una di queste tragedie.

A causa della catastrofe ecologica, per la prima volta nella storia il genere umano rischia l’estinzione: non un’estinzione naturale come fu quella dei dinosauri, ma un insensato suicidio di massa dovuto all’attività irresponsabile degli stessi esseri umani. (…) È una situazione che non ha precedenti nella storia. In un bel libro drammaticamente profetico, La letteratura ci salverà dall’estinzione, Carla Benedetti ne ha mostrato l’assoluta novità. Quando Noè cercava di convincere i suoi contemporanei del diluvio incombente, nessuno gli credeva. Oggi, al contrario, sappiamo perfettamente, grazie alle informazioni forniteci più volte dalla scienza, che le catastrofi avverranno, anzi stanno già avvenendo ed esploderanno tra breve, e non per decisione di un Dio, ma per il nostro stesso operato. È una prospettiva spaventosa – e forse proprio per questo tendiamo a ignorarla – che comporta il venir meno del futuro, e perciò anche la perdita di senso del nostro presente e del nostro passato, che cesseranno di essere ricordati. Questa condizione del genere umano, aggiunge Benedetti, è stata inaugurata da Hiroshima, quando acquistammo coscienza della possibilità dell’autodistruzione dell’umanità. Ma “la condizione assolutamente nuova in cui si trovano i viventi di oggi” è assai più grave: “l’impiego delle armi nucleari dipende pur sempre dalla decisione umana”, che invece non si richiede per le devastazioni ambientali e per le altre emergenze globali, le quali si produrranno proprio a causa della mancanza di decisioni idonee a fronteggiarle.

È da questa elementare consapevolezza che è nata l’idea di dar vita a un movimento d’opinione – la cui prima assemblea si è svolta a Roma il 21 febbraio 2020 – diretto a promuovere una Costituzione della Terra in grado di imporre limiti e vincoli ai poteri selvaggi degli Stati sovrani e dei mercati globali, a garanzia dei diritti umani e dei beni comuni di tutti. L’aspetto più allarmante e sconcertante delle sfide e delle emergenze odierne è infatti la mancanza di una risposta politica e istituzionale alla loro altezza, dovuta al fatto che esse non fanno parte dell’agenda politica dei governi nazionali e possono essere affrontate con successo soltanto a livello globale. Questa risposta è stata da noi identificata nell’allargamento oltre lo Stato – nei confronti dei poteri globali, sia politici che economici – del paradigma costituzionale, che nel secolo scorso, grazie alla stipulazione di Costituzioni rigide, ha ancorato le democrazie nazionali alle garanzie dei diritti fondamentali dei loro cittadini. Si tratta di una rifondazione del patto di convivenza pacifica fra tutti i popoli della Terra, già stipulato con la Carta dell’Onu del 1945 e con le tante carte e convenzioni sui diritti umani, ma rimasto finora vistosamente ineffettivo a causa della mancanza di idonee funzioni e istituzioni di garanzia di carattere sovranazionale. (…) La globalizzazione dell’economia e delle comunicazioni ha per un verso ridotto il potere degli Stati, dislocando a livello globale gran parte delle decisioni che incidono sulla nostra vita e, per altro verso, ha enormemente accresciuto l’integrazione e l’interdipendenza fra tutti i popoli della Terra rendendo sempre più necessaria la costruzione di una sfera pubblica sovranazionale. Settant’anni fa la popolazione mondiale era di 2 miliardi o poco più di persone, ma il mondo sembrava enormemente più grande di quello attuale: poco o nulla sapevamo di quanto accadeva in altri continenti, e quanto in questi accadeva rimaneva per noi in gran parte estraneo e irrilevante. Oggi siamo quasi 8 miliardi e il mondo sembra diventato assai più piccolo, dato che tutti gli esseri umani, oltre a essere di fatto sottoposti al governo globale dell’economia, sono virtualmente interconnessi, grazie alla rivoluzione digitale, ed è possibile per chiunque collegarsi quotidianamente con qualunque altra persona in qualunque punto del pianeta.

Tutti, perciò, sappiamo o comunque siamo in grado di sapere esattamente tutto su quanto accade in qualsiasi altra parte del mondo, incluse le emergenze globali e le terribili conseguenze che ne subirà il genere umano. (…) Il senso dell’ingiustizia e dell’illegalità dello stato del mondo è perciò assai più profondo e diffuso che in qualunque altra epoca del passato. Grazie a questa crescente integrazione, l’umanità forma già una società civile planetaria. Ma è attraversata da conflitti e confini che le impediscono di affrontare i suoi tanti problemi globali, i quali richiedono risposte politiche e istituzionali altrettanto globali che certamente non possono essere date dai singoli Stati nazionali. È quindi inverosimile, in mancanza di limiti e vincoli costituzionali, che quasi 8 miliardi di persone, 196 Stati sovrani, 10 dei quali dotati di armamenti nucleari, un capitalismo vorace e predatorio e un sistema industriale ecologicamente insostenibile, possano a lungo sopravvivere senza andare incontro alla devastazione del pianeta, fino alla sua inabitabilità, alle guerre endemiche senza vincitori, alla crescita delle disuguaglianze e della povertà e, insieme, dei razzismi, dei fondamentalismi, dei terrorismi, dei totalitarismi e della criminalità. Oggi è più attuale che mai il progetto kantiano della stipulazione di una “Costituzione civile” quale fondamento di una “federazione di popoli” estesa a tutta la Terra. “Per quanto chimerica questa idea possa apparire,” aggiunse Kant, “certo è che questa è l’inevitabile via di uscita dai mali che gli uomini si procurano a vicenda e che devono costringere gli Stati a quella stessa decisione (per quanto difficile essa possa riuscir loro) a cui l’uomo selvaggio non meno malvolentieri fu costretto: cioè rinunciare alla sua libertà brutale e cercare pace e sicurezza in una costituzione legale.” È il progetto che Kant ripropose in Per la pace perpetua: “‘Il diritto internazionale deve fondarsi sopra una federazione di liberi Stati’. I popoli, in quanto Stati, potrebbero esser considerati come singoli individui che, vivendo nello stato di natura (cioè nell’indipendenza da leggi esterne), si recano ingiustizia già solo per il fatto della loro vicinanza (…). Per gli Stati che stanno tra loro in rapporto reciproco non vi è altra maniera razionale per uscire dallo stato di natura senza leggi, che è stato di guerra, se non rinunciare, come i singoli individui, alla loro selvaggia libertà (senza leggi), sottomettersi a leggi pubbliche coattive e formare uno “Stato di popoli” (civitas gentium) che si estenda sempre più, fino ad abbracciare da ultimo tutti i popoli della terra”.

 

Sanzioni Usa al leader serbo Dodik: “Corrompe e destabilizza”

L’amministrazione Biden ha annunciato sanzioni contro il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, accusandolo di svolgere “attività corruttive” che minacciano di destabilizzare la regione e minare l’accordo di pace di Dayton, negoziato dagli Stati Uniti oltre 25 anni fa. Inoltre il dipartimento del Tesoro Usa ha accusato Dodik di usare la sua leadership personale per accumulare ricchezza attraverso corruzione e concussione: riceverebbe tangenti da soci d’affari che poi ricevono contratti governativi e monopoli. Il Dipartimento del Tesoro americano ha congelato le proprietà di Dodik negli Usa. Negli ultimi mesi il leader della Republika Srpska, entità politica dei serbi di Bosnia, ha più volte palesato l’ipotesi di secessione dal governo centrale e la creazione di un esercito esclusivamente serbo.

La rivolta del gas rovescia il governo

Il Kazakistan va a fuoco. Lo Stato d’emergenza a livello nazionale è stato dichiarato nell’ex Repubblica sovietica quando il presidente Kassym-Jomart Tokayev ha capito che, nonostante la violenta repressione delle forze dell’ordine, i manifestanti non sarebbero tornati indietro. I media locali segnalano 8 morti tra gli agenti e 317 feriti. Lo stesso Tokayev ha chiesto aiuto alla Russia sostenendo che sono in corso “attacchi da parte di terroristi”. Contro i manifestanti sono stati usati blindati, lacrimogeni e granate. Schierati anche esercito e Guardia nazionale. In vigore coprifuoco e divieto di assembramenti. Internet rimane fuori uso così come i social e whatsapp. Otto agenti delle forze di sicurezza sarebbero rimasti uccisi negli scontri, dice il ministero dell’Interno kazako. Proprio come le rivolte scoppiate 11 anni fa, la prima città a levarsi contro l’inflazione è stata Zhanaozen, nella regione sudoccidentale di Mangystau, una zona che galleggia sugli idrocarburi di cui è ricchissimo il Paese. Si protesta per l’aumento delle bollette, dei prezzi di gas, petrolio e beni primari in uno Stato dove i salari rimangono tra i più bassi dell’ex impero soviet per quasi ognuno dei 19 milioni di cittadini. Dopo aver accettato le dimissioni del governo e aver nominato premier ad interim il vicepresidente Alikhan Smailov, Tokayev prima ha accusato i manifestanti di essere “cospiratori finanziariamente motivati”, poi, in un messaggio alla nazione, ha promesso di presentare presto “nuove riforme per la trasformazione politica del Kazakistan”. Non abbandonerà il Paese, ma supererà questa “pagina oscura della storia del Kazakistan”. Tokayev ha anche aggiunto di aver estromesso dal Consiglio di Sicurezza lo zar di Almaty, l’uomo che ha gestito il Paese come il suo feudo personale per oltre 30 anni: Nursultan Nazarbayev. Il vecchio amico del presidente russo Vladimir Putin è stato al comando sin dall’inizio degli anni 90, quando fu dichiarata l’indipendenza dall’Urss. “Vai via, vecchio!”, uno degli slogan dei manifestanti, è indirizzato proprio all’uomo che continua a gestire gli equilibri politici nazionali nonostante abbia lasciato formalmente l’incarico al suo successore nel 2019. Raffigura proprio Nazarbayev una statua che i ribelli hanno provato ad abbattere. La protesta è arrivata fino ad Astana, la Capitale ribattezzata Nur Sultan in onore dell’ex capo di Stato, dove è stato assaltato l’edificio municipale e dove l’aeroporto sarebbe ora bloccato dai manifestanti. Ad Aktobe, invece, la polizia si è rifiutata di frenare i disordini e mettere in manette chi continua a scendere in strada. L’alleata Mosca, che insieme a Pechino rimane tra i maggiori partner commerciali del Kazakistan, non si è ancora espressa, se non per dire: “Nessuno interferisca. Gli Stati Uniti invece invitano alla “moderazione” le autorità e negano di essere dietro le proteste: “È solo disinformazione da parte della Russia”.

L’Università del Bosforo non ha paura del Sultano

Dritti e immobili, con le spalle rivolte all’ingresso dell’Università del Bosforo, molti docenti del più importante ateneo di Istanbul hanno ripreso a manifestare silenziosamente dopo la pausa delle festività affidando ai cartelli tenuti come scudi la propria frustrazione.

Professori e studenti avevano iniziato a protestare contro la nomina via decreto presidenziale del rettore, Melih Bulu, esattamente un anno fa, ma in questi 365 giorni ciò che hanno ottenuto è un nuovo rettore, Naci İInci, designato per decreto, sempre dal presidente Tayyip Erdogan, con metodi opachi e senza che il corpo docenti venisse consultato. Gli insegnanti nella giornata del primo anniversario del blitz del Sultano contro la roccaforte della cultura accademica laica e di orientamento socialista hanno manifestato anche contro il licenziamento di alcuni colleghi e la “detenzione arbitraria” di due studenti. Durante questi 12 mesi, migliaia di alunni della Boğaziçi hanno protestato dentro e fuori il campus con metodi pacifici, ma la polizia antisommossa li ha ugualmente assaliti con violenza e ricercati facendo persino irruzione all’alba nei dormitori. Centinaia sono finiti in cella di sicurezza per alcuni giorni o agli arresti domiciliari. A Ersin Berke Gök e Caner Perit Özen invece è andata peggio: sono in carcere da ben tre mesi e oggi si terrà la prima udienza del processo su cui pesa il fatto che Erdogan ha accusato i manifestanti di terrorismo.

La deriva dispotica di Erdogan ha mostrato in troppe occasioni ormai che questa accusa serve all’autocrate per “terrorizzare” chiunque osi criticarne le scelte e per influenzare la magistratura. Per chiedere un processo equo 22 organizzazioni umanitarie hanno rilasciato una dichiarazione congiunta sul caso. I ragazzi, che sono stati arrestati proprio in seguito alla denuncia penale del rettore İnci nominato lo scorso agosto, rischiano dai 6 ai 32 anni di prigione. Le Ong, non solo turche, hanno sottolineato che “questi arresti arbitrari sono utilizzati come strumento per reprimere il movimento studentesco e per intimidire e spaventare gli studenti. Non è reato manifestare pacificamente perchè è un diritto garantito dalle convenzioni internazionali e dalla Costituzione turca stessa.” Il neo rettore ha presentato ricorso all’ufficio del pubblico ministero contro altri 14 studenti con l’accusa di “minaccia, insulto, danno alla proprietà, resistenza per impedimento del dovere e violazione della legge sui raduni e manifestazioni.” È però l’accusa di terrorismo sollevata pubblicamente da Erdogan a preoccupare gli operatori umanitari.

“Eleonora Mongelli, vicepresidente della Fidu, la Federazione italiana diritti umani, ha dichiarato: “La Turchia ha la più grande popolazione di detenuti condannati per reati legati al terrorismo. Secondo un rapporto del Consiglio d’Europa, su un totale attuale di 30.524 detenuti negli stati membri del Consiglio d’Europa condannati per terrorismo, 29.827 di questi si trovano nelle prigioni turche.

La legge antiterrorismo viene arbitrariamente utilizzata dal governo per mettere a tacere i difensori dei diritti umani e gli attivisti turchi.” In genere le prove utilizzate per accertare se l’individuo interessato sia membro di un’organizzazione terroristica armata consistono solo ed esclusivamente in attività lecite e/o interazioni con entità legalmente istituite, e/o nell’esercizio dei diritti e delle libertà che sono sanciti dalla Costituzione turca e dalla CEDU. Intanto sono trascorsi 168 giorni da quando Can Candan, docente presso il Dipartimento di Lingue e Letterature Occidentali, è stato licenziato e 68 giorni da quando non viene ammesso nel campus per ordine di İnci, invece da 49 giorni il docente Mohan Ravichandran è stato licenziato senza motivo, secondo i colleghi dell’università. Da ieri uno degli hashtag di twitter più virali è “Boğaziçi resiste da un anno” (#BoğaziciYıldırDireniyor).

Campidoglio: Trump e l’arma dei podcast sulle elezioni “rubate”

Nei giorni precedenti l’attacco al Congresso del 6 gennaio 2021, il Sean Hannity Show raccontava che “esiste un mare di voti illegali in Arizona, Georgia, Michigan, Nevada, Pennsylvania e Wisconsin… Le elezioni sono state rubate”. In realtà, ogni disputa sul voto si era conclusa l’8 dicembre. Il vulcanico conduttore di Fox News non era comunque solo. In decine di podcast conservatori, la tesi delle elezioni rubate veniva ripetuta in modo martellante. Milioni di americani l’hanno in quei giorni ascoltata. Alcune migliaia tra questi si sono ritrovati, il 6 gennaio, per attaccare il Congresso degli Stati Uniti che ratificava la vittoria di Joe Biden. A un anno da quel giorno, unico e terribile nella storia americana, Brookings Institution pubblica una ricerca di grande interesse, che mostra come la teoria della Big Lie si sia formata e come un sistema mediatico in rapidissima trasformazione abbia alimentato la distorsione della realtà.

I ricercatori di Brookings si sono in particolare concentrati sui podcast, un universo poco esplorato ma che negli ultimi anni è letteralmente esploso: ogni mese i podcast presenti su Spotify e Apple raggiungono oltre 25 milioni di ascoltatori negli Stati Uniti. Selezionati 20 dei podcast politici più seguiti, i ricercatori si sono dedicati a un lavoro certosino. Hanno scaricato 1.490 episodi di questi podcast, trascritto ogni singolo episodio, scelto una serie di parole chiave – stolen election, rigged election, sharpies –, quindi rilevato quante volte queste parole ricorrono nei podcast. Il risultato è impressionante. La storia dei brogli elettorali si è diffusa velocemente e, con l’avvicinarsi del 6 gennaio, è diventata una sorta di verità indiscussa nei programmi della destra Usa. Ecco un dato. Nella settimana precedente le elezioni del 3 novembre, solo il 6 per cento dei podcast conservatori parla della possibilità di una stolen election. Glenn Beck, che conduce uno degli show più seguiti, spiegava per esempio che “nessuno crederà al risultato perché hanno cambiato il modo in cui si elegge il presidente”. Nella settimana successiva al voto, il 52 per cento dei podcast della destra contiene invece riferimenti ai brogli. Il clamore e lo sdegno crescono in modo parossistico, fino per l’appunto al 6 gennaio, quando nel suo show, Steve Bannon, l’ex consulente di Trump, annuncia: “Il momento dell’attacco è arrivato… Oggi è il giorno in cui possiamo affermare la nostra larghissima vittoria del 3 novembre”. Le teorie del complotto rilanciate in quelle settimane sono molte. Nel suo podcast, l’avvocato e commentatore di Fox News, Mark Levin, spiegava che “in Georgia ci sono oltre 100 mila elettori che in realtà o sono morti o sono minorenni”.

Ancora nello show di Sean Hannity (che secondo Talk Media raggiunge almeno 15 milioni di ascoltatori), un sondaggista repubblicano, John McLaughlin, si diceva certo che “Dominion Systems – le macchine elettorali – sono state truccate”. Alcuni indicavano nel governo del Venezuela il centro strategico dove il “furto elettorale” era stato concepito. Per altri, chiavette usb erano state utilizzate in Pennsylvania per aggiungere voti inesistenti a favore di Biden. Sempre Steve Bannon, prima del 6 gennaio, parlava di un procedimento per “decertificare la vittoria di Joe Biden”. Nessun meccanismo di “decertificazione del voto” era ovviamente in corso, né è presente nella Costituzione americana. Ciò non impediva al principale architetto delle strategie del populismo Usa di affermare che il ribaltamento del risultato era vicino. Così, da una disinformazione all’altra, si è costruita quella che i ricercatori di Brookings (un think tank di solido orientamento centrista, per nulla vicino alle posizioni dei progressisti) definiscono la Big Lie, la grande menzogna delle elezioni sottratte al legittimo vincitore Donald Trump; una “menzogna” non suffragata dai fatti, ma che ha portato migliaia di persone armate a Washington, che ha giustificato decine di leggi votate dai repubblicani in molti Stati per limitare la partecipazione al voto e che oggi conduce il 33 per cento degli elettori repubblicani (secondo un sondaggio Npr/Pbs) a non credere che le elezioni del 2024 saranno regolari. Uno degli aspetti più interessanti del fenomeno è che questa narrazione si è diffusa al di fuori dei canali tradizionali della stampa conservatrice, attraverso podcast come la “Bannon War Room”, il “Sean Hannity Show”, il “Rudy Giuliani’s Common Sense”, il “Verdict” con Ted Cruz, spesso presenti contemporaneamente sulle onde radio, su Youtube e su piattaforme come quelle di Google, Spotify e Apple. La scena si sta poi arricchendo di nuove figure di podcaster: Ben Shapiro, Dan Bongino, Steven Crowder, eredi dei vecchi leoni dei talk-show conservatori, Rush Limbaugh e Glenn Beck. Sono loro i nuovi sovrani del digitale trumpiano e populistico, capaci di dar vita a un mito che, secondo Brookings, “infetterà le elezioni future e avrà conseguenze nefaste sulla democrazia americana”.

Volantino Moro all’asta, verifiche del ministero

La Direzione generale Archivi del ministero della Cultura guidato da Dario Franceschini ha disposto una verifica sul ciclostile del “Comunicato n. 1” con cui le Brigate Rosse rivendicavano il rapimento di Aldo Moro, messo in vendita in un lotto della casa d’aste Bertolami Fine Arts, “al fine di verificarne la peculiarità e l’interesse. Nel fascicolo ‘Moro uno’ della Corte di Assise di Roma, studiato e digitalizzato dalla stessa DG Archivi nell’ambito del ‘Progetto Moro’, risultano già presenti 41 esemplari”, del comunicato alcuni risultano incompleti e non tutti sono nello stesso stato di conservazione. “I collezionisti di documenti storici non sono speculatori, né volgari voyeur”, ha detto Giuseppe Bertolami, amministratore della casa d’aste.

Ilva, i comitati: “I 575 milioni per le bonifiche alla produzione? Il governo ci toglie il futuro”

“Sottraggono 575 milioni al territorio per trasferirli alla produzione di acciaio nell’ex Ilva. Siamo contrari a questo scippo: mentre compravamo i panettoni il governo ci stava sottraendo il futuro”. Lo ha detto Alessandro Marescotti, leader di Peacelink, durante la manifestazione organizzata contro il governo e il tentativo inserito nel decreto Milleproroghe di destinare i fondi stanziati per le bonifiche al potenziamento di alcuni impianti produttivi dell’ex Ilva di Taranto. La protesta è scattata sotto il nuovo manifesto affisso dall’associazione Genitori che denunciano il piano di Acciaierie d’Italia: provare a velocizzare la produzione di carbon coke per aumentare la produzione nonostante il limitato numero di forni disponibili.

Marescotti ha denunciato anche l’ultima aggressione degli esperti di Acciaierie d’Italia ai dati raccolti nella Valutazione del Danno Sanitario da Arpa, Ispra e Asl. A maggio 2021, infatti, gli enti hanno dichiarato che, anche se fossero adottate tutte le misure previste dall’attuale Aia, esiste per lavoratori e cittadini un rischio cancerogeno inaccettabile in caso di una produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Anche sulla base di quello studio, l’ex sindaco Rinaldo Melucci aveva chiesto e ottenuto il Riesame dell’Aia per l’ex Ilva. Gli esperti di Acciaierie d’Italia, questa volta, hanno scritto al mistero della Transizione Ecologica sostenendo che il metodo usato da Arpa, Ispra e Asl è errato. E così il dicastero di Roberto Cingolani ha scritto al ministero della Salute per chiedere un parere, evidenziando come le conclusioni della relazione dei consulenti della fabbrica “risultano sostanzialmente diverse rispetto alle conclusioni del Rapporto complessivo VDS+VIIAS 2021 elaborato dagli Enti” e “sono tali da pregiudicare l’eventuale riesame dell’Aia”. Una vicenda denunciata nei giorni scorsi anche da Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde, che ieri ha inviato una diffida al ministero della Salute nella quale, ripercorrendo tutti gli studi fatti nel corso di questi dieci anni, ha evidenziato come anche il metodo utilizzato nell’ultima Valutazione del Danno Sanitario sia lo stesso adottato negli studi precedenti e mai messi in discussione. Anche sulla base di questo, Bonelli ha invitato il ministero della Salute non solo a respingere la richiesta di parere avanzata dal Mite, ma soprattutto a dare avvio al procedimento di riesame dell’Aia per adottare “tutti i provvedimenti necessari a tutelare la salute dei cittadini”.

Amazon-Stellantis, intesa sul software per auto e furgoni

Amazon e Stellantis, la casa sorta dalla fusione di Fca (l’ex Fiat) e Psa, hanno annunciato un accordo per collaborare nello sviluppo di auto e camion dotati di software Amazon e per usare furgoni elettrici nella rete mondiale di consegna del gigante dell’e-commerce. Le intese consentono alla società di Seattle di entrare nel settore dei trasporti e aiutano Stellantis a colmare il divario con Tesla nei veicoli connessi all’infotainment via cloud. Dopo l’annuncio, le azioni Stellantis hanno chiuso la seduta di Borsa a Milano in rialzo del 4,03%.

Le due imprese hanno affermato che lavoreranno insieme per sviluppare software per i sistemi “digital cockpit” dei veicoli Stellantis che saranno lanciati nel 2024. L’azienda olandese ha affermato che userà la tecnologia Alexa di Amazon a controllo vocale per “navigazione, manutenzione, e-commerce e servizi di pagamento”. Amazon sarà il primo cliente per la nuova linea di furgoni elettrici Stellantis Ram ProMaster. Secondo gli analisti, i grandi operatori di flotte di consegna di e-commerce come Amazon saranno la chiave per determinare vincitori e vinti nella produzione di furgoni a motore elettrico poiché le case automobilistiche competono con le startup per controllare il settore mondiale delle consegne a domicilio. Stellantis poi userà Amazon come “fornitore cloud preferito” per fornire la rete mobile e la potenza di calcolo delle quali i suoi futuri veicoli avranno bisogno.

Napoli, gli scavi della metro fanno crollare il cimitero

Scene da film horror in bianco e nero ieri all’alba nel cimitero di Poggioreale a Napoli. Crollati loculi e cappelle gentilizie, e centinaia di cadaveri sono usciti dalle bare, dispersi in mezzo ai detriti di un disastro provocato dai lavori di scavo della seconda galleria della metropolitana che dalla stazione di Poggioreale sale verso Capodichino.

L’azienda, Metropoli spa, si è scusata attraverso una nota e si è detta pronta a risarcire i danni “alle famiglie colpite nel ricordo dei loro cari”. Secondo i loro tecnici, l’incidente si è verificato negli ultimi metri di scavo in acqua della metropolitana, dopo oltre sette chilometri di scavo in falda. Colpa di “un imprevisto ed intenso afflusso d’acqua durante lo scavo, che ha causato l’allagamento del cantiere della stazione in costruzione e cedimenti al terreno nella parte inferiore del cimitero”. L’intera area è stata sequestrata dai vigili urbani e il pubblico ministero di turno della Procura di Napoli ha aperto un fascicolo d’inchiesta sull’accaduto.