L’umanità si trova di fronte a emergenze globali che mettono in pericolo la sua stessa sopravvivenza.
Il riscaldamento climatico, destinato, se non verrà arrestato, a rendere inabitabili parti crescenti del nostro pianeta; la minaccia nucleare proveniente dalle migliaia di testate atomiche sparse sulla Terra e dotate di una capacità di distruzione totale; la crescita delle disuguaglianze e della miseria e la morte ogni anno, per fame o per malattie non curate, di milioni di esseri umani; la diffusione di regimi dispotici che violano sistematicamente le libertà fondamentali e gli altri diritti proclamati in tante Carte costituzionali e internazionali; lo sviluppo del crimine organizzato e delle economie illegali, che hanno mostrato una straordinaria capacità di contagio e di corruzione dell’economia legale; il dramma, infine, di centinaia di migliaia di migranti, ciascuno dei quali fugge da una di queste tragedie.
A causa della catastrofe ecologica, per la prima volta nella storia il genere umano rischia l’estinzione: non un’estinzione naturale come fu quella dei dinosauri, ma un insensato suicidio di massa dovuto all’attività irresponsabile degli stessi esseri umani. (…) È una situazione che non ha precedenti nella storia. In un bel libro drammaticamente profetico, La letteratura ci salverà dall’estinzione, Carla Benedetti ne ha mostrato l’assoluta novità. Quando Noè cercava di convincere i suoi contemporanei del diluvio incombente, nessuno gli credeva. Oggi, al contrario, sappiamo perfettamente, grazie alle informazioni forniteci più volte dalla scienza, che le catastrofi avverranno, anzi stanno già avvenendo ed esploderanno tra breve, e non per decisione di un Dio, ma per il nostro stesso operato. È una prospettiva spaventosa – e forse proprio per questo tendiamo a ignorarla – che comporta il venir meno del futuro, e perciò anche la perdita di senso del nostro presente e del nostro passato, che cesseranno di essere ricordati. Questa condizione del genere umano, aggiunge Benedetti, è stata inaugurata da Hiroshima, quando acquistammo coscienza della possibilità dell’autodistruzione dell’umanità. Ma “la condizione assolutamente nuova in cui si trovano i viventi di oggi” è assai più grave: “l’impiego delle armi nucleari dipende pur sempre dalla decisione umana”, che invece non si richiede per le devastazioni ambientali e per le altre emergenze globali, le quali si produrranno proprio a causa della mancanza di decisioni idonee a fronteggiarle.
È da questa elementare consapevolezza che è nata l’idea di dar vita a un movimento d’opinione – la cui prima assemblea si è svolta a Roma il 21 febbraio 2020 – diretto a promuovere una Costituzione della Terra in grado di imporre limiti e vincoli ai poteri selvaggi degli Stati sovrani e dei mercati globali, a garanzia dei diritti umani e dei beni comuni di tutti. L’aspetto più allarmante e sconcertante delle sfide e delle emergenze odierne è infatti la mancanza di una risposta politica e istituzionale alla loro altezza, dovuta al fatto che esse non fanno parte dell’agenda politica dei governi nazionali e possono essere affrontate con successo soltanto a livello globale. Questa risposta è stata da noi identificata nell’allargamento oltre lo Stato – nei confronti dei poteri globali, sia politici che economici – del paradigma costituzionale, che nel secolo scorso, grazie alla stipulazione di Costituzioni rigide, ha ancorato le democrazie nazionali alle garanzie dei diritti fondamentali dei loro cittadini. Si tratta di una rifondazione del patto di convivenza pacifica fra tutti i popoli della Terra, già stipulato con la Carta dell’Onu del 1945 e con le tante carte e convenzioni sui diritti umani, ma rimasto finora vistosamente ineffettivo a causa della mancanza di idonee funzioni e istituzioni di garanzia di carattere sovranazionale. (…) La globalizzazione dell’economia e delle comunicazioni ha per un verso ridotto il potere degli Stati, dislocando a livello globale gran parte delle decisioni che incidono sulla nostra vita e, per altro verso, ha enormemente accresciuto l’integrazione e l’interdipendenza fra tutti i popoli della Terra rendendo sempre più necessaria la costruzione di una sfera pubblica sovranazionale. Settant’anni fa la popolazione mondiale era di 2 miliardi o poco più di persone, ma il mondo sembrava enormemente più grande di quello attuale: poco o nulla sapevamo di quanto accadeva in altri continenti, e quanto in questi accadeva rimaneva per noi in gran parte estraneo e irrilevante. Oggi siamo quasi 8 miliardi e il mondo sembra diventato assai più piccolo, dato che tutti gli esseri umani, oltre a essere di fatto sottoposti al governo globale dell’economia, sono virtualmente interconnessi, grazie alla rivoluzione digitale, ed è possibile per chiunque collegarsi quotidianamente con qualunque altra persona in qualunque punto del pianeta.
Tutti, perciò, sappiamo o comunque siamo in grado di sapere esattamente tutto su quanto accade in qualsiasi altra parte del mondo, incluse le emergenze globali e le terribili conseguenze che ne subirà il genere umano. (…) Il senso dell’ingiustizia e dell’illegalità dello stato del mondo è perciò assai più profondo e diffuso che in qualunque altra epoca del passato. Grazie a questa crescente integrazione, l’umanità forma già una società civile planetaria. Ma è attraversata da conflitti e confini che le impediscono di affrontare i suoi tanti problemi globali, i quali richiedono risposte politiche e istituzionali altrettanto globali che certamente non possono essere date dai singoli Stati nazionali. È quindi inverosimile, in mancanza di limiti e vincoli costituzionali, che quasi 8 miliardi di persone, 196 Stati sovrani, 10 dei quali dotati di armamenti nucleari, un capitalismo vorace e predatorio e un sistema industriale ecologicamente insostenibile, possano a lungo sopravvivere senza andare incontro alla devastazione del pianeta, fino alla sua inabitabilità, alle guerre endemiche senza vincitori, alla crescita delle disuguaglianze e della povertà e, insieme, dei razzismi, dei fondamentalismi, dei terrorismi, dei totalitarismi e della criminalità. Oggi è più attuale che mai il progetto kantiano della stipulazione di una “Costituzione civile” quale fondamento di una “federazione di popoli” estesa a tutta la Terra. “Per quanto chimerica questa idea possa apparire,” aggiunse Kant, “certo è che questa è l’inevitabile via di uscita dai mali che gli uomini si procurano a vicenda e che devono costringere gli Stati a quella stessa decisione (per quanto difficile essa possa riuscir loro) a cui l’uomo selvaggio non meno malvolentieri fu costretto: cioè rinunciare alla sua libertà brutale e cercare pace e sicurezza in una costituzione legale.” È il progetto che Kant ripropose in Per la pace perpetua: “‘Il diritto internazionale deve fondarsi sopra una federazione di liberi Stati’. I popoli, in quanto Stati, potrebbero esser considerati come singoli individui che, vivendo nello stato di natura (cioè nell’indipendenza da leggi esterne), si recano ingiustizia già solo per il fatto della loro vicinanza (…). Per gli Stati che stanno tra loro in rapporto reciproco non vi è altra maniera razionale per uscire dallo stato di natura senza leggi, che è stato di guerra, se non rinunciare, come i singoli individui, alla loro selvaggia libertà (senza leggi), sottomettersi a leggi pubbliche coattive e formare uno “Stato di popoli” (civitas gentium) che si estenda sempre più, fino ad abbracciare da ultimo tutti i popoli della terra”.