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I quesiti di De Gregorio in pieno stile Beckett

Non guardo mai In Onda. Ieri sera c’era Peter Gomez e ho seguito i primi dieci minuti fino al suo intervento. Poi una domanda di Concita De Gregorio, a metà tra Ionesco e Beckett, mi ha indotto a cambiare canale. La signora, restando seria, ha chiesto al plurivaccinato Carofiglio se le dosi, oltre a proteggere dal Covid, avessero anche proprietà salutari, effetti “buoni” sull’organismo. Forse l’ineffabile Concita si aspettava che ai calvi facessero ricrescere i capelli, che curassero la scrofola come per i re taumaturghi. Chissà che con questi mirabolanti risultati si riuscisse a convincere i no vax. Di fronte a questo effetto cabaret, che faceva seguito ai 259 morti ricordati da Gomez, ho deposto ogni residua e flebile speranza in certo intrattenimento televisivo, spacciato per giornalismo.

Vanna Lora

 

Quirinale: gli appellativi che annullano il voto

Ai fini della trasparenza e di scongiurare che una intera nazione venga presa per il culo da un delinquente finanziatore della mafia, vi chiedo di informare noi lettori sulla eventualità che i suoi strateghi possano usare appellativi come “Cav”, “esimio”, “avv” eccetera durante il voto segreto, rendendo così tracciabile il loro voto per la presidenza della Repubblica. Vorrei che potessero scrivere solo il nome e cognome esatto del candidato. Credo che molti giochetti non sarebbero possibili e noi italiani saremmo più garantiti.

Biagio Stante

 

Caro Biagio, se scrivono “Cav” o altri appellativi, la scheda è nulla. Ma se scrivono “Berlusconi”, “Silvio Berlusconi”, “Berlusconi Silvio”, “S. Berlusconi” e “Berlusconi S.”, è lecito. Ha già fatto così il Pd con le sue varie tribù per rieleggere Napolitano nel 2013.

M. Trav.

 

L’eccellenza sanitaria al prosecco di Zaia

In un giorno Luca Zaia ha risolto il problema della mancanza di 500 medici di base in Veneto: da subito ogni medico passerà da 1500 a 1800 assistiti. Già se andava bene, per contattare il medico al telefono, serviva mezza giornata appesi alla cornetta.

Paolo Mazzuccato

 

DIRITTO DI REPLICA

Gentile direttore, con riferimento all’articolo intitolato “Nuovo pass per i guariti: la Salute corre ai ripari” (Il Fatto Quotidiano, 5 gennaio 2022) è opportuno precisare che non vi è alcuna “assenza del parere del Garante per la privacy” sulla nuova modalità di controllo del Green pass attraverso l’App Verifica C19 rispetto alla dose “booster”. L’obbligo del richiamo è stato inserito da un decreto legge del governo (d.l. 26 novembren.182) per il quale non è previsto che l’Autorità fornisca alcun parere.

Ufficio Stampa, Garante per la privacy

 

Qualsiasi ristoratore, datore di lavoro o controllore ferroviario, con la nuova modalità “booster” della app Verifica C19, può sapere se ho fatto la terza dose. Sulla modalità “base” e “rafforzata” il Garante della Privacy si era espresso favorevolmente perché la prima non consente di vedere se il titolare del pass è guarito, vaccinato o testato recentemente; la seconda non permette di vedere se è guarito o vaccinato. La terza, sostanzialmente, dà accesso al dato sensibile booster. Il datore di lavoro può sapere se un dipendente l’ha fatto o no, un tempo ci saremmo scandalizzati. Il punto è questo, non il decreto legge. E tutto avviene in assenza di un via libera dell’autorità cui compete la tutela dei dati personali. Semplicemente il parere non c’è. Non ho scritto che qualcuno avrebbe dovuto chiederlo e qualcun altro renderlo.

A. Man.

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo pubblicato “Nuovo pass per i guariti: la Sanità corre ai ripari” c’era un errore di cui mi scuso. L’isolamento per i contagiati è di 10 giorni, non più 14; 7 per i boosterizzati asintomatici.

A. Man.

 

Alcuni lettori segnalano come nella rubrica della dottoressa Gismondo comparsa nel numero di martedì 20 (“Come convivere oggi col Covid”), vi sia un’imprecisione. Citando un rapporto dell’Iss relativo al periodo 21 novembre/21 dicembre 2021, Gismondo spiega: “I vaccinati con ciclo completo diventati positivi sono 7.107, i non vaccinati 114.664. Le ospedalizzazioni sono nel primo gruppo 284, nei non vaccinati 5081. I decessi 722 contro 42”. Gli ultimi due dati vanno invertiti. I decessi di vaccinati a ciclo completo sono stati 42 contro i 722 di non vaccinati nel medesimo periodo.

FQ

Giusto giocare? “La Serie A è spesso regolare per somma di irregolarità”

 

Leggo che siamo a oltre 80 calciatori positivi al Covid. E, sicuro, è un numero in difetto. Non è falsato giocare in queste condizioni?

Romeo Rocchi

 

Gentile Romeo, la capisco. È una domanda che ci poniamo da mesi e alla quale, essendo logica, rispondiamo di pancia. Tenga presente che, per storia e non solo per paradosso, il nostro campionato è stato spesso regolare per somma di irregolarità: dalle sviste arbitrali e arbitrarie (in epoca pre-Var, soprattutto) ai passaporti facili, dai bilanci arrangiati ai tamponi non sempre “immacolati”. I calendari sono cappi al collo, e anche per questo un possibile rinvio viene vissuto come un attentato (di chi?) alla sacralità della liturgia. Gianni Infantino (Fifa) tifa per il Mondiale biennale. Aleksander Ceferin (Uefa) vorrebbe spalancare la Nations League alla “crema” del Sudamerica. Mi creda: i folli della Superlega sono in buona compagnia. La “presunzione di virus” non guarda in faccia nessuno e trasforma i Ct da poltrona in virologi da tastiera. A chi tocca, tocca. I protocolli della Federazione sono in balia delle Asl, siamo ridotti così male che nemmeno i numeri del contagio ci allontanano dai sospetti. Prova ne sia il caso di Juventus-Napoli della stagione scorsa: in programma il 4 ottobre 2020, traslocò dal 3-0 a tavolino pro Madama (più un punto di penalizzazione ai partenopei) al recupero del 7 aprile 2021: largamente dopo il ritorno, disputato il 13 febbraio. A un lettore che il 29 ottobre 2020 mi poneva, più o meno, lo stesso quesito, spiegai: “Si tratta di un’emergenza che per convinzione, oltre che per convenzione, abbiamo paragonato a una ‘guerra’. Obietterà: in tempi di guerra ci si fermava. Giusto. Questo è un conflitto che, sotto le bombe del Covid, si rifugia dove può: persino nel calcio. Al prezzo di una anomalia tecnica che aggrega e disgrega, sprona e deprime”. Scritto che pure in Premier League sono saltate fior di partite, il 30 dicembre si giocò Manchester United-Burnley (3-1). Old Trafford pieno, poche mascherine. Suonati gli inglesi o troppo pavidi noi? Gli esperti ribattono: decideranno la qualità e la profondità degli organici. Però. Mi viene in mente un libro di Marco Sappino, “La Grande Guerra ai Tropici”. Nel raccontare l’avventura sudamericana del Torino e della Pro Vercelli, l’autore cita Vittorio Pozzo che parla di un manicomio di Montevideo: “Diceva l’iscrizione, riferendosi agli ospiti dello stabilimento: ‘Non lo son todos los que estàn, no estàn todos los que son’”. Non lo sono (matti) tutti quelli che ci stanno, non ci stanno tutti quelli che lo sono. Pillole di saggezza.

Roberto Beccantini

I lockdown ora sarebbero dannosi

Non è ancora certa la paternità della locuzione latina Errare humanum est, perseverare autem diabolicum (errare è umano, perseverare è diabolico). Cicerone ha aggiunto enfasi, Cuiusvis hominis est errare: nullius nisi insipientis, in errore perseverare (è cosa comune l’errare; è solo dell’ignorante perseverare nell’errore). Dovremmo rifletterci su. La variante Omicron crea incognite e giustificati timori. Comprensibile che i governi prendano provvedimenti. Si auspica, però, che lo facciano alla luce delle esperienze vissute, ma ancora una volta la lezione non sembra essere stata utile. Il termine lockdown, che sembrava essere archiviato, torna invece con preoccupante frequenza. Più volte abbiamo detto che tale misura, copiata dalla Cina, non funziona allo stesso modo in Europa. In un regime totalitario la privazione di libertà è insita nella vita sociale, in democrazia è un corpo estraneo. Il lockdown all’inizio ha allentato la pressione sugli ospedali. A che prezzo? Una survey nazionale effettuata dal marzo 2020 negli Stati Uniti ha evidenziato che il 27% dei genitori dichiarava un peggioramento delle proprie condizioni di salute mentale dovute all’aumento dell’“insicurezza”; il 14% dei genitori dichiarava un aggravamento di problemi comportamentali dei figli. L’impatto sull’economia è stato macroscopico. L’allarme lanciato dall’Osservatorio suicidi per motivi economici riporta per il 2020 42 decessi, di cui 25 nelle settimane del lockdown forzato e 16 nel solo mese di aprile, ai quali si aggiungono 36 tentati suicidi, 21 dei quali nelle settimane di isolamento forzato: più della metà delle vittime sono imprenditori. A questi dati si aggiungano quelli della sanità mancata come, per esempio, il 30% in più di infarti. L’incremento del 50% delle vendite di antidepressivi è eloquente, tanto quanto l’intasamento degli ambulatori psichiatrici. Mascherine e distanziamento funzionano, come i vaccini. Con terapie e nuovi vaccini andrà meglio sicuramente. Si era detto mai più lockdown, almeno questa promessa venga mantenuta.

 

Il problema dell’Ilva è la marmotta

L’ex Ilvadi Taranto sembra il set di un nostrano Il giorno della marmotta: come in quel film degli anni 90 in cui Bill Murray si svegliava sempre nello stesso giorno, quello della marmotta appunto, pure a Taranto da anni tutto si ripete uguale. Alla fine del 2021, ad esempio, abbiamo assistito a due grandi ritorni: in primo luogo il governo che, per decreto, toglie 600 milioni alle pur obbligatorie bonifiche per darli alla fabbrica, in piena crisi finanziaria, per farla stare in piedi; in secondo luogo s’è vista l’azienda, oggi controllata di fatto dalla pubblica Invitalia, inviare al governo un documento che contesta uno studio di Arpa e Aress Puglia e dell’Asl di Taranto che a maggio aveva rilevato quanto l’acciaieria sia ancora inquinante, chiedendo limiti alla produzione e la immediata realizzazione del Piano Ambientale che doveva concludersi dieci anni fa o giù di lì. Ora, la marmotta delle bonifiche non dovrebbe stupire nessuno: a Taranto, come nella gran parte dei siti inquinati d’Italia, praticamente non sono mai partite… Anche la contestazione del rischio sanitario da parte dell’azienda, però, ha almeno un precedente: nel 2013 l’allora commissario Enrico Bondi inviò alle competenti istituzioni uno studio che metteva in dubbio l’impatto di Ilva sull’aumento di alcune malattie nel territorio tarantino. Si tratta di quel testo mitico che, in un allegato, criticava lo studio “Sentieri” sui tumori sostenendo che, più che Ilva, in città erano da incolpare “stili di vita e abitudini alimentari sfavorevoli come fumo di tabacco e alcol, nonché difficoltà nell’accesso a cure mediche e programmi di screening”. Colpa, in particolare, del contrabbando che, negli anni 60 e 70, a Taranto rendeva particolarmente abbondante “la disponibilità di sigarette (…) rispetto ad altre aree del Sud”. Rispose allora, tra gli altri, l’Associazione italiana di epidemiologia, che parlò di “uso distorto e strumentale di dati pseudo-scientifici”. Anche se a questo giro “alcol, tabacco e Venere che riducono l’uomo in cenere” non è parte del testo, l’amarcord è garantito dal fatto che uno dei firmatari del report aziendale del 2013 è anche tra gli estensori del report aziendale di oggi: il problema di Palermo, com’è noto, è il traffico e quello di Taranto la marmotta.

Tamponi, l’indegna speculazione va fermata subito

Settanta. Ma anche novanta, centocinquanta. Perfino 172. Nell’orgia di numeri che da due anni ci fa girare la testa, la nuova cifra della vergogna è quella del costo dei test: la corsa al tampone molecolare, dato che i rapidi (lievitati a loro volta alla modica cifra di 15 euro) ha fatto salire i prezzi. L’obiezione che va per la maggiore tra i mercatari – la domanda fa il prezzo – vorremmo rispedirla al mittente con parole poco educate, che lasciamo all’immaginazione del lettore.

Se il governo ha deciso di calmierare il prezzo delle mascherine Fpp2 diventate obbligatorie per fare quasi tutto, il provvedimento che dovrebbe adottare subito (ed è già tardi) è calmierare il prezzo dei tamponi molecolari, oggetto di una speculazione disgustosa e immorale. Non c’è bisogno di ricordare che durante gli anni della pandemia le disuguaglianze sono aumentate, le famiglie si sono impoverite e che viste le condizioni attuali la negatività al Covid è requisito necessario per fare qualunque cosa: il tampone non è un capriccio, il sistema pubblico di tracciamento è andato in tilt e nessuno può permettersi le cifre assurde che abbiamo elencato all’inizio (soprattutto visto che non si tratta di un esborso una tantum, data l’esplosione di contagi che ci porta in continuazione a contatto con persone positive). E allora l’alternativa è restare chiusi in casa (e il lavoro?), svenarsi per il tampone o rischiare la salute propria e altrui.

Un paio di giorni fa, il presidente della Regione Toscana Giani ha annunciato un’ordinanza per “combattere e punire chi lucra sulla pelle delle persone” vendendo tamponi a prezzi “esorbitanti”. E che comminerà pure “una sanzione severa sia che la filiera del rincaro sia diretta che indiretta”. L’ordinanza prevede la perdita dell’accreditamento con la Regione per i laboratori che alzano i prezzi oltre una tariffa standard, anche se si appoggiano a intermediari per le prenotazioni. Il presidente Giani ha deciso dopo aver letto sul Tirreno la testimonianza di alcuni lettori che si sono visti proporre un tampone molecolare a 172 euro in un laboratorio di Firenze, dopo averlo prenotato online tramite il sito di una società milanese che fa da broker per alcuni centri di analisi in tutta Italia. Perché sì, ci sono anche i broker di tamponi: è il mercato bellezza. Gli spacciatori di questo servizio oggi essenziale si difendono sostenendo che è aumentato il costo del lavoro nei laboratori, vista la richiesta massiccia: e dunque gli straordinari li pagano i cittadini. Un manifesto di senso civico.

Tornando ai decisori, il governo dovrebbe prendere esempio dalla Regione Toscana, perché la pazienza dei cittadini si sta esaurendo. Vorremmo qui ricordare al presidente del Consiglio che le sue aspirazioni quirinalizie dovrebbero rafforzare il giuramento che ha fatto sulla Costituzione della Repubblica, che tutela la salute come “diritto fondamentale del cittadino”. La sanità pubblica è un vanto dell’Italia e mai come adesso è lo Stato a dover sostenere i cittadini, dopo due anni di indicibili sacrifici delle libertà personali, sofferenze psicologiche, economiche, sociali.

Non si diventa statisti con i complimenti dei giornali, ma pre-occupandosi del benessere della propria comunità: sarà bene che i migliori, i tecnici e i salvatori della patria si tolgano il completo da banchiere, impedendo ai mercati e alle le loro logiche, sane o perverse che siano, di strozzare un popolo già stremato. Non è una questione economica e forse nemmeno politica, è proprio una questione etica. Una democrazia degna di questo nome non si inginocchia davanti al dio denaro. Perché altrimenti i mercanti saranno sloggiati dal tempio a suon di contumelie. Altro che encomi a reti unificate.

 

I fatti dimostrano che Cascini non è compatibile con il CSM

Un recente episodio dimostra quanto erronea sia stata la decisione del capo dello Stato di non sciogliere il Csm a seguito dello scandalo scaturito dall’incontro avvenuto nel maggio 2019 all’Hotel Champagne di Roma tra Luca Palamara (leader di Unicost), Cosimo Ferri (parlamentare e leader di fatto di M.I.), Luca Lotti (deputato Pd) e 5 membri del Csm per discutere, in maniera impropria e scorretta, delle nomine di importanti uffici giudiziari. Tale scandalo provocò le dimissioni – oltre che del Pg della Cassazione Fuzio – di ben 6 componenti del Csm. Non ritennero di dimettersi né il vicepresidente Ermini, la cui nomina apparve essere il frutto di un accordo irrituale tra il Palamara, il Ferri e il Lotti, né il componente Cascini (ex segretario generale dell’Anm e leader, poi dimissionario, di Md, legato da uno stretto vincolo di “amicizia e solidarietà” con il Palamara), il cui nominativo compariva ripetutamente nelle chat di quest’ultimo con particolare riguardo alla sua nomina a procuratore aggiunto di Roma, al trasferimento del fratello presso il suddetto ufficio, e in relazione alla richiesta rivolta al Palamara di “indicargli qualcuno al Coni con cui posso parlare per i biglietti dello stadio per portare anche Lollo (il figlio ventenne)… dammi contatto, non posso romperti i coglioni per ogni partita”. Ora, è accaduto che, nel corso del procedimento disciplinare a carico del Ferri per l’incontro avvenuto presso l’Hotel Champagne – che è già costato al Palamara la destituzione – il Cascini, che è anche componente della sezione disciplinare, è stato ricusato dall’incolpato che lo accusa di avere espresso in una email giudizi negativi sul suo conto e di avere, nel corso di un incontro con il Palamara, invitato costui a “non frequentare Ferri, non te lo dico più” (come da deposizione resa dal Palamara all’A.g. di Perugia). La sezione disciplinare ha interrogato a chiarimenti il Cascini, il quale si sarebbe difeso assumendo che il Palamara gli avrebbe chiesto un incontro “per parlare dell’elezione del vicepresidente chiedendo il sostegno per l’on. Ermini”. Orbene, secondo quanto riferisce Il Riformista del 31 dicembre – che riporta virgolettate le parole attribuite al Cascini – “le chat smentiscono Cascini negli incontri col Palamara”, sia perché gli incontri risultano due ed entrambi chiesti dal Cascini e non dal Palamara (è il primo che il 6 settembre chiede al secondo: “riusciamo a vederci un attimo domani?”; e il 4 ottobre: “Domani ci prendiamo una cosa insieme?” E in entrambi i casi, il Palamara risponde “Sì, ok”, e si danno appuntamento al bar Settembrini), sia perché l’ultimo incontro (cui fa riferimento il Ferri) è del 5 ottobre e, quindi, dopo l’elezione dell’Ermini avvenuta il 27 settembre. In sostanza, il Cascini: a) è stato per anni stretto amico del Palamara, e il suo nominativo ricorre frequentemente nelle chat di quest’ultimo, acquisite dall’A.g.; b) nel maggio 2018, il Cascini, quale proc. aggiunto di Roma, trasmette alla Procura di Perugia un fascicolo relativo a un’ipotesi di corruzione a carico del Palamara; c) il 7 settembre, da eletto al Csm, incontra, su sua richiesta, il Palamara (persona estranea al nuovo Csm) con il quale parla impropriamente dell’elezione del vicepresidente; d) il 4 ottobre richiede un altro incontro con il Palamara; e) non si astiene dal giudicare il Ferri, coinvolto con il Palamara nella vicenda dell’Hotel Champagne, e viene ricusato; f) determina l’imbarazzante situazione di dover essere sentito a chiarimenti dal collegio giudicante al quale avrebbe reso dichiarazioni non rispondenti al vero. Ed allora si impongono due domande. La prima: è compatibile il Cascini con la sua presenza al Csm e, in particolare, quale componente della sezione disciplinare? La seconda: non sarebbe il caso che i vertici del Csm (ivi compreso il Pg della Cassazione) uscissero dall’assordante silenzio sulla vicenda che li ha caratterizzati?

 

Chi viene eletto al colle non è padrone né notaio

Sento acuta (sic) l’esigenza di passare dal toto nomi presidenziali al toto qualità. Non intendo in nessun modo limitarmi alle qualità che si attaglino al mio presidente preferito (che ho), ma sono convinto che il toto qualità è l’esercizio più fecondo. Bisogna saperlo fare magari non partendo con il piede sbagliato. No, non è vero che, come scrive Galli della Loggia, “i Padri costituenti commisero l’errore di attribuire (al presidente della Repubblica) tali e tanti poteri da rendere comunque possibile la trasformazione di quella figura … da notaio del sistema politico a suo padrone di fatto”. Né l’uno né l’altro termine sono corretti e, fra l’altro, il loro uso significa non avere capito un bel niente della metafora della fisarmonica formulata da Giuliano Amato e da me, debbo proprio scriverlo, variamente e ulteriormente elaborata e precisata. Quella metafora sta appunto a indicare che il presidente non è mai definito e congelato né come notaio né, meno che mai, come “padrone di fatto” del sistema politico.

Quando si accinsero a scrivere gli articoli relativi alla Presidenza della Repubblica, fin da subito i Costituenti si resero conto che non avevano modelli democratici da imitare. Molte democrazie parlamentari erano monarchie. Escluso il presidenzialismo Usa, non era neppure il caso di guardare alla Repubblica di Weimar. Rimaneva la Quarta Repubblica francese (Costituzione prima bocciata, poi, ottobre 1946, approvata in un referendum, à la minorité des faveurs (astenuti e contrari più numerosi dei favorevoli), come dichiarò tanto ruvidamente quanto efficacemente il gen. De Gaulle che, lo abbiamo imparato, aveva un’altra idea/progetto di Repubblica. Meglio, decisero i Costituenti, innovare e riuscirono, con virtù e fortuna, a dare vita ad una figura dotata di poteri flessibili, ma, in buona misura, controbilanciati. Su un punto misero subito in chiaro, direi imperiosamente, che il presidente “rappresenta l’unità nazionale”.

La batteria di poteri istituzionali e politici di cui, consapevolmente e non sbagliando, dotarono il presidente, derivano in parte dai poteri che aveva il monarca in parte da quelli indispensabili al buon funzionamento di una democrazia parlamentare. Non sono affatto poteri assoluti e svincolati. Il presidente nomina il presidente del Consiglio, ma sappiamo (e quel che più conta lo sa lui) che deve tenere in grandissimo conto la necessità che quel presidente del Consiglio ottenga la fiducia delle due Camere. Il presidente scioglie (ma anche no) il Parlamento quando, “sentiti” i presidenti delle Camere, ha acquisito la convinzione che quel Parlamento non è (più) in grado di esprimere e sostenere un governo operativo. Qui debbo subito aggiungere che è del tutto raccomandabile che i parlamentari chiamati a eleggere il presidente tengano in grande considerazione l’autorevolezza, la competenza e l’affidabilità personale, politica e istituzionale di chi intendono votare.

Tanto nel rappresentare l’unità nazionale (quindi mostrarsi orgogliosamente patriota) quanto, ancor più, nello scegliere il capo del governo e nello sciogliere o no il Parlamento, il presidente avrà maggiore o minore autonomia a seconda della forza dei partiti e del sistema dei partiti. Potrà, cioè, aprire e suonare la fisarmonica come e quanto preferisce oppure dovrà tenerla chiusa e riporla. Basterà un solo esempio. Se i segretari di alcuni partiti hanno formato una coalizione che ha la maggioranza in Parlamento e si sono accordati sul nome del presidente del Consiglio, il presidente ne prenderà atto, ma se gli offrono una rosa di nomi avrà la possibilità di scegliere. Se i partiti non sanno dar vita a una coalizione di governo, il presidente potrà, all’insegna della stabilità politica, suggerire, indicare, adoperarsi per una soluzione suonando la fisarmonica alla sua massima estensione. Non diventerà comunque “il padrone di fatto” del sistema politico. Rimarrà un protagonista che opera in nome dell’unità nazionale, che sfrutta al massimo la flessibilità istituzionale che è in tutte le democrazie parlamentari il loro massimo pregio.

La metafora della fisarmonica spiega come ed entro quali limiti quel pregio può, anzi, deve manifestarsi e tradursi in realtà “effettuale” (Machiavelli).

Ne concludo che i parlamentari che si accingono a votare il prossimo presidente dovrebbero basare il loro voto anche su una difficile, ma significativa valutazione: “il/la presidenziabile ha le competenze e il carattere per fare il miglior uso della fisarmonica dei suoi poteri costituzionali, per suonarla nella maniera più efficace, politicamente e democraticamente armoniosa?”. Quell’armonia dipende oggi anche dai rapporti con coloro che agiscono a livello europeo mettendo a buon frutto la condivisione delle sovranità nazionali come qualsiasi patriota colto sa e vorrebbe fare.

 

Yaman e Diletta Leotta, la missione su Marte e Il primo albo di Hulk

E ora, per la rubrica “Ultime notizie”, le ultime notizie.

Gossip. Can Yaman: “Ho lasciato Diletta Leotta perché sul più bello si bloccava sempre”.

Politica italiana.“Sul Quirinale fatico a capire il disegno di Letta”, ha detto Renzi, con quel suo solito atteggiamento di chi ha un poker su per il culo.

Economia. Crollo degli acquisti natalizi, mai così bassi dai tempi di Cristo. Probabili cause: l’incertezza sul futuro, e la certezza dell’incertezza sul futuro.

Editoria. In testa alle classifiche di vendita l’ultimo libro di Bruno Vespa. È perfetto come regalo-scherzo.

Spazio. La missione su Marte del rover Nasa Perseverance resa difficile da rocce, sabbia e niente Google Street View.

OMS. “Non ammalatevi fino al 2024”.

Politica estera. Come indicato vent’anni fa dal Progetto per un Nuovo secolo americano (PNAC), fondato da criminali di guerra del calibro di Cheney e Rumsfeld, dopo Iraq e Afghanistan toccherà alla Siria. I media mondiali già intasati da veline Cia sul “maligno narco-Stato del Captagon”.

Società. Secondo uno studio internazionale, sempre più impiegati vorrebbero lavorare 4 giorni alla settimana invece di 5. “Tanto alla fine un giorno di ufficio lo si spreca comunque guardando gattini e porno su Internet,” rivela una dattilografa anonima. La sperimentazione della settimana lavorativa breve in Islanda – quattro giorni senza riduzione salariale – ha dimostrato che i lavoratori risultano meno stressati e meno a rischio di esaurimento, e che non ci sono effetti negativi sulla produttività, mentre c’è un “potente effetto positivo sull’equilibrio tra lavoro e vita privata, i lavoratori potendo finalmente dedicare più tempo alla famiglia, agli hobby e alle scappatelle clandestine”. Una ricerca correlata, condotta dall’International Labour Organization, ha rilevato che la riduzione delle scappatelle clandestine fa male alla salute, aumentando del 35% la possibilità di avere un ictus. Secondo un’altra ricerca, a cura dell’Ufficio Studi di Confindustria, la riduzione delle giornate lavorative da 5 a 4 ridurrebbe però del 20% la possibilità di avere scappatelle clandestine sul luogo di lavoro. I sindacati verso uno sciopero di qualche tipo, appena decideranno dove è preferibile avere scappatelle clandestine.

Fumetti. Il primo albo di Hulk, pubblicato nel 1962, venduto all’asta per 500mila dollari. “Mi ero stufato di leggerlo”, ha detto il proprietario.

 

L’editto Macron vale anche da noi e scoccia i sì-vax

Tutte le sere che il virus comanda, dalla tv fuoriesce tutto e il contrario di tutto. La colpa non può essere scaricata sui conduttori dei Tg e degli spazi di approfondimento, che mandano in onda ciò che passa il convento. E neppure sui virologi che, quasi sempre, poverini, mostrano di muoversi tra varianti, vaccini e tamponi come se camminassero bendati in una stanza sprofondata nel buio pesto. L’informazione a tentoni può comunicare, a distanza di pochi secondi e con assoluta naturalezza che, niente paura, i sintomi di Omicron sono paragonabili a quelli di un comune raffreddore. Ma che, guarda un po’, nei reparti di terapia intensiva crescono i letti occupati. Che, purtuttavia, onde evitare l’aumento esponenziale dei contagi sarebbe sufficiente girare con una mascherina Ffp2. Anche se, purtroppo, crescono anche i decessi. Che, intendiamoci, un nuovo lockdown, oltre a paralizzare di nuovo l’economia, sarebbe eccessivo se non addirittura insensato. Ma ciò non toglie che il governo si veda costretto a varare un nuovo greenpassmegasupercalifragilistic (in attesa dell’espiralidoso). Anche se, tranquilli, vale per gli over 50, ma non per i bambini notoriamente muniti di formidabili anticorpi. Anche se, maledizione, i reparti pediatrici sono pieni di piccoli pazienti sofferenti. E così via inoculando notizie contraddittorie in un cortocircuito che lascia tramortito il pubblico a casa. Fino a quando apprendiamo che il presidente francese Emmanuel Macron muore dalla voglia di “infastidire” i no-vax. Di continuare a rompergli le palle fino all’ultimo. Detto che rendere la vita impossibile a una parte della popolazione non ci sembra sia il mestiere più confacente a un capo di Stato che dovrebbe garantire l’unità della nazione, una domanda sorge spontanea. Estendibile al governo Draghi. E, cioè, se proseguendo sulla strada delle restrizioni sempre più ristrette, di misure coercitive, costrizioni, dissuasioni in un crescendo rossiniano di regioni multicolor, quarantene fai-da-te, tamponamenti susseguenti ad attese chilometriche non è, per caso, che si finisca per rompere le palle soprattutto ai poveri Sì-vax ligi alle norme (fermo restando che per i tanti no-vax disposti perfino a rimetterci la pelle le sfide alla Macron potrebbero risultare vieppiù eccitanti)?

“Il Sud è sazio di bellezza, perciò non cambia mai”

Al Sud, la bellezza rubata o tradita è anche un destino di sazietà, tra superbia e indifferenza. Ruggero Cappuccio nel suo ultimo romanzo, Capolavoro d’amore, adagia ricordi, sentimenti, fughe e camminate attorno a un’ossessione ruzzolata nell’oblio: il furto a Palermo della Natività di Caravaggio, la Sacra Famiglia con San Francesco e San Lorenzo. Accadde nella notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969, a Palermo. Poco più di mezzo secolo fa. L’opera, molto grande – 268 centimetri per 197 – non è mai stata ritrovata.

Il Caravaggio era sull’altare dell’oratorio di San Lorenzo.

Ai ladri è bastato forzare una serratura a doppia mandata.

Incredibile.

Così come sono incredibili le dichiarazioni di prefetto e questore di allora: “Non sapevamo che ci fosse un Caravaggio a Palermo”.

Peggio delle lentezze e dei ritardi nelle indagini. Dopo 50 anni quel quadro è ancora un fantasma.

O è stato fatto a pezzi e rivenduto in Europa oppure è rimasto in Sicilia, passato di mano in mano. Se un boss tiene una riunione con un Caravaggio appeso alla parete è come se dicesse: “Sono talmente intoccabile che posso esporlo a casa mia”.

La mafia, dunque.

L’oratorio è nel mandamento di Porta Nuova, all’epoca capeggiato da Pippo Calò. I ladri potevano agire senza il suo permesso?

In seguito ne hanno parlato anche vari pentiti, ma il mistero resta senza soluzione. Se ne occuparono anche Sciascia e Mauro De Mauro, il giornalista scomparso nel 1970.

Credo che la Natività sia rimasta in Sicilia, vari testimoni dicono di averla vista.

Lei è nato e cresciuto tra Napoli e Palermo.

È la mia storia familiare, tracce che cominciano in Campania nel 1700 e a Messina nel 1300.

Due capitali, Napoli e Palermo.

Due crocevia di sentimenti multipli. Per questo romanzo sono tornato a Palermo, in via Butera.

Dove abitava Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Sono amico del figlio adottivo Gioacchino Lanza Tomasi. Il mio è un romanzo sulla resurrezione.

Laddove a Palermo i verbi si declinano al passato.

Io non distinguo tra vivi e morti. A farmelo capire fu Franco Battiato. È lui che ha cambiato la mia vita aprendomi strade spirituali.

La prima dedica del libro è per lui.

È stato il mio maestro, l’ultimo grande concerto l’ho organizzato io a Napoli nel 2017, in piazza del Plebiscito. Franco mi ha insegnato che quel che non è più, può essere ancora.

Lo spirito fa rimanere o fa scappare? L’ultimo film di Sorrentino rilancia il tormentone su Napoli.

Il modello vado/resto è un falso problema. Non ho mai sofferto di questo e non sopporto il concetto di ombelicalità, tipico di Napoli. Posso stare a Parigi ed essere abitato da Napoli. Una città sta dove la porti.

Una città che abita i suoi nativi.

A Napoli e Palermo sei abitato. Per questo sono le città più affascinanti che abbiamo in Italia.

Una bellezza atavica infilzata da mille e mille mali.

I grandi doni al Sud li ha fatti il Padreterno che ha messo in una condizione di sazietà i residenti.

Quindi non tutti gli invasori sbarcano per nuocere.

La scintilla arriva da qualcuno che da fuori con occhi vergini crea progetti architettonici. A Napoli la dinastia borbonica; in Sicilia Normanni, Angioini, Aragonesi, gli stessi Borboni.

Questo però non elimina i difetti degli autoctoni.

I siciliani non vorranno mai migliorare perché sono convinti di essere dei.

E i napoletani?

Preferiscono farsi sudditi con la possibilità di avere una carica e abusarne.

Due caratteri diversi.

A Napoli si moltiplicano le parole, in Sicilia si sottraggono. A Napoli si rincorre lo stordimento, c’è la rimozione del dolore, in base alla quale la colpa è sempre degli altri. A Palermo c’è un’eterna dimensione tragica.

Il risultato è un immenso giacimento narrativo.

Sì, ma in Sicilia è soprattutto letteratura, a Napoli teatro. Mi riferisco all’Ottocento e al primo Novecento.

E lei a Napoli dirige il Campania Teatro Festival, più di cento spettacoli all’aperto ogni estate e a prezzi popolari. Poi ha istituito “Quartieri di vita”, laboratorio di formazione e sperimentazione teatrale nelle aree a rischio.

Abbiamo coinvolto donne vittime di violenza, detenuti, non vedenti, rifugiati politici. Si va dal piano estetico a quello etico. Ed è bello vedere come un potenziale scippatore divenga un bravo tecnico delle luci.