Gli “showrunner”: guru delle fiction, temuti dai potenti

Benvenuti nell’era degli showrunner. Figure più o meno misteriose, i deus ex machina della fiction seriale moderna esercitano, in realtà, il ruolo più antico di tutti, perché tutti li contiene. Sorta di autore rinascimentale, non è (solo) chi scrive né (solo) chi raramente dirige, bensì colei o colui che crea un progetto in serie, spesso decretando la palingenesi di titoli destinati al culto, capaci talvolta di riformulare l’immaginario collettivo di mondi, personaggi, momenti storici. Ma anche di orientare su idee politiche, scatenando polemiche che inevitabilmente portano finzione e cronaca a contaminarsi. Si pensi a certe serie tv israeliane, di scrittura sopraffina ma dal pensiero polarizzato, incentrate su uno dei territori più turbolenti (e psicanaliticamente rilevanti) della Storia contemporanea. E il pubblico ha compreso subito la potenza di titoli come Fauda creata per Netflix da Avi Issacharoff e Lior Raz: anche star della serie, quest’ultimo ha messo in sceneggiatura ogni possibile verità ereditata dalla precedente carriera di agente delle forze speciali israeliane. In Fauda il conflitto israelo-palestinese è sapientemente osservato da entrambe le parti. Gli fa eco il collega ex psicologo, ex militare, ex ortodosso Hagai Levi capace di inventare uno psico-format esportato in tutto il mondo, inclusa l’Italia (In treatment) e di rifare il bergmaniamo Scene da un matrimonio bissandone il trionfo. A dimostrazione che lo showrunner può arrivare da ogni trincea narrativa prima di esplodere su piattaforme o tv on demand, luoghi-panacea dove le idee si traducono in culto e miliardi. In una recente intervista, il regista Stephen Frears ha ironizzato sulla ricchezza esorbitante che Peter Morgan, lo sceneggiatore del suo The Queen, ha accumulato ideando The Crown. Serie che, per inciso, non poco fastidio sta dando alla Royal Family. Del resto alzi la mano chi non ha visto la premiatissima serie Netflix su Elisabetta II la cui quinta stagione è attesa come il Messia. E l’evocazione mistica non è casuale: alcuni showrunner, termine anglofono che in italiano corrisponde estensivamente ad autore, sono spesso eletti a divinità incarnate.

A partire da David Lynch, venerato dalla cinefilia per ogni suo gesto, ma dal popolo televisivo soprattutto per Twin Peaks, seguito a ruota da J.J. Abrams passato alla gloria per Lost, e dai più giovani ma instant star come il sudcoreano Hwang Dong-hyuk creatore del fenomeno Squid Games, così come il geniale collega Charlie Brooker – tra le personalità più influenti in Regno Unito – ideatore del rivoluzionario Black Mirror. D’altra parte gli showrunner sono profumatamente pagati per superarsi in immaginazione, verso una tensione all’originalità senza sosta. Vuoi si tratti di trasformare un prof di chimica malato terminale in “cuoco” di metanfetamine, come ha fatto Vince Gilligan creando Breaking Bad , o di portare un boss mafioso dallo psicanalista, come ha prescritto David Chase con la saga dei Soprano. Potenti, superbi protettori del trend #NoSpoiler, invidiati dal resto dello showbiz, ma anche messi sulla graticola quando l’audience “non gradisce” svolte o finali di serie di culto. Così è accaduto alla coppia Benioff & Weiss per il finale del Trono di Spade sui cui “difetti” così si è giustificata: “È come nei tappeti persiani, tradizione vuole che si commetta un piccolo errore nel realizzare il tappeto, perché solo Dio può fare qualcosa di perfetto, quindi penso che quello sia stato il nostro piccolo errore”. La questione ora, di grande attualità e in corso d’opera, è se i potentissimi showrunner continueranno ad avere tali influenze, ingaggi e autonomia, o se lo show business si sta già attrezzando per arginarli. Del resto, cancellare il director’s cut è da sempre la vendetta preferita di Hollywood.

Le serie tv, serial killer del cinema mondiale

Non mancano le eccezioni. Nanni Moretti, il cui Tre piani ha faticosamente superato i 2 milioni di euro al botteghino, si rilancia in commedia, Il sol dell’avvenire, con munifico set da approntare a Cinecittà. Matteo Garrone è fermo al Pinocchio del 2019, ma presentando la new edition di Gomorra la scorsa primavera era stato chiaro: “Amo andare controcorrente, non escludo a priori di fare serie tv, ma per ora non se ne parla, ho voglia di fare film per il cinema e da cineasta”. Dopo il bis seriale The Young Pope e The New Pope, Paolo Sorrentino ha tagliato corto ed è tornato al primo amore, il lungo(metraggio): sta promuovendo senza requie È stata la mano di Dio con vista Oscar (il prossimo 8 febbraio l’annuncio delle nomination) e nel mentre prepara Mob Girl, con Jennifer Lawrence e Josh O’Connor, il cui ciak è atteso in primavera. Reduce dall’acclamato Martin Eden, Pietro Marcello sta finendo di montare a Parigi L’envol, opera in costume con licenza di realismo magico.

Ma importanti che siano eccezioni rimangono, perché il film per come lo conosciamo da un secolo a questa parte è oramai formato in via d’estinzione, con un predatore naturale: il serial killer. Stanno tutti a fare serie, con prioritaria destinazione piattaforma, da Netflix ad Amazon, e dunque massimo scorno dei broadcaster, che chiamano chiunque e trovano occupato, ovvero sotto contratto degli streamer per mesi se non anni.

In principio fu Romanzo criminale, e Stefano Sollima sulle orme di Roberto Saviano si sarebbe ripetuto con Gomorra e ZeroZeroZero, poi il contagio: Luca Guadagnino con la bellissima We Are Who We Are e Niccolò Ammaniti con Il miracolo e Anna, più recentemente Carlo Verdone con Vita da Carlo, di cui si ragiona sul raddoppio, Gabriele Muccino con l’espansione di A casa tutti bene e Ficarra & Picone con Incastrati.

Il primus inter pares è Michele Rech, nei balloon Zerocalcare, che ha fatto dell’esordio Strappare lungo i bordi un fenomeno di costume, ossia il più grande successo audiovisivo nazionale del 2021, rimbalzato fino al Guardian.

Gli altri non stanno a guardare, senza distinzioni di genere, età, inclinazione autoriale: Marco Bellocchio firma Esterno notte, controcampo seriale del Buongiorno, notte (2003) dedicato al sequestro Moro, in predicato per Cannes; sul fortunato ma inflazionato versante Elena Ferrante, Daniele Luchetti ha preso il testimone da Saverio Costanzo per L’amica geniale, mentre Edoardo De Angelis trasforma La vita bugiarda degli adulti, con Valeria Golino e committenza Netflix; Alice Rohrwacher prende le misure di Ci sarà una volta, antologia dei cantastorie e delle fiabe tricolori; Francesca Comencini rilegge Django con Matthias Schoenaerts e Noomi Rapace; dopo la topica America Latina, i fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo finalizzano una serie per Sky, titolo provvisorio Dostoevskij; Francesco Bruni ha completato Tutto chiede salvezza, dal romanzo di Daniele Mencarelli. Pur potendo contare sul solido ma sovente misconosciuto retroterra degli sceneggiati televisivi, non è tendenza autarchica, bensì adesione a un fenomeno globale: la serialità è la forma dominante della produzione e del consumo di immagini in movimento, e la contingenza pandemica ha accelerato il cambio di paradigma. Non deve stupire: l’abbiamo appena congedata nella quinta e ultima stagione, e dal 2014 fin qui da Trieste in giù c’è forse stato qualcosa di analogo per forza iconica e presa collettiva della serie Gomorra? Siamo sinceri, quando oggi vi chiedono di un prodotto audiovisivo, quante volte è film e quante serie? Dietro i 170 milioni di euro incassati e i 25 milioni di biglietti venduti al cinema in Italia nel 2021, rispettivamente -7% e -11% sul già disgraziato 2020 e -71% e -73% sulla media del triennio prepandemico 2017-2018-2019, non ci sono occhi chiusi, ma sguardi rivolti altrove, al piccolo schermo delle tv e, ancor più, degli streamer, questi sì passati all’incasso. Né vicaria né suppletiva, la serialità ha vocazione smaccatamente maggioritaria, in seno alle stesse piattaforme: quanti hanno saggiato il film campione globale di visioni nei primi 28 giorni di programmazione su Netflix, Red Notice (364 milioni di ore), e quanti l’omologo seriale Squid Game (un miliardo e 650 milioni di ore)? Episodi e stagioni per segnatempo, debutti e finali per festività, l’universo delle series ha tutti i crismi del calendario, pagano ma votato al proselitismo. La casa di carta non s’è fermata nemmeno di fronte al ridicolo, Scenes from a Marriage non ha fatto – troppo rimpiangere – Ingmar Bergman, Succession ha conquistato pubblico e critica (mandando in cima alle preferenze femminili un non bello quale Jeremy Strong alias Kendall Roy), e che dire, appunto, di Squid Game? La fuoriserie coreana ha punteggiato, se non modellato, le nostre vite, suscettibile di una teoria di interpretazioni e ricadute pressoché infinita, di polemiche e moniti senza senso, nonché di una messe di dollari (900 milioni la stima dell’impact value) nel forziere Netflix.

Il demiurgo Hwang Dong-hyuk ha fatto della propria creatura la più vista di sempre sul servizio streaming, dove ha scalzato l’assai meno interessante Bridgerton (625 milioni di ore), ma mantenere il primato nel 2022 non sarà facile. Il creatore di Chernobyl Craig Mazin punta sulla fuga dalla quarantena del postapocalittico The Last of Us; sempre targato HBO, il prequel di Game of Thrones, House of the Dragon; la somma Shonda Rhimes tira fuori dal cilindro Inventing Anna, dall’11 febbraio su Netflix; Disney, tra le altre cose, torna indietro di dieci anni rispetto a Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith per l’assolo di Obi-Wan Kenobi; il nostro Guadagnino, che c’ha preso gusto, apparecchia un nuovo Brideshead Revisited, con cast all star: Andrew Garfield, Cate Blanchett, Ralph Fiennes e Rooney Mara.

Ma “la” serie del 2022 è targata Amazon e ha una data d’uscita fissata al 2 settembre: The Lord of the Rings, dal capolavoro di J.R.R. Tolkien, scordano le due trilogie di Peter Jackson.

 

Palermo, 17enne uccisa e gettata nel dirupo: fidanzato a processo

Il gup del tribunale di Termini Imerese, Emanuele Benvicinni, ha rinviato a giudizio per omicidio premeditato aggravato dai futili motivi e per occultamento di cadavere, Pietro Morreale, imputato per l’uccisione della fidanzata Roberta Siragusa, 17enne trovata morta il 24 gennaio dello scorso anno in un dirupo del monte San Calogero nel Comune di Caccamo (Palermo). Il processo in Corte d’assise inizierà l’1 marzo. Secondo l’accusa, Morreale (che ha sempre negato) prima diede fuoco alla fidanzata dopo una lite, poi gettò il corpo nel dirupo.

Tnt-Fedex, licenziati su Whatsapp 90 operai

Ennesimo licenziamento di massa per 90 lavoratori impiegati al blocco 3.2 dell’Interporto di Bologna dalla XBT Servizi e Logistica in appalto del gruppo Tnt/FedEx. È quanto spiega il sindacato Si Cobas di Bologna secondo cui l’azienda, lo scorso 31 dicembre, “con una nota su Whatsapp” ha comunicato ai dipendenti, tutti a tempo determinato, il mancato rinnovo dell’appalto e che “sarebbe terminata la loro collaborazione, così come i loro contratti”. La causa? “Le note vicende che hanno portato a questo risultato, errori fatti sicuramente da entrambe le parti”. Secondo i Si Cobas gli unici errori dei lavoratori sono stati “aver denunciato le irregolarità. Aver reso pubblico ciò che accadeva nell’ennesimo luogo dello sfruttamento”.

Foggia, torna libera la moglie del prefetto

Il gip del Tribunale di Foggia ha revocato ieri la misura cautelare dell’obbligo di firma nei confronti di Rosalba Livrerio Bisceglia, imprenditrice agricola e moglie dell’ex capo del dipartimento delle libertà civili e dell’immigrazione Michele Di Bari, “perché sono venute meno le esigenze cautelari, ma non perché sia mutato il quadro indiziario”. Lo precisa in una nota la Procura di Foggia. Bisceglia è indagata a piede libero insieme ad altre 15 persone in una operazione anti caporalato portata a termine il 10 dicembre scorso. In seguito all’inchiesta, il marito si è dimesso dall’incarico al Viminale. Il 23 dicembre scorso il gip ha disposto la revoca delle misure cautelari dell’obbligo di dimora e di firma.

Australian Open, Djokovic bloccato per ore in aeroporto: “Interrogato su visto e vaccino”

Isolato per ore in una stanza dell’aeroporto di Melbourne. “Guardato a vista da due agenti”, scrivono i giornali serbi. Novak Djokovic è atterrato ieri in Australia per partecipare agli Open che inizieranno il 17 gennaio, ma è stato bloccato dagli agenti di frontiera per un problema con il visto: il team del tennista serbo ha infatti presentato un modello sbagliato alle autorità locali, che non consente esenzioni mediche per la mancata vaccinazione. Martedì il tennista, numero uno al mondo nella classifica Atp e dichiarato no vax, aveva annunciato che avrebbe partecipato al torneo grazie a un’esenzione medica dal vaccino contro il coronavirus, d’accordo con gli organizzatori che però non hanno specificato la motivazione di questa deroga. E per giorni la presenza del campione serbo, che ha vinto per 9 volte l’Australian Open comprese le ultime tre edizioni, era rimasta a lungo in dubbio per via delle regole dello Stato di Victoria (dove si svolgono le partite del torneo) che impongono a chi entra di essere vaccinato. Il tennista non ha mai voluto dire se ha ricevuto o meno delle inoculazioni anti-Covid ma potrebbe aver ottenuto l’esenzione da parte della federazione Tennis Australia per aver contratto il Covid negli ultimi sei mesi, che potrebbe però non essere sufficiente per l’ingresso nel Paese. L’intera faccenda è molto sentita in Australia, che ha imposto severe restrizioni ai viaggi per contrastare la pandemia.

Il sito serbo “B92”, citando informazioni ottenute dal padre del fuoriclasse Srdjan, Nole sarebbe stato isolato per ore in una stanza dello scalo, sorvegliato a vista da due agenti di polizia. Secondo il giornale australiano The Age, il tennista è stato inoltre interrogato fino alle 5 di mattina locali. Con il passare delle ore la vicenda è diventata politica, con un confronto fra autorità federali e statali, come testimonia il tweet di Jaala Pulford, ministra dello Sport dello Stato di Victoria: “Il governo federale ha chiesto se sosterremo la domanda di visto di Djokovic per entrare in Australia. Non forniremo sostegno a Djokovic per la domanda di visto per partecipare all’Open Grand Slam del 2022”. Craig Tiley, amministratore delegato della Tennis Australia, ha negato possibili trattamenti di favore nei confronti di Djokovic: secondo Tiley, sui circa 3mila individui che prenderanno parte alla competizione, in 26 hanno richiesto una deroga alla vaccinazione, e solo in pochi l’hanno ottenuta.

“Scalo di Firenze, intimidito chi critica”

Una querela per diffamazione. Presentata da Roberto Naldi, numero di Toscana Aeroporti, società partecipata da Regione Toscana e Comune di Pisa. E diretta a un gruppo di persone tra cui un consigliere della stessa Regione Toscana e uno del Comune di Pisa. Oggetto: alcuni post pubblicati su Facebook, con al centro il contestato progetto della nuova pista dell’aeroporto di Firenze. Ieri due dei querelati hanno organizzato una conferenza stampa definendo la denuncia “un’intimidazione”, ma la storia inizia oltre un anno fa, il 3 dicembre 2020, quando il consiglio comunale di Pisa vota all’unanimità una mozione contro la nuova pista dello scalo fiorentino, una lingua d’asfalto lunga 2,4 chilometri. È un progetto a cui tiene molto Toscana Aeroporti, società che gestisce sia lo scalo di Firenze che quello di Pisa. Toscana Aeroporti è controllata dall’imprenditore argentino Eduardo Eurnekian, azionista di maggioranza attraverso la sua Corporacion America Italia Spa e grande finanziatore della Fondazione Open.

Presidente della società aeroportuale è Marco Carrai, storico braccio destro di Matteo Renzi. Amministratore delegato è Roberto Naldi, manager che da anni lavora per Eurnekian. Ed è proprio Naldi a presentare la denuncia alla Procura di Pisa il 22 dicembre del 2020, pochi giorni dopo aver annunciato che la società da lui amministrata, Toscana Aeroporti, ha interrotto i rapporti con il consiglio comunale di Pisa in seguito alla mozione con cui i rappresentanti dei cittadini pisani hanno detto no al progetto della nuova pista. A finire querelati da Naldi sono stati tre politici locali: Diego Petrucci, consigliere regionale di Fratelli d’Italia; Francesco Auletta, consigliere comunale a Pisa in una lista civica di sinistra; Massimo Torelli, portavoce di Firenze Città Aperta ed esponente di un altro gruppo della sinistra di opposizione. Ai tre si aggiunge, poi, Alessandro Savi, impiegato presso lo scalo aeroportuale di Pisa.

Naldi ha denunciato le quattro persone per alcuni post pubblicati su Facebook nei primi giorni di dicembre. Nei messaggi, si legge nell’esposto, il manager è stato definito “arrogante, aguzzino nei confronti dei dipendenti e perfino mafioso (l’aggettivo mafioso è stato in realtà usato da alcuni utenti che hanno commentato uno dei post incriminati, non dai denunciati, ndr)”. La scorsa estate il pm incaricato del fascicolo, Sisto Restuccia, ha chiesto l’archiviazione sostenendo che le critiche rivolte a Naldi s’inseriscono “all’interno del dibattito politico inerente al governo della città e all’amministrazione dei servizi nella stessa presenti ed offerti”. Insomma, secondo il pm si tratta di “critica politica”, dunque nessun reato di diffamazione. Ma l’amministratore delegato di Toscana Aeroporti non è d’accordo. E ha fatto ricorso.

Il 26 gennaio è stata fissata l’udienza in cui il giudice per le indagini preliminari dovrà decidere se confermare l’archiviazione o chiedere il processo per le quattro persone. Secondo i diretti interessati, il ricorso è solo l’ultimo atto d’intimidazione tentato da Naldi, ma queste iniziative – hanno dichiarato ieri Auletta e Torelli – “non fermeranno le nostre denunce sulle condotte arroganti della società”.

Dopo Gedi, il Corriere: ora si indaga sui pre-pensionati

Non solo il Gruppo Gedi. Mentre a Roma prosegue l’inchiesta sui prepensionamenti portati avanti nel decennio scorso dalla holding di Repubblica, L’Espresso e Radio Deejay, la Procura di Milano indaga sulle analoghe procedure messe in campo negli ultimi anni da Rcs, società editrice – fra gli altri – dei quotidiani Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport, dal 2016 al 59,8% di proprietà della Cairo Communication. A quanto risulta al Fatto, il fascicolo, finora inedito, pone sotto la lente gli stati di crisi richiesti e ottenuti negli ultimi anni, dal 2014 fino al più recente richiesto e avviato nel 2020. Procedure ai cui costi hanno contribuito in gran parte gli enti di previdenza pubblica. L’indagine al momento è top secret e non si ha contezza se ci siano già indagati. Le verifiche sono state affidate alla Guardia di finanza di Milano e riguarderebbero non solo le procedure di prepensionamento, ma anche i sindacalisti che le hanno avallate. In generale, in Rcs la cura Cairo, in oltre 5 anni di gestione, ha determinato un’importante ristrutturazione del gruppo, ma anche un taglio drastico al personale.

Il Fatto ha già riportato più volte come nel 2020, nonostante si arrivasse da un biennio di bilanci in utile, il Corriere abbia ottenuto – anche a causa della pandemia – ben 38 prepensionamenti e la Gazzetta altri 15, di cui molti riguardano grafici e poligrafici. Sull’inchiesta si tiene il massimo riserbo: non si sa dunque se anche su questi prepensionamenti si stanno concentrando le verifiche della Gdf. Abbiamo provato a contattare, tramite email, l’ufficio stampa di Rcs senza ricevere risposta.

Intanto, come riportato da La Verità, a dicembre la Procura di Roma ha ordinato il sequestro di circa 30 milioni di euro nei confronti di Gedi. Estranea ai fatti l’attuale proprietà – la Giano Holding della Exor – che nel 2020 ha acquisito il gruppo editoriale dalla famiglia De Benedetti. Le procedure interessate dagli approfondimenti dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Roma riguardano gli anni 2012, 2015 e 2016 e in totale circa 70 dipendenti, fra cui alcuni dirigenti di nove società del gruppo, per i quali sono stati ormai da tempo formalizzati i prepensionamenti. Di questa inchiesta si è saputo nel 2018, quando la Procura di Roma ha disposto l’acquisizione di documentazione relativa alle procedure. In quel momento erano indagati tre ex dirigenti apicali del gruppo. A quanto si apprende, nel 2018 c’era già stata una richiesta di sequestro formulata dai pm romani dopo l’acquisizione, respinta però dal gip che ha chiesto ulteriori approfondimenti. Tre anni dopo, il provvedimento della Procura è stato accolto.

Stando alle accuse iniziali, gli inquirenti sospettano che per far ottenere il riposo anticipato ad alcuni dirigenti che non avevano accesso al beneficio, siano stati utilizzati alcuni escamotage come il demansionamento a quadri o i trasferimenti. Da ciò la presunta truffa. Non solo. Come con Rcs, ci saranno verifiche anche ai sindacalisti (almeno quelli interni al gruppo) che avallarono la procedura.

Da capire, invece, la posizione dei dipendenti. Il fascicolo romano nasce da un’informativa dell’ispettorato del lavoro che evidenziava le anomalie nell’ottenimento dei benefici dei prepensionamenti. Informativa cui si sono aggiunte diverse segnalazioni anonime. I finanzieri hanno poi analizzato i bilanci e svolto gli ulteriori approfondimenti. Su una parte dell’inchiesta romana incombe la scure della prescrizione, che per le prime procedure sotto esame potrebbe essere già scattata, mentre ci sono ancora margini per quelle più recenti. Tra il 2011 e il 2015 sono stati concessi per decreto ministeriale al gruppo editoriale Gedi e alla Manzoni spa 187 prepensionamenti di poligrafici e 69 di giornalisti, mentre per altri 554 lavoratori sono stati attivati contratti di solidarietà.

Dopo le acquisizioni del 2018, il gruppo diramò una nota, affermando di “avere piena fiducia nella magistratura” e dicendosi “certa di dimostrare la assoluta regolarità delle pratiche di accesso alla cassa integrazione e al prepensionamento”.

Francia. Macron vs no vax: “Voglio romper loro i c…”

Macron ha voglia di “emmerder” fino alla fine i non vaccinati, per dirla chiaramente di rompere loro i coglioni, e lo ha fatto sapere ieri via Le Parisien. I toni per la prima volta così duri di Macron contro i no vax (circa 5 milioni in Francia) hanno mandato in tilt la giornata politica di Parigi, nel bel mezzo del dibattito in Assemblea sul pass vaccinal, sorta di super green pass che il governo spera di introdurre dal 15 gennaio, mentre il contagio vola, con oltre 300 mila positivi al giorno. Dibattito che era già nel caos, sospeso per le centinaia di emendamenti da discutere e agitato da minacce di morte contro alcuni deputati. Le opposizioni hanno attaccato Macron: le sue parole sono “indegne di un presidente”, “volgari”, “insultanti”. Alcuni hanno puntato il dito contro un’altra sua frase: “Un irresponsabile non è più un cittadino”. I modi impulsivi e irritanti di Macron sono noti, come quando paragonò i francesi “a dei Galli refrattari al cambiamento”. Ma, a tre mesi dalle Presidenziali, Macron non ha parlato d’impulso ma da candidato, che ancora ufficialmente non è, affilando gli artigli soprattutto contro l’estrema destra, opposta al pass.

Decesso per Az, lo Stato risarcirà

La pratica per il risarcimento previsto dalla legge 210 del 1992 agli eredi della docente Zelia Guzzo, deceduta a 37 anni a causa di una trombosi dopo il vaccino AstraZeneca, sarà ridefinita dalla commissione medico ospedaliera dell’ispettorato militare di Messina. In precedenza, la richiesta presentata dall’avvocato Valerio Messina, legale dei familiari di Guzzo, era stata bocciata due volte. La prima a ottobre, proprio dalla stessa commissione militare messinese perché “non esiste letteratura scientifica” che consenta di “esprimere pareri riguardo la correlazione di eventuali danni e la vaccinazione Covid-19”, e che “a tutt’oggi non risulta essere obbligatoria”. I familiari si sono rivolti al ministero, che però a dicembre aveva dichiarato “inammissibile” il ricorso. Adesso il dietrofront. Ieri con una pec è stata annullato il primo verbale, su proposta dall’Ispettorato generale della sanità militare al Ministero della Salute, e ci sarà un “ulteriore definizione” della pratica “non appena perverranno ulteriori disposizioni delle superiori autorità”.

Il nodo della vicenda, come ha spiegato ieri Il Fatto, riguarda il risarcimento che la legge 210 del ’92 prevede solo in caso di reazioni avverse in seguito a un vaccino obbligatorio: “Zelia era un’insegnante, per lei la vaccinazione era stata fortemente raccomandata, proprio perché eravamo agli inizi della somministrazione e si è fidata dello Stato – spiega l’avvocato Messina –, ma oltre la tragedia c’è stata anche la beffa, con lo Stato che ti abbandona e non ti riconosce l’indennizzo di un importo ridicolo, perché Zelia non tornerà più, ma ha lasciato un figlio di un anno e mezzo”.

Il calvario di Zelia Guzzo inizia l’1 marzo dopo la prima dose di AstraZeneca. Dopo alcuni giorni con “stanchezza e leggera febbre”, la situazione precipita il 12 marzo. Viene ricoverata a Gela “in uno stato di semi-incoscienza”, la tac mostra diverse trombosi e per questo è trasferita d’urgenza a Caltanissetta. Ma per lei non c’è più nulla da fare. Si spegne a 37 anni il 24 marzo.

In parallelo resta aperto il fascicolo contro ignoti per omicidio colposo alla Procura di Gela. I pm hanno chiesto l’archiviazione dopo che i consulenti avevano collegato il decesso della Guzzo alla “rara associazione tra la pratica vaccinale e la ricorrenza di fatali emorragie encefaliche associate a trombosi dei seni venosi”. La gip invece ha chiesto di valutare altri profili “diversi dai sanitari”, ordinando di acquisire la “documentazione fornita da Astrazeneca” e le “circolari emesse dal ministero della Salute” sulle vaccinazioni.