Benvenuti nell’era degli showrunner. Figure più o meno misteriose, i deus ex machina della fiction seriale moderna esercitano, in realtà, il ruolo più antico di tutti, perché tutti li contiene. Sorta di autore rinascimentale, non è (solo) chi scrive né (solo) chi raramente dirige, bensì colei o colui che crea un progetto in serie, spesso decretando la palingenesi di titoli destinati al culto, capaci talvolta di riformulare l’immaginario collettivo di mondi, personaggi, momenti storici. Ma anche di orientare su idee politiche, scatenando polemiche che inevitabilmente portano finzione e cronaca a contaminarsi. Si pensi a certe serie tv israeliane, di scrittura sopraffina ma dal pensiero polarizzato, incentrate su uno dei territori più turbolenti (e psicanaliticamente rilevanti) della Storia contemporanea. E il pubblico ha compreso subito la potenza di titoli come Fauda creata per Netflix da Avi Issacharoff e Lior Raz: anche star della serie, quest’ultimo ha messo in sceneggiatura ogni possibile verità ereditata dalla precedente carriera di agente delle forze speciali israeliane. In Fauda il conflitto israelo-palestinese è sapientemente osservato da entrambe le parti. Gli fa eco il collega ex psicologo, ex militare, ex ortodosso Hagai Levi capace di inventare uno psico-format esportato in tutto il mondo, inclusa l’Italia (In treatment) e di rifare il bergmaniamo Scene da un matrimonio bissandone il trionfo. A dimostrazione che lo showrunner può arrivare da ogni trincea narrativa prima di esplodere su piattaforme o tv on demand, luoghi-panacea dove le idee si traducono in culto e miliardi. In una recente intervista, il regista Stephen Frears ha ironizzato sulla ricchezza esorbitante che Peter Morgan, lo sceneggiatore del suo The Queen, ha accumulato ideando The Crown. Serie che, per inciso, non poco fastidio sta dando alla Royal Family. Del resto alzi la mano chi non ha visto la premiatissima serie Netflix su Elisabetta II la cui quinta stagione è attesa come il Messia. E l’evocazione mistica non è casuale: alcuni showrunner, termine anglofono che in italiano corrisponde estensivamente ad autore, sono spesso eletti a divinità incarnate.
A partire da David Lynch, venerato dalla cinefilia per ogni suo gesto, ma dal popolo televisivo soprattutto per Twin Peaks, seguito a ruota da J.J. Abrams passato alla gloria per Lost, e dai più giovani ma instant star come il sudcoreano Hwang Dong-hyuk creatore del fenomeno Squid Games, così come il geniale collega Charlie Brooker – tra le personalità più influenti in Regno Unito – ideatore del rivoluzionario Black Mirror. D’altra parte gli showrunner sono profumatamente pagati per superarsi in immaginazione, verso una tensione all’originalità senza sosta. Vuoi si tratti di trasformare un prof di chimica malato terminale in “cuoco” di metanfetamine, come ha fatto Vince Gilligan creando Breaking Bad , o di portare un boss mafioso dallo psicanalista, come ha prescritto David Chase con la saga dei Soprano. Potenti, superbi protettori del trend #NoSpoiler, invidiati dal resto dello showbiz, ma anche messi sulla graticola quando l’audience “non gradisce” svolte o finali di serie di culto. Così è accaduto alla coppia Benioff & Weiss per il finale del Trono di Spade sui cui “difetti” così si è giustificata: “È come nei tappeti persiani, tradizione vuole che si commetta un piccolo errore nel realizzare il tappeto, perché solo Dio può fare qualcosa di perfetto, quindi penso che quello sia stato il nostro piccolo errore”. La questione ora, di grande attualità e in corso d’opera, è se i potentissimi showrunner continueranno ad avere tali influenze, ingaggi e autonomia, o se lo show business si sta già attrezzando per arginarli. Del resto, cancellare il director’s cut è da sempre la vendetta preferita di Hollywood.