“I morti di oggi sembrano gli stessi della 1ª ondata”

Ieri il Covid-19 ha ucciso altre 231 persone, portando a 138.276 il totale delle vittime da inizio pandemia. Numeri ai quali, a ormai due anni di distanza dall’inizio dell’epidemia, rischiamo quasi di assuefarci. Invece testimoniano drammaticamente, nel pieno della quarta ondata, come i decessi siano ancora tanti. E a morire anche oggi sono in netta maggioranza i non vaccinati, anche nel pieno degli anni. Proprio come Giusy Barbato, la 37enne di Villaricca (Napoli) morta pochi giorni fa all’ospedale San Giovanni di Dio di Frattamaggiore. Prima di lei, nell’ultimo mese, erano già deceduti un 38enne di Forlì e un 39enne di Trento. Chi è in prima linea, negli ospedali, conferma. “L’80 per cento dei ricoverati nella nostra unità – dice Massimo Antonelli, direttore del reparto di Rianimazione e terapia intensiva del policlinico Gemelli di Roma – non sono vaccinati. Hanno un’età media tra i 45 e i 60 anni, ma ci sono anche 35enni. In loro osserviamo lo stesso quadro clinico che abbiamo visto durante la prima ondata, quando non c’era ancora lo scudo del vaccino, con polmoniti in forma molto severa e aggressiva, in condizioni a volte così gravi da richiedere anche la circolazione extracorporea. E a non farcela sono prevalentemente le persone più anziane o fragili, dove la grave polmonite da Covid si somma ad altre patologie”.

Per i non vaccinati costretti alle cure intensive l’età media è più bassa, rispetto a coloro che si sono protetti con il vaccino, praticamente ovunque. “Il paziente vaccinato che finisce nel nostro reparto è generalmente più anziano e con più patologie concomitanti, spesso ha completato il ciclo ma non ha fatto la terza dose – conferma Luigi De Simone, direttore dell’unità di Rianimazione e Terapia intensiva dell’azienda ospedaliera Santa Chiara di Pisa – Da noi la percentuale dei non vaccinati è del 90%. E quasi tutti arrivano qui quando le loro condizioni sono già estremamente gravi, perché prima cercano fino all’ultimo di curarsi a casa da soli. Sono più giovani e sovente con meno comorbilità rispetto ai pazienti delle precedenti ondate”.

Ma esattamente chi sono oggi le vittime? Una prima netta distinzione va fatta tra coloro che hanno scelto la strada della vaccinazione e i no vax. Sono questi ultimi a riempire, come abbiamo visto, le terapie intensive. Sono questi ultimi a morire di più, come confermano i dati dell’Istituto superiore di sanità. Nel mese compreso tra il 5 novembre e il 5 dicembre, i decessi sono stati 2.331, dei quali 2.211 tra gli over 60, 120 nelle fasce più giovani.

L’età avanzata, quindi, continua a essere una forte discriminante. Per capire però come impatta la vaccinazione è bene non riferirsi ai valori assoluti ma all’incidenza in rapporto alla popolazione. “Dobbiamo depurare i numeri dall’effetto paradosso in base al quale, dato che è molto più ampia la platea dei vaccinati, registriamo dati apparentemente più alti tra questi ultimi”, spiega Paolo D’Ancona, epidemiologo dell’Iss. Ecco allora che vediamo come i decessi tra i non vaccinati siano 28,3 per 100 mila abitanti, contro i 3,3 dei vaccinati con ciclo completo da più di 120 giorni o gli 1,5 di coloro che hanno fatto anche la terza dose, il booster.

Tra quelli che non hanno alcuna protezione muoiono anche i più giovani: 2,8 sempre per 100 mila abitanti tra i 40 e i 59 anni. Anche in questo caso i numeri si riducono sensibilmente tra i vaccinati, dove siamo a poco più dello zero. Le cose non cambiano se andiamo a vedere l’andamento nelle terapie intensive. Tra quelli che non hanno fatto il vaccino i ricoverati sono 19,6 (sempre per 100 mila abitanti).

Tra i vaccinati che hanno ricevuto anche la dose booster ci si ferma a 1, per salire al massimo a 1,4 tra coloro che hanno completato il ciclo (senza booster) da oltre quattro mesi.

Ed è in questo caso che si nota come siano tante, tra i non protetti, le persone più giovani costrette alle cure intensive. Sono 12,9 tra i 40 e i 59 anni, per poi aumentare a 48,6 tra i 60 e i 79.

Nessuna apertura sullo smart working

Che il ministro Renato Brunetta avrebbe avuto la meglio nella sua crociata contro i “fannulloni” della Pubblica amministrazione era già evidente 48 ore fa, al termine dell’incontro a Palazzo Chigi con il premier Mario Draghi. Lì il ministro della Funzione pubblica ha ribadito il suo no al ritorno dello smart working negli uffici pubblici nonostante il record dei contagi. Così, ieri, durante la cabina di regia che ha anticipato il Consiglio dei ministri, la proposta del governo è stata quella di incentivare il lavoro agile tanto nel pubblico quanto nel privato, ma seguendo le regole vigenti. Quindi lo smart working non diventerà in questa fase pandemica la struttura ordinaria dell’organizzazione del lavoro, con buona pace di virologi, sindacati e forze politiche, in prima linea il leader M5S, Giuseppe Conte, che da giorni invece chiedono di incentivarne il ricorso, come già accade in Francia, Germania e Portogallo.

Ma, allora, come si incentiva il ricorso al lavoro agile per frenare la corsa della variante Omicron? La grande apertura che Brunetta ha messo sul tavolo, e che si è concretizzata in una circolare firmata ieri sera anche dal ministro del Lavoro Andrea Orlando, è che il governo sensibilizza le amministrazioni pubbliche a usare pienamente gli strumenti di flessibilità che le discipline di settore già consentono sul ricorso allo smart working. Insomma, l’importante è che il lavoro in presenza resti quello prevalente. E, attualmente, nella Pa è possibile decidere la rotazione del personale consentendo il lavoro agile fino al 49% sulla base di una programmazione mensile. In altre parole, su 20 giorni lavorativi, i dipendenti pubblici possono stare in smart working 9 giorni al mese, ma questo solo se i singoli dipartimenti abbiano già elevato al massimo questa possibilità. Ma in media sono circa 6 i giorni al mese in cui lavoratori della Pa possono richiedere il lavoro agile.

“Lo smart working di massa non è più giustificato”, resta il diktat di Brunetta, secondo il quale “ci sono tutti gli strumenti, comprensivi di diritti e di tutele per i lavoratori e per gli utenti dei servizi pubblici, che garantiscono ampia flessibilità organizzativa”. In sequenza cronologica, Brunetta ha prima ribadito il suo no ai sindacati con una nota del ministero. Poi, all’interno delle otto domande e risposte pubblicate sul sito del Dipartimento della Funzione pubblica, ha spiegato che la regolamentazione del lavoro agile è stata ottenuta con un patto sottoscritto dai sindacati. Che, però, non hanno granché osteggiato il protocollo che ha riportato in sede milioni di “fannulloni”, mentre nel frattempo hanno ottenuto la pre-intesa sul rinnovo contrattuale del comparto delle Funzioni centrali. In una di queste domande-risposte, il ministro si è rivolto direttamente a “quei sindacati e quelle forze politiche che ora invocano lo smart working generalizzato nella Pa” per ribadire che fino a quando ci sarà lui a capo del ministero “il lavoro agile di massa non sarà più giustificato”.

Una questione che non riguarda il settore privato dove il lavoro agile viene già utilizzato dalla maggior parte delle aziende (da Poste a UniCredit, da Vodafone a Enel) tramite accordi individuali. Così sui luoghi di lavoro si evitano contagi e quarantene, contribuendo a ridurre gli assembramenti sui mezzi di trasporto. Ma Brunetta non vuole proprio saperne.

Covid, turismo in ginocchio Draghi rinvia i nuovi ristori

Non è ancora stata pagata l’ultima tranche di sostegni, quella prevista per il 2021 con il decreto estivo del governo Draghi, ma buona parte delle imprese turistiche italiane – e ancora di più quelle del settore intrattenimento – stanno già chiedendo disperatamente nuovi aiuti per far fronte alle perdite dovute alle chiusure natalizie. L’altro ieri il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte aveva posto l’introduzione di nuovi ristori, insieme alla proroga della cassa integrazione Covid, in cima alle priorità. Ieri si sono unite anche la Lega, che però ha chiesto un intervento riservato a chi ha perso il lavoro, e Italia Viva. Il governo però non sembra avere fretta e ha rimandato la decisione al prossimo decreto, impegnandosi a un provvedimento tra 10 giorni. Per ora solo nuove restrizioni, insomma.

La partita degli indennizzi alle attività produttive colpite dalla pandemia assurge spesso a metro di giudizio per il confronto tra il governo Conte 2 e l’esecutivo retto da Mario Draghi. Quando l’ex presidente della Bce si è insediato a Palazzo Chigi, la promessa implicita era di rivoluzionare i criteri per la distribuzione e rendere tempestive le erogazioni. Ristoranti, pizzerie, pub e discoteche hanno pagato per tutta la primavera 2021 lo scotto del coprifuoco che per diversi mesi è stato fissato alle 22. La prima mossa di Draghi per stabilire la discontinuità si è limitata però alla forma: non più “Ristori”, nome troppo riconducibile al governo uscente, chiamateli “Sostegni”. Il primo decreto è arrivato a marzo, il “bis” a maggio e, come da prassi, è stato convertito in legge due mesi dopo, a luglio. Lo sprint però non si è visto. Tra decreti attuativi e atti dell’Agenzia delle Entrate, siamo arrivati a questi giorni. I termini per presentare le istanze sono scaduti a dicembre.

Qualche esempio: per il contributo a fondo perduto perequativo, destinato alle imprese che nel 2019 avevano un fatturato inferiore a 10 milioni e nel 2020 hanno avuto un calo pari almeno al 30%, l’apertura dei termini è stata il 29 novembre e la scadenza il 28 dicembre. Tempistiche simili per il contributo a favore delle attività economiche chiuse: per ottenerlo bisogna essere stati forzatamente fermi – per le restrizioni anti-Covid – per almeno 100 giorni tra il 1º gennaio e il 25 luglio. Per questo, il decreto del ministero dello Sviluppo economico è arrivato il 9 settembre, mentre il 29 novembre l’Agenzia delle Entrate ha emanato il provvedimento che ha indicato la finestra per le domande di accesso al fondo dal 2 al 21 dicembre. Le aspettative erano di accrediti fino a 25 mila euro; alle discoteche e sale da ballo sarà riconosciuto un bonus di 8.661 euro, mentre alle altre attività chiuse tra i 3 e i 12 mila euro. Quanto ai 60 milioni per il settore matrimoni, intrattenimento e ho.re.ca. (hotel, ristoranti e catering), pur previsto sempre dal Sostegni Bis, ha visto solo l’altro ieri l’arrivo del decreto ministeriale. Tutt’altro che flash sono stati anche gli sgravi per professionisti e partite Iva: l’anno bianco dei contributi, inserito a dicembre 2020 nella legge di bilancio 2021, ha visto la luce a fine luglio, con scadenza inizialmente prevista dopo due giorni e poi prorogata a fine settembre.

Con la coda ancora da smaltire, le imprese del turismo chiedono di essere “nuovamente” indennizzate per le chiusure natalizie. L’arrivo della variante Omicron ha disincentivato i viaggi e causato molte disdette delle prenotazioni, si parla di 8 milioni in tre settimane. Le discoteche, invece, sono state direttamente colpite dal provvedimento last minute che ha obbligato la fermata fino al 31 gennaio. “Una situazione drammatica – ha detto Maurizio Pasca, presidente del sindacato di categoria Silb-Fipe – che nonostante le rassicurazioni avute poche settimane fa vede i locali da ballo e le discoteche chiusi per decreto proprio in uno dei periodi dell’anno maggiormente importanti”. Lo stop di Capodanno, dicono, ha polverizzato 200 milioni, perciò chiedono nuovi sostegni “congrui e immediati”. “Non possiamo più accontentarci delle briciole come purtroppo nel recente passato, con decreti che promettevano ristori di 25 mila euro a impresa e bonifici reali pari a un terzo”.

Roma, un imputato guida commissione per i fondi del Pnrr

L’auspicio di Roberto Gualtieri è andato a buon fine. Come desiderato dal sindaco di Roma, la commissione speciale in Assemblea capitolina per la gestione dei fondi del Pnrr sarà presieduta da Giovanni Caudo, capogruppo della lista civica Roma Futura. L’ex assessore all’Urbanistica ai tempi di Marino ha però ancora problemi con la giustizia da risolvere. È in corso, infatti, l’udienza preliminare che lo vede imputato per traffico d’influenze illecite e abuso d’ufficio nell’ambito di un’indagine per fatti risalenti al 2015. Con lui, anche il costruttore ed ex editore del quotidiano Il Tempo, Domenico Bonifaci, accusato di corruzione. Secondo i pm, Caudo avrebbe cercato di “agevolare la pratica edilizia” riguardante le Torri dell’Eur “sfruttando le relazioni esistenti con pubblici ufficiali”. Più volte negli ultimi anni l’ex assessore ha ribadito la sua estraneità ai fatti, lamentandosi dei tempi dilatati dell’indagine per presunti reati che ora, comunque andrà l’udienza preliminare, procedono verso la prescrizione.

La trattativa Stato-Mediaset per salvare il neopregiudicato

2013, 1° agosto. Alle 20.15, dopo due giorni di udienza e 7 ore di camera di consiglio, la Corte di Cassazione condanna definitivamente Berlusconi per frode fiscale sui diritti Mediaset a 4 anni di reclusione (di cui 3 coperti da indulto). E, quanto alla pena accessoria di 5 anni di interdizione dai pubblici uffici, dispone il rinvio alla Corte d’appello di Milano per rideterminarla alla luce della legge penale tributaria del 2000 (che prevede un massimo di 3 anni e non i 5 fissi statuiti dal Codice penale per tutti i reati puniti oltre i 3 anni di reclusione). Ma la pena detentiva è irrevocabile fin da subito, dunque il Cavaliere eviterà il carcere grazie all’indulto e alla legge ex Cirielli, che prevede gli arresti domiciliari per gli over 70 (senza però escludere il carcere in toto) o, se ne fanno richiesta, i servizi sociali. Da questo preciso istante, il neopregiudicato scatena la guerra termonucleare. Invia a tutte le tv un videomessaggio di 9 minuti contro i “magistrati non eletti dal popolo” divenuti “variabile incontrollabile e incontrollata” che “dal 1992 condizionano la vita politica” e hanno “messo fuori gioco” prima “i cinque partiti” di governo della Prima Repubblica e ora lui, ultimo baluardo contro “la minaccia del comunismo” con “oltre 50 processi che non hanno alcun fondamento nella realtà: un vero e proprio accanimento giudiziario che non ha eguali nel mondo civile”. I suoi legali annunciano il ricorso alle Corti europee, i suoi giannizzeri (ministri compresi) strillano al “colpo di Stato”, all’“eversione”, al “terrorismo giudiziario”, reclamano un intervento di Napolitano per garantire “agibilità politica” al frodatore e lanciano oscuri ricatti al governo Letta. Napolitano, anziché difendere la Cassazione e zittire l’eversore, dirama una lunare noterella dalla Val Fiscalina per elogiare “il clima più rispettoso e disteso che in altri procedimenti in cui era coinvolto l’on. Berlusconi”, e auspicare la riforma della giustizia.

2 agosto. I carabinieri consegnano a Berlusconi l’ordine di esecuzione della sentenza, cioè il mandato di arresto sospeso fino al termine della pausa feriale. Poi a Palazzo Grazioli arrivano gli agenti della Questura che gli notificano l’annullamento, la revoca del passaporto e il divieto di espatrio. Il premier Letta lo chiama subito per esprimergli “umana comprensione e vicinanza” ed esortarlo a restare fedele al governo. Il Cavaliere riunisce parlamentari e ministri del Pdl per pianificare il percorso di guerra: o Napolitano gli concede la grazia, o i suoi si dimetteranno in massa dal governo e dal Parlamento per costringerlo a sciogliere le Camere e a indire le elezioni il 27 ottobre, nella speranza che il Senato non l’abbia ancora dichiarato decaduto e ineleggibile (altrimenti è pronta a subentrargli la figlia Marina). Dal Colle filtra una breve e incredibile nota: “C’è la legge per stabilire quali sono i soggetti titolati a presentare la domanda di grazia”. Quindi il tema è all’ordine del giorno, anche se la giurisprudenza costituzionale prevede la grazia solo a notevole distanza dalla sentenza, quando il condannato ha scontato gran parte della pena e solo per ragioni “umanitarie” (senza contare che il candidato alla clemenza ha altri cinque processi e tre indagini in corso).

3 agosto. La stampa berlusconiana parte all’assalto al presidente della Cassazione Antonio Esposito a colpi di calunnie e fake news sul suo passato, con l’aggiunta di allusioni e minacce ricattatorie al Colle. Sandro Bondi evoca una “guerra civile”. Fabrizio Cicchitto ricorda a Napolitano che FI è entrata nel governo Letta con la promessa di una “pacificazione” che la Consulta e la Cassazione avrebbero disatteso.

4 agosto. Da un palco abusivo, non autorizzato dal Comune, Berlusconi arringa alcune migliaia di fan autotrasportati e spesati dal partito davanti a Palazzo Grazioli: insulta i giudici, grida al “regime”, giura di “combattere per la libertà” e annuncia che per ora il governo resta in piedi. Letta jr. ringrazia, Napolitano esprime “sollievo e apprezzamento”.

5 agosto. Napolitano rientra dalle ferie e riceve subito al Quirinale i capigruppo di FI Brunetta e Schifani (ancora indagato per mafia a Palermo), che gli chiedono di graziare Berlusconi. Il Quirinale parla di “incontro cordiale, affettuoso e costruttivo” e promette: “Il capo dello Stato esaminerà tutti gli aspetti delle questioni prospettate”. Beppe Grillo chiede le dimissioni di Napolitano e le elezioni anticipate.

8 agosto. I 5Stelle chiedono di avviare subito le procedure per la decadenza di Berlusconi alla Giunta per le immunità, ma Pd, Pdl e centristi rinviano tutto al 9 settembre. Il vicepresidente Udc del Csm, Michele Vietti, richiama i consiglieri dalle ferie per aprire una pratica immediata di trasferimento del giudice Esposito per incompatibilità ambientale, a causa di un’intervista manipolata dal Mattino.

13 agosto. Altro incredibile monito di Napolitano: “È comprensibile che emergano turbamento e preoccupazione per la condanna a una pena detentiva di personalità che ha guidato il governo… e che è per di più rimasto leader incontrastato di una formazione politica di innegabile importanza” (dunque è un cittadino più uguale degli altri). Ma “non è accettabile che vengano ventilate forme di ritorsione ai danni del funzionamento delle istituzioni democratiche”. Quanto alla grazia, è “essenziale la presentazione di una domanda” e che “si possa procedere in un clima di comune consapevolezza degli imperativi della giustizia e delle esigenze complessive del Paese”. Quindi Berlusconi o chi per lui chieda la grazia e se ne potrà parlare, ma intanto sostenga il governo Letta.

21 agosto. Napolitano riceve Gianni Letta: non si sa a quale titolo, visto che non ricopre cariche elettive né pubbliche né partitiche. Inizia la trattativa Stato-Mediaset.

22 agosto. Alfano, al Meeting di Rimini, paragona Silvio a Gesù in croce e chiede al Pd di votare contro la decadenza.

24 agosto. Gran Consiglio del Pdl ad Arcore: vincono i falchi Verdini e Santanchè, che annuncia l’uscita del Pdl dalla maggioranza. Ma è solo un penultimatum ricattatorio.

26 agosto. Luciano Violante, sul Corriere, suggerisce alla Giunta del Senato di non votare la decadenza di Berlusconi, ma di sollevare un’eccezione alla Consulta per far dichiarare incostituzionale la legge Severino là dove prevede la sua applicazione ai condannati per reati commessi prima che venisse approvata. Parte così un’assurda polemica contro la presunta “retroattività” della legge, che invece fu votata apposta nel dicembre 2012 per impedire ai condannati (ovviamente per reati precedenti) di candidarsi alle elezioni del febbraio 2013. Dopo Violante, lanciano salvagenti a Berlusconi tutti i politici e i giuristi più vicini a Napolitano. Oltre, naturalmente, a quelli di centrodestra. L’Operazione Salva-Silvio è cominciata.

(28 – continua)

“Draghi qua, Draghi là… Si decidano. E che sia una figura specchiata”

Carlo Verdone quest’intervista non voleva nemmeno farla: “Non ho le idee chiare, non mi chieda di fare nomi”. Ma dopo pochi secondi parte come un treno: “Covid a parte, si parla solo di Quirinale. Draghi qua, Draghi là, che farà Draghi, che non farà Draghi”. Intanto fuori il mondo va avanti. “È la frenesia dei giochi di potere, un aspetto della politica che non sopporto. La situazione è davvero delicata. Ci vuole una persona autorevole, preparata, che sia stimata in Europa e nel mondo”.

Draghi, appunto. O no?

Draghi è apprezzato a livello internazionale, è inutile negarlo. È un uomo che ha studiato e ha fatto un percorso importante. Ha aiutato l’Italia anche da presidente della Bce. Il Colle sarebbe un approdo naturale per lui, penso gli farebbe piacere. Ma poi chi va al suo posto alla presidenza del Consiglio?

Non è ora di una donna al Quirinale?

Abbiamo nomi femminili molto autorevoli. Senza doverne fare necessariamente una questione di genere o di principio, però ci sono donne molto in gamba, mi vengono in mente Paola Severino e Marta Cartabia. L’importante, uomo o donna, è che sia un buon esempio, una persona specchiata, onesta. Non divisiva. E che non abbia avuto macchie o guai nel suo passato.

…Lei non vuole fare nomi, ma mi pare proprio che ora stia descrivendo la candidatura di…

(Ride) Fermo lì, non dica altro.

Obbedisco. Chi è il presidente che le è rimasto di più nel cuore?

Carlo Azeglio Ciampi. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, una persona di straordinaria cultura, ma anche semplice nella sua autorevolezza. Un toscano simpatico, semplice e alla mano. Aveva letto un libro di mio padre, amava l’arte, abbiamo parlato di Futurismo e dei Macchiaioli. È stato lui a nominarmi commendatore.

Ora è grande ufficiale.

Chi ci avrebbe mai pensato. Ma aspetti: mi faccia aggiungere anche Sergio Mattarella. Sembrava un uomo timido, ma alla fine, zitto zitto, buono buono, si è imposto bene. Ha fatto fare bella figura all’Italia, lo stimo.

Questo Parlamento sembra una guerra tra bande. È fiducioso che riesca a darci un buon presidente?

Sarà complicato. Ci sono troppe tensioni trasversali. I 5Stelle divisi su Conte, Giorgetti contro Salvini, il Pd che litiga con D’Alema. Penso che sarà un’elezione lunga, non semplice.

Nella serie Vita da Carlo la vogliono sindaco di Roma. Non è che va a finire che al Colle ci mandano lei?

(Ride) Potrebbe essere una buona idea per la seconda stagione, se la faremo. Per carità, la politica meglio guardarla da lontano. L’Italia pare sempre sotto riunione condominiale. Per quello la gente si allontana dalle urne, non ne può più.

Più difficile fare il sindaco di Roma o il presidente?

Roma è un trappolone, è difficilissima. Ma fare il capo dello Stato è più delicato.

B. s’affida all’amico Occhiuto: Calabria pronta a delegarlo

L’ipotesi è azzardata, ma dice molto della cocciutaggine del protagonista. Se all’inizio della prossima settimana Silvio Berlusconi sarà sicuro di avere i numeri per diventare presidente della Repubblica, allora potrebbe farsi votare come grande elettore da una delle Regioni in cui Forza Italia è più forte. E tra chi si deve tenere pronto c’è Roberto Occhiuto, berlusconiano di stretta osservanza da poco in carica come presidente della Calabria: quando Silvio lo ha chiamato per gli auguri di Natale, Occhiuto ha capito che il leader potrebbe chiedergli di farsi da parte e cedergli il posto da grande elettore che per prassi spetta ai governatori.

Ieri la Calabria ha fissato per il 13 gennaio la seduta del Consiglio regionale per scegliere i tre delegati da mandare a Roma per il voto sul Colle, come da Costituzione. Se le cose si mettessero bene per Berlusconi, non si fa fatica a capire perché Occhiuto asseconderà i desideri del capo, dato che a lui deve gran parte della carriera politica: eletto tre volte in Parlamento, FI lo ha riaccolto dopo la parentesi nell’Udc, rilanciandone le ambizioni fino all’incarico di capogruppo e poi alla vittoria in Calabria, nonostante la Lega spingesse per un proprio candidato.

Da Catanzaro, il centrodestra fa sapere che l’ipotesi di votare Silvio non è stata mai discussa, segno che il progetto rimarrà coperto fino all’ultimo, qui come in Lombardia dove l’opzione viene definita ancora “plausibile” anche per risolvere un caso diplomatico tra alleati: oltre al governatore leghista Attilio Fontana, i consiglieri dovrebbero mandare a Roma il presidente dell’Assemblea Alessandro Fermi, eletto con FI ma appena passato alla Lega, che però così lascerebbe a bocca asciutta i forzisti.

Berlusconi andrà fino in fondo solo se avrà chiare garanzie dagli alleati sulla corsa al Quirinale, non avendo alcuna intenzione di esporsi come grande elettore per poi subire l’umiliazione di veder eleggere qualche altre candidato. La volontà dell’ex Cavaliere si intreccia allora col responso del pallottoliere e con gli umori di Lega e Fratelli d’Italia, sempre più in imbarazzo nel non sapere come imporre a Berlusconi un passo indietro senza però rompere quell’unità del centrodestra da mantenere intatta per ogni eventuale piano B. Matteo Salvini la scorsa settimana ha sentito Giuseppe Conte e presto parlerà con Enrico Letta, prima del vertice con Berlusconi e Giorgia Meloni in programma a Villa Grande: il leghista conta di arrivare al summit riferendo il veto categorico dei giallorosa su Silvio, in modo da fargli capire che è inutile perseverare sulla strada della candidatura.

L’ex Cav. però ha intuito la trappola. Non a caso ieri il Corriere della Sera ha rivelato la volontà di Berlusconi di sentire il prima possibile Enrico Letta, anticipando così l’alleato leghista e approfittando del migliore tra i mediatori, ovvero quel Gianni Letta braccio destro di B. e zio del segretario del Partito democratico.

B. ha chiesto a Letta sr. di intercedere, preparando un incontro in cui Berlusconi potrà ricordare a Enrico i tempi delle larghe intese del 2013 (quando Forza Italia sostenne il leader dem come presidente del Consiglio) ed elogiare le magnifiche sorti e progressive della maggioranza Ursula, di cui – neanche a dirlo – Silvio diventerebbe il garante.

Dopodiché, nei sogni dell’ex Cavaliere, potrà pure farsi spedire in Parlamento per controllare da vicino i suoi e convincere gli ultimi indecisi, in una campagna martellante ammessa ieri dallo stesso Antonio Tajani su Repubblica: “C’è un folto gruppo di parlamentari nel Misto che sarà decisivo. Sono in contatto con i nostri dirigenti, dalla quarta votazione possiamo farcela”. Magari passando anche per un aiuto dalla Calabria.

“Mattarella non va disturbato. La destra lasci perdere Silvio”

Il M5S somiglia a una macchina senza guidatore. Eppure la vicepresidente vicaria dei 5Stelle, Paola Taverna, giura che non è così: “È un’impressione dall’esterno: semplicemente è in corso un confronto interno, come è sempre avvenuto nel M5S”.

Per citarla, voi 5Stelle sembrate “in autogestione”…

Era solo una battuta, a voler ricordare che la voce del gruppo parlamentare è la capogruppo. Ripeto: c’è solo un dibattito interno, che in vista del voto per il Quirinale si è fatto più vivace.

Il Senato era considerato un fortino di Conte, e invece molti eletti sono andati per proprio conto, invocando un Mattarella bis.

Il Senato è totalmente in linea con il nuovo percorso del Movimento. Alcuni senatori hanno espresso un auspicio, considerato anche che tutto il M5S stima il presidente della Repubblica. Ma le speranze di questi colleghi si scontrano con l’indisponibilità del presidente Mattarella: di fatto sono considerazioni che a oggi non hanno una prospettiva concreta. Soprattutto, va precisato che istituzionalmente sono parole non opportune, perché sembrano voler tirare per la giacchetta Mattarella.

Avete cambiato mille posizioni: dall’apertura di Conte a Draghi al ritorno sull’elezione di una donna, fino a Mattarella. Così perderete peso ai tavoli per il Colle, no?

Non sono posizioni alternative tra loro, ma solo vari scenari possibili. Ed è bene che all’interno di un Movimento vivo se ne parli in modo aperto e trasparente.

Si va verso l’elezione di Draghi, ma solo con un accordo anche su un nuovo governo: concorda?

Con una pandemia così pesante, la stabilità del governo è ciò che unisce tutti i partiti. Per ora è aperto il confronto su un nome ampiamente condiviso: discutere di un eventuale, nuovo governo è prematuro. Abbiamo una certezza: esiste un esecutivo che affronta la pandemia e che deve occuparsi del Pnrr e della salute degli italiani.

Con Draghi al Colle, meglio un premier tecnico o politico? Potrebbe essere in corsa anche Luigi Di Maio…

Luigi ha tutta la mia stima e sta dimostrando di essere un ottimo ministro. Ma parlare di un tema simile ora è un volo pindarico.

Come sceglierete il nome per il Colle? Conte aveva ventilato un voto degli iscritti.

È un percorso, la prossima settimana avremo un’assemblea congiunta sul tema. Procediamo per passi successivi.

Il Pd è preoccupato dai vostri problemi. E un candidato magari vorrebbe sceglierlo assieme a voi e LeU, no?

C’è un confronto con Pd e LeU per trovare un nome condiviso, ma la condivisione deve essere la più ampia possibile, coinvolgendo il centrodestra.

Il centrodestra è attestato su Silvio Berlusconi.

Irricevibile. Noi abbiamo più volte proposto un confronto su altri nomi, ora sta a loro.

Il governo pare non tenere più, non crede?

Il Paese ha bisogno di una guida stabile e consapevole. Questo è il terzo governo di questa legislatura, e so quanto è stata dura. Confido nella responsabilità collettiva.

Avete fatto muro all’obbligo vaccinale per tutti i lavoratori. È la conferma che nel M5S resiste un’anima no-vax?

Assolutamente no. Siamo ovviamente preoccupati e il nostro obiettivo è recuperare quelle misure che hanno consentito di contenere la pandemia, a partire dallo smart working. E vanno ripristinati i ristori. Chiediamo più informazioni per arrivare a soluzioni proporzionate e adeguate, tenuto conto che bisogna evitare che gli ospedali e specialmente le terapie intensive si intasino.

Presenterete una mozione parlamentare con dieci proposte?

Gli strumenti sono ancora da decidere, ma siamo convinti che gli italiani debbano essere maggiormente informati. Siamo al quarto decreto in meno di un mese e mezzo.

Serie A: in origine fu l’arbitro, poi venne il Var. Ora tocca alle Asl

Una volta era decisivo l’arbitro, più o meno cornuto, poi il Var, ora tocca alle Asl. Il campionato di calcio lo fanno le aziende sanitarie.

Il Covid imperversa, il pallottoliere degli atleti contagiati è impazzito, l’ultimo numero ufficioso è di 77 calciatori positivi nelle 20 società di serie A. Malgrado questo, oggi è in programma la prima giornata del girone di ritorno. Nel delirio globale, il calendario è immutabile: la Serie A le partite non le rinvia in nessun caso, non c’è il tempo per recuperarle da qui a fine stagione. Per evitare la paralisi, si fa finta che il Covid non esista.

Qui entrano in gioco i sanitari: dove non arriva il governo del calcio, intervengono loro. Al momento sono quattro le partite di fatto cancellate dalle Asl: Atalanta-Torino, Salernitana-Venezia, Fiorentina-Udinese e Bologna-Inter. Ma pure Juventus-Napoli è a forte rischio. Cosa ne sarà di questi incontri – recuperi in extremis, sconfitte a tavolino, ricorsi in tribunale – non è dato saperlo: la Serie A non contempla rinvii, come detto, ma allo stesso tempo le squadre bloccate dai medici non possono giocare. Sono due livelli decisionali – il calcio e la sanità locale – che non comunicano tra di loro. Con situazioni grottesche come questa: il Napoli ha convocato tre giocatori – Zielinski, Lobotka e Rrhamani – perché i tamponi sono negativi, ma poi la Asl li ha fermati lo stesso perché avevano avuto contatti stretti con i compagni contagiati. Convocati, ma in quarantena. La stessa Asl intanto chiede ai calciatori “di attenersi scrupolosamente al massimo rispetto delle norme di contenimento e riduzione del rischio”. Per gente che di lavoro fa uno sport di contatto, la prescrizione fa un po’ ridere. Giocheranno con la mascherina o eviteranno i contrasti?

“Con dosi da fare ogni 3-4 mesi, renderli obbligatori è assurdo”

Il governo ha definito la nuova strategia contro il Covid, mentre nei prossimi giorni si attende l’ennesimo possibile record di contagi, verso quota 200mila anche nel nostro Paese. Abbiamo chiesto ad Antonio Cassone, membro dell’American Academy of Microbiology, già direttore della sezione Malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, cosa ci aspetterà nelle prossime settimane e se quanto messo in campo dal governo sarà sufficiente a contenere l’ondata.

Il governo ha deciso per l’obbligo vaccinale per gli over 50.

Credo che sia assurdo proporre un obbligo quando ci si avvia ad avere il 90% dei vaccinati. Ricordo che l’obbligo comunque prevederebbe un’approvazione formale dei vaccini e non l’autorizzazione emergenziale, e dovrebbe essere accompagnato da una specifica legge risarcitoria per chi, nell’interesse della collettività, viene danneggiato dal vaccino. E poi, con un vaccino che non blocca efficacemente il contagio? Nella situazione in cui siamo temo possa essere facilmente evitato dai No Vax duri e puri per via giudiziale.

In Germania, il ministro della Giustizia ha affermato: “Se il vaccino serve a proteggere solo per 2-3 mesi, non ha senso renderlo obbligatorio”.

Quando si arriva a proporre una vaccinazione ogni 4 mesi, peraltro senza adeguata sperimentazione, vuol dire di fatto ammettere che questo vaccino non funziona, ne servono altri.

Alcuni scienziati come Alessandro Vespignani ieri su LaStampa chiedono al governo di comunicare “in modo trasparente quali valutazioni e numeri guidano le decisioni correnti e quali piani B siano previsti nel caso di un deterioramento oltre le aspettative”. Cosa ne pensa?

Diciamo che se il governo una strategia ce l’ha, non la comunica in maniera comprensibile. Di piani B non ho mai sentito parlare. Si dice solo “vaccinatevi”: giusto, ma è chiaro che questi vaccini non proteggono efficacemente dall’infezione. Con una variante quale Omicron, è evidente che quale che sia la protezione contro la malattia, il rischio che il sistema sanitario vada in crisi resta altissimo.

Il crollo dell’efficacia nella protezione dei vaccini dal contagio della malattia era previsto, i dati di Israele lo chiarivano già mesi fa. Il ritardo sulla nostra campagna per le terze dosi per i fragili e gli anziani quanto può aver influito sulla situazione attuale?

Non parlerei di ritardo, meno che mai colpevole. La terza dose non è stata sperimentata e fondate ragioni immunologiche, come la lunga protezione da persistente immunità cellulo-mediata, hanno giustificato un certo temporeggiare. Nel frattempo è arrivata Omicron, e il virus è tornato a correre in avanti.

Anche in queste misure del governo, basta pensare alla scuola, si continua a distinguere la popolazione tra vaccinati e non.

I No Vax vanno convinti, non criminalizzati. Una parte è stata spronata grazie al Green pass, ma neanche fra gli eroici scandinavi si raggiunge il 100% dei vaccinati.

In Israele, dopo una settimana di prova su 150 soggetti, “la quarta dose è considerata sicura” e “aumenta di 5 volte gli anticorpi”. Anche da noi si inizia a parlare di quarta dose…

Se gli anticorpi aumentano di 5 volte e decadono velocemente, in due-tre mesi siamo come prima. Forse peggio. Chiaramente non ci siamo.

In questa situazione, che cosa si augura?

Che arrivi presto un vaccino che induca immunità mucosale, con una forte risposta IgA secretoria (per bloccare la catena dei contagi, ndr) e, nel frattempo, che l’antivirale Paxcovid funzioni, almeno ambulatorialmente. Tutto il resto sono cose che ahimè non risolvono.

Omicron può essere la fine della pandemia?

No, l’estrema facilità di contagio e il minor tempo (3 giorni) che Omicron ci mette per farci ammalare, sia pure meno gravemente, può davvero mettere in crisi i sistemi di assistenza sanitaria e comunque portare a lunghe ospedalizzazioni e, per le persone con minore resistenza all’infezione, anche alla morte.