Ieri il Covid-19 ha ucciso altre 231 persone, portando a 138.276 il totale delle vittime da inizio pandemia. Numeri ai quali, a ormai due anni di distanza dall’inizio dell’epidemia, rischiamo quasi di assuefarci. Invece testimoniano drammaticamente, nel pieno della quarta ondata, come i decessi siano ancora tanti. E a morire anche oggi sono in netta maggioranza i non vaccinati, anche nel pieno degli anni. Proprio come Giusy Barbato, la 37enne di Villaricca (Napoli) morta pochi giorni fa all’ospedale San Giovanni di Dio di Frattamaggiore. Prima di lei, nell’ultimo mese, erano già deceduti un 38enne di Forlì e un 39enne di Trento. Chi è in prima linea, negli ospedali, conferma. “L’80 per cento dei ricoverati nella nostra unità – dice Massimo Antonelli, direttore del reparto di Rianimazione e terapia intensiva del policlinico Gemelli di Roma – non sono vaccinati. Hanno un’età media tra i 45 e i 60 anni, ma ci sono anche 35enni. In loro osserviamo lo stesso quadro clinico che abbiamo visto durante la prima ondata, quando non c’era ancora lo scudo del vaccino, con polmoniti in forma molto severa e aggressiva, in condizioni a volte così gravi da richiedere anche la circolazione extracorporea. E a non farcela sono prevalentemente le persone più anziane o fragili, dove la grave polmonite da Covid si somma ad altre patologie”.
Per i non vaccinati costretti alle cure intensive l’età media è più bassa, rispetto a coloro che si sono protetti con il vaccino, praticamente ovunque. “Il paziente vaccinato che finisce nel nostro reparto è generalmente più anziano e con più patologie concomitanti, spesso ha completato il ciclo ma non ha fatto la terza dose – conferma Luigi De Simone, direttore dell’unità di Rianimazione e Terapia intensiva dell’azienda ospedaliera Santa Chiara di Pisa – Da noi la percentuale dei non vaccinati è del 90%. E quasi tutti arrivano qui quando le loro condizioni sono già estremamente gravi, perché prima cercano fino all’ultimo di curarsi a casa da soli. Sono più giovani e sovente con meno comorbilità rispetto ai pazienti delle precedenti ondate”.
Ma esattamente chi sono oggi le vittime? Una prima netta distinzione va fatta tra coloro che hanno scelto la strada della vaccinazione e i no vax. Sono questi ultimi a riempire, come abbiamo visto, le terapie intensive. Sono questi ultimi a morire di più, come confermano i dati dell’Istituto superiore di sanità. Nel mese compreso tra il 5 novembre e il 5 dicembre, i decessi sono stati 2.331, dei quali 2.211 tra gli over 60, 120 nelle fasce più giovani.
L’età avanzata, quindi, continua a essere una forte discriminante. Per capire però come impatta la vaccinazione è bene non riferirsi ai valori assoluti ma all’incidenza in rapporto alla popolazione. “Dobbiamo depurare i numeri dall’effetto paradosso in base al quale, dato che è molto più ampia la platea dei vaccinati, registriamo dati apparentemente più alti tra questi ultimi”, spiega Paolo D’Ancona, epidemiologo dell’Iss. Ecco allora che vediamo come i decessi tra i non vaccinati siano 28,3 per 100 mila abitanti, contro i 3,3 dei vaccinati con ciclo completo da più di 120 giorni o gli 1,5 di coloro che hanno fatto anche la terza dose, il booster.
Tra quelli che non hanno alcuna protezione muoiono anche i più giovani: 2,8 sempre per 100 mila abitanti tra i 40 e i 59 anni. Anche in questo caso i numeri si riducono sensibilmente tra i vaccinati, dove siamo a poco più dello zero. Le cose non cambiano se andiamo a vedere l’andamento nelle terapie intensive. Tra quelli che non hanno fatto il vaccino i ricoverati sono 19,6 (sempre per 100 mila abitanti).
Tra i vaccinati che hanno ricevuto anche la dose booster ci si ferma a 1, per salire al massimo a 1,4 tra coloro che hanno completato il ciclo (senza booster) da oltre quattro mesi.
Ed è in questo caso che si nota come siano tante, tra i non protetti, le persone più giovani costrette alle cure intensive. Sono 12,9 tra i 40 e i 59 anni, per poi aumentare a 48,6 tra i 60 e i 79.