La Lega minaccia Draghi Lui: “Il governo è fermo”

Se l’obbligo vaccinale per i lavoratori doveva essere l’antipasto in vista della sfida del Quirinale, Mario Draghi non può dormire sonni tranquilli. La maggioranza del suo governo ormai esiste solo sulla carta. Nonostante il voto all’unanimità, infatti, il clima che si respirava ieri sera a Palazzo Chigi era di sfilacciamento. “Andare avanti così è difficile” sospirava un ministro dopo la battaglia in Consiglio dei ministri. Anche Mario Draghi a fine giornata era irritatissimo facendo capire come la sua esperienza di governo fosse giunta al termine: “Ormai i partiti litigano su qualunque cosa – ha detto ai suoi – non si può più fare niente, nemmeno avere una linea sulla pandemia”.

Che la situazione fosse difficile lo si era capito già ieri mattina quando Giancarlo Giorgetti ha dato forfait in cabina di regia, anche se per “motivi familiari”. Il primo scontro è arrivato nella riunione del primo pomeriggio quando i partiti hanno avanzato proposte diverse sulla soglia d’età per imporre l’obbligo vaccinale: Dario Franceschini per il Pd lo rilancia per tutti, poi si accodano Forza Italia, LeU e Italia Viva. Lega e M5S però dicono no: si rinsalda l’asse gialloverde. Il Carroccio propone una mediazione con l’obbligo per gli over 60 per non bloccare le filiere produttive del Nord (edili e autotrasportatori su tutti), chiede indennizzi per i danni da vaccino e ristori subito. Per Roberto Speranza è “insufficiente”: il ministro della Salute vorrebbe l’obbligo vaccinale per tutti e arriva a proporre anche lo stop dei campionati di calcio. Draghi media: “Troveremo una soluzione”. Tra la cabina di regia e il Cdm però nel decreto viene inserito l’obbligo del Super Green Pass anche per chi accede ai servizi alla persona (parrucchieri ed estetisti), banche, poste, negozi. Quando la bozza esce, Salvini sbotta: “Non era concordato, è una follia”. Draghi prima del Cdm sente al telefono Giuseppe Conte che dà il via libera del M5S a patto però che il governo “comunichi meglio le misure” e chiede “ristori subito”. Il premier apre così il Cdm: “Vogliamo frenare la curva dei contagi e intervenire per le età più a rischio: fermare le ospedalizzazioni e salvare vite”. Ma alle otto si arriva al (quasi) strappo della Lega. I tre ministri fanno uscire una nota in cui parlano di misure “infondate” e minacciano di non votare il decreto: “Siamo responsabilmente al governo ma non acquiescenti a misure senza fondamento scientifico”.

Dietro alle loro parole c’è Salvini che comunica con Garavaglia. Draghi non può permettersi di perdere i voti della Lega in vista della battaglia del Colle e così, alla fine, l’articolo sul pass per negozi e servizi viene stralciato. Resta l’obbligo per gli over 50. Che fa infuriare Salvini: “Così al Quirinale Draghi non ci va” sussurrano i suoi fedelissimi. Anche gli altri partiti rilanciano: il Pd chiede l’obbligo vaccinale, FI per gli over 40. Si litiga anche sulla scuola. Ma il decreto passa all’unanimità. Per il premier è un passo indietro notevole visto che voleva l’obbligo per tutti i lavoratori. Dopo il Cdm Draghi si chiude nel silenzio (niente conferenza stampa) e sotto Palazzo Chigi scendono Speranza, Bianchi e Brunetta che fanno solo due battute con le agenzie. Senza domande.

Vaccino, obbligo agli over 50. A scuola in Dad solo i No vax

La mediazione con vista Quirinale del governo dei Migliori produce un mostriciattolo, che forse salverà le ambizioni presidenziali del capo dell’esecutivo ma difficilmente frenerà i contagi nelle prossime tre/quattro settimane e attenuerà le difficoltà che già si vivono negli ospedali, con i reparti pieni e il rinvio di visite e interventi chirurgici come un anno fa.

Primo capitolo del nuovo decreto, il quinto dall’inizio di dicembre, è l’obbligo vaccinale sopra i 50 anni dal 15 febbraio. Chi lavora, se non si vaccina e non riesce a farsi esentare, rischia la sospensione senza stipendio, senza effetti disciplinari e con diritto alla conservazione del posto, come per gli operatori sanitari, scolastici e di polizia e le altre categorie già gravate dall’obbligo vaccinale, cui si aggiunge ora il personale universitario. Chi non lavora potrà essere fermato da qualsiasi agente di pubblica sicurezza e, se ultra50enne non vaccinato, rischierà 100 euro di multa. Anche tutti i giorni. Sui luoghi di lavoro i controlli si faranno con il green pass: gli addetti agli ingressi di fabbriche e uffici, che oggi vedono solo verde o rosso sulla app, dovranno sapere se ho 50 anni e quindi gli toccherà farmi la verifica del green pass “rafforzato” o super, come dal 10 gennaio accadrà al cinema o allo stadio, o se basterà la verifica “base” che lascia passare anche i miei colleghi 49enni con un semplice tampone. L’obbligo scade il 15 giugno, due mesi e mezzo dopo lo stato d’emergenza.

Draghi non ha parlato, nessun ministro ha risposto a domande. Alcuni in privato ammettono che così i contagi non scenderanno e confidano semmai nella circolare dei ministri Andrea Orlando (Lavoro) e Renato Brunetta (Pubblica amministrazione) per aumentare lo smartworking nel pubblico impiego, a cui il forzista si è opposto per settimane, che può ridurre anche le presenze sui mezzi pubblici. E scommettono che molte classi, con le nuove regole, finiranno presto in quarantena, con lo stesso effetto di limitare movimenti e contatti interpersonali.

Sulle scuole il decreto introduce una discriminazione molto discussa dai presidi. Alle medie e alle superiori, al secondo contagio in classe, i non vaccinati e i vaccinati con due dosi da oltre 120 giorni andranno in “didattica digitale integrata” per 10 giorni; i vaccinati invece a scuola in “autosorveglianza” – parolina magica di un Paese che ha abbandonato la sorveglianza sanitaria – con mascherine Ffp2. È quello che succederà a tutta la classe quando c’è solo un positivo. Se invece sono tre, didattica a distanza per tutti. La specifica sulle mascherine Ffp2 toglie la speranza di averle sempre in tutte le scuole. Alle elementari, invece, con un solo contagio si conferma la regoletta del tampone al primo e al quinto giorno, inapplicabile e infatti eliminata per le secondarie; se i positivi sono due tutti a casa e “didattica digitale”.

Per la prima volta le regole sulle quarantene a scuola, oggetto di ripetuti scontri per l’inapplicabilità delle circolari Salute/Istruzione che Draghi ha preteso di confermare, sono contenute in un atto con forza di legge. Con un certo sollievo dei dirigenti ministeriali che non dovranno firmare atti destinati a creare il caos. Come hanno rilevato i 5S non c’è traccia del piano del generale Francesco Paolo Figliuolo che doveva salvare le scuole. Come scrivemmo subito era al di là delle risorse della Sanità militare, serviva solo a Draghi per confermare la linea sulle scuole senza metterle in sicurezza.

Terzo capitolo è il green pass–base, anche con tampone, come ha voluto la Lega, anziché super come volevano Draghi e Roberto Speranza – per andare dal barbiere, dal parrucchiere e dall’estetista, negli uffici pubblici, alle poste, in banca e perfino nei negozi salvo “il soddisfacimento di esigenze essenziali e primarie della persona, individuate con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro della Salute, d’intesa con i ministri dello Sviluppo economico e della Pubblica amministrazione”. Tornano perfino i Dpcm, tanto deprecati ai tempi di Giuseppe Conte.

Un americano a Roma

L’altro giorno, credendo di fare cosa gradita, Minzolingua ha dedicato ben due pagine di Giornale al discorso che il padrone Silvio tenne (in inglese) il 1° marzo 2006 al Congresso americano, prima di trasferirsi a un ricevimento sulla portaerei “Intrepid”, ospite del 90enne Mike Stern, vecchio amico del bandito Giuliano. Lui non sappiamo, ma noi abbiamo apprezzato molto, perché in quella performance c’è tutta la spensierata e ribalda cialtroneria del personaggio che dal ’94 sputtana l’Italia nel mondo e minaccia di continuare dal Colle più alto. L’allora cheerleader di George W. Bush, fra un inno alla libertà (la sua, provvisoria) e un tocco di americanismo alla Sordi, svelò particolari inediti della sua vita, scavalcando pure l’autoagiografia patinata Una storia italiana. 1) La prodigiosa capacità di apprendimento delle lingue straniere, sfoggiata americanizzando il “mi consenta” in allow me, nel solco del Noio volevan savuar l’indiriss di Totò e del futuro Shishh shock bicooos di Renzi. 2) L’innesto nell’albero genealogico di famiglia di un insospettato “zio d’America” che “mi mandò il mio primo calendario di Playboy e io lo misi all’asta fra i compagni di scuola dai salesiani in cambio di merendine, ma eravamo lo stesso dei buoni cattolici” (lo nascondevano nella Bibbia). 3) Il camposanto dei marines caduti in guerra dove papà Luigi lo portava da piccolo per fargli giurare fedeltà alla democrazia da lui difesa col sangue nella “Resistenza in Svizzera” (in un caveau della Banca Rasini). Ma non precisò quale cimitero, non risultando sbarchi alleati in Brianza. Quando poi glielo domandarono, precisò: “Era quello di Nettuno ad Anzio” (sfuggendogli la distinzione tra i due Comuni e dei due cimiteri); “Mio padre era un grande estimatore di De Gasperi e partecipava alle sue iniziative a Roma. Una volta mi condusse al cimitero americano. Fu nel 1956-57” (ma purtroppo De Gasperi era morto nel 1954).

Lo show strappò varie standing ovation a Capitol Hill, popolata di rari deputati e molti figuranti reclutati all’ultimo per riempire le numerose sedie vuote: giovani paggi in giacca e cravatta blu, impiegati del Congresso e veterani dell’esercito, che non si divertivano tanto da quando i genitori li portavano al circo o allo zoo. E subito rivalutarono Bush jr.: credevano di avere il leader peggiore del mondo, invece scoprirono che c’era anche di peggio. Nulla però al confronto dell’accoglienza che la sceneggiata riscosse in Italia. Giuliano Ferrara: “Discorso semplicemente perfetto”. Marcello Pera: “Grande spessore”. Piercasinando: “Orgoglio per tutti gli italiani”. Ora gli ultimi due aspirano anch’essi al Quirinale. Se non ci fa scompisciare lui, ci pensano loro.

Vizi, segreti, miserie e (poche) virtù della provincia “noir” di Bassini

È ancora la provincia italiana, in questo caso una fetta di quella piemontese, tra la piana risicola di Vercelli, il lago d’Orta e la Valsesia, lo scenario di La suora (Golem, pagg. 304, euro 13,90), l’ultimo romanzo di Remo Bassini. Scrittore e giornalista toscano da anni trapiantato a Vercelli Bassini, è autore di altre opere narrative degne di essere ricordate, da Lo scommettitore a Forse non morirò di giovedì.

Ciò che racconta Bassini, quasi sempre sul filo di trame all’insegna del noir, non ha molto in comune con le narrazioni dei grandi romanzieri “provinciali” italiani, da Lucio Mastronardi a Piero Chiara, ma ha una affinità notevole con le storie di Georges Simenon e con certi romanzi, gli ultimi, di Giovanni Arpino (si pensi a Il fratello italiano). Dunque si traccia una provincia sentina più di vizi che di virtù, di miseria morale, di segreti inconfessabili, di pregiudizi e di conformismi ipocriti, categoria ideale dello spirito e della materia, Qui, in La suora, un uomo in fuga, che si chiama Romolo Strozzi, si innamora di una giovane che sta a per diventare suora di clausura nell’isola di San Giulio, a Orta, quella stessa Orta già teatro dell’amore impossibile di Friedrich Nietzsche per Lou Salomé. Di mezzo, poi, c’è un delitto: la madre della ragazza uccide senza alcun motivo apparente un’altra donna. La suora chiede allora a Romolo di indagare, mentre tracima la prima ondata del Covid-19.

Salteranno fuori molti vizi e una sola virtù, declinata dalla fedeltà a un vecchio amore di gioventù. E soprattutto torneranno i fantasmi del 1945: la fine della guerra e della Resistenza, il passato che non passa, i fascisti ammazzati dopo il 25 aprile, tra ricchi proprietari di risaie una borghesia senza cultura, morale e cuore, ex poliziotti stanchi, donne alle prese con amori senza futuro, poveri cristi che tirano a campare per sfamare la famiglia.

Sembra insomma che non possa esserci salvezza, il mondo è marcio. Eppure il protagonista resiste e si batte alla ricerca di un frammento di verità, sorretto dal suo innamoramento ossessivo per la suora giovane, una Suora giovane come quella del capolavoro di Giovanni Arpino.

Ecco: il libro di Bassini sarebbe piaciuto probabilmente proprio ad Arpino, ma non tanto per la comunanza della “suora”, quanto perché c’è nel romanzo un “ultimo gracile suono di vita tra tanto morire” (che sono poi le parole e il senso di Il fratello italiano).

Djokovic e Morandi: perfetti allievi del Marchese del Grillo

Il cazzo di un cane è l’organo riproduttivo, insieme alle palle, di un animale appartenente alla famiglia dei cànidi, come il Dingo e il Licaone. L’animale, in origine detto Lupo, bestia pericolosa, fu poi addomesticato e divenne il miglior amico dell’uomo, continuando a esserlo perfino quando, incrocio dopo incrocio, ne fecero un bassotto che pare una salsiccia o un chihuahua che te lo scordi nel cassetto del cruscotto, muore di sete, ma ti vuole bene fino all’ultimo. Il cazzo di cane è uno strumento poliedrico, il cane lo utilizza anche per accoppiarsi con gambe umane maschili o femminili, braccioli di poltrone, gambe di tavoli in legno intarsiato, bambini e allegri orsacchiotti di peluche. Tutto vero e certificato. Ma non ci si lasci ingannare da un’analisi superficiale e incompleta. Il cazzo di cane è ben altro. Si tratta infatti di un sistema operativo applicabile in ogni disciplina. Si può costruire, disegnare, curare, progettare, cucinare, fare i centravanti, a cazzo di cane. O dirigere aziende, fare i Presidenti del Consiglio, montare librerie, tuffarsi e risuolare scarpe, sempre a cazzo di cane. Il sistema operativo a cazzo di cane non conosce confini. Meglio di Windows, più utilizzato di Facebook è diffuso dalla Terra del Fuoco alla Kamchatka, dal Wisconsin ad Ascoli Piceno (sì, si possono fare a cazzo di cane anche le olive ascolane), dalla Corea capitalista a quella comunista: il sistema a cazzo di cane non conosce ostacoli politici o religiosi. A dimostrarlo, due vicende che coinvolgono due paesi lontanissimi, ai lati opposti del globo. Australia e Italia. Sono sobbalzati più del solito perfino i canguri quando il severo governo di Canberra, tradizionale terrore di quelli che dicono “Basta, mi trasferisco in Australia” e siccome non hanno sei milioni di euro da depositare in una banca australiana, restano qua a guardare Alberto Angela, sì, proprio l’esecutivo inflessibile nella lotta contro il Covid, specie ora che registrano 50.000 contagi al giorno ha strizzato l’occhio a Djokovic sussurrandogli “‘A Novak, nun te preoccupà, nun te devi vaccina’, ce penzamo noi, ce fai un autografo?”. Ci hanno pensato loro sul serio confezionandogli un’esenzione dal vaccino su misura e del colore preferito per farlo giocare agli Australian Open, che adesso Novak ci fa pure il figo sui social alla faccia di tutti quelli che si fanno il culo per arginare questa brutta bestia, sottotesto la famosa battuta di Alberto Sordi nel Marchese del Gillo. Sistema operativo a cazzo di cane nella sua più corretta applicazione. Lo stesso adottato dalla Rai qua da noi, così lontani eppure ora così vicini agli eredi degli ergastolani inglesi spediti laggiù a irrigare il deserto. Che ti combina Gianni Morandi, oltre a mettersi i pannoloni in testa quando piove sennò gli si squaglia la tintura, che poi lo debbono andare a cercare per tutta San Lazzaro di Savena sennò si perde? Lo lasciano solo un attimo e non ti va a mettere su Facebook la canzone che canterà a Sanremo compromettendo, come da regolamento, la sua partecipazione al polpettone che ce le trita da settant’anni? E che ti fa la Rai? Strizzatina d’occhio e… “‘A Mora’, nun te preoccupà, seguita a cantà, ce penzamo noi, ce fai un autografo?”. Tomi tomi, cacchi cacchi, la buttano sulla mano offesa (recentemente Gianni, sfuggito alla signora Dumitrescu che non se l’è più perdonata, s’è dato fuoco da solo). L’arto, autonomo come la Mano degli Addams, avrebbe convulsamente surfato sui tasti facendo partire il post e poi vallo a ripija’. Ma intanto Gianni è dentro, e tanti saluti a quelli che ancora credono ai regolamenti. Come gli australiani! Stesso sistema operativo! Meraviglie della globalizzazione! No, non è solo l’organo riproduttivo di un cànide.

“L’eroina, la profezia e Bowie”

“In tour, tanto tempo fa. David mi confidò di aver visto un sensitivo: gli aveva predetto la morte a 69 anni. Accettò la profezia, da quel giorno seppe quando sarebbe finita la sua vita”. Mike Garson ha lavorato su nove album di Bowie, fino al 2003. È stato di più di un pianista virtuoso nella band: per il Duca Bianco era un complice. “Le nostre menti erano connesse telepaticamente dalla musica. Lui aveva il terzo occhio. Io ero le sue dita sui tasti”, confida Mike alla vigilia del 75mo anniversario della nascita di Bowie, l’8 gennaio. Quel giorno Garson piloterà una sontuosa jam in streaming con le canzoni del Nostro riarrangiate e reinterpretate da star come Noel Gallagher, Simon Le Bon, Joe Elliott dei Def Leppard e molti altri. Anno bowiano, il 2022: si è aperto con la vendita del suo catalogo, per 250 milioni di dollari, alla Warner Chappell. Proseguirà al Sundance Festival con un film ricco di immagini inedite. Il 10 gennaio saranno sei anni dalla scomparsa, subito dopo la sconvolgente uscita di scena con Blackstar. “A lungo non riuscii ad ascoltare quell’album formidabile o guardare il video di Lazarus. Troppo dolore”, ammette Garson.

Il vostro ultimo contatto?

Due mesi prima che morisse. Clifford Slapper scriveva la mia biografia, The piano man: mi chiese l’analisi delle 65 canzoni composte o suonate con Bowie. Mandai una email a David: ‘Non ci crederesti! Un mucchio di roba fantastica’. Pochi secondi dopo mi rispose: ‘Mike, abbiamo fatto uno stupefacente lavoro insieme’. Scoppiai a piangere.

Lei sapeva della malattia?

No, solo pochi ne erano al corrente, come il produttore Tony Visconti. David non aveva voluto coinvolgere gli amici. Ma ero certo fosse la fine. Dissi a mia moglie: ‘Non lo vedrò più’. Quando sentii in tv la notizia della morte ero distrutto, ma non sorpreso. Però mi arrivano messaggi da lui, ovunque sia.

Sul serio?

Due anni dopo ero in tour con gli Alumni, ex-musicisti di Bowie. Venne a vederci un bodyguard di David. Mi rivelò che sul letto di morte lo aveva pregato di ringraziarmi. Era l’apprezzamento per quel che avevamo realizzato. Dal 1972. Mezzo secolo fa.

L’anno della pietra miliare del glam-rock, The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. Lei, Garson, era un giovane asso dei jazz club.

Stavo dando la prima lezione di piano a una studentessa. Mia figlia aveva un anno, cullata su un dondolo. Squilla il telefono. ‘Sono David Bowie’. Io: ‘Chi?’.

La invitava a un’audizione per il tour americano.

Convocazione agli RCA Studios di Manhattan, venti minuti più tardi. Abitavo a Brooklyn. Affidai la bimba alla studentessa. Dopo, mia moglie si infuriò: ‘Poteva essere una pazza!’.

Arriva negli studi.

Trovo David e gli Spiders abbigliati in modo eccentrico, come se fossero pronti per il Madison Square Garden. Io in t-shirt e jeans. Il chitarrista Mick Ronson vuole suoni Changes. Provo l’attacco, sette secondi dopo mi bloccano. ‘Ok, sei preso’.

Tournée epocale, ma negli Usa le arene erano semivuote.

Però i semi erano gettati. Io suonavo in una decina di pezzi. Nelle pause scendevo in un posto libero e pensavo: David è un genio.

3 luglio 1973. All’Hammersmith Odeon di Londra David annuncia che Ziggy Stardust ‘morirà’ lì.

Ce l’aveva detto prima, ma per il pubblico fu una coltellata. Potevi sentire i loro cuori cadere in pezzi. Identificavano il personaggio con l’artista, temettero il ritiro. Raccontano che per sfogare l’energia si scatenò un’orgia in sala: non me ne accorsi. Avremmo potuto andare avanti a lungo con Ziggy, però David non voleva dare niente per scontato.

Lei, Garson, era il ‘regolare’ della band.

Questa non l’ho mai rivelata. Dopo un concerto a New York, al Garden o alla Carnegie Hall, ci fu un party. Di solito preferivo dormire, quella volta andai. Nella sala erano in trecento, tutti strafatti di cocaina. Non sapevo come comportarmi. David se ne accorse. Gridò: ‘Fermi!’. Il re aveva parlato, trasalirono. Mi indicò: ‘L’unico che io rispetti qui è Mike! Perché non si droga!’. Io non l’ho mai fatto, lui aveva intuito i propri rischi. Ma era al meglio quando l’eroina lo scavava dentro, come in Young americans. Dio concede la magia agli artisti, poi chiede il pedaggio.

Germania 2004. L’ultimo vero concerto.

Reality tour. Dalle parti di Amburgo. Due sere prima, a Praga, aveva sentito male una spalla, show interrotto. Il medico del presidente ceco aveva rassicurato David. Ma a Scheeßel d’un tratto sentii le mie dita rattrappirsi. Stava accadendo qualcosa di strano. Nello stesso istante Bowie si portò le mani al petto. Riuscì a concludere lo spettacolo. In ospedale gli applicarono degli stent, gli riaprirono le arterie.

Progettò un ritorno.

Che non ci fu mai, con la band. Nel novembre 2006 mi disse: ‘Mike, solo io e te’. Voleva recuperare fiducia in se stesso. Andammo a un benefit a New York con Alicia Keys. Bowie impose di non filmarlo, si sentiva fuori forma per i farmaci. Fu una serata di grazia. Sedevo al piano, David e Alicia duettarono in Changes. La canzone del nostro primo incontro, il suo addio ai live. Il cerchio si chiudeva.

MeToo: la Procura fa cadere le prime accuse a Cuomo

Tre giorni prima che l’ex governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, comparisse davanti ai giudici, il procuratore distrettuale della contea di Albany, David Soares, ha deciso di archiviare le accuse di molestie sessuali alla sua ex assistente Brittany Commisso. In una nota, Soares ha affermato che “mentre molti hanno un’opinione riguardo alle accuse contro l’ex governatore, l’ufficio del procuratore distrettuale della Contea di Albany è l’unico che ha l’onere di provare gli elementi di un reato oltre ogni ragionevole dubbio”. E “dopo aver esaminato tutte le prove a nostra disposizione abbiamo concluso che non possiamo procedere con il processo”. Cuomo, dimessosi in agosto, è accusato di 10 molestie sessuali ad altrettante donne.

Influencer contro rubinetti. La guerra social dei bonus

“Non so se qualcuno abbia letto i dati degli ultimi due anni o se abbia banalmente parlato col vicino di casa, ma è evidente che la situazione in cui siamo si porterà dietro strascichi lunghissimi dal punto vista psicologico”. Eppure, come ci spiega Daniela Collu che su Instagram è conosciuta come @stazzitta, e come però percepiamo aprendo una qualsiasi piattaforma social e sfogliando le diverse stories o i video su Tik Tok, la sensazione è che qui, più che altrove, si sia capito che questo governo, tra le imprese e il benessere dei cittadini, preferisca concentrarsi sulle prime.

Nella pioggia di bonus degli ultimi tempi, infatti, l’esecutivo s’è scordato quello per il sostegno psicologico. O meglio, lo ha sacrificato sull’altare della ristrutturazione. Motivazione: non c’erano i soldi. C’è però la proroga di un ecologico bonus rubinetti da mille euro. “Così posso piangere sotto la doccia e nessuno lo nota”, scrive Danilo @tremenoventi su Twitter.

Breve ricostruzione: l’emendamento alla legge di Bilancio stralciato istituiva un fondo da 50 milioni per ampliare l’accesso al sostegno psicologico, in pratica un contributo per le sedute dallo psicologo anche per chi non ha una diagnosi certificata. Ma anche se, spiega il presidente dell’Ordine degli psicologi, David Lazzari, “come è stato ampiamente dimostrato, investire sulla psicologia poi riduce i costi delle spese sanitarie”, la manina che in Commissione Bilancio al Senato ha deciso di accantonare la misura sapeva benissimo cosa stava facendo, perché sullo stesso tavolo c’erano anche altri bonus che invece hanno trovato conferma e fondi. Al punto che a poco è servito che l’emendamento fosse bipartisan (M5S, Italia Viva, Pd, LeU, Lega e Fratelli d’Italia. ) e ben congegnato: un primo contributo per avviare un percorso terapeutico (15 milioni) e un bonus sostegno (35 milioni) fino a 1.600 euro annui erogato in base all’Isee. Ad avere la meglio sono stati, invece, il Superbonus 110% che è riuscito a bloccare per settimane la manovra alla ricerca di fondi (10 miliardi di investimenti ammessi a detrazione), ma anche i bonus terme o monopattini dell’anno scorso. Alcuni sono agevolazioni una tantum ma simbolici per determinate fasce di popolazione o per determinate attività, altre sono molto più estese: 215 milioni previsti per le bici, 225 milioni per le tv o i 2,4 miliardi per il flop del bonus vacanza.

Gli unici davvero indignati sono gli utenti sui social e gli influencer, più giovani e consapevoli, ma anche privi dei filtri malati di alcuni media tradizionali. “Spesso nel mio canale social, che equivale praticamente a una verifica a campione (da 280mila follower su Instagram, ndr) ho riscontrato la necessità delle persone di avere un sostegno, anche temporaneo. L’aspetto psicologico degli effetti della pandemia, però, pare completamente ignorato”, continua Collu che è una influencer, ma anche una scrittrice e una presentatrice televisiva e radiofonica. Si è così concentrati a capire se tornano gusto e olfatto, ma “se usciamo dall’isolamento depressi, sfiduciati, pessimisti, col timore di essere contagiosi, a nessuno importa, nessuno si fa carico di questo dramma emotivo”.

Secondo i dati del Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi, le richieste di aiuto sono aumentate del 40%, come i segni della sofferenza. Uno studio del Centro di Riferimento per la Salute mentale dell’Iss e del Dipartimento di Salute mentale dell’Università Luigi Vanvitelli su un campione di 20.720 partecipanti, ha evidenziato che “durante il lockdown sono aumentati i livelli di ansia, depressione e sintomi legati allo stress”. Inoltre è stato “un fattore predittivo significativo del rischio di presentare peggiori sintomi ansioso-depressivi” su cui potrebbe innestarsi l’incertezza economica. Il 30% di chi era in terapia ha dovuto interromperla perché non può più permettersela. Dati ancor più drammatici per bimbi e adolescenti.

Ma un bonus, anche una tantum, avrebbe fatto la differenza? “Sarebbe stato un segnale, un tentativo di rispondere a un bisogno chiaro delle persone – continua Collu –. Come pensiamo sia possibile tornare a lavorare protetti dal vaccino, ma poi magari abbiamo un esaurimento che non ci permette di vivere?”. Sul tema, i social hanno acceso una luce che i canali tradizionali non avevano intercettato. “Il fatto di condividere gli stessi stati d’animo a livello quasi globale ha fatto sapere a tutti che il re è nudo: dal “non voglio più uscire” all’aver paura o al “non ne ho le forze”. Una realtà contro questa mentalità distruttiva secondo cui se vai dallo psicologo sei matto o ti sei inventato un disagio psichico oppure sei un hippy ricco e capriccioso. Ignorare questa presa di consapevolezza è una mancanza di rispetto verso i cittadini, ma anche un errore di lungimiranza: questi problemi diventeranno enormi e incontrollabili un domani. E dovremo farci i conti”.

Moro, all’asta volantino delle Br che rivendicava il rapimento

La casa d’aste Bertolami Fine Art ha messo in vendita il volantino con cui le Brigate Rosse rivendicarono il sequestro di Aldo Moro e l’uccisione della sua scorta, avvenuti nel marzo del 1978 a Roma. “Drammatico testo di propaganda – si legge sul sito della casa d’aste –, redatto e fatto pervenire alle organizzazioni giornalistiche perché divulgassero le motivazioni del rapimento, e le ragioni politiche di lotta di classe che spingevano la rivoluzione brigatista negli anni 70 a essere così violenta”. Ieri sera erano 12 le offerte pervenute. L’ultima era di 1.700 euro.

“Uno Bianca, riaprite le indagini sulle stragi”

Nel gennaio 2021 “la Procura di Bologna ha formato un fascicolo conoscitivo per riaprire le indagini sulla Banda della Uno Bianca, affidandole alla Digos della Questura di Bologna e dalle quali attendiamo l’esito”. Lo ricordano i familiari di Otello Stefanini, Andrea Moneta e Mauro Mitilini, i tre carabinieri uccisi al Pilastro di Bologna dalla Banda della Uno Bianca, il 4 gennaio 1991, in una lettera per il 31° anniversario dell’eccidio. “Siamo sempre di più familiari delle vittime a chiedere la verità attraverso la riapertura completa delle indagini, non solo per la strage del Pilastro. Un contributo potrebbe arrivare anche dalla digitalizzazione degli atti sulla Banda, chiesta dall’Associazione dei familiari e avviata a ottobre”, aggiungono i familiari.