Medici o “spie”: il caso dei russi a Bergamo

Oggi, due anni dopo, vengono presentate come spie manovrate dall’intelligence russa, pedine per la propaganda di Mosca e oscure figure che volevano “entrare negli uffici pubblici italiani” (quelli di Bergamo) per avere accesso a dati sanitari e stilare accordi commerciali con l’Italia. Una missione, quella dei medici russi in Lombardia nel marzo 2020, che oggi sarebbe oggetto di ricatto da parte di Mosca nei confronti del nostro Paese dopo la minaccia del dirigente del ministero degli Esteri russo Aleksej Paramonov: “Guerini è un falco antirusso”.

Così in queste ore fioccano le ricostruzioni sui “misteri” di quei giorni. Ma nessuno ricorda che la missione dei medici russi a Bergamo e nel Bresciano, che iniziò il 22 marzo 2020 nel pieno della prima ondata Covid, fu anche conseguenza dell’indifferenza dell’Ue nei confronti dell’Italia. Il 27 febbraio 2020, infatti, come riportò all’epoca l’ Agi, il governo italiano di Giuseppe Conte aveva chiesto a Bruxelles l’attivazione del Meccanismo di protezione civile europeo, lo strumento di assistenza che permette di rispondere alle “catastrofi naturali e provocate dall’uomo”. In quel momento, in Italia chiedeva mascherine (introvabili) e ventilatori. Ma gli alleati dell’Ue non fornirono aiuto. Tant’è che, da quel che risulta agli atti della Commissione Ue, il Meccanismo è stato attivato esclusivamente il 28 gennaio 2020 per permettere ai cittadini europei che si trovavano a Wuhan di poter tornare in patria. Così, a portare aiuti all’Italia – in chiave di “geopolitica degli aiuti” – furono i medici e infermieri russi, cinesi, cubani e albanesi. Iniziative che fece irritare Washington: la commissione che si occupa del rapporto tra Cina e Usa ha depositato al Congresso un rapporto in cui si evidenzia il fatto che nel 2020 il ministro degli Esteri Luigi Di Maio voleva “favorire la Cina” dando rilievo agli aiuti provenienti da Pechino “e non a quelli degli Usa”, dando così l’impressione che “solo la Cina avesse mandato aiuti” all’Italia.

La missione russa invece fu concordata da Conte e Putin in una telefonata del 21 marzo, all’indomani della terribile processione delle bare di Bergamo. Il giorno dopo gli aerei di Mosca sbarcheranno a Pratica di Mare e arriveranno in Lombardia. I servizi segreti italiani, consultati dal Copasir, non hanno trovato evidenze di attività di intelligence da parte di Mosca. E anche il Copasir, nella sua relazione annuale spiega: “La missione russa si sarebbe svolta esclusivamente in ambito sanitario con il compito di sanificare ospedali e Rsa”. Agostino Miozzo, allora membro del Cts, ha detto al Corriere che i russi “parlavano come se dovessero bonificare Chernobyl”. Parole che farebbero pensare a un’insistenza dei medici di Mosca. Ma una settimana dopo i medici polacchi, anch’essi impegnati nelle sanificazioni, diranno di Brescia: “Mi ricorda Chernobyl – diceva il dottor Pawel Szczucinski – La città è vuota e le persone traumatizzate”.

“Sbagliato inviare le armi: si rischia solo l’escalation”

“Non saranno le armi a risolvere la guerra in Ucraina: rischiamo solo di allungare l’agonia o provocare un’escalation”. Laura Boldrini, ex presidente della Camera, oggi tra i pochi deputati del Pd contrari all’invio di aiuti militari in Ucraina, ha lavorato per anni in contesti di guerra come Alto commissario dell’Onu per i rifugiati. Ieri, sentendo a Montecitorio l’intervento di Volodymyr Zelensky, ha apprezzato che il premier ucraino – al contrario di Mario Draghi – abbia insistito sulla via diplomatica.

Presidente Boldrini, che impressione le ha fatto Zelensky?

Ho visto un presidente che voleva comunicare a un Parlamento straniero le condizioni di vita del suo popolo, cosa significa vivere sotto le bombe, senza acqua, coi civili in fuga. Una cronaca reale, tanto che non capisco chi si è rifiutato di ascoltarlo. Zelensky ci ha fatto delle richieste: sanzioni più stringenti e pressioni politiche più forti per porre fine a questo spargimento di sangue. Forse anche lui si rende conto che la soluzione del conflitto passa per la strada della diplomazia.

Non dalle armi, quindi?

Ho sempre avuto chiaro questo concetto. Non saranno le armi a risolvere la guerra. Mandare aiuti militari rischia solo di allungare l’agonia e va nel senso di una escalation. E dare armi ai civili non vuol dire garantire una difesa, perché le armi bisogna saperle usare.

Chi è contrario all’invio di armi viene accusato di essere “equidistante”. Si sente colpevole?

C’è molta superficialità in quest’accusa, sintomo del bisogno di banalizzare. Invece la situazione è molto articolata. In questa guerra ci sono un aggressore e un aggredito, da anni denuncio gli abusi di Putin sia contro il suo popolo sia altrove. Non dimentico quel che ha fatto in Georgia, in Cecenia, in Siria e in Donbass. Nessuna equidistanza. Ma il punto è: come disinnescare Putin? Inviando armi ci prestiamo al suo disegno, ci mettiamo sul terreno che preferisce.

Qual è la soluzione?

Troppi Paesi – penso a India, Argentina, Sud Africa, Cina – ancora non hanno imposto sanzioni alla Russia. È indispensabile agire politicamente per allargare l’asse dei Paesi che isolano Putin, in modo che non abbia più sponde. E poi inasprire le sanzioni. Per farlo serve però una Unione europea protagonista. I colloqui bilaterali non sono sufficienti, non basta che Macron o Scholz chiamino Putin. Se l’Europa, che è il più grande progetto di pace della storia, vuole rispettare questa eredità, deve promuovere la pace anche alle porte di casa sua, facendosi carico di una iniziativa che coinvolga i leader mondiali per colpire economicamente e politicamente Putin.

In Italia e altrove si spinge per la crescita della spesa militare. È d’accordo?

La corsa al riarmo in Ue mi allarma moltissimo. Non possiamo permettere a Putin di cambiare il nostro dna ispirato alla pace. Investire in nuovi armamenti spazza via decenni di lavoro per il disarmo e la non proliferazione nucleare. Se in Italia dobbiamo arrivare al 2% del Pil di spese militari, questi soldi li togliamo al Welfare? Spero che ci sia una riflessione.

Lei però ha votato a favore del decreto per inviare le armi in Ucraina, è una contraddizione.

No. Il decreto conteneva tre punti che mi stanno molto a cuore: l’invio di aiuti umanitari in Ucraina, il supporto alle aziende italiane che lavorano con Ucraina, Russia e Bielorussia e il sostegno ai rifugiati ucraini in Italia. Ho votato a favore perché ritengo che questi siano interventi importanti. Mi sono astenuta, invece, sull’invio di armi. Sull’odg per l’aumento della spesa militare c’è stato un errore: ero per l’astensione ma quando si vota a ritmo serrato può capitare di confondersi. La mia posizione è molto chiara: no all’aumento delle spese militari.

Lei ha lavorato per l’Onu in Jugoslavia negli anni 90. Vede similitudini col conflitto ucraino?

Sono situazioni molto diverse e imparagonabili. Allora c’era una guerra civile, qui abbiamo l’aggressione di uno Stato sovrano contro un altro. Milosevic voleva annientare una parte del suo popolo. E, a differenza di oggi, non c’era il rischio di una escalation nucleare o di un conflitto mondiale. A un certo punto, pensai anche io che non si potesse più stare a guardare.

Armi, giravolte gialloverdi. Salvini all’ambasciata Usa

Alla Camera Mario Draghi ha garantito all’ospite Zelensky “aiuti anche militari, come risposta ai massacri”. Ma sulle armi un pezzo della sua maggioranza, quello dei fu gialloverdi, si agita, quasi si contorce. Partendo dal presidente della commissione Esteri, il 5Stelle Vito Petrocelli, che come anticipato dal Fatto ieri mattina ha disertato l’Aula e ora annuncia opposizione aperta al “governo “interventista, a cui non voterò più la fiducia”. Tanto che in serata a Porta a Porta Giuseppe Conte gli indica l’uscita – “Così si pone fuori dal M5S per scelta personale” – mentre Iv ne ha chiesto le dimissioni nella riunione di maggioranza (ma lui non ne vuole sapere). Ma c’è anche la Lega che, causa nuovo veto dell’eterno titubante Matteo Salvini, ora non vuole più presentare in Senato l’ordine del giorno sull’aumento delle spese militari al 2 per cento del Pil, già approvato dalla Camera assieme al decreto per l’invio delle armi all’Ucraina.

E quell’odg, pure votato anche dai 5S a Montecitorio, non lo vuole neppure Conte: “Oggi non siamo sotto i bombardamenti, si usi il debito comune per risolvere il caro energia”. Il Pd non gradisce troppo, e si fa sentire con il responsabile Sicurezza, Enrico Borghi: “Anche la sicurezza è una priorità, come il caro bollette e il caro carburante. Vedo che c’è forte dialettica in casa del M5S, ma non entro in casa loro”. Ed effettivamente di dialettica ce n’è, nel M5S, perché in diversi sono favorevoli all’aumento delle spese militari, come spiega una fonte di governo: “Quell’aumento serve, tutti i paesi Ue vanno in quella direzione”. Perché poi il vero nodo sarà proprio il decreto sugli aiuti militari, che verrà votato a Palazzo Madama la prossima settimana. Per il quale già si prevede una valanga di assenze tra Lega e M5S. Per questo, tra governo e maggioranza provano ad abbassare la temperatura. Il primo segnale arriverà nella risoluzione di maggioranza di oggi a Montecitorio – correlata alle comunicazioni di Draghi in vista del Consiglio europeo – nella quale non dovrebbero esserci riferimenti all’aumento delle spese militari, ma solo a una strategia comune di difesa europea. Il resto potrebbe farlo la trattativa su un nuovo odg in Senato, molto più sfumato rispetto a quello approvato a Montecitorio. La Lega vorrebbe un accordo di maggioranza.

In teoria il partito è unito sull’aumento delle spese militari, ma pesa il Salvini di ieri, che ha criticato il discorso di Draghi elogiando invece le “parole di pace” di Zelensky: “Quando si parla di armi non riesco ad applaudire, non sono la soluzione”. Ieri pomeriggio però il leader del Carroccio ha parlato con il capo missione dell’ambasciata americana Thomas Smitham. Incontro non casuale, visto che gli Stati Uniti chiedono da tempo che i membri della Nato spendano il 2% del Pil in armamenti.

E il capo di Stato maggiore vuole più soldi e soldati

Il capo di Stato maggiore, Giuseppe Cavo Dragone, davanti alle Commissioni Difesa di Senato e Camera, ha messo in chiaro quello che sta a cuore alle Forze armate: contare di più e rendere irreversibile l’annunciato aumento delle spese militari.

L’ammiraglio, in carica da pochi mesi, è particolarmente adeguato al ruolo: due lauree, un curriculum multidisciplinare e internazionale, una chiara competenza per maneggiare il dossier dello sviluppo dello “strumento militare”, cioè l’insieme delle Forze armate.

La guerra all’Ucraina e i risvolti per la Nato e l’Italia costituiscono il teatro in cui realizzare questo sviluppo che è fatto di una revisione della legge 244, quella che stabiliva gli effettivi militari e le modalità di reclutamento, di definitiva stabilizzazione dei fondi pluriennali della Difesa e in particolare di nuove sfide che guardano all’evoluzione della cyber-sicurezza e dello spazio. La guerra del futuro si farà lì, ha spiegato chiaramente ai commissari Cavo Dragone, e quindi occorre dotare la Difesa degli strumenti adeguati.

La guerra della Russia viene interpretata non solo come azione militare e geopolitica, ma come attentato “ai nostri valori, agli stili di vita, alla nostra stabilità”. La parola “valori” viene ripetuta più volte, come a inquadrare un conflitto di medio-lungo periodo a cui occorre attrezzarsi. L’Italia, del resto, di fronte a una guerra il cui esito non è ancora chiaro – e l’ammiraglio ha fornito la cifra piuttosto clamorosa di “15mila perdite tra i militari russi” – ha messo in “stato di prontezza”, quindi pronte a essere mobilitate, “1.350 unità, tra cui 500 incursori, oltre a 77 mezzi terrestri, due mezzi navali e cinque mezzi aerei, fino a 8 velivoli per la sorveglianza aerea”.

Ma non bisogna farsi fuorviare da questi numeri. L’Italia ha ormai puntato la rotta verso un incremento del dispositivo militare che inverta la tendenza tracciata dai risparmi effettuati dal governo Monti e quindi dalla legge sullo strumento militare dell’allora ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, anch’egli ammiraglio. La legge 244 del 2012, infatti, prevede che il numero delle forze armate sia portato a circa 160mila nel 2024, da oltre 180mila di dieci anni fa. Ma questo numero ormai non è più accettato come adeguato dai militari che vorrebbero rivederlo e soprattutto vorrebbero rivedere le modalità di reclutamento visto che i meccanismi della “ferma prolungata prefissata”, come rivelava nel 2020 un’indagine conoscitiva del Parlamento, non funzionano più. Ci sono pochi giovani che decidono di arruolarsi e l’età media è sempre più alta inficiando le possibilità, altamente invocate dal capo di Stato maggiore, di pronta operatività.

La relazionealle commissioni Difesa – che più del solito si sono disposte a “tappetino” rispetto alle richieste dei generali – ha potuto così definire l’orizzonte strategico in cui questo rafforzamento dovrà collocarsi.

La prima priorità è l’integrazione interforze con strutture ancora più flessibili e capaci di essere prontamente mobilitate. La seconda priorità sarà la “capacità di operare nei nuovi domini operativi, del cyber e dello spazio”. Le minacce arriveranno sempre più “dallo, nello e verso lo spazio”, occorre essere pronti sul piano tecnologico e, anche, della proiezione italiana. Terza priorità, più diretta e immediata, è la “nostra capacità di proiezione nel Mediterraneo allargato per svolgere operazioni in piena autonomia”. Una forza italiana, quindi, se non pari, almeno paragonabile a Gran Bretagna e Francia, in grado di operare fino al Niger, verso il Medioriente oltre che nel Nordafrica e che si sostanzia, entro il 2026, di “una capacità autonoma di operazione e quindi forza di intervento nazionale interforze”. Ampio programma, si potrebbe dire, che necessità di ampie risorse. L’obiettivo di una spesa militare al 2% del Pil, come da recente ordine del giorno della Camera, è il pilastro. “Il bilancio dello Stato, però, non è così agevole” da manovrare, ha avvertito la presidente della commissione Difesa del Senato, Roberta Pinotti, che comunque si è detta totalmente d’accordo con i desiderata dello Stato maggiore. Anche perché, chiosa ancora Cavo Dragone, la minaccia russa non è destinata a spegnersi presto.

Zelensky non cita la Resistenza Draghi: “Sì all’Ucraina nell’Ue”

Fa un discorso emotivo, Volodymyr Zelensky, davanti al Parlamento italiano, senza mettere troppo l’accento sulle richieste dell’Ucraina. Dodici minuti pronunciati in video-collegamento, volto scuro, espressione ferma: un format ormai sperimentato, che si conclude con un’ovazione. Che copre le assenze, pur sostanziose: 350 disertano l’aula. Invece quello di Mario Draghi è un intervento asciutto, ma molto schierato, con tanto di sorpresa-omaggio finale: “L’Italia dice sì all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue”. Con questa nettezza, il nostro Paese non si era ancora espresso. E pur se si tratta di una dichiarazione di intenti, più che di un obiettivo raggiungibile a breve (il percorso è lungo, richiede almeno 10-15 anni), è un modo per provare a intestarsi un’iniziativa diplomatica, dopo settimane di difficoltà ed esitazioni. Pur di fronte alla contrarietà di Francia, Germania e Olanda in primis.

Zelensky veniva da un discorso davanti al Parlamento israeliano molto criticato. E da settimane in cui continua a chiedere sostegno all’Europa e agli Stati Uniti, anche con una no fly zone che continua ad essergli negata. A Roma sceglie un’altra cifra. Non menziona le armi, non fa riferimento alla Resistenza italiana, come molti si aspettavano alla vigilia. Al posto suo lo fa Draghi, che ribadisce la necessità di aiutare il governo di Kiev anche con le armi. D’altra parte, il Consiglio degli Affari esteri a Bruxelles lunedì ha stanziato altri 500 milioni di euro per aiuti militari all’Ucraina. Mentre Biden (che domani arriva in Europa) lunedì ha visto in videoconferenza Macron, Scholtz, Johnson e lo stesso premier italiano, anche per chiedere di inviare più armi.

Zelensky, dunque, fa un intervento sentimentale, forse anche per non provocare un Parlamento dove crescono distinguo e divisioni. Dunque, nomina i 117 bambini uccisi e poi “le centinaia di migliaia di vite distrutte, di case abbandonate, i morti nelle fosse comuni e nei parchi”. Così come i russi hanno ricordato gli aiuti all’Italia durante il lockdown, lo fa Zelensky: “Gli ucraini sono stati vicini a voi durante la pandemia, noi abbiamo inviato medici”. Ora “abbiamo bisogno di altre sanzioni, altre pressioni”. Qui arriva il momento di chiamare le nostre città con il loro nome: “La guerra continua a devastare città ucraine, alcune sono completamente distrutte come Mariupol, che aveva mezzo milione di abitanti, è come Genova, immaginate Genova completamente bruciata”. La scelta non è casuale: il capoluogo ligure aveva continui scambi con Odessa, anche trattandosi di due città portuali. “Kiev ha bisogno di vivere nella pace, una pace continua, eterna, come deve averla Roma”. Poi chiarisce: “L’Ucraina è il cancello per l’esercito russo e loro vogliono entrare in Europa, ma la barbarie non deve entrare”. Sta all’Italia non accogliere i russi: “Dobbiamo bloccarli, congelare gli immobili, conti, yacht, sostenere l’embargo contro le navi russe”. Le parole che Zelensky non pronuncia, le pronuncia Draghi: “A chi scappa dalla guerra dobbiamo offrire accoglienza, di fronte ai massacri dobbiamo rispondere con aiuti, anche militari, alla resistenza”. Ancora: “ll governo e il Parlamento sono in prima fila nel sostegno all’Ucraina. Sin da subito, abbiamo offerto aiuti finanziari e umanitari e abbiamo risposto, insieme ai partner europei, alle richieste del governo ucraino di assistenza per difendersi dall’invasione russa. Siamo pronti a fare ancora di più”, dice Draghi, mentre ricorda le confische agli oligarchi russi. La strada del negoziato con la Russia a Palazzo Chigi sembra impervia, ma la scelta di sostenere Zelensky, in quanto leader eletto, è irremovibile. “L’arroganza del governo russo si è scontrata con la dignità del popolo ucraino”, dice Draghi, parlando di resistenza “eroica”. “L’Italia – il governo, il Parlamento e tutti i cittadini – sono con voi, presidente Zelensky”, conclude. Oggi sarà in Aula prima del Consiglio europeo. Ripartirà da qui, parlando anche di economia e di energia. Rimarcherà la linea, anche se sa che – andando avanti – le contrarietà di chi non vuole mandare armi emergeranno sempre di più.

Milizie nazi, armi e stragi di civili: i veli sulla guerra

Sembravano teorie del complotto o fantasie dei “filo putiniani”, le valutazioni che fin da prima dell’attacco confutavano la narrazione fornita dall’Ucraina, ma orchestrata e preparata dall’esterno. Alle voci dubbiose di alcuni storici ed esperti occidentali, compresi quelli americani, subito tacciati di filoputinismo, si sono aggiunte in questi giorni voci inaspettate, oltre alla nostra: il bollettino n.27 di Jacques Baud , il colonnello dell’intelligence svizzera, ora analista internazionale di professione con un attivo di decine di libri e rapporti su questioni militari diventati dei “must read” in Europa e nel mondo e il Financial Times del 20 marzo con le molte altre voci di esperti europei raccolte da Sam Jones da Zurigo e John Paul Rathbone da Londra.

Genesi e operazioni

A parte la provocazione della Nato nei confronti della Russia iniziata nel 1997 con l’espansione a est, secondo Baud la questione russo-ucraina non è sorta a causa del separatismo o indipendentismo del Donbass. Il conflitto nasce invece da fenomeni interni all’Ucraina e l’Occidente, non la Russia, ha fatto in modo che esso si ampliasse e degenerasse. Dal 2014, con i fatti di Maidan e i massacri in Donbass e Odessa, si dimostra la debolezza delle forze armate ucraine, succube di regimi che non si fidano di esse, che deliberatamente le abbandonano e si rivolgono alla componente paramilitare per l’ordine interno. L’esercito ucraino, teoricamente forte di quasi trecentomila uomini, era in uno stato disastroso. “Ad ottobre del 2018 il capo procuratore militare ucraino Anatoly Matios riferì che l’Ucraina aveva perso 2.700 uomini nel Donbass: 891 per malattia, 318 per incidenti stradali, 177 per altri incidenti, 175 per avvelenamento (alcol, droghe), 172 per incauto maneggio delle armi, 101 per violazione delle norme di sicurezza, 228 per omicidio e 615 per suicidio.” In compenso, dal 2014 in Donbass operavano le milizie mercenarie ed estremiste che dopo aver trasformato piazza Maidan in una trappola per migliaia di cittadini incluse le forze regolari di polizia si spostarono ad est per massacrare i presunti “separatisti”. “Il ministero della difesa ucraino si rivolse alla NATO per rendere le sue forze armate più “presentabili”. Compito ingrato e lungo. Così, per compensare la mancanza di soldati, il governo ucraino e la Nato hanno rafforzato le milizie paramilitari. Ma non è solo questo e il Donbass è un pretesto. Nel 2014 è anche avvenuto l’intervento russo in Crimea. In pochi giorni e senza sparare un colpo la Russia annette la penisola e mette in sicurezza la base navale di Sebastopoli. Nessuno interviene e il segnale per gli ucraini è che gli americani, la Nato e l’Europa non sono disposti a sacrificare un solo uomo per l’Ucraina. Tantomeno per il Donbass, ma se si trattasse di colpire direttamente la Russia, allora sì, si potrebbe sacrificare l’intera Europa. Tutti ricordiamo il fuck Europe della Victoria Nuland. La Crimea viene sottoposta ad assedio, alla Russia vengono comminate sanzioni e alla popolazione russa della Crimea viene tagliata l’acqua. Dal 2018 in poi le forze armate ucraine ricevono più di un miliardo di dollari in armamenti e “consulenti” e dislocano le forze migliori a sud, dove già operano le bande paramilitari e private sostenute e finanziate dall’oligarca ucraino Kolomiosky, signore e padrone di Dnipro, centro della produzione di armamenti di tutta la ex Urss. “Sono composte principalmente da mercenari stranieri, spesso militanti di estrema destra. Nel 2020, costituiscono il 40% delle forze ucraine e contano circa 102.000 uomini, secondo Reuters. Sono armati, finanziati e addestrati anche da Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Francia. Ci sono più di 19 nazionalità – compresa quella svizzera” – osserva amaramente Baud. “La qualifica di ‘nazista’ o ‘neonazista’ data ai paramilitari ucraini è considerata propaganda russa. Forse, ma questa non è l’opinione del Times of Israel, del Simon Wiesenthal Center o del Centro per il Controterrorismo di West Point”. Tuttavia, la reale natura potrebbe anche essere peggiore: “nel 2014 la rivista Newsweek sembrava associarli di più all’Isis”. Per queste forze, la nostra stampa ha inventato la categoria dei “nazisti patrioti e perbene” che, proclamata da membri della comunità ebraica, non suona affatto bene.

Dopo otto anni di guerra civile in Ucraina ai danni della popolazione russofona, “il 16 febbraio 2022 la Russia riconosce ufficialmente le repubbliche del Donbass (senza annetterle) e sigla accordi bilaterali di assistenza e sicurezza”. L’artiglieria ucraina continua i bombardamenti sulla popolazione e il 23 febbraio le due repubbliche chiedono l’assistenza militare russa. “Il 24 febbraio, Vladimir Putin ha invocato l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che prevede l’assistenza militare reciproca nel quadro di un’alleanza difensiva”. Ovvero: l’obbligo internazionale della “responsabilità di proteggere” (R2P). La Russia sa però che, a prescindere dagli aspetti legali, l’intervento limitato in Donbas o un’azione più vasta scatenerebbero le stesse ritorsioni e sanzioni minacciate e già da tempo applicate dall’occidente. “Questo è ciò che Putin aveva già spiegato nel suo discorso del 21 febbraio” e perciò decide di invadere l’Ucraina per definirne lo status (neutralità) e mettere in sicurezza la fascia di territorio russofono. Tradotte in termini operativi, le direttive di Putin di “demilitarizzazione e denazificazione”, comportano la distruzione a terra delle forze aeree ucraine, dei sistemi di difesa aerea e dei mezzi di ricognizione; la neutralizzazione delle strutture di comando e di intelligence (C3I), l’interdizione delle principali vie logistiche nella profondità del territorio; l’accerchiamento del grosso dell’esercito ucraino ammassato nel sud-est del paese; la distruzione o neutralizzazione dei battaglioni di “volontari” che operano nelle città di Odessa, Kharkiv e Mariupol, così come in varie strutture del territorio.

I risultati del primo mese

Secondo Jacque Baud, “l’offensiva russa è stata condotta in modo molto ‘classico’ con la distruzione delle forze aeree a terra nelle primissime ore. Poi, abbiamo assistito ad una progressione simultanea su diversi assi secondo il principio dell’‘acqua che scorre’. Le forze russe sono avanzate ovunque la resistenza fosse debole lasciando le città (molto voraci di truppe) per dopo. Nel nord, la centrale di Chernobyl è stata occupata immediatamente per evitare atti di sabotaggio. Le immagini dei soldati ucraini e russi che sorvegliano insieme l’impianto non sono state ovviamente mostrate… ”. È strumentale anche l’idea che la Russia abbia cercato di impadronirsi di Kiev, la capitale, per eliminare Zelensky. “È un’idea che viene tipicamente dall’Occidente: è quello che esso ha fatto in Afghanistan, Iraq, Libia e quello che voleva fare in Siria con l’aiuto dello Stato Islamico. Ma Vladimir Putin non ha mai voluto abbattere o rovesciare Zelensky. Anzi, la Russia sta cercando di mantenerlo al potere spingendolo a negoziare circondando Kiev”. Da un punto di vista operativo, “l’offensiva russa è stata un esempio nel suo genere: in sei giorni, i russi hanno acquisito un territorio grande come il Regno Unito, con una velocità di avanzata superiore a quella che la Wehrmacht aveva raggiunto nel 1940.” Inoltre, “il grosso dell’esercito ucraino è stato schierato nel sud del paese in preparazione di una grande operazione contro il Donbass. Ecco perché le forze russe sono state in grado di circondarle dall’inizio di marzo nel ‘calderone’ tra Slavyansk, Kramatorsk e Severodonetsk, con una spinta da nord-est attraverso Kharkiv e un’altra da sud dalla Crimea. Le truppe delle repubbliche di Donetsk (DPR) e Lugansk (LPR) completano le forze russe con una spinta da est”. “Il ‘rallentamento’ che i nostri ‘esperti’ attribuiscono alla cattiva logistica è solo la conseguenza di aver raggiunto i loro obiettivi. La Russia non sembra volersi impegnare in un’occupazione dell’intero territorio ucraino. In effetti, sembra che la Russia stia cercando di limitare la sua avanzata al confine linguistico del paese”. I nostri media divulgano un’immagine romantica della resistenza popolare. È questa immagine che ha portato l’Unione Europea a finanziare la distribuzione di armi alla popolazione civile. “Questo è un atto criminale. In qualità di capo della dottrina del mantenimento della pace all’ONU, ho lavorato sulla questione della protezione dei civili. Abbiamo scoperto che la violenza contro i civili ha avuto luogo in contesti molto specifici. In particolare, quando c’è abbondanza di armi e nessuna struttura di comando”. In città come Kharkiv, Mariupol e Odessa, la difesa è effettuata da milizie paramilitari. Non hanno né struttura né scrupoli e “sanno che l’obiettivo della ‘denazificazione’ è rivolto principalmente a loro”. Con la questione del bombardamento del reparto ostetricia dell’ospedale di Mariupol “sembra che gli ucraini abbiano riprodotto l’episodio della maternità di Kuwait City del 1990, che fu totalmente inscenato da Hill & Knowlton per 10,7 milioni di dollari per convincere il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a intervenire in Iraq per l’operazione Desert Shield/Storm”. In sostanza, quello che fanno gli ucraini e i russi oggi, l’hanno imparato da noi. Invece di esserne fieri ce ne dovremmo vergognare.

Accanto alla solita enfasi sulla strabiliante resistenza ucraina, anche il Financial Times apre spiragli di narrazione diversa. “Il risultato è ancora lontano dalla certezza…” Mentre hanno diffusamente parlato dei successi ucraini “i capi militari di Stati Uniti e Regno Unito sono stati in gran parte in silenzio sui problemi militari di Kyiv”. In particolare, Kyiv dice di aver perso 1.300 soldati mentre le stime statunitensi parlano di 7.000, “ma i funzionari e gli analisti occidentali hanno detto che le perdite ucraine sono probabilmente molto più alte”. Inoltre, “il dominio dell’informazione ucraina ha mascherato le sue perdite”. Sono girate migliaia d’immagini di carri russi distrutti e nessuna delle perdite subite. “Questo ha portato a un pregiudizio naturale nel contenuto online che viene esaminato da molti analisti.” Il Cremlino ha tuttavia ripetutamente insistito che le sue operazioni stanno andando secondo i piani. “Non ho visto prove che il suo intento generale sia cambiato”, ha detto un funzionario della difesa occidentale. “Nel sud, la Russia ha avuto qualche successo. Pesanti perdite ucraine sono state sostenute quando le forze russe hanno superato le posizioni che difendono il ponte di terra dalla Crimea… ”. Almeno una brigata di marines ucraini – la 36ª brigata di fanteria navale – è intrappolata nella difesa della città assediata di Mariupol”. Ci sono anche segni di superamento dei problemi logistici a nord est dove i rifornimenti passano attraverso le strade della Bielorussia piuttosto che con i treni. “Ciò è avvenuto grazie all’aumento dell’uso di droni nell’ultima settimana – secondo un funzionario militare occidentale – ne volano a dozzine sopra l’Ucraina e vengono utilizzati per colpire obiettivi e fornire capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione ai gruppi di battaglia russi”. Inoltre, i russi non sono ancora passati alla difensiva “che è la prima cosa che farebbero se fossero veramente preoccupati per i rifornimenti”, ha detto Kusti Salm, segretario permanente al ministero della difesa estone. “Forse la più grande vulnerabilità tattica dell’Ucraina è la sua Joint Forces Operation (JFO), dove la maggior parte delle risorse militari dell’Ucraina sono schierate ad ovest di Donetsk e Luhansk. La Russia sta cercando di accerchiare le truppe ucraine, tagliandole fuori da Kiev e attirandole in un aperto combattimento ad armi combinate che gioca a favore della superiorità dei suoi gruppi di battaglia. Schiacciare le forze ucraine in questo modo sarebbe una vittoria tanto quanto catturare Kyiv” . “Pochi credono che la lotta in Ucraina finirà presto. Anche nelle migliori ipotesi, questa sarà una guerra con molte pause operative”, ha detto Kaushal del Rusi (autorevole think tank inglese). “Una guerra fatta di scatti e partenze che probabilmente si trascinerà per molto tempo”. Considerato il volume di affari che la guerra alimenta, non è soltanto una profezia, ma un auspicio di molti.

Peskov: “Se minacciati, useremo armi nucleari”

“Circolano dati e informazioni che provengono da diversi media e dalla vostra intelligence. Le dovete mettere in dubbio, ci dovete pensare due volte”.

Parola di Dimistri Peskov, portavoce di Vladimir Putin, pronunciate ai microfoni della Cnn, durante un’intervista con Christiana Amanpuor, la decana dei corrispondenti di guerra britannici. L’atmosfera è cordiale, il confronto serrato ma civile, eppure la sensazione del dialogo tra sordi, anche qui, è forte. Da una parte la narrazione occidentale, che prendiamo per buona, dall’altra quella russa, talmente distante dalla nostra percezione da disarmare.

“Cosa sta andando storto – incalza Amanpour – tutti pensavano che l’invasione si sarebbe risolta in pochi giorni…”. “Nessuno pensava una cosa simile – risponde Peskov – la nostra è un’operazione seria, il cui obiettivo principale è quello di liberarsi del potenziale militare ucraino. Per questo l’esercito russo colpisce solo obiettivi militari, non civili. Noi non stiamo colpendo civili. L’Ucraina deve cambiare, bisogna liberarsi dei nazionalisti ucraini che si fanno scudo dei civili”.

Ed è qui, sul massiccio (dal fronte occidentale) coinvolgimento della popolazione civile o sulla disinformazione (dal fronte orientale) di parte opposta che il confronto si accende.

“Mariupol è ridotta in cenere – incalza Amanpour – perché. qual è il vostro obiettivo”?

“Noi – risponde il portavoce del Cremlino – stiamo liberando Mariupol dai nazionalisti che non fanno uscire la gente dalla città. In Russia riceviamo molti i profughi, ci raccontano che viene loro impedito di abbandonare la città e che vengono usati come scudi nei bombardamenti”.

“I nostri colleghi in Ucraina – replica la giornalista – raccontano storie diametralmente opposte. La Russia impedisce i corridoi umanitari, la Russia trasferisce civili a Est non si sa bene dove e a fare cosa…”.

“Falso – sbotta Peskov – è in corso una guerra di fake news, per capire come vanno davvero le cose bisogna vederle dall’interno. Capire è difficilissimo”.

E che l’informazione e la verità siano sempre vittime di ogni guerra non c’era bisogno di saperlo dal Cremlino. E il resto dell’intervista non fa che confermarlo. L’Armata rossa frenata dalla resistenza ucraina? Macchè, “Non c’è la resistenza in Ucraina, ci sono molti ucraini che stanno collaborando con la Russia”. Il conflitto si allarga a ovest? No, “la Russia non c’entra, l’avamposto più occidentale è Mariupol”, dopodiché la Russia non controlla i separatisti e non può impedir loro – impegnati in una guerra di difesa – di colpire nuovi obiettivi.

Novaya Gazeta (il più importante quotidiano d’opposizione russa) rivela come i piani di annessione della Crimea fossero pianificati da molto prima che il governo ucraino cadesse? Falso, o meglio, risponde il portavoce di Putin, “non posso escluderlo”, ma non perché la notizia potrebbe essere vera, ma solo perché proviene da un giornale “che non ha nulla a che fare con il Cremlino”. E su questo almeno è difficile non essere d’accordo. “L’unica cosa che vogliamo – ancora Peskov – è che i nostri interessi nazionali, i nostri diritti sovrani e interessi sovrani vengano trattati con il dovuto rispetto. Non appena ciò accadrà ci sarà tempo per un nuovo rinascimento delle relazioni internazionali”. Nell’attesa parola alle bombe, che saranno nucleari “solo se la sua stessa esistenza sarà minacciata” è la sinistra conclusione del portavoce di Putin.

Kiev contrattacca, ma resta ostaggio del suo coprifuoco

Il lockdown di Kiev si chiama coprifuoco. Qui dove nessuno porta la mascherina, nessuno ieri s’è sognato di non rispettare il divieto di uscire di casa. Nemmeno quando i tonfi sordi degli ordigni russi sulla capitale si sono ripetuti sempre più cupamente in una manciata di minuti. Colpi di artiglieria che il comando militare di Kiev si aspettava in risposta all’offensiva lanciata già dall’alba per riconquistare tratti dell’autostrada M6, quella che porta a ovest, verso Leopoli: perciò sono state decretate rapidamente le 36 ore di “lockdown” che finisce questa mattina alle 7. Gli ufficiali ucraini parlano di obiettivo raggiunto, liberando Makariv “dopo un’intensa battaglia”. I russi invece sarebbero avanzati fino a nuovi avamposti tra i sobborghi urbani di Hostomel (sede di un aeroporto più volte conteso), Bucha e Irpin, sempre sulla stessa linea dei combattimenti (fonti ucraine hanno poi sostenuto che quei reparti russi siano stati circondati e isolati). A Obolon, quartiere nord sulle rive del Dnepr si sarebbe schiantato almeno un missile: due edifici colpiti, e ci sarebbero stati almeno un morto e tre feriti. Delle vittime delle battaglie più o meno sanguinose, si saprà solo quando avverranno i funerali. Dei sopravvissuti sarà pressoché impossibile sapere: gli ospedali militari sono off limitse questo fa nascere illazioni: “Si dice perché potrebbero essere sovraffollati di feriti”, spiega un’operatrice umanitaria ucraina. Anche delle vittime russe è difficile sapere, l’ultimo conteggio ufficiale parlava, ormai più di una decina di giorni fa, di meno di 500 morti: ieri un organo di stampa vicino al Cremlino ha resa pubblica la cifra di 10.000 morti, ma poco dopo la stessa Komsomolskaya pravda ha affermato che l’informazione era stata diffusa dopo un hackeraggio.

La stretta russa a Kiev, sempre legata all’andamento del conflitto nell’area sud-orientale, potrebbe prendere ulteriore forza se la strategia putiniana, ormai alla viglia del mese di guerra, si convertisse anche per la capitale nella conquista delle città, come sta avvenendo nella fascia costiera del Mar Nero e in varie parti del Donbass. Mentre da paesi Nato vengono diffuse notizie sulla precarietà delle linee di rifornimento russe a nord della capitale e tre soli giorni di scorte di cibo, e il Pentagono afferma che “i russi sono in difficoltà”, la difesa di Kiev ha usato il giorno sgombro di civili probabilmente anche per trasferire alcuni armamenti: ieri si sono avute conferme della presenza di lanciarazzi e via vai di militari nella porzione del centro commerciale Retroville a Podil, pochi chilometri in linea d’aria da Irpin, annientato nella notte di domenica. Rispettando il detto bellico alessandrino che le città si aggirano o si attaccano solo all’ultimo momento di un conflitto, la presa della capitale verrebbe lanciata dal Cremlino nel momento in cui si fosse assicurato l’obiettivo primario: la piena contiguità territoriale dalla Crimea all’area separatista del Donbass. La capitale sarebbe merce di scambio per l’intesa di fine conflitto: visione forse semplicistica per dare una spiegazione del sostanziale “arenamento” delle armate russe alle porte di Kiev. Chi ha approfittato del coprifuoco sono stati senz’altro i pompieri, le seconde linee dell’organizzazione bellica cittadina, oberati da settimane di interventi per estrarre morti e feriti e spegnere incendi e demolire strutture pericolanti tra i caseggiati colpiti dagli ordigni russi. I resti degli ultimi target civili sono stati messi per quanto possibile in sicurezza tra il rombare di un allarme anti-aereo e l’altro – concentrati soprattutto la mattina presto e la sera – mente gli abitanti degli altri caseggiati erano chiusi in casa. Chi ha approfittato del coprifuoco pare siano stati dei “sabotatori”, ovvero i “segnalatori” dei russi che agirebbero da infiltrati in città per avvertire il nemico sugli obiettivi colpire. Sporadici colpi di kalashnikov si sono sentiti, ma non si può escludere fossero colpi in aria per convincere qualche irrispettoso del coprifuoco. I colpi di arma non hanno perturbato lo stormo di piccioni che due donne cibano con molliche di pane su un terrazzino del centro-città: solo l’improvviso boato che arriva da lontano ha scacciato gli uccelli, tornati poco dopo a posarsi sul terrazzino.

La mossa di Zelensky: avere Papa Francesco come garante

Per innescare una dinamica di pace nel conflitto in Ucraina scende in campo la diplomazia vaticana: Papa Francesco ha chiamato al telefono il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che l’ha invitato in Ucraina. Non si sa ancora se e quando la visita avverrà. Dice il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin: “Il Papa a Kiev? Non sono in grado di dire, loro dicono di poter garantire la sicurezza e so che anche il presidente Macron andrà…”. Poi aggiunge: “Non ci sono alternative al negoziato … l’alternativa è la guerra, l’alternativa è la violenza, l’alternativa sono i morti”. A complicare la mediazione vaticana, c’è il fatto che questo conflitto vede pure contrapposte le chiese ortodosse ucraina e russa. Nel darne notizia con un tweet, l’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede Andryi Yurash descrive una conversazione “molto promettente” e giudica la telefonata un “nuovo visibile gesto di sostegno all’Ucraina da parte di Francesco”: Il Papa ha detto che la Santa Sede “sta pregando e facendo tutto il possibile per la fine della guerra; il presidente ha ribadito che Sua Santità è l’ospite più atteso in Ucraina”. L’ambasciatore Yurash spinge da giorni per una visita a Kiev di Papa Francesco. E la Russia presta attenzione al ruolo del Vaticano: l’Adn Kronos scrive che Alexei Paramonov, direttore per l’Europa del Ministero degli Esteri russo, il funzionario che aveva minacciato l’Italia e attaccato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, è stato designato prossimo ambasciatore presso la Santa Sede.

In passato, il Vaticano non ha avuto molto successo quando ha cercato di prevenire un conflitto. Ma è vero che si rivolgeva all’Occidente protestante, mentre ora ha a che fare con la Russia, un Paese e un regime intrisi di religiosità ortodossa. Nel 1991, Giovanni Paolo II era contro la Guerra del Golfo – pur avallata dall’Onu -, scrisse a Bush padre e a Saddam Hussein, appoggiò Mikhail Gorbaciov che provò ad evitare che dall’offensiva aerea si passasse a quella terrestre: non servì a nulla. Ricevendo in Vaticano Lech Walesa, all’epoca presidente polacco, Karol Wojtyla gli raccontò che la guerra non lo faceva dormire. Dodici anni dopo, lo stesso Papa non ottenne di più con Bush figlio, che, contro il parere dell’Onu, invase l’Iraq. Wojtyla mandò a Washington il cardinale Pio Laghi, che il 5 marzo 2003 fu ricevuto alla Casa Bianca, senza esito alcuno, Due settimane dopo, scattava l’attacco all’Iraq e l’impressionante operazione Shock and Awe, un inferno in diretta televisiva. Le prospettive di successo in Ucraina non sono molte, al di là dell’entusiasmo dell’ambasciatore Successivamente Zelensky ha riferito che il Papa gli “ha detto parole molto importanti” e che lui gli ha raccontato “la difficile situazione umanitaria e il blocco dei corridoi da parte dei russe”: “Il ruolo di mediazione della Santa Sede nel porre fine alla sofferenza umana sarebbe accolto con favore”, ha aggiunto, dopo aver ringraziato il pontefice “per le preghiere per l’Ucraina e la pace”. Per il momento, papa Francesco in un tweet diffuso anche in russo e in ucraino, invita “ogni comunità e ogni fedele” a unirsi a lui in preghiera venerdì, il giorno dell’Annunciazione, per la pace nel Mondo, quindi pure in Ucraina. Zelensky è anche tornato a proporre un incontro con il presidente russo Vladimir Putin, dicendosi pronto a discutere dello statuto delle autoproclamate Repubbliche russofone ucraine e della Crimea. Ma per farlo, sostiene, è necessario un cessate-il-fuoco: “Una volta rimosso quell’ostacolo, parliamo”. Da parte russa, si rovescia la medaglia: prima l’intesa, poi il cessate-il-fuoco. Chi non collabora a creare il clima per un negoziato sono gli Stati Uniti di Joe Biden. Il presidente, che domani sarà a Bruxelles per i Vertici dell’Ue e della Nato e poi andrà in Polonia, resta rigido, con la Russia e anche con la Cina. Biden vede “un Occidente più unito che mai” e paventa il ricorso alle armi chimiche da parte russa; Putin torna ad agitare l’incubo dell’atomica. Alla vigilia della partenza per l’Europa, il segretario di Stato Antony Blinken annuncia una raffica di sanzioni contro dirigenti cinesi responsabili della repressione di minoranze etniche e religiose nello Xinjiang.

Le spie dal semifreddo

Sulle migliori gazzette va fortissimo una deduzione: siccome i russi hanno invaso l’Ucraina, la loro missione sanitaria in Italia dal 22.3. 2020 per aiutarci contro il Covid era spionaggio. I Servizi e il Copasir hanno già smentito tutto, ma ai Le Carré de noantri non la si fa. Il capomissione russo -rivela il Corriere- voleva “entrare negli uffici pubblici e sanificare il territorio”. Se l’avesse fatto un mese prima l’Asl di Alzano al primo focolaio, ci saremmo risparmiati centinaia di morti. Comunque “gli italiani negarono il via libera” e i russi dovettero accontentarsi di “ospedali e Rsa”, forse per spiare le scollature delle infermiere. Poi però “sanificarono molte strade”, per carpire i segreti dei paracarri e riferirli a Mosca in codice cifrato. Repubblica non ha dubbi: “l’obiettivo non era aiutare gli italiani”, come si potrebbe arguire dai 32 medici, 51 bonificatori, 110 mila tamponi, 521.800 mascherine e 30 ventilatori polmonari offerti alla povera sanità lombarda (era in mano a Fontana e Gallera), mentre Ue e Usa dormivano. Era “un’operazione di intelligence” per “acquisire tutte le informazioni sul virus e i metodi per contrastarlo”. Purtroppo sui metodi si brancolava nel buio con gli antinfluenzali. E le formidabili “informazioni sul virus” non è ben chiaro perché venissero a cercarle a Bergamo, visto che il Covid dilagava pure in Russia. Ai segugi di Rep e Corriere basterebbe leggere i loro giornali. “Con 306 casi e nessun morto su 145 milioni di abitanti, la Russia ha uno dei tassi di contagi più bassi al mondo… ‘Bugie spudorate’, sbotta Anastasija Vasilyeva, capo del sindacato Alleanza dei medici… In un anno l’Istituto statistico ha registrato +37% dei casi di ‘polmonite acquisita in comunità’ (Pac). ‘Le autorità sovrappongono Pac a Coronavirus per evitare il panico. Ai medici è vietato di diagnosticare il coronavirus, pena il licenziamento’” (Rep, 22.3.’20).

Forse gli spioni cercavano la variante bergamasca del Covid, utilissima per combattere quella russa. O forse -insinua la Stampa- Putin voleva “incunearsi anche fisicamente nel teatro italiano” (probabilmente l’Ambra Jovinelli). Il Foglio aggiunge orrore all’orrore: la Bellanova “non fu coinvolta” da Conte e Guerini, sennò avrebbe sgamato la cosa, con l’astuzia contadina tipica degli ex braccianti. La Stampa ricorda che altre quinte colonne di Putin subornate da Conte (Zingaretti, D’Amato e lo Spallanzani) volevano “adottare il vaccino Sputnik in Italia”. E non erano sole: “Parigi e Berlino, vertice con Putin: ‘Pronti a collaborare su Sputnik’” (Stampa, 1.4.’21). Quindi Conte governava anche Francia e Germania. Si attende ad horas lo sviluppo più agghiacciante della spy story: i russi della missione russa parlavano russo.