La pistola di MgM contro i golpisti

Un po’ dispiace che a Maria Giovanna Maglie sia stata negata una striscia dopo il Tg1 delle 20. Perché ci saremmo divertiti. E pure parecchio. Perlomeno in questa stagione estiva in cui l’alternativa è la coppia Telese-Parenzo. “Se leggo ancora una volta che i 5 Stelle sono pronti al governo col Pd, un Conte bis benedetto da Mattarella, metto mano alla pistola. Non è il 1992 e neanche il 2011, temete l’ira del popolo inciucioni golpisti”, è uno dei suoi ultimi post su Fb, con foto di Salvini che si fa un selfie davanti a una folla festante. Il post poi è stato rimosso, non si capisce se da Fb (perché?) o da lei stessa.

Nel frattempo Maria Giovanna se ne strafotte e attovaglia, a casa sua, il bel mondo romano per una festa serale a base di porchetta gigante e spettacolo di burlesque. Inviti, come sempre accade nella Capitale, assai trasversali (Buttafuoco, Fagnani, Ghisleri, De Santis, Federici, eccetera…). Che sarà mai, allora, un post censurato su Facebook per la Maria Angiolillo 3.0?

Ecco, se ci fosse stata quella striscia, nell’attesa avremmo anche accettato di sorbirci per mezzora il Tg1 di Giuseppe Carboni, giusto per vedere le pistole della Maglie.

Ma perché la destra non ha un suo detective?

Rocco (Schiavone) e i suoi fratelli colleghi di sinistra. Ancora una volta la destra farisea e bacchettona, oggi fascioleghista, va all’attacco del libertinaggio “stupefacente” del celebre detective di Antonio Manzini interpretato da un magnifico Marco Giallini.

Una polemica stucchevole e ideologica e che cade nei giorni di lutto per la morte di Andrea Camilleri, l’inventore di Salvo Montalbano, altro grande poliziotto democratico oggi fieramente anti-salviniano. E allora la questione che avanza, nel senso gramsciano dell’egemonia culturale è questa: ma perché la destra di Salvini e Meloni, allergica alle canne di Schiavone, non ha un suo detective di riferimento? Eppure i gialli sono da più di un decennio il fenomeno letterario dell’intero orbe terracqueo, non solo dell’Italia. Gli scaffali delle librerie traboccano di noir e thriller e ogni provincia italica ha ormai il suo investigatore prediletto, quasi mai di destra, almeno tra quelli degli autori più noti e venduti.

Ora, fino a che questa parte del campo era a maggioranza berlusconiana, la lacuna era comprensibile. Un investigatore berlusconiano è un ossimoro, data la natura delinquenziale di Forza Italia: lo stesso B., ovviamente, indi Dell’Utri e Previti, per citare i condannati più illustri per reati gravissimi, mafia e corruzione. Ma adesso che è tutto verde leghista o nero postfascista?

Lo scorso inverno, durante un dibattito, lo scrittore Roberto Costantini ha fatto una profezia in merito: “È questione di tempo, ma prima o poi ci sarà un detective di destra, sovranista o populista che sia”. Costantini è una star del giallo nostrano, vanta milioni di copie con la sua trilogia del Male. Protagonista il disincantato Mike Balistreri. Ecco, Balistreri è di destra, ma quella d’antan, tra Ordine Nuovo e il vecchio Msi almirantiano. Però nell’Italia di oggi non crede più in nessuno, un Paese tout court di “merda”, a livello di potere e di classe politica. Quindi, siamo punto e daccapo. La Lega trionfante non ha un investigatore che simpatizzi per la linea dura contro i migranti oppure si entusiasmi per il rosario agitato durante un comizio. Il settore è monopolizzato dalla sinistra: radicale, riformista, delusa, in ogni caso postcomunista.

Oltre a Schiavone e Montalbano, c’è il commissario antifascista Ricciardi di Maurizio de Giovanni (antifascista negli anni del Ventennio), ci sono scrittori come Gianrico Carofiglio e Sandrone Dazieri dichiaratamente progressisti (Carofiglio è stato finanche parlamentare del Pd). E ancora, in ordine sparso, andando a memoria: Lucarelli, Malvaldi, Robecchi, Loriano Macchiavelli, Marco Vichi, Giovanni Ricciardi, Valerio Varesi. Nessuno che faccia trapelare inclinazioni salviniane. Addirittura, il vicequestore Norberto Melis di Hans Tuzzi, che vive nella Milano della Prima Repubblica, concluderà la sua serie di indagini appena si affaccerà in politica un signore di nome Silvio Berlusconi. Come a dire: impossibile a quel punto assicurare il ristabilimento del Bene.

Il paradosso di questa assenza a destra è ancora più clamoroso se si pensa alle origini conservatrici del giallo christiano: Poirot e Miss Marple scoprono il colpevole per rassicurare l’ordine borghese. Secondo la critica marxista, il giallo non è mai rivoluzionario proprio per questo motivo. Senza dimenticare che, per ritornare al fascismo, il Duce ordinò la creazione di un detective fascista. Si chiamava Orazio Grifaci, partorito da Carlo Brighenti. E Salvini?

Rocco Schiavone su Rai1 fa infuriare la Lega e FdI

Il trasloco da Rai2 a Rai1 era stato annunciato tra squilli di trombe e rulli di tamburi alla presentazione dei palinsesti, il 9 luglio scorso a Milano. Ora però sembra che a Viale Mazzini qualcuno ci stia ripensando. Parliamo di Rocco Schiavone, la fiction basata sui romanzi di Antonio Manzini con protagonista Marco Giallini. La serie tv racconta le vicende di un commissario romano, anzi vicequestore, assai border line (fuma marijuana e non sempre rispetta la legge, inseguendo però sempre un suo personale senso di giustizia), trasferito per punizione ad Aosta. Ed è tra le montagne valdostane che Schiavone indaga e risolve casi, con qualche incursione nella Capitale cui è legato da un passato travagliatissimo (sua moglie viene uccisa ma il bersaglio era lui).

La serie, finora trasmessa su Rai2, è stata un grande successo. La prima stagione, in onda nel 2016, è stata vista da una media di 3 milioni e 625 mila persone, per uno share del 14,4%. La seconda, invece, da 3 milioni e 172 mila, con lo share medio del 13,9%. Bei numeri. Molto alta è anche la percentuale delle visualizzazioni su RaiPlay. Insomma, un bel prodotto Rai che funziona e viene venduto all’estero, con un Giallini strepitoso, perfetto nella parte del poliziotto burbero e stazzonato, ma con un grande cuore.

Per la terza stagione, in onda il prossimo autunno, la Rai aveva deciso la promozione a Rai1, dove si prevede di raggiungere almeno il 20% e oltre. Tutto bene, dunque? Niente affatto. Perché nei giorni scorsi dal mondo politico sono iniziate le critiche. Da Forza Italia, con Maurizio Gasparri, da sempre avverso a Schiavone, ma pure da Fratelli d’Italia. E anche in Lega non fanno i salti di gioia. Insomma, nel mondo del vecchio centrodestra la promozione di Schiavone non piace.

Della questione si è iniziato a parlare anche ai piani alti della tv di Stato, dove sarebbero arrivate pressioni per farlo restare su Rai2. Tanto più che le nuove puntate di Schiavone sembra siano particolarmente “forti”. Si racconta, per esempio, che chi a Rai1 ha visionato i nuovi episodi sia saltato sulla sedia. Per evitare problemi, la direttrice di Rai1, Teresa De Santis, si è riservata di visionare le puntate prima di dare il via libera definitivo, senza escludere eventuali interventi per rendere più consono il prodotto al pubblico di Rai1.

Verranno tagliate le scene dove Rocco si fa le canne? Non si sa. Risultato: al momento è tutto fermo, il trasloco su Rai1 è congelato e la prossima settimana De Santis e Tinny Andreatta, direttrice di Rai Fiction, si vedranno per fare il punto della situazione. Insomma, l’ipotesi che Rocco Schiavone possa restare dov’è esiste, per la gioia di Carlo Freccero.

“Io ero critico prima e lo sono ancor di più adesso, ma alla luce del sole. Trovo curioso che un programma che propone un modello di poliziotto che si droga venga promosso sulla rete ammiraglia. Se questa è la Rai del cambiamento…”, attacca Gasparri. Pure FdI è sulle barricate. “Non discuto la scelta della Rai, ma mi chiedo quale sia il modello che trasmettiamo ai giovani”, afferma Federico Mollicone, deputato di FdI della Vigilanza. Se Schiavone dovesse tornare su Rai2, però, Viale Mazzini ci farebbe una figuraccia, perché vorrebbe dire smentire l’annuncio fatto. Che ne pensa l’ad, Fabrizio Salini?

Un milione non basta per il Teatro Camilleri

La statua del commissario Montalbano dà le spalle al cineteatro “Empedocle”, come a non volerlo guardare quello scempio che dura da cinquant’anni nel centro della Vigata dei romanzi di Andrea Camilleri. Neanche il protagonista dei celebri titoli del maestro riuscirebbe probabilmente a venire a capo della vicenda che riguarda la chiusura della struttura in via IV Novembre a Porto Empedocle.

Convertito nel tempo in sala cinematografica, l’immenso cineteatro è stato tra i luoghi più frequentati dallo stesso Camilleri da giovane. Le sue porte sono state serrate negli anni Settanta per non essere mai più riaperte. Nemmeno oggi, sebbene sia stato ristrutturato. Il progetto era stato ideato dall’Università di Palermo (Progetto Hera) e la sua attuazione inaugurata nel 2010 dall’ex sindaco di Porto Empedocle, Lillo Firetto, con una mostra di locandine cinematografiche. Dopo essersi aggiudicata i lavori – finanziati per altro dalla Regione, dalla Provincia e dal Comune con un notevole ribasso –, l’azienda che doveva portare a compimento il rifacimento dello spazio ha infatti rescisso il contratto con il comune. E ciò, finendo i soldi e dichiarando fallimento. “Il finanziamento per il restauro era di un milione di euro,” precisa Firetto. A più riprese, i lavori si sono in seguito bloccati fino alla rescissione del contratto nel 2015. “Non possiamo parlare di opera incompiuta,” precisa Valerio Alfano, responsabile dell’Ufficio tecnico del Comune di Porto Empedocle, “perché anche dopo il fallimento della ditta e la rescissione del contratto abbiamo agito con dei lavori di collaudo. Nonostante la chiusura, infatti, stiamo collaudando le opere che sono state già effettuate per comprendere come procedere prossimamente, perché i lavori strutturali sono stati completati”. La ristrutturazione è dunque quasi conclusa.

Dal 2015, a mancare per la riapertura sono gli impianti elettrici e gli arredi.

Una precisazione: secondo il Progetto Hera del 2010, l’agognata ripresa delle attività doveva avvenire nel 2012, il teatro doveva accogliere 500 persone e assurgere a simbolo della città di Camilleri. Oggi, dopo la morte dello scrittore, il tema ritorna attuale: “Sarebbe un sogno per noi mettere in scena lì le opere di Camilleri”, spiega il nuovo sindaco Ida Carmina, “sicuramente alla fine dei lavori il teatro verrà dedicato al grande scrittore che ha lasciato un bel ricordo nella città di Porto Empedocle”.

Inviato dalla Rai per errore sulla rotta per Amsterdam

Mi è capitato di fare una figuraccia, addirittura internazionale. Per lunghi anni, come regista radiofonico, mi ero dedicato in particolar modo alla sperimentazione, tanto sulla parola, quanto sul suono. Avevo avuto anche l’onore di lavorare a lungo al mitico studio milanese di Fonologia, litigando con musicisti del calibro di Berio e Maderna che dello studio volevano l’esclusiva. Avevo sperimentato le primissime trasmissioni di prosa in stereofonia e mi ero anche cimentato con la quadrifonia. Sicché non trovai nulla di strano quando nel 1980 venni convocato dal direttore della Radio che mi comunicò che il mese seguente si sarebbe tenuto ad Amsterdam un convegno di trecento tecnici audio provenienti da tutto il mondo, per discutere le questioni della ripresa radiofonica in movimento circolare. Il direttore mi comunicò che avevano deciso di mandarmi in rappresentanza della Rai, perché ero in sostanza uno dei pochi registi che di questa materia ci capisse qualcosa.

Si trattava di un soggiorno olandese di una settimana al massimo. Persuasi mia moglie a venire con me. A quel tempo, per nessuna ragione al mondo, avrei messo piede su un aereo. Perciò organizzai il mio viaggio con un treno che sarebbe partito da Roma alle 10 del mattino, avrebbe raggiunto Milano in serata e qui ci saremmo trasferiti in una vettura-letto diretta proprio ad Amsterdam. La mattina stabilita andammo alla stazione, prendemmo posto nel nostro scompartimento ma il treno non partì. Dopo un’ora mi decisi a chiedere spiegazioni a un ferroviere di passaggio. Mi disse che si trattava di uno sciopero selvaggio e non si sapeva se e quando sarebbe terminato. Il suo consiglio fu di restare dentro il treno e di non scendere per nessuna ragione perché la partenza poteva avvenire senza nessun preavviso. Così alle 13, io e mia moglie pranzammo nella vettura ristorante sempre fermi al binario 3 della stazione Termini. Poi finalmente partimmo, ma quando giungemmo a Milano, con grande ritardo, apprendemmo che il treno-letto per Amsterdam era già partito per la sua destinazione. Non ci rimase altro da fare che prendere posto in una normalissima vettura di prima classe che, ci assicurarono, ci avrebbe fatto raggiungere Amsterdam la mattina seguente. Rimanemmo devo dire un po’ sorpresi, che in quel vagone gli unici passeggeri eravamo noi due. Scoprimmo anche che non c’era una carrozza ristorante e quindi fummo costretti a restar digiuni. Superammo senza difficoltà il confine italo-svizzero e ci appisolammo. Ore dopo venimmo bruscamente svegliati e fatti scendere di corsa dalla vettura da un ferroviere svizzero-tedesco che aveva modi da SS. Ci disse, quasi urlando, che quella vettura non andava più ad Amsterdam e che avremmo dovuto aspettare l’arrivo di un altro treno. Mentre stavamo mestamente dirigendoci carichi dei nostri bagagli in una sala d’attesa, tra l’altro faceva molto freddo, sopraggiunse un nuovo ferroviere di stampo nazista che, mentre rimproverava il collega che ci aveva fatto scendere, ci intimò di risalire immediatamente nella nostra vettura perché era quello il treno che ci avrebbe portato ad Amsterdam. Risalimmo, partimmo e, piuttosto stremati, ci addormentammo profondamente. Non so a che ora mi svegliai. C’era un silenzio totale, assoluto, tentai di accendere la luce ma capii che non c’era energia elettrica. Non solo, era stato spento anche il riscaldamento. Coprii mia moglie, che continuava a dormire, con il suo cappotto, indossai il mio e con orrore mi resi conto che la nostra vettura si trovava in un binario morto dentro un bosco fittissimo e buio. Lontanissimo, forse fu una mia illusione data dallo sconforto o dal sangue grosso, sentii un ululare di lupi. Percorsi tutta la vettura chiudendo accuratamente sportelli e finestrini, poi mi andai a sedere abbracciato a mia moglie così da scaldarci reciprocamente. Era giorno chiaro quando da uno scossone violento, capii che la nostra vettura era stata agganciata da una motrice. Infatti poco dopo facevamo parte di un convoglio che partì con decisione e sicurezza. Siccome passò nel corridoio un ferroviere che indossava una divisa a me sconosciuta, gli domandai se quel treno andasse ad Amsterdam. Il suo ‘ja’ mi tranquillizzò.

L’orario di inizio del convegno che mi era stato comunicato a Roma, doveva essere alle nove del mattino, ma noi a quell’ora non avevamo ancora superato il confine con l’Olanda. A farla breve arrivammo alle due del pomeriggio. In albergo trovai un biglietto che mi avvertiva che il convegno si sarebbe tenuto nella cittadina di Hilversum, in uno studio della televisione Vos. Informandomi con il portiere scoprii che la cittadina si trovava a mezz’ora di treno dalla capitale. Così, per non perdere altro tempo, mi diedi una rapida rilavata, non mi cambiai nemmeno gli abiti stazzonati, e mi precipitai a prendere il trenino, sperando tra me e me, che forse il ritardo non sarebbe stato notato data la presenza di trecento altre persone.

Quando arrivai finalmente all’ingresso della Vos, dissi che ero l’inviato italiano per il convegno. Il portiere balzò subito in piedi e mi accompagnò, sollecitandomi, fino a davanti la porta di uno studio. Me la indicò, io aprii ed entrai. Lo studio era piuttosto grande e assolutamente deserto, fatta eccezione di quattro persone sedute attorno a un tavolo. C’era una quinta sedia vuota, evidentemente quella destinata a me. Il che stava a significare che quei quattro signori stavano aspettandomi dalle nove del mattino. Si alzarono e mi vennero incontro con le mani protese, io cominciai a stringerle cercando di spiegare, in italiano, i motivi del mio ritardo.

Mi interruppero subito invitandomi a parlare in inglese, lingua a me sconosciuta. Dissi, cominciando a sudare freddo anche perché non capivo perché mancassero le altre 295 persone, che parlavo solo il francese. Allora uno dei quattro si presentò, dicendomi che era il vicedirettore generale della radio francese, e che volentieri avrebbe fatto da interprete. A farla breve, a Roma avevano sbagliato a darmi quelle indicazioni. Si trattava di una riunione en petit comitè, a livello di vicedirettori generali delle rispettive radio di Francia, Inghilterra, Germania, Olanda e Italia per decidere come e dove si sarebbe tenuto nell’anno successivo, l’incontro con i trecento tecnici che avrebbero dovuto scambiarsi pareri, opinioni su quella particolare tecnica di ripresa. Era quindi una riunione ad alto livello prettamente organizzativa e la mia presenza era dunque assolutamente inutile, in quanto non avevo alcun potere decisionale rispetto ai vicedirettori.

Così, riuscendo a malapena a contenere la rabbia per la figura che avevo fatto, chiesi scusa per la lunga attesa alla quale avevo sottoposto gli altri quattro e per la mia presenza incongrua, mi congedai e mi avviai verso la porta.

Venni fermato dal francese che disse: “Attendez un moment, s’il vous plait”. Poi si mise a confabulare con i suoi colleghi, alla fine mi fece cenno di tornare a sedere e parlò.

“Senta – disse – Noi siamo qui per risolvere i problemi soprattutto amministrativi relativi all’organizzazione e all’ospitalità. Lei magari, visto che ormai è qui, potrebbe darci anche una mano su come progettare a livello tecnico il futuro convegno visto che nessuno di noi capisce cosa sia la ripresa fonica circolare”.

E fu così che riuscii a riparare alla mia figuraccia illustrando ai vicedirettori le nuove scoperte nel campo della sperimentazione radiofonica.

Per la cronaca, ebbi l’idea di organizzare una sorta di concorso internazionale su quella particolare tecnica di ripresa.

L’anno seguente tornai a Hilversum, dove era stato appunto indetto il convegno, ma questa volta con le carte in regola e trovando tutti i trecento tecnici.

Sempre per la cronaca, il concorso venne vinto dall’Italia con un originale radiofonico, ripreso genialmente dal regista Giorgio Pressburger.

Italia e Malta sfidano Parigi e Berlino: “No al primo porto sicuro”

L’incontroa Helsinki tra i ministri dell’Interno europei ha palesato pesanti distanze tra l’Italia e il blocco franco-tedesco. Ieri Matteo Salvini ha ribadito il no dell’Italia al principio del porto più vicino per l’approdo dei migranti, appoggiato dal collega maltese. Parigi e Berlino, già dalla cena di due giorni fa, insistevano invece per far approvare un documento sugli sbarchi che vincoli in tal senso i paesi che affacciano sul Mediterraneo. Così l’incontro di ieri tra Italia, Germania, Malta e Francia (che si è aggiunta all’ultimo momento), alla presenza del rappresentante della presidenza finlandese, ha visto Roma e La Valletta contestare l’idea del primo porto sicuro di approdo per gli immigrati, temendo di doversi sobbarcare tutto il peso degli arrivi. Ma non solo: il rischio, secondo questa linea, è che in questo modo solo i profughi vengano ridistribuiti negli altri Paesi, mentre tutti gli altri migranti resterebbero nei Paesi di sbarco. I tecnici dei ministeri si incontreranno anche nelle prossime settimane e a settembre è stato fissato a Malta un vertice straordinario dei quattro paesi più la Finlandia, sperando che per quella data si sia trovata l’intesa.

Smentito il Garante: l’archivio di Genchi era regolare

Era il 2009. Silvio Berlusconi lo definì “il più grande scandalo della Repubblica”. Per Francesco Rutelli si trattò di una “questione molto rilevante per la nostra libertà e la nostra democrazia”. Alcuni giornali titolarono: “L’orecchio che ascoltava tutto il potere”. Sette anni dopo, nel 2016, il Garante della Privacy chiede la condanna al pagamento di 192 mila euro. E invece ieri il Tribunale di Palermo – prima sezione civile – ha stabilito che Gioacchino Genchi, per il suo archivio, non deve pagare neanche un centesimo: era tutto in regola.

Tutto comincia quando Genchi – stimato consulente di decine di Procure italiane, nonché collaboratore di Giovanni Falcone, del quale analizzò l’agenda elettronica estrapolandone i dati dopo il suo omicidio – s’affianca all’allora pm di Catanzaro, Luigi de Magistris, nelle inchieste Poseidone e Why Not. Il 13 marzo 2009, il Ros dei carabinieri gli sequestra l’archivio e acquisisce i dati delle due inchieste in questione.

Inizia così “il più grande scandalo della Repubblica” perché “l’orecchio che ascoltava tutto il potere” vantava nei suoi hard disk ben 351.991.031 comunicazioni telefoniche e 13.684.937 utenze telefoniche. A De Magistris furono invece revocate le inchieste Why Not e Poseidone: pochi mesi fa, nel novembre scorso, la Corte d’appello di Salerno ha sancito che gli furono sottratte illegalmente. Ieri invece il Tribunale di Palermo ha stabilito che l’attività di Genchi era assolutamente regolare. Uno scandalo, insomma, c’è stato. Ma al contrario.

E pensare che per l’archivio Genchi si muove persino il Copasir e, nel marzo 2016, il Garante della Privacy, che lo sanziona con 192 mila euro di multa anche perché “la successiva duplicazione di tali dati e la conservazione degli stessi nel database non risultano essere ricomprese tra le operazioni di trattamento previste negli stessi incarichi… che avevano un termine di 60 giorni e a tale termine si deve far riferimento per stabilire il limite di conservazione dei dati”.

In sostanza, secondo il Garante, Genchi “ha costituito un database in assenza di specifico incarico” e ne ha utilizzato il “patrimonio informativo” per “finalità ulteriori” violando “il principio di liceità della conservazione dei dati personali”. Il punto è che, giusto per iniziare, il termine da considerare non è quello indicato dal Garante, ma il “momento della scadenza dei termini per le indagini preliminari”. “Tutta la documentazione prodotta in questo giudizio – continua ancora il tribunale – dimostra che la gran parte degli incarichi peritali erano ancora non esauriti…”.

Il Garante non produce tutti i 351 incarichi di Genchi, ma si focalizza solo su alcuni. Ne consegue che la “relativa attività di trattamento dei dati personali ivi contenuti era legittimamente esercitata ‘nel- l’ambito giudiziario’”. Un dato – quello dell’ambito giudiziario – che è valorizzato da nuove norme delle quali, però, a quanto pare Genchi avrebbe anche potuto fare a meno anche per l’ampio mandato conferitogli da tutti i pubblici ministeri.

Russia, il quarto uomo e i misteri di Confindustria

Il quarto uomo italiano c’era o non c’era al Metropol di Mosca, la mattina del 18 ottobre 2018 mentre si discuteva del presunto finanziamento russo alla Lega? “Non desidero rilasciare dichiarazioni per il momento”, dice Gianluca Meranda, l’avvocato che nell’hotel c’era o almeno così ha scritto a Repubblica e per questo ora è indagato dalla Procura di Milano, come l’altro partecipante, Francesco Vannucci. “Non c’è nessun quarto uomo italiano”, dicono fonti anonime leghiste alle agenzie di stampa, anche gli stessi investigatori pare siano scettici. Eppure nella trascrizione della conversazione del collaboratore di Matteo Salvini, Gianluca Savoini, con almeno tre russi si legge un riferimento a “Gianluca” (Meranda), ma anche a “Luca”. Da un paio di giorni tutti si chiedono chi sia questo secondo Luca. E i sospetti si appuntano su una sola persona: Luca Picasso, 48 anni, il direttore generale di Confindustria Russia.

“Non ero assolutamente al Metropol quel giorno con Savoini né avevo mai sentito parlare di questi argomenti prima di leggerne sui giornali”. Picasso era però sicuramente alla cena della sera precedente l’incontro al Metropol, come certifica la sua foto sorridente con Salvini ancora visibile sul suo profilo Instagram. Anzi, è stato il primo organizzatore e responsabile dell’evento. Sui social i suoi commenti sulla serata vanno oltre la simpatia istituzionale: “Salvini è un grandissimo personaggio, parlato di tutto a tavola. Intelligente, simpatico, razionale, sagigo e con un bel carattere a dispetto di come viene descritto, spero diventi premier presto”.

Tutta la trattativa – nessuno sa se conclusa – del Metropol il giorno seguente si regge sulla compravendita di petrolio da cui dovrebbe emergere la provvista per finanziare la campagna elettorale della Lega alle Europee 2019. Sul suo profilo LinkedIn, Picasso si presenta come fondatore e amministratore delegato di ICOG, Italian companies Oil and Gas, dal 2014. Ma capire cosa faccia questa società non è semplice. La Confindustria Russia, inoltre, fin dal sito chiarisce i suoi legami con l’Eni, visto che i due loghi sono appaiati e che il presidente, Ernesto Ferlenghi, è appunto un manager del gruppo controllato dal Tesoro. Eni ha smentito ogni ruolo nell’operazione del Metropol.

Nel 2010 Picasso ha avuto un suo momento di notorietà: pareva predestinato, in quanto candidato unico, a prendere la guida dei giovani imprenditori della più potente territoriale di Confindustria, Assolombarda a Milano. Ma i probiviri dell’associazione hanno fermato la sua candidatura per “comportamenti (…) che denunciano, oltre che una inadeguatezza del soggetto destinato a ricoprire cariche associative, uno scarso senso di responsabilità istituzionale e un’attitudine al conflitto e allo scontro”. I giovani di Assolombarda verranno commissariati e Luca Picasso ricomincerà in Russia una nuova vita professionale (e mondana, a giudicare da Instagram).

È lui il quarto italiano misterioso che potrebbe spiegare cosa è successo davvero in quella riunione? Picasso nega tutto e minaccia querele. Di certo, però, in Confindustria Russia di cose ne sanno parecchie. Fabrizio Candoni, manager che ha (ri)fondato l’associazione nel 2015, ha detto di aver avvisato Salvini di non andare al Metropol “il giorno prima”. Quindi nella giornata culminata con la cena organizzata da Picasso si è discusso del summit al Metropol. E parecchi mesi dopo, quando già l’Espresso aveva rivelato la trattativa (ma non l’audio, pubblicato il 10 luglio da BuzzFeed), Savoini e l’altro leghista filorusso Claudio D’Amico hanno sgomitato parecchio per spedire Ferlenghi, il presidente di Confindustria Russia, alla guida del forum italo-russo di dialogo della società civile (che discute di sanzioni alle imprese, anche se questo non si può esplicitare troppo) in occasione della visita di Vladimir Putin a Roma il 4 luglio. Segno che i rapporti tra Lega e il giro russo confindustriale restavano idilliaci, nonostante le notizie già pubbliche sul possibile finanziamento illecito discusso al Metropol il 18 ottobre.

A Toronto scoperta la camera di controllo della ’ndrangheta

C’era una “camera di controllo” a cui fare riferimento per le dinamiche criminali che riguardano tanto la Calabria quanto il Canada. L’operazione “Canadian ’ndrangheta connection” è scattata ieri mattina all’alba quando, su richiesta della Dda di Reggio, la polizia ha eseguito un provvedimento di fermo nei confronti di 12 soggetti ritenuti affiliati alla ’ndrina Muià, federata alla cosca Commisso di Siderno ma operante anche in Canada, dove è nota come Siderno Group of Crime. Si tratta di due inchieste, quella italiana condotta dalla Squadra mobile e quella canadese condotta dallo York Regional Police di Aurora, che si sono incrociate. Sul fronte calabrese è emerso che Vincenzo Muià, uno degli arrestati, si era recato a Toronto per sapere le reali motivazioni dell’omicidio del fratello Carmelo, detto “Mino”. Per la Dda, guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri, Muià ha interpellato la “camera di controllo” di Toronto, una sorta di organismo intermedio della ’ndrangheta che, per il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, “non ha confini decisionali”.

Triangolo Mosca-Eni-Lega: l’audio è di uno dei 3 italiani

Nel gioco di specchi che è la vicenda dei presunti fondi russi finiti alla Lega, qualcosa inizia a chiarirsi: l’audio che il 18 ottobre intercetta l’incontro dell’hotel Metropol (pubblicato dal sito Usa Buzzfeed), secondo quanto risulta al Fatto, potrebbe essere stato registrato da uno dei tre italiani che quel giorno erano al tavolo con i russi e cioè Gianluca Savoini, Gianluca Meranda e Francesco Vannucci. Il dato è un’ipotesi di lavoro, perché i tecnici della Procura stanno ancora esaminando l’autenticità della registrazione.

Ieri l’avvocato d’affari Gianluca Meranda, interrogato dai magistrati di Milano, non ha nemmeno confermato quanto scritto alla stampa, ovvero che era presente all’incontro del 18 ottobre. Come già Gianluca Savoini, ex portavoce di Salvini per gli affari russi, anche il legale si è avvalso della facoltà di non rispondere. Meranda resta indagato per corruzione internazionale, così come Savoini. E da ieri è iscritto con la stessa accusa anche il consulente bancario ed ex politico locale Francesco Vannucci, la cui abitazione in provincia di Livorno è stata perquisita due giorni fa. La Finanza su delega della Procura di Milano diretta da Francesco Greco ha acquisito diversi documenti definiti di “grande interesse”. Nel frattempo, ieri, l’Espresso ha reso pubblici alcuni documenti che proverebbero come la trattativa sia andata avanti almeno fino a febbraio. Gli investigatori si concentrano ancora sull’audio che ha intercettato le sei persone presenti al Metropol: tre russi e tre italiani. Diverse fonti, sia investigative che della Procura, escludono la presenza di un quarto uomo. Al bar dell’albergo c’erano Savoini, Meranda, Vannucci, oltre a tre russi, uno dei quali vicino all’entourage di Putin. Al centro dell’indagine, incardinata lo scorso febbraio dopo un articolo dell’Espresso, ci sono 1,5 miliardi di dollari di gasolio che sarebbero stati acquistati dall’Eni e venduti da una società pubblica russa. Fin da subito, però, Eni ha smentito qualsiasi partecipazione alla vendita. Dentro questo affare, il progetto era quello di triangolare sui conti della Lega fondi per 65 milioni di dollari, denaro da usare per le ultime elezioni europee. I soldi sarebbero stati accumulati grazie a un discount del 10% sul prezzo, diviso in un 4% al Carroccio e il resto a funzionari del Cremlino. L’origine dell’audio pare italiana, ma chi lo ha registrato al momento resta uno dei tanti omissis dell’indagine. E se la Procura procede con cautela, ieri l’Espresso ha ridato benzina alla vicenda dei presunti fondi finiti alla Lega di Salvini. Il primo dato è che la trattativa non si è fermata al 18 ottobre, ma è proseguita fino a febbraio. Come? L’Espresso cita una banca d’affari londinese, di cui Meranda risulta consulente, che dopo il 18 ottobre avrebbe inviato un’offerta di acquisto di petrolio a due colossi russi come Rosneft e Gazprom.

Documenti alla mano pare che l’offerta ricalchi l’accordo del Metropol: una vendita di 3 milioni di tonnellate di carburante da far lievitare a 6 e uno sconto del 6,5%. Il documento citato viene firmato dal dirigente italiano Gianluca Verdoia (non indagato). Nelle sei pagine non si fa mai riferimento all’Eni ma a un “compratore finale”. L’8 febbraio poi, secondo l’Espresso, Meranda scrive a Savoini su carta intestata della banca. Da qui si scopre che anche Gazprom avrebbe ricevuto un’offerta, poi rifiutata. Il rifiuto, stando al settimanale, fa emergere i rapporti di Meranda con Eni. Rapporti confermati dalla lettera di una controllata Eni dove Meranda e la banca di Londra sarebbero stati accreditati come referenti commerciali.