Maggio, lascia anche il maestro Luisi: “Gestione politica”

Non solo il sovrintendente Cristiano Chiarot. Adesso a lasciare il Maggio Musicale Fiorentino è anche il direttore d’orchestra principale, Fabio Luisi (in foto). In poche ore, quindi, il Maggio si trova privato delle sue guide manageriale e musicale. Anche Luisi, dopo Chiarot, ha lasciato perché in contrasto con la scelta del sindaco di Firenze, Dario Nardella, di affidare la presidenza della Fondazione al renziano e plenipotenziario del Mibact Salvo Nastasi. “Ciò che è accaduto in questi ultimi giorni – ha scritto Luisi nella lettera di dimissioni inviata al primo cittadino e a tutti i dipendenti – non può essere derubricato in ordinaria amministrazione”. Poi nel testo il direttore d’orchestra succeduto un anno fa a Zubin Mehta, parla di “incomprensibili scelte strategiche” e a “una svolta di natura politica alla gestione del Maggio” che “necessariamente si rifletterà sulla programmazione artistica”. Una nuova grana per il sindaco Nardella che adesso sarà costretto a rivoluzionare il Maggio fiorentino.

Dalla spiaggia fascista al bordello leghista

Gianlorenzo Zuin, incurante del turpiloquio, annuncia su Facebook: “Il mio amico Gianni, pirata di Punta Canna, aprirà una casa di piacere, se passa la legge Salvini. Mi ha detto che sarò il responsabile del personale e quindi farò molti colloqui di lavoro… se passano l’orale sono avvantaggiate”. Daniela, tostata dal sole di Chioggia: “Monello”. Cosmo, più venale: “Candidato per la cassa”. Maurizio, palestrato: “Candidato per le prove fisiche”. Gabriele, volonteroso: “Pronto per fare un test alle alunne…”.

Adesso che lo smottamento è partito, chi lo ferma più? È bastato che su un giornale locale apparisse la foto che annuncia in anticipo la nascita a Chioggia della spiaggia del piacere, un casino sull’arenile, un bordello sotto l’ombrellone, perché l’immaginario, non solo maschile, si scatenasse. All’origine del puttanaio è l’immarcescibile Gianni Scarpa, uno che a 15 anni serviva cocktail nei club di Milano, a vent’anni si arruolava come paracadutista, poi entrava nella Legione straniera. Due anni fa è diventato famoso per la spiaggia fascista a Punta Canna, dove gli spogliatoi portavano le scritte “camera a gas”, i bagnanti venivano deliziati con il saluto romano e lui improvvisava comizi dalla torretta di salvataggio. Adesso, che di anni ne ha 67, aspetta solo che la Lega approvi la legge per riaprire le case chiuse che furono messe al bando da Tina Merlin nel 1958, quando lui andava in prima elementare. Lo ha annunciato con un cartello affisso in riva all’Adriatico, che è a metà strada tra il proclama politico e il programma economico, in sintonia con il ricco Nord-Est dove Salvini e Zaia si accaparrano metà dell’elettorato.

“Basta portare i soldi ai casini in Austria! Grazie al nuovo governo e una cordata di imprenditori leghisti veneti qui sorgerà la prima casa di tolleranza d’Italia per uomini e donne! Legge Merlin? Addio”. L’incipit è una sottolineatura sociologica, visto che le case del piacere stanno subito oltre il confine friulano. Il seguito è un elogio a Salvini, visto che in Parlamento c’è una proposta di legge firmata dal leghista Gianfranco Rufa, per allontanare dalle strade le belle di notte. “Sono stato contattato da sette imprenditori veneti del settore delle costruzioni, sono pronti ad investire nell’impresa, io metto la terra, loro il resto. Faremo un bel casino per uomini e donne. Anche le donne, perchè i tempi sono maturi per la parità assoluta”. E poi azzarda che così “si rimetterà in equilibro la bilancia commerciale del sesso, perchè gli italiani stanno portando milioni e milioni di euro all’estero”.

I punti di riferimento politici? “Salvini, ma anche Di Maio, i due che oggi comandano in Italia e che la legge la faranno approvare. Ma anche la Meloni e Berlusconi, che in fondo è pur sempre un imprenditore”. Chi sono gli oppositori? “I perbenisti, che vogliono tenere l’Italia indietro di trent’anni”. Ma da buon fascista, quale ha sempre dichiarato di essere, il signor Scarpa di Chiogga conclude: “Ma io di loro me ne frego”.

Il pm (minacciato) su Carola: “Non è sbarcata per dovere”

Finisce subito davanti alla Corte di Cassazione il caso di Carola Rackete, la comandante della Sea Watch 3 e del suo attracco movimentato al porto di Lampedusa, all’una di notte del 29 giugno, con 40 migranti a bordo. Il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio e la sostituta Gloria Andreoli ricorrono alla Suprema Corte, come prevede la legge, contro la mancata convalida dell’arresto della comandante 31enne tedesca, decisa il 2 luglio dalla giudice Alessandra Vella. Secondo la Procura “non si può ritenere sussistente la scriminante dell’avere adempiuto a un dovere visto che i migranti erano in sicurezza nella rada con la massima assistenza delle autorità che avevano anche disposto alcuni sbarchi per motivi sanitari”. A Carola che sostiene di essere entrata in porto “per necessità”, perché i migranti minacciavano di buttarsi in mare, la Procura risponde che “lo stato di necessità sussisteva al momento del salvataggio, non certo quando la nave ha urtato la motovedetta della Guardia di Finanza”. E che “l’obbligo di fare sbarcare i migranti incombeva sull’autorità di pubblica sicurezza e non certo sul comandante di Sea Watch”.

La richiesta dei pm non era il carcere ma il divieto di dimora. L’accusa, pesantissima, resistenza e violenza a nave da guerra e resistenza a pubblico ufficiale. Reati che, appunto, la giudice Vella ha escluso perché la nave non era “da guerra” e soprattutto perché la comandante aveva “agito in adempimento del dovere” di portare i naufraghi nel “porto sicuro” indicato dalle Convenzioni internazionali sul soccorso in mare. La giovane, dopo 17 giorni in mare, era entrata a Lampedusa, urtando una motovedetta che tentava fisicamente di impedire l’attracco. Poi gli insulti e le minacce di stupr, le feroci aggressioni sul web, gli attacchi del ministro dell’Interno che la chiamava “ricca fuorilegga tedesca” (lei l’ha denunciato per istigazione a delinquere), ma anche manifestazioni di solidarietà in Italia e in Germania; poi gli arresti domiciliari in una casa di Lampedusa e la scarcerazione ad opera della giudice Vella, subito finita anche lei nel mirino di Salvini, degli haters e dei razzisti.

Degli stessi ambienti è vittima da mesi lo stesso Patronaggio, oggi accusatore di Carola Rackete e ieri del ministro capo della Lega: indagò Salvini per sequestro di persona nel caso della nave militare Diciotti bloccata con i migranti a bordo a Catania nell’agosto 2018 (vicenda poi azzerata dal no all’autorizzazione a procedere votato dai gialloverdi in Senato). Ancora lettere minatorie, stavolta un proiettile da fucile per il procuratore e polvere da sparo per la giudice; anonimi deliranti come quello che accusa Patronaggio di partecipare a una “loggia satanico massonica” e a “riti satanici e di stupro rituale di bambini procurati dagli zingari”; perfino un fallo di carta alto un metro e mezzo. Una ventina di lettere sospette sono ferme al centro di smistamento postale. Il Comitato per l’ordine pubblico di Agrigento si è riunito per rafforzare la tutela ai due magistrati.

Tornando al ricorso della Procura, non ancora notificato ai difensori, la Cassazione dovrà occuparsi anche del decreto Sicurezza bis di Salvini. E gli avvocati, Alessandro Gamberini e Leonardo Marino, potrebbero sollevare la questione di costituzionalità per contrasto con le Convenzioni internazionali sul soccorso in mare. Infatti la Procura ribadisce che “la permanenza nelle acque territoriali” della Sea Watch 3 “era illegittima sulla base del provvedimento dei ministeri di Interni, Difesa e Infrastrutture, confermato dal Tar e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo” (che in realtà hanno solo negato i provvedimenti cautelati chiesti da Sea Watch, senza pronunciarsi nel merito). È appunto il divieto di accesso alle acque italiane, previsto dal decreto 53 del 14 giugno e applicato per la prima volta proprio a Sea Watch (con tanto di multe per decine di migliaia di euro). Può essere “non inoffensivo” il passaggio di chi cerca un “porto sicuro” per i naufraghi?

Regeni, oggi Fico e il premier Conte incontrano i genitori

Il presidente della Camera Roberto Fico incontrerà oggi alle 16 a Montecitorio il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i genitori di Giulio Regeni, il giovane ricercatore scomparso la sera del 25 gennaio 2016. Da quel momento di lui si sono perse le tracce: il suo corpo torturato è stato trovato nove giorni dopo lungo la superstrada Cairo-Alessandria. Sul caso la Procura di Roma ha aperto un’indagine molto difficile soprattutto a causa della scarsa collaborazione (con tanto di depistaggi) fornita dalle autorità egiziane. Nonostante ciò, a dicembre scorso a Roma cinque ufficiali appartenenti al dipartimento Sicurezza nazionale (servizi segreti civili) e all’ufficio dell’investigazione giudiziaria del Cairo (polizia investigativa) sono stati indagati per concorso in sequestro di persona. Dopo le iscrizioni, la palla è passata alla giustizia egiziana che finora non sembra aver fatto nulla. Solo pochi giorni fa Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, hanno inviato una lettera ai deputati delle Commissioni Esteri della Camera e del Bundestag tedesco in cui scrivono che “richiamare i nostri ambasciatori potrebbe essere un segnale forte di pretesa di rispetto dei diritti umani”.

Caso Palamara, il consigliere Criscuoli chiede l’aspettativa

Paolo Criscuoli, il consigliere togato coinvolto nel caso Palamara, ha chiesto al Consiglio superiore della magistratura di essere collocato in aspettativa. Criscuoli, consigliere in quota “Magistratura indipendente”, si era già autosospeso dopo che erano state rese note le intercettazioni del caso Palamara e il suo coinvolgimento nelle riunioni anche a notte fonda organizzate dal pm romano con i parlamentari del Partito democratico Cosimo Ferri e Luca Lotti sulle nomine ai vertici di alcune procure, a cominciare da quella più importante di Roma. Altri quattro consiglieri che hanno partecipato a quegli incontri si sono intanto dimessi da Palazzo dei marescialli e sono stati riassegnati dal Csm ai loro uffici giudiziari di provenienza. Nei confronti di tutti loro, il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede hanno promosso un’azione disciplinare: vengono loro contestati “comportamenti abitualmente o gravemente scorretti” nei confronti degli altri consiglieri.

Gambino&Inzerillo: i due clan “perdenti” decimati da Riina si erano presi Palermo

Erano stati decimati da Riina che nell’arco di un mese, tra l’aprile e il maggio del 1981, aveva liquidato a colpi di kalashnikov Stefano Bontate e Totuccio Inzerillo, e poi costretti a “scappare” da una spaventosa caccia all’uomo organizzata dai corleonesi. Ma oggi boss e picciotti delle famiglie mafiose considerate una volta “perdenti”, Gambino e Inzerillo, finiscono di nuovo in carcere in un blitz della Squadra Mobile di Palermo diretta da Rodolfo Ruperti scattato in contemporanea sulle due sponde dell’Atlantico, con l’accusa di avere ricostituito l’asse mafioso Palermo-New York, da sempre egemone negli organigrammi mafiosi: “Un tentativo immediatamente stroncato grazie al lavoro di tanti magistrati, dei carabinieri e della polizia di Stato”, ha scritto su Facebook Roberto Tartaglia, oggi consulente della Commissione antimafia, che da pm a Palermo ha condotto quelle indagini che hanno riportato in carcere vecchi e nuovi boss, come Francesco e Tommaso Inzerillo, fratello e cugino di Totuccio, Rosario Mancino, indagato da Giovanni Falcone e Alessandro Mannino, ritenuto il “banchiere” della cosca.

Ieri ci sono stati 19 arresti in Sicilia (15 fermi e 4 ordinanze) e decine di perquisizioni negli Stati Uniti condotte dall’Fbi. Sono i discendenti di Totuccio Inzerillo, indagato dal pool antimafia di Falcone che negli anni 70 lo considerava il perno del traffico internazionale di stupefacenti gestito da Cosa Nostra americana e siciliana prima dell’avvento dei corleonesi.

E a quegli anni risalgono i rapporti con il bancarottiere Michele Sindona e gli incroci occulti con Calvi, la loggia P2 e il Vaticano e le complicità politiche e istituzionali che le indagini e le commissioni parlamentari (P2 e Sindona) non sono riuscite a svelare fino in fondo. Soldi e segreti sono la forza del clan spazzato via dalla furia corleonese, ma tornato a esercitare un’egemonia in Sicilia, nella zona di Passo di Rigano a Palermo e a Torretta, dove il sindaco è finito in carcere per collusione, grazie ai rapporti americani. La storia del clan è quella di una “rivoluzione”, come l’ha definita Tartaglia, stroncata da magistrati e investigatori. Dopo l’omicidio di Totuccio Inzerillo, e quello di suo fratello Santo, piomba infatti a Palermo John Gambino, inviato dal boss Paul Castellano e accompagnato da Rosario Naimo: il vecchio boss è preoccupato della piega che stanno prendendo gli eventi e chiede istruzioni. La risposta di Riina, lo racconta Gaspare Mutolo, è lapidaria: “Gli uomini di Bontate e Inzerillo? Ammazzateli tutti”. Sparisce nel nulla Nino Inzerillo, zio di Totuccio, vengono sterminati amici e conoscenti del clan, e l’epilogo arriva quando nel bagagliaio di una Mercury parcheggiata davanti all’Hilton di Mount Laurel, nel New Jersey, viene trovato con una banconota di 5 dollari in bocca il cadavere congelato di Pietro Inzerillo, fratello di Totuccio. A quel punto si muove il boss dei boss americano, Charles Gambino, che per interrompere lo sterminio e la caccia all’uomo dei suoi parenti tratta con i corleonesi una resa pesante, che impone il divieto di residenza a Palermo di chi, sul documento d’identità, porta scritto il cognome Inzerillo. Il divieto si incrina con l’arrivo a Palermo nel ’97 di Francesco Inzerillo (arrestato ieri) “giustificato” da una sorveglianza speciale da scontare in Sicilia, e la deroga si allarga poi ad altri della famiglia, “grazie” alla mediazione di Salvatore Lo Piccolo, boss di San Lorenzo, che preme su Provenzano perché dia l’assenso al ritorno degli Inzerillo, come emerge dai “pizzini” sequestrati.

Fino a scatenare contrasti feroci con il boss di Pagliarelli, Nino Rotolo, contrario a dare il via libera, che non sono sfociati in una nuova guerra di mafia per l’arresto dello stesso Rotolo, di Lo Piccolo e di Provenzano. Oggi i segreti degli Inzerillo, tornati a “governare” il territorio palermitano, e delle loro relazioni occulte, sono custoditi da banche e finanziarie, e il metodo investigativo, ovviamente aggiornato, è sempre quello di Giovanni Falcone: “follow the money”, segui il denaro.

Borsellino, rogatoria svizzera per l’ultimo che lo intervistò

La Procura di Caltanissetta presto avvierà una rogatoria per ascoltare come testimone il giornalista Fabrizio Calvi, che insieme a Pierre Moscardo (morto nel 2010) intervistò per la tv francese Paolo Borsellino. L’inchiesta sul- l’intervista maledetta (svelata da L’Espresso nel 1994, andata in onda parzialmente sulla Rai nel 2000, infine pubblicata dal Fatto nel formato di un’ora nel 2009, in un dvd esaurito in edicola) è partita in gran segreto.

L’ultima intervista di Paolo Borsellino prima della strage di Capaci, realizzata dai due giornalisti per la tv francese Canal+ che però non la mandò mai in onda, 27 anni dopo, è al centro di un’indagine. Il fascicolo è allo stato senza indagati, ma i pm di Caltanissetta pensano che la storia dell’intervista possa aiutarli a capire perché Paolo Borsellino sia stato ucciso con tanta fretta, appena 57 giorni dopo Giovanni Falcone.

Borsellino rilasciò l’intervista a Moscardo e Calvi (all’anagrafe Jean Claude Zagdoun, nato in Egitto 65 anni, vive tra Francia e Svizzera) il 21 maggio 1992, due giorni prima della strage di Capaci. Il tema dell’intervista erano i rapporti tra Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri con Vittorio Mangano e la mafia. Borsellino nell’intervista accennava all’esistenza di indagini in corso a Palermo sui rapporti tra Dell’Utri e Mangano, non assegnate a lui ma probabilmente al giudice Leonardo Guarnotta, forse segrete. Alla fine dell’intervista consegnava un centinaio di fogli stampati precedentemente in Procura e diceva “qualcuno di questi fogli di computer riguarda questa faccenda di Dell’Utri-Berlusconi e non so sino a che punto sono ostensibili… io glieli do, l’importante è che lei non dica che glieli ho dati io”.

Perché oggi la magistratura torna sui segreti di quella strana intervista? Sullo sfondo c’è sempre l’antica questione della ragione dell’accelerazione della strage. Totò Riina, dopo la strage di Capaci, chiese ai suoi di fare la strage Borsellino con urgenza. C’entra qualcosa l’intervista? Il Gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona, nel maggio 2002, archiviò le accuse contro Dell’Utri e Berlusconi come mandanti esterni della strage, anche perché l’intervista non poteva essere il movente dell’accelerazione: Borsellino parlava ai francesi di indagini note e non sue, nulla di preoccupante. Però, appena due mesi prima, la Corte d’assise di appello di Caltanissetta nella sentenza del Borsellino Bis aveva scritto: “Cosa Nostra era in condizioni di sapere che Borsellino aveva rilasciato una clamorosa intervista nella quale faceva clamorose rivelazioni sui rapporti tra Vittorio Mangano e Silvio Berlusconi”. Il disvelamento di quei rapporti per i giudici avrebbe potuto nuocere ai soggetti sui quali Cosa Nostra puntava. L’ipotesi astratta di quel collegio di giudici è che Riina puntasse su Berlusconi e Dell’Utri e che il boss potrebbe avere autonomamente deciso di far saltare in aria Borsellino in fretta, anche perché Borsellino in quell’intervista parlava di indagini sui rapporti tra la mafia e il gruppo Berlusconi. La storia torna d’attualità perché il boss che ha portato a termine la strage, Giuseppe Graviano, nell’aprile del 2016 è stato videoripreso in cella dai pm del Processo Trattativa mentre parlava con il suo compagno di detenzione di una “cortesia”. L’ipotesi, formulata già dai pm del processo Trattativa, è che quella cortesia potesse essere la strage di via D’amelio. Il pm Roberto Tartaglia, ora consulente della Commissione Antimafia, ci ha detto in un’intervista: “Graviano in cella parla dell’urgenza e probabilmente fa riferimento alla ragione dell’accelerazione della strage di via D’Amelio in cui fu ucciso Borsellino, 57 giorni dopo Falcone”. Il pm Antonino Di Matteo ha dichiarato in un’intervista a Sekret, il documentario della piattaforma iLoft del Fatto, nei mesi scorsi: “Quello che colpisce è che in fondo le intercettazioni di Graviano vanno nella stessa direzione di tanti altri tasselli, come le dichiarazioni dei collaboratori Tullio Cannella e Salvatore Cancemi degli anni Novanta”. In quella stessa conversazione Graviano dice sul soggetto che gli chiese la cortesia: “Lo stavano indagando”. Secondo Di Matteo, “si potrebbe pensare a Berlusconi”. Allora non era indagato ma “Borsellino in un’intervista a due giornalisti francesi fece intendere qualcosa di simile, cioè che c’era un’indagine a Palermo su Mangano e forse sui suoi rapporti con Berlusconi”.

In gran segreto, i pm di Caltanissetta, gli stessi che indagano sulla strage di via D’Amelio e sui depistaggi delle indagini, stanno ricostruendo la storia dell’intervista rilasciata il 21 maggio 1992 a Moscardo e Calvi. Troppe le domande inevase: perché quell’intervista, che allora era uno scoop di livello internazionale, non è mai andata in onda sulla rete Canal+ che aveva commissionato e pagato un film su Berlusconi e la mafia? Perché Fabrizio Calvi non ha citato l’intervista in un libro sulla mafia in Europa uscito per Grasset in Francia nel 1993 e in Italia nel 1994? Perché nella versione italiana, pubblicata dalla Mondadori di Berlusconi, addirittura saltò anche l’unico breve riferimento alle inchieste sui rapporti tra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi che invece c’era nell’edizione francese? Chi sapeva nel 1992, prima della strage di via D’Amelio, dell’intervista in cui Borsellino parlava dei rapporti di Mangano con Dell’Utri e Berlusconi? Che fine hanno fatto le carte nelle quali era citato Berlusconi, consegnate da Borsellino ai giornalisti?

Nei mesi scorsi, per fare chiarezza, sono stati sentiti dai pm tutti i giornalisti che hanno maneggiato quell’intervista. Il primo a essere ascoltato come persona informata dei fatti è stato Sigfrido Ranucci. Il conduttore di Report, ha scovato con l’aiuto di Fiammetta Borsellino e poi trasmesso, con grande coraggio, per primo, nel settembre 2000, su Rainews international per pochi spettatori, la parte più esplosiva dell’intervista. Poi, risalendo all’indietro, i pm hanno sentito i giornalisti Chiara Beria D’Argentine e Leo Sisti, che nel 1994 per primi hanno pubblicato su L’Espresso la trascrizione della parte saliente dell’intervista, consegnata loro da Moscardo e Calvi. Nel fascicolo sono confluite anche le dichiarazioni di Giovanni Paparcuri, il collaboratore di Borsellino che aveva fisicamente consegnato al magistrato, su sua richiesta, alla vigilia dell’intervista, i fogli con le schede sulle indagini nelle quali erano citati Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. Fabrizio Calvi sul punto ha risposto a Sekret: “Certamente i fogli che Borsellino ha dato a noi sono quelli consegnati da Paparcuri. Li ho ancora io conservati da qualche parte”.

I pm di Caltanissetta hanno già preso contatto con il giornalista per sentirlo. Calvi è un giornalista investigativo noto in tutto il mondo per i suoi documentari e libri su servizi segreti, terrorismo e mafia. Sarà sentito in Svizzera mediante una rogatoria come testimone. I pm di Caltanissetta sono interessati a tutto il film (della durata di un’ora e mezza con molti protagonisti che hanno reso interviste inedite e in esclusiva) e non solo all’intervista di Borsellino. Il giornalista dell’Espresso Leo Sisti ha raccontato ai pm e anche a Sekret un particolare importante. “Come risulta dal libro Les nouveaux réseaux de la corruption, scritto da me con Fabrizio Calvi, nel 1994, Calvi e Moscardo hanno intervistato il 25 maggio del 1992, quattro giorni dopo l’intervista a Borsellino e due giorni dopo la strage di Capaci, Filippo Alberto Rapisarda”.

Il dato ha interessato molto i pm di Caltanissetta perché dimostra che Rapisarda, finanziere legato a Dell’Utri ma anche ad alcuni mafiosi, sapeva certamente (prima della morte di Borsellino) del lavoro di una tv francese su Berlusconi e la mafia. Calvi ricorda: “Rapisarda lo abbiamo incontrato due o tre volte prima di intervistarlo e ci ha detto molte più cose off the record che in camera. Rapisarda ci disse: ‘So esattamente quello che volete farmi dire, per il momento non lo posso dire, devo chiudere un affare, tornate fra sei mesi e facciamo un bel casino’”.

Il Fatto ha verificato che sui tabulati di Dell’Utri ci sono alcune chiamate a partire dal giugno del 1992 al numero intestato alla moglie di Rapisarda, l’avvocato Paola Mora. Poi, nel dicembre del 1993, Dell’Utri e Rapisarda costituiscono alcune società immobiliari insieme. Nello stesso periodo, Rapisarda ospita in via Chiaravalle (proprio dove era stato intervistato dai giornalisti stranieri) il circolo di Forza Italia di Milano e Marcello Dell’Utri mette il suo domicilio in quell’indirizzo.

Anche Silvio Berlusconi sapeva del lavoro in corso della tv francese. Calvi ci ha raccontato: “Noi volevamo raccogliere la sua versione al termine del nostro lavoro e abbiamo chiamato Berlusconi al telefono in una delle sue case per chiedere un’intervista. Non ci ha mai risposto. A quel punto Moscardo è andato a parlare con il patron di Canal+, André Rousselet (morto nel 2016, Ndr) e lui gli ha detto che non era più interessato al documentario”. Perché però Calvi non ha inserito l’intervista a Borsellino nel suo libro del 1993? “Non c’entrava. L’argomento era la salita della mafia dalla Sicilia al Nord fino all’Europa. L’intervista a Borsellino era molto specifica su Mangano. Non aveva senso inserire l’intervista di Borsellino dentro il libro. Aveva più peso farla uscire indipendentemente con L’Espresso”.

La riservatezza è l’ultima lezione offerta dal maestro

Già dopo mezz’ora dalla diffusione della notizia, i giornalisti assiepano le scale dell’ingresso dell’Ospedale Santo Spirito di Roma, dove un mese fa (il 17 giugno) Camilleri era stato ricoverato in gravi condizioni per un arresto cardio-polmonare. Una seconda nota, diramata il 21 giugno, informava che la situazione del creatore di Montalbano ancorché critica rimaneva stazionaria. E quasi aggrappati a quello “stazionaria”, ognuno ha come voluto spostare in là, forse obliare?, questo giorno, quello in cui un’agenzia delle 8.57 informa che “è morto Andrea Camilleri” (l’orario stimato del decesso sono le 8.20 del mattino) e in cui pochi minuti più tardi un altro lancio chiosa che “le condizioni sempre critiche di questi giorni si sono aggravate nelle ultime ore compromettendo le funzioni vitali”. I lettori e gli amici del maestro rispettano le sue ultime volontà, diffuse dall’ospedale nella mattinata, che prediligono delle esequie “riservate”.
A “disubbidire”, il primo visto, lo scrittore Antonio Manzini – ma un discepolo, figlio putativo, forse il suo erede letterario può permetterselo – che, scosso, lascia il nosocomio romano in silenzio.
Eppure, con lucidità anticipatrice, in Conversazione su Tiresia Camilleri aveva già disposto tutto: “Mi piacerebbe che ci rincontrassimo tutti quanti, qui, in una sera come questa, tra cento anni!”. Così, la famiglia permetterà oggi alle 15 presso il Cimitero Acattolico di Roma a lettori e amici di dare un ultimo saluto al loro affabulatore, al loro rapsodo di cunti. Nell’attesa, da tutto il mondo (Francia, Grecia, Germania) si limitano ad aggiornare con la data della morte “Roma, 17 luglio 2019” la pagina Wikipedia dello scrittore siciliano del 900 che più di altri, così avrebbe detto Vitaliano Brancati, ha riappacificato l’italiano con “la felicità dell’indialetto”.

“Vendeva troppo: la critica non lo amava. E non si prestò mai ai giochi dello Strega”

L’hanno amato tutti, tranne la critica, che l’ha acclamato tardi, e grazie al professor Salvatore Silvano Nigro, suo conterraneo.

L’ha scoperto lei…

Non esageriamo, Camilleri s’è scoperto da solo. A un certo punto sono stato chiamato da Elvira Sellerio per scrivere le bandelle dei suoi libri; il motivo era semplice: la critica non si occupava di lui.

Perché critici e professori l’hanno snobbato, non accorgendosi della bontà letteraria dei suoi romanzi e della sua lingua?

Hanno scambiato quella lingua inventata, letteraria, per dialetto; e poi c’è un equivoco comune: se uno scrittore in Italia ha successo, la critica lo stronca. Un autore è grande solo quando è morto, almeno per gli accademici.

Quando l’ha conosciuto?

Molto prima che diventasse Camilleri: era un ottimo conferenziere, frequentava spesso i convegni di letteratura siciliana. Era un eccellente narratore e affabulatore.

Eppure ha vinto pochissimi premi: molti minori, “alla carriera” (vedi il Campiello) o alla vigilia dei 90 anni…

Ha avuto il “torto” di aver creato una letteratura che si pone tra quella altissima e quella di consumo: grande letteratura, ma popolare. Non si può avere soltanto Dante, Dante non avrebbe senso se non esistessero gli altri poeti. Camilleri ha riempito un vuoto e ha altrettanto merito perché ha ricondotto alla lettura milioni di persone.

Solo negli ultimi anni c’è stata la corsa ad acclamarlo…

Una volta gli chiesero di andare allo Strega e lo sconsigliai: uno come lui non si poteva presentare a un premio come quello, in cui poi, per un gioco editoriale, avrebbe vinto un ragazzotto. A un certo punto lui stesso non ha più avuto bisogno di riconoscimenti o blasoni.

Quanto ha influito sulla sua carriera letteraria il passato da teatrante e in tv?

Moltissimo: se ha potuto scrivere tutti quei romanzi – conta anche la quantità – è perché aveva una tecnica narrativa molto solida, che derivava dalla sua esperienza di uomo di teatro e di grande lettore. Prenda, ad esempio, la Novella del grasso legnaiuolo di Filippo Brunelleschi, che è stata, in un certo senso, il modello nobile e quattrocentesco della serie su Montalbano: a partire da questa novella Camilleri inventò la parola e il ruolo del “tragediatore”, cioè colui che recita una parte per metter nei guai un altro, proprio come il commissario di Vigata, il primo a farsi beffe degli avversari.

Anche grazie a Camilleri, il giallo è decollato in Italia…

Era odiato dai colleghi ed era attratto dalle giovani leve, con cui era generoso. Ma non direi che c’è una scuola: Camilleri ha rinnovato la tecnica del giallo, già sfruttata da autori quali Allan Poe e Dostoevskij. Il giallo non è per sua natura un genere popolare: prima di Camilleri è stato Sciascia a sdoganarlo, e prima ancora Gadda, che, non a caso, per il Pasticciaccio s’inventò una lingua letteraria, proprio come Andrea.

Lui che rompeva i cabbasisi a tutti, destra e sinistra

Di Andrea Camilleri – a cui in Italia e nel mondo le persone danno del tu grazie a Montalbano, ma che è stato così tanto anche fuori Vigata – si può certamente affermare quello che lui ci disse di Sciascia, in occasione del ventennale della scomparsa. “L’indipendenza intellettuale è una delle sue più importanti lezioni. Sciascia è sempre politico, è politico anche quando scrive romanzi: politici i suoi romanzi, politici i suoi articoli. Lui era un uomo naturaliter politico”. Così ha attraversato quasi un secolo anche Andrea Camilleri, che mai ha fatto mancare la sua voce limpida. Oltre a essere uno straordinario narratore è stato anche uno degli ultimi intellettuali degni di questo nome: le sue diagnosi sono state sempre impietose, chirurgiche, libere soprattutto. L’ultima all’indirizzo del vicepremier, ai microfoni di Radio Capital: “Non credo in Dio, ma Salvini che impugna il rosario dà un senso di vomito”.

Siamo andati a trovarlo tante volte in questi dieci anni, nella sua casa romana piena di libri e ricordi, avvolti dal filo di fumo delle immancabili Multifilter rosse (“L’altro giorno sono andato a comprare le sigarette e il tabaccaio mi ha dato quelle che ‘danneggiano gravemente te e chi ti sta intorno’. Gli ho chiesto se mi poteva dare quelle che invecchiano la pelle”).

Il maestro che non voleva essere chiamato maestro non ha mai rinunciato a esprimere un’idea, anche molto forte, anche su temi spinosi; senza metus reverentialis, sempre con rispetto. Non rispondeva alle domande solo quando non ne sapeva abbastanza, mai per questioni di opportunità. I cabbasisi li rompeva a tutti. Strapazzava la sinistra (“Il Pd va verso il suicidio, avrebbe bisogno di una seduta psicanalitica collettiva ”, disse nel 2011; e pochi giorni prima del malore: “Non vedo idee per una rinascita”). Strapazzava l’odiata destra, quella passata di Berlusconi, quella attuale dei porti chiusi e della difesa sempre legittima (sul 34 per cento della Lega alle Europee: “Non hanno fatto altro che tirar fuori dal tombino la nostra fogna”). Strapazzava il M5S, che aveva accolto come una salutare novità e su cui poi si era ricreduto: “Fui grato ai Cinquestelle di aver incanalato il malumore. Ora dal punto di vista politico sono nessuno. Si sono appiattiti. Mai avrei pensato che avrebbero votato contro il processo a Salvini”. Sostenne convintamente l’ineleggibilità del Cavaliere, fu tra i pochissimi a criticare – nel coro assordante di applausi a capo chino – il secondo mandato di Napolitano: “Da quel momento tutto il fatto costituzionale è andato a vacca. Bisogna rispettare la Costituzione: non devo essere io a dirlo, dovrebbe essere il presidente Napolitano. Il secondo mandato non è proibito, ma non è un caso che non sia mai successo. L’alternativa c’era, era Rodotà. Cosa ostava a Rodotà?”.

Amava la Costituzione, si rammaricava di non essere stato sufficientemente antifascista (“Ho detto no, ma tardi, dopo averci creduto come tutti. A guardarmi indietro ora ai miei occhi appaio come uno che ci è cascato e questo mi fa tanta rabbia”, ha raccontato al Corriere). Tutto cominciò nel 1942, quando vinse i Ludi juveniles e andò al Teatro comunale di Firenze, dove si teneva il convegno internazionale della gioventù fascista, a cui partecipavano ragazzi di tutte le nazioni conquistate dai tedeschi: aveva stretto amicizia con una ragazza ungherese, con cui parlava in latino. Sul palco c’era un’enorme bandiera nazista, lui si alzò e chiese di mettere quella italiana. Alla riapertura del sipario apparvero entrambi i vessilli, quello tedesco e quello italiano. Ma a un certo punto il ministro della Cultura popolare, Alessandro Pavolini, gli fece cenno di seguirlo nella hall. Senza dire una parola, si girò di scatto e gli diede un violentissimo calcio nel bassoventre. Lo portarono in ospedale e poi, in incognito, in una clinica privata per timore di ritorsioni. “Sono diventato comunista con un calcio nei coglioni”. Non credeva al fascismo eterno, ma individuava “un modo di pensare, nell’italiano, ancora fascista: piace la prevaricazione, la sopraffazione”. Voleva essere ricordato come una persona perbene. Per noi, pur senza il suo permesso, sarà sempre un maestro.