Ansie, amori, paure, rosicate e invidie nelle canzoni di Generic Animal

“Certi giorni, quando mi sento appagato per quello che sto facendo, immagino la mia vita come un fumetto, con delle tavole libere, non troppo piene di vignette, da guardare attentamente in ogni singolo dettaglio – racconta Generic Animal, nome d’arte del giovane cantautore lombardo Luca Galizia, che ha da pochi giorni pubblicato il suo nuovo disco intitolato Benevolent per La Tempesta dischi –. In altri periodi, invece, sono pagine piene di disegni, perché tendo a rendere caricaturale tutto quello che faccio, per fare in modo che poi me ne ricorda in seguito. Ci sono delle volte in cui vorrei fregarmene maggiormente delle cose, soprattutto dei giudizi della gente, perché ciò influisce sul mio sentire. Il Covid mi ha fatto un po’ rimanere adolescente nel modo in cui vedo il mio percorso, ma allo stesso tempo sono cresciuto e invecchiato, come tutti gli altri…”.

C’è un’aria di autoindulgenza caratterizzata da una sorta di commedia alienante in questo Benevolent, disco composto da dieci brani (su tutti Piccolo, Paura di e Lifevest) che parlano di ansie, amori e paure, rosicate e invidie. “Il titolo rimanda alla benevolenza, soprattutto verso i nostri peggiori difetti, perché Generic Animal, ‘animale generico che trova la sua specificità nell’assenza di definizioni’, cerca di lavorare sui traumi infantili irrisolti, i miei, manipolandoli, sublimandoli, cercando di farci pace. Un esercizio di catarsi musicale adatto a ogni tempo e in particolare modo a questi attuali. Il mostro è sbattuto in copertina e ci si fa pace, alla fine, trasformandolo in una maschera per bambini”.

Musicalmente, Generic Animal crea melodie che fondono l’Indie dei primi anni Novanta, in stile Pavement, e il rock alternativo – Stephen Malkmus che incontra Franco 126 –, mentre i testi delle canzoni sembrano tratti da una nebulosa storia d’amore risalente a un’era più innocente. “È un disco che ha un certo peso, che ha dentro tante emozioni, sensazioni e modi diversi di descriverli. Ma, soprattutto, c’è l’indecisione dei tempi recenti che abbiamo affrontato: il dover stare fermi, il dover aspettare, il dover guardare una realtà filtrata da uno schermo. La difficoltà nel fare i conti con una quotidianità che non ti fa capire mai cosa succederà dopo. È un sentimento comune a molti miei coetanei, che in qualche modo penso anche di rappresentare: personalmente ne sono uscito fuori grazie a questo disco, che finalmente ha visto la luce dopo due anni, e non vedo l’ora di farlo germogliare tra la gente”.

“Cara mamma Melina, senza di te sono vedovo”

“Ogni cosa che ami è molto probabile la perderai, però alla fine l’amore muterà in una forma diversa”. Recitava così la frase su un biglietto nascosto in una bambola che Kafka regalò a una bimba disperata per aver perso la sua. Una storia, quella di Kafka e la bambola viaggiatrice, che Crocifisso Dentello, già autore di Finché dura la colpa e La vita sconosciuta, ben conosce.

Rimasto “vedovo” di sua madre Melina a fine 2020 per un cancro al seno recidivo, Dentello affida il compito di mutare l’amore in forma diversa, mantenendone intatta la sostanza, alla penna. Senza mai nascondere il supplizio per l’assenza-mancanza che stordisce, come Barthes in Dove lei non è ed Emmanuel Schmitt in Diario di un amore perduto, l’autore riscatta ancora – “scrivere era renderti giustizia, ripagarti di una vita di niente. Scrivere è stato un tentativo di essere figlio fino in fondo” – il destino dell’unica donna della sua vita. Tuamore (la parola tumore si fa amore incarnato) è memoir di istantanee, rapide pennellate, aneddoti dal quotidiano, scorci sulla dimensione casalinga più intima, tra piccole gioie, risate, chiacchiere, premure vestite d’ironia, sfottò, e pure difficoltà, malinconie, ferite e cicatrici, dolore fisico e dell’anima.

Scrivere Tuamore ha significato rendere omaggio a Melina raccontandola in verità e autenticità: siciliana, classe 1958, quarta di otto figli, “educata a farti bastare quel poco a disposizione e a spremere tutta la felicità possibile da quel poco”, un’esistenza di sacrifici affrontati con tenacia a colpi di sorrisi e baldanza, è stata al mondo con “leggerezza, tutta dentro a una comicità involontaria”, forse il modo migliore “per aggredire questa vita balorda”. A Milano, al terzo piano di un condominio, il suo “spettro” si deposita “come polvere sulle pareti, sui mobili, sugli oggetti. Ogni dettaglio riemerge con ostinata prepotenza”. Il rosario sul comò, lo spazzolino da denti, una biscottiera di latta a contenere suoi effetti personali e bigliettini, paiono reliquie. Sembra di vederli, Melina e suo figlio, mentre guardano la soap Milagros in tv, giocano a scopa con toni da saloon, leggono, lei appassionata di Liala o Casati Modignani, sono in fila dal medico o respirano semplicemente la stessa aria. Ma si avverte anche il buco nero della malattia che annienta e consuma cuori e un corpo che, chi legge non lo crede possibile, infine s’arrende. La carne cede ma la letteratura onora, inaugura un nuovo viaggio, prova a sfiorare il per sempre.

“Un bimbo giocoso: Tabucchi”

Maria José de Lancastre, per gli amici Zé, è stata la compagna di vita di Antonio Tabucchi. In questo piccolo “dialogo nel dialogo” torna a mostrarci l’immagine dello scrittore nella sua dimensione più privata.

Antonio Tabucchi era un vero e proprio rabdomante. Gli incontri con lui erano spesso una sorta di cerimoniale durante il quale lo si stava ad ascoltare come al cospetto di un incantatore. Quanto entrava nella vostra vita quotidiana, Zé, questo mondo di idee, di racconti, di visioni, di letteratura, di cui conosciamo come lettori la magia attraverso le sue pagine? Hai in particolare qualche ricordo di questa sua arte affabulatoria?

La vera e importante arte affabulatoria di Antonio la si è sempre scoperta con meraviglia e incanto sulla pagina, ma la si “toccava con mano” nella conversazione con lui, in un’intervista, era una fucina di idee, di citazioni di autori che amava, di paradossi. Nella vita quotidiana la sua arte affabulatoria sceglieva una dimensione più familiare, ludica e, curiosamente, vicina all’arte scenica: gli piaceva sorprenderci sia a livello del linguaggio (i giochi di parole) sia a quello del ragionamento paradossale (la soluzione imprevedibile) sia a livello di vera e propria rappresentazione teatrale, con il travestimento, il camuffarsi, l’invenzione di trame e giochi.

In effetti nel ricordo di chi lo ha conosciuto Antonio riusciva sempre a sorprendere, a cogliere aspetti della realtà del tutto imprevedibili. In un certo senso tutta la sua vita è stata improntata al “gioco del rovescio”.

Sì, i bambini adoravano i suoi “numeri” preferiti: la sigaretta che “penetrava” in un orecchio e che sbucava dall’altro, dopo una passeggiata dentro la testa; o il fantasma, la sera, con dei denti enormi, tagliati in una patata, e illuminati dalla torcia, provocando gioiose grida di terrore. Questo aspetto della sua personalità lo si trova in una serie di fotografie che ho riunito, nell’archivio fotografico, in una cartella intitolata “Tabucchi stravagante”, dove lo vediamo, per esempio, “leggere” attentamente un giornale singalese o sul divano con un libro in una mano, una scarpa nell’altra e una borsa dell’acqua calda sulla testa: ci vuole stupire, svegliare alla finzione, ci racconta una storia.

Oggi, a distanza di anni, il lettore delle opere di Antonio sente la sua presenza ancora viva, ancora vicina, quasi con la vicinanza dei classici che con il passare del tempo ci appaiono sempre più prossimi. Come vivi tu, personalmente, la sua memoria? Possiamo credere che qualcosa di immutabile sia rimasto nel tuo rapporto con lui come è rimasto nel nostro rapporto di lettori con la sua opera?

Ho cercato di conservare una sintonia con il suo sguardo sul mondo: sempre curioso e aperto. Era uno dei tratti della sua personalità che più ammiravo: l’apertura agli altri, agli esseri umani, non tenendo evidentemente conto di nazionalità, religioni, colore della pelle, sesso o età; anzi, volendo capire l’altro nelle sue differenze. Ne ero testimone quando era all’estero. E se, evidentemente, negli incontri brevi si trattava per la maggior parte di simpatia umana che riscaldava un incontro rapido, tutto era più profondo nei rapporti duraturi, si creavano lacci forti derivati dal suo interesse vero per le storie di ognuno, del suo Paese, della sua lingua, e l’altro forzosamente si apriva e diventava fratello, o sorella. E questo si specchia nei suoi libri.

Un elemento della vita creativa di Antonio emerge con particolare chiarezza: quello di aver sempre chiesto consiglio a te prima di pubblicare un suo testo, fosse questo un romanzo, un racconto o persino un articolo. Cosa ricordi in particolare di tale vostro rapporto di complicità? E quando formulavi qualche critica ad Antonio, con quale spirito affrontava i tuoi suggerimenti?

Ho avuto il privilegio di ascoltare spesso in primis quello che creava e sono fiera e grata che abbia condiviso con me tante meraviglie. Quando a volte raggiungeva l’apice della bellezza mi si rizzavano i peli delle braccia e glielo facevo vedere ridendo: era il termometro. Il ridere insieme, fuggendo dalla solennità, nonostante avessimo la consapevolezza della magia che aveva creato, era un elemento di grande complicità.

Gli sei stata d’altronde complice anche nei momenti più difficili, quando la battaglia non era solo letteraria ma anche morale e civile.

Sì, mi leggeva anche i testi di battaglie e polemiche feroci, che sapevo che gli avrebbero portato guai, che non erano esercizi di stile ma la dura espressione delle sue convinzioni. Lui sapeva che le mie critiche erano dettate da una ricerca di imparzialità, di giustizia e di altrettanta indignazione, con, a volte, un più banale buon senso. Molte volte le accettava, qualche volta faceva di testa sua, prendendo tutti i rischi, ma la complicità non veniva meno.

L’altra guerra contro giustizia

La guerra all’Ucraina, che già ai deboli stomaci occidentali pare eterna anche se è cominciata solo da poco più di due settimane, non durerà a lungo. Per la semplice ragione che gli ucraini, per quanto coraggiosi, non possono resistere più di tanto.

Una resistenza “all’afghana”, che è andata avanti per 20 anni, non è nemmeno immaginabile. Innanzitutto per una ragione orografica. La resistenza si fa in montagna, mentre l’Ucraina ha un territorio pianeggiante. Se i Talebani hanno potuto resistere per vent’anni è anche perché l’Afghanistan ha montagne alte oltre 6.000 metri, con gole profondissime e strette dove non può entrare nemmeno un caccia e dieci uomini decisi bastano per fermare un reggimento. Si potrebbe organizzare, in alternativa, una resistenza nelle città, con una lotta casa per casa? Ne dubitiamo. Gli ucraini sono pur sempre degli europei non adusi da decenni alla guerra, e non nascono, a differenza degli afghani, col kalashnikov in bocca. Certamente ci sono molti ucraini coraggiosi disposti a battersi fino alle estreme conseguenze, a partire dal loro presidente, ma ce ne sono quasi altrettanti che preferiscono abbandonarlo rifugiandosi all’estero. Secondo le stime Onu di qualche giorno fa, i profughi ucraini sono circa tre milioni e non possono essere solo donne e bambini ma, nel prosieguo, si prevede un numero di rifugiati molto più alto (otto milioni).

Ma anche se non sarà lunga per l’intanto la guerra c’è e approfittando della “copertura” della guerra ucraina, che distoglie l’attenzione dai nostri problemi interni, l’instancabile fairy band dei politici ladri e trafficoni è al lavoro per delegittimare definitivamente la Giustizia e la Magistratura e affermare un doppio diritto: uno per “lorsignori” che ne garantisca l’impunità, l’altro per i normali cittadini. Di tutti i recenti provvedimenti illiberali ha dato conto Travaglio in un editoriale del 10.03.2022. Poiché comunque, guerra o no, della giustizia italiana bisognerà presto tornare a parlare, sia perché ce lo chiede l’Europa sia perché è nei programmi del governo sia perché è oggetto di un referendum dei radicali e della Lega, è necessario innanzitutto mettere qualche punto fermo sulla narrazione oggi in voga. Ripartendo proprio da Mani Pulite. Nel giro di trent’anni Mani Pulite è passata da “fiore all’occhiello”, non solo della Giustizia ma anche della società italiana che aveva avuto il coraggio di lavare in pubblico i propri panni sporchi, al suo opposto. Il “manipulitismo” è stato usato in termini spregiativi non solo da Luciano Violante ma da tantissimi altri.

Il presupposto di questa narrazione falsa è che Mani Pulite sia stata una “rivoluzione”. Al contrario fu piuttosto un atto di conservazione, il tentativo di ridare valore a quell’articolo 3 della Costituzione che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge senza distinzioni “personali e sociali”, mentre era invalsa la pratica che i ceti politici e imprenditoriali potessero impunemente violare la legge. I magistrati di Mani Pulite, favoriti da alcune circostanze, fra le quali emergeva una corruzione così dilagante che non era più tollerabile non solo dal punto di vista giuridico ed etico ma anche sotto il profilo economico, richiamarono anche “lorsignori” al rispetto della legge.

Poiché, guerra ucraina o no, una riforma della Giustizia è ritenuta da tutti necessaria, mi permetterò anch’io di dire qui la mia, per quel che vale.

In via preliminare dirò che non ci sarebbe questo scontro quotidiano fra politici e Magistratura se i primi delinquessero un po’ di meno.

In un recente articolo sul Fatto (“I veri guai della Malagiustizia”, 15.02) ho scritto che il primo vero problema della giustizia italiana sta nell’abnorme lunghezza delle sue procedure. Lunghezza che ha origini storiche e quasi paradossali perché noi italiani abbiamo abbracciato il modello di Gaio e Giustiniano, cioè bizantino che fa onore al suo nome con una serie di ricorsi e controricorsi, di verifiche e controverifiche, di controlli sui controlli che appesantiscono le procedure, per arrivare a un’impossibile certezza assoluta del giudizio conclusivo, mentre gli anglosassoni hanno preso dal diritto latino, un diritto contadino, pragmatico, che prevede un processo svelto scontandone la possibilità di errore. Anche perché il processo ha la funzione di mettere dei punti fermi nei rapporti fra i cittadini. A questo retaggio storico si è aggiunto negli ultimi anni il diritto, chiamiamolo così, “berlusconiano” che con leggi garantiste, ipergarantiste, pseudogarantiste ha come principale obiettivo che il colpevole, se appartiene alla cricca di “lorsignori”, non venga mai raggiunto.

Depurare il nostro Codice di procedura penale di tutti questi intralci, tenendo ben fermo nello stesso tempo il principio fondamentale della “presunzione di non colpevolezza” è un “vasto programma” che richiederà, se mai ci si volesse incamminare su questa strada, degli anni. Nel frattempo però ci sono anche altri problemi, alcuni legati proprio alla lunghezza delle procedure, altri no. Fra i primi c’è quello del segreto istruttorio. Si potrebbe riprendere dal codice Rocco rimasto in vigore, su questo tema, fino alla riforma del 1989. Secondo questo schema l’istruttoria deve essere segreta, il dibattimento naturalmente pubblico. La segretezza dell’istruttoria è necessaria perché nelle indagini preliminari dei Pm e della polizia giudiziaria, che vanno ovviamente a tentoni, possono rimanere impigliate persone che nulla hanno a che fare con i fatti criminosi. Il Gup vaglia gli elementi presentati dal Pm e manda al dibattimento solo quelli che ritiene necessari al processo. In assenza del segreto dei semplici indagati vanno incontro all’inevitabile massacro massmediatico. Un tema su cui si dibatte molto oggi è quello della composizione del Csm. Lasciando qui perdere le modalità con cui devono essere eletti i suoi membri, ritengo che vadano tolti di mezzo i cosiddetti “laici”, cioè giudici designati dal Parlamento. Poiché uscivamo dalla dittatura fascista i nostri Padri costituenti vollero una Magistratura assolutamente indipendente dagli altri poteri dello Stato. Ma perché il Csm non fosse una torre eburnea totalmente avulsa dalla società stabilirono che, oltre ai membri di diritto e a quelli eletti dai magistrati (i “togati”), cioè eletti da altri magistrati, un terzo dei componenti del Csm fosse scelto dal Parlamento fra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno quindici anni d’anzianità. Com’erano ingenui i nostri Padri fondatori, è bastato poco perché i partiti gabellassero come magistrati da mandare al Csm dei politici.

Un altro tema su cui si sta ragionando e questa volta, mi pare, bene, è quello delle cosiddette “porte girevoli”: un magistrato che sia entrato in politica non può tornare a fare il magistrato. Per la semplice ragione che quand’anche abbia svolto la sua funzione in modo ineccepibile, viene naturale il sospetto che non abbia giudicato “in scienza e coscienza”, ma a supporto dell’ideologia del partito cui ha successivamente aderito. Io vieterei anche che i magistrati, una volta lasciata la toga, possano entrare in politica. Si dirà: è una violazione dei loro diritti civili. Ma quello del magistrato non è un mestiere come un altro, da lui può dipendere la vita, fino alla rovina, di un cittadino. E quindi ritengo plausibile questa limitazione dei loro diritti civili così come la Presidenza della Repubblica comporta limiti alla libertà di espressione. Per lo stesso motivo andrebbero abolite le correnti all’interno della Magistratura. Perché evidenziano che ci sono magistrati di sinistra, di centro, di destra. Anche per un magistrato che appartenga a una corrente nasce naturale, e a volte giustificato, il sospetto che non abbia svolto la sua funzione in modo equanime. E, come si diceva una volta, il magistrato è come la moglie di Cesare che “non solo dev’essere onesta, ma anche apparire tale”.

 

Conte a Caivano: “Chi minaccia Don Patriciello va arrestato”

A Caivano c’è un prete minacciato dai clan, don Maurizio Patriciello. Predica nel parco Verde, il fortino di case popolari infestato dallo spaccio di droga delle famiglie Sautto e Fucito, e ha preso posizione contro la faida in corso alla 167 di Arzano. La camorra gli ha presentato il conto con una bomba carta davanti alla parrocchia. L’ennesima intimidazione, il giorno del suo compleanno. Ieri il presidente del M5S, Giuseppe Conte, conclusa la manifestazione di Libera a Napoli, è venuto qui a manifestargli pubblicamente solidarietà, dopo una visita privata dei giorni scorsi. Conte ne ha approfittato per salutare l’amministrazione-laboratorio del sindaco Vincenzo Falco, vincitore nel 2020, tra i primissimi esperimenti di alleanza Pd-Cinque Stelle, qui allargata a sinistra e persino ai renziani e ai mastelliani, circostanza che ne fa un unicum nazionale.

Falco sul Parco Verde avrebbe un’idea originale: “Andrebbe buttato giù e ricostruito, è edilizia che favorisce il tessuto criminale, andrebbe fatta una bonifica sociale, redistribuendo l’edilizia popolare nel tessuto urbano”. Conte nel pomeriggio si è affacciato su questa terra di nessuno, per incontrare Patriciello davanti alla parrocchia di San Paolo Apostolo. “Le visite dei politici? Meglio del silenzio nel quale gli spacciatori proliferano”, secondo don Maurizio. Ne è nato una sorta di dibattito, che ha coinvolto i fedeli – pochi, una cinquantina – e gli attivisti e politici locali. Una signora ha contestato Patriciello: “La Chiesa deve convertire, non mettersi a giudicare chi spaccia. Ho vissuto qui, e non demonizzo nessuno”. Conte ha replicato tra gli applausi: “Chi ha messo quell’ordigno contro don Patriciello va giudicato eccome e va assicurato alla giustizia”. Andrebbero messe non bombe, ma telecamere di videosorveglianza. “A Caivano non ce n’è neanche una”, ha ricordato don Maurizio. Nelle città a nord di Napoli sono rare come i diamanti. Infatti appena ne spunta una se la rubano.

Assalto a Cgil, chieste condanne fino a 8 anni

Ebbero “un ruolo attivo e primario” nel blitz alla sede della Cgil avvenuto il 9 ottobre a Roma nell’ambito di una manifestazione contro il green pass. La Procura ha chiesto condanne tra gli 8 e i 6 anni e mezzo per 6 indagati con le accuse di devastazione e resistenza a pubblico ufficiale. Si tratta di sei persone, tra cui Fabio Corradetti, figlio della compagna di Giuliano Castellino, leader romano di Forza Nuova già a processo con rito ordinario, che hanno chiesto di essere giudicate con rito abbreviato. Il pm ha chiesto 8 anni anche per Massimiliano Ursino, leader palermitano di Fn. Nel procedimento, così come avvenuto nel ordinario in cui è imputato anche il leader di Fn, Roberto Fiore, si sono costituite parte civile la Cgil e l’Anpi.

L’Italia in piazza con Libera contro le cosche: “L’antimafia non è più una priorità politica”

Iriflettori erano accesi a Napoli, con la presenza in piazza del Plebiscito di don Luigi Ciotti, Roberto Fico e Giuseppe Conte, e Sandro Ruotolo a rimarcare la scelta del capoluogo campano come sede della 27ª manifestazione nazionale di Libera in memoria delle vittime delle mafie: “Scelta giusta, qui si sta vivendo l’emergenza criminale, e ora intervenga il governo, perché la camorra è scomparsa dal dibattito”. Ma la dichiarazione forse più dura della giornata arriva da un’analoga manifestazione di Libera a Firenze. La pronuncia il procuratore capo Giuseppe Creazzo, anche lui preoccupato “che la lotta contro le mafie non sia assistita da una volontà politica importante”. Perché poi Creazzo aggiunge, ed è facile capire a chi si riferisce: “C’è chi, approfittando della grave crisi della magistratura, portata dallo scandalo Palamara, ne approfitta per colpire i magistrati e la magistratura in generale”.

E invece c’è chi pensa che la lotta alle mafie debba tornare a essere una priorità, e i magistrati debbano essere supportati nelle loro attività. Sono le migliaia e migliaia di persone che ieri hanno invaso Napoli, un corteo lunghissimo ricco di bandiere della pace, un’affluenza che è andata oltre le aspettative degli organizzatori. Tra loro, molti parenti di vittime di criminalità organizzata e terrorismo, con al collo un cartello con il nome e la foto del proprio caro. Famosi, come il deputato Paolo Siani, fratello del giornalista Giancarlo, l’ex assessore Alessandra Clemente, la cui mamma fu uccisa per errore a Napoli in un agguato di clan, l’ex direttore di Repubblica Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi ucciso nel 1972 a Milano. E meno noti: Carmela Sermino, vedova di un meccanico ucciso da un proiettile vagante di ragazzini vicini al clan Gionta di Torre Annunziata, Arcangela Petrucci e Marianna Ciavanella, vedove di Luigi e Aurelio Luciani, agricoltori ammazzati nella provincia foggiana, forse perché avevano visto qualcosa che non dovevano vedere. “Delle centinaia di familiari – ha sottolineato don Luigi Ciotti, presidente di Libera – l’80% di loro non conosce la verità, e senza verità non si può costruire giustizia”. La memoria è il tema del messaggio del capo dello Stato Sergio Mattarella. “Onorare chi ha pagato con la vita il diritto alla dignità di essere uomini – ha ricordato – opponendosi alla disumanità delle mafie, alla violenza. Memoria è richiamo contro l’indifferenza, per segnalare che la paura si sconfigge con la affermazione della legalità”.

“La libertà dei pm è a rischio”: il Csm boccia il bavaglio

No al bavaglio, ovvero al divieto per i pm di rilasciare dichiarazioni o fornire notizie alla stampa sull’attività giudiziaria del loro ufficio. È “palesemente irrazionale e in contrasto con il diritto di manifestazione del pensiero dei magistrati”. A lanciare l’allarme è il plenum del Csm con un emendamento al parere sulla riforma Cartabia proposto dai consiglieri di Area e approvato con 15 voti a favore, 3 contrari e 6 astenuti. Sotto accusa è il nuovo illecito disciplinare che si estende a tutte le violazioni delle disposizioni sui rapporti con la stampa introdotte dalla riforma sulla presunzione di innocenza. “Si rischia da un lato di impedire qualsiasi comunicazione o informazione sui procedimenti penali, non solo quelli in corso, ma anche quelli già definiti, e dall’altro si attribuisce ai titolari dell’azione disciplinare un potere di controllo e condizionamento amplissimo sui procuratori della Repubblica e su tutti i magistrati del pm”, affermano i consiglieri. Intanto il voto finale sul parere slitta a domani: oggi il plenum continuerà l’esame degli emendamenti.

“Storari assolto: non doveva dare i verbali di Amara a Davigo, ma fu errore scusabile”

Fu un errore. Ma scusabile. E soprattutto: avvenuto con esclusivi intenti istituzionali. È questa in sintesi la motivazione con cui il pm Paolo Storari è stato assolto dall’accusa di rivelazione del segreto d’ufficio per aver consegnato all’ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, nell’aprile 2020, una copia dei verbali di Piero Amara sulla presunta “loggia Ungheria”. La norma – parliamo di diverse circolari – sulla possibilità di rivelare il segreto a un componente del Csm, secondo il tribunale di Brescia, è “ambigua” e Storari – pm peraltro molto stimato per la sua preparazione giuridica – l’ha male interpretata. Un errore scusabile anche per le rassicurazioni ricevute da un collega come Davigo – di vastissima e riconosciuta esperienza – attualmente imputato per lo stesso reato. Il fine della rivelazione del segreto istruttorio era esclusivamente istituzionale: Storari informò Davigo di “una gestione dell’indagine ritenuta non appropriata e di fatti gravissimi (coinvolgenti anche magistrati e Consiglieri del Csm) emersi dalle dichiarazioni di Amara”. Va precisato che per la gestione inappropriata denunciata da Storari – l’asserita “inerzia” sulle iscrizioni – l’ex procuratore di Milano, Francesco Greco, è stato archiviato. Secondo la giudice Federica Brugnara, l’errore di Storari è scusabile anche per altri motivi. Quando Davigo, a sua volta, veicola le informazioni riservate ad altri componenti del Csm, per esempio, questi ultimi non rilevano alcuna rivelazione del segreto d’ufficio ma soltanto la “irritualità” del percorso seguito” (li informa oralmente, ndr) o si sentono “rassicurati dal fatto che Davigo ne avesse parlato con i componenti del Comitato di Presidenza”. Anche la Sezione disciplinare del Csm, inoltre, ha escluso per Storari la grave inosservanza delle norme regolamentari. Una ambiguità, stando alla sentenza, che ha quindi ingannato più di un esperto giurista: Davigo ha sempre sostenuto la piena liceità del suo operato. Non può essere infine imputato a Storari il fatto che Davigo “abbia allertato diversi Consiglieri del Csm sulla presunta appartenenza alla loggia Ungheria dei colleghi Sebastiano Ardita e Marco Mancinetti” affinché “ne prendessero le distanze” perché non può rispondere dell’imprevedibile comportamento altrui. Per il Tribunale di Brescia non ci fu alcun accordo “originario” finalizzato a utilizzare i verbali per “screditare Ardita” e si escludono “ragioni oscure” dietro la loro consegna.

“Il messaggio ‘liberi tutti’ è pericoloso: c’è l’incognita autunno”

Il professor Massimo Galli, ex direttore dell’Infettivologia dell’ospedale Sacco di Milano, è critico: “C’è una ripresa dei contagi perché è passata la voce ‘tutti liberi’. Non credo che avremo problemi seri perché abbiamo molti vaccinati, Omicron nella maggioranza dei casi non comporta malattia grave e fa da boost anche ai non vaccinati. Cosa succederà in autunno? Bisognerà vedere quali saranno le linee evolutive del virus”.

Ha sbagliato il governo?

Va bene riaprire, speriamo di non avere in autunno gli ospedali che non possono smaltire le spaventose liste di attesa per curare le malattie gravi che non è stato possibile curare in questi due anni. Sarebbe stato meglio finire la campagna vaccinale, anche tra i più piccoli.

L’immunità naturale dura poco, aumentano le reinfezioni.

La differenza l’ha fatta Omicron. Nella mia esperienza ho visto quasi soltanto reinfezioni da Omicron.

Anche Omicron dopo Omicron?

Questo non l’ho ancora visto, è una delle cose da capire.

Anche i vaccini proteggono dall’infezione per pochi mesi.

Dipende dalle varianti. Ci sono state tre varianti maggiori in breve tempo. L’ultima è Omicron, molto più diffusiva ma mediamente meno patogena e meno letale soprattutto nei trivaccinati.

I vaccini non sono stati costruiti su un virus che non esiste più?

È un vaccino per un virus che circolava nel 2020, ma i vaccinati hanno molte meno probabilità di infettarsi e ancor meno di morire.

Il professor Andrea Crisanti propone misure a tutela di chi rischia di più, gli anziani e i più fragili.

Giusto. Le soluzioni con la clava, tipo quarta dose a tutti, probabilmente non servono, la stessa terza dose si è rivelata insufficiente in molti dei più fragili che non rispondono alla vaccinazione. Nei primi 100 trapiantati di rene studiati in Francia il 4% ha risposto al primo Pfizer, il 40% al secondo, il 68% al terzo. Una partenza diesel, bisogna pensare al terzo mancante. Una soluzione potrebbe essere un anticorpo monoclonale già disponibile che trasferisce passivamente l’immunità, ma dev’essere verificato con Omicron.

Perfino all’Ema hanno perplessità sulle vaccinazioni ripetute a breve termine. Non pensa che le nostre autorità abbiano detto “vaccinatevi e non disturbate”?

Sì, vaccinare è la via necessaria ma anche la meno complicata. Dubito che la ripetuta stimolazione immunitaria comporti gravi rischi, ma vacciniamo inutilmente persone che hanno già una forte risposta e non sappiamo se altre sono sufficientemente protette. Così si arriva al Santo Graal dei tabù: i test anticorpali che molti fanno a loro spese prima e dopo il vaccino.

Secondo scienziati e autorità non c’è uno standard per i test anticorpali sierologici.

I test implicano un costo, così governi e agenzie scelgono di ridurre i costi: ti vaccino ma non ti seguo.

Testiamo tutti per decidere a chi fare terza o quarta dose?

Tutti no, ai medici dovrebbero consentito di attivarsi su immunocompromessi e grandi anziani che potrebbero non aver risposto al vaccino.