Over 50 non vaccinati: il bluff delle multe soltanto tra 6 mesi

Sono trascorsi 40 giorni da quando è entrata in vigore la misura della sanzione, 100 euro una tantum, per gli over 50 che a dispetto dell’obbligo disposto dal decreto legge del 5 gennaio scorso hanno scelto di non sottoporsi alla vaccinazione. Delle multe però non c’è traccia. Finora non ne è stata comminata nemmeno una. Riavvolgiamo il nastro. Il ministero della Salute il 4 marzo ha inviato all’Agenzia delle Entrate/Riscossione (Ader) i primi 600 mila codici fiscali. Che non sono affatto pochi, se si considera che in Italia ci sono ancora oltre 1,2 milioni di persone con oltre 50 anni di età che non hanno ricevuto nemmeno la prima dose. Ma, se tutto va bene la maggior parte di loro non si vedrà recapitare a casa l’atto esecutivo prima dell’autunno prossimo. Questo perché il percorso burocratico messo a punto per emettere le multe è così contorto che sembra voler attuare un’azione di moral suasion più che spaventare i recalcitranti al vaccino. Il procedimento parte dal ministero della Salute, che – come detto – trasmette i dati fiscali sui soggetti inadempienti all’Ader. Quest’ultima a sua volta contesta l’inadempienza all’interessato attraverso una comunicazioni di avvio del procedimento sanzionatorio. Chi la riceve ha 10 giorni di tempo per inviare all’azienda sanitaria di riferimento l’eventuale documentazione che ne attesta l’inidoneità al vaccino o altri problemi che rendono impossibile la somministrazione.

Solo che non è finita qui. L’Asl deve verificare che effettivamente ci siano le condizioni di una esenzione e poi comunicare l’esito, sempre entro dieci giorni, all’Agenzia delle Entrate/Riscossione. Alla fine l’elenco depurato dai nomi di chi ha eventualmente diritto all’esenzione viene inviato nuovamente al ministero della Salute per il controllo, la verifica finale e la firma. E solo a quel punto l’Ader può inviare la cartella esattoriale, cioè l’atto esecutivo. Tenendo conto del fatto che per completare la procedura, dal momento in cui scatta la comunicazione preventiva, ci sono a disposizione 180 giorni di tempo, sei mesi. Questo spiega perché nonostante il ministero abbia trasmesso il primo flusso di dati fiscali i primi di marzo ancora le sanzioni non siano state comminate. Né lo saranno, a questo punto, nelle prossime settimane o entro la fine della primavera. Più realistico pensare che non arriveranno a destinazione prima della fine dell’estate. Eppure dall’1 aprile, con la fine dello stato di emergenza sanitaria, non sarà più necessario il Green pass rafforzato sul luogo di lavoro, basterà quello base, rilasciato dopo l’esecuzione di un tampone. Non per gli over 50, comunque, per i quali l’obbligo resterà in vigore fino alla fine di maggio. Due mesi durante in quali difficilmente potranno a questo punto ricevere le sanzioni: i tempi previsti sono troppo lunghi.

E dire che molti ostacoli erano stati rimossi. Per esempio il nodo giuridico della protezione dei dati sensibili – quelli relativi alla salute – era già stato sciolto in febbraio dal Garante della Privacy, secondo il quale le aziende sanitarie non devono trasmettere informazioni sulla salute dell’interessato. Ma ciò non toglie che all’Agenzia delle Entrate arrivino da tempo delle segnalazioni di fac-simili di querele con i quali i no vax irriducibili sarebbero pronti a dare battaglia davanti al giudice di pace. Fac-simili in base ai quali il provvedimento del governo entrerebbe addirittura nella sfera degli illeciti perseguibili penalmente. L’elenco dei reati ipotizzati? Si va dall’abuso d’ufficio alla violenza privata per arrivare addirittura all’estorsione. Presunte violazioni che molto probabilmente non arriveranno mai sulla scrivania di un magistrato. Ma che dimostrano quanto sia difficile convincere la platea delle persone che hanno deciso di non vaccinarsi. Non li ha persuasi nemmeno il vaccino tradizionale Novavax, basato su una biotecnologia utilizzata da alcuni decenni. Delle oltre un milione di dosi arrivate fino a questo momento in Italia ne sono state somministrate appena il 2%. Nel frattempo si assiste a un dimezzamento dei contagi rispetto a domenica, 32.573 contro 60.415, ma +12,7% rispetto a 7 giorni fa. Aumentano leggermente i ricoveri con sintomi (+3,1% rispetto al 14 marzo), sempre in diminuzione le terapie intensive ma ancora 119 morti.

Secondigliano, spaccio in carcere: 26 indagati

Una piazza di spaccio gestita da detenuti nel carcere di Secondigliano. Sono 26 gli indagati ai quali è stata notificata l’ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Dda di Napoli. I 26 sono ritenuti indiziati, a vario titolo, di associazione finalizzata allo spaccio di droga e corruzione per commettere atti contrari ai doveri d’ufficio. Quattro gli agenti penitenziari coinvolti: tre sono finiti ai domiciliari; per un quarto, oggi in pensione, è stato disposto il carcere. Gli agenti consentivano l’ingresso di cocaina, marijuana e hashish, e telefoni cellulari per comunicare con l’esterno e favorivano lo spostamento dei detenuti all’interno della struttura e la sistemazione di appartenenti al medesimo sodalizio nelle stesse celle.

Rapinato e abusato a 17 anni a Roma: fermati 2 coetanei

Ha 17 anni. Ha vissuto una notte da “Arancia meccanica” alla periferia di Roma, rapinato e violentato da due 17enni tunisini per i quali la Procura dei minori ha chiesto la convalida dell’arresto, che lo avrebbero costretto a portarli a casa dove avrebbero molestato anche sua madre.

Il fatto è accaduto nella notte tra sabato e domenica. Il 17enne dopo avere visto alcuni amici in zona Centocelle, stava risalendo in auto, ma è stato avvicinato dai due che lo hanno minacciato con un coltello e rapinato. Poi, sempre minacciandolo, ne hanno abusato sessualmente. L’incubo è continuato: i due hanno intimato al ragazzino di salire sulla microcar e di portarli a casa sua, alla periferia nord della Capitale. Arrivati, hanno costretto il 17enne ad aprire la porta. In casa c’era la madre che dormiva, il padre era fuori. Si sono fatti dare altri 200 euro e poi hanno molestato anche la donna. Poi si sono fatti dare le chiavi della microcar e sono fuggiti. Dopo l’allarme, sono iniziate le ricerche: gli agenti del commissariato Viminale hanno trovato i due presunti aguzzini in zona San Giovanni. Ora sono accusati di rapina aggravata e violenza sessuale. L’indagine della Procura dei minori di Roma ora punta a chiarire se anche la madre del giovane sia stata abusata. Al vaglio degli agenti del commissariato Viminale una serie di testimonianze tra cui quella della donna, 53enne, che ha raccontato di essere stata molestata. Pochi giorni fa, il 12 marzo, a Milano, un altro episodio simile: una rapina seguita da abusi sessuali ai danni di un minorenne.

Choc a San Marino: “Il capo dello Stato mi ha molestata”

Molestie sessuali nei confronti di un’impiegata di Palazzo Pubblico: questa l’accusa mossa al 29enne Giacomo Simoncini, uno dei due Capitani reggenti della Repubblica di San Marino, massime cariche dello Stato. La testata sammarinese L’informazione ha riferito che nei primi giorni di marzo Simoncini avrebbe convocato la donna nel suo ufficio, sostenendo di avere un problema con la zip dei pantaloni e insistendo affinché fosse lei a risolverlo. All’improvviso, l’uomo si sarebbe abbassato i calzoni e le avrebbe mostrato i genitali. La dipendente è fuggita in lacrime dallo studio di Simoncini, mettendo al corrente dei fatti i suoi superiori, l’altro reggente Francesco Mussoni e il suo legale. Quest’ultimo ha informato ufficiosamente la magistratura, annunciando che la donna presenterà formale denuncia solo dopo il 1 aprile, quando scadrà il mandato semestrale dei Reggenti. Secondo chi ieri era in aula per la discussione del Codice di Condotta, Simoncini avrebbe seguito a testa bassa la seduta, per poi uscire in lacrime dalla sala.

Mail Box

 

Quante contraddizioni nella narrazione bellica

Con la guerra in Ucraina siamo entrati nella fase della neolingua orwelliana nella realtà moderna. Alcuni esempi: i volontari stranieri che combattono per gli ucraini sono “volontari”, ma i volontari stranieri che combattono per i russi sono “mercenari”; i civili che si rifugiano verso occidente sono “profughi”, mentre i civili che si rifugiano in Russia sono “deportati”; I bombardamenti russi sono definiti “crimini di guerra”, ma le vittime delle bombe di americani e Nato in buona parte del pianeta sono “effetti collaterali”; infine, abbiamo il presidente ucraino Zelensky, ebreo, che conferisce a Denis Prokopenko, comandante del battaglione Azov, dichiaratamente nazista, la più alta onorificenza militare quale “eroe dell’Ucraina”.

Giuseppe Chiappini

 

A Kiev combattono anche i mercenari

L’Ucraina è l’unico caso di un Paese in guerra che combatte senza esercito. Le forze armate sono scomparse dalla narrazione, lasciando posto alla retorica della difesa civica risorgimentale contro l’oppressore. Nel 2020, il 40% delle forze ucraine (fonte Reuters) era composto da mercenari stranieri, spesso attivisti di estrema destra, provenienti da 19 nazioni: milizie paramilitari antisemite finanziate e addestrate dall’Occidente che hanno suscitato l’allarme del Jerusalem Post (che, nell’ottobre 2021, ha denunciato il progetto “Centuria”). L’Italia sta mandando le armi a questi gigli di campo. L’Occidente non ha alcun interesse a difendere l’Ucraina, ma solo a combattere la Russia.

Carmelo Sant’Angelo

 

La miopia dell’Europa a rimorchio degli Usa

Ancora una volta, le riflessioni di Barbara Spinelli sono ineccepibili e illuminanti. Io mi permetto umilmente di fare una chiosa integrativa: mi domando come sia possibile che l’Europa non abbia capito, e ancora non capisca, quanto i tempi mutati rispetto alla fine della “guerra fredda” avrebbero dovuto modificare gli atteggiamenti reciproci con la Russia. In questo devo, purtroppo, riconoscere che l’iniziativa di Berlusconi a Pratica di Mare nel 2002 avrebbe potuto significare davvero l’avvio di una svolta nei rapporti Est-Ovest. Ma per Berlusconi si trattò solamente di uno dei suoi giochini propagandistici, perché gli americani non hanno in realtà mai accettato che la fine del comunismo e l’avvento in Russia di un capitalismo autoritario potesse comportare un diverso equilibrio atlantico. Nello stesso tempo l’Unione europea, a causa della sua miopia (chiamiamola così, anche se probabilmente non è una definizione appropriata pensando agli interessi in gioco) non ha capito come lo stare sempre a rimorchio degli Usa e della Nato abbia in realtà costantemente favorito gli interessi americani. Io credo che il riconoscere, da parte Ue, l’anima e la cultura profondamente europea della Russia e l’apertura di un vero confronto e dialogo, avrebbe contribuito alla concreta formazione di un trilateralismo mondiale dove l’Europa, rispetto a Usa e Cina, avrebbe avuto un ruolo autonomo e non marginale. Ma forse una uscita di scena di Putin, sanguinario criminale di guerra, e la disponibilità dell’Europa a una riflessione attenta su quali possano essere le proprie reali utilità nel confronto fra Usa e Cina, potrebbero contribuire a sanare nel tempo la tragica, inaccettabile e imperdonabile ferita di questi giorni nel cuore dell’Europa.

Luciano Ferrario

 

Le responsabilità dei giornali asserviti

Dalle colonne del principale giornalone, lo storico della televisione Aldo Grasso scende sotto il minimo sindacale richiesto di onestà intellettuale: secondo il suo “illuminato” parere, Beppe Grillo e il grillismo hanno recato al Paese danni incalcolabili! Ci sembra di sognare … E 40 anni di regime democristiano? 20 anni di berlusconismo? Un presente alla mercé di oligarchie e potentati politico-economici che fanno il bello e il cattivo tempo? Se l’Italia è questa, non poche responsabilità vanno ascritte a giornalisti e intellettuali asserviti e organici al sistema di potere.

Alessandro Carminati

 

Chi è tenuto a difendere lo Stato italiano?

Dopo le parole di Guerini, rinforzate da Draghi, che sembrano equipollenti a una dichiarazione di guerra, mi sorge un dubbio, in base al dettato della nostra Costituzione, circa l’espletamento del compito della difesa dello Stato italiano: spetta al capo del governo o al capo dello Stato ?

Italo Giacomazzi

 

Ora i più sfortunati sono gli ucraini

Non vorrei essere ucraino. Invaso dalla Russia, preso per il culo dagli americani, accolto per ora da un’Europa che, se rimango troppo come profugo, mi tratterà poi come tratta i siriani e gli africani.

Davide Morchio

Effetti collaterali. “Da Atene a oggi, la verità è la prima vittima dei conflitti”

Gentile redazione, vorrei condividere con voi questa mia riflessione. La manipolazione del linguaggio è consustanziale con l’esercizio del potere, di qualsiasi potere. Che sia così, prova lampante ne sono, in queste drammatiche ore, le notizie che rimbalzano dalla Russia e dall’Ucraina (al netto, ovviamente, sia dell’oggettiva responsabilità di Putin nell’aggressione criminale dell’Ucraina, sia del dovere di accertare, senza animosità né pregiudizi, la “causa verissima” di quella aggressione).

Il fenomeno è antico. Se n’era già accorto Tucidide, che denunciava il sovvertimento dei significati attribuiti alle parole dette o udite e della distanza reale tra i comportamenti e le espressioni usate per definirli, quando all’interno della guerra trentennale tra peloponnesiaci e ateniesi (431-404 a. C.) racconta dell’episodio delle lotte civili a Corcira tra oligarchici e democratici, i quali “cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti…” (Storie, III, 82 ss.). Così, la prima vittima della propaganda, politica e bellica, è la verità.

Quasi 400 anni dopo, a Roma, in un passaggio dell’infervorato discorso in cui, in Senato, Marco Porcio Catone, strenuo difensore della repubblica dei nobili e dei benestanti, contro la proposta di clemenza avanzata da Giulio Cesare, proporrà la pena di morte per i seguaci del colpo di Stato, tentato da Catilina, ma sventato dal console Cicerone (63 a. C.), Sallustio emula Tucidide mettendo in bocca a Catone la frase tucididea sullo stravolgimento del significato subìto dalle parole in quella grave crisi politica sfociata nella guerra civile: “Più volte, padri coscritti, m’è accaduto di parlare a lungo in vostra presenza… Voi non avete dato peso alle mie parole, ma la repubblica era salda… Ma ora non si tratta di sapere se vige la morale o il malcostume, né quanto sia grande e potente l’impero romano, ma se questi beni, comunque si voglia valutarli, resteranno nostri o cadranno nelle mani dei nemici insieme a noi. E c’è qualcuno che ci viene a parlare d’indulgenza, di clemenza? Da tempo invero s’è perduto il significato delle parole: dilapidare il denaro altrui si chiama generosità, la temerarietà è chiamata coraggio. Ecco perché la repubblica è agli estremi” (La congiura di Catilina, cap. 52, 7-12).

Paolo Fai

Norme anticovid, fiera dell’eccezione

Credo che nessuno riuscirà a spiegare il fattore dominante della gestione di questa pandemia, l’incoerenza in ogni settore. Spesso per lo stesso virus sono state adottate misure assolutamente diverse. Minaccioso contagio in alcuni ambienti, inesistente in altri. Non c’è stata alcuna differenza fra i due governi. Come non ricordare il Dpcm del 2 marzo 2021, art. 51, comma 7, capoverso N che, oltre a esonerare dalla quarantena fiduciaria, dopo un viaggio all’estero, il personale delle Forze dell’Ordine, allargava la concessione anche ai nostri parlamentari, che venivano equiparati ai diplomatici (anche loro, non si sa perché, esentati). Ancora a marzo 2021 un Dpcm lasciava a casa chi abitava nelle regioni rosse o arancioni fino a dopo Pasquetta, ma libero chi voleva recarsi all’estero. Dal 1º settembre 2021 il green pass diventava obbligatorio sui treni a lunga percorrenza, navi, aerei, autobus, ma non sui treni regionali, tram e metropolitane. Mentre il green pass è stato richiesto per tutte le attività al chiuso, si è dovuto attendere ottobre per riuscire a introdurlo anche alla Camera e, al Senato, dove l’età media è sensibilmente alta, se ne discuterà solo a ottobre. È risaputo che gli anziani siano i soggetti più esposti al Covid. Le Rsa sono molto rigide nell’autorizzare l’accesso dei parenti. Le badanti e le babysitter, in barba alle attenzioni sui bambini come fonte di contagio, hanno potuto per lungo tempo non avere il green pass. E gli ultimi Dpcm? Mentre gli italiani a tuttoggi debbono esibire il super green pass per lavorare, i turisti extraeuropei possono circolare senza. E gli ucraini? Possono rinunciare al vaccino ed essere ospitati da generose famiglie che spesso hanno anziani. Al cinema e in teatro con mascherine Ffp2 che togliamo al ristorante, non solo per consumare il pasto. Qui dobbiamo esibire il super green pass, se siamo italiani, non i turisti. Mentre dal 1º al 30 aprile niente green pass per negozi, parrucchieri, barbieri, uffici pubblici e banche, ci vorrà per entrare in piscine al chiuso, per praticare sport di squadra. Siamo davvero stanchi di questa continua, coerente incoerenza.

direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

I tortellini al pollo, il pane di ghiande e la zuppa nazista

Sovrani. L’abitudine di intitolare un piatto a un’icona nazionale, cioè di farne uno strumento di identità: i Louisentörtchen prussiani, paste intitolate alla regina Luisa di Prussia eroina delle guerre di liberazione anti-napoleoniche, la bistecca alla Bismarck, la pizza Margherita, la sobrasada spagnola dal nome del re Martino I di Aragona, il filetto alla Wellington, i Victoria Sandwiches o il Prince Albert Pudding, i “biscotti Garibaldi” (sempre inglesi, dopo la visita del generale in Inghilterra nel 1854), il Kaiserschmarren asburgico, per cui andava pazzo Francesco Giuseppe. Anche il washoku, cioè il concetto di “cucina giapponese”, prese piede quando quel Paese fu invaso dai cibi stranieri.

Tortellini. Le polemiche sui cinque chili di tortellini che, per rispetto alla tradizione islamica, furono serviti col ripieno di pollo (Bologna, 2019, festa di san Petronio: altri cinquecento chili erano stati regolarmente riempiti di carne di maiale). Dovette intervenire anche Prodi. Senonché la vera tradizione del tortellino, come mostrato da Francesco Leonardi ne L’Apicio moderno, non prevede affatto il ripieno di maiale nel tortellino, che fu solo un’invenzione dell’Artusi.

Spesa pubblica. Origine del welfare: “Alla vigilia della Prima guerra mondiale i Paesi più ricchi d’Europa, il Regno Unito e la Germania, avevano una spesa pubblica pari a circa il 15% del Pil. L’impegno bellico portò questa spesa ben oltre il 50% e, nonostante il ridimensionamento avvenuto con la transizione all’economia di pace, nel periodo tra le due guerre rimase intorno al 25% nel Regno Unito e tra il 25% e il 30% in Germania. Gli Stati spendevano di più perché si trovarono a pagare pensioni, assistenza sanitaria, istruzione e, appunto, cibo”.

Denaro. L’idea di Lenin appena giunto al potere di abolire il denaro, in modo da “eliminare gli sprechi legati a una concezione individualistica del consumo. Il ‘salario in natura’ avrebbe consentito di commisurare in modo ‘scientifico’ le razioni alimentari alle necessità fisiologiche della prestazione lavorativa. Il consumo alimentare smetteva così di essere l’espressione di un desiderio individuale e diventava invece una funzione della vita collettiva. Si trattò di un approccio fallimentare che aprì uno scontro feroce tra città e campagna risolto dalla fase di compromesso rappresentata dalla Nep”.

Pane nero. Il pane nero della Prima guerra mondiale in Germania: miscuglio di fecola di patate, segale e ghiande.

Nazisti. In epoca nazista “la propaganda promosse anche una specifica ritualità collettiva, come ad esempio la Eintopfsonntag. A tutti i tedeschi veniva chiesto di rinunciare al pranzo domenicale e di sostituirlo con una zuppa che spesso veniva consumata collettivamente nelle piazze di paese o in edifici municipali, dove alti gerarchi si facevano fotografare mentre la mangiavano assieme alla gente comune; anche i ristoranti venivano invitati a servirla. I militanti del partito giravano poi per le case a raccogliere 50 centesimi per famiglia che corrispondevano al risparmio privato ottenuto grazie alla rinuncia al pranzo domenicale. La zuppa vegetale con qualche pezzetto di carne era una pietanza piuttosto diffusa in Germania fin dall’epoca pre-industriale. Progressivamente era divenuta tuttavia il simbolo del cibo misero, utilizzata nelle mense dei poveri nel periodo guglielmino e durante la guerra mondiale, quando era diventata un piatto che raccoglieva il poco che si riusciva a mettere assieme”. (2. Continua)

Notizie tratte da: Massimo Montanari (a cura di), “Cucina politica”, Laterza, pagine 329, euro 19

 

Ma quale ottimismo. Putin potrebbe sventrare l’Ucraina in ogni momento

Due tesi si contrappongono sulla guerra in Ucraina. Secondo la tesi “ottimistica”, i generali russi sono rimasti spiazzati dalla resistenza ucraina. Putin, dice l’ottimista, si è arenato e forse è anche un po’ pentito. La seconda tesi, invece, è “pessimistica”. Putin ha sfoggiato soltanto le bocche di fuoco minori. Per non devastare una popolazione che ambisce un giorno a governare, sta attaccando a bassa intensità. Insomma, Putin sta combattendo con le mani dietro la schiena per una scelta ponderata. Nelle ultime ore, la tesi pessimistica ha trovato più conferme della sua rivale. La nostra tesi è che Putin possa sventrare l’Ucraina, a proprio piacimento, in qualsiasi momento. Vediamo i fatti più recenti a sostegno di questa affermazione.

Il primo è il lancio di missili contro la base militare di Yavoriv, a pochi chilometri dal confine con la Polonia (13 marzo). L’attacco di Yavoriv dimostra che i missili di Putin possono colpire qualsiasi obiettivo sul territorio ucraino viaggiando incontrastati. A parlar chiaro si fa prima: non c’è punto del territorio ucraino che possa difendersi dai missili di Putin. Il secondo fatto è rappresentato dalla disintegrazione del palazzo del governo regionale di Kharkiv (1° marzo). Putin, volendolo, potrebbe fare al palazzo di Zelensky ciò che ha già fatto a quello di Kharkiv o alla base di Yavoriv. Il terzo fatto è che Zelensky non fa altro che pregare Putin di arrestare l’avanzata. Il che induce a ritenere che Zelensky non sia affatto sicuro di sé e dei suoi mezzi. Durante l’ultima puntata di Piazzapulita condotta da Corrado Formigli, l’ex premier ucraina, Yulia Tymoshenko, ha dichiarato che l’esercito regolare dell’Ucraina non può durare a lungo sotto il martellamento incontrastato della Russia.

Che cosa dobbiamo attenderci nei prossimi giorni? Non ci sono molti dubbi: un aggravamento del conflitto. Biden ha, infatti, deciso di rifornire l’Ucraina con nuove armi letali. Non appena si è diffusa la notizia, Putin ha fatto sfoggio dei suoi missili ipersonici, che non hanno pari sotto il profilo tecnologico. Nemmeno gli Stati Uniti sono riusciti a sviluppare un missile così sofisticato. Il messaggio di Putin è chiaro: “Per ogni nuovo armamento che invierete all’Ucraina, sono in grado di decuplicare il vostro carico”. Questa è la logica dell’escalation militare, che può culminare nell’incubo nucleare. Le armi inviate da Biden all’Ucraina, in poco più di un anno, sono più numerose di quelle inviate dai governi americani nel periodo 2014-2020. Se poi analizziamo il tipo di armi, si capisce bene che Biden ambisca a “sirianizzare” la guerra in Ucraina, cioè a trasformarla in un conflitto alimentato dall’esterno per prolungarlo indefinitamente. Il fine è impantanare la Russia per dissanguarla. È appena il caso di notare che il dissanguamento della Russia comporta anche quello dell’Europa. Biden non sta inviando aerei da guerra o bombe termobariche, bensì pistole, mitragliatori, fucili, milioni di munizioni per armi leggere, lanciagranate, missili anticarro Javelin, droni kamikaze Switchblade. Per la gran parte, si tratta di armi per il corpo a corpo. Sono armi per trasformare l’Ucraina nel Vietnam della Russia: è questo che vuole l’Europa? Un Vietnam in casa propria? In teoria, dovrebbe spettare all’Unione europea decidere quali armi inviare all’Ucraina giacché l’aggravamento del conflitto ricade sugli europei e non sugli americani. Bruxelles è il grande assente. La commissione europea dovrebbe fare una stima delle vittime potenziali della guerra in Ucraina causata dall’invio di tutte queste nuove armi. Ma di questo nessuno vuol parlare.

 

 

In trincea (dall’albergo): salvate il soldato Giletti

Massimo Giletti in giubbotto antiproiettile è in diretta da una strada di Odessa: “La situazione è molto tesa”. Si sentono colpi, “è la contraerea”.

“Ci stanno facendo cenno di rientrare all’interno del luogo dove faremo la diretta”, che poi è un albergo. Fa in tempo a dire: “Questa è una guerra contro la democrazia!”.

Manda un filmato. C’è lui su un cumulo di macerie: “C’è odore di morte”. Chiede ai soccorritori che scavano: “I corpi son qua sotto?”. Non gli risponde nessuno. A mani nude scava nelle macerie per estrarne una bandiera dell’Ucraina: “Questi sono morti per difendere la loro bandiera. Questa deve continuare a stare in alto. Non è retorica”, dice da dietro ai suoi occhiali da sole.

È di nuovo in diretta dalla hall dell’hotel (ai lati del corridoio, i sacchi bianchi delle trincee. O è biancheria sporca?). Prende la bandiera, la accarezza, chiede al cameraman di stringere sul dettaglio delle mani. Ejzenstejn puro. È sull’orlo delle lacrime.

Si collega con Vladislav Maistrouk, giornalista ucraino, che gli dice: “Tu a Odessa vali più di dieci sistemi antiaereo, sei una no-fly zone fatta persona”.

Manda il filmato “L’odore acre della morte”: “Io sono dell’idea che le immagini vere debbano arrivare nelle case”: cadaveri a pezzi, budella riversate. Si avvicina a un corpo, lo guarda: “Questa era una ragazza, ciò che rimane di una ragazza”.

Torna in diretta. Recita una poesia di Quasimodo. Dice che dopo essersi chinato sul corpo della ragazza è stato avvicinato da una collega di lei: “Ho pensato che mi rimproverasse perché stavamo violando un momento”, ma quando mai curiosare tra i resti di un corpo martoriato è irrispettoso? “Invece ha detto ‘fate vedere questi morti, perché capiate che ci dovete dare la no-fly zone’. Adesso è dura per Fratoianni rispondere”. Corpi dilaniati all’ora di cena per mettere in difficoltà Fratoianni.

Giletti interrompe Fratoianni (che lui chiama “Frattoianni”) e aizza Sallusti, che stasera è un po’ moscio; Sallusti dà la colpa della guerra ai pacifisti.

Cerno (non ricordiamo se è del Pd o di Italia viva) cita Bella ciao.

Altro filmato, tra il videogame e L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov. Il cadavere di una signora su una panchina è ripreso da molto vicino. (Questa domenica non c’è Povia, ci sono i cadaveri).

Lo studio è lasciato incustodito, in autogestione degli ospiti. C’è una certa Ekaterina Shevliakova, “una giovane donna russa” (su Facebook risulta essere travel & lifestyle concierge, su Instagram celebrity interviewer. In pratica gli autori hanno cercato una russa sui social). Viene subito presa di mira da tutti in quanto presumibile spia putiniana. Giletti dalla trincea della hall lancia un grido di dolore: “Qui ci saranno 10 gradi, cercate di aiutarmi!” (temperatura a Roma a quell’ora: 3 gradi). In realtà sta dicendo agli ospiti che la puntata langue. In assenza di bombe, che scatenino almeno una rissa.

Ekaterina non può dire che c’è una guerra perché rischia 15 anni di galera. Da questo momento tutto lo studio si intestardisce per costringerla a dire “guerra”. “Sei complice!”, le urla il giornalista ucraino, che le dà della schiava e della codarda: “Continueranno a morire civili e soldati! Tu hai bisogno di un aiuto di qualche psicologo”. Ekaterina si lascia lapidare.

Giletti: “Gli oligarchi fino a poco tempo fa erano molto amati da noi italiani, perché portavano tanti soldi a Forte dei Marmi”. Il nostro notorio amore per gli oligarchi russi è secondo solo a quello per la pizza, cosa mai andrà a denunciare quel diavolo di Giletti su questi beniamini nazionali? Parte il rendering della “villa di Putin”, dal video del dissidente di destra Navalny: “Pensate che ha il televisore a incasso in camera da letto”. Crimine inaccettabile (specie se prende La7). Credibile come Salvini in Polonia, Giletti va in ipotermia nella hall, malgrado il piumino tipo quello di Putin allo stadio.

Si rintraccia la villa italiana di tal Lanfranco Cirillo, “l’architetto di Putin”. L’inviato citofona ma risponde la filippina (prossima domenica: il fornaio di Putin, il barbiere di Putin, etc.).

Intanto Giletti è sotto attacco, ma non dei russi: lo sabotano da Roma. “Non so chi è entrato in collegamento e mi ha detto che c’era una signora russa”, che però non c’è. Dà la parola a Friedman per un imprescindibile parere sugli oligarchi, ma gliela toglie dopo 8 secondi per dare la pubblicità.

Filmato esclusivo dalla clinica dove l’amante di Putin “avrebbe partorito uno dei due figli dello zar”. Solo che ha partorito nel 2015 e nessuno sa nulla. Allora ripiegano su un’altra russa che vive a Lugano, la cui figlia frequenta la scuola “dove sono iscritti i figli dell’élite a 86 mila euro l’anno”. Giletti sobilla il pubblico contro la casta russa: “Lui che critica gli occidentali manda i figli in Svizzera. Putin è poco coerente?”. A trovargli un difetto, quello sarebbe la scarsa coerenza.

Giletti: “Chi corre ad accaparrarsi lo zucchero poi non deve criticare gli oligarchi, o no?”. Insiste: “È arrivata Ekaterina? (che però già c’era, ndr), visto che non riusciamo a parlare con la signora Raskina”. Serve una dell’est.

Si volta pagina: “I gruppi no- vax stanno diventando pro-putiniani (sic)”. Il finale è puro delirio, sganciamento del logos, Dio Patria No-vax No-Green Pass Putin Mussolini Predappio No-Draghi: Telegram trasferito nella tv.

Un no-vax critica l’accostamento ai fascisti. Giletti se ne mostra ferito: “Sono giorni che non dormo, chiedo un minimo di rispetto per questa situazione”.

Telese litiga col no-vax. Rissa. Giletti urla contro i suoi ospiti: “Mi spiace non essere a Roma, potrei intervenire in modo diverso!”, forse menandogli. La guerra era qua ed era meglio, per il bene di tutti, se Giletti restava a casa.