Nadal, anche dopo la sconfitta è tra i più grandi di sempre

La grandezza dei Campioni si vede anche, e forse soprattutto, nelle (rare) sconfitte. Rafael Nadal ha perso la finale di Indian Wells, trovando con ciò la prima sconfitta nel 2022 dopo 20 successi consecutivi. Una delle migliori partenze nella storia del tennis, per quanto assai distante dal divino McEnroe del 1984 (che perse la prima volta dopo 42 vittorie nella maledetta finale del Roland Garros contro Lendl). Per una sconfitta che arriva, un altro record bruciato: Nadal è nella top ten della classifica Atp da 16 anni e 9 mesi. Cifre che neanche Federer ha osato toccare.

La sconfitta a Indian Wells è arrivata contro Taylor Fritz, americano di San Diego nato 24 anni fa, primo statunitense a conquistare Indian Wells dai tempi di Agassi (2001). Ragazzo di talento, Fritz, che con questo successo entra con merito in top ten (ottava posizione, giusto dietro Berrettini). Fritz ha una storia atipica, si è sposato a 19 anni per poi divenire subito padre e poi divorziare. Convive con troppi infortuni, soprattutto alla caviglia, e proprio per questo antico acciacco stava per rinunciare alla finale. Neanche è riuscito a scaldarsi. Poi è andata come andata: 6-3, 7-6 e ciao. Nadal non stava certo meglio. Stremato dalle battaglie precedenti e debilitato da un evidente problema ai pettorali, Rafa è subito andato sotto 0-4. Poi, neanche lui sa come (anzi lo sa benissimo), l’ha quasi recuperata. La storia del maiorchino, in questo torneo e più ancora in carriera, è quella del Ritornante: del redivivo, di colui che mai si arrende. A Indian Wells sarebbe già dovuto uscire al primo turno con Korda Jr, ma ha rimontato un match impossibile. Ha poi sofferto con Evans e il bombardiere Opelka (connazionale e testimone di nozze di Fritz). Quindi ha affrontato le due stazioni del calvario che gli sono verosimilmente costate il titolo. Nei quarti ha incrociato Kyrgios, funambolo circense e nevrastenico ormai accontentatosi del ruolo di tennista-Youtube e atleta part-time, che gioca quando va bene un torneo al mese. Kyrgios detesta Nadal e viceversa. Faticano proprio a guardarsi in faccia. Se solo Kyrgios avesse un briciolo di testa e non “solo” un talento tennisticamente accecante, l’avrebbe vinta in due set. Invece no: Nadal ha rimontato il primo, ceduto il secondo e aspettato il puntuale calo scemo dell’australiano pazzo (capace pure di sfanculare un amico di Ben Stiller sugli spalti). La sua soddisfazione per avere sconfitto l’odiato bad boy, a fine match, era tanto sobria quanto evidente. La semifinale è stata poi quel che doveva essere: un passaggio di consegne appena ritardato. Da una parte il passato e presente, cioè Nadal; dall’altra il presente e soprattutto futuro, cioè Alcaraz. Ha vinto Nadal in tre, ma a carissimo prezzo. L’altro è un satanasso efferato. Ricorda il primo Tyson e vale già i primi 5 al mondo (sebbene non abbia neanche 19 anni). Vincerà tutto e di più. Non gli manca nulla per ergersi a dominatore cannibale del tennis che verrà, non meno del suo idolo Nadal e sperando che lasci saltuariamente qualcosa agli altri (magari Berrettini e Sinner, oppure i panda del bel tennis che fu tipo Tsitsipas, Shapovalov, Korda e pochi derivati). Mentre Federer è ancora in infermeria e Djokovic si accontenta di essere il nuovo idolo di Povia e Puzzer, il quasi 36enne Nadal nasce e muore senza soluzione di continuità, come in un loop agonisticamente sublime che trasuda epica. “Vecchio”, stremato e spennacchiato, eppure mai domo. Eroico e instancabile, mentalmente granitico e già leggenda. Tra i più grandi sportivi di sempre.

 

Quel finto matrimonio di Tracchia con Ursula e i 75 mila spettatori

Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia stanno assediando con decine di migliaia di mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur, che dal 1995, si è scoperto, ospita esercitazioni Nato anti-Tracchia: ecco perché i giornaloni draghiani, confindustriali e iperatlantici scrivevano che l’invasione del centro commerciale minacciava la Nato, e noi non capivamo, tontoloni. L’altro motivo per cui insistono a dirlo è che non c’è niente come una Terza guerra mondiale per risollevare il Pil europeo (indebolito dalle sanzioni ai Tracchia) e per rimpinguare le casse delle aziende italiane che producono armi, tra i cui azionisti figurano i proprietari di quei giornaloni. Per non farsi mancare nulla, randellano e deridono, con giornalisti privi di ogni competenza in materia, professori universitari le cui analisi sulla complessità del conflitto sono pertinenti e fondate; bollano come “lacché” chi denuncia le loro balle, tipo la foto in prima pagina che imputava ai Tracchia una “Carneficina” compiuta dalle gemelle; e giurano che le gemelle non sono naziste, anche se hanno assoldato i nazisti del Battaglione Azov (un male minore, sostengono, rispetto al Male supremo: i Tracchia). Sabato, mentre proseguivano i combattimenti, Evaristo Tracchia (86 anni) festeggiava il suo finto matrimonio con Ursula, la badante trentenne, nello stadio di San Siro davanti ai parenti di entrambi (tranne il padre di Evaristo, 107 anni e non sentirli, contrario a quella pagliacciata: grottesca, ma perfettamente in linea col protagonista, l’imprenditore visionario che anni fa propose, per risollevare le sorti della Fiat, di incollare sulle 500 il logo Ferrari) e a 75mila spettatori paganti. Lady Ursula indossava un abito nuziale in pizzo francese color avorio con collatura a V disegnato da Giugiaro; Evaristo un giaccone Loro Piana da 12mila euro comprato al centro commerciale delle gemelle, dove i negozi dei grandi marchi (Nike, Lagerfeld, Boggi, Patrizia Pepe, Furla, Pinko, Timberland, New Balance, Replay, Burger King, Decathlon, Auchan e Loro Piana, appunto) continuano a essere aperti per protesta contro l’invasione. Swatch, Boss e Adidas invece hanno chiuso, che è un altro modo di protestare. Al termine della finta cerimonia, Tracchia ha lanciato un ultimatum alle truppe delle gemelle: “Entro domani dovrete arrendervi.” Pronta la risposta delle gemelle: “Perché aspettare domani per mandarvi affanculo?” Tracchia ha inghiottito l’affronto (“Niente polemiche, è il giorno della festa”) e si è messo a cantare canzoni francesi come se fossero state scritte per altri, mentre al pianoforte Gigi D’Alessio suonava canzoni napoletane (il filmato è su YouTube: sedetevi nella miglior poltrona che avete in casa e concedetevi una grande emicrania); ma si è davvero consolato solo la sera, a festa finita, suggellando il matrimonio simbolico con un’erezione simbolica, priva di qualunque valore legale. Smentita dal feto la notizia che Ursula sarebbe incinta. Intervistate da Fabiofazio, le gemelle hanno rilanciato lo storytelling apocalittico, dicendo di parlare “dalla prima linea della Terza guerra mondiale” (uno shop Elena Mirò) e sostenendo che, se la Terza guerra mondiale non è ancora dilagata in Europa, è solo perché le loro truppe stanno combattendo per noi. Tutto questo senza che Fabiofazio obiettasse alcunché, magari dopo aver sentito il papa: ha continuato anzi ad annuire, con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così da pidino Gedi in servizio permanente effettivo che gli viene tanto bene, e alla fine le ha ringraziate, nonostante non siamo ancora nella Terza guerra mondiale. O quello era il trailer della prossima puntata? (16. Continua)

 

E ora che dicono quei comunisti pacifisti?

• Forse non vedremo mai Putin in gabbia al Tribunale dell’Aia, ma una condanna lo metterebbe ugualmente, per sempre, ai margini della considerazione mondiale. E toglierebbe argomenti a chi sostiene che Zelensky deve arrendersi, che non bisogna mandare le armi.
Giordano Bruno Guerri (Il Giornale)

 

• Appena questa bandiera nera (l’anti-occidentalismo, ndr) viene issata sul Cremlino, attira subito l’attenzione dei sistemi distopici (…). E anche di correnti di pseudo-sinistra nei nostri Paesi, pronte a scambiare Putin per un continuatore eclettico del comunismo sovietico.
Ezio Mauro (Repubblica)

 

• Come diceva il poeta? “Qui li voglio vedere”. I pacifisti. Voglio vedere i pacifisti qui dove si discute del carattere possibilmente involontario delle bombe sugli ospedali.
Iuri Maria Prado (Linkiesta)

Lode ai reporter e ai racconti senza comizietti

Siamo in tanti, affamati di notizie, che dobbiamo dire grazie agli inviati in Ucraina che dalla mattina alla sera, da tre settimane, ci raccontano la guerra, sul terreno di guerra, nel fuoco della guerra rischiando a ogni passo la pelle. Ammirazione e rispetto per il giornalismo coraggioso che leggiamo sui giornali, e che osserviamo grazie ai reporter e agli operatori di Rai, Sky, Mediaset, La7, anche perché un’immagine può valere più di tanti pensosi editoriali. Per esempio, al Tg1, l’immagine del razzo che pencola inesploso tra le pareti di una cucina può dirci molto sull’obsolescenza dell’arsenale russo. Tra i numerosi cronisti in prima linea ne citerò solo una, per tutti: Francesca Mannocchi e le sue cronache dall’orrore, crude, asciutte, lei sempre in giro tra macerie e boati, mai una parola di troppo. I fatti separati dalle opinioni, come c’insegnavano i nostri direttori. Subito dopo è giusto che nello spazio televisivo la precedenza spetti alle voci degli aggrediti, alle fiere donne di Kiev, Leopoli, Dnipro. Ma anche alla scelta fatta da Elena Chernenko, ospite di Otto e Mezzo, giornalista russa che parla contro la guerra di Putin con una bella dose di sangue freddo.

Opinioni, dicevamo, che sono tutte bene accette tranne quando non si dichiarano come tali. Esemplari a tal proposito quelle di certi “esperti” di alta strategia, quasi tutti inclini, diciamo così, a divulgare e sostenere le tesi della Nato (il che va benissimo, ma basta dirlo). Per non parlare di chi fa polemica ballando sulle ragioni degli altri, con la tecnica del manipolare e del deformare, una frase presa qui, una lì e il comizietto è servito. Ci si vive di rendita sugli articoli di Barbara Spinelli, i cui “ragionamenti freddi (o realisti)” servono alle forze del Bene, “ai combattenti della civiltà”, per arruolarla direttamente nell’esercito d’occupazione russo. Certo, sarebbe molto più semplice e onesto invitarla direttamente a parlare, a spiegare, ad argomentare. Ma ciò toglierebbe necessariamente spazio alle parodie, ai teatrini del dolore. Alle temerarie dirette dagli hotel, sacchi di sabbia, giubbotto e servizio in camera inclusi.

Contingente pronto. L’ok a 5 mila soldati della Ue

Il Consiglio europeo ha formalmente approvato lo Strategic Compass, la cosiddetta bussola strategica, “in un momento in cui siamo testimoni del ritorno della guerra in Europa”, si tratta del piano per rafforzare la sicurezza dell’Unione europea e la politica di Difesa entro il 2030.

Attraverso la bussola strategica, l’Ue prevede di rafforzare la capacità di reazione in caso di crisi, con il dispiegamento rapido fino a 5mila militari che siano in grado, tra le altre cose, di evacuare cittadini europei da zone a rischio o di portare sostegno medico, e di 200 esperti di missione. Sono previste poi regolari esercitazioni congiunte, che cominceranno nel 2023 con l’obiettivo di rendere operativo l’Eu Rapid Deployment Capacity nel 2025. La capacità di difesa rafforzata dell’Ue “è complementare alla Nato, che rimane il fondamento della difesa collettiva per i suoi membri”, puntualizzano i ministri degli esteri e della difesa in una nota. L’accordo raggiunto oggi sarà sottoposto ai leader Ue riuniti a Bruxelles giovedì e venerdì. “Questo è solo l’inizio, dobbiamo lavorare molto su questo. Dobbiamo studiare le lacune nella difesa, e riempirle, dobbiamo essere efficaci e coordinati. Altrimenti saremo in pericolo. Siamo in pericolo. Penso che la guerra in Ucraina sia stata una sorta di risveglio” ha detto l’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, precisando che si tratta di una iniziativa avviata da anni e per la quale la guerra in Ucraina è stata solo un acceleratore.

Bloccare il petrolio russo: la proposta che divide l’Europa

Un avvio di discussione: ieri a Bruxelles, in vista del Consiglio europeo di giovedì, si è iniziato tracciare l’orientamento dell’Ue nei confronti della Russia anche in ambito energetico. Le sanzioni sono al quinto giro e l’ipotesi di aggredire anche il settore energetico non è più così lontana. Tra il dire e il fare, però, c’è il nodo della sicurezza energetica degli Stati, dipendenti dal gas, dal petrolio e dal carbone russi. Maggiore è il fabbisogno energetico degli Stati, più difficile la posizione da prendere. “I ministri degli Esteri dell’Unione discuteranno oggi delle sanzioni al settore energetico russo”, diceva ieri mattina l’alto rappresentante per la politica estera Ue Josep Borrell. “Alcuni hanno parlato dell’energia per possibili sanzioni, ma la questione non è che due o tre Paesi siano a favore o contro, bensì trovare una risposta efficace che non costituisca un costo insopportabile”, ha detto con minor convinzione in uscita.

Tutto insomma è ancora da scrivere. I Paesi Ue sono divisi praticamente su tutto, ognuno sulla base delle proprie necessità. Sulle sanzioni c’è chi, consapevole di non poter immediatamente staccarsi dalle forniture russe, assicura di lavorare per farlo un po’ alla volta (come la Germania e l’Italia) e altri come la Polonia, i Baltici, l’Irlanda e la Slovacchia si dicono aperti alla possibilità di bloccare l’import energetico. “Dobbiamo adottare più sanzioni contro la Russia e combattere la propaganda e la disinformazione”, ha detto il ministro rumeno Bogdan Aurescu, mentre la Bulgaria ha annunciato che non rinnoverà i suoi contratti con Gazprom in scadenza al 2022 (circa 10 miliardi di metri cubi di gas; l’Italia, per capirci, ne importa quasi 30 miliardi).

La proposta del ministro degli Esteri irlandese, Simon Coveney, è quella che ha preso più piede nelle scorse ore: “Interrompere il commercio in particolare di petrolio e carbone russi”. Gli ha risposto la ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock: “Se potessimo fermare le importazioni di petrolio dalla Russia lo faremmo automaticamente. La questione non è se lo vogliamo o no, ma quanto siamo dipendenti. La Germania importa molto petrolio dalla Russia e come noi altri Paesi dell’Ue”.

Per Berlino il greggio di Mosca rappresentava fino al novembre scorso il 30% delle importazioni energetiche. Il blocco di petrolio e carbone, secondo le analisi di alcuni esperti, potrebbe essere più accettabile perché si tratterebbe di un materiale meno legato a infrastrutture rigide come i gasdotti (in favore del trasporto via mare ad esempio) ma che comunque avrebbe bisogno di accordi e collaborazioni strette tra i Paesi per assicurarne le forniture e la logistica. “La decisione di imporre l’embargo sulle forniture di petrolio russo peggiorerebbe l’equilibrio energetico in Europa colpendo tutti”, ha avvertito il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, annunciando che determinerebbe la chiusura di almeno un gasdotto.

L’altro fronte di divisione riguarda invece l’intervento sui prezzi. Mentre non dovrebbero esserci grossi problemi sugli aiuti di Stato per le società a compensare parte degli alti costi di produzione, sul taglio delle accise e delle aliquote Iva, sugli stoccaggi comuni e finanche sull’ipotesi di una entità sovranazionale che intermedi l’acquisto del gas, non c’è apertura sulla possibilità di mettere un tetto al prezzo del gas. Italia, Spagna, Portogallo e Grecia continuano a spingere sulla proposta, Paesi Bassi, Danimarca, Germania, Estonia e Finlandia invece rallentano, così come la Commissione che sostiene sia una misura che potrebbe interferire con la concorrenza e complicare gli scambi transfrontalieri.

I cablo Usa su Silvio e Putin: “Ma l’Eni lavora per Mosca?”

“Berlusconi ammira lo stile con cui governa Putin: macho, risoluto, autoritario, che il primo ministro italiano crede sia simile al suo. Da parte della Russia, sembra che Putin abbia dedicato molta energia nel creare un rapporto di fiducia con Berlusconi. I [nostri] contatti sia nel partito di opposizione di centrosinistra, il Pd, sia in quello di Berlusconi, il Pdl, tuttavia, hanno insinuato una relazione più nefanda: credono che Berlusconi e i suoi sodali stiano traendo un profitto personale ed enorme dai molti affari energetici tra l’Italia e la Russia”.

A scrivere queste parole non è un nemico politico di Silvio Berlusconi, ma è Ronald Spogli, l’ambasciatore americano a Roma inviato dall’Amministrazione di George W. Bush, un’amministrazione che apprezzava come il Cavaliere avesse stabilito profonde relazioni con gli Stati Uniti. Il commento di Spogli risale al gennaio del 2009 ed emerge dal database dei 251.287 cablo segreti della diplomazia americana rivelati da WikiLeaks.

I file risalgono al periodo che va dalla fine del 2001 fino a febbraio 2010, quindi molti anni prima che la guerra in Ucraina scoppiasse e che, con essa, affiorassero le gravi preoccupazioni della forte dipendenza energetica dell’Italia dal gas russo. Ma questi documenti permettono di ricostruire un potente affresco dell’origine di questa dipendenza e della grande insofferenza degli Stati Uniti per questa situazione.

In quegli anni, la relazione tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin e quella tra l’Eni e Gazprom viene descritta come il fattore chiave di questa dipendenza, tanto che i diplomatici statunitensi arrivano a chiedersi: “L’Eni è parte di un complotto del Cremlino?”, perché Washington vede il gas russo come un’arma per tenere sotto scacco l’Italia e l’Europa. Il governo del Cavaliere, secondo i diplomatici statunitensi, ha permesso all’Eni di “minare i tentativi dell’Unione europea e degli Stati Uniti di creare una politica energetica comune, per combattere la strategia di Putin di usare il petrolio e il gas come arma politica”.

I documenti esaminano il rapporto tra Roma e Mosca andando indietro nel tempo. La profonda tradizione di sinistra viene annoverata tra i fattori alla base delle buone relazioni, ma più dell’ideologia politica contano le ragioni del business. “Dal 1998 al 2007, l’export italiano in Russia è cresciuto del 230 percento, da 2,7 fino a 9,5 miliardi di euro”, scrive Spogli nel 2009, aggiungendo: “Molti uomini di affari di massimo livello hanno iniziato a guardare alla Russia come un mercato senza limiti, che potrebbe sostituirsi alla perdita di ricavi dall’export in altri Paesi. Questi uomini di affari hanno profonde relazioni con i politici pro-business e a favore del libero mercato che si collocano a destra, incluso il patrono dell’élite degli affari che gode di più visibilità: il primo ministro Silvio Berlusconi”. I cablo dimostrano il grande sforzo dei diplomatici di Via Veneto (sede dell’ambasciata Usa) di andare a fondo delle relazioni tra Berlusconi e Putin e tra Eni e Gazprom.

Nel tentativo di capire se l’azienda non sia parte di un piano del Cremlino di stringere l’Europa in una morsa, tenendola sotto scacco con il ricatto dell’energia, chiedono all’allora vicepresidente dell’Eni per il Portfolio sviluppo, Marco Alverà, se non sia preoccupato per la possibilità che, un giorno, la Russia faccia all’Europa “quello che ha ripetutamente fatto all’Ucraina”, un riferimento questo ai ripetuti blocchi del gas subiti dall’Ucraina nel 2006 e, poi, nell’inverno del 2009. “Eni non si pentirebbe del suo ruolo nell’aver costruito l’infrastruttura che ha permesso questo?” chiedono i diplomatici americani. “Alverà ha riconosciuto che l’Europa – e soprattutto la Germania – è ora ‘eccessivamente’ dipendente dal gas russo”, scrivono, aggiungendo: “Quando il consigliere economico ha chiesto se l’Europa non dovesse essere preoccupata a causa di questa eccessiva dipendenza, ‘Sì, dovrebbe esserlo!’, ha riconosciuto Alverà”.

Il dirigente dava la colpa di questo fatto alla “mancanza di una politica energetica europea”, ma i diplomatici americani sembrano poco interessati. “Eni dovrebbe lavorare per perseguire la sicurezza energetica dell’Europa, non del Cremlino”, concludono.

In parallelo alle pressioni su Eni, la diplomazia di Via Veneto, scruta attentamente il rapporto tra Berlusconi e Putin, perché è convinta che tutto passi per il Cavaliere: “Le strette relazioni personali (e, qualcuno sospetta, anche finanziarie) tra Berlusconi e Putin hanno portato Berlusconi a sostenere senza riserve qualsiasi iniziativa del Cremlino. La politica dell’Italia nei confronti della Russia è il suo personal game, che egli conduce su base tattica per conquistarsi la fiducia e il favore dei suoi interlocutori russi. Ha consistentemente rifiutato i consigli strategici del suo ministro degli Esteri, demoralizzato, privo di risorse e sempre più irrilevante, a favore dei suoi compagni di affari”.

I file riportano ripetutamente il sospetto di un interesse personale di Berlusconi nelle strategie italiane sul gas russo, senza però fornire alcuna prova. Tanto che, terminata l’era Bush, e arrivato al potere il democratico Barack Obama, nel gennaio 2010, arriva a muoversi il Segretario di Stato Hillary Clinton, allora alla guida del Dipartimento di Stato.

Clinton chiede informazioni alle ambasciate americane di Mosca e Roma “sulle relazioni personali tra il primo ministro russo Vladimir Putin e quello italiano, Silvio Berlusconi. Quali investimenti personali, se ne esistono, possono essere alla base delle loro scelte politiche ed economiche?”. Il database si chiude con una sola risposta dell’allora ambasciatore americano a Mosca, John Beyrle: “Sembra che le relazioni economiche tra la Russia e l’Italia siano dirette dai due primi ministri, che hanno un filo diretto tra loro e il controllo su alcuni dei più grandi asset delle loro rispettive economie”.

Gli Usa all’Ue: più impegno. Stavolta sentono anche Draghi

Gli States vogliono più impegno da parte dell’Europa in Ucraina. Più armi, più coordinamento nei rapporti con la Cina, nuove sanzioni. Per questo Joe Biden ieri pomeriggio ha avuto una nuova call (durata un’ora) con il Presidente francese, Macron, il premier inglese Johnson e il Cancelliere tedesco, Scholtz, alla quale stavolta ha partecipato pure Mario Draghi. Il presidente Usa, prima di planare giovedì a Bruxelles per il vertice Nato, G7 e il Consiglio europeo, voleva fare il punto con i Paesi alleati. Anche per verificare le rispettive percezioni rispetto alla disponibilità di Putin al negoziato. Che appare scarsa, per non dire nulla. Draghi torna nel giro che conta, non senza fatica. Tanto è vero che aveva giustificato il mancato invito di due settimane fa a una riunione nello stesso formato, dicendo che si parlava di Iran, mentre la Casa Bianca aveva fatto sapere che al centro del colloquio c’era stata la crisi ucraina. Poi, quando a Roma è venuto il consigliere alla sicurezza Usa Jack Sullivan per negoziare con la Cina, il premier ha voluto incontrarlo (e rendere noto tale incontro), nonostante non si trattasse di un “pari grado”, per ribadire il proprio atlantismo e anche la volontà di un maggior coinvolgimento.

Ieri, intanto, fonti del Pentagono, pur plaudendo al lavoro di Lorenzo Guerini, ministro della Difesa, hanno fatto sapere che l’Italia avrebbe la capacità di fornire aiuti di dimensioni “cinque-sei volte maggiori”, di quelli finora accordati a Kiev. In particolare, le fonti sottolineano che i depositi militari italiani sono “pieni di roba utile”. Dalla Difesa sostengono che non c’è alcuna richiesta in tal senso. Ma d’altra parte il decreto Ucraina prevede l’invio di armi fino al 31 dicembre, nella più totale segretezza. E oggi Draghi, dopo l’intervento di Zelensky in Parlamento, interverrà per ribadire il grande appoggio sia del governo che del Parlamento italiano all’ucraina. Ma le pressioni su Usa e Ue aumentano: anche la Polonia ha chiesto una missione di pace. Biden dopo Bruxelles (dove ribadirà che non se ne parla) andrà proprio in Polonia.

Zelensky, il Pd accusa Lega e 5S sulle assenze: ambigui

Oggi a Montecitorio sarà il giorno del discorso del presidente ucraino Zelensky (e dopo Draghi). Del suo appello all’Italia, in cui molti si aspettano riferimenti alla Resistenza. Ma la notizia cercheranno di farla anche certi parlamentari, annunciati assenti: gli ex 5S di Alternativa C’è, un po’ di leghisti (tra cui Simone Pillon, Vito Comencini e Claudio Borghi), quattro o cinque grillini, tra cui il più importante sarà senz’altro Vito Petrocelli presidente della commissione Esteri del Senato che già aveva votato contro la risoluzione per l’invio delle armi all’Ucraina. Nel Carroccio Riccardo Molinari dice che le assenze sono “ingiustificabili”, in Forza Italia non ci saranno Matteo Dall’Osso e Veronica Giannone (ex 5Stelle). Anche se nei Palazzi prevedono anche diverse assenze senza sfumatura politica, “perché è martedì mattina”. In sintesi “motivi organizzativi”, gli stessi che il senatore M5S Vincenzo Presutto preannuncia come ragione della sua assenza “e di diversi colleghi”. Ma il Pd già protesta. “No ad ambiguità” attacca Andrea Marcucci, mentre Alessia Rotta li accusa di “vicinanza a chi devasta l’Ucraina”.

Ma la grana vera, politica, oggi approderà altrove, in Senato. Dove la Lega ripresenterà l’ordine del giorno per aumentare la spesa per gli armamenti al 2 per cento del Pil, già approvato lo scorso 16 marzo alla Camera subito dopo il via libera al decreto per l’invio delle armi all’Ucraina. Testo passato nella distrazione generale, con i sì di tutta la maggioranza e anche di FdI. Stavolta il Carroccio lo depositerà per spaccare i giallorosa, dove molti hanno capito solo poi il valore simbolico della mozione. Così il M5S ora vuole fare marcia indietro rispetto al via libera votato a Montecitorio, scelta che ha spiazzato innanzitutto Giuseppe Conte. “È un messaggio sbagliato per cittadini e imprese, ci sono altre urgenze” ha detto sabato al Fatto.

E ieri lo ha ribadito al Corriere: “Dopo due anni di pandemia, con famiglie in ginocchio e intere filiere produttive a rischio, è fuori luogo programmare incrementi della spesa militare”. E il senatore Alberto Airola va in scia: “Io sono per il no, ascoltiamo il Papa”. Per questo i 5S ragionano su un ordine del giorno alternativo, in cui porre come priorità di spesa rispetto agli armamenti la lotta al caro-bollette e altri temi sociali. Idea affiorata anche nel Consiglio nazionale del M5S di ieri sera, assieme a Conte. Ma sull’odg ci sono mal di pancia anche nel Pd e in LeU. E d’altronde non ha fretta neppure Salvini, che ha espresso nuovi dubbi sull’invio delle armi, da riapprovare in Senato assieme all’odg sulla spesa militare. Anche se alla fine la Lega dirà “sì”.

Ancora più importante, non ha urgenza neppure la presidente di Palazzo Madama, la forzista ma nei fatti salviniana Maria Elisabetta Alberti Casellati. Così oggi decreto e odg arriveranno in commissione Esteri e Difesa. Ma per le votazioni si arriverà alla prossima settimana. Quando il presidente della Commissione Esteri, il 5Stelle Vito Petrocelli, sarà in visita istituzionale negli Stati Uniti: libero di non votare il decreto.

“Guerra ucraina, la Nato ha colpe gravi. E il Parlamento non ascolta i pacifisti”

L’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi, il 3 marzo ha scritto un appello pubblico intitolato Tacciano le armi. “La condanna all’aggressione operata da Putin è totale. Ma non possiamo con questo dimenticare, o peggio ancora assolvere, la Nato (di cui l’Italia fa parte) dalle sue gravi responsabilità”.

Monsignore, dopo quasi un mese di guerra è sempre convinto del valore dei distinguo sulla Nato?

Sono ancora del parere che una delle motivazioni per cui oggi Russia e Ucraina sono in questo conflitto drammatico e gravissimo, sia stata proprio l’ipotesi di allargare la Nato fino a Kiev. Penso che se oggi la Nato assicurasse di non avere alcuna volontà di andare a impiantare missili o basi in Ucraina, potrebbe contribuire fortemente a smorzare la tensione.

Le sue riflessioni critiche sono spesso dedicate alle guerre dimenticate dall’Occidente.

Nel mondo c’è già la “terza guerra mondiale a pezzi”, come la chiama Papa Francesco. La nostra miopia è una parte del problema e mi permetta di rimproverare anche la sua categoria, i giornalisti. Chi sta contando i milioni di vittime in Congo? Noto un certo pudore nello scrivere che le bombe dell’Arabia Saudita in Yemen sono anche italiane, fabbricate in Sulcis. Sull’Ucraina per fortuna c’è tanta informazione e questo porta a una splendida solidarietà. Ma perché non ci siamo commossi per i migranti africani? Qualcuno è riuscito a dire che quelli di oggi sono rifugiati veri e quelli di ieri erano falsi.

Tra le guerre ignorate ha citato anche il Donbass.

Non si può non rammentare che il fuoco di questo conflitto terribile covava sotto la cenere dal 2014. Non si può non ricordare che a Odessa i nazisti di Azov mandarono al rogo 50 manifestanti filorussi. In otto anni non è stato fatto nulla per leggere quegli eventi e incoraggiare altre strade.

Lei è contrario all’invio di armi all’Ucraina, ma si può ignorare la richiesta di aiuto di uno Stato aggredito?

È un punto davvero dolente, ma chi crede nel Vangelo non può dimenticare le sue parole: “Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada”. La Chiesa ha quasi del tutto abbandonato la prospettiva della cosiddetta “guerra giusta”. Sono tante e tali le condizioni perché un conflitto rientri in quella definizione, che per la dottrina cattolica praticamente non esiste una guerra accettabile. Io non ho una soluzione, ma un’idea: perché tutti i leader europei non prendono un aereo per Kiev per promuovere un tavolo di pace?

Il Papa non potrebbe fare lo stesso?

Perché no? Secondo me non aspetterebbe un attimo a partire se insieme a lui ci fosse una “coalizione”, una interposizione di disarmati.

Il Pontefice ha detto parole chiarissime contro il riarmo, il Parlamento invece si prepara a votare a favore dell’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil.

Di fronte ai problemi della fame, dell’ingiustizia sociale, della mancanza di scuole e ospedali, si può aumentare la spesa in armi? La politica sembra sorda. Sorda alle richieste dei giovani e anche all’appello di 50 scienziati premi Nobel, tra cui Carlo Rovelli, che hanno chiesto di ridurre del 2% la spesa militare, calcolando che si potrebbe creare un fondo di solidarietà tra nazioni di due miliardi di dollari.

Tanti politici si riempiono la bocca di valori cristiani, ma sono più sensibili ai lobbisti.

Qualche tempo fa ho incontrato il Papa e mi sono permesso di fargli questa domanda: “Cosa ne pensa del commercio di armi?”. Rispose così: “Fatta eccezione per quelle che servono da deterrenti per l’ordine pubblico, le fabbriche di armi andrebbero riconvertite”. Due sono le lobby che moltiplicano il denaro in maniera spaventosa: quelle dell’industria farmaceutica e bellica. È la grande ipocrisia di nazioni che si dicono pacifiche, ma producono barbarie.