La grandezza dei Campioni si vede anche, e forse soprattutto, nelle (rare) sconfitte. Rafael Nadal ha perso la finale di Indian Wells, trovando con ciò la prima sconfitta nel 2022 dopo 20 successi consecutivi. Una delle migliori partenze nella storia del tennis, per quanto assai distante dal divino McEnroe del 1984 (che perse la prima volta dopo 42 vittorie nella maledetta finale del Roland Garros contro Lendl). Per una sconfitta che arriva, un altro record bruciato: Nadal è nella top ten della classifica Atp da 16 anni e 9 mesi. Cifre che neanche Federer ha osato toccare.
La sconfitta a Indian Wells è arrivata contro Taylor Fritz, americano di San Diego nato 24 anni fa, primo statunitense a conquistare Indian Wells dai tempi di Agassi (2001). Ragazzo di talento, Fritz, che con questo successo entra con merito in top ten (ottava posizione, giusto dietro Berrettini). Fritz ha una storia atipica, si è sposato a 19 anni per poi divenire subito padre e poi divorziare. Convive con troppi infortuni, soprattutto alla caviglia, e proprio per questo antico acciacco stava per rinunciare alla finale. Neanche è riuscito a scaldarsi. Poi è andata come andata: 6-3, 7-6 e ciao. Nadal non stava certo meglio. Stremato dalle battaglie precedenti e debilitato da un evidente problema ai pettorali, Rafa è subito andato sotto 0-4. Poi, neanche lui sa come (anzi lo sa benissimo), l’ha quasi recuperata. La storia del maiorchino, in questo torneo e più ancora in carriera, è quella del Ritornante: del redivivo, di colui che mai si arrende. A Indian Wells sarebbe già dovuto uscire al primo turno con Korda Jr, ma ha rimontato un match impossibile. Ha poi sofferto con Evans e il bombardiere Opelka (connazionale e testimone di nozze di Fritz). Quindi ha affrontato le due stazioni del calvario che gli sono verosimilmente costate il titolo. Nei quarti ha incrociato Kyrgios, funambolo circense e nevrastenico ormai accontentatosi del ruolo di tennista-Youtube e atleta part-time, che gioca quando va bene un torneo al mese. Kyrgios detesta Nadal e viceversa. Faticano proprio a guardarsi in faccia. Se solo Kyrgios avesse un briciolo di testa e non “solo” un talento tennisticamente accecante, l’avrebbe vinta in due set. Invece no: Nadal ha rimontato il primo, ceduto il secondo e aspettato il puntuale calo scemo dell’australiano pazzo (capace pure di sfanculare un amico di Ben Stiller sugli spalti). La sua soddisfazione per avere sconfitto l’odiato bad boy, a fine match, era tanto sobria quanto evidente. La semifinale è stata poi quel che doveva essere: un passaggio di consegne appena ritardato. Da una parte il passato e presente, cioè Nadal; dall’altra il presente e soprattutto futuro, cioè Alcaraz. Ha vinto Nadal in tre, ma a carissimo prezzo. L’altro è un satanasso efferato. Ricorda il primo Tyson e vale già i primi 5 al mondo (sebbene non abbia neanche 19 anni). Vincerà tutto e di più. Non gli manca nulla per ergersi a dominatore cannibale del tennis che verrà, non meno del suo idolo Nadal e sperando che lasci saltuariamente qualcosa agli altri (magari Berrettini e Sinner, oppure i panda del bel tennis che fu tipo Tsitsipas, Shapovalov, Korda e pochi derivati). Mentre Federer è ancora in infermeria e Djokovic si accontenta di essere il nuovo idolo di Povia e Puzzer, il quasi 36enne Nadal nasce e muore senza soluzione di continuità, come in un loop agonisticamente sublime che trasuda epica. “Vecchio”, stremato e spennacchiato, eppure mai domo. Eroico e instancabile, mentalmente granitico e già leggenda. Tra i più grandi sportivi di sempre.