Armi, fiducia con “rinvio”. Ma l’asse col Pd scricchiola

Per salvarsi dalla sua maggioranza il governo blinda il decreto per l’invio delle armi in Ucraina con la fiducia. Così oggi il Senato dirà sì al testo con qualche eccezione, per esempio quella del presidente della commissione Esteri, il grillino Vito Petrocelli, deciso a votare no e quindi a farsi espellere dal Movimento. Ma il punto politico è un altro, cioè l’alleanza giallorossa che vacilla come mai prima d’ora, il Pd che negli spifferi neanche troppo ufficiosi bolla come “inaffidabili” il M5S e Giuseppe Conte, ossia l’ex premier che sul No a nuove spese militari rilancia “perché non intendiamo fare passi indietro”. Il leader di quel Movimento che nel pomeriggio celebra come una vittoria le parole del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, che poco prima aveva aperto alla sua richiesta di diluire i tempi dell’aumento. Mossa dietro cui c’è la mediazione del segretario dem Enrico Letta, che cerca di tenere assieme governo e coalizione.

Così ecco Guerini: “Dal 2019 a oggi abbiamo intrapreso una crescita graduale delle risorse che ci consentirà, se le prossime leggi di Bilancio lo confermeranno, il raggiungimento dell’obiettivo del 2 per cento del Pil entro il 2028”. Tradotto: l’impegno di spesa assunto con la Nato non avrebbe più come scadenza il 2024. Certo, in mattinata Conte aveva chiesto di “allungare la curva al 2030”. Ma dal M5S possono comunque parlare di “buon passo verso quella gradualità che abbiamo sempre chiesto”. Però non è distensione, casomai un accomodamento. Perché dalle parti di Palazzo Chigi descrivono Mario Draghi “furibondo” con Conte dopo il difficile faccia a faccia di martedì. Mentre tira aria di smottamento, vero, con i dem. “Bisogna chiedersi se esiste ancora un’alleanza” ringhiano dal Pd. Ma i contiani fanno spallucce: “Bene così, prima eravamo troppo schiacciati sui dem”. Bene, il Conte che martedì aveva detto: “Se il Pd non sarà al nostro fianco sul No all’aumento ce ne faremo una ragione”. Tira dritto, l’avvocato, anche se (ri)giura di non volere la crisi di governo, mentre fa circolare tabelle con la sua verità: “Con i governi Conte le spese per le armi sono aumentate in media meno di 1 miliardo l’anno, se resta l’obiettivo del 2024 l’aumento sarà di 6 miliardi annui”. In mattinata l’ex premier riunisce i senatori in assemblea, per raggrumarli sul sì al dl Ucraina. “Ho chiesto a Draghi dove pensa di trovare i soldi per armi” racconta, per poi contestare, grafico alla mano, “i numeri sbagliati diffusi da Palazzo Chigi” sugli investimenti militari. E aggiunge di essere rimasto “sorpreso” dalla salita al Colle del premier, martedì. La gran parte dei senatori appoggia la linea. Ma gli eletti della commissione Difesa, collegati, sono in difficoltà. Alcuni li attaccano. Così la capogruppo Daniela Donno precisa: “Io sono sulla linea di Conte, ma bisogna trovare soluzioni ponderate e graduali”. Poi irrompe Petrocelli: “Io non sono filorusso, ma filocinese”. Prova a spiegare perché è contrario al dl Ucraina, ma Vito Crimi lo interrompe (“sei fuori tema”) e lui si ferma. Fuori, il Pd prova l’ultima carta per un ordine del giorno di maggioranza al decreto, con dentro l’impegno a diluire l’aumento delle spese al 2028. Il pontiere è Alessandro Alfieri, vicino a Guerini. Ma la trattativa non decolla, e il dl va in Aula senza relatore. “Così decade l’odg di FdI sull’aumento al 2 per cento, recepito dal governo” celebra il M5S. Ma non è vero, ribattono dal Pd e dal governo: a ragione. Comunque sia, la capogruppo decide per la fiducia. Nell’attesa, il M5S pensa a una mozione sull’aumento delle spese. Qualcuno vorrebbe chiamare a riferire in Aula Guerini. Così, all’ora di cena, Letta chiama Conte. E gli manifesta il suo malessere: “Oggi mi sono morso la lingua per tutto il giorno per non risponderti”.

Invece il centrodestra si gode lo scontro giallorosa. La Lega tace, ma diversi salviniani solidarizzano con Conte contro Draghi che – per dirla con Edoardo Rixi – “umilia il Parlamento”. La Lega voterà la fiducia sul dl Ucraina senza entusiasmo, e oggi si aspetta una decina di assenti tra i suoi. Mentre Salvini dovrebbe fare un discorso critico verso i “toni belligeranti” di Draghi sulle armi.

“Da una parte l’élite, dall’altra la gente: il riarmo è una follia”

C’è un “evidente scollamento” tra un establishment schierato “sulla linea bellicista” e “un’opinione popolare che non si vuole affidare alle armi”.

Quando gli mostriamo i sondaggi riportati qui accanto, il noto sociologo Marco Revelli è quasi sollevato. Nonostante un cannoneggiamento mediatico in favore dell’elmetto, il senso comune va da tutt’altra parte: “Dietro questi sondaggi c’è la sensazione delle persone che chi conduce il racconto pubblico sta su un’altra lunghezza d’onda”.

Professor Revelli, i dati dimostrano che la maggior parte degli italiani non ha voglia di armi.

È segno di una frattura tra il mondo della politica, insieme a una parte consistente dell’informazione, e la gente comune. L’opinione popolare è molto più riflessiva e dimostra una netta condanna dell’aggressore – perché non si può certo accusare la maggior parte degli italiani di essere filo-Putin – ma al tempo stesso cerca il modo di aiutare la popolazione ucraina senza ricorrere alle armi e a ulteriori spese militari. Questo scollamento indica una malattia profonda della democrazia: le rappresentanze politiche non riflettono per nulla il sentire collettivo dei propri rappresentati.

Gli italiani dicono no alle armi per paura?

C’è una sorta di saggezza popolare di chi sa che le armi non sono mai la soluzione. Siamo di fronte a un coriaceo zoccolo duro di coscienza diffusa, un’antica sapienza che ricorda la lezione di Trilussa secondo cui “la guerra è un gran giro di quattrini che prepara le risorse per i ladri delle Borse”. Dietro i cannoni ci sono i mercanti di cannoni, che spesso condizionano la politica e l’informazione. Questo la gente lo sa.

C’è la consapevolezza che l’aumento delle spese militari non sia legato solo al conflitto ucraino?

Su questo, Papa Francesco ha preso una posizione cristallina che ha messo in difficoltà la linea del riarmo. Ha usato parole clamorose, ha parlato di “vergogna”, di “pazzia”. E in fondo è quello che pensa la gente: la corsa alle armi è una follia nel momento in cui abbiamo una enorme emergenza climatica a cui si è aggiunta la pandemia, che ci ha mostrato quanto ci sia bisogno di investire nella sanità e nel contrasto alle diseguaglianze. In un contesto del genere, aumentare le spese per la difesa è una follia, una sfida al buon senso. Vuol dire meno posti letti negli ospedali, meno incentivi alla conversione ecologica, meno spesa sociale.

Lei ha citato il Papa. Sembra che d’improvviso i suoi appelli non vengano presi sul serio.

Siccome non possono liquidare anche Francesco come un amico di Putin, allora preferiscono non parlarne. Questo fragoroso silenzio mediatico sulle sue parole ha dell’incredibile. Mi chiedo come si possa ignorare un messaggio così autorevole.

C’è un problema più ampio di criminalizzazione del dissenso?

Fa parte dello zelo dei servitori. Direi che più che criminalizzare le voci contrarie si cerca di ridicolizzarle, falsificandone i contenuti. È il rifiuto del pensiero complesso, di chi non si lascia ridurre a antitesi binarie: o sei favorevole alle armi o stai con Putin; o stai coi buoni o stai coi cattivi. Il tutto a opera di quegli apologeti del pluralismo occidentale che lo negano quotidianamente.

Anche su questo, i sondaggi indicano una fuga dalla logica binaria.

Qui ci sono élite che legittimano altre élite (penso alla gabbia di ferro degli accordi internazionali), costruendo un racconto dominante che viene fatto passare come l’unico ad avere dignità. Torniamo allo scollamento iniziale, che non è solo un problema italiano – è stato all’origine dei populismi – ma che oggi significa giocare col fuoco.

Gli italiani contro Draghi: 3 su 4 non vogliono più spese in armi

La strategia sulle armi provoca una spaccatura profonda tra le decisioni del governo Draghi e l’opinione pubblica. Quasi tre italiani su quattro sono contrari a procedere, come ha deciso l’esecutivo, al riarmo, aumentando la spesa militare fino al 2% del Pil ogni anno. Sette italiani su dieci, inoltre, non sono d’accordo con la decisione del governo di fornire armi all’Ucraina e preferiscono aiuti economici, con sanzioni alla Russia, e diplomatici. A rilevarlo è il sondaggio dalla società Izi, pubblicato in esclusiva dal Fatto, in cui viene analizzato il rapporto tra gli italiani e il conflitto in Ucraina a un mese dal suo inizio. La maggioranza degli intervistati – un campione di 1.029 persone che hanno risposto tra il 28 e il 29 marzo – condanna la Russia come Paese invasore, ma non crede che l’Italia e la Nato debbano aiutare il popolo ucraino a ogni costo. L’opinione pubblica è anche spaccata a metà sulla fiducia nei media che stanno raccontando la guerra.

Riarmo “No” a più fondi

Il giudizio più netto riguarda il “no” al riarmo. Il 72,9% degli intervistati è poco o per nulla d’accordo con la decisione del governo e di buona parte della maggioranza: il 30,7% è scettico sul fatto “che questa sia la risposta giusta agli ultimi avvenimenti mondiali”, mentre per il 42,2% questa è “la strada verso la terza guerra mondiale o nuovi conflitti”. Solo il 20,3% si dice molto o abbastanza d’accordo con la decisione di alzare le spese militari, mentre il restante 6,8% non sa. Anche sull’invio di armamenti all’esercito di Kiev, l’opinione pubblica è schierata in larga parte per il “no”. Alla domanda “In che modo l’Italia dovrebbe aiutare l’Ucraina?” solo il 20,2% degli intervistati risponde menzionando “un aiuto economico e la fornitura di armi”. Il 21,8% sostiene invece che Kiev vada aiutata “solo economicamente e con le sanzioni”, il 46,3% “solo diplomaticamente per arrivare a un cessate il fuoco” mentre per il 2,5% l’Italia non dovrebbe proprio fornire aiuti. Sette italiani su dieci, quindi, non contemplano l’invio di armi come sostegno all’Ucraina aggredita.

Timori La guerra fa paura

Secondo la rilevazione della società guidata da Giacomo Spaini, due italiani su tre (il 66,5%) condannano la Russia: secondo il 44,4% di questi è il Paese invasore e non ha alcuna giustificazione, per il 22,1% Mosca “sta difendendo i propri interessi” ma non per questo va “giustificata la guerra”. Per il 18,4% invece le responsabilità sono da attribuire ai due Paesi in guerra mentre l’8,4% degli intervistati sostiene che la Russia sia stata provocata “dall’Ucraina e/o dalla Nato e si sta legittimamente difendendo”. Il prolungarsi della guerra provoca paura nei cittadini, colpiti dall’aumento dei prezzi alimentari: il 70,4% è “molto preoccupato”. Il 60,4% poi non crede che l’Italia e la Nato debbano difendere l’Ucraina a ogni costo, mentre per il restante 30,6% questo deve avvenire.

Media C’è poca fiducia

L’opinione pubblica è consapevole che la propaganda di guerra stia influenzando il racconto di giornali e tv. I cittadini si spaccano a metà sulla fiducia nei media: il 46,3% degli intervistati ne ha poca o nulla, la stessa percentuale di chi pensa che i media stiano facendo “un ottimo lavoro”.

 

Lo dico alla maestra

Ma i 5Stelle non erano morti? Domanda lecita, a leggere gli articoli-fotocopia dettati da Palazzo Chigi agli amanuensi dei giornaloni sull’incontro-scontro Draghi-Conte per le spese militari al 2% del Pil. Lacrime e sgomento per l’assurda ipotesi che cada il governo per una bazzecola come i 14 miliardi in più che il generalissimo Draghi, il tenente Guerini e il maresciallo Letta vorrebbero buttare ogni anno in armi e soldati (per fare la guerra a chi?). Ma anche una lieve contraddizione con la vulgata dominante dal 2018: quella di chi, da quando i 5Stelle stravinsero le elezioni, li dà per estinti. Ora, delle due l’una: se il M5S è vivo, essendo il partito di maggioranza relativa, Draghi doveva consultarlo sul mega-riarmo prima di vendersi la fontana di Trevi al vertice Nato come un cavalier Antonio Trevi qualsiasi; se il M5S è morto, Draghi ha fatto benissimo a dare il suo voto per scontato e a non temere per il governo, che non può certo cadere per mano di un cadavere. Invece nei talk e nei giornaloni le due opzioni coesistono: i morti sono talmente vivi e vitali da mettere in crisi SuperMario, o quel che ne resta. Con effetti di irresistibile comicità.

Il Corriere descrive un Draghi “tornato da Napoli commosso per le lacrime dei piccoli profughi ucraini” (o forse piagnucola per i contestatori che gli urlavano “munnezza, in guerra mandaci i figli tuoi!”) e sorpreso per “l’escalation di toni da Conte” (l’escalation la fa chi vuole meno armi, non chi ne vuole di più). Un anonimo ministro è “angosciato per le sorti del governo”. C’è l’“allarme delle cancellerie europee” (quali? quelle che si dimenticano di invitare Draghi ai vertici sull’Ucraina?). C’è “l’‘altissima preoccupazione’ del Pd per la nuova strategia del M5S” (che è vecchia come i 5Stelle, fondati il 4 ottobre 2009, festa di San Francesco, all’insegna del pacifismo da Grillo e Casaleggio sr., sempre presenti alla marcia Perugia-Assisi). Draghi “fatica a spiegare ai suoi cosa abbia in mente Conte” (eppure è semplice: non votare un Def con 14 miliardi in più per le armi). Lui invece ha le idee chiare, infatti sposa l’ordine del giorno pro riarmo di FdI, “unico partito di opposizione” (la famosa opposizione di governo). E, “a proposito di coerenza, snocciola a Conte i numeri della Difesa quando a Chigi c’era lui: ‘Nel 2018 circa 21 miliardi e 24,6 nel 2021’”. Quindi, fra Conte che li aumenta di 3,6 a triennio e Draghi che vuole aumentarli di 14 l’anno, il pacifista è Draghi e l’incoerente è Conte. A bordo ring, il Corriere incita il pugile suonato: “Non sarà Draghi a gettare la spugna”, infatti “sale di corsa al Quirinale”, ma “non per dire che è pronto a dimettersi”, non sia mai: anzi, “non arretra di un millimetro”. Uèèèè, signora maestra, Conte mi ha fatto la bua!

“Higher”, l’album della rinascita di Bublé, nato da uno shampoo al figlio sotto la doccia

“Ehi, cosa stai cantando? Di chi è questo ritornello?”, aveva chiesto Michael Bublé al figlioletto Noah, mentre gli lavava i capelli. “Mio, papà”. E nel mezzo di uno shampoo è nato Higher, il brano portante, dal tiro formidabile, del nuovo album del crooner Italo-canadese. “Sentivo di avere in mano qualcosa. Sono andato in studio da Ryan Tedder e mezz’ora dopo il brano era completo. Poi ho chiamato il coreografo per un video da sballo. Merito del mio bambino”.

Dei tre piccoli Bublé (un quarto è in arrivo, si meriterà un nuovo tatuaggio sul polso del genitore) Noah è quello che, con la sua malattia, aveva mandato in frantumi le certezze di un padre superstar. Se glielo ricordi, si commuove. “Ora lui sta bene, come il resto della mia famiglia. Ma per cinque anni è stato un inferno. Volevo mandare all’aria ogni cosa. Non me ne fregava più niente del successo. Mia moglie mi ha salvato. L’altra notte ho implorato Dio: fai che esca sempre la parte migliore di me. Oh, una volta ero freddo, ora mi incasino, sto invecchiando”.

Sarà: ma Higher è l’album della rinascita artistica, una linea pop dritta e solida tra gli standard che sono la sua comfort zone. Un team di produttori-monstre (tra cui Bob Rock e Greg Wells), inediti dello stesso Bublé, le cover scintillanti dei suoi “eroi”. Make you feel my love di Dylan (via Adele), il classico soul di Sam Cooke Bring it home to me, il brivido sex-disco di You’re the first, my last, my everything del gigante Barry White, la chapliniana Smile con luce gospel. Con il vecchio leone del country Willie Nelson duetta in Crazy, e una perla è My Valentine, cosparsa di polvere vintage: la diresti di un secolo fa, ma era uscita dalla penna di McCartney (compariva su Kisses on the bottom). “Io e Paul ci eravamo già incontrati, stavolta mi ha proposto di reinterpretare questa sua chicca. Gli ho detto: “Ho bisogno del tuo aiuto, me la produrresti?”, rivela Bublé. “Non volevo coinvolgerlo per il mito che è, ma per ciò che avrebbe potuto fare sul mio album. È un leader straordinario, un gentiluomo di grande umiltà. Una volta gli chiesero cosa provasse sentendo dire che la mente dei Beatles era Lennon. Paul rispose: ‘John, Ringo e George sono musicisti straordinari, è stato un privilegio lavorare con loro, ma so anche quale sia stato il mio contributo, non ho bisogno di ripeterlo in giro’. Con il documentario Get Back abbiamo capito che il genio, il capo era lui”.

Bublé non sta nella pelle in vista del tour: “Sei concerti a Las Vegas, poi in 45 Paesi. In agenda anche l’Italia, ovvio”. Il fattaccio degli Oscar? “Chris Rock poteva evitare la battuta, ma Will non doveva colpirlo. Vedo tifoserie divise, ma quel che è accaduto non è accettabile. Però ora, invece di spargere odio su Smith, dobbiamo avere compassione per lui, perché è un uomo tormentato, e ha perso il controllo. Il vero coraggio non è andare allo scontro fisico, ma saper gestire tutto quel che accade dopo. Ognuno di noi affronta momenti terribili, possiamo superarli solo con l’amore”.

Roma, è la fine del Monda: meno salotti e più cinema

La regia, la fotografia, la sceneggiatura erano in perfetto stile Paolo Sorrentino de La grande bellezza. Tonalità un po’ rosse, rosso red carpet; ambiente romano come genesi o ripetizione ossessiva del caro vecchio generone, dove “cosa” porti con te, “perché” e “chi” rappresenti qualificano chi sei. Quindi sorrisi e pacche sulle spalle. Feste. Star. Imprenditori. Prelati. Nani e ballerine. Cene e ortaggi: la melanzana cucinata dalla signora Monda pare fosse uno spartiacque del palato e dell’esserci, e suo marito Antonio permetteva l’assaggio solo a chi lo meritava.

E così, con lo stesso approccio, per sette anni Antonio Monda, già critico cinematografico, o solo “qualificato” esperto del grande schermo per il gruppo Gedi (Repubblica e Stampa) ha gestito la Festa del Cinema di Roma (due mandati e una proroga) con uno stile molto friendly, come amava ripetere, da tradurre con: la Festa è come il salotto di casa mia e senza di me la cucina chiude. Fino a ieri.

Ieri, infatti, è stata ufficialmente nominata al suo posto Paola Malanga, dirigente di Rai Cinema, mentre giorni fa alla presidenza della Fondazione è arrivato Gian Luca Farinelli, dal 2000 direttore della Cineteca di Bologna, tra i maggiori esperti di restauro cinematografico, con un occhio sui lungometraggi italiani, i grandi assenti delle ultime stagioni romane.

Perché l’italiano-medio, per Monda, era cheap, poco chic, lontano dal radical, scarsamente glamour. Per questo puntava tutto sulle star estere, non sulle loro opere, non sui film in anteprima, ma proprio sul loro esserci, sul loro apparire per alcune manciate di minuti; puntava sugli scatti da red carpet, Monda, sempre presente, perfetti per riempire le pagine di giornali e siti e ricordare a tutti noi che Nando Mericoni e il fascino degli States non sono confinati agli anni Cinquanta.

E allora la storia di Monda a Roma è la cartolina del nostro provincialismo: per quaranta minuti di Martin Scorsese parlante sul palco della Festa, la stessa Festa ha pagato tre notti all’hotel Hassler della Capitale, non proprio una bettola; per far arrivare il texano Wes Anderson, regista di The French Dispatch, è stato affittato un bus da Parigi in modo da contenere amici e parenti, in modalità gita-scolastica. E che non lo vai a vede’ il Colosseo?

Anderson non ha neanche troppo parlato, ma c’è stato lo scatto sul benedetto red carpet insieme a Bill Murray, protagonista del suo ultimo film.

E chi c’era con loro sul tappeto rosso? Antonio Monda, ovvio, come giusto, nei panni del padrone di casa; scatto che poi è finito sulla parete del suo ufficio, una parete costellata di immagini; impregnata di scatti e ricordi; trasudante presenze al punto da generare un effetto-riflesso stile Manuel Fantoni di Borotalco.

Difficile perdere tutto questo. Non solo per una questione economica: il suo stipendio era di 130 mila euro l’anno più 40 mila in benefit e rimborsi spese; il problema è stato chiudere il salotto, mettere la naftalina sui cuscini del divano e spegnere i fornelli della cucina. Contro tanto dolore si sono scatenati i quotidiani del gruppo Gedi, il Foglio, parte della politica romana e nazionale, qualche prelato (il fratello di Monda è direttore dell’Osservatore Romano, ma è una coincidenza), alcune star hollywoodiane hanno firmato un appello (anche Meryl Streep si è schierata pro-Monda). E sono state sparate cifre altissime rispetto alle presenze; attenzione: non cifre legate ai paganti, ma solo alle presenze. Niente da fare. L’epoca di Monda sembra terminata. E c’è chi spera di “restaurare” un clima più cinematografico.

 

Una Calle di nome Sophie. Giraffe, porci e letti sfatti

Sophie Calle ha quasi 69 anni anni, ma nessuna intenzione di affidarsi a un Ritratto di signora per parlare di sé; meglio un Ritratto dell’artista da giovane: furtarelli a undici anni ai grandi magazzini; spogliarelli a vent’anni “diciotto volte al giorno” fino all’una del mattino”, schivando i tacchi a spillo delle colleghe, pronte a infilarglieli negli occhi o nel cranio; un marito che, ormai in età adulta, “le tira in faccia un bollitore vuoto, un tagliere per il pane, un sofà giallo per due, quattro cuscini, una monografia di Bruce Nauman e un telefono nero che sfonda il tramezzo”. Tutte “Storie vere” che, raccontate da una artista – tra le più struggenti eppur lievi del panorama internazionale –, vanno giocoforza tra virgolette, come la “realtà” per Nabokov. Qui importa solo il “contenuto di verità della menzogna”.

Diario illustrato o album di foto con appunti, Storie vere della Calle, finora inedito in Italia, sarà da domani in libreria con Contrasto, oltre quarant’anni dopo il debutto di Sophie nel favoloso mondo dell’arte: è il 1979-80 quando la francese espone alla Biennale di Parigi Les Dormeurs, una serie fotografica su un gruppo di conoscenti e sconosciuti invitati a dormire nel suo letto e così immortalati, per otto ore di fila, nel sonno. Ancora nel 1999, Calle viene contattata da un 27enne che le chiede di poter dormire nel suo giaciglio per elaborare il lutto di un amore finito. Lei, materialmente, non può ospitarlo; così decide di spedirgli “1 letto, 1 sommier, 1 materasso, le lenzuola nelle quali ho dormito, 2 cuscini, 2 federe, 1 coperta”. Il tutto fa ritorno da Calle l’anno dopo: il ragazzo è guarito.

I testi – iconici e affilati quanto le fotografie – viaggiano a zig-zag nel tempo, dai 9 anni di Sophie a oggi, all’alba dei 70, dal primo amante alla famiglia, bizzarra come la primattrice: la madre, quando vede le opere della figlia esposte al Moma di New York accanto a Hopper e Magritte, si stupisce e le grida: “Li hai fregati!”. Sempre la madre si prepara a morire facendosi la pedicure e dettando il suo epitaffio per la lapide: “Già mi sto annoiando!”. Ora, oltre al camposanto, la signora Monique riposa nello studio dell’artista: “Ho comprato una giraffa impagliata. Le ho dato il suo nome, mi guarda dall’alto” (anche da qui, nella foto in pagina). Il padre, invece, la manda in psicoanalisi per curare l’alito cattivo, mentre i nonni “volevano correggere certe mie imperfezioni a 14 anni. Rifare il naso, nascondere la cicatrice della gamba sinistra con la pelle prelevata dal gluteo e correggere le orecchie a sventola… Fu il chirurgo estetico a mettere fine alle mie incertezze: due giorni prima dell’operazione si suicidò”.

Calle sa trasformare il dolore in gioco, in commedia, quella che solo i francesi sanno imbastire così bene, tra pensosità e ilarità. Il memoir apparecchia un pasticcino via l’altro, ripieno di veleno; ecco il dessert “sogno di fanciulla”, servito a una vergine sessuofobica da un cameriere malizioso e composto da una banana e due palle di gelato, oppure uno dei tanti lavoretti per mantenersi prima dell’illuminazione artistica: posare come modella nuda, ogni giorno per quattro ore, davanti agli aspiranti pittori in accademia. E ancora bizzarrie, come l’acquisto per cento franchi di una lettera d’amore fasulla; i gatti morti perché rimasti chiusi nel frigorifero o strangolati da un amante geloso di condividerne il letto; i vestiti da sposa in valigia da indossare con l’uomo agognato; farsi leccare i seni da un piccolo toro orfano e affamato; sposare un tizio appena conosciuto in un bar di New York; far pisciare il compagno, abbracciandolo da dietro; avere una maternità felina; divorziare davvero, maritarsi per finta, coronando “la storia più vera della mia vita”. C’è da non credere a queste “storie vere”, ma d’altronde l’artista è una fattucchiera, legge i segni premonitori: una striscia rossa sul collo, comparsa per caso in uno scatto della Polaroid, preannuncia un tentato strangolamento e un dado decide, infine, le sorti di due partner simili.

Sophie si definisce una che ha “sempre paura di perdersi qualche cosa”: per questo incappa nell’ennesimo uomo sbagliato, quello del “Maiale” qui in pagina, incontrato per un presunto progetto comune. I due trascorrono la serata in un barbecue: lei fa “la cameriera, ho grigliato salsicce, servito, rigovernato”. Più tardi, sulla soglia di casa, lui le allunga le mani, ma lei lo respinge: “Cos’è che le fa credere che abbia voglia di baciarla?”. E lui: “Comunque lei mangia come un maiale!”.

“Patto per Napoli”, Manfredi incassa la “cambiale” Draghi

Con la firma firma di ieri di Draghi sul Patto per Napoli – 54 milioni di euro subito, 1,2 miliardi spalmati a fondo perduto in 21 anni – si chiude il cerchio aperto dal sindaco di Napoli Gaetano Manfredi a maggio dell’anno scorso quando scrisse a Letta e Conte lanciando l’allarme per una passività di circa 5 miliardi di euro, ingestibile per qualsiasi sindaco eletto. “A Napoli il problema del debito è drammatico, bisogna intervenire in maniera strutturale. Una mia discesa in campo è condizionata da segnali chiari su questo versante”, scrisse. Che ora sono arrivati.

Mazzette per entrare nei pompieri: 1 arresto

Avrebbero pagato mazzette per essere ammessi ai concorsi di vigili del fuoco, polizia e penitenziaria. Un’idoneità poteva costare da un minimo di 2 mila euro fino a 5 mila euro. Ad intascarli sarebbe stato il vigile del fuoco Giuseppe Pipitone, arrestato ieri nell’inchiesta della Procura di Trapani con l’accusa di corruzione. Sono 17 gli indagati e 16 gli episodi di corruzione. Secondo i pm, Pipitone poteva contare sui rapporti con il sindacalista Uil Filippo Alessandro Lupo e con il vice prefetto Claudio Balletta, già coinvolti nel 2020 in un’altra inchiesta a Benevento su concorsi truccati. Le indagini sono state portate avanti dai carabinieri di Alcamo.

I russi a Bergamo e le dimenticanze di “Repubblica” su tamponi e Rsa

In un articolo su Repubblica, un anonimo direttore di una Rsa bergamasca ha dichiarato che i russi “sono venuti per sanificare, ma chiesero tamponi da esaminare nel loro laboratorio. I nostri militari mi dissero di impedirlo”. Se la fonte fosse attendibile come ci si aspetta da un autorevole quotidiano, riteniamo che questa sia un’ulteriore eclatante responsabilità di chi “diede l’ordine di impedire” l’esecuzione di tamponi su ospiti delle Rsa in un momento in cui i tamponi non c’erano. Secondo una ricerca del Politecnico di Milano – presentata da Vittorio Agnoletto in una delle audizioni della commissione d’inchiesta della Regione Lombardia sul Covid – “l’87% degli ospiti deceduti nelle Rsa nella prima ondata non fu sottoposto a tampone”. La relazione di maggioranza a conclusione della commissione riporta quanto disse l’ex assessore al Welfare, Giulio Gallera, il 19 aprile 2021: “Le scelte circa l’esecuzione dei tamponi e screening tra le diverse strutture sanitarie sono state tutte scelte obbligate, vincolate agli scarsissimi strumenti – numero di tamponi e laboratori per la processazione – che si avevano inizialmente a disposizione. E la priorità fu data agli ospedali”. Era giusto, quindi, decidere di non accettare i tamponi offerti dai russi? Numeri alla mano no, visto che in quella fase non sono stati messi in sicurezza gli ospiti delle Rsa, né gli operatori, e il mancato tracciamento è stato uno dei nervi scoperti che portarono alla strage lombarda. Dopo avere ringraziato per l’aiuto, stupisce che dopo due anni si voglia strumentalizzare politicamente l’intervento russo. Andrebbe anche ricordato che il contingente russo era intervenuto rispondendo alla richiesta dell’Italia di supporto ai nostri sanitari. Senza quei convogli di medici stranieri, i morti che abbiamo avuto sarebbero stati ancora di più. A futura memoria, e per quanti, di memoria, mostrano di non averne molta.

Referente team legale Comitato familiari vittime del Covid-19