Per salvarsi dalla sua maggioranza il governo blinda il decreto per l’invio delle armi in Ucraina con la fiducia. Così oggi il Senato dirà sì al testo con qualche eccezione, per esempio quella del presidente della commissione Esteri, il grillino Vito Petrocelli, deciso a votare no e quindi a farsi espellere dal Movimento. Ma il punto politico è un altro, cioè l’alleanza giallorossa che vacilla come mai prima d’ora, il Pd che negli spifferi neanche troppo ufficiosi bolla come “inaffidabili” il M5S e Giuseppe Conte, ossia l’ex premier che sul No a nuove spese militari rilancia “perché non intendiamo fare passi indietro”. Il leader di quel Movimento che nel pomeriggio celebra come una vittoria le parole del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, che poco prima aveva aperto alla sua richiesta di diluire i tempi dell’aumento. Mossa dietro cui c’è la mediazione del segretario dem Enrico Letta, che cerca di tenere assieme governo e coalizione.
Così ecco Guerini: “Dal 2019 a oggi abbiamo intrapreso una crescita graduale delle risorse che ci consentirà, se le prossime leggi di Bilancio lo confermeranno, il raggiungimento dell’obiettivo del 2 per cento del Pil entro il 2028”. Tradotto: l’impegno di spesa assunto con la Nato non avrebbe più come scadenza il 2024. Certo, in mattinata Conte aveva chiesto di “allungare la curva al 2030”. Ma dal M5S possono comunque parlare di “buon passo verso quella gradualità che abbiamo sempre chiesto”. Però non è distensione, casomai un accomodamento. Perché dalle parti di Palazzo Chigi descrivono Mario Draghi “furibondo” con Conte dopo il difficile faccia a faccia di martedì. Mentre tira aria di smottamento, vero, con i dem. “Bisogna chiedersi se esiste ancora un’alleanza” ringhiano dal Pd. Ma i contiani fanno spallucce: “Bene così, prima eravamo troppo schiacciati sui dem”. Bene, il Conte che martedì aveva detto: “Se il Pd non sarà al nostro fianco sul No all’aumento ce ne faremo una ragione”. Tira dritto, l’avvocato, anche se (ri)giura di non volere la crisi di governo, mentre fa circolare tabelle con la sua verità: “Con i governi Conte le spese per le armi sono aumentate in media meno di 1 miliardo l’anno, se resta l’obiettivo del 2024 l’aumento sarà di 6 miliardi annui”. In mattinata l’ex premier riunisce i senatori in assemblea, per raggrumarli sul sì al dl Ucraina. “Ho chiesto a Draghi dove pensa di trovare i soldi per armi” racconta, per poi contestare, grafico alla mano, “i numeri sbagliati diffusi da Palazzo Chigi” sugli investimenti militari. E aggiunge di essere rimasto “sorpreso” dalla salita al Colle del premier, martedì. La gran parte dei senatori appoggia la linea. Ma gli eletti della commissione Difesa, collegati, sono in difficoltà. Alcuni li attaccano. Così la capogruppo Daniela Donno precisa: “Io sono sulla linea di Conte, ma bisogna trovare soluzioni ponderate e graduali”. Poi irrompe Petrocelli: “Io non sono filorusso, ma filocinese”. Prova a spiegare perché è contrario al dl Ucraina, ma Vito Crimi lo interrompe (“sei fuori tema”) e lui si ferma. Fuori, il Pd prova l’ultima carta per un ordine del giorno di maggioranza al decreto, con dentro l’impegno a diluire l’aumento delle spese al 2028. Il pontiere è Alessandro Alfieri, vicino a Guerini. Ma la trattativa non decolla, e il dl va in Aula senza relatore. “Così decade l’odg di FdI sull’aumento al 2 per cento, recepito dal governo” celebra il M5S. Ma non è vero, ribattono dal Pd e dal governo: a ragione. Comunque sia, la capogruppo decide per la fiducia. Nell’attesa, il M5S pensa a una mozione sull’aumento delle spese. Qualcuno vorrebbe chiamare a riferire in Aula Guerini. Così, all’ora di cena, Letta chiama Conte. E gli manifesta il suo malessere: “Oggi mi sono morso la lingua per tutto il giorno per non risponderti”.
Invece il centrodestra si gode lo scontro giallorosa. La Lega tace, ma diversi salviniani solidarizzano con Conte contro Draghi che – per dirla con Edoardo Rixi – “umilia il Parlamento”. La Lega voterà la fiducia sul dl Ucraina senza entusiasmo, e oggi si aspetta una decina di assenti tra i suoi. Mentre Salvini dovrebbe fare un discorso critico verso i “toni belligeranti” di Draghi sulle armi.