“Spese militari, uno scandalo”: l’urlo del Papa contro il riarmo

“Le spese per le armi sono uno scandalo”. Papa Francesco è stato chiaro ricevendo in udienza in Vaticano i membri dell’organizzazione di volontariato “Ho avuto sete”.

Parole in totale contrapposizione con quelle del cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, che nei giorni precedenti ha affermato che “l’uso delle armi non è mai desiderabile in quanto comporta sempre un rischio molto alto di togliere la vita alle persone o di causare danni materiali”, ma aggiungendo che “il diritto a difendere la propria vita, il proprio popolo e la propria patria comporta talvolta anche il triste ricorso alle armi”. Bergoglio, invece, ha sconfessato con estrema chiarezza questa posizione del vertice della Segreteria di Stato.

“Perché farci la guerra – si è domandato il Papa – per conflitti che dovremmo risolvere parlandoci da uomini? Perché non unire piuttosto le nostre forze e le nostre risorse per combattere insieme le vere battaglie di civiltà: la lotta contro la fame e contro la sete; la lotta contro le malattie e le epidemie; la lotta contro la povertà e le schiavitù di oggi. Perché? Certe scelte non sono neutrali: destinare gran parte della spesa alle armi, vuol dire toglierla ad altro, che significa continuare a toglierla ancora una volta a chi manca del necessario. E questo è uno scandalo: le spese per le armi”. E ancora: “Quanto si spende per le armi, terribile! Non so quale percentuale del Pil, non lo so, non mi viene la cifra esatta, ma un’alta percentuale. E si spende nelle armi per fare le guerre, non solo questa, che è gravissima, che stiamo vivendo adesso, e noi la sentiamo di più perché è più vicina, ma in Africa, in Medio Oriente, in Asia, le guerre, continue. Questo è grave”.

Francesco ha aggiunto che “bisogna creare la coscienza che continuare a spendere in armi sporca l’anima, sporca il cuore, sporca l’umanità. A che serve impegnarci tutti insieme, solennemente, a livello internazionale, nelle campagne contro la povertà, contro la fame, contro il degrado del pianeta, se poi ricadiamo nel vecchio vizio della guerra, nella vecchia strategia della potenza degli armamenti, che riporta tutto e tutti all’indietro? Sempre una guerra ti riporta all’indietro, sempre. Camminiamo indietro. Si dovrà ricominciare un’altra volta”. Parole, quelle del Papa, in totale sintonia con l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi e vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti (vedi intervista sotto), che ha chiesto “il non coinvolgimento del nostro Paese nel conflitto né con armi e né con preparazione di uomini”. Per il presule “l’Italia non poteva mandare le armi all’Ucraina, perché l’articolo 11 della Costituzione è fin troppo chiaro. Lo è anche la legge 185/90, di cui don Tonino Bello fu uno dei suoi promotori, anche se il Consiglio dei ministri ha voluto sfruttare la possibilità che la legge prevede di una deroga, con l’assenso delle Camere”.

I tre magi da Oriente e l’intervento di pace della Nato: no, grazie

I tre leader arrivano, di notte, come i Re Magi con un seguito di pastori. Mentre fanno anticamera, esaminano delle mappe e si rilassano dalle fatiche di un viaggio in treno. L’ambiente è confortevole, per essere il centro di una guerra e di una città bombardata. Non si capisce se sia caldo o freddo: uno ha una felpa e un altro è in maniche di camicia. Si trasferiscono nella grotta presidenziale dedicata alle visite importanti e ai colloqui misterici. Quando compare il bambinello, il vagito avviene davanti alle telecamere. Uno dei magi adesso indossa un giubbotto antiproiettile, forse teme che il presidente gli spari. Su tutte le pareti tappezzate di maxi-schermi campeggiano le immagini pubblicitarie con la scritta “l’Ucraina difende l’Europa e il mondo” hashtag stopRussia. Già dalle prime battute del presidente gli astanti ridacchiano divertiti. È il suo mestiere, poi si fa serio ed enfatico.

La delegazione europea in realtà non rappresentava l’Unione, che anzi registrava il disappunto di altri membri per l’iniziativa estemporanea. Ma era composta dal primo ministro ceco Petr Fiala, il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e il primo ministro sloveno Janez Janša. Del seguito faceva anche parte il vice primo ministro polacco Jarosław Kaczynski, che è il capo del partito di governo polacco ed è la figura politica più influente del Paese. Ed è lui a fare il miracolo subito dopo la riunione: la resurrezione di Lazzaro. Ovvero del defunto e putrescente peacekeeping. Non scomoda le Nazioni Unite, che hanno un dipartimento intero dedicato a queste operazioni, il vice premier, ma invoca direttamente la Nato che “dovrebbe inviare una forza di peacekeeping armata”.

Dimentica il vice, che la Nato è parte in causa nel conflitto e anzi ne è la stessa causa. Dimentica che tutte le operazioni di cosiddetto peacekeeping si sono rivelate azioni di guerra o sceneggiate inutili. Dimentica che se la Nato, come organizzazione di sicurezza regionale, vuole intervenire, lo stesso può fare la Russia con la sua organizzazione regionale, come ha già fatto nella questione Abkhazia e Ossezia, destabilizzate dalla Georgia opportunamente indotta al suicidio dalla Nato.

Il commento di un giornale, che forse ha memoria migliore di Kaczynski, chiosa laconico “difficilmente però le sue dichiarazioni saranno prese sul serio”. E qui sbaglia. La mappa mondiale delle operazioni di pace è costellata di rovine, di parti del mondo ridotte a un “lazzaretto” o di conflitti mai conclusi. C’è stato sempre grande consenso per gli interventi armati prima delle catastrofi umanitarie vere o presunte, e grandi interessi palesi e inconfessabili durante e dopo le stesse. Per evitare di aggiungere un’altra stazione di via crucis, bisogna soltanto sperare che Lazzaro rientri nel suo sepolcro e al miracolo risponda: grazie, no!

Asse tra Leonardo e Iveco: gli affari “militari” di Elkann

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Europa ha deciso per il riarmo. Il 16 marzo il Parlamento italiano ha votato l’aumento della spesa militare fino al 2% del Pil e altri Paesi, Germania in testa, stanno facendo lo stesso. Come rivelato dalla bolognese Radio Città Fujiko, tra chi potrebbe giovarne c’è John Elkann (nella foto), presidente di Stellantis, la casa automobilistica nata dalla fusione di Fca e Psa, ma soprattutto numero uno della holding Exor che, tra le altre attività, controlla Ferrari, Juventus, Louboutin e Gedi, il gruppo editoriale che pubblica Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX e a un’altra quarantina di testate. Tra le controllate di Exor c’è anche Iveco, appena scorporata da Cnh, che tra i suoi marchi vede Iveco Defence Vehicle, che produce veicoli per scopi speciali. Iveco ha poi costituito con Leonardo, gigante nazionale della difesa, il Consorzio Iveco Oto Melara (Cio), una joint venture che produce autoblindo Centauro II e veicoli di combattimento fanteria Vbm Freccia. Solo negli ultimi due anni Cio ha venduto 96 Centauro II e 46 Vbm all’Esercito italiano, oltre ad averne forniti a Spagna, Giordania e Oman.

Anche la Russia è tra i clienti sin dal 2011, quando il governo Berlusconi autorizzò la vendita a Mosca di blindati Lince prodotti da Iveco per 106 milioni. Dopo l’invasione russa della Crimea e le sanzioni del 2014, nel 2015 anche il governo Renzi ha autorizzato la vendita di altri 94 Lince alla Russia, per oltre 25 milioni, in violazione delle disposizioni europee sull’emargo di armamenti alla Federazione russa che però erano prive di valore sanzionatorio. Nonostante tutto, i conti di Cio non brillano: se nel 2016 fatturava oltre 141 milioni, nell’ultimo bilancio noto, il 2020 del Covid, i ricavi erano scesi a 78,2 milioni e i conti si erano chiusi in pareggio solo grazie a proventi finanziari.

Ma i veicoli armati non sono l’unico business della Difesa nel quale è attiva Exor. Nella lettera agli azionisti della holding allegata al bilancio 2020, John Elkann scriveva che “durante l’anno abbiamo aperto una nuova posizione in Rolls-Royce. È il secondo produttore mondiale di motori per aerei civili (dopo Ge) che ha anche importanti attività nei sistemi di difesa. La società è stata colpita in modo particolarmente grave dalla crisi del Covid, in un momento in cui si stava riprendendo anche da problemi di ingegneria sulla nuova famiglia di motori Trent 1000. Con un calo delle ore di volo del 55% circa nel 2020, RR ha registrato un deflusso di cassa di quasi 5 miliardi di sterline, con la conseguente necessità di un finanziamento azionario di emergenza e un calo del prezzo delle azioni di oltre l’80%. Riteniamo che Rolls-Royce sia ora in una buona posizione per mantenere la sua quota di mercato di circa il 50% nell’attraente mercato dei motori aeronautici e per migliorare la sua generazione di cassa”. RR è attiva nell’aviazione civile e nella Difesa: si stima che il 25% dei veicoli militari di tutto il mondo abbia i suoi motori. Nel 2021, 3,37 miliardi di sterline (4 miliardi di euro), pari al 31% dei suoi ricavi totali da 13,3 miliardi di euro, sono arrivati dal settore, che ha contribuito all’utile operativo per ben 457 milioni di sterline (544 milioni di euro) su 513 (610 milioni di euro).

Durante il 2020 Rolls-Royce ha ricevuto commesse militari da Germania, Corea del Sud e Gran Bretagna. Tra l’altro, RR è partner di Leonardo nel programma Tempest per la produzione di aerei da caccia di nuova generazione entro il 2035. L’Italia ha aderito al programma Tempest nel 2019 insieme a Svezia e Regno Unito. Il 5 agosto scorso proprio Repubblica titolava “L’Italia stanzia due miliardi per il nuovo supercaccia”. Ora, con l’esplosione delle spese militari annunciata da molti Paesi europei, anche il settore difesa potrà dare buone soddisfazioni alla famiglia Agnelli.

Ci risiamo, ora l’esercito chiede alle Camere di armare i droni

L’Aeronautica militare chiede al Parlamento di essere autorizzata a usare droni armati. Cioè velivoli senza il pilota a bordo usati non solo per ricognizione e sorveglianza, come avviene oggi, ma come bombardieri, teleguidati da un punto a terra. La sollecitazione, avanzata in via informale dal capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, generale Luca Goretti, si iscrive nella voglia di riarmo che sta contagiando, come una nuova pandemia, molti Paesi europei, Italia compresa, in seguito alla guerra della Russia contro l’Ucraina.

Gli Stati Uniti fanno pressioni perché gli alleati spendano per la difesa almeno il 2% del Pil. Il governo italiano sta già studiando come arrivare a quest’obiettivo senza far esplodere il debito pubblico. Come il Fatto ha anticipato il 6 marzo, la spesa dai 30,4 miliardi stanziati per quest’anno dovrebbe aumentare già con la prossima legge di Bilancio, dal 2023, per arrivare ad almeno 40 miliardi per la difesa entro il 2026-2027. Ma qualcuno pensa anche a cifre più alte e a tempi più rapidi.

Mercoledì 16 marzo il generale Goretti ha parlato alle commissioni Difesa di Camera e Senato e ha esordito lamentandosi. “L’Aeronautica militare ha visto ridurre in maniera drastica il numero dei velivoli in dotazione. Siamo passati in 20 anni da 842 assetti a circa 500 aerei, di cui meno di 300 con funzioni combat”. Il capo di Stato maggiore ha detto che “per le esigenze di manutenzione e di approntamento per la regola tradizionale uno a tre sono meno di 100 gli aeromobili oggi impiegabili in scenari di crisi: velivoli da caccia, da trasporto, da supporto”. Secondo Goretti “non possiamo più permetterci questo svantaggio numerico rispetto a Paesi paragonabili. E un sistema d’arma non si acquista al mercato, ma richiede tempo. Se poi tutti vogliono le baionette, chi prima arriva e spunta il prezzo migliore prende tutto. Rischiamo di trovare lo scaffale vuoto. Vorrei stimolare una nuova riflessione anche in tema di velivoli a pilotaggio remoto, circa l’opportunità di riavviare il processo autorizzativo volto ad armarli, per dotarli finalmente di una componente d’ingaggio al suolo. Questo qualora l’autorità politica e il Parlamento ne autorizzino successivamente l’uso potrà essere impiegato con l’obiettivo di ridurre il rischio di perdita di vite umane. Non vogliamo utilizzarli. Poi è qualcun altro che ci deve dare l’autorizzazione a usare questa capacità”.

Oggi i droni dell’Aeronautica di classe Male, in grado di volare a 15 mila metri e con autonomia fino a 2.000 km (1.200 se armati), Mq-1A Predator e Mq-9 Reaper (o Predator B), prodotti dalla californiana General Atomics, sono disarmati. L’Aeronautica li ha usati in Afghanistan, Iraq, Libia, Kuwait, Somalia. Nel 2010, nell’impegno militare contro i talebani, il governo Berlusconi chiese agli Stati Uniti l’autorizzazione ad armare i droni e ad acquistare i relativi “kit”. La domanda venne bocciata perché il sistema era segreto. Il via libera è arrivato nel 2015, ma l’interesse italiano si era raffreddato.

Armarli, oltre alle implicazioni in caso di guerra, comporterebbe ulteriori costi. Il ministero della Difesa nel Documento programmatico pluriennale 2021-2023 ha dato il consenso per armare i Reaper dell’Aeronautica, indicando uno stanziamento di 168 milioni. Secondo l’Osservatorio Milex, fino al 2019 per i droni la Difesa aveva speso 700 milioni e oggi prevede una spesa di 2,2 miliardi per i droni dal 2021 al 2035. La fetta più grande, 1,8 miliardi, va al programma EuroMale tra Germania, Francia, Spagna e Italia. In gran parte questa somma andrà a Leonardo.

Goretti ha accennato alla possibilità di comprare nuovi droni da Leonardo, il Falco Xplorer e l’Evo, “se il processo acquisitivo venisse accelerato…” dal Parlamento. Gasato per il cambio di passo della politica sulle spese militari, Goretti ha detto ai parlamentari: “Mi ritengo fortunato di questa situazione. Continuate così”. Provocando una risatina della presidente della commissione Difesa del Senato, la dem Roberta Pinotti.

“È una vergogna che Biden persegua ancora Assange”

È una leggenda. Un uomo di eccezionale coraggio morale, che ha rischiato la vita per far emergere la verità. Cinquantuno anni fa, Daniel Ellsberg, allora analista militare, passò molte notti a fotocopiare di nascosto i Pentagon Papers, 7 mila pagine top secret che rivelavano come le autorità americane mentissero ai loro cittadini sulla guerra in Vietnam e mandassero a morire migliaia di giovani americani, pur sapendo benissimo di non poter vincere. Il Fatto Quotidiano lo ha intervistato.

Torniamo a quelle notti del 1971, che lei passò a fotocopiare i Pentagon Papers. Non era terrorizzato di passare la vita in prigione?

Non volevo passare la mia vita in prigione, ma avendo una possibilità di far finire prima una guerra che stava uccidendo milioni di persone, il prezzo della libertà o della vita di una persona sembrava una scelta naturale. Avevo un addestramento militare da marine. Senza l’esempio dei giovani americani che andavano in prigione per protestare nel modo più forte possibile contro quella guerra, probabilmente, non avrei pensato di fare quello che ho fatto. Ma con il loro esempio, fu facile.

Lei non andò in prigione, mentre la fonte di WikiLeaks, Chelsea Manning, ci ha passato otto anni e ha provato ad ammazzarsi tre volte, Edward Snowden è stato costretto a scappare in Russia e Julian Assange è stato incriminato ai sensi dell’Espionage Act. Si aspettava che, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, un giornalista sarebbe stato rinviato a giudizio per aver pubblicato informazioni vere e nel pubblico interesse?

Gli avvocati dell’American Civil Liberties Union (Aclu) avevano previsto che Donald Trump avrebbe incriminato i giornalisti. Nessun presidente l’aveva ancora mai fatto. È una sfacciata violazione del First Amendment (che negli Stati Uniti garantisce protezione costituzionale alla stampa). È ovviamente anticostituzionale, cosa che, naturalmente, non ha fermato Trump, ed è vergognoso che Biden abbia portato avanti il procedimento penale (contro Assange). Biden potrebbe chiudere il caso in ogni momento, nel giro di un’ora. Anche Obama aveva considerato di incriminare Julian, ma aveva rinunciato a farlo proprio per questo e anche perché, se lo avesse fatto, non avrebbe avuto alcuna scusa per non incriminare anche il New York Times e non voleva incriminare il Times, in parte perché è un giornale estremamente utile alle amministrazioni che si succedono: supporta l’impero e non solleva obiezioni contro l’immensa quantità di denaro che finisce nella cosiddetta difesa.

Nel suo caso, l’incriminazione con l’Espionage Act crollò quando si scoprì che gli uomini di Nixon si erano introdotti nell’ufficio del suo medico…

Fu uno dei motivi, ma non l’unico. Una delle prime cose che emersero fu che avevano scassinato l’ufficio del mio ex psicoanalista, per ottenere informazione con cui ricattarmi per ridurmi al silenzio. Ma ci fu altro: intercettazioni illegali, l’uso della Cia per scoprire quali fossero le mie vulnerabilità e i tentativi di killer, che avevano tutti lavorato per la Cia, di “neutralizzarmi”. Tutto questo portò il giudice a sentenziare: queste circostanze anomale offendono il senso di giustizia e le accuse vanno lasciate cadere.

Mentre nel caso di Assange, le rivelazioni che la Cia aveva pianificato di ammazzarlo non hanno portato alla chiusura del caso…

Il giudice (Vanessa Baraitser) non le ha neanche considerate seriamente, una cosa che pare scioccante. Mi rendo conto che la legge inglese è diversa da quella americana. Noi abbiamo fatto una rivoluzione, e ottenuto il First Amendment, loro no, non hanno la protezione costituzionale della stampa. Ma che le conversazioni di una persona rinviata a giudizio (Assange) con i suoi avvocati siano state ascoltate illegalmente, come anche quelle con i suoi medici e i suoi visitatori – gli ho fatto visita due volte nell’ambasciata dell’Ecuador e sono sicuro che eravamo registrati – quello anche in Gran Bretagna (sorride) o in qualsiasi altro Paese, dovrebbe portare alla chiusura del caso, tranne forse in uno Stato di polizia, tipo Germania dell’Est.

La rivelazione dei Pentagon Papers innescò una battaglia leggendaria per la libertà di stampa fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Se le autorità americane riusciranno a processare Julian Assange, crede che la Corte emetterà anche stavolta una sentenza a favore della libertà di stampa?

Con il clima attuale, quello degli ultimi 20 anni dopo l’11 settembre, potrebbe essere condannato. Di conseguenza, il First Amendment verrebbe eliminato. Questo vuol dire che non solo le fonti, ma anche i giornalisti dovranno avere paura di essere incriminati e condannati per aver fatto il loro mestiere di rivelare informazioni che il governo non vuole vedere pubblicate. Questo è un governo che, come sappiamo, conduce guerre aggressive: conflitti criminali come quello dell’Iraq. Un governo che si preoccupa pochissimo per le popolazioni di quell’area, come stanno dimostrando con l’Afghanistan. È scioccante che stiano condannando gli afghani alla fame e al freddo, per punirli, tenendo congelati i loro fondi. In poche parole: questo è un governo (i cui crimini) vanno rivelati, e non lo saranno se il caso di Julian Assange segnerà una svolta (in negativo) e avremo, essenzialmente, una stampa come quella della Russia di Stalin.

Cina, aereo con 132 passeggeri si schianta nel sud del Paese

Un Boeing 737-800 di China Eastern con 132 persone a bordo si è schiantato in una zona montagnosa nel sud del Paese, nella provincia di Guangxi. L’aereo ha perso rapidamente velocità dopo le 7.20 in Italia e ha poi cominciato una discesa a picco. Ieri sera, a diverse ore dall’incidente, non si avevano notizie di sopravvissuti. Il presidente Xi Jinping ha chiesto il massimo sforzo nelle operazioni di salvataggio e centinaia di soccorritori sono stati inviati sul posto. L’aereo era partito da Kunming, nella provincia sudoccidentale di Yunnan, ed era diretto a Canton.

Uccisa Rivera Reyes, lottava per gli indigeni

Freddata con un colpo di arma da fuoco alla testa. È morta così Patricia Susana Rivera Reyes, avvocatessa messicana specializzata nella difesa dei diritti delle comunità indigene della Baja California. Rivera Reyes, 59 anni, è stata uccisa sabato notte da tre uomini che hanno fatto irruzione nella sua residenza a Terrazas de la Presa, a Tijuana, durante una presunta rapina a mano armata. A nome del Consiglio nazionale per la prevenzione della discriminazione (Conapred) la leader indigena Cucapah, Mónica González Portillo, ha definito la sua morte “una grande perdita”. Tijuana è una delle città più violente del Messico: dall’inizio dell’anno sono state uccise 355 persone, di cui 92 in marzo e otto nelle ultime 24 ore.

Mariupol rifiuta la resa, Russia-Usa vicini alla rottura

“Arrendetevi a Mariupol – intimano i russi agli ucraini –. Se alzate bandiera bianca, lasciamo andare via chi vuole”. “Neanche per sogno”, è la risposta di Kiev a Mosca. Uno su quattro degli abitanti del porto sul Mar d’Azov hanno già abbandonato la città, dove le perdite civili sono molto alte e dove si continua a combattere. Testimoni oculari parlano di un abitato distrutto “al 90%”. Interviene Zelensky: “L’Ucraina non può accettare gli ultimatum russi: dovremmo essere distrutti per adempiere alle loro condizioni”. Mosca “voleva che consegnassimo Kharkiv, Mariupol e Kiev, ma né la popolazione di quelle città né io come presidente possiamo farlo”. Poi aggiunge: “I compromessi nei negoziati Ucraina-Russia saranno decisi con un referendum in Ucraina. In particolare, possono essere poste ai voti le garanzie di sicurezza e lo status dei territori temporaneamente occupati delle regioni di Donetsk e Luhansk e della Repubblica autonoma di Crimea”. Lo ha detto Zelensky, riferisce Ukrinform , in un’intervista con emittenti ucraine, britanniche e ceche.

La trattativa non avanza perché – spiega Alexander Rodnyansky, consigliere di Zelensky – “la Russia non è seria riguardo ai colloqui di pace”: vuole “convincere l’Occidente che nuove sanzioni non sono necessarie”. Oleksij Reznikov, ministro della Difesa ucraino, vola a Londra a sollecitare più aiuti, soprattutto militari. Invece, secondo il portavoce del Cremlino Peskov “sarebbe importante che Kiev si rendesse più disponibile”. La possibilità di un incontro tra Zelensky e Putin si allontana, perché “le parti non hanno nulla da mettere sul tavolo”. Gli incontri di ieri tra le delegazioni ucraina e quella russa sono durati un’ora e mezzo e, ora, i negoziati continuano nel formato dei gruppi di lavoro. Secondo la Turchia, la cui mediazione si colloca sempre nel solco dell’ottimismo, un accordo sarebbe vicino, ma né Mosca né Kiev confermano. E la Svizzera allunga la lista dei Paesi pronti ad ospitare trattative e vertice. Zelensky avverte: “Se falliamo, è la terza guerra mondiale”. Ma, alla vigilia dei discorsi al Parlamento italiano e all’Assemblée nationale, gli tocca gestire i malumori suscitati in Israele dal paragone, fatto parlando domenica alla Knesset, tra quanto accade in Ucraina e l’Olocausto. In vista dei Vertici Ue e Nato e della visita in Polonia di Biden, alcuni Paesi dell’Alleanza atlantica, fra cui la Polonia, premono per un maggior coinvolgimento nel conflitto, parlando dell’invio di una forza di peacekeeping, quando si tratterebbe di fare del peacemaking. La Slovenia vuole di nuovo inviare una delegazione a Kiev.

I rapporti fra Mosca e Washington peggiorano per i giudizi durissimi di Biden su Putin; all’ambasciatore Usa in Russia John Sullivan, il ministero degli Esteri ha consegnato una nota di protesta per i commenti “inaccettabili” di Biden, che ha definito Putin “criminale di guerra” e “dittatore assassino”. Parole che potrebbero causare una rottura dei rapporti fra i due Paesi. E Mosca tronca i negoziati con il Giappone sulle Kurili, per l’aiuto di Tokyo all’Ucraina. All’alba di ieri, navi da guerra russe hanno bombardato edifici residenziali a Odessa – molti sarebbero stati danneggiati –. Le batterie del porto di Odessa hanno a loro volta fatto fuoco, costringendo le navi ad allontanarsi. Bombe anche nell’area di Sumy, dove una perdita di ammoniaca dall’impianto chimico Sumykhimprom ha fatto scattare un allarme intossicazione. Tutto s’è ben risolto e, dopo qualche ora, la perdita appariva “sotto controllo”. Notte segnata dagli allarmi anti-aereo pure a Leopoli. I residenti sono stati trattenuti nei rifugi per circa due ore. Un attacco con missili – c’è chi dice ipersonici – ha colpito un’area di addestramento presso Rivne, nel Nord-Ovest dell’Ucraina, a circa 300 km a ovest di Kiev. Non si hanno ancora dettagli su danni e/o vittime. Grande eco ha avuto l’accusa lanciata da alcuni parlamentari ucraine che le forze russe stanno aggredendo, stuprando e anche impiccando donne che non riescono a fuggire dall’invasione; alcune per la disperazione sarebbero state indotte al suicidio. Mancano riscontri dell’informazione, come ne mancano sulla presunta “deportazione” in Russia, denunciata da fonti ucraine, di oltre tremila bambini. Sono almeno 10 milioni i profughi in fuga dalla guerra, secondo l’Onu.

Kiev non dorme più: la città trasformata in un grande cratere

Da una parte c’è il cratere fumante del Retroville e dall’altra c’è Zoia nel suo letto d’ospedale. In mezzo ci sono esplosioni, bugie e vittime.

Ieri mattina Kiev s’è svegliata più soleggiata che mai in quest’inizio di primavera, ma nelle orecchie dei suoi abitanti risuonava il boato che domenica sera dopo le 22 e 30 ha distrutto il centro commerciale Retroville nel quartiere di alti caseggiati di Podil, nella periferia occidentale. Mentre l’immagine dell’esplosione si moltiplicava sui social, e circolavano le prime foto dei morti (prima 6, poi almeno 8, e circa una decina i feriti), un cordone di sicurezza impediva l’accesso all’area, ricoperta dalle schegge di vetro dei palazzi attorno. Solitamente così solerti nel mostrare le devastazioni prodotte dal nemico russo, questa volta esercito e polizia ucraini erano restii a far avvicinare i media.

Ragionevolmente si poteva pensare, poiché in mattinata veniva fatto brillare un ordigno inesploso: ma col passare delle ore, fra regolari lanci di contraerea ucraina, l’intransigenza degli armigeri assumeva la possibile forma d’una verità scomoda: nella quotidiana guerra delle fake news, fonti russe affermavano che nei sotterranei del centro commerciale vi fossero custodite scorte di razzi.

Accusa infondata secondo le autorità, ma la risposta era scontata. Ben concreto invece il numero dei morti, il più alto in un singolo attacco dall’inizio dell’assalto a Kiev. E anche accertare l’entità e l’identità delle vittime si rivelava difficoltoso: per motivi di sicurezza, diversi ospedali chiedono di non esser menzionati, così come a volte anche i nomi completi dei pazienti.

All’ospedale numero 18 (eredità della rigida fantasia sovietica) c’è Roman, 19 anni, ferito a gambe e braccia da schegge di granate a Irpin una settimana fa: i medici spiegano che ha già subito dieci operazioni e che dovrà stare in cura per almeno un mese, ma il peggio per lui è che non ha più notizie del resto della famiglia che al momento della distruzione dell’appartamento non era con lui. Il direttore medico della struttura, Alexandr Avramenko, è restio a dare il numero esatto dei feriti di guerra ricoverati, e presenta un altro paziente: Artiom, miliziano 35enne, che ha perso un braccio nell’esplosione del razzo Grad caduto nei pressi della barricata a cui era assegnato. In fondo a un corridoio del reparto di rianimazione giace una giovane donna che ha visto uccidere il marito davanti ai suoi occhi: era incinta, ora ha perso il bambino e i medici non consentono di saperne di più.

All’ospedale numero 12 i medici che accolgono i media non vogliono dire il nome della struttura, che però campeggia in scritta rossa all’ingresso.

Non vogliono dire nemmeno i cognomi dei ricoverati, perché la paranoia dei sabotatori diventa una scusa per restar vaghi: voci parlano di infiltrati che segnalano con grosse X sui tetti degli edifici (ma potrebbero avere sistemi anche più sofisticati) gli obiettivi degli ordigni russi. Di queste voci Ilya, 35 anni, non sa nulla, ha ben altri problemi da affrontare.

Il capodi caseggiato ha da poco comprato un appartamento in uno dei palazzi che si affacciano sul Retroville: “È la seconda volta che la guerra mi raggiunge; sono fuggito da Lugansk (nella regione orientale russofona che Mosca vuole annettere, ndr) 6 anni fa e adesso mi ci ritrovo di nuovo in mezzo. Sono appena riuscito a comprare casa: siamo in tanti qui a Irpin a venire dall’est, perché in quest’area i prezzi sono più bassi. Ma ora siamo ripiombati nella guerra”.In uno dei tanti fronti sparpagliati nell’area occidentale di Kiev, è morto un membro della milizia territoriale, il 27enne Alexander Braun, colpito in uno dei raid dalle truppe russe. Viene seppellito con tutti gli onori da un cappellano ortodosso nel cimitero Berkotski che, pur accogliendo solo morti, sarebbe già stato colpito 5 volte dai russi. I volti dei suoi giovanissimi commilitoni sono pieni di tristezza e di inquietudine, perché col passare dei giorni la morsa dell’armata di Putin non pare allentarsi e le truppe di Mosca stanno dimostrando ancora una volta la capacità storica di tenere le posizioni anche nell’ormai chiara difficoltà logistica di questo conflitto che non è ancora guerra aperta.

La sera le sirene dell’allarme aereo annunciano l’inizio dell’ennesimo coprifuoco che sarà protratto fino alla mattina di domani. Ma come in ogni guerra, strana che sia, gli episodi disumani ritornano e le storie personali e la Storia si identificano nello stesso istante. All’ospedale numero 12 giace in una stanzetta inondata dal sole che fa risplendere il rosa dei tulipani appena donati Zoia, settantenne dagli occhi azzurri slavati di pianto.

Un drappello di militari russi è arrivato davanti alla sua casetta, nei pressi di Hostomel, nella zona nord-occidentale di Kiev, il 7 marzo alle 10 di sera: “Hanno bussato alla porta e mi hanno gridato di uscire. Una volta fuori mi hanno messo una granata in grembo e mi hanno ordinato di tirarla dentro casa. Hanno ucciso i miei animali, hanno distrutto il mio telefono. Poi mi hanno cacciata via e da allora non so più nulla del mio giovane figlio”. Zoia ormai lascia scorrere le lacrime in silenzio, e i ricordi fanno più male delle ferite.

Ci vorrebbe un amico

L’altro giorno, nella rubrica La Jena sulla Stampa, Riccardo Barenghi domandava: “Quando finirà la guerra si potrà criticare anche Zelensky?”. La guerra purtroppo non è finita, ma qualcuno che lo critichi s’è già trovato: il governo israeliano, dopo il suo discorso alla Knesset. Il copione è sempre lo stesso: Zelensky paragona l’invasione russa dell’Ucraina all’evento più luttuoso del Paese ospitante, poi lo rimprovera di non mandare abbastanza armi e di non volere la No-fly zone, cioè di non scatenare la terza guerra mondiale. Al Congresso Usa, Zelensky ha evocato Pearl Harbor (2403 morti) e l’11 Settembre (2996 morti). Al Bundestag il nazismo e il Muro di Berlino. Alla Knesset nientemeno che la Shoah: “Putin cerca la soluzione finale esattamente come è accaduto 80 anni fa al popolo ebraico con i nazisti” (6 milioni di morti). E pure la Diaspora bimillenaria degli ebrei: “I nostri cittadini sono sparpagliati in tutto il mondo come gli ebrei”. Poi ha strigliato il governo Bennett per renitenza alle armi e alle sanzioni (infatti Bennett si propone come mediatore). Lo scivolone è tanto più imperdonabile per un ebreo come lui, che dovrebbe essere il primo a conoscere l’unicità storica della Shoah. Il ministro delle Comunicazioni Yoaz Hendel ha definito “scandaloso il confronto con gli orrori dell’Olocausto” e gli ha rammentato la storia del suo Paese, che “non può essere orgoglioso della sua condotta di fronte all’Olocausto: molti aiutarono i nazisti a rastrellare e sterminare gli ebrei e saccheggiare le loro proprietà”. Forse a Zelensky non hanno giovato certe vecchie battute (“Il fatto che io sia ebreo è appena al ventesimo posto nella mia lunga lista di difetti”) e la notizia che ha appena decorato come “Eroe dell’Ucraina” il comandante del nazi-battaglione Azov.

Ci attendevamo che lo storico Paolo Mieli, fra i custodi più occhiuti dell’unicità della Shoah, notasse la contraddizione con la stessa grinta con cui denuncia il panciafichismo dei “pacifisti ipocriti”. Invece nemmeno un sospiro. E nessun titolone sui giornaloni. E neppure un trafiletto sul bavaglio imposto da Zelensky alle tv ucraine (ridotte a un solo canale a reti unificate) e a 11 partiti (tra cui il principale di opposizione): misure draconiane che in guerra si possono forse capire, ma non nascondere. Oggi ci auguriamo che Zelensky venga accolto dal Parlamento italiano col rispetto e l’affetto che merita il coraggioso presidente di un Paese aggredito che resta al comando pur potendo arrendersi o fuggire (come gli aveva proposto non l’invincibile armata dei “né né” italo-putiniani, ma Biden). Ma l’amicizia non va confusa col tifo da stadio: la cosa migliore da fare con un amico, quando si pensa che sbagli, è dirglielo.