Scuola: il sindacato depone le armi, d’intesa col governo

Per un accordo raggiunto, c’è uno sciopero sospeso. Per un annuncio fatto, ci dovrà essere un riscontro anche dopo il periodo elettorale. L’accordo è quello tra governo e sindacati sulla scuola, lo sciopero è quello previsto per il 17 maggio. Nella notte di ieri, Flc Cgil, Cisl e Uil scuola, Snals e Gilda hanno sottoscritto una intesa con il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, che affronta un importante ventaglio di problemi, anche se non ancora nel dettaglio.

Si parte dal problema dell’autonomia differenziata, progetto che preoccupava più di altri i sindacati e che riguardava le proposte di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna intenzionate a gestire l’istruzione a livello regionale anche nell’organizzazione del personale e delle retribuzioni. “Il governo – si legge nell’intesa – si impegna a salvaguardare l’unità e l’identità culturale del sistema nazionale di istruzione e ricerca, garantendo un sistema di reclutamento uniforme, lo status giuridico di tutto il personale regolato dal contratto collettivo nazionale, e la tutela dell’unitarietà degli ordinamenti statali, dei curriculum del sistema di governo delle istituzioni scolastiche autonome”.

Nell’accordo si affronta anche il rinnovo del contratto dei dipendenti della scuola, che è scaduto il 31 dicembre. “Le parti – si legge – concordano sulla necessità di avviare quanto prima gli incontri per giungere al nuovo contratto di lavoro”. Inoltre, si fissa un limite temporale entro cui arrivare all’adeguamento salariale all’inflazione. “Il governo si impegna a garantire il recupero graduale nel triennio del potere di acquisto delle retribuzioni dei lavoratori del comparto istruzione e ricerca”. Aumenti almeno a tre cifre, secondo quanto ha detto il ministro, anche per permettere “un graduale avvicinamento alla media dei livelli salariali di altri Paesi europei”. Bisognerà “reperire ulteriori risorse finanziarie” per la legge di Bilancio per il 2020.

Sul precariato, l’accordo affronta il lungo e il breve periodo. Sul lungo si prevedono più concorsi pubblici per sostituire il personale che andrà in pensione, con modalità semplificate per i precari che in questi anni abbiano accumulato almeno 36 mesi di servizio. Sul breve periodo, per questi stessi precari, sono previsti “percorsi abilitanti e selettivi” riservati. Tra concorso straordinario e ordinario si dovrebbero immettere in ruolo 27 mila docenti per infanzia e primaria e circa 48 mila per la secondaria.

L’intesa ha però fatto arrabbiare i sindacati del pubblico impiego, Fp Cgil, Cisl Fp, Uil Fpl e Uil Pa che hanno invece confermato lo sciopero proclamato per l’8 giugno, indetto per chiedere un piano straordinario di assunzioni e il rinnovo dei contratti per questo triennio (quello della sanità privata scaduto da 12 anni e del comparto medici e dirigenti pubblici, scaduto dal 2009). “Non ci sono lavoratori di serie A e di serie B – hanno sottolineato – tutti i dipendenti pubblici attendono il rinnovo del contratto. Il premier ci convochi”.

E critiche sono arrivate anche dai Cobas, dall’Unicobas e dall’Usb che parlano di “confederali venduti per un piatto di lenticchie” . I primi due confermano lo sciopero del 17 maggio, il terzo invece ne ha promosso un altro per il 10 maggio. “Lo sciopero non era e non è mai un atto di ostilità politica contro la maggioranza di governo, così come l’intesa non sancisce alcuna alleanza”, ha detto la leader della Cisl Scuola, Maddalena Gissi.

La Grecia è prima in Ue per avanzo primario: son soddisfazioni

In tempi poco felici, si sa, ci si entusiasma con tutto. Ieri, per dire, Il Sole 24 Ore faceva festa per questo: “La Grecia brilla in Europa: l’avanzo primario al 4,4%”. Atene è prima, Tsipras Über Alles. Tradotto: il governo greco nel 2018 ha raccolto dai suoi cittadini e dalle sue imprese più di quanto ha speso per una cifra pari al 4,4% del Pil; questo al netto degli interessi sul debito pubblico, che poi sarebbero “gli aiuti” gentilmente concessi da Ue, Bce e Fmi. Un bel trasferimento di ricchezza dall’economia greca alle Banche centrali europee e al Fondo monetario benedetto dalle meglio grisaglie del mondo che però, purtroppamente, non ha evitato un corposo aumento del debito pubblico che doveva abbattere: dal 176 al 181% del Pil per la precisione. Vabbè, non si può avere tutto, chi s’accontenta gode: certo, hai distrutto un Paese, costretto un bel po’ di gente a emigrare e altra a vivere in povertà, però brilli in Europa per surplus primario. Vuoi mettere che soddisfazione? La credibilità prima di tutto. E poi ci sono i dettagli, quel posto in cui si nasconde il diavolo: col suo lavoro da formichina la Grecia voleva estinguere in anticipo un debito da 3,7 miliardi (su 9 totali) col Fmi su cui paga il 5,3% di interessi contro il 3,9% del prezzo di mercato (ah, gli aiuti…). Scrive Il Sole: “Ma alcuni Paesi creditori – a partire dalla Germania – hanno manifestato la loro opposizione, perché ritengono importante la permanenza di un monitoraggio postbailout da parte del Fondo”. A Roma, per dire, il monitoraggio post-bailout lo chiamano pure “robba da cravattari”.

Quello che… i Michele Serra non dicono

Èpiaciuto molto, Michele Serra, che ha suonato la carica, ha lanciato la giornata dell’orgoglio dei sapienti. “È l’ora di rivendicare i libri letti come calli sulle mani, smettendola di farsi carico del complesso d’inferiorità degli ignoranti come se l’ignoranza fosse un problema di chi ha letto, non un problema di chi non ha letto”. Come una madamina pro Tav, è sceso dall’amaca per mostrare in piazza le sue penne. Di pavone e d’oca, capaci di scrivere cose intelligenti e di chiamare, al punto giusto, l’applauso. Come non essere d’accordo? L’ignoranza non può essere rivendicata come un merito, di contro a sapienza e competenza indicate come male. Eppure c’è qualcosa che stona, nelle parole scivolate dall’amaca, qualcosa che trasforma il (giusto) orgoglio della lettura in orgoglio di classe, in disprezzo per i poveri ignoranti che non hanno né libri, né due alberi in giardino a cui appendere un’amaca da cui leggerli. Non è ancora la carica suonata ai ben istruiti fan di Bolsonaro contro gli analfabeti orfani del lulismo, no: quella è destra. Ma fastidio, sì, per quelli che sono rimasti bloccati ai piani bassi e urlano e strepitano e picchiano sulle porte irrimediabilmente chiuse dell’ascensore (sociale) e rompono la bottoniera e gridano parole irripetibili chiamando l’ascensore che qualcuno ha bloccato non chiudendo le portine ai piani alti e soleggiati. Chissà se, tra i libri letti da rivendicare orgogliosamente, Serra ha anche quelli di Michel Foucault, che analizza i rapporti tra sapere e potere e spiega come il sapere sia (anche) mezzo per sorvegliare e punire, generatore di procedure di selezione e di interdizione, nella macrofisica (quella di chi si occupava Marx) ma soprattutto nella microfisica dei rapporti che alla classe sovrappongono il desiderio. Chissà se Serra ha nella sua biblioteca i libri di don Milani, se ricorda il suo “Pierino del dottore”, il figlio del laureato che arriva alle elementari sapendo già leggere, mentre i figli del popolo non hanno un libro in casa. “Un operaio conosce 100 parole, il padrone 1000. Per questo lui è il padrone”, scriveva il prete di Barbiana. Archeologia.

Oggi siamo noi, figli degli operai e del Sessantotto, a essere diventati dottori, ad aver imparato 10 mila parole. Ma ora non sappiamo più capire che cosa sta succedendo giù, ai piani bassi, ci disturba il baccano che fanno quelli sotto, abbiamo orrore di loro, così ignoranti, così diversi dagli operai raccontati da Carlo Emilio Gadda che frequentavano l’Umanitaria e i corsi serali, leggevano ancora i giornali e diffondevano, la domenica, l’Unità. Non ci sono più, non ci sono più i Martin Eden di una volta. Quelli di adesso, purtroppo, non leggono e non studiano, conoscono meno di 100 parole, ma – imperdonabile – non vogliono stare zitti. Vogliono essere presi sul serio. Urlano cose scomposte. Intanto noi teniamo le portine dell’ascensore aperte, quassù sui nostri terrazzi dove fioriscono le camelie, perché non salgano a dircele in faccia. Già siamo così infastiditi dalle stupidaggini dei webeti e dalla violenza e dall’odio della lotta di classe ai tempi dei social. Ci piaceva quella di Marx-Lenin-Mao Tse-tung. A qualcuno piaceva perfino quella di Battisti (non Lucio). Ma la lotta di classe di oggi non ci piace. Che studino, questi cafoni. Non hanno il pane della sapienza? Che mangino allora i nostri libri-brioches. Quelli in cui, per non rinunciare ai nostri privilegi di classe, abbiamo sostituito i diritti civili (che sono gratis) ai diritti sociali. Si sdrai di nuovo sull’amaca, Serra, e ascolti almeno Gad Lerner, che qualche libro l’ha letto e anche scritto: “La mia biografia è compromessa. Sono un borghese benestante, un radical chic, l’amico di Carlo De Benedetti. Per questo la nuova classe dirigente del centrosinistra non partirà certo da quelli come me”.

Lo Squadrismo mediatico contro la Raggi

La riflessione personale che propongo sul “caso” della sindaca di Roma, Virginia Raggi, richiede qualche necessaria premessa. Non sono un elettore dei Cinque Stelle e neppure un sostenitore del loro Movimento. Per dovere di onestà intellettuale riconosco di averli considerati con attenzione e con curiosità. Non mi sono mai associato alla furiosa canea scatenata da chi ringhiava contro di loro con la bava alla bocca latrando “dagli al populista!” ma in realtà digrignando i denti per il potere perduto, ovvero per i privilegi sfumati. Del resto, se i Cinque Stelle sono cresciuti elettoralmente come una valanga che ha travolto gli avversari, una parte della responsabilità se la deve prendere chi ha governato prima, che non solo pare avere governato da schifo, ma per il grave vizio di arroganza, non ha capito il sentire di vaste parti dell’elettorato. Come dire: chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Un’ultima premessa che mi corre l’obbligo di fare, è che io sono un uomo di sinistra ma non di centrosinistra, di sinistra sinistra e lotto da militante, fuori dai partiti, per una società ben descritta da una celebre sintesi di Karl Marx che un grande amico, il filosofo Stefano Bonaga non cessa di ricordarmi: “A ciascuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità”.

Detto questo, voglio esprimere il mio profondo disgusto per il vergognoso e perdurante assalto di squadrismo mediatico contro Virginia Raggi.

Nei miei sessant’anni di vita adulta, non ricordo nulla di simile, un tale livello di cattiveria programmatica, di insulti di ogni specie. Una così orchestrata gragnuola di menzogne, di manipolazione dei fatti, di insulti personali, di violenza sessista e di grevi allusioni. Sia chiaro, io non sono una mammola, ne ho viste altre di campagne indegne, mai con tanta persistenza e con tanto perdurante accanimento, spessissimo totalmente pretestuoso. Si parva licet, paragonerei la maniacale persecuzione di questa giovane politica amministratrice, ai furori di certe isteriche campagne antisemite che esemplificherei con un celebre witz yiddish.

Nel 1912, a Parigi, un negoziante rivolgendosi a un cliente ebreo lo apostrofa con una domanda: “Cosa avete fatto voi ebrei al Titanic?!?”. Interdetto l’ebreo risponde: “Noi??? Noi niente, è stato un iceberg!”. “Appunto! – ribatte il negoziante – Iceberg, Rosenberg, Weissenberg, Silberberg, tutti ebrei!”. A dare retta a certa stampa la Sindaca sarebbe responsabile anche delle catastrofi naturali.

Alcune delle accuse mosse alla Raggi sono ridicole, quando non basate su deliri surrealisti.

Sia chiaro, non è mia intenzione fare una difesa politica della Sindaca di Roma, non conosco nei dettagli la situazione della Capitale e non vivo nell’Urbe. Tuttavia so come altri italiani che la città è stata sgovernata, massacrata e abusata nel corso di più lustri dalle amministrazioni precedenti e per puro buon senso ritengo che Roma, in quanto tale, sia difficilissima da governare se non con cambiamenti radicali che incontrerebbero boicottaggi di vari interessi potenti precostituiti. Inoltre non posso impedirmi di pensare che una outsider come la Raggi abbia scatenato l’ostilità rabbiosa di coloro che nei luoghi amministrativi e politici non sono elettivi e che hanno goduto di vari privilegi ai quali non sono disposti a rinunciare.

In conclusione, vorrei esprimere alla persona Virginia Raggi tutta la mia solidarietà umana per l’inverecondo linciaggio che la colpisce pressoché ogni ora e che non può trovare giustificazione sotto alcuna specie.

Il 25 aprile è la prova: Salvini non è un genio

Da cosa si capisce che Salvini non è poi così astuto come lo ritraggono ammiratori e detrattori? Dal fatto che invece di fiondarsi sulla Festa di Liberazione per farne l’archetipo fondativo della Nazione sovrana (parole – archetipo, Nazione e sovrana – che dovrebbero piacere molto alla nuova Lega di destra post-padana), la irride, la diserta platealmente, la degrada a “derby”, la fa passare come una “festa dei centri sociali”.

Se solo avesse voluto dotare il suo partito di un sostrato ideologico appena più potente del principio “padroni a casa nostra” che ha spinto per anni i militanti della Brianza a uscire di casa la sera bardati per perlustrare le strade in cerca di clandestini nelle parodistiche ronde padane, Salvini avrebbe dovuto costruire sulla data nel 25 aprile il mito di fondazione della nuova Lega nazionale. “È un giorno di festa anche per me, io lavoro per liberare il Paese dalla mafia”, ha aggiunto ieri, offrendo su un piatto d’argento l’osservazione che intanto potrebbe controllare le amicizie dei suoi consiglieri e sottosegretari.

Non si pretende che abbia letto Bobbio; basterebbe aprisse Wikipedia per apprendere che la Liberazione seguì alla lotta di tutte le forze che si opponevano al regime e all’occupazione. Certo, fu l’Armata Rossa a liberare Auschwitz (lo sanno bene gli amici putiniani) e non gli americani come nel film di Benigni (forse lo sa pure Steve Bannon, che del campo di sterminio dice di ammirare molto la perfetta organizzazione); e furono gli Alleati a fornirci il potenziale bellico. Ma nelle case, nelle campagne, sulle montagne e nelle città furono gli italiani dei Gap, delle brigate partigiane e dei Cln locali – operai, donne, contadini – a resistere e a costringere il nemico alla resa.

Salvini preferisce flirtare con la fascisteria di CasaPound, ignorando che se avessero vinto la X Mas e le Brigate nere la Lega non esisterebbe e lui non sarebbe ministro dell’Interno – a meno che, invece che con la figlia di Verdini, non fosse fidanzato con una qualche pronipote di Mussolini (genere peraltro ultimamente popolarissimo).

Se l’Italia ha vissuto un momento di celebrazione della propria sovranità, cioè di quel bene che appartiene al popolo e che entrerà nella Costituzione del ’48 al suo primo articolo, è stato proprio quando comunisti, liberali, democratici cristiani, socialisti ecc. si costituirono insieme in Comitato di Liberazione Nazionale “per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni”.

Perciò sono grotteschi i richiami degli ideologi della Lega all’urgenza di una “liberazione” dal giogo dell’Unione europea, le rappresentazioni di Germania e Francia come di occupanti che ci vessano col mercatismo e la grandeur del mini-Napoleone, la demonizzazione della Merkel ritratta coi baffetti da Hitler. Non perché la Lega non abbia ragione sulla cessione di sovranità imposta dai trattati; ma perché quell’afflato si rivela nella sua natura di posa, di chincaglieria a-ideologica, di orecchiamento dell’alt-right bannoniana, non di sincero sentimento maturato sul rispetto del nostro passato popolare.

Nel mito fondativo salviniano l’invasore è l’africano, l’islamico, che insidia le nostre “radici cristiane” e ci ruba i soldi, l’oro, il lavoro, la casa, la precedenza negli ospedali e negli asili pubblici (ne consegue che l’immigrato deve lasciarsi morir di fame mentre Salvini ferma con circolari via Twitter ogni barcone tenti di raggiungere il suolo patrio). È per questo che il valore della triplice guerra – di classe, civile e patriottica – che fu la Resistenza è inservibile per la propaganda di Salvini: perché è inapplicabile ai demoni che lui ha evocato e alle allucinazioni collettive che ha imposto alla narrazione nazionale. Piuttosto che della democrazia, Salvini è impegnato a passare alla storia come difensore della proprietà privata e delle sue adiacenze; i fucili che gli piacciono non sono gli Sten del Partigiano Johnny, ma i Beretta delle fiere d’armi con cui fare pfu pfu nelle foto sui social, vellicando chi non vede l’ora di usarli perché “la difesa è sempre legittima”; alla Resistenza preferisce la Battaglia di Legnano, condotta (forse) da quell’Alberto da Giussano di cui i leghisti indossano la spilletta come gli iscritti al club di Topolino.

Tutto sommato, per fortuna non si è appropriato, inquinandolo, del 25 aprile. Il motivo per cui la Liberazione e Salvini sono inconciliabili come l’acqua e l’olio è profondo, e non potrebbe essere risolto nemmeno per mezzo della più raffinata opera di comunicazione. “Come movimento antifascista, come rivoluzione democratica, come movimento patriottico”, ha scritto Bobbio, “dobbiamo riconoscere che la Resistenza ha vinto. Questa è storia, la nostra storia, piaccia o non piaccia. Chi rifiuta la Resistenza, rifiuta questa storia: si mette fuori dall’Italia vivente, invoca un’Italia di fantasmi o peggio di spettri”.

Mail box

 

Radio Radicale, risorse sprecate ma l’archivio va salvato

Radio Radicale ha sicuramente svolto un ruolo importante nel panorama informativo di questo Paese. Sulle sue frequenze abbiamo spesso sentito l’orgogliosa rivendicazione di svolgere un ruolo che sarebbe spettato all’emittenza pubblica. Ora che questa si è attrezzata con la rete Rai GR Parlamento, che si affianca alle dirette streaming dalle Camere, è evidente che qualcosa è mutato proprio nella direzione auspicata dai Radicali. E chi legittimamente governa, ha il dovere di mettere in discussione ogni decisione precedentemente assunta che non risponde più a scenari fortemente cambiati, anche grazie alle nuove tecnologie, negli ultimi decenni.

Soprattutto per razionalizzare l’impiego delle risorse pubbliche, provenienti cioè dalle nostre tasse. Vale per l’obsoleto progetto del Tav, come per Radio Radicale, che per una parte della sua programmazione diventa doppione di iniziative pubbliche. Non si capisce perchè i cittadini che già pagano queste, dovrebbero anche sostenere un’impresa privata “partitocratica”, per dirla con linguaggio “pannelliano”. Diverso il discorso sugli archivi. Ma sulla loro acquisizione a patrimonio pubblico, lo Stato potrebbe investire, garantendo così risorse vitali per mantenere in vita la radio. Stupisce poi la presa di posizione di tanti giornalisti che con appelli pubblici e sfilata ai microfoni dalla stessa radio, ne lodano la funzione insostituibile di garanzia della pluralità di informazione, unica, o quasi, garante di una informazione libera e democratica capace di dare voce a tutte le opinioni per consentire il principio democratico del “conoscere per deliberare”. Pubblica dichiarazione di colpa, autoconfessione desunta da autoanalisi, improvvisa scoperta dello specchio davanti al quale mettersi per riflettere sul proprio ruolo e interrogarsi sulla maniera in cui lo si svolge? Non sarebbe, deontologicamente, compito di ogni giornalista garantire una corretta informazione? Se non è così – come Marco Pannella ha spesso denunciato, specie in riferimento al servizio pubblico radiotelevisivo – allora ben venga una riflessione generale – e utili saranno quegli annunciati Stati generali dell’informazione – che ci aiuti a risalire nella classifica della libertà di stampa che, a livello internazionale ci vede, da troppo tempo, navigare nella parte bassa.

Melquiades

 

Il Pd dovrebbe riconoscere la causa del suo fallimento

L’altra sera Walter Veltroni, in un’intervista televisiva, ha detto tante cose più o meno opinabili. Una, però, è falsa e credo sia il caso di farlo notare. Egli ha detto che la colpa del successo della Lega è dei 5Stelle che hanno cercato la Lega anziché il Pd, per formare il governo dopo le elezioni del 4. Nulla di più falso! Fu Renzi che, a quei pochi che volevano “parlare” con i 5Stelle disse: “SENZA DI ME”! Questa frase è diventata famosa a indicare il tradimento del Partito democratico. Infatti l’indicazione dell’elettorato del Pd era chiarissima: due milioni di voti erano passati dal Pd ai 5Stelle. Questa era l’indicazione dell’elettorato che Renzi e il Pd, hanno tradito. Da questo è arrivata al Paese tutta la vergogna di trovarsi un ministro dell’Interno quale quello che abbiamo.

Un elettore di sinistra

 

Stop alle Grandi opere: M5S fa bene a tutelare il paesaggio

Condivido un solo punto nei programmi dei 5 stelle: lo stop alle nuove “grandi opere”. Non abbiamo una Italia di ricambio. È giusto tutelare l’ultimo “Paesaggio Italiano”, cioè la nostra “assicurazione” sul futuro. Il “belpaese” è un mito decaduto. Decenni di “condoni”, malaffare diffuso e grandi opere discutibili (più utili alla speculazione che ai cittadini), hanno depauperato il nostro patrimonio paesaggistico, che era unico al mondo. Serve una sola grande opera: la manutenzione! Questa fa bene all’economia e porta lavoro alle comunità, non le “grandi opere”. Non sappiamo tenere in ordine le infrastrutture esistenti e vogliamo farne di nuove? Basta offendere il paesaggio. Qui i 5stelle hanno ragione, spero reggano.

Fabio Baldrati

 

DIRITTO DI REPLICA

In riferimento all’articolo “Lo spin doctor Morisi, il social manager” pubblicato ieri a pagina 9 de il Fatto Quotidiano, precisiamo che Luca Morisi non lavora all’Università di Verona dal 31 marzo 2016, come riportato sul sito di ateneo al seguente link http://www.dsu.univr.it/?ent= persona&id=6400&lang=it

Ufficio stampa e Comunicazione Università degli Studi di Verona

 

Cara Wanda Marra, per la sincera stima che Le porto, in riferimento al Suo articolo apparso ieri sul Fatto Quotidiano, vorrei ricapitolare brevemente la mia posizione sul rapporto tra il Pd e il M5S. Tra questi due partiti non vi è la possibilità di un’intesa e di una collaborazione di governo. Se l’attuale esecutivo Conte dovesse cadere, la sola strada che rimarrebbe sarebbero le elezioni anticipate. Guai in questo momento a dare una stampella a Di Maio che sta deludendo una parte grande del suo elettorato. Il compito del Pd è di riconquistare in modo intelligente e superando la politica dell’insulto il popolo che ha abbandonato la sinistra. Una parte non piccola di questo popolo ha votato proprio il Movimento di Grillo. La ringrazio dell’attenzione e sicuramente avremo modo di parlare ancora nel Suo giornale di questi temi così urgenti e attuali.

Goffredo Bettini (esponente Pd)

Sanzioni all’Iran. Gli Usa sono prepotenti: approfittano della debolezza dell’Italia

Potreste cercare di farmi capire perché gli Stati Uniti, per diritto divino?, hanno la facoltà di imporci obblighi di non ottemperare a contratti commerciali, magari per noi vantaggiosi, con Paesi a loro sgraditi – vedi Russia, Cina e recentemente Iran –, pena gravi sanzioni? Questi campioni di “democrazia” che a loro volta possono stracciare impunemente trattati, vedi quello sul clima o per il nucleare con lo stesso Iran, sottoscritti da altri americani!

Mauro Stagni

 

Gentile Mauro, la sua è una domanda che mi faccio spesso anch’io e che mi frulla in mente con più intensità del solito da quando gli Usa hanno ottenuto dal Canada l’arresto a Vancouver della signora Meng Wanzhou, chief financial officer di Huawei, colosso delle telecomunicazioni cinese. Poiché la Huawei fa affari con l’Iran, ignorando la decisione di Trump – unilaterale e sconfessata da tutti gli altri Paesi firmatari, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia e Germania, oltre all’Iran – di uscire dall’accordo sul nucleare concluso nel novembre del 2015 e di reintrodurre le sanzioni, Washington ha emesso un mandato di cattura riconosciuto in Canada e ha avviato una procedura di estradizione che, quattro mesi dopo, deve ancora concludersi. La signora Meng non ha compiuto nessun reato per la legge cinese o di qualsiasi altro Paese, tranne per gli Stati Uniti, e non ha compiuto nessun reato sul territorio statunitense. Eppure, “dura lex (americana), sed lex (americana)”. Il problema, a mio avviso, non è tanto che gli Usa di Trump – ma accadeva anche prima: noi ne sappiamo qualcosa, con il Cermis – ci chiedano di rispettare la loro legge, ma che noi europei lo facciamo supinamente, ancor prima di esservi costretti: all’annuncio della fine, il primo maggio, dell’eccezione per l’Italia e altri sette Paesi all’acquisto di petrolio iraniano, noi ci siamo precipitati a dire che tanto non lo compravamo già più, perché prima o poi non avremmo potuto comprarlo. E tutte le grandi aziende europee si sono adeguate ai diktat americani, perché fare affari con l’Iran è bello, ma perdere gli affari con gli Usa è peggio. Washington è prepotente, è vero, ma approfitta della nostra debolezza e acquiescenza.

Giampiero Gramaglia

Un leghista doc al posto di Di Mare a Uno Mattina

In arrivola prima vera novità sul fronte della conduzione nella Rai gialloverde. Si tratta di Roberto Poletti, che da lunedì 10 giugno sarà il nuovo conduttore di Uno Mattina Estate, in sostituzione di Franco Di Mare, insieme a Valentina Bisti. Poletti è un volto noto e arriva da Mediaset: da qualche anno è l’inviato di punta delle trasmissioni di Paolo Del Debbio, dove è stato spesso impegnato a tener buona la piazza di turno, prima a Dalla vostra parte e ora a Dritto e rovescio. I lombardi, poi, lo conoscono per la conduzione di numerosi programmi a Telelombardia, dove per anni ha condotto Buongiorno Lombardia. Poletti ha mosso i primi passi a L’Indipendente di Vittorio Feltri, ma nel corso della carriera è stato anche direttore di Radio Padania (in epoca bossiana) e collaboratore di Libero, mentre nel 2006 ha avuto un passaggio da parlamentare, eletto alla Camera nella lista dei Verdi di Alfonso Pecoraro Scanio, dimettendosi però prima della fine del governo Prodi. Nel 2015 ha scritto il libro Salvini & Salvini, il Matteo pensiero dalla A alla Z. Su Radio Lombardia conduce la trasmissione Magna Magna, le porcherie della settimana.

Torino capitale del tennis: ecco le Atp Finals

Le Atp Finals a Torino. Dopo Londra e Shanghai, superando Tokyo e Singapore. Quando è nata l’idea, nell’estate 2018, non ci credeva nessuno. Oggi, dopo mesi di trattative, polemiche politiche, fondi stanziati in extremis e contratti firmati a notte fonda, è realtà. Come anticipato domenica dal Fatto , c’è l’ufficialità: dal 2021 l’Italia ospiterà per cinque edizioni il prestigioso torneo di fine stagione fra i migliori 8 giocatori. Un annuncio che fa di Torino la nuova capitale mondiale del tennis. E vale almeno 400 milioni complessivi per la città di Chiara Appendino, che ha fortemente voluto l’evento.

Trenta partite concentrate in una settimana di novembre, tutte sullo stesso campo, fra i più forti al mondo. Circa 250 mila tifosi attesi ogni anno per seguire le sfide fra Federer, Nadal e i loro eredi, visto che i campioni che hanno segnato l’epoca contemporanea sono ormai a fine carriera e sicuramente non saranno in campo fino al 2026 (questa è anche una delle incognite principali dell’organizzazione, ma le nuove leve, i vari Tsitsipas, Zverev, Thiem, Shapovalov, promettono bene). Il PalAlpitour, il palazzetto da 18mila posti costruito per le Olimpiadi 2006, gremito, intorno una piccola “città del tennis”, alberghi pieni, turisti per le vie del centro. Le stime parlano di un giro d’affari in città da 80 milioni, tra indotto diretto e indiretto.

Il torneo in sé avrà un budget annuale da 50 milioni di euro. Su questa cifra incidono molto il montepremi (13 milioni) e la tassa da pagare a Atp. È per questo che serviva l’intervento del governo: i 15 milioni l’anno (78 in totale) stanziati su richiesta del M5S e del sottosegretario Simone Valente colmeranno la differenza con le entrate, circa 35 milioni tra sponsor e ticket (quanto fatturano gli Internazionali del Foro Italico, per intenderci).

Proprio su questo contributo il progetto aveva rischiato di arenarsi sul più bello a febbraio, quando Torino era entrata nella “short list” delle 5 finaliste, ma le garanzie governative erano diventate un caso nazionale, tra i 5 stelle desiderosi di regalare un grande evento alla loro sindaca e la Lega che non faceva sconti. Per convincere il sottosegretario Giorgetti a sbloccare il decreto il Movimento ha dovuto mobilitare il premier Conte in persona e pagare un prezzo politico alto (cioè il finanziamento dei Giochi di Milano-Cortina). Oggi, però, può rivendicare un grande successo. “Sono emozionata, è un sogno che diventa realtà”, esulta la sindaca Appendino, che riceve i complimenti di Beppe Grillo (“Grande Torino, grande Chiara!”), e non risparmia una frecciata alle Olimpiadi. “Non ho rimpianti, questo è un progetto più coerente: un evento pluriennale che non genera debito e non presenta difficoltà di gestione del post-olimpico”. Il progetto ruoterà su tre “pilastri”: la diffusione sul territorio, l’innovazione e la sostenibilità ambientale. Lunedì i dettagli nella conferenza di presentazione.

È la vittoria anche della FederTennis di Angelo Binaghi, che aveva già portato a Milano le Next Gen Atp (il Masters dei giovani) e ora con le Finals, senza dimenticare gli Internazionali di Roma, diventa la Federazione più presente nel circuito mondiale. Non è stato facile: ci è voluto un gran lavoro del suo staff (a partire dal direttore Diego Nepi), la collaborazione del Credito Sportivo di Andrea Abodi, un contributo economico importante del governo. L’Italia sarà il Paese del tennis, Torino la sua capitale.

Bye bye “Madamine apolitiche”. Ora fanno politica col Chiampa

Più volte hanno ribadito di essere apartitiche, ma ora che una di loro si candida, sentono di avercela fatta. Le madamine Sì Tav di Torino lo hanno detto sin dall’inizio, da quando hanno organizzato la prima manifestazione contro l’amministrazione di Chiara Appendino e l’immobilismo del governo gialloverde il 10 novembre. Lo hanno ribadito a fine gennaio, quando si è scoperta una “manovra” in vista di una possibile candidatura e poi agli inizi di aprile, punzecchiate dal candidato del centrodestra Alberto Cirio: “La nostra battaglia è apartitica”, ribattevano.

Domenica, Giovanna Giordano Peretti, tra i volti più noti del gruppo, dopo essere salita sul carro (o meglio, sul palco mobile) con l’ex sottosegretario ai Trasporti di Forza Italia, Mino Giachino, è scesa in campo nella lista civica che appoggia la rielezione di Sergio Chiamparino come presidente del Piemonte. Nonostante gli intenti “apartitici”, le altre compagne non le hanno voltato le spalle. Formalmente la 61enne informatica rotariana è uscita dal comitato “Sì, Torino va avanti”, ma altrettanto formalmente resta amministratrice del gruppo Facebook da lei creato, quello con cui sono state organizzate la varie manifestazioni. Qui domenica ha pubblicato un post dal titolo “Le ragioni di una scelta”: “La richiesta è arrivata personalmente da Mario Giaccone, a capo della Lista civica Chiamparino o per il Piemonte per il Sì. Sono tutti cittadini impegnati e lontani dalla politica come professione”. Entrerebbe nel consiglio regionale solo se Chiamparino dovesse vincere le elezioni, quindi non dovrà cercare preferenze per se stessa. Poi ha salutato il gruppo: “Sospendo le mie attività con il comitato, che preserva la sua natura apartitica”, ma si è dimenticata di cliccare sull’opzione “Abbandona il gruppo”.

“Il Comitato resta apartitico – conferma Simonetta Carbone, la comunicatrice di “Sì, Torino va avanti” –. Abbiamo cominciato il cammino al fianco di Giachino, che stimiamo, ma non siamo con lui”. Per placare alcune polemiche ieri una delle quattro madamine rimaste, Adele Oliviero, ha scritto sul gruppo Facebook che “qui non si fa campagna elettorale per nessuno, non è nel nostro progetto”. “Giovanna è una di noi e porterà le nostre istanze – dichiara Patrizia Ghiazza, manager –, ma non ha bisogno del nostro aiuto, anche perché non ha bisogno delle preferenze”.

Hanno un atteggiamento diverso da quello avuto dal comitato quando a fine gennaio si scoprì che Ghiazza aveva registrato il marchio “L’onda”: “Ci stavamo preparando nell’eventualità di una possibile lista civica, su cui stavamo discutendo senza aver preso una decisione – ricorda lei –. La fuga di notizie, poi, ci ha bloccato”. “Sì, Torino va avanti” spiegò la decisione di “non entrare nella competizione elettorale”: “Se Patrizia deciderà di presentarsi alle elezioni, è chiaro che andrà per la sua strada”, diceva una portavoce prendendo le distanze dall’iniziativa. Chiamparino, a sua volta, negava di aver avuto contatti con loro.

Passano le settimane, poi i mesi, la data del 26 maggio si avvicina, il Partito democratico tenta l’abboccamento senza riuscirci, Giachino non le trascina nel suo campo, ma ci riesce il consigliere regionale Giaccone, a guida della lista civica “Monviso”. Con la Giordano Peretti candidata le restanti madamine gongolano: “La questione Tav ora interessa a tutti i partiti ed è centrale nei programmi – fa notare Carbone –. Basta vedere le liste che si rifanno a ‘Sì, Torino va avanti’”. Nel centrodestra c’è la lista di Giachino, “Sì Tav Sì Lavoro per il Piemonte nel cuore”, dall’altra parte c’è il manifesto chiampariniano, “Sì al Piemonte del Sì”. “Il nostro è un gruppo fertile, produce idee ed è ottimo se vengono sostenute sia a destra, sia a sinistra. Si passa dall’influenzare le decisione al prenderle. Io personalmente lo considero un successo”, conclude Ghiazza.