“Il 25 aprile è una ricorrenza festosa, commemorativa e celebrativa più viva che mai perché deve rinascere a nuova vita. Il significato partitico e ‘partigiano’ – nell’accezione peggiore del termine – che spesso le è stato erroneamente attribuito in passato è storicamente inattuale. Oggi può e deve essere chiaro che i Partigiani – nell’accezione migliore del termine – le donne e gli uomini che combatterono gloriosamente a rischio della vita il nazifascismo, lo fecero per tutti noi, donne e uomini liberi grazie a loro, cittadini di una democrazia, qualunque sia il nostro orientamento politico. Per questo motivo, qualunque rappresentante delle istituzioni o leader di partito avanzi riserve o, addirittura, si dissoci da questa celebrazione, rimanendo intrappolato in una controversia novecentesca, per calcolo o per fraintendimento, offende la democrazia a venire”. Lo scrittore Antonio Scurati, autore di M. Il figlio del secolo, romanzo su Mussolini e il fascismo, definisce così, intervistato dall’Adnkronos, attualità e significato del 25 aprile, bacchettando strumentalizzazioni e dissociazioni politiche dalla Festa della Liberazione dal nazifascismo.
Casale 1947, l’omaggio del Grande Torino ai caduti partigiani
Settant’anni fa, il 4 maggio 1949, l’aereo del Grande Torino si schiantava contro la basilica di Superga. Morirono tutti, “sconfitti solo dal fato” come si disse. Due anni prima il capitano granata, Valentino Mazzola, aveva voluto a tutti i costi giocare una partita a Casale Monferrato per onorare i partigiani e la Resistenza: un atto certamente non usuale nel mondo del calcio, neppure in quei tempi. Era il 19 marzo 1947, un mercoledì.
Scrisse La Stampa: “La squadra campione d’Italia è scesa a Casale per disputarvi una partita amichevole a scopo benefico. Lontani ormai i tempi in cui granata e neri a stella erano avversari accaniti, la prova del Torino ha avuto il carattere dell’esibizione e l’utilità di un allenamento”. Sotto “la pioggia battente” e su un “terreno ridotto a un pantano”, il Torino giocò contro il glorioso Casale vincendo 4-1 con doppiette di Franco Ossola e di Mazzola, per i nerostellati realizzò Operto I.
Il giornale torinese, però, non raccontò il retroscena della gara in cui il Toro, a ranghi pressoché completi (mancava il solo Giuseppe Grezar), ha “naturalmente dominato”. Non scrisse che lo scopo era raccogliere fondi per le famiglie dei partigiani caduti, a due anni dalla Liberazione dal nazifascismo. E non disse che, per potere giocare il match, capitan Mazzola, che si era impegnato in prima persona per l’amichevole di Casale Monferrato, aveva dovuto promettere al presidente del Toro, Ferruccio Novo, di vincere il derby con la Juventus del 16 marzo. Mazzola e Novo avevano discusso animatamente di Casale. Forse al presidente, che durante il Ventennio non aveva nascosto qualche simpatia per il fascismo, non piacque molto l’idea di un incontro per dare un po’ di denaro ai familiari dei partigiani morti nei venti mesi della guerra di Liberazione. E poi, quasi sicuramente, aveva fatto notare che per un’amichevole contro una squadra di Serie B potevano bastare le riserve. Ma Mazzola fu inamovibile: a Casale serve la formazione titolare, il pubblico sarebbe stato più numeroso e l’incasso più cospicuo. Novo cedette, anche perché, dopotutto, le sue simpatie per il Duce non gli avevano impedito di aiutare l’allenatore Ernest Egri Erbstein, ebreo ungherese, durante l’occupazione nazista e la Repubblica di Salò, rischiando egli stesso la deportazione. Il presidente del Grande Torino, in ogni caso, pose a sua volta una condizione per la partita di Casale: la vittoria nel derby. Mazzola e la squadra accettarono.
Il 16 marzo, i granata giocano con la Juve. Finisce 1-0 per il Toro, grazie al gol di Guglielmo Gabetto. Commentando la sfida, Bruno Slawiz scrive sul Guerin Sportivo: “Mazzola ha fatto un numero a sé. Un numerone. Quando ci si mette, questo Mazzola diventa spettacoloso. Ha fatto quello che ha voluto. Ha fatto tanto bene che ha avuto il permesso di recarsi a Casale”. Allo stadio Natale Palli di Casale, il 19 marzo 1947, il Toro scende in campo in formazione tipo.
Su Tuttosport si legge: “Intermezzo extra campionato per il Torino che per invito dei partigiani della zona ha compiuto il suo allenamento settimanale contro il Casale, sul campo del Natale Palli. Pioveva. Gran peccato, perché con altro tempo si sarebbe ottenuto un altro risultato di pubblico e di incasso”. Chiosa La Stampa: “Al 2° Ossola metteva definitivamente in porta un pallone già indirizzatovi da Mazzola. Il Casale pareggiava al 13° con Operto I, ma era immediatamente messo in svantaggio da un secondo punto di Ossola. Al 25° terza rete grazie a una splendida rovesciata di Mazzola. Al 30°, poi, ancora Mazzola realizzava. Messo di puntiglio contro tanto avversario il Casale ha fornito, nel complesso, un’ottima prova. Notevoli, nonostante il pessimo fondo, alcune azioni dei campioni”. Alle famiglie dei partigiani, come ricorderà il giornalista Sergio Barbero nel libro L’allegra brigata granata, andarono 180.000 lire. La somma venne consegnata da Mazzola. L’anno dopo, nel 1948, Mazzola e altri quattro compagni concederanno le loro immagini per la propaganda del Fronte Popolare. Capitan Valentino, del resto, come Gabetto e altri, frequentava la redazione torinese de L’Unità, all’epoca di Cesare Pavese, di Italo Calvino e di Davide Lajolo.
L’omaggio ai partigiani di Casale non è l’unico filo rosso che lega il Torino alla Resistenza e all’antifascismo. Il 16 marzo 1945, nel campo di sterminio nazista di Mauthausen-Gusen, in Austria, morì l’ex mediano Vittorio Staccione. Torinese, classe 1904, noto come Staccione I per distinguerlo dal fratello Eugenio. Già centrocampista del Toro, della Cremonese, della Fiorentina e del Cosenza, ritornò a Torino, per fare l’operaio alla Fiat. Nell’album dei suoi ricordi sportivi spiccavano lo scudetto vinto con i granata nel 1926-27, poi revocato, e la militanza con la maglia gigliata della Fiorentina del marchese Ridolfi. A Firenze giocò al fianco di Bruno Neri, romagnolo di Faenza, che dalla Fiorentina, e dalla Lucchese, sarebbe approdato alla Nazionale di Vittorio Pozzo e al Torino, dove avrebbe smesso di giocare nel marzo del 1940.
Neri e Staccione furono accomunati dalla morte e dalla scelta di essere uomini liberi. Neri cadde da comandante partigiano sull’Appennino tosco-romagnolo, il 10 luglio del 1944, ucciso in combattimento dai tedeschi. Staccione I, antifascista dagli Anni 30, nel marzo del 1944 venne cattura a Torino e deportato a Mauthausen. Morì di cancrena il 16 marzo 1945. Aveva il numero di matricola 59160; ad aprile avrebbe compiuto quarant’anni.
Anche il futuro grande attore Raf Vallone, giunto giovanissimo a Torino dalla Calabria, coniugò il Toro e la Resistenza. Indossò la maglia granata in Serie A dal 1934-35 al 1940-41, vincendo la Coppa Italia del 1936. Prese parte alla Resistenza a fianco di noti antifascisti torinesi come il latinista Vincenzo Ciaffi, Carlo Mussa Ivaldi, lo scrittore Guido Seborga. Si salvò dalla deportazione dopo essere stato arrestato dai nazifascisti, con un tuffo nel lago di Como.
“Patto elettorale con la mafia”: indagato l’ex forzista Galati
Secondo i pm c’era un “patto elettorale politico-mafioso” grazie al quale Pino Galati era “considerato dai membri della cosca come un politico a loro disposizione”. Per questo l’ex parlamentare di Forza Italia è accusato di concorso esterno con la ‘ndrangheta. È una delle novità che emerge dall’avviso di conclusione indagini notificato su richiesta della Dda di Catanzaro ai 22 indagati dell’inchiesta “Quinta Bolgia”. L’operazione aveva fatto luce su come le cosche di Lamezia Terme avessero il monopolio di molti servizi all’interno dell’ospedale, di fatto occupato militarmente dalla ‘ndrangheta attraverso i gruppi Putrino e Rocca, veri e propri mattatori di appalti. L’avviso di conclusione indagini è stato notificato a 22 indagati e a 6 aziende. L’ex deputato di Forza Italia Pino Galati, nel novembre scorso, era finito ai domiciliari, poi revocati dalla Cassazione. Nei suoi confronti la Procura ha modificato i capi di imputazione contestando i reati di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e, soprattutto, di concorso esterno con la ‘ndrangheta. I magistrati parlano di un “legame privilegiato” del politico lametino “con taluni esponenti di rilievo della cosca e, in particolare, con la famiglia Iannazzo”.
Le fatture di Parnasi a Cionci che imbarazzano Zingaretti
L’uomo che molti anni fa ha curato la raccolta fondi della campagna elettorale di Nicola Zingaretti è indagato in un fascicolo segreto della Procura di Roma perché ha incassato 296 mila euro nel 2015 dalle società del costruttore Luca Parnasi. Le fatture di Parnasi che giustificano quei pagamenti a Giuseppe Cionci non convincono i pm di Roma. Non è la prima volta che Cionci, imprenditore 60enne amico del segretario del PD Nicola Zingaretti, è indagato per fatture per operazioni inesistenti. Già nell’aprile del 2017 era stato perquisito perché per i pm romani aveva incassato 54 mila euro di fatture sospette – risalenti al 2015 – dalla società di un imprenditore poi arrestato nel 2018 per associazione a delinquere: Fabrizio Centofanti. La società Energie Nuove Srl che pagava era intestata per il 96 per cento alla moglie dell’imprenditore e per il 4 per cento a Stefano Lucchini, capo delle relazioni istituzionali all’Eni fino al 2014 e ora a Banca Intesa, amico di Centofanti e socio finanziario che nulla c’entra nella vicenda.
In quell’indagine era stato perquisito nell’aprile del 2017 anche l’ex capo di gabinetto di Zingaretti in Regione, Maurizio Venafro, anche lui con l’accusa di fatture per operazioni inesistenti su pagamenti ricevuti da società amministrata di fatto da Centofanti.
Cionci è un imprenditore del quale Salvatore Buzzi (condannato in Appello a 18 anni e 4 mesi di reclusione nel processo Mafia Capitale) disse “è l’uomo dei soldi di Zingaretti. Quando abbiamo fatto la campagna elettorale per lui, siamo andati da Cionci”. A Repubblica, il 6 agosto 2015, Cionci replicò: “L’ho denunciato. Risponderà di calunnia per le sue accuse gravissime quanto false”. Nell’articolo del quotidiano l’imprenditore veniva definito “architetto della sua (di Zingaretti, ndr) lista civica nel 2008, quando venne eletto presidente della Provincia e quindi tra i fund-raiser del suo comitato elettorale per l’elezione a governatore del Lazio (2013)”.
Proprio a questo articolo del quotidiano, fa riferimento la Sos, segnalazione per operazione sospetta, dell’Uif, Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia. La segnalazione è stata inviata alla Procura di Roma e contiene un grafico in cui sono indicati molti pagamenti a decine di soggetti. Tra questi anche quelli di Parnasi a Cionci e quelli delle società di Centofanti a Cionci e a Venafro. Quest’ultimo avrebbe incassato dalla Cosmec mediante fatture per operazioni inesistenti, secondo i pm, 49.920 euro più Iva pari a 10.982 euro. Per i pm Cosmec è amministrata di fatto sempre da Centofanti. In quella relazione Cionci viene definito un “imprenditore collegato al presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti”.
La segnalazione dell’Uif è finita anche nel fascicolo ‘madre’ in cui sono indagate 18 persone: tra queste appunto ci sono Venafro e Fabrizio Centofanti, entrambi accusati di false fatture. Per questa indagine lo scorso 28 marzo la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio.
Proprio partendo dai flussi finanziari della Energie Nuove Srl di Centofanti gli ispettori della Banca d’Italia agganciano Cionci.
Sul conto di Cionci arrivano infatti tre bonifici di 54 mila e 100 euro “disposti a titolo di acconto/saldo fattura tra il 4 agosto e il 19 novembre 2015” dalla Energie Nuove. Non solo ma arrivano anche i soldi di Parnasi, flussi di denaro gli ispettori definiscono “meritevoli di attenzione”. “Si fa riferimento – è scritto nella Sos – in particolare, a otto bonifici per un totale di 296 mila e 844 euro disposti da società del gruppo riconducibile all’imprenditore Luca Parnasi. Come sì apprende da fonti aperte, il sig. Parnasi – scrive l’Uif – è un noto imprenditore romano, vincitore dell’appalto per la sede della Provincia di Roma”. Per l’acquisto della sede della Provincia, come è noto, nel 2013, la Corte dei Conti ha archiviato le accuse di danno erariale nei confronti di Zingaretti.
I bonifici a Cionci, nel periodo che va da aprile 2014 a febbraio 2015, “sono stati disposti da Parsitalia Real Estate Srl”. Da questa società partono cinque bonifici per un totale di 169.548 euro. Poi però “dal maggio 2015 si è sostituita alla Parsitalia la Immobiliare Pentapigna Srl, controllata totalitariamente da Parnasi a far data dal 4 agosto 2015”. Dalla Immobiliare Pentapigna partono altri tre bonifici sui conti di Cionci per un totale di altri 127.296. Così si arriva ai 296 mila euro che hanno insospettito i pm. Su questo Parnasi è stato interrogato: l’imprenditore ha spiegato che era solo un modo per aiutare in quel momento un amico in difficoltà. La risposta di Parnasi non ha convinto del tutto i magistrati che si chiedono il senso di quelle fatture. Nicola Zingaretti non è indagato per questa storia dei bonifici di Parnasi. Mentre è indagato sulla base di una dichiarazione riguardante i presunti pagamenti di Centofanti. Un altro degli arrestati, l’avvocato Giuseppe Calafiore, ha detto ai pm a verbale che Centofanti “era sicuro di non essere arrestato perché riteneva di essere al sicuro in ragione di erogazioni che lui aveva fatto per favorire l’attività politica di Zingaretti”. Secondo Calafiore le erogazioni sarebbero state illecite anche se ha aggiunto “non so con chi trattava tali erogazioni. Lui mi parlava solo di erogazioni verso Zingaretti”. Erogazioni che non hanno trovato nessun riscontro. Anzi. Un altro indagato, l’avvocato Piero Amara, ha dichiarato ai pm: “Nulla so della circostanza che Centofanti erogava risorse finanziarie a Zingaretti”. Il Fatto ha provato a contattare il segretario del Pd tramite il portavoce di Zingaretti, senza esito. Mentre l’avvocato di Giuseppe Cionci, Maurizio Frasacco, ci ha detto: “Non so nulla di questa storia. Cionci è amico di Zingaretti ed era stato, dieci anni fa se non ricordo male, responsabile legale della raccolta dei fondi per la sua campagna elettorale”.
Agcom: “Europee, poco spazio al M5S e Pd sovraesposto”
Un “generaleapprezzamento” per la condotta delle testate, anche se rimane qualche criticità: in particolare, per il poco spazio dedicato al Movimento 5 stelle, rispetto alla sua rappresentanza in parlamento, mentre risulta una sovraesposizione del Pd. È questo il parere espresso dall’Agcom sulla prima fase della campagna elettorale delle Europee, in calendario domenica 28 maggio. Il Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni – si legge in una nota – “ha esaminato i dati di monitoraggio sul rispetto del pluralismo politico e istituzionale da parte delle emittenti televisive” tra l’8 e il 21 aprile.
Il Garante esprime “apprezzamento per la progressiva condotta assunta dalle testate che, ove richiamate, si sono prontamente gradualmente adeguate alle indicazioni”. L’Agcom, però, segnala anche la “sottostima” dei 5 stelle. Non è l’unica nota dolente: su Skytg24, ad esempio, è stata rilevata una “presenza eccessiva dei soggetti istituzionali (presidente del Consiglio e governo) rispetto all’insieme dei soggetti politici”.
Gli europarlamentari italiani diventano “precari”
Come ha scolpito la Costituzione, il voto è personale, eguale, libero e segreto. Non certo, però. Il 26 maggio gli italiani scelgono 73 europarlamentari, li autorizzano a insediarsi al Parlamento di Strasburgo e Bruxelles, a innalzare bandiere sovraniste o socialiste, popolari o populiste, ma il 31 ottobre – appena si concretizza la Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea – qualcuno potrebbe tornare a casa, qualcuno ottenere un ripescaggio, qualcuno annuncerà ricorsi, qualcuno si dovrà rassegnare.
Questo accade perché la Brexit sospesa ha paralizzato l’Ue e, pure se interessa assai poco, la struttura democratica che la sorregge. Gli europarlamentari, non soltanto italiani, diventano precari per un beffardo incrocio di date. Il 22 marzo, a circa una settimana dall’accordo per la Brexit poi fallito e slittato tra Bruxelles e il Regno Unito, il Quirinale ha emanato un decreto, firmato da Sergio Mattarella, per convocare le elezioni europee previste in una sola giornata, domenica 26 maggio. Un testo semplice, di prassi, che richiama la legge elettorale del ’79, le successive modifiche e un provvedimento del Consiglio Europeo del 28 giugno 2018.
Il Consiglio Europeo, a un anno dal voto, aveva fissato i criteri di elezione in caso di Brexit sì e di Brexit no. Con la Brexit sì, parte dei 73 europarlamentari del Regno Unito vengono redistribuiti tra gli Stati membri, nel gruppo c’è l’Italia, che ne guadagna 3. Con la Brexit no, amici come prima, i britannici restano nel Parlamento che conferma la sua formazione originaria. Il Quirinale si comporta seguendo la legge e come se la Brexit fosse imminente, perciò al decreto di un articolo acclude una tabella che segnala le tre circoscrizioni su cinque in cui gli eletti aumentano di un’unità: Nord est, Centro, Sud. Nel frattempo, una decina di giorni dopo la scadenza, i capi di Bruxelles e il governo di Londra rinviano la Brexit al 31 ottobre e consentono ai britannici di selezionare 73 europarlamentari in servizio per un semestre scarso, se non s’inventano ulteriori bizzarrie.
Palazzo Chigi e il Quirinale non sono chiromanti, non potevano pronosticare le convulsioni di Londra e i politici, che hanno compilato le liste, non potevano ignorare il decreto del presidente della Repubblica, perciò il totale dei candidati di ciascun partito fa 76 e non 73 come dovrebbe. Il 26 maggio, però, suggellati dal visto dell’Unione, l’Italia avrà i suoi 73 europarlamentari senza timore, ma gli elettori non sanno, e i candidati neppure, che il 31 ottobre, a Brexit ratificata, il risultato delle urne verrà stravolto per reclutare altri 3 parlamentari nel rispetto di una legge elettorale con preferenze composta da un sistema proporzionale e cinque circoscrizioni. Il tema è complicato, ma la confusione palese: dopo il 31 ottobre, in un modo che adesso nessuno conosce, l’esito elettorale del 26 maggio sarà sottoposto al famigerato algoritmo che dovrà ricalibrare gli effetti dei voti degli italiani con seggi che scompaiono al Nord e spuntano al Sud o viceversa e raggiungere la vetta di 76.
Uno o più europarlamentari, già operativi, potrebbero rientrare in Italia; altri candidati, sconfitti, potrebbero risorgere: la questione riguarda tutti i partiti. O si applica la tecnica, cioè l’algoritmo, o si bruciano milioni di euro in elezioni suppletive in tre circoscrizioni. La seconda ipotesi è la più irreale, ma i giuristi si dividono. Sostiene Marco Giannatiempo, dottore di ricerca in Scienze Politiche a Salerno e collaboratore di YouTrend: “Oggi non sappiamo cosa potrà succedere la sera del 26 maggio. L’Italia potrebbe proclamare 73 parlamentari malgrado il decreto ne indichi 76. A Brexit avvenuta, non c’è altra soluzione che fare una nuova ripartizione applicando la legge e coinvolgendo tutti i partiti. Ciò vuol dire che un eletto al Nord Ovest, di un partito che non cresce con i seggi, potrebbe rincasare per fare spazio a un collega del Sud”.
“Quei tagli sono sopportabili”: a Milano sentenza anti-vitalizi
Per il Tribunale di Milano il contributo di solidarietà imposto ai vitalizi dalla Regione Lombardia non solo è legittimo ma è pure giusto. Lo ha deciso lo scorso 15 aprile esaminando il ricorso dell’ex consigliere regionale Claudio Bonfanti che si era rivolto ai magistrati per chiedere di portare la questione di fronte alla Corte costituzionale. Ma soprattutto per riavere il vitalizio tutto intero e gli arretrati, ossia la decurtazione subita da novembre 2014 al 31 dicembre 2018: 220 euro e 99 centesimi al mese rispetto all’assegno annuo di oltre 35 mila euro lordo che incassa per il decennio in cui è stato al Pirellone fino al 1995.
“Claudio Bonfanti non ha provato l’incidenza della modesta riduzione dell’assegno vitalizio sulla complessiva situazione reddituale. Pertanto non è possibile verificare l’esistenza del sacrificio economico subito” ha premesso il tribunale di Milano sottolineando come il sacrificio l’abbia solo lamentato, ma non ha ritenuto di rendere noto quali siano le sue altre fonti di reddito, al netto dell’indennità regionale. Bonfanti ad ogni modo, secondo i magistrati che non hanno potuto verificare l’entità delle altre sue fonti di sostentamento, non può essere considerato comunque un bisognoso: dal momento che nel 2014 la tagliola prevista dalla legge regionale è scattata infatti solo nei confronti dei soggetti che avevano un reddito annuo complessivo ai fini Irpef superiore ai 18 mila euro.
E la misura dettata da finalità di contenimento della spesa è stata comunque applicata con criteri di progressività. Soprattutto risponde ad esigenze di “eguaglianza sostanziale e solidarietà sociale”. Insomma, il taglio – ha scritto il giudice Martina Flamini della I sezione civile – “è una misura sopportabile, proporzionale efficace e non discriminatoria” senza che “si possa paventare la perdita dei mezzi di sussistenza”. Ma il braccio di ferro è tutt’altro che concluso e non solo in Lombardia: a breve tutte le regioni dovranno rimettere mano al calcolo degli assegni che da giugno dovranno essere erogati sulla base di quanto effettivamente versato da chi ne beneficia. E per alcuni ex consiglieri sarà un bagno di sangue con tagli anche del 40-50 per cento, specie in Lazio, Sicilia e Puglia dove i vitalizi pesano per le casse regionali anche tre volte tanto di quanto non accada al Pirellone che eroga poco più di 6 milioni di euro per questa voce.
In Lombardia il passaggio almeno sulla carta non dovrebbe essere traumatico. Ma il ricorso è sempre dietro l’angolo come spiega il consigliere regionale del Movimento, Dario Violi. “La sentenza del tribunale di Milano è un segnale positivo. Ma sono certo che non si arrenderanno quanti culturalmente non hanno capito che questo privilegio rispetto ai cittadini comuni che si è assicurata la classe dirigente ha contribuito a marcare la distanza tra la politica e la pubblica opinione” spiega l’esponente pentastellato primo firmatario della norma inserita già nel bilancio 2019-2021 approvato a dicembre dalla regione per consentire agli uffici tecnici di avviare il ricalcolo con metodo contributivo per oltre 200 posizioni tra vitalizi diretti e indennità di reversibilità. “Il ricalcolo ora verrà introdotto già con la legge di Semplificazione che stiamo esaminando o con una legge ad hoc da approvare a brevissimo: l’abbandono del sistema retributivo dovrebbe lasciare più o meno invariati 130 assegni e portare a un abbassamento di circa il 10 per cento degli emolumenti per altri 70 ex consiglieri regionali”.
Da Alitalia ai truffati, ecco cosa prevede il decreto Crescita
A venti giorni dalla prima approvazione salvo intese lo scorso 4 aprile, il decreto Crescita ha visto finalmente la luce con risorse pari a quasi 2 miliardi in tre anni. Ecco cosa prevede, oltre alla norma sul bilancio di Roma.
Truffati banche.Arrivano le modifiche: ci sarà un doppio binario, indennizzo diretto per chi ha imponibile Irpef fino a 35 mila euro e patrimonio mobiliare fino a 100 mila euro; abritrato semplice per gli altri. La soglia patrimoniale potrebbe salire a 200 mila euro, ampliando la platesa, ma solo se l’Ue dirà sì (ed è improbabile). Gli indennizzi non arriveranno prima di fine anno: serviranno ancora due decreti attuativi e solo da allora partirà una finestra di sei mesi per presentare le domande.
Alitalia. Vengono definite le modalità di ingresso del ministero dell’Economia e delle finanze nel capitale sociale della newco Nuova Alitalia”. La partecipazione dello Stato è autorizzata nel limite dell’importo maturato a titolo di interessi sul prestito pubblico di 900 milioni concesso alla società dallo Stato, la cui scadenza del 30 maggio viene cancellata.
Ires, Imu & C. Super-ammortamento al 130% sui beni strumentali. Scompare la mini-Ires al 15% sostituita da un taglio progressivo dell’aliquota sugli utili reinvestiti. Nel 2022 si arriverà al 20,5% dall’attuale 24%. La deducibilità dell’Imu sui capannoni passa dal 40% al 50% per arrivare al 70% nel 2022.
Sisma bonus e prima casa. Sconto fiscale al 75% o all’85% per la messa in sicurezza antisismica esteso dalla zona 1 alle zone 2 e 3 di rischio sismico. Rifinanziato con 100 milioni il Fondo di garanzia per la prima casa che concede garanzie fino al 50% della quota capitale di mutui fino a 250.000 euro.
Popolari. Proroga al 2020 del termine per la trasformazione in Spa delle banche popolari, di fatto la Popolare di Bari e la Popolare di Sondrio (quest’ultimna, assai cara alla Lega).
Made in Italy Si istituisce il ‘marchio storico di interesse nazionale’ con un fondo di tutela la cui dotazione iniziale di 100 milioni di euro nel 2020.
Il condono Regioni, Province, città metropolitane e Comuni potranno attivare la definizione agevolata delle entrate non riscosse (multe e tasse locali), stabilendo l’esclusione delle sanzioni.
Costruzioni: Salini vuole la fusione dei big con Cdp, ma è scontro sul suo ruolo
Sulla maxi-operazione di sistema (il “Progetto Italia”) per salvare i colossi delle costruzioni in crisi è in corso uno scontro furibondo tra la pubblica Cassa Depositi e Prestiti e la Salini-Impregilo guidata da Pietro Salini. Ieri l’ad del gruppo è uscito allo scoperto annunciando all’assemblea dei soci che oltre all’aumento di capitale per rilevare Astaldi (225 milioni) – per cui formalizzerà un’offerta entro il 20 maggio – servirà “un aumento anche su Salini-Impregilo, che servirà a comprare anche altre aziende” per dar vita a “un gruppo da 15 miliardi di ricavi”.
Da tempo è allo studio un salvataggio che passi per la fusione dei big in crisi, da Astaldi a Condotte, a Trevi e Cmc. L’aggregatore è stato individuato in Salini-Impregilo, con Cdp a fare da regista. Salini punta a un aumento di capitale da 300 milioni in cui far entrare, oltre alle banche, direttamente il colosso pubblico. I negoziati al momento sono in stallo. La Cassa guidata da Fabrizio Palermo è disponibile a entrare nel capitale ma ha posto come condizione che la governance vada rivista, evitando che il gruppo rimanga a conduzione familiare (oggi la famiglia di costruttori romani controlla il 74% del capitale). Salini, però, non ne vuol sapere e ieri ha alzato il tiro per mettere pressione a Cdp. Dall’esito dello scontro dipende un pezzo dell’economia italiana. In ballo ci sono commesse per 37 miliardi, 28 mila dipendenti e un fatturato di 6,5 miliardi, a fronte di debiti lordi, tra banche e obbligazioni, di 7 miliardi.
“I debiti restano alla sindaca”. Salvini: tre balle in una sola frase
“La Lega è soddisfatta, i debiti della Raggi non saranno pagati da tutti gli italiani, ma restano in carico al sindaco”. Dopo il Consiglio dei ministri notturno di martedì, Matteo Salvini esulta per aver bloccato la norma cui ha imposto il nome improprio di “salva Roma”. In una frase ci sono tre falsità. Primo: “salva Roma” era il nome del decreto che nel 2010 ha creato un bilancio parallelo per la Capitale, quello della gestione commissariale di un debito da 12 miliardi, per far rifiatare il sindaco di destra di allora, Gianni Alemanno. Il governo Berlusconi, artefice della norma, era appoggiato dalla Lega che, quindi, era soddisfatta nel 2010 ma pure poche settimane fa, quando l’articolo oggetto poi dello scontro è stato inserito nelle bozze del decreto Crescita, senza che Salvini avesse nulla da obiettare.
Seconda falsità: “I debiti della Raggi”. La gestione commissariale cerca di saldare debiti creati fino al 2008 (giunta Alemanno) ed è schiacciata da prestiti obbligazionari contratti tra il 2003 e il 2005 quindi sono debiti targati Rutelli-Veltroni-Alemanno e non Marino-Raggi.
Terza falsità: grazie allo stop della Lega i debiti “restano in carico al sindaco”. Con la norma negoziata tra governo e Campidoglio, Roma si sarebbe ripresa debiti e crediti commerciali, il Tesoro si sarebbe fatto carico di una parte delle obbligazioni, cercando di rinegoziarle con le banche. Uno schema a saldo zero che però offre qualche possibilità di risparmio a entrambi i soggetti (il Comune se deve pagare meno debiti del previsto ai fornitori, il Tesoro se strappa ai creditori condizioni migliori del Campidoglio). Se Salvini imporrà lo status quo, i 12 miliardi del debito “antico” continueranno a essere smaltiti molto gradualmente grazie ai 300 milioni versati alla gestione commissariale dal Tesoro, dunque da tutti gli italiani, e ai 200 forniti da Roma, grazie ad addizionali sul reddito dei romani e tasse sui biglietti aerei dagli aeroporti romani.