“Foto inopportuna. Per criticare la Raggi ci sono altri modi”

“Una giovane donna che viene invecchiata di trent’anni… Se si voleva criticare l’operato della sindaca di Roma c’erano altri modi: la sua gestione della città non soddisfa tanti romani. Ritrarla così, con un volto che tra l’altro è poco riconoscibile e non rispondente alle sue sembianze, mi è sembrato poco appropriato: si poteva evitare”. Così Laura Boldrini – ex presidente della Camera, oggi parlamentare di LeU, da sempre un’appassionata e vigile sostenitrice dei diritti delle donne – commenta la copertina che l’Espresso ha dedicato a una Virginia Raggi quasi sfigurata.

Onorevole, è successo anche a lei?

Ci sono quotidiani che hanno solo foto in cui faccio smorfie che mi fanno apparire male: la logica sottende una critica. A volte sono talmente irriconoscibile che salto sulla sedia!


Libero è stato condannato dall’Ordine dei giornalisti per quel titolo parecchio allusivo, sempre riferito alla Raggi, “Patata bollente”.

Quel titolo era sconcertante: all’epoca espressi tutta la mia solidarietà alla sindaca. E per fortuna che finalmente l’Ordine dei giornalisti ha reagito: qualche volta ci dimentichiamo che esiste.

Certe cose ce le aspettiamo più dalla stampa di destra che dall’informazione progressista?

In un Paese in cui c’è rispetto per le donne non sarebbe concepibile un atteggiamento del genere. Il fatto che in Italia esista, vuol dire che c’è molto lavoro ancora da fare. Si sottovalutano le molestie, le offese, le allusioni. E a chi denuncia dicono “fatti una risata, che vuoi che sia”. Se la donna fa presente certe cose, diventa petulante e viene messa alla berlina. Poche donne si ribellano e pochi uomini lo ritengono inaccettabile.

Recentemente l’Agcom ha reso noti i dati delle presenze nei Tg Rai: in un mese, 2 ore e 24 minuti riservati ai politici donne contro le 21 ore e 25 degli uomini. Sono le percentuali della rappresentanza, o c’è anche qualcosa di più?

In questo esecutivo le donne sono pochissime: su 63 tra ministri, viceministri e sottosegretari le donne sono 11, il 17 per cento. La Francia ha un 58 per cento di presenza femminile nell’esecutivo, la Spagna il 65. Siamo più vicini a Kabul che all’Europa… È vero che in Parlamento la percentuale di donne, 34%, è la più alta di sempre. Ma è preoccupante che in tv, specialmente nel servizio pubblico, le figure femminili, di governo o d’opposizione, siano così rare. Una situazione che oscura il ruolo politico delle donne.

È una questione che non riguarda solo la politica.

C’è molto capitale umano femminile che si può mettere a frutto. In Italia solo il 49 per cento delle donne ha un’occupazione. Per questo sto lavorando a una proposta di legge che stimoli l’occupazione e l’imprenditoria femminile, partendo dalla parità di salario e dall’accesso ai ruoli di vertice, raddoppiando la dotazione finanziaria per gli asili nido e prevedendo sgravi fiscali per chi assume donne al Sud.

Le parlamentari sono solidali tra loro? O vale di più l’appartenenza di partito?

Parlo per me: oltre a Virginia Raggi ho difeso anche Giorgia Meloni, che con me non è proprio tenera e spesso usa modi molto maschili, quando è stata insultata per il suo aspetto fisico. In aula ho espresso la mia solidarietà alla collega Matilde Siracusano di Forza Italia, attaccata dai grillini con frasi sessiste. E quel giorno ho ricordato che il ministro Salvini aveva appena esposto alla gogna mediatica sui suoi social network tre ragazze minorenni che lo contestavano. Oltre ad avermi paragonata, in passato, a una bambola gonfiabile.

Le donne hanno troppi timori a occuparsi delle questioni di genere?

Molte temono di perdere autorevolezza occupandosi di questione femminile. Alle mie colleghe dico di non delegare a nessuno l’impegno per l’avanzamento delle donne nella società. Ma è fondamentale tenere alta l’attenzione. Non è un caso che il convegno internazionale delle famiglie si sia tenuto in Italia. Convegno cui ha partecipato un ministro divorziato, con figli da compagne diverse e fidanzate giovanissime: uno che non potrebbe condurre la propria vita in quel modello di “famiglia tradizionale” che a Verona si celebrava. Ma non c’è solo questo: in Iran l’avvocatessa Nasrin Sotoudeh è stata condannata a 38 anni di carcere e a 148 frustate perché difende i diritti delle donne.

“Un patto dell’amatriciana per trovare una soluzione”

“Fratelli d’Italia voterà qualunque provvedimento per aiutare la Capitale”. Onorevole Meloni, sono parole sue. Mica sarà diventata grillina?

Ma non scherziamo. Qui si sta solo giocando sulla pelle di Roma una resa dei conti all’interno della maggioranza. Bisogna far capire bene al vicepremier Salvini che non è Roma a chiedere al governo di essere salvata. La città vuole solo essere trattata da Capitale, un biglietto da visita.

Una mission impossible dopo l’ennesimo strappo del governo?

Fratelli d’Italia da anni ha segnato il tracciato. Quando mi sono candidata sindaco di Roma ho messo al primo punto del mio programma questo tema, che si può risolvere solo concedendo alla città uno status particolare. Voglio leggere la norma inserita nel decreto Crescita e capire meglio.

E poi?

Se è una norma sensata, siamo pronti a votarla, come abbiamo sempre fatto. È una questione culturale. Già i romani sono stati traditi lo scorso ottobre quando la mozione approvata all’unanimità dal Campidoglio per dare più poteri a Roma Capitale poi, una volta in Parlamento, Lega e Movimento 5 Stelle l’hanno affondata. Ora non aspiriamo ad ottenere i 44 miliardi di euro che la Francia ha destinato al progetto Grand Paris, ma Roma deve comunque ottenere una norma per il debito.

Tutta colpa della sindaca?

Le sue incapacità non c’entrano niente con il maxi-debito. E se lo dico io… Ora bisogna fare fronte comune, perché tutti gli attacchi che i quotidiani stranieri fanno a Roma compromettono sempre più il turismo. È forse lo fanno anche apposta.

Serve un fronte comune?

Sì, non ci si dovrebbe dividere politicamente e se serve si può anche fare un nuovo patto. Che sia della “amatriciana” o del “cacio e pepe” non importa: basta salvare Roma.

“È un dispetto alla sindaca. Il Pd è pronto alla battaglia”

“Chi mai può essere contrario a dare una mano ai Comuni in difficoltà finanziaria? Non si può giocare la campagna elettorale sulla pelle di una città e dei suoi abitanti”. Sulla ristrutturazione del debito di Roma Massimiliano Smeriglio, ex vicepresidente di Nicola Zingaretti alla Regione Lazio e ora candidato nella lista del Pd per le Europee, non ha dubbi: “Tutte le amministrazioni vanno aiutate, perché questo è il compito della politica, ma ora la priorità è una: la Capitale”.

Il Pd lo ha detto a Matteo Salvini?

Cosa si dovrebbe dire a un vicepremier che è solo una macchina da propaganda? È gravissimo, inaccettabile, che per fare un dispetto alla sindaca di Roma o ai suoi alleati di governo si sia messo a sparare contro la città. Eppure Salvini sa benissimo che il debito di Roma da 12 miliardi è nato con la giunta Alemanno e allora la Lega mise in atto una delle pagine più brutte della storia politica italiana.

Quale?

Il ‘Patto della pajata’, quando nel 2010 il senatur Bossi, il sindaco Alemanno e la governatrice Polverini trangugiarono polenta e rigatoni con la coda alla vaccinara a dimostrazione che Roma non era ladrona.

Cosa è cambiato da allora?

Ora Salvini per calcoli politici di bottega ha scatenato un attacco violentissimo contro Roma e tutti noi politici dobbiamo difendere la Capitale.

È nata una nuova alleanza Pd-M5S?

No, è un’attenzione ai problemi della Capitale. Anche se il Pd è politicamente lontano da M5S e siamo all’opposizione della Raggi, serve un impegno trasversale per aiutare Roma; non si può boicottare. Siamo pronti alla battaglia: non appoggiamo un sindaco, la cui esperienza è fallimentare, è l’Italia che va salvata.

Svuotato il “Taglia-debito”: così è un danno per Roma

È il paradosso finale di un compromesso che brucia per i 5Stelle. La norma cosiddetta “taglia debito” di Roma viene svuotata e da potenziale beneficio diventa un potenziale danno da quasi 600 milioni per la Capitale. “Così è un distruggi-Roma”, spiegano al Fatto autorevoli fonti di governo.

Dopo lo scontro nel Consiglio dei ministri di martedì notte, la Lega ha ottenuto di peggiorare la norma che doveva entrare nel decreto Crescita. Sopravvivono solo i commi 1 e 7 del testo, mentre vengono cancellati tutti gli altri.

La norma originaria, studiata dalla viceministra Laura Castelli (M5S), prevedeva che lo Stato si accollasse la parte finanziaria dei 12 miliardi teorici del debito storico di Roma, trasferiti nel 2010 dal governo Berlusconi a una gestione commissariale alimentata ogni anno da 300 milioni del Tesoro e 200 provenienti dall’addizionale Irpef comunale e da una tassa sui voli in partenza dalla Capitale. In sostanza, il Tesoro si accolla 3,6 miliardi di obbligazioni con le banche, con l’obiettivo di rinegoziare tassi più vantaggiosi, e riduce i suoi versamenti alla gestione commissariale per pagare gli oneri finanziari (74,8 milioni l’anno). Il piano di rientro dai debiti passa al Comune, e la speranza della giunta Raggi era che il debito commerciale alla fine si rivelasse minore del previsto, così da permettere nel 2021 un taglio dell’addizionale Irpef alla vigilia delle elezioni comunali. L’effetto per lo Stato sarebbe stato neutro, ma si sarebbe evitata la crisi di liquidità in cui la gestione commissariale sarebbe incorsa dal 2022.

Tutta questa parte è stata cassata. Resta solo il comma 1, che accolla a Roma i 600 milioni di crediti che la gestione Commissariale aveva nei confronti dello stesso Comune per effetto del decreto “salva Roma” varato nel 2014 per salvare la giunta Marino. In sintesi: il Comune cancella questo debito, ma riceve i crediti vantati dalla gestione commissariale, che però sono incerti, e quindi deve accantonare un fondo a copertura dei rischi. In sostanza, il Comune di Roma perde dei crediti certi per ottenerne degli altri dubbi, con un potenziale danno da 600 milioni. E senza il beneficio dell’accollo delle obbligazioni da parte del Tesoro che avrebbe ampiamente compensato l’effetto negativo. Non solo. Il comma 7, altro sopravvissuto, consente poi al Comune di erogare liquidità d’emergenza alla gestione commissariale per evitarne il default. Una vera beffa.

Insomma, eliminare del tutto la norma sarebbe stato meglio. I 5Stelle sono furiosi. Sotto accusa è finita la gestione disastrosa del Cdm, con l’assenza in massa dei ministri 5Stelle. L’obiettivo ora è inserire i commi cancellati in fase di conversione del decreto. O di fare un decreto ad hoc che incorpori le norme per aiutare i Comuni in difficoltà. “Se la Lega è interessata il pacchetto è già pronto”, ha spiegato ieri Castelli.

Lega vs M5s: scontro anche sul numero dei migranti irregolari

Con le Europeealle porte, il clima tra Di Maio e Salvini è sempre più teso: le loro posizioni divergono anche sui numeri. Mentre il leader pentastellato, infatti, sostiene che in Italia vivrebbero “quasi 600mila immigrati irregolari”, secondo il Ministro dell’Interno la cifra si aggira intorno a 90mila. Uno dei punti salienti del contratto di governo era stato il rimpatrio di mezzo milione di irregolari; Di Maio ha richiesto al premier Conte di convocare un vertice sulla questione, dicendosi “molto preoccupato” dall’assenza di provvedimenti. Salvini ha risposto convocando una riunione al Viminale con i vertici delle forze di polizia, ribadendo che “gli irregolari stimati sono un numero più basso rispetto a quanto qualcuno va narrando”. “Dal 2015 – continua il ministro dell’Interno – sono sbarcati 478mila migranti: 268mila hanno lasciato l’Italia e sono presenze certificate in Paesi Ue, mentre altri 119mila sono nel sistema di accoglienza italiano”. I 5 stelle però ribattono: “Sorprendono le parole del ministro, visto che fu proprio lui a scrivere nel contratto di governo il numero di 500mila irregolari. Non capiamo il senso di questa smentita, forse perché sui rimpatri ancora non è stato fatto nulla?”.

Fiom: “Un miliardo per l’Ilva e Di Maio lo scopre solo oggi”

Valutare preventivamente l’impatto sanitario è la richiesta avanzata da tempo dalla Fiom Cgil. Ora si scopre che il denaro per le operazioni di bonifica e ambientalizzazione dell’ex-Ilva c’è. Una scoperta tardiva quella fatta dal ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, che ha fatto andare su tutte le furie la segretaria generale della sigla sindacale, Francesca Re David. “È sorprendente che il ministro Luigi Di Maio abbia scoperto oggi l’esistenza di oltre un miliardo di euro. Si tratta del denaro sequestrato alla famiglia Riva, in precedenza proprietaria dell’impianto ex Ilva, che da tempo era destinato a queste operazioni. Tanto entusiasmo, quando sono passati mesi senza dare inizio a questi interventi annunciati oggi”, ha scritto in una nota. Ricordando il ruolo chiave dei metalmeccanici nel monitoraggio del risanamento ambientale, in quanto lavoratori e cittadini, la Re David ha richiesto con urgenza la convocazione di un tavolo tecnico al Mise e “un coinvolgimento formale al tavolo istituzionale per la riqualificazione della città di Taranto e dell’ex Ilva, fin dal prossimo incontro previsto per il 24 giugno”.

De Vito scrive a Raggi: “Non mi dimetto”

“In questo periodo ho pensato spesso, per il rispetto che nutro verso l’istituzione, al fatto di dimettermi dalla carica di presidente dell’Assemblea capitolina, carica che ho amato e che ritengo di avere svolto con onore per un verso, con piena cognizione dei suoi equilibri e tecnicismi dall’altro. Ma non posso, non voglio e non debbo farlo!”.

Con queste parole Marcello De Vito comunica alla sindaca Virginia Raggi, al vicepresidente vicario dell’Assemblea capitolina, Enrico Stefano, ai consiglieri comunali e al segretario generale del Campidoglio, l’intenzione di non dimettersi dalla carica di presidente dell’Assemblea capitolina, reputando ingiusta anche l’espulsione dal Movimento 5 Stelle, avvenuta nei giorni a ridosso dello scorso 20 marzo, quando era stato arrestato nell’ambito di un filone d’indagine collegato all’inchiesta sul Nuovo Stadio della Roma.

Rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, lo scorso 13 aprile l’ex 5Stelle ha affidato a una lettera un obiettivo ben preciso: “Raccontare la mia verità”. “Non sono corrotto né corruttibile e confido nel pieno e positivo accertamento in tal senso da parte della magistratura”, scrive De Vito sottolineando l’iniziale “rabbia e delusione per le parole di abbandono degli ‘amici’”. “Ho reagito. Ho dedicato questo tempo all’anima, la mente e al corpo”, continua il politico arrestato con l’accusa di aver messo a disposizione di alcuni imprenditori la propria funzione pubblica in cambio di consulenze affidate allo studio legale di Camillo Mezzacapo.

L’avvocato, ritenuto essere il socio occulto di De Vito, secondo i magistrati romani avrebbe fatto confluire il denaro con cui venivano pagati gli incarichi professionali nella Mdl Srl, un’azienda divenuta una sorta di cassaforte per De Vito e Mezzacapo. Tutte accuse che l’ex 5Stelle intende ribattere, ritenendosi vittima di una narrazione mediatica “violenta, infamante, squilibrata, iniqua, tesa a influenzare e precostituire un giudicato pubblico. Ho un’altra grande prova da affrontare. Sono pronto per il giudizio”.

Nella lettera non mancano i riferimenti ai vertici del Movimento: “Certamente in questo tempo mi sono chiesto cosa potrebbe decidere il nostro leader (Luigi Di Maio ndr) per se stesso, ove fosse sottoposto a un giudizio: sicuramente proporrebbe un quesito ad hoc, come quello ideato sul caso Salvini-Diciotti, da sottoporre al voto online. Così come ho ricordato che il nostro codice etico prevede l’espulsione dall’M5S solo in caso di condanna e non si presta a opinabili interpretazioni a seconda dei casi o peggio, all’arbitrio del nostro leader”. E ancora: “Mai come in questo momento ho compreso che abbiamo perso totalmente i nostri valori fondanti della solidarietà, della coesione e della condivisione”. In conclusione, spiega di considerare “privo di presupposti qualsiasi atto che mi abbia privato di qualcosa: sia esso la libertà personale, la carica (anche in via temporanea), la stessa iscrizione al M5S. Credo con forza nella Giustizia e Giustizia con forza chiedo!”.

Da settembre addio allo scudo penale: Arcelor è d’accordo

La storia dell’Ilva di Taranto, oltre ad avere la concretezza delle vite e delle morti che la abitano, è anche simbolica di alcune costanti della vita pubblica italiana e, in primo luogo, dell’eterno trasformarsi della montagna delle promesse nel topolino della gestione dell’esistente: a Luigi Di Maio e al M5S, già pasdaran anti-carbone, ora tocca amministrare decisioni prese anni fa, vantare un miliardo per le bonifiche già stanziato da tempo, vendere una fabbrica “verde” che non esisterà mai e portare a casa l’unico risultato della fine del “salvacondotto” penale per chi gestisce l’acciaieria che fu dei Riva preso, peraltro, in accordo con gli interessati.

Ecco, quest’ultimo fatto, che è la novità di giornata, è a sua volta simbolico di quale ginepraio assurdo sia la produzione legislativa nel nostro Paese. Ilva, com’è noto, è stata oggetto di una dozzina di decreti e poi di un contestato iter di vendita alla multinazionale ArcelorMittal, che da qualche mese amministra gli impianti. In uno dei molti “salva Ilva”, precisamente il numero 1 del 2015, fu messa nero su bianco la possibilità per gli amministratori della fabbrica di delinquere senza essere puniti: nell’attuazione del Piano ambientale, stabilì il governo Renzi, le condotte dei commissari governativi o degli acquirenti “non possono dar luogo a responsabilità penale o amministrativa” in materia “ambientale, di tutela della salute, dell’incolumità pubblica e di sicurezza sul lavoro”. Praticamente, tutto.

Nel cosiddetto “decreto crescita” approvato martedì notte c’è la fine di questo regime extralegale. La bozza uscita dal Consiglio stabilisce che l’immunità varrà solo per i provvedimenti che servono a realizzare il Piano ambientale e solo se nei tempi previsti e dal 30 agosto 2019 riguarderà i commissari governativi (dovranno occuparsi delle bonifiche) e non anche i manager di Arcelor.

Messa così pare (quasi) semplice. In realtà c’è chi sostiene che quella tutela legale sia già scaduta il 30 marzo. Lo scrive, ad esempio, il gip di Taranto Benedetto Ruberto nell’ordinanza dell’8 febbraio con cui “denuncia” quella norma alla Consulta: il gioco a incastri tra i vari provvedimenti sull’Ilva – sostiene il giudice – assegna al “salvacondotto” 18 mesi di vita a partire dal Dpcm del 29 settembre 2017 che ha riscritto il cronoprogramma ambientale (la scadenza è quindi fissata al 30 marzo 2019). L’Avvocatura generale dello Stato, però, è di parere opposto: il salvacondotto penale – ha scritto il 7 agosto scorso – vale “per tutto l’arco temporale in cui l’aggiudicatario sarà chiamato ad attuare le prescrizioni ambientali impartite dall’amministrazione. Detto arco temporale risulterà quindi coincidente con la data di scadenza dell’Autorizzazione ambientale in corso di validità (23.08.2023)”.

D’altra parte anche nel contratto firmato il 28 giugno 2017 tra i commissari Ilva e ArcelorMittal c’è un riferimento diretto all’estensione del termine dei 18 mesi previsto dal decreto 1 del 2015 addirittura come possibile causa di nullità dell’accordo: quella estensione poi arrivata col Dpcm del settembre 2017 e l’accordo ancora “secretato” del 2018 tra governo e ArcelorMittal, secondo l’Avvocatura generale, trascina con sé anche la “esimente penale”.

Riassumendo, il salvacondotto c’era e a da settembre non ci sarà più, almeno per i manager della multinazionale. La decisione, sostengono fonti governative, è stata presa in accordo coi nuovi proprietari di Ilva e non dovrebbe dar luogo a ricorsi. Il prossimo scontro, però, è solo rimandato: il governo ha avviato un monitoraggio epidemiologico che dovrebbe condurre – in tempi non lunghi – a costruire la nuova Valutazione integrata d’impatto ambientale e sanitario (Viias) richiesta dai comitati cittadini e assai più stringente per l’acciaieria. L’ad Matthieu Jehl ha già detto al Corsera che non se ne parla: “Abbiamo investito qui sulla base di norme e regole concordate col governo per la risoluzione dei problemi. Chiediamo certezza del diritto”. Peraltro, sui tempi medi, in ballo c’è pure la certezza del governo…

Di Maio torna a Taranto: per i comitati è un nemico

Il giovane capo che prima era una speranza ora è l’uomo in blu a cui gridano traditore da dietro le transenne di una città blindata, “più di quando venne Matteo Renzi nel 2014” dicono tutti, ed è un paragone che è già uno schiaffo. Ma nel giovedì in cui Luigi Di Maio appare a Taranto a giurare che pagherà il suo debito di fiducia sull’Ilva, il mostro che doveva chiudere e che invece è ancora lì, a colorare i palazzi e i polmoni di rosso, la scena è quella di una nemesi. Con il leader del M5S costretto a tornare nella città della grande promessa infranta proprio ora, adesso che il suo governo è sul filo, appeso a un sottosegretario indagato e a mille, quotidiane liti.

Scaramucce dentro quei Palazzi che il Movimento si è preso anche grazie a Taranto e alla Puglia dove il 4 marzo 2018 fu quasi 50 per cento per i 5Stelle. Poi sono successe tante cose, e allora in un giorno di primavera con tanto vento (“Lei è fortunato, oggi si respira”), a un mese dalle Europee che saranno un verdetto, Di Maio arriva nella città dell’acciaio e della mattanza dei tumori con altri quattro ministri, Giulia Grillo (Salute), Barbara Lezzi (Sud), Sergio Costa (Ambiente) e Alberto Bonisoli (Cultura). Assieme entrano dentro la prefettura circondata da oltre cento agenti e scorte varie, incontrano per ore enti locali, sindacati e associazioni. E il vicepremier annuncia e promette. Annuncia che l’immunità penale concessa ai vertici di ArcelorMittal è stata cancellata da qualche ora, con il dl Crescita: “Da agosto non ci sarà più alcuno scudo. Del resto nel contratto firmato dal mio predecessore non era prevista”. Sulla questione però c’è diffuso scetticismo: il testo definitivo non è ancora noto e anche il governatore Michele Emiliano non si sbilancia: “Aspettiamo di vedere cosa c’e scritto”.

Ma nella lunga giornata che lo ha portato anche a visitare il Parco minerali della fabbrica per valutare lo stato di avanzamento della copertura, Di Maio ha soprattutto promesso. “A Taranto avrà sede il ‘Tecnopolo del Mediterraneo’, una fondazione che dovrà attrarre start up innovative e ricercatori per compiere passi in avanti su tecnologie, energie rinnovabili e nuovi materiali”. Ci sono tanti soldi da spendere, “oltre 600 milioni di euro che offriranno a questa terra una nuova vocazione” sostiene il vicepremier. Suonano come promesse elettorali, e infatti lui giura che tornerà a Taranto il 24 giugno, “dopo il voto” ricorda. Ma è tutto una tabella, Di Maio: “In questi due mesi dovranno essere stilati i cronoprogrammi per i tre tavoli che segneranno la svolta per la città: il primo su Innovazione, lavoro e impresa, il secondo su riqualificazione urbana e il terzo e più importante su salute e ambiente”.

Però la partita su cui si gioca molto, la via per sanare la ferita con Taranto, si chiama Viias (Valutazione integrata di impatto ambientale e sanitario). Tradotto, uno studio per valutare gli effetti sulla salute della gente e sull’ambiente delle scelte di Arcelor, dal livello delle emissioni ai materiali utilizzati. Una selva di numeri che dovrebbero condizionare i limiti produttivi e le tecniche di produzione della nuova Ilva. “Lo faremo con una modifica a un decreto interministeriale” garantisce Di Maio.

E la promessa esce da un altoparlante piazzato dietro a una transenna, a un metro dalla zona rossa, e va a sbattere contro le facce poco convinte di un gruppetto di tarantini. L’inferno che temevano anche a Palazzo Chigi non c’è. Ma molto, quasi tutto, si è rotto con la gente, così un gruppo di iscritti del M5S con tanto di bandiera in mattinata si prende insulti e anche le urla di un uomo, furibondo: “Assassini”. La rabbia arriva fin davanti agli occhi di Di Maio, e ha la voce e il volto di Carla Lucarelli, madre di Giorgio Di Ponzio, ucciso da un tumore a gennaio. Anche lui vittima dell’aria avvelenata.

Carla entra in prefettura, partecipa a uno dei tavoli. E lo dice al vicepremier: “Mio figlio è morto tre mesi fa, non è cambiato nulla, vuole sulla coscienza i bambini che moriranno?”. E Di Maio si ribella: “Non permetto a nessuno di dire che abbiamo morti sulla coscienza, vengo dalla Terra dei Fuochi, ho avuto parenti morti di tumore”. Ma le associazioni non dimenticano e non perdonano. L’attore Michele Riondino l’anno scorso fece campagna elettorale per il M5S, ma ieri dentro la prefettura scandisce l’accusa, dal microfono: “Ci avete tradito, i voti che avete preso qui non li rivedrete più”. È l’anatema, di quelli che ci credevano.

Di Maio incassa, e si aggrappa a sillabe auliche: “Tutti gli italiani sono in debito con Taranto, e tutti i tarantini sono in credito con gli italiani”. Ma fuori ci sono sempre quei volti, di chi non vuole ascoltare altro. E in serata si fa sentire anche l’antico nemico, Renzi: “A Taranto si è costruita una zona rossa, cosa che il nostro governo non aveva mai fatto”. Cinque anni fa a lui tirarono bottiglie. Perché i governi passano. Ma la rabbia è sempre lì. Come l’Ilva.

Caro ministro Matteo Salvini, la mafia ha fatto anche cose buone

Caro Ministro Salvini,

qualche giorno fa lei ha dichiarato che considera la festa del 25 Aprile un derby tra fascisti e comunisti, e che non è interessato a questo tipo di derby. Oggi, infatti, sarà a Corleone perché il suo interesse è quello di liberare il Paese dalle mafie e guardare al futuro e non al passato. Se mi permette le voglio raccontare una storia. La storia di alcuni uomini e di alcune donne che anni fa presero una decisione: combattere per la libertà.

Sapevano che mettersi contro un’organizzazione ben strutturata, che aveva ormai preso possesso di ogni parte dello Stato, avrebbe complicato loro la vita e quella dei loro familiari. Ciononostante decisero di andare avanti. Sapevano anche quanto la possibilità di venire uccisi fosse alta. Ciononostante decisero di non indietreggiare. E se uno di loro veniva ucciso, la staffetta non si fermava.

Politicamente la pensavano in maniera diversa, fra loro c’erano molti cattolici, ma anche comunisti e repubblicani. Ma quello che li univa era il bisogno di libertà.

Non tutta la popolazione, purtroppo, sostenne queste persone. Anzi, spesso, una parte del popolo prese le distanze o addirittura gli si mise contro. Ma loro non si arresero.

Molti protagonisti di questa storia sono morti, altri sono sopravvissuti e spesso passano il loro tempo a ricordare il sacrificio di chi non c’è più.

Lei penserà di certo che si tratti dell’ennesimo retorico racconto sui partigiani di un radical chic con il cuore a sinistra e il portafogli a destra, che scrive dal terrazzo del suo attico e che non conosce i problemi reali del Paese. Se è così, si sbaglia. Innanzitutto perché non le sto scrivendo dal terrazzo del mio attico: purtroppo non ne possiedo uno, anche se mi piacerebbe tanto averlo (ma mai tanto quanto una villa a Mondello!). No, le scrivo da un banale primo piano con balconcino. E si sbaglia, anche, perché ciò che in realtà le ho appena raccontato è la storia della lotta alla mafia.

Le ho parlato di persone che politicamente la pensavano in maniera diversa (chi di sinistra e chi di destra) e che, nonostante fossero osteggiati da gran parte della cittadinanza, decisero di prendere una posizione e realizzare l’impossibile: sconfiggere la mafia per vivere in libertà. E lo fecero con l’aiuto di Dio, se credenti, per la loro famiglia e per la loro Patria.

È incredibile. La storia dei partigiani, di chi ha combattuto il fascismo, somiglia molto a quella di chi ha combattuto la mafia. Allora dire che la festa del 25 Aprile è un “derby tra fascisti e comunisti” ricorda tanto ciò che si diceva negli anni Ottanta sul Maxiprocesso, e cioè che fosse un derby che riguardava la mafia e l’antimafia, un derby fra mafiosi e magistrati. E noi normali cittadini non dovevamo curarcene. Falcone e Borsellino, cito loro per tutti, incominciarono a morire in quegli anni, proprio per questo nostro disinteressarci.

Non capire chi sono i veri patrioti di un Paese – o probabilmente fingere di non capirlo – è gravissimo, perché non si può progettare un futuro senza ricordare il passato.

Dare un colore politico alla Resistenza italiana è profondamente ingiusto, sbagliato e storicamente falso: gli unici colori che possiamo attribuirle sono rosso, bianco e verde. Quelli del tricolore.

Quando lei, signor ministro, non riesce a dire che il fascismo fa schifo (e in quelle poche volte in cui lo fa aggiunge sempre frasi del tipo: “Ma anche il comunismo ha ucciso molte persone”), mi ricorda tanto quelli che a Palermo non riescono a dire che la mafia fa schifo e, quando costretti ad ammetterlo, aggiungono: “Ma la vera mafia è a Roma” (con la variante: “La mafia è nelle istituzioni”).

Tutte le riflessioni sono ben accette e spesso necessarie, ma soltanto se si parte dall’assunto di base, che è uno solo. Altrimenti la riflessione rischia di essere esclusivamente una collusione culturale.

Ogni 25 aprile, ogni 23 maggio, ogni 19 luglio (e anche qui purtroppo le date da citare sarebbero tantissime!) ricordiamo i Patrioti morti per la libertà del nostro Paese, a prescindere dal colore politico, anzi, al di là del colore politico.

Lei forse ha le idee poco chiare, perché per anni ha ricordato, e lo raffigura ancora nel simbolo del suo partito, Alberto da Giussano, il patriota della Padania. Ecco, immagini la stessa situazione, ma con patrioti realmente esistiti, spesso realmente morti, che hanno difeso una nazione reale.

Probabilmente, una volta giunto a Corleone, troverà una parte del paese che sottovoce le dirà che la mafia è nelle istituzioni, che il vero nemico è lo Stato e che alla fine “la mafia ha fatto anche cose buone”. Una frase che dovrebbe ricordarle qualcosa… Poi incontrerà l’altra parte del paese che farà una coraggiosa e instancabile “RESISTENZA” alla mafia, senza equivoci e senza esitazione, per difendere la democrazia e la libertà, faticosamente conquistate.

E temo che lo spirito della RESISTENZA la “perseguiterà” anche lì. Perché, che piaccia o meno, signor ministro, lo spirito della RESISTENZA è stato e sempre sarà la salvezza di questo Paese!

*Se avessi avuto un attico con terrazzo, oggi avrei fatto sventolare con fierezza la bandiera italiana. La stessa che voi leghisti, sovranisti dell’ultima ora, qualche anno fa volevate usare per “pulirvi il culo”. Fortunatamente la cacca dei vostri “culi” non ha mai sfiorato il nostro Tricolore, rimanendo così solo nei vostri “culetti” padani.