Berlusconi: “Matteo uomo forte? È solo un’illusione ottica”

“Stacchi la spina o sarà complice del disastro”. Silvio Berlusconi accusa Matteo Salvini che definisce “un’illusione ottica”. Per la precisione: “Salvini passa per essere l’uomo forte di questo governo, ma in realtà è un’illusione ottica: le scelte importanti, soprattutto in materia economica, sono dettate dai Cinquestelle e dalla loro ideologia pauperista, diretta erede della peggiore sinistra del ‘900”.

Dichiarazioni contenute nell’intervista rilasciata al quotidiano Il Foglio oggi in edicola. “D’altra parte – prosegue l’anticipazione – il governo Conte senza i voti di Salvini non potrebbe esistere, né commettere i disastri che stanno trascinando l’Italia nel baratro. Tanto più la Lega tarderà a staccare la spina, tanto più sarà corresponsabile di quello che sta accadendo”. Il senatore azzurro Maurizio Gasparri parla di “chiarezza e lucidità con cui Berlusconi indica per l’Europa un futuro costruttivo con un’alleanza tra le forze liberali, popolari e conservatrici e quelli che definisce i sovranisti illuminati”.

“Onore a Mussolini”. Striscione dei laziali in piazzale Loreto

Proprio il giornoprima della festa della Liberazione, un gruppo di ultras della Lazio in trasferta a Milano ha scatenato le polemiche, esibendo uno striscione con la scritta “Onore a Mussolini”, con tanto di saluti romani, nei pressi di piazzale Loreto. A partecipare al blitz c’erano 22 persone, ora accusati di “manifestazione fascista” dopo le identificazioni avvenute da parte della Digos. Il gesto è stato condannato sia dal leader del Carroccio sia dall’opposizione: Salvini ha affermato che “è ora di dire basta”, e gli ha fatto eco la Boldrini, dichiarando che “non si può più far finta di niente”. A loro si è unito il sindaco del capoluogo lombardo Giuseppe Sala, che ha affermato che “Milano è e resterà sempre una città profondamente antifascista”, e il suo predecessore Giuliano Pisapia, che l’ha definita “Città medaglia d’oro della Resistenza”. Se Milano può considerarsi estranea all’apologia fascista, però, stessa cosa non può dirsi della tifoseria laziale, che ha precedenti a sfondo razziale e antisemita. Lo dimostra l’episodio, non troppo lontano, che li vide affiggere adesivi in curva all’Olimpico che ritraevano Anna Frank in maglia giallorossa.

Due agenti dal parrucchiere per la fidanzata di Salvini

Le volanti no: non c’è conferma del presunto scoop di Lettera43. Però due agenti in borghese sono intervenuti per proteggere dall’assalto dei fotografi Francesca Verdini, 26 anni figlia dell’ex senatore Denis che ai tempi del Patto del Nazareno sembrava l’uomo più potente d’Italia e oggi fidanzata di Matteo Salvini. È successo una quindicina di giorni fa davanti al negozio di parrucchiere di Roberto D’Antonio, specializzato nel trattamento di capigliature vip in via dei Prefetti, nel centro di Roma, a due passi da Montecitorio.

Per come l’ha raccontata uno dei fotografi ai suoi colleghi la giovane e Salvini erano insieme, seguiti da 6 o 7 paparazzi, poi si sono separati e lei si è fermata dal parrucchiere. Hanno fatto qualche scatto e lei ha detto “basta”, è entrata e loro, da fuori, hanno continuato a fare foto, che sono state anche pubblicate. A quel punto Francesca Verdini ha fatto una telefonata e sono arrivati due agenti in borghese che hanno convinto i fotografi a essere meno invadenti, cioè a fare le foto uno alla volta senza occupare tutto il marciapiedi. Forse erano agenti della scorta del ministro che era lì dietro? Alla Questura di Roma non risulta nulla.

I pm di Palermo chiedono 12 anni per il “re dell’eolico” socio di Arata

A Roma sono indagati per corruzione il sottosegretario leghista, Armando Siri, e l’imprenditore Francesco Paolo Arata. Intanto, però, a Palermo Vito Nicastri, il “re dell’eolico”, che secondo i pm avrebbe finanziato la latitanza Matteo Messina Denaro e di cui proprio Arata sarebbe un “prestanome”, rischia 12 anni di carcere. È questa la condanna chiesta dal pubblico ministero della Dda di Palermo, Gianluca De Leo, per i reati di concorso in associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni.

Il pentito Lorenzo Cimarosa racconta di una borsa piena di banconote fatta avere al boss ricercato Matteo Messina Denaro. Soldi per una latitanza, ormai lunga 26 anni, che l’imprenditore alcamese Vito Nicastri avrebbe mandato al capomafia attraverso una serie di uomini fidati. “Le cose le faceva per l’amico suo di Castelvetrano”, sussurra, non sapendo di essere intercettato il mafioso mazarese Giuseppe Sucameli parlando di Nicastri. Per questi rapporti strettissimi, d’affari e d’amicizia, Nicastri era stato arrestato nel marzo del 2018. All’imprenditore vennero concessi i domiciliari, ma da casa “il re del vento” continuava a delinquere e fare affari, violando i divieti di comunicazione imposti dal giudice.

La circostanza è venuta fuori proprio nell’indagine sulle mazzette alla Regione Sicilia, nel frattempo aperta dalla Procura, che coinvolge anche Arata e alcuni dirigenti regionali, accusati di seguire con un occhio di riguardo le pratiche di autorizzazione di un impianto di biometano a Calatafimi. Per questo la Procura negli scorsi giorni aveva chiesto il ripristino della custodia cautelare in carcere per Nicastri. Mentre i pm continuavano a indagare sulle tangenti che sarebbero state pagate per sbloccare procedimenti amministrativi legati alle energie rinnovabili, proseguiva il processo in abbreviato per concorso in associazione mafiosa e intestazione fittizia in cui Nicastri è stato imputato dopo l’arresto dell’anno scorso. Con l’imprenditore è finito davanti al giudice per l’udienza preliminare il fratello Roberto, anche lui accusato di concorso in associazione mafiosa, per cui oggi sono stati invocati 10 anni; imputati anche Melchiorre Leone e Girolamo Scannariato, per cui sono stati chiesti 12 anni e Giuseppe Bellitti, per cui è stata sollecitata la condanna a 10 anni. Per tutti l’accusa è di associazione mafiosa.

Il processo palermitano è una vicenda distinta dai due filoni d’inchiesta sulle mazzette per l’eolico, ma tutto finisce per intrecciarsi nelle cronache politiche e giudiziare degli ultimi giorni. Arata è indagato con Siri a Roma, ma pure con Nicastri a Palermo: i due sarebbero sono soci in affari in una serie di imprese del settore delle energie alternative, il filone di business su cui l’alcamese ha investito accumulando una fortuna. Non è solo l’ipotesi della Dia, è proprio l’ex parlamentare forzista a sostenerlo nelle intercettazioni. “Io sono socio di Nicastri al 50%”, diceva Paolo Arata il 12 settembre 2018. Poi in un’altra conversazione del 22 gennaio 2019, parlando con il figlio di Nicastri, aggiungeva: “(…) Tuo papà con i miei soldi si è comprato la cosa per sua moglie in Svizzera. (…) Tuo papà non aveva una lira e a un certo punto ha tirato fuori 200 mila euro”. Adesso Nicastri deve fronteggiare una richiesta di condanna per 12 anni.

“Quando c’è odore di mafia c’è bisogno di un atto durissimo”

L a distanza che si fa differenza si misura anche da una festa. O meglio guardando chi oggi scenderà nelle piazze e chi invece le diserterà, ostentatamente. “Ma esserci sarebbe importante per qualunque rappresentante delle istituzioni, il 25 Aprile è la festa di tutti”, ricorda e spera il presidente della Camera Roberto Fico, il 5Stelle con il cuore parecchio rosso. Oggi la Liberazione la celebrerà nella sua città, a Napoli. Invece Matteo Salvini no, sarà a Corleone a inaugurare un commissariato. Lontano dal 25 Aprile, come tutti i ministri della Lega.

La festa della Liberazione ha ancora un senso, una sua forza, o è ridotta a un rito che esige un po’ di palchi?

Il 25 Aprile è fondamentale, perché ci racconta le basi su cui si fonda la nostra democrazia. Io rappresento le istituzioni di un’Italia antifascista, democratica e repubblicana.

Per tanti, anche nel governo, è una festa di parte, di sinistra. Hanno proprio torto?

Non può essere di parte, perché celebra il ritorno alla democrazia. E non può appartenere a pochi. Se tutti oggi possono parlare liberamente è perché siamo usciti da una terribile dittatura.

Il vicepremier Salvini ha un’altra idea: “La vera Liberazione è quella dalla mafia”. E anche i ministri del Carroccio non scenderanno nelle piazze.

La trovo una lettura assolutamente sbagliata e fuorviante. Noi celebriamo quella Liberazione che permette a quei ministri di stare al governo. Voglio però sottolineare che amministratori della Lega come il presidente Zaia saranno alle celebrazioni. Altro tema è la liberazione dalla mafia e dalla camorra, contro cui lotto da sempre. È una battaglia da combattere da parte di di tutti noi. Fare paragoni mi pare fuori dalla realtà.

Questo governo parla troppo poco della lotta alle mafie, non pensa?

Questa è una delle massime urgenze. Bisogna parlarne, ma soprattutto serve un piano di azione, strutturato. E servono investimenti nel sociale e nell’istruzione.

Le mafie allignano nel disagio, nella diseguaglianza. Proprio in queste settimane il governo discute delle autonomie, che rischiano di creare più Italie, con Regioni per ricchi e per poveri. È un tema che la preoccupa? Ed è a rischio l’unità del Paese?

La Costituzione è chiara, le autonomie non possono ledere l’unità nazionale. Poi sul tema il dialogo è fondamentale. Il mio compito è ribadire che in questo processo il Parlamento deve avere un ruolo centrale, con la possibilità di incidere. Non ci può essere un’intesa esclusiva tra Stato e Regioni. E di certo non faccio giochini, come invece qualcuno ha sostenuto in qualche intervista (Salvini su La Verità, due giorni fa, ndr): certe cose non appartengono alla mia storia personale e politica.

Il 25 Aprile è la festa di tutti, sosteneva. Anche dei migranti? Il M5S e la Lega si rinfacciano i mancati rimpatri.

La nostra Repubblica si fonda anche sulla solidarietà tra persone. E il nostro modo di essere solidali e cooperanti ci fa apprezzare in tutto il mondo. Sono virtù.

Virtù che ormai vengono aggredite ogni giorno.

In certe fasi possono aumentare le critiche alla gestione dell’immigrazione, innanzitutto a livello europeo. E noi dobbiamo intervenire su queste criticità, lavorando nel contempo sull’integrazione.

A proposito di valori, c’è quello della legalità. Il sottosegretario leghista Armando Siri, indagato per corruzione, si deve dimettere? Salvini fa muro.

Quando avvengono situazioni di questo tipo i partiti devono prendere provvedimenti ed essere molto attenti e molto duri, soprattutto nelle vicende in cui c’è odore di mafia. E lo devono fare innanzitutto per propria tutela.

E il garantismo?

Si è sempre innocenti fino a prova contraria e a una condanna definitiva, e mi auguro che Siri lo sia. Ma i partiti hanno un ruolo pubblico e responsabilità nei confronti dei cittadini, e per questo devono compiere azioni forti. Non possono esserci ombre.

Il 5Stelle Marcello De Vito, in carcere con l’accusa di corruzione, non intende dimettersi da presidente del Consiglio comunale di Roma.

Ritengo che sbagli. Farebbe meglio a dimettersi, anche per difendersi con più tranquillità.

La Rai pare terra di conquista dei partiti.

l ruolo della Rai è più importante che mai, perché come servizio pubblico deve fornire informazione e contenuti all’insegna di indipendenza, qualità e interesse della collettività. Chi vi lavora è al servizio dei cittadini, e non può esserlo dei partiti. E anche i governi devono capire che la Rai non è terra di conquista

5Stelle e Lega hanno lottizzato in Rai, non crede?

La tentazione di lottizzare può sempre esserci. Se qualcuno ha ricevuto pressioni, le deve denunciare pubblicamente.

“Siri si deve dimettere”: Conte minaccia la revoca

C’è lo stile, la prudenza dell’avvocato, i piedi di piombo del mediatore gialloverde. Ma pure una certezza, ormai ineluttabile: al voto del 26 maggio, quello delle elezioni europee, Armando Siri non potrà arrivare come membro dell’esecutivo Conte. È una macchia che il premier del “governo del cambiamento” non può tollerare: “Un mio sottosegretario indagato per corruzione, capisci?”, ha detto martedì a Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, prima che iniziasse il consiglio dei ministri in cui si è sfiorata la crisi di governo sul Salva Roma. Ed è esattamente dopo aver capito l’antifona che il leader della Lega è uscito da palazzo Chigi ed ha annunciato alle telecamere che la norma per tagliare il debito della Capitale era morta, ancor prima che se ne cominciasse a discutere.

Un gesto che ha profondamente irritato il premier. Si è sentito strumentalizzato, come già era accaduto per l’incontro di Firenze, dopo la lite dei gialloverdi sul congresso di Verona: la foto pubblicata dal ministro sui social venne interpretata come un segnale di debolezza del premier, corso a tranquillizzare il suo vice: “Lo ha supplicato di andare e poi se l’è venduta così”, ricordano adesso a palazzo Chigi.

Il blitz fuori dal cdm, l’altro ieri, ha convinto ancora di più i 5 Stelle di governo che la difesa della Lega è “preoccupante”. Il giorno in cui la notizia dell’inchiesta sull’esponente del Carroccio diventa di pubblico dominio, il 18 aprile, un pezzo dell’esecutivo è in volo per Reggio Calabria. Per la Lega si è imbarcato anche il sottosegretario Giorgetti che, raccontano, ostenta una certa distanza dall’ideologo della Flat tax. “Se è così si deve dimettere”, è il senso del ragionamento che avrebbe fatto, pur omettendo di avere in corso una consulenza con il figlio di Paolo Arata, un altro degli indagati. Ma Giorgetti viene invece improvvisamente sconfessato, appena sbarcati in Calabria, da Salvini, che ha subito alzato un muro nei confronti di Siri: “Una difesa incondizionata che inizia a preoccuparci”, ha detto ieri il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano (M5S).

Sono parole che, comprensibilmente, il premier si è ben guardato dal pronunciare. Al punto che, nelle ultime ore, la calma olimpica con cui Palazzo Chigi mostrava di affrontare l’affaire eolico cominciava a destare sospetti. Vuoi vedere che Conte ha dubbi sulle dimissioni?, era la domanda che iniziava a circolare nei palazzi, alimentata dalla furia con cui, a diMartedì, il vicepremier Luigi Di Maio si era messo a chiedere a Conte “di invitare Siri a dimettersi”, come se non lo avesse ancora fatto. Un dato confermato ieri da Salvini stesso, che a domanda sulle richieste del premier al sottosegretario rispondeva che “no”, non se n’erano registrate.

In effetti è così. Oggi per il governo si compie la prima settimana con l’indagato in casa e da parte del presidente del Consiglio c’è stato solo un impegno, per quanto solenne, alla “valutazione” del caso. Ma, spiegano, è solo una “questione di stile”. “Voglio guardarlo negli occhi”, ha detto Conte a riprova del fatto che la telefonata con Siri, ieri, è servita solo a fissare l’appuntamento, probabilmente per lunedì, al rientro del premier da Pechino.

Anche lì, non mancherà l’attenzione alla forma. Conte ha intenzione di “invitare Siri a dimettersi”: proverà a farlo ragionare, spiegandogli l’opportunità politica del gesto. Difficile che il sottosegretario acconsenta, protetto com’è dal ministro dell’Interno. Le intenzioni però non cambiano: Siri se ne deve andare. A palazzo Chigi hanno già studiato il precedente: porta il nome di Vittorio Sgarbi, che nel 2002 venne “licenziato” dal governo Berlusconi. All’epoca, il critico d’arte era sottosegretario ai Beni Culturali e entrò in aperto contrasto con il suo ministro, Giuliano Urbani, sull’ipotesi di mettere in vendita beni del patrimonio demaniale. Prima Urbani gli revocò le deleghe – come ha fatto ora il ministro Danilo Toninelli con Siri – poi, visto che Sgarbi non se ne andava, un apposito consiglio dei ministri votò la revoca del suo incarico, su proposta del presidente Berlusconi che glielo aveva conferito. Allora il voto fu unanime. Oggi un’analoga iniziativa di Conte incontrerebbe certamente l’ostilità dei colleghi di governo leghisti, comunque in minoranza nell’esecutivo. Un gesto estremo, a cui Conte spera di non dover arrivare. “Ma io di Siri non mi fido più”, è il senso delle riflessioni che il premier sta facendo in queste ore, consapevole che “quell’emendamento non era nella sua area di competenza” e “non è detto che sia stato fatto nell’interesse generale”. Qualcosa si è rotto. Forse è solo l’inizio.

Sciacquaraquà

Dice Salvini che “chi accosta la Lega alla mafia deve sciacquarsi la bocca”. E noi, una volta tanto, siamo d’accordo: malgrado l’annessione di pezzi non certo profumatissimi del vecchio ceto politico siciliano e calabrese, ci vuol altro per affermare che la Lega sia il partito della mafia (come lo fu la sua alleata Forza Italia, anche se non tutti i suoi elettori ed eletti erano e sono mafiosi). L’abbiamo scritto più volte, anche polemizzando col nostro amico Saviano a proposito di Salvini “ministro della malavita”. Però, lo sa anche lui, le mafie cercano da sempre agganci con la politica, in particolare con i partiti al potere. Nel ’94, persi per strada i vecchi referenti della Dc e dei partiti alleati, Cosa Nostra si buttò a colpo sicuro su FI, creata dal vecchio compare Dell’Utri. Ora, dopo aver dominato uno dei due poli per 25 anni, FI è fuori gioco e mai più guiderà un governo: al massimo farà da ruota di scorta a uno altrui. Naturale che i mafiosi tentino di agganciare chi comanda: e, non potendo avvicinare i 5Stelle, poco permeabili per il Dna legalitario e l’organizzazione “orizzontale”, ci ha provato con la Lega.

Lo dimostra l’inchiesta siciliana sul triangolo Siri-Arata-Nicastri. Nicastri, uomo di Messina Denaro secondo i pm di Palermo (che ieri han chiesto la sua condanna a 12 anni per concorso esterno e intestazione fittizia di beni), è il classico colletto bianco colluso. Ma, dopo la condanna definitiva per corruzione e truffa a Milano, la misura di prevenzione antimafia col sequestro di capitali per 1,3 miliardi e gli arresti, prima domiciliari e ora carcerari, è ormai bruciato: non può più agire in prima persona. Gli serve una testa di legno. Ed ecco pronto Paolo Arata, ex deputato di FI, esperto di ambiente ed energia, che nel 2015 scende dalla Liguria in Sicilia per creare una società eolica in combutta con Nicastri. “Siamo soci al 50%”, dice nelle intercettazioni. E aggancia la Lega, o ne viene agganciato: il 16 luglio 2017 tiene un discorso programmatico al convegno leghista di Piacenza, giusto in tempo per ritrovarsi sul carro del vincitore nel 2018. Parla da dirigente leghista, da quel palco: dice che, una volta al governo, “dobbiamo mettere i nostri uomini nei posti giusti”. Lo stesso giorno Salvini lo accredita con tre tweet: foto sul palco, video del discorso e hashtag “facciamosquadra”. Infatti Arata scrive il programma leghista sull’energia e ispira alcuni punti del Contratto sul tema. Poi, una volta al governo, Salvini si attiva subito per farlo nominare presidente dell’Authority sull’Energia, malgrado (o proprio per) il suo conflitto d’interessi imprenditoriale.

Intanto Armando Siri, genovese come Arata, gli chiede di attivarsi con i suoi contatti vaticani e americani per farlo nominare ministro. Ma il Contratto prevede solo ministri incensurati e Siri ha patteggiato 1 anno e 8 mesi per bancarotta e sottrazione fraudolenta di beni al fisco. Così strappa un posto di sottosegretario. E si sdebita tentando, per otto mesi, di far passare un emendamento scritto da Arata sugli incentivi all’eolico, che farebbe guadagnare un sacco di soldi pubblici alla società di Arata&Nicastri: un tipico interesse privato in atti d’ufficio che ora rende Siri incompatibile con qualunque ruolo di governo, avendo tradito non solo il principio costituzionale di imparzialità della PA, ma anche la fiducia di Conte (che lo vuole fuori) e degli altri colleghi di governo. Intanto Giorgetti assume il figlio di Arata, Federico, come “esperto” a Palazzo Chigi.

Perciò è fondamentale capire quando e come Salvini ha conosciuto Arata sr. Gli abbiamo chiesto un’intervista per chiarire tutto: nessuna risposta. L’altroieri ne ha concessa una a La Verità, ma non ha spiegato nulla. Le solite scemenze sulla Raggi (mai indagata per corruzione e mai accusata di infilare norme per arricchire amici affaristi). La solita doppia morale sulle indagini: “In una democrazia normale uno viene sospeso se viene condannato… Se è provato il malcostume non guardiamo in faccia nessuno: chi sbaglia paga” (perché allora Salvini ha chiesto le dimissioni della governatrice umbra del Pd, soltanto indagata e per reati meno gravi di Siri? E perché non ha sospeso Siri dopo il patteggiamento per bancarotta ed evasione, anzi l’ha promosso al governo?). E, su Arata, una risposta tragicomica: “L’ho visto solo una volta. È venuto una volta a un nostro convegno a parlare di energia. Ha fatto una bella lezione. Non ci siamo più parlati”. Cioè: Salvini incontra Arata a un convegno, senza sapere chi sia, e lo invita subito sul palco a tenere una lezione sull’energia; poi, senza mai più parlargli, lo propone alla guida dell’Autorità nazionale dell’energia; e pretende pure che qualcuno se la beva. Le mafie, lo sa benissimo anche lui, si nutrono di segnali. Arata ha tentato di infiltrare la Lega nascondendo il suo socio occulto Nicastri e ci è perfettamente riuscito, grazie alla leggerezza di Salvini o di chi gliel’ha accreditato e poi alla spregiudicatezza di Siri, che faceva da postino alla sua norma ad aziendam. Se Salvini non vuol più sentire accostare la Lega alla mafia, tronchi ogni rapporto con chi ha accostato la Lega alla mafia: cioè con Arata, che l’ha fatto consapevolmente, e con Siri, che l’ha fatto inconsapevolmente. Mentre lui straparla, i mafiosi lo tengono d’occhio: se il ministro dell’Interno recide prontamente e nettamente quelle liaisons dangereuses, nate magari a sua insaputa, si dimostra inaffidabile per quegli ambienti. Se invece continua a sorvolare su Arata e a difendere Siri, si dimostra affidabile, oltreché permeabile. E non c’è comizio antimafia (una specialità di tutti i politici, anche dei più collusi) a Bagheria o a Corleone, il 25 aprile o in altre occasioni, che possa ribaltare quel giudizio.

Versi per “G.”, il fanciullino di Ostuni dall’ecografia alla granita squagliata

De Il libro di G., nuova raccolta di versi di Vincenzo Ostuni – poeta, traduttore e editor di Ponte alle Grazie – colpisce anzitutto la rilegatura: la casa editrice Il Saggiatore ha dovuto tagliare e cucire la carta in un formato bizzarramente orizzontale, simile a quello dei blocchi da disegno o degli album di fotografie.

La pagina poetica si dilata in uno schermo in 16:9 per contenere i versi dedicati all’evento più sconcertante della vita: la nascita di un figlio. La forzatura dei margini standard del foglio produce una vertigine orizzontale: lo sguardo del lettore è indotto a inseguire le parole che corrono verso destra (la direzione del futuro per noi occidentali). Flaubert scrisse che il senso di un libro è nello spazio tra una pagina e la successiva: questo spazio è costruito e riempito da Ostuni come si ricava una stanza nuova dentro una casa già abitata. Il futuro così inventato non è però, semplicemente, il “dopo” del presente: ne è piuttosto il liquido di sviluppo. In questo liquido è immerso G., il figlio.

“Tu sei me in altro”, dice un verso attonito. La “carne di luce” del figlio immortalato dall’ecografia con la sua impronta lattescente marchia l’incipit di questa raccolta di madrigali umanissimi e cerebrali. Che lingua parla, il figlio? Come parlare a un essere umano nuovo, se non poeticamente? La sorpresa dell’identità tra padre, madre e figlio che ne indossa le “insegne” nei tratti del viso e nel carattere viene resa con l’esatto opposto dell’emozione poetica prêt-à-porter. La poesia di Ostuni è matematica, civile: “Non significano quel che significano certe tue parole; ma solo, o persino, che nel mondo c’è, c’è stato, ci sarà – c’è t con x, per ogni x – questo significare di qualcosa”.

Il padre osserva la crescita carnale e mentale del figlio e ne registra i mutamenti in versi che sembrano estratti da freddi resoconti stenografici: è perché bisogna reinventare il linguaggio umano, riscriverne le regole, adeguare la sintassi del mondo a quella del figlio che vi è comparso. “Al bambino G. di tre anni e un mese sembrano interessare ormai più i componenti fisici del suo vecchio caleidoscopio che i miseri giochi di fusioni e rifrazioni”. Lo smontaggio del caleidoscopio, allora, non ne distrugge la meraviglia, anzi la moltiplica. Quando al figlio cade un pezzo di granita (“Piangi il tuo pianto che non ha rimedio”) il padre annota la stupita irreversibilità dell’evento, minimo nell’economia universale, che diventerà un ricordo della piccola persona in divenire.

Ogni accadere, nell’infanzia, è un prologo del mondo. Gli eventi non solo si toccano, ma sono la stessa cosa in momenti diversi: “Nascere è perder sé come morire”, dice un verso-rompicapo: così dentro una manciata di parole Ostuni fa cadere concetti teologici vorticosi, aggrappati solo al fortissimo cardine del “come”.

Gli occhi frenano la caduta delle lettere verso destra (come frasi gridate sull’uscio) sotto la violenza del tempo che priva tutti dell’infanzia: frutto di un lavoro ventennale, la poesia di Ostuni ricava per tutti i figli del mondo uno spazio clemente sulla Terra che gira (“Non trovarti mai più, ti prego, figlio, rapito in scuole o su mine a farfalla; salta, continua a saltare sopra il letto”).

Nel dialogo ininterrotto col figlio come “sé in altro” e col sé come altro che contiene altri sé (ciascuno è un perno attorno cui ruotano vite e amori), sembra echeggiare il pensiero di R. M. Rilke: “E noi che pensiamo la felicità come un’ascesa, ne avremmo l’emozione quasi sconcertante di quando cosa ch’è felice, cade”.

La testa perduta di Goya e l’enigma delle “Pitture nere”

Secondo una leggenda, quando Francisco Goya venne seppellito nel 1828 nel cimitero di Bordeaux in Francia, qualcuno, in una notte di maggio, profanò la sua tomba e gli staccò la testa, trafugandola. Sembra infatti che un frenologo francese avesse incaricato dei ladri di cadaveri di consegnargli la testa del genio, al fine di studiarla. Vera o falsa che fosse questa storia, certo è che quando il corpo del grande pittore venne riportato in Spagna, nel 1899, la sua testa era scomparsa. E non riapparve mai più.

Se a questa cupa leggenda aggiungiamo che, negli ultimi anni della sua vita, Goya aveva completato le Pitture Nere, il tenebroso ciclo di dipinti realizzato direttamente a intonaco sulle pareti della Quinta del Sordo, la casa di campagna in cui viveva e che aveva ribattezzato in modo tanto inquietante a causa della sua malattia, ebbene, ce n’è abbastanza per considerare il maestro spagnolo come il più maledetto della storia.

Goya aveva realizzato quei foschi dipinti murari senza un’apparente motivazione. Subito dopo averne completato la realizzazione, aveva venduto la casa ed era fuggito in Francia. Aveva, molto probabilmente, paura di qualcosa. Già, ma di cosa? E soprattutto: qual era il significato di quel ciclo di inquietanti pitture? In molti hanno tentato di trovare la soluzione dell’enigma. Quel che è certo è che Goya non diede titolo alcuno al ciclo e nemmeno alle tele che vennero invece ribattezzate dal pittore Antonio de Brugada, suo amico, chiamato a inventariarne le opere dopo la sua morte.

Di certo rappresentavano una sorta di trionfo del male con colori scuri, che vanno dal marrone al nero, e mettevano in scena una serie di figure dalle bocche spalancate e urlanti (Il pellegrinaggio di San Isidro), creature mostruose nell’atto di divorare esseri umani (Saturno), vecchi inquietanti ridotti a scheletri (Due vecchi che mangiano), mostruosi sabba di streghe (Il sabba delle streghe), uomini che si affrontano in una sfida all’ultimo sangue nei campi (Duello rusticano). Sono dipinti terribili, che lasciano senza speranza e che molto probabilmente riflettono tutta la malinconia di un uomo malato, isolato dal mondo a causa della propria sordità, anziano e liberale preoccupato per il ritorno del re Ferdinando VII, restauratore di un assolutismo spietato, specie nei confronti di quanti avevano sposato i valori della libertà.

Da questo storia agghiacciante e macabra comincia il nuovo, nerissimo romanzo di Alex Connor – Goya Enigma (Newton Compton, pp. 384, euro 12) – partendo dal presupposto che la testa di Goya sia improvvisamente riapparsa. Ad averla sarebbe Leon Golding, stimato critico di storia dell’arte, ossessionato dalla figura del celeberrimo pittore. Proprio lui sta tentando disperatamente di risolvere l’enigma che si cela nelle Pitture Nere di Goya. Alex Connor è formidabile nel creare una miscela letteraria che, rispettosa dei fatti e delle varie ipotesi formulate della critica, non rinuncia all’invenzione fantastica, teorizzata da Sebastiano Vassalli, e attinge a piene mani dal grande pozzo creativo dell’occultismo, delle fosche suggestioni del thriller, rendendo magnificamente un’atmosfera cupa, inquieta, nella quale lo spettro nero, piratesco di Goya pare abitare.

Fra sedute spiritiche, teste mozzate, assassinii, indagini impossibili, ricatti, tradimenti e inganni, l’autrice inglese compone un mosaico letterario di stupefacente e malinconica sensibilità, che potrebbe fornire più di uno spunto per comprendere lo spirito di Goya e delle sue Pitture Nere.

*Scrittore e vincitore del Premio Bancarella del 2017 con “I Medici”, primo romanzo di una tetralogia

Avengers da nuovo corso: antirazzista e femminista

Tutti contro uno, e uno per tutti. Il domani non muore mai anche per gli Avengers, e la fine sancirà un nuovo inizio: antirazzista e femminista, dopo l’ineluttabile sacrificio. “Parte del viaggio è la fine”, secondo i Marvel Studios, o, per bocca di Tony Stark, “ogni viaggio ha una fine”, ed ecco che dopo undici anni e 22 film nulla sarà più come prima, almeno nel Marvel Cinematic Universe (MCU): Avengers: Endgame ha il destino nel nome, e dopo lo snap (schiocco di dita) del cattivissimo Thanos sapevamo già che i ventitré personaggi sul poster di Infinity War forse sarebbero tornati, ma non sarebbero rimasti. Non tutti, non più. Perché si può lottare contro la nemesi, ma si può sconfiggere il tempo? Nel dubbio filosofico, i Marvel Studios apparecchiano l’orgia supereroica, dove partecipare è già vincere: da Captain America a Captain Marvel, da Thor alla Vedova Nera, da Hulk a Rocket Raccoon, il paradigma è il ritorno al futuro o, meglio, a un’altra vita possibile, Thanos permettendo. L’unione fa la forza, certo, ma sarebbe sbagliato farsi troppe illusioni, giacché, mozione d’ordine del solito Stark, “noi non preveniamo, noi vendichiamo”.

Girato insieme a Infinity War, che l’anno scorso fece staccare biglietti per oltre due miliardi di dollari, Endgame arriva oggi nelle nostre sale, e dal 26 aprile negli Usa, con licenza di uccidere il boxoffice: too big to fail la premessa, ancora due miliardi d’incasso la promessa. Cifre mirabolanti, certo, ma reclamate dal budget stesso: c’è chi, come il comproprietario dei Pinewood Studios di Atlanta Dan Cathy, accredita al dittico un miliardo di dollari di costi, il Wall Street Journal che piazza Endgame a quota 300 milioni, Fortune che attribuisce 400 milioni a ciascun capitolo, Deadline che per quest’ultimo alza l’asticella della produzione a 475. Insomma, un botto di soldi messi sullo schermo e nelle tasche dei realizzatori: i fratelli Anthony e Joe Russo alla regia, gli sceneggiatori Christopher Markus e Stephen McFeely, e ovviamente gli attori, su tutti Robert Downey jr. che per Tony Stark / Iron Man si sarebbe assicurato, tra cachet e percentuale sugli incassi, ben 200 milioni di dollari. Le musiche sono di Alan Silvestri, ma il mantra sembra strappato ai Doors di The End (This is the end / Beautiful friend / This is the end / My only friend, the end), prendere commiato dall’immaginario collettivo non è un gioco da ragazzi, nemmeno per un blockbuster di queste proporzioni: chi, come e (fin) quando combatterà contro il titano Thanos, a quanti tra i Vendicatori verrà concessa una seconda possibilità? Endgame risponde elogiando l’amore, l’uomo prima dell’eroe e il volemose bene, politicamente allargato e socialmente declinato: messo in mezzo da Captain Marvel (Brie Larson) e Black Panther (Chadwick Boseman), quale dimensione, e quale missione, può rivendicare oggi il caro, vecchio maschio bianco Captain America (Chris Evans)? Mentre aggiorna la propria cosmogonia al qui e ora americano e non solo, Marvel deve più prosaicamente far fronte a una minaccia altrettanto globale: gli spoiler. Sul set il copione veniva dato all’ultimo agli attori e si battevano ciak con soluzione narrative alternative allo scopo di sviare e fuorviare, sicché vanificare questi sforzi sarebbe improbo, perfino criminale: nei confronti dei fan, si capisce. Non si rovina una sorpresa, ancorché funebre, e dopo l’impresa letale di Thanos (Josh Brolin), capace di dimezzare la popolazione dell’universo con un semplice schiocco di dita, basti sapere che toccherà andare ai resti.

Iron Man, Captain America, Thor (Chris Hemsworth), Hulk (Mark Ruffalo), Vedova Nera (Scarlett Johansson) e Occhio di Falco (Jeremy Renner) muteranno il corso del tempo per riabbracciare i compagni, ma le Gemme dell’Infinito non perdonano e – asseriscono gli sceneggiatori – “i cambiamenti e le perdite sono reali, come nella vita”. È davvero così? C’è pugna, c’è epica, oltre che qualche buona battuta, o contano solo le dimensioni del carrozzone e il piacere di vederli tutti insieme, questi Vendicatori, per l’ultima volta o quel che il marketing disporrà? Enciclopedico, gigantesco e irreversibile: le emozioni possono attendere.